sabato 27 dicembre 2025

E infine Veneziani sbottò

Secondo Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, già una volta consigliere alla Rai in quota Alleanza Nazionale, il governo di centrodestra, ad eccezione di Giorgia Meloni, è fatto di mezze calzette che nulla hanno realizzato perché si possa dire: di qui è passato un governo di destra. Lo ha scritto su “La Verità” del 21 dicembre, un giornale d’area, a cui forse non piace l’aria che si respira. Aggiungendo: «Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro. Lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione». La prima osservazione che viene di fare è che Veneziani «almeno a fine anno» fa qualcosa che non fa nel resto dell’anno, di essere cioè «onesto, realistico, ragionato». Mi viene in mente il detto latino semel in anno licet insanire. E questo è accaduto, che Veneziani è proprio insanito. Brutti scherzi fa la pancia. Possibile che Veneziani non salvi proprio nessuno del governo Meloni, ad eccezione – lo ripetiamo – della Meloni? E i ministri degli esteri, dell’interno, della giustizia, dell’economia, della difesa, dell’istruzione, pur con tutti i loro limiti, sono tutti da buttare? E dove l’Italia potrebbe trovare dei ministri migliori dei poc’anzi citati? Erano forse migliori quelli di prima? Ne avrebbe da suggerire Veneziani per il futuro prossimo? Che cosa il governo non ha fatto, che invece doveva fare? Lo dica Veneziani! Quel che si percepisce è che Veneziani è in preda a furia demolitrice perché al posto del ministro Alessandro Giuli alla cultura non c’è lui o un altro che gli avesse affidato chissà che cosa, che ci piacerebbe sapere. Non si tratta di delusione disinteressata, qui è un vero e proprio attacco concertato (forse!) con una fronda di insoddisfatti di quel che il governo ha finora fatto o scontenti di qualche ministro. Non è un caso che in difesa di Veneziani dopo la reazione di Giuli è corso Mario Giordano. Il quale ha scritto che «Veneziani è colpevole di non aver leccato gli stivali di Giuli». Siamo insomma ai leccaggi, al “chi sono io e chi sei tu”. Se poi alla baruffa intervengono altri, allora è rissa di torte in faccia in mancanza d’altro. Veneziani ha sbagliato dimostrando di non conoscere la realtà di un paese democratico come il nostro, dove realizzare qualcosa di destra come ieri di sinistra è pressoché impossibile. In questo paese si può soltanto vivacchiare. Non è difficile governare l’Italia – diceva una buonanima – è semplicemente inutile. Che s’aspettava Veneziani? Il terremoto culturale? Già è stato tanto aver iniziato un percorso nuovo. Oggi essere di destra è una riconosciuta patente di cittadinanza e, se Veneziani permette, di merito. Non così ai tempi che ricordiamo, di archi e marchii costituzionali. Come si può risolvere il problema della migrazione clandestina quando hai la magistratura contro, si tratti delle imprese di Salvini o della Meloni della struttura di accoglienza in Albania? Come si può governare coi sindacati politicizzati contro e contro i centri sociali, autentiche forze nemiche in servizio permanente effettivo? È la democrazia, bellezza! Il dissenso è lievito. Ma non si pretendano allora miracoli, di destra o di sinistra che siano. La furia – si sa – è cieca e cieco è stato Veneziani nell’attaccare un governo dal quale probabilmente non ha avuto quel che lui pensava di meritare. Questo ribalta il giudizio. Non è il governo non all’altezza della situazione, ma quei pochi o quei tanti intellettuali di destra che non hanno mantenuto quel che promettevano, di essere obiettivi e propositivi nello stesso tempo nell’approcciarsi al governo del Paese. Per fortuna non tutti la pensano come Veneziani. Gli intellettuali, personalmente disinteressati, senza sparare a zero, puntualizzano e propongono. Si veda Ernesto Galli Della Loggia – cito uno che incontro spesso sul “Corriere della Sera” – il quale non risparmia osservazioni critiche alla destra ma lo fa con puntualità e intento propositivo. Si consideri che ancora oggi, dove comandano quelli di sinistra, c’è una respinzione da razzismo politico e di difesa dei soliti fortilizi, che lascia pensare che, se essi tornassero al potere, riprenderebbe nei confronti della destra politica l’apartheid degli anni Quaranta-Ottanta. Con l’andata al potere del paese, la destra ha iniziato un cammino nuovo, del quale vanno colti gli aspetti più importanti. Quelli che dovrebbero rendersene conto per primi sono soprattutto quegli intellettuali, come Veneziani, che hanno conosciuto il peggio dell’esclusione sistematica.

venerdì 26 dicembre 2025

Nelle pieghe del Novecento di A. Lucio Giannone

Ogni fenomeno, politico o letterario che sia, lascia spazi inesplorati. Sono le “pieghe” nelle quali restano nascosti aspetti importanti e meno importanti, fatti che, “spiegati”, illuminano e risarcisono del tempo passato al buio. Così è il Novecento, quel Novecento che chiamo minore per capirci, in cui autori anche di alto e altissimo profilo li scopriamo in rapporto a personaggi più periferici e meno conosciuti, a episodi di vita più marginali. Si scopre che tra il Nord e il Sud, tra maggiori e minori, nel campo delle lettere, c’è stato un rapporto ben più interessante, di conoscenze, di reciproci riconoscimenti e di collaborazione. Tutto sta nell’avere interesse e strumenti metodologici per portarli alla luce. Ne offre un esempio il lavoro di Antonio Lucio Giannone, già ordinario di Storia delle Letteratura Contemporanea all’Università del Salento, Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella, 2025), che fin dal titolo annuncia “ritrovamenti” interessanti. Il libro contiene nove saggi su autori che coprono l’intero Novecento, in cui accanto a quelli del Nord (Gian Pietro Lucini, i Futuristi, Giuseppe Prezzolini, Eugenio Montale) compaiono quelli del Sud (Salvatore Quasimodo, Ennio Flaiano, Girolamo Comi, Luigi Corvaglia, Vittorio Pagano, Giacinto Spagnoletti, Raffaele Carrieri, Michele Saponaro); ma soprattutto sono “spiegati” i rapporti che ebbero alcuni autori meridionali coi loro omologhi ben più noti: Saponaro con Prezzolini, Pagano con Montale, i fratelli Carlo e Francesco Barbieri con Flaiano o le influenze che ebbero dall’esterno, come il melissanese Corvaglia dallo spagnolo Miguel de Unamuno e il tarantino Carrieri dall’ambiente parigino da lui frequentato in gioventù. Gran parte dei saggi sono sostenuti da documenti, in questo caso da lettere reperite in archivi privati, carte d’autore e scritti apparsi su riviste e giornali d’epoca, riproposti in appendice. In “La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi” l’Autore esamina «la poesia civile e di protesta che si sviluppa in Italia nel primo Novecento nell’ambito dell’avanguardia e, in particolare, del futurismo». È il periodo in cui nel Paese, alla fine del secolo, fervevano motivi di scontento sociale che non avevano preso ancora strade precise tra epigoni della scapigliatura, nuove forme di associazione politica, protesta sociale e futuristi appunto. È un aspetto, questo, che l’autore ascrive al suo saggio: «Su questo argomento sono uscite negli ultimi decenni ben tre antologie, […]. Più recentemente, nel 2018, è apparso un volume che allarga lo sguardo anche alla prosa e si sposta più avanti negli anni. Nessuno di questi volumi, però, affronta in maniera specifica l’avanguardia primonovecentesca e il futurismo che […] costituiscono l’oggetto della nostra relazione». Nel saggio “Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia», con lettere inedite di Prezzolini a Michele Saponaro”, Giannone, lumeggia la collaborazione che ci fu tra i due nel periodo marzo del 1919 – ottobre 1920, quando Saponaro dirigeva la «Rivista d’Italia» a Milano e Prezzolini, che ne curava le rassegne letterarie, era al suo libro paga. Giannone in questo caso ha utilizzato le lettere che si trovano nell’archivio privato di Saponaro a San Cesario di Lecce. Così anche per il saggio “Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale a Vittorio Pagano” l’Autore visita l’archivio privato dello scrittore leccese per conoscere il rapporto tra i due attraverso tre lettere di Montale a lui indirizzate. Sorprendente l’approccio confidenziale, del poeta genovese nei confronti di Pagano, che in fondo conosceva solo attraverso la corrispondenza. “Unamuno in Italia: S. Teresa e Aldonzo di Luigi Corvaglia” coglie il rapporto tra lo scrittore salentino Luigi Corvaglia, assai più noto per i suoi studi su Vanini, e lo spagnolo Miguel de Unamuno nella commedia in quattro atti sull’amore tormentato di Teresa d’Avila e Aldonzo. Ne esce un Corvaglia più compiuto; non solo filosofia nei suoi interessi, ma anche teatro, narrativa e politica. Il saggio “Da Vento a Tindari (1930) a Nell’isola (1966): la Sicilia di Quasimodo” l’Autore si discosta dalla linea del libro e insiste sul rapporto tra il Premio Nobel e la sua terra natale, in cui «a prevalere è sempre un’immagine della Sicilia come rifugio, come àncora di salvezza nella dispersione del vivere quotidiano, come luogo di beatitudine celestiale». Quasimodo – dice Giannone – ha anche il pregio di «avere inserito il Sud nella geografia lirica italiana fin dagli anni Trenta, dando il via a una linea importante, anche se spesso trascurata, della poesia del Novecento che comprende anche i nomi del campano Alfonso Gatto, dei lucani Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, dei pugliesi Raffaele Carrieri e Vittorio Bodini, per citare solo i maggiori esponenti di essa». Anche il saggio “Girolamo Comi: poesia come preghiera” si discosta dalla linea delle “pieghe” e affronta l’aspetto fondamentale della poesia comiana: la preghiera. «Comi – scrive Giannone – in tutto l’arco della sua attività, ha rifiutato quel tipo di poesia che mette al centro del proprio interesse l’io, le angosce individuali, le inquietudini esistenziali, i propri sentimenti. La poesia per lui deve essere un’attività totalizzante, quasi di tipo sacerdotale, a cui bisogna riservare una dedizione assoluta, rifuggendo volutamente, con profonda convinzione, la gloria, il facile successo, l’applauso del pubblico». Tesi di Giannone è che Comi anche quando è nella fase preconversione e canta «i vari elementi dell’universo: l’albero, il suolo, l’argilla, lo spazio, la luce, l’estate, l’alba, il mare, il creato» considera la sua poesia “preghiera” in una tensione pagano-panteistica. La conversione, poi, lo porta alla preghiera-preghiera nella “Chiesa di Cristo”: dalla preghiera “esaltazione” alla preghiera “lacrime”. “Fame a Montparnasse: La bohème di Raffaele Carrieri”, che ha per sottotitolo “Ultime scene della Bohème”, è la lettura critica del “romanzo” dello scrittore tarantino Raffaele Carrieri. Il quale fece della sua vita parigina agli inizi del Novecento materiali per la sua narrativa, avendo come modello l’opera di Henry Murger Scènes de la vie de bohème. Giannone ha voluto tirar fuori dal “nascosto” un autore di cui, a parte gli addetti ai lavori, si ignorava quasi l’esistenza. Poeta, narratore e critico d’arte, Carrieri lo troviamo in giro per l’Europa mediterranea, partecipe di tante avventure; nel 1919 prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio e venne perfino ferito nel cosiddetto Natale di sangue, quando lo Stato italiano intervenne per normalizzare la situazione a Fiume. Il saggio “Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano)” fa luce su un rapporto straordinario tra i due fratelli nativi di San Cesario di Lecce e lo scrittore abruzzese nella Roma degli anni Trenta. Ennio Flaiano è noto per le sue definizioni ironiche, per i suoi giudizi brucianti, per le sue battute caustiche. Carlo faceva il pittore e il poeta. «Disegnava e dipingeva per un suo esclusivo bisogno personale – scrive Giannone – senza mai esporre le sue opere, che erano conosciute soltanto da pochi intimi». Spirito un po’ bizzarro ed eccentrico fece una fine tragica. Significativo del legame che c’era tra i fratelli Barbieri e Flaiano è l’intitolazione che questi diede ad un suo film col titolo che Carlo Barbieri aveva dato ad un suo quadro Il bambino cattivo. “Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario” Giannone coglie e approfondisce uno degli aspetti più importanti della molteplice attività del critico letterario tarantino, quello di antologista. «Spagnoletti – scrive Giannone – si può considerare l’antologista principe della poesia italiana del Novecento, proprio insieme ad Anceschi» e coglie il carattere della sua critica «in una visione per così dire oggettiva e il più possibile completa della poesia novecentesca senza particolari predilezioni verso una tendenza nei confronti di un’altra, come invece succede con quella di Sanguineti che privilegia la linea dell’avanguardia e della polemica sociale». Sorprende, ma non tanto, nel diorama di uomini e di vicende di Giannone, la mobilità di tanti intellettuali meridionali del Novecento sparsi per l’Italia e l’Europa se si considera che solo pochi anni prima, nel 1890, Giuseppe Gigli di Manduria “lamentava” nello Stato delle lettere in Terra d’Otranto che gli intellettuali salentini si ignorassero a vicenda e che cercassero «fuori quel fraterno appoggio, che qui manca». Giannone, ricostruendo i casi di tanti nostri intellettuali in rapporto a quel “fuori”, di cui parlava Gigli, offre uno specifico del Novecento, in cui in fondo conferma più che una tendenza un’autentica vocazione, che è propria del nostro porci nel mondo. Gigi Montonato

