venerdì 26 dicembre 2025
Nelle pieghe del Novecento di A. Lucio Giannone
Ogni fenomeno, politico o letterario che sia, lascia spazi inesplorati. Sono le “pieghe” nelle quali restano nascosti aspetti importanti e meno importanti, fatti che, “spiegati”, illuminano e risarcisono del tempo passato al buio. Così è il Novecento, quel Novecento che chiamo minore per capirci, in cui autori anche di alto e altissimo profilo li scopriamo in rapporto a personaggi più periferici e meno conosciuti, a episodi di vita più marginali. Si scopre che tra il Nord e il Sud, tra maggiori e minori, nel campo delle lettere, c’è stato un rapporto ben più interessante, di conoscenze, di reciproci riconoscimenti e di collaborazione. Tutto sta nell’avere interesse e strumenti metodologici per portarli alla luce.
Ne offre un esempio il lavoro di Antonio Lucio Giannone, già ordinario di Storia delle Letteratura Contemporanea all’Università del Salento, Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella, 2025), che fin dal titolo annuncia “ritrovamenti” interessanti. Il libro contiene nove saggi su autori che coprono l’intero Novecento, in cui accanto a quelli del Nord (Gian Pietro Lucini, i Futuristi, Giuseppe Prezzolini, Eugenio Montale) compaiono quelli del Sud (Salvatore Quasimodo, Ennio Flaiano, Girolamo Comi, Luigi Corvaglia, Vittorio Pagano, Giacinto Spagnoletti, Raffaele Carrieri, Michele Saponaro); ma soprattutto sono “spiegati” i rapporti che ebbero alcuni autori meridionali coi loro omologhi ben più noti: Saponaro con Prezzolini, Pagano con Montale, i fratelli Carlo e Francesco Barbieri con Flaiano o le influenze che ebbero dall’esterno, come il melissanese Corvaglia dallo spagnolo Miguel de Unamuno e il tarantino Carrieri dall’ambiente parigino da lui frequentato in gioventù. Gran parte dei saggi sono sostenuti da documenti, in questo caso da lettere reperite in archivi privati, carte d’autore e scritti apparsi su riviste e giornali d’epoca, riproposti in appendice.
In “La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi” l’Autore esamina «la poesia civile e di protesta che si sviluppa in Italia nel primo Novecento nell’ambito dell’avanguardia e, in particolare, del futurismo». È il periodo in cui nel Paese, alla fine del secolo, fervevano motivi di scontento sociale che non avevano preso ancora strade precise tra epigoni della scapigliatura, nuove forme di associazione politica, protesta sociale e futuristi appunto. È un aspetto, questo, che l’autore ascrive al suo saggio: «Su questo argomento sono uscite negli ultimi decenni ben tre antologie, […]. Più recentemente, nel 2018, è apparso un volume che allarga lo sguardo anche alla prosa e si sposta più avanti negli anni. Nessuno di questi volumi, però, affronta in maniera specifica l’avanguardia primonovecentesca e il futurismo che […] costituiscono l’oggetto della nostra relazione».
Nel saggio “Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia», con lettere inedite di Prezzolini a Michele Saponaro”, Giannone, lumeggia la collaborazione che ci fu tra i due nel periodo marzo del 1919 – ottobre 1920, quando Saponaro dirigeva la «Rivista d’Italia» a Milano e Prezzolini, che ne curava le rassegne letterarie, era al suo libro paga. Giannone in questo caso ha utilizzato le lettere che si trovano nell’archivio privato di Saponaro a San Cesario di Lecce.
Così anche per il saggio “Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale a Vittorio Pagano” l’Autore visita l’archivio privato dello scrittore leccese per conoscere il rapporto tra i due attraverso tre lettere di Montale a lui indirizzate. Sorprendente l’approccio confidenziale, del poeta genovese nei confronti di Pagano, che in fondo conosceva solo attraverso la corrispondenza.
“Unamuno in Italia: S. Teresa e Aldonzo di Luigi Corvaglia” coglie il rapporto tra lo scrittore salentino Luigi Corvaglia, assai più noto per i suoi studi su Vanini, e lo spagnolo Miguel de Unamuno nella commedia in quattro atti sull’amore tormentato di Teresa d’Avila e Aldonzo. Ne esce un Corvaglia più compiuto; non solo filosofia nei suoi interessi, ma anche teatro, narrativa e politica.
Il saggio “Da Vento a Tindari (1930) a Nell’isola (1966): la Sicilia di Quasimodo” l’Autore si discosta dalla linea del libro e insiste sul rapporto tra il Premio Nobel e la sua terra natale, in cui «a prevalere è sempre un’immagine della Sicilia come rifugio, come àncora di salvezza nella dispersione del vivere quotidiano, come luogo di beatitudine celestiale». Quasimodo – dice Giannone – ha anche il pregio di «avere inserito il Sud nella geografia lirica italiana fin dagli anni Trenta, dando il via a una linea importante, anche se spesso trascurata, della poesia del Novecento che comprende anche i nomi del campano Alfonso Gatto, dei lucani Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, dei pugliesi Raffaele Carrieri e Vittorio Bodini, per citare solo i maggiori esponenti di essa».
Anche il saggio “Girolamo Comi: poesia come preghiera” si discosta dalla linea delle “pieghe” e affronta l’aspetto fondamentale della poesia comiana: la preghiera. «Comi – scrive Giannone – in tutto l’arco della sua attività, ha rifiutato quel tipo di poesia che mette al centro del proprio interesse l’io, le angosce individuali, le inquietudini esistenziali, i propri sentimenti. La poesia per lui deve essere un’attività totalizzante, quasi di tipo sacerdotale, a cui bisogna riservare una dedizione assoluta, rifuggendo volutamente, con profonda convinzione, la gloria, il facile successo, l’applauso del pubblico». Tesi di Giannone è che Comi anche quando è nella fase preconversione e canta «i vari elementi dell’universo: l’albero, il suolo, l’argilla, lo spazio, la luce, l’estate, l’alba, il mare, il creato» considera la sua poesia “preghiera” in una tensione pagano-panteistica. La conversione, poi, lo porta alla preghiera-preghiera nella “Chiesa di Cristo”: dalla preghiera “esaltazione” alla preghiera “lacrime”.
“Fame a Montparnasse: La bohème di Raffaele Carrieri”, che ha per sottotitolo “Ultime scene della Bohème”, è la lettura critica del “romanzo” dello scrittore tarantino Raffaele Carrieri. Il quale fece della sua vita parigina agli