sabato 20 dicembre 2025

Chi ha voluto il salario minimo e chi pure

Destra sociale è un po’ una contraddizione, una sorta di ossimoro, che alla prova dei fatti si scopre per quello che è. Forse è per questo che la locuzione è scomparsa dalle vetrine di partito. Conservazione e progresso mal s’accordano. Del resto è lo stesso governo Meloni ad ammettere che con la Legge di Bilancio 2026 ha tenuto un occhio di riguardo ai ceti medi produttivi. In Italia non c’è nulla di più normale delle contraddizioni e degli ossimori. L’importante è non giungere ad alcuna verifica per non rimanere sbugiardati. A dispetto delle usanze lessicali, contraddittorie o meno, il governo Meloni avrebbe dovuto fare una legge sul salario minimo già da tempo. Non se ne sarebbero appropriate le opposizioni che lo sventagliano sulle loro barricate neppure i Pro Pal. Invece è accaduto che addirittura il Governo ha fatto ricorso alla Consulta contro la Regione Puglia per averlo approvato nell’ambito della sua territorialità. Come abbiamo letto e sentito, la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge regionale pugliese, che introduce il salario minimo per quei lavoratori di imprese che lavorano con denaro pubblico, stabilito a nove euro l’ora. Giustamente le opposizioni cantano vittoria, ma curiosamente la loro vittoria è stata resa possibile dal voto dei consiglieri regionali dei partiti che sono al governo nazionale, Fratelli d’Italia e Lega. Essi hanno votato a favore, dimostrando di approcciarsi a certi problemi di interesse generale senza spirito di parte. Ma chi non voterebbe a favore di fronte ad una sacrosanta rivendicazione? Si tratta di un atto di giustizia e di buon senso. I membri della Consulta avranno ragionato allo stesso modo, più da comuni cittadini che da esperti tecnici del diritto; così hanno ragionato i consiglieri pugliesi di centrodestra, che non hanno avuto problemi ad unirsi ai loro avversari di centrosinistra. Va da sé che il salario minimo approvato dovrà essere esteso a tutti i lavoratori, se si vuole metterla sul piano della giustizia. Se così non fosse ci sarebbero lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Il che non è accettabile. Una volta c’erano i dipendenti di alcune aziende di Stato che godevano di particolari favori. Non so se ancora è così, ne dubito, ma non tanto; in Italia non c’è da meravigliarsi mai di niente. Detto questo, non si può non convenire sul fatto che la stessa legge dovrebbero farla propria tutte le altre regioni. Qualcuna lo ha già fatto, come la Regione Toscana. Ecco un caso in cui il Governo del Paese è costretto dalla realtà dei fatti a rivedere la sua posizione. L’iniziativa pugliese è la classica “picciola favilla” che fa scoppiare un grande incendio. Non si negano al Governo valide ragioni di contrasto. È del tutto evidente che se il Governo non l’ha introdotto prima il salario minimo è perché ha altre priorità. Immagino l’assistenza ad altri ceti sociali. La Meloni è la prima Presidente del Consiglio donna, ma anche la prima ad essere espressione dei ceti più popolari. Lei stessa è una popolana, absit iniuria verbis. A vederla fa più pensare ad un Masaniello che ad un Cola di Rienzo. Questa sua condizione meglio che ad altri consente di capire le esigenze della gente ai livelli più bassi. Se poi si considera la sua provenienza politica, da un partito che preferiva essere un movimento e sociale per giunta, meglio si comprende come il Governo da lei rappresentato debba volgere più attenzione ai ceti meno abbienti. Il suo governo, invece, si sta caratterizzando per un Welfare fatto di piccoli interventi, attenzioni minime che aiutano ma non dimostrano una decisa scelta risolutiva. Una cosa è dire sto dando un aiutino finanziario, che pure si tratta di miliardi, un’altra è fare una legge che trasformi radicalmente il rapporto lavoratore-datore di lavoro sul piano retributivo. Il salario minimo approvato dalla Regione Puglia è circa tre volte il salario attuale che si aggira intorno ai tre-quattro euro l’ora se non di meno; penso ai lavoratori agricoli, per lo più migranti, quelli che nei campi assolati del Sud raccolgono pomodori e angurie. Naturalmente l’introduzione del salario minimo esteso a tutti i lavoratori comporterà delle serie conseguenze, tra cui l’aumento del costo della vita, che provocherà inflazione. Ma è un rischio che bisogna correre, quando è in ballo una così evidente sproporzione tra lavoratori e lavoratori. Giustezza del motivo e calcolo politico spingono verso una direzione che non può essere più elusa.

sabato 13 dicembre 2025

Chi comanda censura

Sono sempre più convinto che i tanti fascisti che c’erano durante il fascismo, in piena dittatura, fossero solo persone che amavano il quieto vivere, la sicurezza, l’ordine, il lavoro, che il regime garantiva con le buone e con le cattive. Metodi, peraltro, che l’autorità non doveva usare con eccessivo impegno e rigore dato che la stragrande maggioranza dei cittadini, in ogni ordine e grado della società, del regime era contenta se non entusiasta. Attacca l’asino dove vuole il padrone, vivi e lascia vivere. C’erano anche gli antifascisti, certo, convinti e militanti, come potevano esserlo in un regime che aveva i mezzi per tenere sotto controllo il Paese. Di essi i più tacevano per prudenza e per convenienza; gli altri, i meno, conoscevano le patrie galere. La gente pensava a farsi i fatti suoi, ben attenta a non farsi coinvolgere. Se qualcuno esprimeva giudizi contro il regime veniva isolato perfino dai parenti. Se impiegato, poteva perdere il posto. A nessuno piaceva rischiare. Essere antifascisti durante il fascismo era come avere una patente di untore. Chi più scansava il reprobo per non compromettersi, anche se gli si riconosceva probità e valore. Gli antifascisti eroici, quelli che sfidavano il regime, dovevano guardarsi da tutti potendo essere denunciati. Si sapeva che dappertutto c’erano spie e informatori. Così il professore antifascista stava attento al bidello, l’impiegato vedeva in ogni usciere un possibile nemico, il medico non si fidava di infermieri e portantini. Questo lo apprendiamo sia dai libri di storia sia dalla narrativa, dai tanti romanzi scritti sia durante che dopo il fascismo, e dai film ambientati negli anni tra le due guerre mondiali. Straordinario il film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Gli italiani di oggi sono esattamente quelli di ieri, né più né meno. Fino all’altro ieri fascisti, ieri antifascisti e oggi di nuovo “fascisti”. Mi si consenta la provocazione, dato che essi fascisti non sono se non per capirci. Se così non fosse, mai si sarebbe potuto verificare che il nemico principale, se non l’unico, inserito perfino nella Costituzione, previsto in più leggi dello Stato, ovvero il fascismo o tale considerato, conquistasse democraticamente il potere. I nuovi “fascisti” non hanno avuto bisogno di grandi sforzi, hanno cambiato come si cambia modo di vestirsi ad ogni cambio di stagione. Basta vedere l’affluenza di personaggi di ogni settore della vita pubblica presenti alla festa di Atreju, la kermesse annuale di Fratelli d’Italia. Ovviamente mi riferisco a quelli che agli ex missini si sono accodati successivamente. Come è comprensibile, non tutti gli antifascisti “veri” stanno zitti, alcuni protestano, sottoscrivono, denunciano, si indignano per quello che accade. Alla mostra romana “Più libri più liberi” c’è stata una levata di scudi che ha fatto parlare i giornali per giorni e giorni per la presenza in fiera dell’editore “Passaggio nel bosco” considerato neonazista, che mi pare ancora più grave di fascista. Il risultato di tanto rumore è stato che dall’anno venturo ci saranno dei criteri di ammissione alla fiera, ovvero ci sarà una commissione che deciderà in anticipo quali editori accogliere e quali respingere, la censura in parole povere. La censura in una democrazia? E come? Qui davvero il mondo va alla rovescia, senza nemmeno scomodare Vannacci. “Più libri più liberi” non significa solo quantità, ma anche qualità, diversità. E se si istituisce la censura si limita la categoria dell’arricchimento, si impoverisce la libertà. Bisognerebbe cambiare il titolo “Meno libri meno liberi”, giacché non si può dire “Meno libri più liberi”, è una contraddizione in termini. È un bel guaio, in cui i difensori della democrazia si ritroveranno di qui a un anno. La censura, infatti, è quanto di meno democratico si possa immaginare. Intendiamoci, è stata sempre esercitata durante la Prima Repubblica, anche se con attente coperture, che passavano perché le atmosfere dominanti lo favorivano. Il Msi era regolarmente inquisito da una certa magistratura quando alle elezioni conseguiva qualche piccolo successo, come accadde agli inizi degli anni Settanta, che quasi sempre avveniva a danno della Democrazia cristiana. La differenza tra una dittatura e una democrazia è che la prima se dissenti ti sbatte dentro, la seconda ti sbatte fuori. Non stiamo qui a dire se è meglio l’una o l’altra soluzione, in entrambi i casi c’è sempre qualcuno che viene sbattuto.

domenica 7 dicembre 2025

L'Europa tra Scilla e Cariddi

Chi è Scilla per l’Europa e chi Cariddi, i due mostri marini che giravano sottosopra le navi che passavano dallo Stretto per poi ingoiarsele? Il mito non dice quale dei due fosse più pericoloso e noi, per mettere i piedi per terra, fuor da ogni metafora, diciamo che per il pericolo che sta correndo l’Europa uno vale l’altro: Putin che invade l’Ucraina e minaccia l’Europa, Trump che espone l’Europa a rischi ben maggiori. Il disegno di Putin è chiaro. Lo è da sempre. Vuole ricomporre la Russia degli zar o l’Urss dei comunisti. L’una e l’altra prevedono l’annessione come minimo, oltre che dell’Ucraina, delle repubbliche baltiche, di parte della Polonia e di altri territori confinanti. Quel che dice Putin per rassicurare non vale niente. È uno spergiuro da delinquente politico, che della parola mancata fa una sorta di valore, di cui si gloria. Quel che dice Trump è ancora peggio: l’Europa non è in grado di avere una politica sua, sta rinunciando alla sua civiltà, d’ora in poi se la deve cavare da sola coi mille problemi che ha; gli Usa hanno altro a cui pensare. Questo significa che l’Europa deve attrezzarsi per fare a meno degli Usa e per scoraggiare ulteriori avventure russe ai nostri danni. Questo significa che dobbiamo armarci non tanto per prepararci alla guerra, che deve essere scongiurata, quanto proprio per scongiurarla. I pacifisti italiani, che stanno un po’ dappertutto sono contrari. Tutti papalini sulla pace disarmata e disarmante. Si sentono tutti Leone I che ferma Attila. Il voltafaccia americano è quello che fa più male, perché è giunto da un momento all’altro, all’improvviso. Nessuno alla vigilia dell’elezione di Trump pensava che gli Usa avrebbero recuperato la dottrina del Monroe, l’America agli americani. Un secolo circa di politica e due guerre mondiali, che convincevano di un’unione inseparabile tra Europa e America, sono stati spazzati via con un colpo di spugna. L’Europa rischia di frantumarsi, parte dei paesi affascinata dalle sirene di Putin e parte da quelle di Trump. Finora la situazione è rimasta inalterata, formalmente tiene, anche se amici di Putin e di Trump ci sono in ogni paese europeo e addirittura in ogni schieramento politico. In Italia leghisti e grillini, i primi in centrodestra, i secondi in centrosinistra, continuano ad avere simpatia per Putin anche se la mascherano con la pace, che, a loro dire, sarebbe più concretizzabile avendo Putin per amico. Allo stesso modo cresce in tutta Europa il numero di chi ritiene che in questo momento sia più conveniente avere governi autocratici che democratici old style. In Italia Giorgia Meloni incomincia a faticare per convincere che Trump non vuole rompere con l’Europa. Il pensiero di Trump, più volte esplicitato in questi ultimi tempi, invece non dimostra amicizia per il vecchio continente. Questo, nonostante i cambiamenti ai suoi lati, non dimostra di volersi adeguare ma insiste e persiste a mantenere pigramente la sua vecchia politica, come se nulla fosse cambiato, come se negli Usa ci fosse ancora Reagan e nella Russia ancora Gorbaciov. Facile dire che i soldi invece di spenderli in armi vanno spesi per aumentare i salari, gli stipendi, le pensioni, migliorare la salute e la sicurezza, come fanno i partiti di centrosinistra. Certo, si può vivere anche bene da paesi satelliti di questa o quella potenza straniera, da servi, purché lo si dica apertamente. I grillini sfondano porte aperte quando dicono che è meglio spendere in welfare che in armi; ma poi? Come risponde il nostro Paese ai nuovi imperi? Come risponde l’Europa di cui siamo parte fondante? Chiediamo alla Quarta Roma un trattamento di favore? Chi non vuole che l’Europa si armi per fronteggiare il nemico deve dire anche come la vede debole ed esposta alle prepotenze degli altri. Non si tratta di questioni astratte, ma concrete e brucianti. Quali sarebbero le nostre condizioni di vita in un mondo dominato dalla Russia o dall’America o da entrambe, noi essendo in una posizione subalterna? Finora l’Europa, pur con molti problemi, ha garantito una crescita importante, un tenore di vita per i suoi popoli quale non era stato mai conosciuto prima. Questo non può essere scisso dalla sua capacità di conservare la libertà. In questo momento ci sono paesi dell’Europa minacciati da una potenza straniera che gioca coi popoli come il lupo con l’agnello. È la Russia di Putin. La risposta che dobbiamo dare, forte e credibile, è che non siamo affatto disposti a cedere il bene della libertà e della crescita in cambio di una pace fasulla, che pace non è ma sottomissione e povertà.

sabato 6 dicembre 2025

Taurisano, 8 dicembre 1905: Immacolata di sangue

L’8 dicembre 1905, or sono centoventi anni, è ricordato a Taurisano come l’Immacolata di sangue, per i tragici fatti che si verificarono in quel giorno. La festività, tradizionalmente sentita e rispettata da una popolazione per lo più di contadini e agricoltori, favorì la manifestazione contro il governo, allora presieduto dal giolittiano Alessandro Fortis. Questi, l’8 novembre 1905, aveva concluso con la Spagna il trattato commerciale detto “Modus vivendi”, con cui l’Italia esportava manufatti dell’industria del Nord e importava vini a dazi di favore (40%). Ne usciva penalizzata l’agricoltura del Sud, che già malamente viveva di prodotti agricoli. La solita politica giolittiana di quegli anni, carota al Nord, bastone al Sud, che tanti incidenti provocò in tutto il Mezzogiorno, con decine di morti e feriti. L’8 settembre 1902 a Candela (Foggia) cinque morti e dieci feriti; il 5 agosto 1903 a Cassano Murge (Bari) un morto e quattro feriti; il 18 agosto 1905 a Grammichele (Catania) quattordici morti e sessantotto feriti. Tutte manifestazioni politiche represse dalla forza pubblica, più o meno con le stesse modalità. All’epoca il potere politico a Taurisano se lo contendevano i membri della famiglia ducale Lopez y Royo. Sindaco, in quella circostanza, era Filippo Lopez y Royo di tendenza democratica. Questi aveva fatto approvare dal Consiglio comunale per quel trattato commerciale una dura delibera di condanna nei confronti del governo. Parole che non potevano essere approvate dalle istituzioni governative. Vi si legge: “Il Consiglio considerato che il Modus vivendi commerciale stipulato con la Spagna, nel mentre pregiudica gravemente e solamente gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dimostra ancora una volta la politica regionalista e partiggiana [sic] imperante nel Regno di sfruttamento delle regioni del Sud a vantaggio delle Provincie Settentrionali, per acclamazione Deplora il provvedimento subdolo e partiggiano [sic] preso dal governo proprio quando più gridava di voler fare i nostri interessi – Delibera di persistere nell’agitazione, e invitare il Deputato del Collegio ad associarsi agli altri rappresentanti del Sud finchè l’improvvido provvedimento non sarà rigettato […]”. La Sottoprefettura di Gallipoli sospese la delibera (2 dicembre) e la Prefettura di Lecce la annullò (4 dicembre). Era quanto bastava per far esplodere la situazione. La mattina dell’8 dicembre, approfittando della festività, si formò un lungo corteo che un banditore, con un tamburo di latta, annunciava per le vie del paese. Giunto nella piazza fu inscenata una simbolica manifestazione, furono sversate per terra delle botti di vino mentre i partecipanti, arrabbiati ed ebbri, gridavano frasi minacciose contro il governo, come erano stati imbeccati dai loro padroni nei giorni precedenti: per colpa del governo, ora che dobbiamo fare col nostro vino, lavarci i piedi? La mattinata, tuttavia, era trascorsa senza incidenti. I militari, arrivati per prevenire disordini, si erano accasermati, parte nel palazzo del Sindaco e parte nel Municipio, che erano attigui. Avevano ricevuto l’ordine di non uscire per evitare provocazioni. Fu inutile, verso sera, secondo le testimonianze, si radunarono nei pressi del Municipio alcune decine di persone che ripresero a vociare contro il governo e i militari. Nella folla che s’ingrossava c’erano dei ragazzi, che si misero a gridare insulti e a buttare pietre contro il portone del Municipio. Fu allora che uscirono dei militari e si misero a sparare all’impazzata ad altezza d’uomo, non sapendo da dove provenisse la sassaiola. Si vedono ancora le scheggiature dei proiettili sui muri delle case di via Roma. La folla spaventata si disperse in pochi minuti per le vie adiacenti, lasciando per terra esanime il contadino Michele Manco e alcuni feriti. Seguì il terremoto politico. Il tragico evento ebbe un’eco nazionale. Ne parlarono tutti i giornali. Il “Secolo Illustrato della Domenica” del 17 dicembre gli dedicò la copertina. Alla Camera ne discussero con toni accesi i principali politici del tempo, specialmente di sinistra, e i deputati del Collegio. La battaglia fu vinta dagli oppositori del “Modus vivendi”, che fu bocciato il 17 dicembre successivo. Lo stesso Fortis si dimise il giorno dopo per riavere l’incarico a fare un nuovo governo il 24; ma il 2 febbraio 1906 dovette dimettersi definitivamente. Anche Giolitti preferì per il momento mettersi da parte e lasciare l’iniziativa ad un governo di destra, presieduto da Sidney Sonnino. Che, a sua volta, durò qualche mese.

sabato 29 novembre 2025

Un voto dopo l'altro

I risultati delle elezioni regionali, in Veneto, Campania e Puglia, hanno confermato quanto le previsioni e i sondaggi dicevano da tempo, hanno offerto la prova di quel che già si sapeva. Questo dovrebbe indurre la classe dirigente a cercare nuove forme di partecipazione popolare, dato che la consultazione elettorale è superata. Le tecniche dei sondaggisti sono tali da rendere “superflue” le vecchie urne, i cosiddetti ludi cartacei. Tuttavia il voto del 23-24 novembre non è stato inutile. Ha confermato, col suo tre a tre, una situazione di parità tra Centrodestra e Centrosinistra + Movimento 5 Stelle. Eppure nel Centrodestra si vive un’aria di sconfitta, mentre nel Centrosinistra si ostenta euforia. I politici interessati, vinti e vincitori, minimizzano ed enfatizzano, secondo costume. Gli uni e gli altri rimandano la partita decisiva al Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati del giugno 2026, quando è possibile una resa dei conti, in prossimità delle elezioni nazionali del 2027. Il gioco comincia a farsi sempre più duro in una partita a più tempi, al termine della quale sapremo se il Paese resterà nelle mani del Centrodestra o se tornerà in quelle del Centrosinistra per i successivi cinque anni. Il sistema elettorale, a questo punto, è determinante. Il dato, però, che va sottolineato è che gli elettori, dai quali dovrebbero dipendere gli esiti, non vogliono più “eleggere”, si astengono sempre più dal loro compito istituzionale. Nelle ultime elezioni regionali sia il Centrosinistra nel Veneto che il Centrodestra in Campania e Puglia speravano, pur dando per acquisito l’esito, di non perdere in maniera disastrosa, in modo da mettere sul piano della bilancia un recupero consolatorio. Invece i risultati sono andati oltre quel che si temeva: i vincitori hanno doppiato gli sconfitti in tutte e tre le piazze elettorali. È evidente che il voto organizzato, quello di diretta provenienza partitica, regge ancora; mentre il voto d’opinione è sempre più sfuggente. Va detto che nelle elezioni locali, come sono le regionali, conta molto il fattore personale del candidato a discapito del voto d’opinione. Accade quando la fiducia nella persona prevale sull’appartenenza politica. Io sarò pure juventino – per fare un esempio calcistico – ma se mi devo esprimere su due calciatori, quale dei due è di maggior valore, non mi lascio certo distrarre dal tifo e scelgo quello che a me sembra il più bravo, perfino un interista. È importante vedere nei prossimi sondaggi come stanno le cose, in che direzione si stanno muovendo o se invece segnano il passo. Certo è che i tempi stringono e nei quasi due anni della legislatura rimasti è inevitabile pensare alla rendicontazione finale. Il governo Meloni ha fatto tutto e niente. Al momento, dei suoi punti qualificanti ci sono solo cose cominciate: premierato, autonomia differenziata, sicurezza, riforma della giustizia, Ponte sullo Stretto, abbassamento delle tasse. Ma c’è di più e peggio. Se il governo dovesse perdere il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, prova di indubbia valenza politica, può darsi pure che non si dimetterà, come Meloni e alleati assicurano, ma subirebbe la più bruciante e grave delle sconfitte, con conseguenze sul voto del 2027. La Meloni può vantare una indubbia affermazione in campo internazionale, non tanto per il Piano Mattei e per le varie iniziative africane, quanto per la simpatia che il mondo politico mondiale le ha riservato. I conti, inoltre, li tiene in ordine e le agenzie di rating glielo riconoscono. Ma basta a vincere il confronto con gli avversari? L’Italia in campo internazionale conta quello che conta, ossia poco o nulla. Quando si tratta, infatti, di prendere decisioni importanti, che richiedono compromissioni serie, in Europa non si va oltre Francia, Germania e Inghilterra. Ecco allora che il voto regionale di questo 2025 è un campanello d’allarme per le Politiche del 2027. Il Centrodestra potrebbe arrivare scarico all’appuntamento. Molto dipenderà, allora, anche dalla capacità del Centrosinistra di proporsi come una coalizione forte e coesa. Che non è cosa da niente, come potrebbe sembrare. Finora i centrosinistri hanno bersagliato il governo di centrodestra perfino sulle cose più banali, dimostrando solo unità d’intenti; ma, quando gli stessi si guarderanno al loro interno, potrebbero accorgersi di non essere così pronti e compatti come si erano creduti e come avrebbero voluto.

sabato 22 novembre 2025

Educazione sessuale a scuola? Ni

Qualche giorno fa (16.11.2025), sul “Corriere della Sera”, Paolo di Stefano si chiedeva chi sarebbe potuto essere l’educatore affettivo o sentimentale o sessuale a scuola e da quale insegnamento esistente si potesse sottrarre il tempo per la nuova disciplina. E dava un suggerimento: «Chiunque lo faccia, dovrà essere accompagnato da un bravo insegnante di letteratura, di quelli e di quelle che sanno leggere e appassionare». E citava i personaggi immortali creati da Hemingway, Eco, Moravia, Garcia Marquez, Vargas Llosa, fino a Elena Ferrante, autori di storie d’affetto e d’amore esemplari. Probabilmente l’ipotetico insegnante di letteratura, che a scuola peraltro esiste già, è il docente di Italiano, dovrebbe aggiungersi non so a chi altri per rendere più congruo l’insegnamento sessuale, come qualche anno fa funzionava, ma meglio dire non funzionava, la compresenza. E già questo complicherebbe la situazione, di per sé problematica. E perché non utilizzare gli autori curricolari per l’educazione sentimentale? Si pensi ai personaggi danteschi di Paolo e Francesca, ad Angelica dell’Orlando furioso dell’Ariosto, a Erminia della Gerusalemme liberata del Tasso, a Lucia dei Promessi sposi del Manzoni. Basterebbe far capire ai ragazzi, non sarebbe difficile, che Paolo, Francesca, Angelica, Erminia e Lucia sono persone che vivono ancora oggi e vivranno sempre, perché rappresentano l’elemento umano nella sua universalità. Le loro vicende sono oggi e sempre esemplari. Lezioni sui sentimenti umani fanno parte da sempre dell’insegnamento della letteratura. Nessun insegnante di Italiano si limita alla parafrasi del testo, senza l’inevitabile analisi critica e il commento attualizzante. Il suggerimento di Di Stefano era una mezza bocciatura dell’educazione sessuale a scuola, tanto più che nei propositi del legislatore questa novità pedagogica dovrebbe portare all’eliminazione o comunque alla riduzione dei femminicidi, forse il più grave problema del nostro tempo. Ci permettiamo di dire che l’educazione sessuale a scuola nulla ha a che fare col gravissimo crimine del femminicidio. Chi uccide la propria compagna o la propria fidanzata sa benissimo di commettere un crimine, ma nel momento in cui lo fa è fuori di sé, ovvero fuori dell’educazione maturata. Il femminicidio in quanto tale è sempre esistito ma in passato non era rubricabile nel suo specifico perché si trattava di casi sporadici. Oggi che il caso è un fenomeno bisogna cercare le cause col coraggio di guardare la realtà per quella che è, senza ideologie fuorvianti. Esso si lega all’emancipazione delle donne, frutto di lotte politiche e sociali a partire dall’Ottocento. Un processo lungo, lento e accidentato, giunto fino ai giorni nostri. Al centro di questo processo vi è la libertà della donna, che si realizza in molteplicità di situazioni, in alcuni casi confliggendo con altri beni. Se questi altri beni, come la famiglia e i figli, non sono riconosciuti, allora è perfino parlarne. L’uomo che uccide la propria donna, nel momento in cui lo fa, è talmente esasperato che non vede altra soluzione alla crisi in cui a torto o a ragione si trova. Basterebbe aprirgli una porta, dargli una soluzione che non fosse la fine di tutto per evitare l’irreparabile. Una porta che apparisse non la fine di tutto, ma l’inizio di qualcosa di diverso. È sbagliato pensare che l’uomo, per essere un uomo, abbia torto o debba cedere in partenza. Ma altrettanto sbagliato è fargli credere che se uccide se la può cavare con qualche anno di carcere, come a volte accade. C’è poi a scuola una questione di tempo per l’educazione sessuale. Per trovarlo bisognerebbe necessariamente sottrarlo ad altre discipline. Ma, a quali? Oggi la scuola, fra assemblee di classe e di istituto, giornate particolari da celebrare e immancabili scioperi e manifestazioni, non ha più il tempo di una volta per lo svolgimento del programma, che è parte centrale della programmazione approvata agli inizi dell’anno. Senza contare il fatto, molto spesso è accaduto – per esempio con l’educazione stradale – che, nonostante l’insegnamento ricevuto a scuola, i ragazzi, nei loro comportamenti extrascolastici, dimostrano incuranza quando non addirittura maleducazione. Un’ultima osservazione. In Parlamento è scoppiata la bagarre quando il Ministro Valditara ha aperto alla possibilità che le famiglie siano libere di far frequentare o meno ai figli le lezioni sull’educazione sessuale. Le sinistre si sono puntigliosamente opposte, dimostrando di non avere fiducia nelle famiglie. Le quali, per vivere in un Paese libero e democratico, chiedono a ragione di occuparsi da sé dell’educazione sessuale dei propri figli e figlie.

giovedì 20 novembre 2025

Caso Garofani. A pensar male...

Il consigliere alla difesa della Presidenza della Repubblica Francesco Saverio Garofani, già parlamentare Pd per diverse legislature, si è abbandonato, nel corso di una conversazione conviviale in un locale pubblico, ad esprimere giudizi negativi sul governo Meloni e a sperare in uno scossone che la facesse cadere alle Politiche del 2027, circostanziandolo pure. Una grande lista civica nazionale, un listone, guidata dall’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. A svelarlo è stato un articolo apparso il 18 novembre su “La Verità” di Maurizio Belpietro, il quale pubblicava le parole del consigliere Garofani e ipotizzava che dietro quelle parole ci fosse il Presidente della Repubblica. Di fronte al gravissimo episodio, il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha chiesto al Quirinale che smentisse le parole del suo incauto consigliere. Ma, come nella battaglia di Maclodio, “s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”, così da sinistra sospettano che dietro le parole di Bignami ci sia la Meloni. Questi i fatti in successione. In un mondo politico normale, in seguito al su citato articolo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto chiamare il suo Consigliere e chiedergli ragione delle sue gravi esternazioni ed eventualmente “licenziarlo” su due piedi ove quello avesse ammesso di aver detto le frasi attribuitegli, come poi ha fatto. Invece il Presidente Mattarella ha rassicurato il suo Consigliere – lo ha detto questi – e sull’articolo de “La Verità”, ha espresso in un comunicato: «stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica, costruito sconfinando nel ridicolo». Ora in Italia siamo cani scottati e perciò temiamo l’acqua calda, come dice un noto proverbio. Abbiamo avuto i precedenti di Scalfaro e di Napolitano contro Berlusconi. Non c’è due senza tre. A pensarla male – diceva Andreotti – si fa peccato ma il più delle volte si indovina. Ora, per cercare di evitare uno scontro istituzionale, che sarebbe gravissimo, tutti gli attori dell’ennesima commedia all’italiana si sono messi a minimizzare e a giustificarsi col “volevo dire”. Ognuno voleva dire quello che non ha detto, dicendo altro. Ma sono tutti così scarsi in Italia nella comunicazione? Gli sprovveduti non erano solo quelli di destra? Così ha fatto lo sprovveduto Garofani: «Le mie erano soltanto chiacchiere tra amici». Così il puntiglioso Bignardi: «non mi riferivo al Presidente della Repubblica ma al suo consigliere». Non così, però, Maurizio Belpietro, il quale ha ribadito la giustezza della sua posizione e ha concluso che «è ridicolo chi silenzia». Gli altri, tutti ad avere massima fiducia nel Capo dello Stato. L’incontro tra il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente del Consiglio Meloni, tenuto il 19 novembre al Quirinale, sembra aver chiarito, al di là di ciò che ognuno voleva dire, che tra le due massime istituzioni c’è intesa. Se è pace o soltanto tregua lo vedremo nei prossimi mesi. Certo è che un consigliere del Presidente della Repubblica non può chiacchierare con gli amici su questioni così delicate e importanti. Garofani deve rispondere di quanto ha detto. Si può discutere sull’entità della giusta punizione, ma la questione non può finire con un nulla di fatto. Torniamo all’incidente. Delle due l’una: o le parole indiziate sono scappate involontariamente o sono state dette di proposito. Per trarre quale “utile” nel secondo caso? Complotti a parte, fatto sta che oggi gli italiani sanno da che parte sta il Quirinale, se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore conferma. Non è cosa da niente. È un incoraggiamento a tutte le opposizioni e all’elettorato antimeloniano a confidare nella prossima battaglia elettorale. È una squilla, una mobilitazione generale. Essa non cade a sproposito, stante la vigilia delle elezioni in tre importanti regioni italiane, il Veneto, la Puglia e la Campania. Proprio dai risultati che usciranno da quelle urne si possono trarre gli auspici per il non lontanissimo referendum sulla riforma della magistratura, che può determinare a sua volta e nell’immediato un principio di sconquasso in vista delle Politiche del 2027. Ecco perché l’uscita apparentemente sconsiderata di Garofani, l’attacco al Presidente della Repubblica di Belpietro e l’intervento di Bignami sono da intendersi giocate di una partita già iniziata. Il tressette italiano è arrivato alle ultime carte, quando tutti sanno che cosa ha ciascuno in mano.

sabato 15 novembre 2025

Ricchi, poveri e il mantello di San Martino

La Legge di Bilancio 2026, di cui si dibatte in questi giorni, ha creato un confronto di idee e proposte non solo tra governo e opposizioni ma anche all’interno del governo stesso. Le esigue risorse disponibili, che rendono estremamente povera la Finanziaria di quest’anno, manovra di 18 mld di Euro, hanno fatto gridare ad un certo punto le opposizioni, le quali hanno invocato una patrimoniale per i redditi più alti e altissimi e hanno accusato il governo di aver favorito i ceti più abbienti. Infelice la risposta di vari esponenti della maggioranza governativa, che hanno ammesso di aver favorito i ceti medi, ma che non può considerarsi ricco uno che ha un reddito di due-tre mila euro al mese. Come si saranno sentiti i circa sei milioni di poveri assoluti che stanno in Italia, lascio immaginare. Io credo che perfino per un terzo di quel reddito sarebbero disposti a farsi a piedi per intero la via francigena, andata e ritorno. Obiettivamente la situazione finanziaria italiana è preoccupante. Gli extraprofitti delle banche e una patrimoniale avrebbero potuto rimpinguare le casse dello Stato e consentire una più equa spartizione delle risorse. Ma il governo non solo non ha fatto ricorso a simili strumenti, lo ha fatto solo in parte per gli extraprofitti bancari, ma si è perfino vantato di non aver fatto ricorso alla patrimoniale. Tajani, capo della componente moderata della coalizione governativa, se n’è perfino gloriato: mai patrimoniale finché ci siamo noi al governo. In sostanza anche i partner governativi, FdI e Lega, si sono detti d’accordo, contravvenendo a loro precedenti posizioni. Soprattutto FdI, erede del Msi, la cosiddetta destra sociale, avrebbe dovuto pensarla diversamente. Non è stato detto sempre da quelle parti che la proprietà deve avere una funzione sociale? Che essa deve andare in soccorso dei ceti in difficoltà? Che la destra economica deve concedere qualcosa ai ceti meno abbienti? Non era mai successo prima che importanti esponenti del governo dichiarassero apertamente di aver favorito una classe piuttosto che un’altra, ma sempre si era cercato di avvalorare una politica di equa distribuzione della ricchezza, se non altro a parole. Si ha il sospetto che in Italia ci si stia convincendo che a votare vadano solo i benestanti, le categorie che possono considerarsi abbienti al punto da ricevere al momento giusto la “riconoscenza” dal governo. E che, viceversa, i poveri e i bisognosi si sono talmente scoraggiati da preferire di starsene a casa anziché andare a votare, mettendosi da soli fuorigioco. Una finanziaria insomma pensata per il cinquanta per cento della popolazione, quella che vota. Anche la Lega ha perso, strada facendo, la sua vocazione popolare, finendo per essere né carne né pesce. Il ministro leghista Giorgetti ha dimostrato di essere un buon ministro, ma solo tecnicamente, bravo a far quadrare i conti, che altri avrebbero fatto. Se così stanno le cose, basterebbe che gli attuali diseredati, che da qualche tempo non votano, riconoscessero in una parte politica chi li può veramente rappresentare e li votassero e alle prossime elezioni se ne vedrebbero delle belle. Io credo che l’astensione dal voto sia stata finora sottovalutata. Divaricare il Paese tra quelli che votano e quelli che non votano, per giungere a considerare i primi in maggioranza di centrodestra e i secondi in maggioranza di centrosinistra, e perciò i primi da privilegiare e i secondi da trascurare, è un errore, che può avere in futuro ricadute elettorali importanti. Non a caso da anni si denuncia l’astensione crescente dal voto degli elettori italiani, senza tuttavia studiare il caso per prendere gli adeguati provvedimenti. Vedremo alle prossime regionali, il 23-24 novembre, quale sarà la risposta dell’elettorato. Si voterà in tre regioni importanti anche dal punto di vista demografico, Veneto, Campania e Puglia. Gli esiti potrebbero dare elementi di valutazione significativi. Per intanto sarebbe bastato pensare ad una ricorrenza di questi giorni, che in Italia, pur senza essere festività nazionale, ha la sua importanza popolare, la festa di San Martino, per trarre auspici. Martino di Tours, cavaliere imperiale, incontrò sulla sua strada un mendicante e non avendo altro da dargli si tolse il mantello dalle spalle e con la spada lo divise in due dandogliene metà. Si può obiettare dicendo che per l’eccezionalità del gesto fu fatto santo. Oggi, invece, viviamo in un mondo in cui i cavalieri imperiali potrebbero pure fermarsi davanti al mendicante ma solo per vedere meglio se fosse in possesso di qualcos’altro da sottrargli.

sabato 8 novembre 2025

Inneggiare al fascismo è solo un dispetto da ragazzi

L’on. Guido Crosetto, Ministro della Difesa nel governo Meloni, è tra le personalità più stimabili e rispettabili. Conferisce alla formazione governativa non solo competenza tecnica, ma anche credibilità politica e compostezza formale. Sicché, quando alcuni giorni fa è esploso in un anatema contro alcuni ragazzi di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di FdI, rei di aver cantato inni fascisti in ricorrenza della Marcia su Roma, mi sono meravigliato per l’esagerazione. Vanno presi a calci – ha detto arrabbiatissimo – vanno cioè espulsi, allontanati dal partito perché certe manifestazioni di nostalgia fascista non sono più tollerabili. A mio avviso il Ministro è stato ingeneroso nei confronti di quei giovani. Se per una ragazzata tiri fuori i calci, non rendi un buon servigio al tuo partito, che di linfa giovanile ha bisogno. Non mi sembra che le sezioni politiche pullulino di giovani che vogliono interessarsi di politica. Laddove ci sono, sono preziosi, anche quando esagerano, che è tipico della loro età. Un proverbio salentino dice “carne ca crisce ci no ùjica bberminisce” (la gioventù se non ribolle imputridisce). Semmai, allora, i giovani vanno educati alla moderazione e alla cultura, non presi a calci, nella consapevolezza che i giovani non possono comportarsi come gli anziani e che i giovani di FdI sono diversi da quelli dell’ex Democrazia cristiana, partito a cui apparteneva Crosetto. I giovani, pur con le loro stravaganze, sono il futuro di ogni partito, di ogni impresa, della Nazione. Senza di loro, il conteggio si può fare solo alla rovescia. Ha dimostrato Crosetto di essere prono agli avversari di sinistra, autentici campioni nella guerra delle parole. Essi, infatti, hanno criminalizzato ogni riferimento al fascismo, che si tratti di studio approfondito o di innocente ragazzata poco conta; e fanno dell’ironia persino sulle “cose buone” che fece il fascismo. Cose che, ad ottant’anni dalla sua fine, tutti possono vedere ancora ad occhio nudo andando a spasso nelle città italiane. Per dei ragazzi che danno sfogo alla propria giovinezza, tra il piacere della trasgressione e l’euforia dell’età, le sinistre, sempre incazzatissime, se la prendono con Giorgia Meloni e con Fratelli d’Italia e chiedono subito soddisfazione come persone offese nei sentimenti democratici, spaventate per l’imminente perdita della libertà. L’on. Crosetto sa bene che non è in pericolo un bel niente, caso mai l’intelligenza di questi fascistofobi, ma si presta al gioco degli avversari, i quali lo sanno meglio di lui che altri sono i problemi dell’Italia. Tanti che oggi sono al governo, ai loro dì, hanno cantato a squarciagola chissà quante volte inni fascisti. Lo si chieda a Ignazio La Russa, attuale Presidente del Senato, e alla stessa Giorgia Meloni. Questi non si sono mai sognati di realizzare i propositi del “pugnal tra i denti e bombe a mano” e gridando “Duce Duce” non pensavano affatto ad un ritorno alla dittatura. In Italia ci saranno sempre nostalgici di Mussolini e del fascismo come in Francia di Napoleone Bonaparte e dell’impero. Ricordo che nel corso delle campagne elettorali degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta i grammofani delle sezioni missine, con gli altoparlanti rivolti verso l’esterno, suonavano Giovinezza, Faccetta nera, Battaglioni del Duce, l’Inno dei giovani fascisti. Nessun carabiniere o vigile urbano interveniva per farli spegnere. A quei tempi il Msi raggiungeva percentuali bassissime, non impensieriva nessuno. “Ragliate, ragliate” dicevano i suoi avversari, con evidente disprezzo. Ora che gli eredi di quel partito sono democraticamente al governo si grida al pericolo. Ma non è soltanto ipocrisia dei partiti cosiddetti antifascisti. Nell’Occidente tutto si è succubi del politicamente corretto per cui al posto dei vecchi tabu, dei quali la civiltà occidentale si è liberata, ci sono i nuovi, che – guai! – a tentare di nominare. Così del fascismo, della Nazione, della Patria, del patriarcato, della famiglia conviene non dire niente, chinare il capo e tacere. Sta accadendo ciò che accadde a Roma, quando conquistò la Grecia con le armi ma da quella si fece conquistare con la cultura. Le destre hanno sconfitto le sinistre con le loro stesse armi, ovvero in libere votazioni, ma si stanno facendo conquistare dalle loro parole di rancore e di odio. Per cui inneggiare, anche per scherzo goliardico, al fascismo, diventa un fatto così grave che un ex democristiano diventato ministro anche coi voti degli eredi del Msi, vuole prendere a calci ed espellere dei ragazzi che per fare i dispettosi si sono messi a cantare degli inni sapendo, appunto, di fare solo un dispetto.

sabato 1 novembre 2025

La sinistra vuole la guerra civile

Quando Elly Schlein, leader del Pd e della coalizione di centrosinistra detta “Campo largo”, dice che la democrazia è a rischio se a governare il Paese è una formazione della destra estrema “sa” quello che dice. Altro che! Ovviamente eccede in iperboli per rendere più impressionante il concetto. La “poveretta” è stata massacrata perfino dai suoi per l’esagerazione della sua affermazione, considerando che oggettivamente al governo in Italia non c’è l’estrema destra e la democrazia non è affatto in pericolo. Ma gridare “Al lupo! Al lupo! giova e lo si vede. In tutto il Paese ormai c’è una guerriglia quotidiana con estremisti di sinistra all’attacco, i quali ormai dicono apertamente che sono “in armi” non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per far cadere il governo Meloni. Landini, segretario generale della Cgil, incalza, minaccia scioperi generali, parla di rivolta sociale e si auspica pure lui il peggioramento di quanto sta accadendo. Gli studenti di sinistra occupano le università e le scuole, impedendo agli altri qualsiasi iniziativa, perfino di entrare, come è accaduto all’ex deputato Emanuele Fiano, espulso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia perché ebreo e sionista. Episodi di violenza si susseguono ogni giorno. Piazza e sindacato di sinistra sembrano in servizio permanente effettivo per “provocare” il governo, sperando che prima o poi perda la pazienza e intervenga come sperano i “difensori della democrazia”. Se poi nel frattempo in uno dei tanti scontri con le Forze dell’Ordine si fa male qualcuno, ben venga, sarà accolto come una manna dal cielo. Grideranno Schlein e compagni: avete visto? Il governo reprime, la democrazia è in pericolo. Schlein “sa” quel che dice! Stiamo assistendo da più di un mese ad un film già visto. Era il ’68, studenti e operai in rivolta in tutte le scuole e le piazze; poi gli stessi divennero terroristi, “Brigate Rosse”, “Potere operaio” e tante altre sigle, che diedero l’assalto allo Stato, alle sue istituzioni, ai suoi uomini. Fino al culmine, nel 1978, col rapimento di Aldo Moro, Presidente della Dc. Dieci anni di guerra civile, una guerra a bassa intensità, ha detto Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione Stragi. Non furono i governi di quegli anni a mettere in moto la reazione, almeno non gli uomini più rappresentativi, ma soggetti che si servirono di pezzi dello Stato per mettere in atto una strategia di lotta, provocata dall’attacco della sinistra extraparlamentare, rivoluzionaria e combattente. Dall’altra parte, infatti, si reagì come in genere accade quando lo squilibrio fra le parti in lotta è vistosamente a favore di una delle due: con la violenza fantasma, con lo stragismo. Questa è storia: bombe nelle banche, sui treni, nelle stazioni, nelle piazze, esecuzioni individuali. Ancora oggi non tutto è chiaro di quegli anni; ma da quel che si vede c’è una parte politica, il centrosinistra, che da incosciente fa di tutto per ricreare nel Paese le condizioni per uno scontro di quel livello. È questo che la Schlein vuole dire quando afferma che con la destra estrema al governo la democrazia è in pericolo. La verità è che oggi, in Italia, sono quelli di sinistra i veri “reazionari”. Sono contrari a tutto, alle riforme come alla costruzione di importanti opere strategiche come il ponte sullo Stretto. Essi si stanno rendendo conto che il governo in carica sta realizzando le promesse che la maggioranza di centrodestra aveva fatto agli italiani. Essi assistono da tre anni ad un susseguirsi di successi del governo Meloni, che senza essere straordinario non si può dire neppure che sia uno scatafascio. I sondaggi, nonostante gli scompigli della sinistra, che denuncia un fallimento che non c’è, danno ragione al governo Meloni. E, allora, che fare? Il ragionamento è semplice: abbatterlo con la violenza, dopo aver creato nel Paese un clima di scontro continuo e sperare che prima o poi la situazione precipiti. Ma se per disgrazia degli italiani un governo liberamente eletto dagli elettori dovesse cadere per il clima di ingestibilità del Paese, provocato dalle sinistre, le conseguenze sarebbero estremamente gravi, in questo caso sì per la democrazia. Perché vorrebbe dire che il sistema democratico non è più in grado di garantire il rispetto del voto; sarebbe una sorta di golpe, mascherato da eccessi democratici, come la guerriglia urbana e le sceneggiate parlamentari, che la sinistra si ostina a chiamare normale protesta democratica. La parola d’ordine pertanto per la maggioranza di governo è mantenere i nervi saldi, non prestarsi alle provocazioni, sperando che la situazione non vada oltre il sopportabile, come sperano le sinistre, guidate dalla stretega Elly Schlein. Che quando parla, sa quel che dice e perché lo dice!

sabato 25 ottobre 2025

Meloni bene, a parte Trump

Alla domanda su Meloni e Schlein il giurista Sabino Cassese, intervistato da Roberto Gressi del “Corriere della Sera”, ha dato questa risposta: «Non c’è possibilità di paragone. Meloni studia, è la migliore allieva di Togliatti, come lui è realista. E ha capito, come prima di lei De Gasperi, che il modo migliore di fare la politica interna è fare la politica estera. Sull’altro fronte vedo il vuoto politico, solo slogan che inseguono l’ultima notizia dei giornali. Quando Schlein ha detto che la democrazia è a rischio mi sono cadute le braccia» (CdS, 21.10.2025). Giudizio di un uomo di assoluta insospettabilità e di profonda dottrina. Basterebbero i due nomi citati da Cassese per tenere la Meloni a livelli altissimi, essendo stati Togliatti e De Gasperi due protagonisti in assoluto dell’Italia repubblicana ai suoi inizi, due leader insuperati. Avvertiamo, tuttavia, la necessità di evidenziare ciò che della Meloni in questo momento appare preoccupante e che più in là potrebbe essere causa di una sua crisi. In questa sede nessun paragone con la Schlein o con altri. Riteniamo, però, che le critiche, quando esse hanno un fondamento, vadano fatte non quando tutto va male, quando è facile farle, ma prima, quando tutto sembra arridere. Qualche evidenza. In occasione delle manifestazioni in tutta Italia in favore della Palestina, che hanno caratterizzato il mese di ottobre, Meloni ha dimostrato di non essere in sintonia col Paese ed ha assunto atteggiamenti di incomprensione se non di conflittualità con esso. A manifestare, infatti, c’era un arco di rappresentanze che andava dagli antagonisti a cittadini moderati e perfino elettori di destra. Recentemente Landini, segretario generale della Cgil, ha tirato le somme definendola “cortigiana di Trump”. Espressione, questa, di una gravità enorme, tanto più che Landini non ha inteso neppure chiederle scusa, confermando di aver voluto dire proprio quello che aveva detto, cioè la Meloni persona che fa parte della corte di Trump. Bando a qualsiasi altra interpretazione, sbagliata oltre che volgare, l’accusa è precisa: la Meloni è troppo appiattita sulle posizioni di Trump. Così appare, anche se così non è. Lei è ferma su posizioni filooccidentali mentre Trump è piuttosto ondivago e per certi aspetti irricevibile. La politica della Meloni è chiara e coerente nei limiti della realtà che cambia e si evolve: europeista e filoamericana, favorevole al riconoscimento di una Palestina moderata e rispettosa di Israele nell’ambito della formula “due popoli due stati”, in favore di una pace giusta in Ucraina. Questi sono i punti fondamentali della sua politica estera, al di là di ogni intento delle opposizioni di denigrarla o di irriderla. Gli elogi pubblici di Trump, di un uomo noto ormai per le sue stravaganze verbali e comportamentali, le fanno più danno che utile. All’infelice sortita di Landini si è aggiunta più recentemente quella della grillina Alessandra Maiorino, che l’ha definita cheerleader (ragazza pon pon). Il termine cortigiana, femminile di cortigiano, uomo di corte, rimanda al nostro Rinascimento quando nelle corti italiane tutti pendevano dalle labbra del signore e tutti cercavano di non contraddirlo: «Pazzo chi al suo signor contradir vole, / se ben dicesse c’ha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole» (Ariosto, Satire, I). Ora Trump non perde tempo a punire tutti i suoi avversari e a prodursi in trovate vomitevoli come quella prodotta dall’Intelligenza Artificiale, che lo vede in aereo che bombarda col suo sterco i manifestanti che lo contestano per i suoi atteggiamenti da sovrano. Una scena che nessun sovrano vero si sognerebbe mai di immaginare: prendere a merdate i propri sudditi perché dissentono. Ma lo può fare Trump in democrazia, e questo è davvero un problema per gli americani. Sicché quando vediamo la Meloni essere associata a Trump non crediamo che le venga fatta una cortesia. Per questo i leader dei più importanti paesi europei hanno assunto un atteggiamento di prudenza nei confronti del Presidente americano, preferendo molto spesso il silenzio, che non è condanna ma nemmeno consenso. La Meloni perciò dovrebbe stare attenta a non farsi legare troppo ad un politico di tal fatta e a ritagliarsi una sua autonomia, che è poi l’autonomia dell’Italia, dato che lei è a capo del governo italiano; che è l’autonomia dell’Europa. Trump cambia molto spesso parere, ha comportamenti autoritari, da principe capriccioso o da sovrano dispotico. Nessuno può dire quello che lui effettivamente pensa su un determinato problema. A seguirlo nelle sue scorribande, si rischia di fare la fine che prima o poi farà lui.

sabato 18 ottobre 2025

C'era una volta il voto

C’era una volta il voto. Valeva quanto una pepita d’oro. Quando si contavano nello spoglio delle schede era un processo infinito ogni volta che per una incertezza grafica il voto veniva contestato. C’erano i rappresentanti di lista con occhi aperti e lingua pronta a rivendicarlo al proprio partito o ad annullarlo a seconda della convenienza. Erano così preziosi i voti? Certo. Era preziosa la politica. Erano preziosi i partiti. Erano preziosi i comizi, a cui partecipavano moltitudini di cittadini. Essi, a quei tempi, erano protagonisti; tali si sentivano. Le percentuali dei votanti erano altissime. Fino al conteggio dell’ultima scheda non si conoscevano gli esiti dei vari candidati. Oggi con le proiezioni si sanno dopo appena cento schede scrutinate. Il resto si potrebbe pure zavorrare. I recenti risultati elettorali delle Regionali di Marche, Calabria e Toscana hanno fatto registrare un ulteriore calo dei votanti. Più della metà degli elettori non è andata a votare. Nelle Marche e in Calabria ha vinto il candidato di centrodestra con largo margine sull’omologo del centrosinistra; in Toscana è accaduto il contrario: ha vinto il candidato del centrosinistra con largo margine sull’avversario di centrodestra. Viene di pensare che oggi una buona percentuale di votanti, sia di destra che di sinistra, non si rechi a votare perché lo ritiene inutile, a volte deluso dal proprio partito, altre volte nauseato dalla politica. Penserà: con me o senza di me non cambia nulla. Perché gli elettori di sinistra dovevano votare nelle Marche e in Calabria dal momento che era scontato che vincesse il candidato di destra? Così in Toscana, perché l’elettore di destra doveva andare a votare stante la certezza del successo del candidato di sinistra? In altri termini, nelle Marche e in Calabria gli elettori di sinistra hanno ritenuto che era inutile votare; altrettanto hanno pensato gli elettori di destra in Toscana. La pigrizia e un malinteso senso del voto hanno caratterizzato le elezioni. C’è evidentemente una questione psicologica dell’elettore che si sbaglia a non voler considerare in tutta la sua importanza. Un po’ è accaduto anche per la polarizzazione della politica. All’interno dei due poli gli elettori si sentono meno motivati e determinanti che se si votasse con la proporzionale per il proprio partito, come accadeva al tempo del proporzionalismo, quando i partiti si impegnavano coi loro elettori per raggiungere il miglior risultato possibile da spendere poi nelle formazioni governative che seguivano. Allora, non a caso, si parlava di patriottismo di partito, di orgoglio di appartenenza; di distintivi all’occhiello. Oggi i vari partiti che compongono il cartello, sia a destra che a sinistra, non si sentono motivati. Così ci sono partiti, la Lega a destra e il M5S a sinistra, che battono la fiacca. A destra la Lega spesso non si riconosce nelle posizioni dei Fratelli d’Italia e di Forza Italia e non si sente motivata a portare voti leghisti ad una coalizione nella quale occupa una posizione piuttosto defilata. Così accade nel Campo del centrosinistra. I cattivi risultati del M5S parlano chiaro, il partito non si riconosce appieno in una coalizione in cui a tenere il vertice è un altro partito, in questo caso il Pd. Perché portare acqua ad un mulino che non è il proprio? Il vero problema della nostra democrazia è la scarsa considerazione che i cittadini hanno del voto, non più pepita d’oro, ma pagliuzza. Ciò è accaduto per la loro crescente marginalità politica. Quando le campagne elettorali si facevano sulle piazze e i politici si rivolgevano direttamente ai cittadini, nel corso dei comizi, gli elettori si sentivano parte importante della politica fin dalla partecipazione al raduno. Oggi è come se tutto si svolgesse in un altrove non credibile, lontano, estraneo, come sono ormai i dibattiti disordinati nelle varie televisioni. I vari talk show di politici e giornalisti hanno tolto la scena ai cittadini, i quali si sentono esclusi dalla competizione politica. Quando si arriva al voto essi si sentono inutili, come se tutto dipendesse da altri fattori e non già dal voto espresso da ciascuno nella cabina elettorale. I sondaggi, peraltro, concorrono a convincere gli elettori che i giochi ormai sono fatti e che è del tutto inutile votare. Occorrerebbe, a questo punto, un sistema di consultazione elettorale che restituisse centralità ai partiti e concreto protagonismo agli elettori. Fino a quando non si trova bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, sperando che prima o poi l’elettorato recuperi entusiasmo e motivazioni per votare.

domenica 12 ottobre 2025

Israele-Palestina...alla prossima!

Storica è storica, la data del 9 ottobre 2025. Segna la pace tra Israele e Palestina dopo due anni e due giorni di guerra. Donald Trump è riuscito a domare Netanyahu e a farlo desistere da propositi che ormai perfino l’opinione pubblica mondiale riteneva inaccettabili. Le manifestazioni di questi ultimi tempi di protesta pro Palestina e contro Israele hanno risvegliato nel mondo un preoccupante spirito antisemita. Le cose che si son viste e sentite sulla guerra iniziata il 7 ottobre 2023 con la strage di 1200 israeliani e 251 ostaggi presi da parte palestinese ai danni degli israeliani e sulla reazione di questi con 67mila palestinesi morti e la distruzione di un’intera regione sono degne del proverbiale aggettivo biblico. In quella terra, santa o promessa come la si vuol chiamare, tutto quello che accade è biblico, enorme, ad un certo punto insopportabile. È accaduto anche questa volta che torto e ragione tra le due parti si sono intrecciati al punto che la ragione dell’uno si è trasformata in torto e viceversa. La tragedia di questi due popoli sta proprio nel fatto che hanno ragione e torto insieme. Di qui l’impossibilità di concludere con una pace convintamente accettata dai due contendenti. Tutto sarebbe più semplice se una delle due parti avesse ragione e l’altra torto. E invece si è svolto tutto secondo copione: alla fine a giganteggiare col suo colossale torto è stato Israele, che all’inizio era partito con la ragione a gonfiare le vele della sua giusta vendetta. Ma è veramente pace quella raggiunta negli accordi di Sharm El Sheikh? Se non fosse enorme pensarlo sembrerebbe una messa in scena per convincere la commissione del Premio Nobel riunita a Oslo per conferire il Premio a Donald Trump per i suoi meriti nel far cessare il fuoco a Gaza e nella restituzione degli ostaggi israeliani, morti e vivi. Quanto meno è legittimo nutrire qualche dubbio. Si fa fatica a pensare che sarà cancellata Hamas e ancor più la possibilità che si dia concretezza allo Stato di Palestina, che a questo punto non si sa più dove collocarlo. Si sa che Israele è contrario alla sua esistenza e che il territorio, la Cisgiordania, storicamente della Palestina, è di fatto occupato dai coloni israeliani, che difendono contro le loro stesse autorità. Al di là delle parole e degli intenti, a cui si può credere o meno, c’è la realtà che rende tutto più complicato. Ad un certo punto è apparso chiaro l’obiettivo di Netanyahu, cancellare ogni possibilità per i palestinesi di avere uno Stato. L’occasione per farla finita una volta per tutte era proprio questa guerra, nata per un indiscutibile torto subito col bliz palestinese del 7 ottobre 2023. Se non ora, quando? Deve aver pensato Netanyahu. Un obiettivo folle, perché un popolo non sparisce mai e quando i suoi rappresentanti altro non possono per farsi le proprie ragioni ricorrono al terrorismo, alla guerriglia urbana. Di esempi ne abbiamo visti tanti. Proprio i palestinesi si sono resi tristemente noti per i vari attentati compiuti sia in Israele sia in Europa, Italia compresa. Lo Stato di Palestina è perciò la condizione più importante per la sicurezza dello stesso Stato di Israele. Si tratta di trovare i confini precisi di questo Stato, anzi di questi due Stati, di giungere al reciproco riconoscimento, di accettare un modus vivendi che se non è proprio idilliaco quanto meno privo di pretese rivendicazionistiche. Ma il fatto stesso che si insista sul “due popoli due stati” dopo oltre ottanta anni di guerre dà il senso di quanto sia difficile sbrogliare la matassa. Il negato reciproco riconoscimento rende unico questo conflitto. Prima ancora di spartirsi qualche cosa, in questo caso il territorio, c’è che i due contendenti non si riconoscono, si escludono a vicenda. Prima era la Palestina a non voler riconoscere lo Stato di Israele, ora è anche lo Stato di Israele a non voler riconoscere uno Stato della Palestina, mentre la carta geografica politica interna del Paese è stravolta. La Cisgiordania, territorio palestinese, è oggi occupata da insediamenti di coloni israeliani; mentre l’altra parte di territorio palestinese, la Striscia di Gaza, è stata letteralmente svuotata dei suoi legittimi abitanti. Questo dà l’idea di quanto sia difficile ipotizzare una vera pace tra i due popoli e i due Stati. Se alla fine Netanyahu ha ceduto alla soluzione di Trump lo ha fatto per mettere provvisoria fine ad un processo di massacro, quasi di genocidio, che ha prodotto nel mondo un’ondata di sdegno e di antisemitismo pericoloso. Obiettivi ebrei da colpire sono in tutto il mondo e un popolo di disperati, come quello dei palestinesi, non ha bisogno d’altro per riprendere la sua guerra.

sabato 4 ottobre 2025

La Flotilla ha fatto putsch

Alla fine non c’è più niente da scoprire. I manifestanti Pro Pal, scatenati nel loro “blocchiamo tutto” in accompagnamento dell’avventura della Flotilla, hanno rivelato la loro vera finalità: “Meloni dimissioni”. Il governo deve cadere! Lo gridano nei loro slogan mentre sciamano per le vie cittadine di gran parte delle città italiane. Sarà pure che la Flotilla era globale, con quarantaquattro nazioni rappresentate, ma la nutrita componente italiana aveva scopi ben diversi dagli altri compagni di avventura. In nessun paese europeo si è verificato quanto sta accadendo in Italia. Mobilitazioni spontanee e massicce in ogni città, sciopero generale, scene da guerriglia urbana in tutto il Paese, attacchi dell’opposizione al governo, come mai in precedenza. All’indomani dell’ennesimo successo del centrodestra, questa volta nelle Marche, i suoi nemici hanno colto l’occasione di Gaza per tentare la spallata e mettere in crisi il governo. Desiderare non è reato, specialmente in politica, dove tutto si può chiedere e pretendere nella convinzione che è sempre troppo poco. Così si diceva nel ’68, anno che sembra avvicinarsi a salti tripli. Dove non arrivano col voto “lor signori”, i democratici!, cercano di arrivarci con la violenza, col disordine, col caos. Roba vecchia, saputa e risaputa. Che quella di Gaza fosse una scusa, ghiotta, lo si era capito da tempo. I flotillanti sono stati costretti ad ammetterlo dopo gli interventi del Presidente della Repubblica Mattarella e del Cardinale Pizzaballa, primate di Gerusalemme, che suggerivano come far recapitare gli aiuti ai palestinesi di Gaza senza forzare il blocco navale degli israeliani. Senza volerlo, i saggi consigli di questi due santi uomini hanno rotto le uova nel paniere dei flotillanti costringendoli a dichiarare le loro vere finalità politiche. Ah, perché – hanno detto – davvero quelli pensano che noi vogliamo portare gli aiuti ai palestinesi e poi tornarcene come se avessimo fatto una scampagnata? Il nostro ha un obiettivo politico con tutte le conseguenze che ne possono derivare. In Italia, soprattutto, paese che più di ogni altro al mondo ha adottato la bandiera della Palestina come la propria bandiera politica. I bambini che muoiono, la fame, il genocidio c’entrano, c’entrano; ma intanto servono alla causa italiana. Non è un caso che nella Flotilla c’erano quattro parlamentari dell’opposizione; di ogni componente, del Pd, del M5S e dell’Avs. Una presenza più che simbolica, qualificante, di appropriazione degli esiti quali fossero stati. E se nel mare operavano i nuovi ulissidi, sulla terra ferma operavano i loro omologhi. I parlamentari dell’opposizione continuavano a bersagliare il capo del governo, accusato di essere complice di genocidio, mentre Landini, segretario generale della Cgil minacciava lo sciopero generale. Il resto, i soliti a scatenare il terrore urbano. Tutto concertato. La tecnica è sempre la stessa: occupazione delle università, assalto alle stazioni, agli aeroporti, invasione delle piazze, sfascio di tutto ciò che capita. Pensano: il governo sarà costretto a mostrare il suo vero volto, quello repressivo. È o non è fascista questo governo? E allora la cosa è fatta! Se poi resta con le mani in mano, tanto peggio per lui, dimostra di non essere in grado di garantire l’ordine e la sicurezza e perderà la faccia nei confronti dei suoi sostenitori e del mondo. Il governo, invece, coi suoi ministri di competenza, Taiani e Crosetto, Esteri e Difesa, ha svolto un compito irreprensibile, tutelando i flotillanti nostri connazionali, col solo limite di non provocare incidenti diplomatici. Che più? Taiani è rimasto continuamente in contatto col suo omologo israeliano per avere informazioni e rassicurazioni. Crosetto ha inviato una nave della Marina Militare per quanti avessero voluto desistere ove la situazione fosse degenerata. L’impresa per certi aspetti, all’inizio, mostrava di essere suggestiva. Si trattava di forzare un blocco navale su barche in festa di bandiere e di sventolii. Gaza sembrava una specie di Fiume, la città conquistata nel 1919 dai legionari d’annunziani, tanto che anche tra i giovani di destra serpeggiava qualche simpatia. Si è risolta in un esito scontato. I flotillanti si sono pacificamente arresi ancor prima di entrare in acque territoriali controllate dagli israeliani, appena i militari della stella di David hanno loro intimato di alzare le mani e di lasciarsi arrestare. Il resto è grigio protocollo, burocratico iter, fino al ritorno di ognuno a casa sua sano e salvo, come volevasi che accadesse. O forse no! Resta in Italia tra i “palestinesi” la delusione per non essere accaduto nulla di importante che giustificasse l’assalto alla nazione, come già se ne vedono le imprese.

sabato 27 settembre 2025

Fascisti immaginati e sfascisti veri

Le manifestazioni del 22 settembre in 81 città italiane in favore della Palestina hanno provato, ancora una volta, che in Italia c’è il “partito” degli sfasciatori, che per esigenza di nominalismo dialettico chiamo sfascisti. A Milano specialmente, in centinaia, si sono scatenati con l’unico scopo di sfasciare, ovvero di distruggere, dando sfogo ad una sollecitazione interiore a vendicarsi di vere o presunte frustrazioni subite. Risultato, allo sfascio di oggetti, auto e vetrine, va aggiunto il tentato sfascio di sessanta agenti delle Forze dell’Ordine, tra poliziotti e carabinieri, finiti in ospedale. Deve essere proprio bello per soggetti simili abbandonarsi agli istinti primordiali e infantili di distruggere tutto in una sorta di rito orgiastico nel trionfo dell’irrazionalità! Si capirebbe – ma saremmo nella razionalità – se l’esito della manifestazione dipendesse dai danni prodotti. Più danni più successo. Il che non accade, il successo dipende dalla partecipazione pacifica del maggior numero di persone, obiettivo sicuramente ridotto perché c’è sempre chi non partecipa per non rischiare di trovarsi nel mezzo delle violenze. Questo “partito” non è solo. C’è il suo legale rappresentante in Parlamento, che è costituito da tutte le forze di sinistra, le quali se mai accadesse qualcosa di grave ad uno di quegli sfascisti, la morte per esempio, come accadde un po’ di anni fa a Genova, come minimo chiederebbero di intitolargli una piazza e di punire esemplarmente i responsabili della sua morte. Non c’è niente da fare. Qualsiasi manifestazione è buona per questi mestieranti dello sfascio per dimostrare che loro ci sono, a prescindere dalle ragioni e dalle finalità. Una volta, chi organizzava la manifestazione, fosse partito politico o sindacato, si preoccupava di affidare al servizio d’ordine il compito di impedire che si infiltrassero guastatori. In genere questo era formato da persone accorte e robuste che mettevano niente a prendere qualcuno e a sbatterlo fuori senza complimenti. Allora tutto o quasi si svolgeva nell’ordine. La manifestazione si poteva dire riuscita se nessuno si faceva male. Dal ’68 non è stato più così. Il governo ribadisce che non impedirà mai lo svolgimento delle manifestazioni anche quando dovessero degenerare in aggressioni violente, come poi regolarmente accade. La democrazia prima di tutto. Lo ha confermato il Ministro degli Interni Matteo Piantedosi, al termine della giornata pro Pal del 22 ultimo scorso. Attenzione! Non siamo agli anni Sessanta e Settanta dell’altro secolo quando alle manifestazioni si andava con la P 38, con le catene e le spranghe di ferro, ma ci stiamo avvicinando. Per la Palestina è stata occupata a Roma la Facoltà di Lettere dell’Università, così a Bologna e in altre città. Altro sopruso, che passa con un rassegnato “ci sta”, come se occupare un luogo pubblico, impedendo ad altri di usufruirne, fosse lecito. A simile sfascismo è proibito reagire. Farlo significherebbe passare per fascisti e incappare nelle ganasce della giustizia costituzionale, che, come si sa, vieta di essere fascisti a salve e consente di essere fascisti a pallottole. Dobbiamo, allora, rassegnarci ad essere in balia di questa gente? Dobbiamo assistere inermi al progressivo attacco allo Stato? Non consideriamo che le Forze dell’Ordine sono lo Stato e che se colpite si colpisce lo Stato? Quando nelle piazze trionfa la violenza degli antagonisti a danno della popolazione e di chi la difende è la democrazia che si arrende. Tanti buoni cittadini – e in Italia sono la stragrande maggioranza – devono assistere senza poter fare niente alla degenerazione della democrazia e preoccuparsi perfino della propria incolumità. Se si consente la manifestazione a simili sfascisti, si priva altri della possibilità di esercitare democraticamente i propri diritti. Sono considerazioni di estrema semplicità, che dovrebbero fare i responsabili della tenuta democratica di questo Paese. Agli inizi del governo Meloni, tre anni fa, tra le tante contumelie dette dagli avversari c’era quella di fascismo, la più scontata; ma dopo tre anni nessuno è in grado di indicare un solo episodio di fascismo compiuto dalle forze governative. Per trovare qualche esempio gli avversari devono citare il busto di Mussolini di La Russa o la foto goliardica di qualche Fratello d’Italia vestito da nazista. I fascisti immaginati hanno dimostrato di sapersi comportare rispettando la Costituzione, mentre gli sfascisti veri alzano sempre il tiro e in nulla sono cambiati da quello che sono sempre stati: violenti e prevaricatori.

sabato 20 settembre 2025

La violenza nasce dal disprezzo e dall'odio

L’uccisione dell’influencer americano di estrema destra Charlie Kirk è stata occasione in Italia per risvegliare rancori non proprio sopiti. In questo ritorno si sono distinti personaggi importanti del mondo della politica e della cultura. La premier Giorgia Meloni, a cui, evidentemente, dovrebbe stare più a cuore l’unità del paese e la pace sociale, si è spinta ad accuse pesanti alla sinistra, che, con uomini come lo scrittore Saviano e il matematico Odifreddi, ha ravvivato lo scontro. Per fortuna finora si è rimasti allo sproposito delle parole. Il che dimostra che il Paese nella sua generalità è più saggio di chi lo rappresenta a livelli alti e altissimi. C’è una ragione, però, che rende il clima sempre foriero di “disgrazie” ed è per un verso il rancore nutrito dalla destra per essere stata emarginata ed esclusa per mezzo secolo dalla partecipazione piena alla politica, e per un altro dal rancore nutrito dalla sinistra, che non è riuscita ad elaborare il lutto della sconfitta del 2022 e dell’ascesa al governo di una destra considerata la storica erede del Msi e perciò del neofascismo, sopravvissuto alla catastrofe del regime nel 1943 e alla liberazione dal fascismo nel 1945. Destra e sinistra hanno componenti di rancorosità che si ravvivano ogni volta che se ne presenta l’occasione, ossia sempre. A destra per cinquant’anni, dal 1945 al 1994 (I governo Berlusconi col Msi al suo interno) i missini hanno vissuto una condizione che un raffinatissimo intellettuale come Piero Buscaroli definiva da sopravvissuti in territorio nemico. Essi, a parte la partecipazione alle elezioni e l’esigua rappresentanza politica ad ogni livello, erano esclusi da ogni effettiva partecipazione politica di governo e rischiavano lo scioglimento con l’accusa di aver rifondato il già disciolto partito fascista. Ci si era quasi convinti a destra di essere degli alieni, degli incapaci di amministrare la cosa pubblica, esclusi dai luoghi e dai fatti del potere che contano, in una sorta di apartheid. Era inconcepibile che si potesse fare una coalizione col Msi. I missini, a parte l’esperienza siciliana del milazzismo, erano nel panorama politico italiano una presenza-assenza, che per un verso completava la democrazia, per un altro la limitava alle forze cosiddette democratiche e antifasciste, di cui il Msi non faceva parte. I giovani missini non potevano avere nessuna speranza di poter diventare un giorno sindaci e assessori del proprio paese, mentre vedevano i loro coetanei che, per militare in altri partiti, raggiungevano qualsiasi meta, in politica e in carriera. Vivere per molti anni in condizioni “dimezzate” significa accumulare dentro tanto di quel rancore che all’occasione esplode in comportamenti anche violenti, se non fisicamente di certo moralmente. È quanto vediamo in alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, che rispondono con iattanza alle accuse e alle insolenze di quelli di sinistra, già rancorosi e avvelenati dall’aver visto assurgere al governo del Paese, delle regioni, delle città e dei comuni quelli che, secondo loro, non avrebbero mai potuto. Questo brodo di rancori è così forte che i protagonisti neppure si accorgono della violenza che producono coi loro comportamenti. Ci sono reti televisive, a destra come a sinistra, che non fanno che propaganda politica a senso unico a guisa degli organi di partito di una volta. Va’ a far capire ad una Lilli Gruber di essere una propagandista antigovernativa! E lo stesso a Giovanni Flores e a Corrado Formigli! E questo vale per gli opposti Paolo Del Debbio e sodali di reti che sono megafoni dei partiti di maggioranza. Non diversamente i giornali cartacei, tutti regolarmente schierati e tutti regolarmente neganti di esserlo. La “violenza” che queste fonti producono contribuisce a tenere sempre teso il rapporto. I politici non sono da meno, parlano sempre per metafore offensive, vagamente spiritose, disprezzano l’avversario, cercano di ridicolizzarlo, offendono, a volte diffamano. I cittadini si indispettiscono, quelli di destra per i continui attacchi che ricevono da politici e giornalisti di sinistra; quelli di sinistra, di rimando, mal tollerano i politici di destra, considerati inadeguati e arroganti impostori. L’aver evocato in Italia da parte della destra, dopo l’assassinio di Kirk, atmosfere da anni di piombo non è stato un esempio di prudenza, ma la reazione della sinistra con dei distinguo inaccettabili è stata la risposta che non doveva esserci. Uccidere una persona per le sue idee politiche o per i suoi compiti istituzionali è da condannare, punto e basta. Voler mettere in discussione un simile assioma è violenza, che genera a sua volta altra violenza.

sabato 13 settembre 2025

Astensionisti, arrendetevi e votate!

Quando sui giornali vedo qualche lettera al direttore mi soffermo sempre, perché la voce dei cittadini va sempre ascoltata, contiene un po’ di quel che ognuno di noi pensa. Tra le più frequenti vi sono le lettere che spiegano perché non è più il caso di andare a votare. Per lo più gli astensionisti insistono sul fatto che oggi gli uomini che ci devono rappresentare, non li scelgono gli elettori ma i segretari dei partiti. Perciò – concludono – è mancanza di rispetto sottoporre alla volontà degli elettori ciò che è stato già deciso altrove. Molti si dicono certi che se si ritornasse alle preferenze tornerebbero a votare e con entusiasmo, perché i cittadini, secondo loro, sanno scegliere meglio gli uomini a cui affidare l’esercizio delle cose pubbliche. Gli astensionisti hanno ragione su un punto, hanno torto su molti altri. Hanno ragione quando dicono che è una presa in giro chiamare i cittadini a decidere ciò che è stato già deciso; è una messinscena che riduce la democrazia ad una sorta di liturgia, peraltro costosa. Hanno torto quando dicono che i cittadini sanno scegliere meglio delle segreterie di partito. Essi dimenticano che molti candidati, in modalità voto di preferenza, in passato compravano i voti, alimentando le mafie che in certe località del Sud gestiscono mano e mente di migliaia e migliaia di elettori. Gli astensionisti, in genere, sanno poco dei candidati, sanno quello che filtra dalla propaganda; i partiti, invece, conoscono vita, morte e miracoli dei loro rappresentanti. Alcuni candidati – è arcinoto – i voti li “comprano” anche oggi perché le elezioni restano pur sempre delle gare e il tentativo di barare in politica è sempre a portata di mano. Li chiamano voti di scambio: do ut des. Ma c’è un punto che gli astensionisti dimostrano di non voler capire. Il voto è una grande conquista. È superfluo elencare tutti i sacrifici fatti nella storia per giungere a possedere questo strumento, che è così importante che il solo pensare di abolirlo crea sconcerto. Quelli che si astengono banalizzano il voto e senza rendersi conto delegano gli altri cittadini a rappresentarli nella scelta. Chi si tira fuori dal voto finirà sempre per essere rappresentato. A stabilire da chi non è il Padreterno ma altri uomini, normalissimi elettori; i quali se non fossero andati a votare, sia pure nella finzione liturgica, non avrebbero reso possibile elezione alcuna. Immaginate che arretratezza se ci fossero per legge persone con diritto di voto ed altre senza; sarebbe un precipitare di millenni indietro nella storia. Chi si astiene dal voto si priva da sé di un diritto, è un suicida politico. Quanto al voto di preferenza, occorre ricordare che c’è anche oggi, sia pure limitato a taluni candidati ritenuti per collocazione nella lista tra i papabili. Va da sé che gli elettori si trovano di fronte ad una lista già redatta e approvata, non possono votare uno che non è incluso in essa. Gli elettori, che lamentano le liste già preparate e i candidati da eleggere già “eletti”, non tengono conto che in una democrazia ordinata è necessario proporre una lista di candidati chiusa, che non può esistere una competizione elettorale aperta a ogni cittadino, indipendentemente se incluso o meno nella lista. Non è il voto di preferenza l’alternativa all’attuale sistema ma la possibilità di scegliere un cittadino qualsiasi per la gestione della cosa pubblica. Il che non può accadere. Il voto è in primis scelta di partito o di lista e poi scelta di persone inserite nella lista. Gli astensionisti, che in Italia raggiungono quasi il cinquanta per cento, si privano di un diritto senza avere in cambio nulla, senza nessuna contropartita; demandano ad altri di rappresentarli e si compiacciono della loro drittezza. A me non la fanno – dicono – io è da anni che non voto più. Ma il danno che producono al sistema è relativo, per cui non possono neppure compiacersi della loro scelta. Se nei sondaggi fosse possibile conoscere gli orientamenti politici anche degli astensionisti ci sarebbe da credere che non sarebbero diversi da quelli che si esprimono per chi votare. Chi non vota non danneggia una parte politica a favore di un’altra, in buona sostanza lascia tutto inalterato. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che astenersi non conta nulla e che il voto è l’essenza della democrazia. Chi si ostina ad astenersi dovrebbe convincersi che votare è sempre importante, perché significa partecipare a scelte che riguardano tutti, presenzialisti e astensionisti del voto. Essi, peraltro, sono responsabili di chi per età ancora non vota. È una questione di educazione civica, non di calcolo. Se pure l’incidenza fosse irrilevante si potrebbe sempre essere paghi di aver dato un contributo di civiltà. Che in democrazia, di questi tempi, non è poco.

domenica 7 settembre 2025

Ucraina, volenterosi e non

Volenteroso o volontaroso è chi è di buona volontà, diligente, desideroso. Dunque l’accezione è positiva, ma nello stesso tempo fa pensare a qualcosa di limitato, come a uno che vorrebbe ma non può perché non ha i mezzi. Ad uno studente bravo non si dice che è volenteroso, stante la bravura una condizione che va oltre la volontà e la comprende. In politica ha la stessa accezione. I volenterosi in genere conducono battaglie perse. Così in Italia furono detti quelli che volevano salvare il governo Conte dopo la crisi pandemica. Essi non avevano né le politiche né i numeri per farlo, avevano però la volontà. Il loro ragionamento era, prescindendo da tutto, trovare i voti sufficienti in Parlamento per approvare un Conte-ter. Come è noto, non riuscirono, perché in politica i volenterosi fanno pensare ai profeti disarmati di cui parlava Machiavelli, destinati a “rovinare”, cioè ad essere inevitabilmente sconfitti. Con lo stesso termine, Volenterosi, sono oggi chiamati i capi di stato o di governo europei, che, rimasti orfani dell’America trumpiana, per difendere la causa ucraina ricorrono alla volontà, non bastando evidentemente i loro soldi e le loro armi. In genere chi può fa, chi non può è volenteroso; vorrebbe fare. L’idea dei volenterosi è venuta al francese Macron e all’inglese Starmer, estesa poi ad altri, Meloni compresa, in Europa e fuori nello schieramento occidentale come Canada e Australia. Il progetto consiste nel garantire all’Ucraina una serie di tutele, dal foraggiamento militare, all’applicazione dell’art. 5 della Nato nell’ipotesi che venisse nuovamente attaccata dopo la fine della guerra, all’invio di truppe anglo-francesi in territorio ucraino a garanzia degli accordi raggiunti. Si ipotizzano cioè situazioni che al momento sono ben lontane dall’essere. Putin, infatti, di cessare il fuoco non ne vuol sapere e il ripetuto invito a Zelensky di incontrarsi a Mosca ha tutta l’aria di ribadire che le cose si decidono nella casa madre e che l’Ucraina è in fondo la figlia ribelle da ricondurre all’obbedienza, da riportare a casa. Accogliere l’invito di Putin per Zelensky sarebbe come riconoscersi sottomesso ad una volontà superiore; e difatti ha già risposto picche. Di fatto il Presidente ucraino si muove come un membro dell’Europa e della Nato senza farne parte, né dell’una né dell’altra: un ospite di riguardo, ma anche di fastidio. Intanto dall’altra parte del mondo si è ricompattato l’asse Russia-Cina con l’India e la Corea del Nord. Cosa curiosa e preoccupante è che anche la Turchia, che fa parte della Nato, era a Pechino per partecipare ai festeggiamenti per gli 80 anni dalla liberazione della Cina dai giapponesi. Lì, altro che volenterosi! Stanno cogliendo l’occasione della crisi dei rapporti dell’America trumpiana con l’Europa e la Nato per ostentare forza e per proporsi come padroni dei destini del mondo. Una situazione non incoraggiante per noi europei, che ci ritroviamo con una guerra alle porte e con la crisi delle vecchie alleanze, con zero prospettive che dipendano da noi. Volenterosi noi europei lo siamo per condizione, non essendo capaci di incidere in qualche modo con chiarezza e risolutezza. Abbiamo una visione molto chiara della situazione ma non abbiamo i mezzi per gestirla. Sappiamo che con la Russia non possiamo cedere, perché è chiaro a tutti che essa ha in progetto di riportare tutti i territori una volta dell’Unione Sovietica sotto il dominio di Mosca. L’allargamento dell’Europa, fino comprendere alcuni stati che sono stati in passato nell’Unione Sovietica, ci obbliga ad intervenire direttamente ove uno o più di essi venissero attaccati. Cedere oggi con l’Ucraina significa aspettarsi altre aggressioni. L’Europa non può accettare che si cambi la sua carta geografica con la forza delle armi. Questo lo ha detto e ripetuto. Ma finché l’America non tornerà ad essere l’”America” che abbiamo sempre conosciuto, da più di un secolo a questa parte, siamo come immobilizzati, incapaci di affrontare il nemico russo in maniera decisa e sperabilmente risolutoria. Possiamo solo prendere qualche iniziativa ai margini del campo in cui si muovono le grandi potenze mondiali. L’iniziativa dei volenterosi, che oggi conta sulla disponibilità di ventisei paesi a sostegno dell’Ucraina, segna la strada da seguire ma esprime anche l’incertezza del modo più efficace per percorrerla. Fino ad oggi si è parlato di cose da fare nelle ipotesi di un cessate il fuoco che in questo momento è ancora lontano dal verificarsi. La guerra in Ucraina continua mentre i Volenterosi pensano al dopo e Putin non sembra avere né fretta né volontà di finirla.

sabato 30 agosto 2025

Trump, quel che non t'aspetti

Viviamo tempi incredibili, inimmaginabili, grotteschi. Chi mai poteva pensare che alla presidenza dello Stato più forte del mondo arrivasse uno come Donald Trump, perfino peggiorato rispetto al suo primo mandato? Abituati a pensare all’America come alla grande sorella dell’Europa, quella più fortunata e più potente della famiglia, garanzia di sicurezza e di ordine mondiali, che ci aveva tirati fuori per ben due volte dai nostri pasticci europei, non ci raccapezziamo in balia di un soggetto, il suo presidente, che parla e agisce come un boss creato dalla penna di Mario Puzo, come “Il padrino” di Franzis Ford Coppola. Le sue prime dichiarazioni furono su eventuali annessioni di Groenlandia, Canada e Canale di Panama, facendo un po’ irritare e un po’ ridere il mondo. Ma è bastato poco perché tutti nel mondo ne accettassero le mattane e tutti stessero al gioco. È pur il Presidente degli Stati Uniti d’America! L’assurdo è diventato normale. L’incontro dei sette europei alla Casa Bianca il 18 di agosto aveva tutta l’aria di una sceneggiata di nessuna credibilità, perfino offensiva per certi aspetti. I sette sembravano rendersene conto e tuttavia come tanti scolaretti si compiacevano di ricevere il giudizio positivo dal maestro in cattedra dopo aver ciascuno recitato la sua particina. E lui, il maestro, a dispensare pagelline a tutti, perfino al francese Macron che ogni tanto maltratta con apprezzamenti a dir poco disdicevoli. Ma non erano lì gli europei per sapere che cosa il Presidente americano si era detto con Putin in Alaska qualche giorno prima? Non si doveva parlare di una sorta di road map per arrivare alla pace? Non doveva essere l’inizio di un cessate il fuoco? Niente di tutto questo. L’incontro in Alaska si è rivelato una presa in giro senza precedenti. Che cosa si siano veramente detti i due leader mondiali per tre ore non lo sapremo mai. Dalle dichiarazioni seguite si poteva ritenere cosa fatta un incontro bilaterale Zelensky-Putin, cui sarebbe seguito breviter un trilaterale. Si trattava di stabilire la sede e il giorno. Circolavano ipotesi: Roma, Vaticano, Istanbul, Ginevra. Non c’è stato niente di tutto questo, anzi a quanto ha poi riferito il ministro degli esteri russo Lavrov in Alaska non si era parlato affatto del bilaterale “fantasma” tra Zelensky e Putin. La verità è che Putin non vuole vedere Zelensky né oggi né mai. Non lo riconosce come suo interlocutore. Finché l’ucraino resta in carica la guerra continuerà sempre più intensa. Putin mira alla sua liquidazione e solo quando non ci sarà più e al suo posto ci sarà uno a lui gradito allora sarà disposto a mettere fine alla guerra. La beffa è che Trump in Alaska, a quanto si può dedurre, più che prendere le parti dell’ucraino, in sintonia con tutto l’Occidente, ha rassicurato Putin sulla sua amicizia, come se fosse il russo la vittima. Le strette di mano tra i due, seguite da rassicuranti gesti di amicizia, con la mano sinistra di Trump a poggiarsi più volte sulle mani strette a rinsaldarle, dimostravano una scelta di fedeltà, quasi di protezione. Come a dire: coraggio, ci penso io. Un rovesciamento delle parti che avrebbe del ridicolo se non fosse tragedia piena. Trump, infatti, ha ripreso ad insultare Zelensky perché si rifiuta di cedere alle pretese di Putin senza se e senza ma. È irritato con l’ucraino perché la sua tenacia a difendere il suo paese rischia di rovinargli i buoni rapporti con Putin. Dice che lui non sta né con una parte né con l’altra, ma di fatto ammicca a Putin. Minaccia di non dare più soldi né armi all’Ucraina. Nei confronti dell’Europa e della Nato non fa che prendere le distanze. Mai visto un uomo politico di tale importanza comportarsi in maniera contraddittoria, capricciosa, del tutto fuori dai più consolidati canoni della politica e della diplomazia. L’uomo che doveva riportare la pace in Ucraina in ventiquattr’ore dà in escandescenze al solo pensiero di dover rinunciare al suo messianismo. La sua inadeguatezza diventa ogni giorno di più intollerabile. La vicenda dei dazi, che pure poteva avere una sua ragion d’essere, nella sua gestione è diventata occasione per esercitare un autentico bullismo nei confronti di amici e alleati storici, da lui considerati parassiti e imbroglioni. Essi per ora hanno scelto in parte di assecondarlo e in parte di ignorarlo, scegliendo l’attesa che noi italiani conosciamo molto bene: ‘a da passà ‘a nuttata. Bisogna vedere quali danni avrà prodotto la politica di questo energumeno al termine del suo mandato facendo scongiuri che non venga riproposto un’altra volta. Sarebbe per l’Europa e il mondo una iattura.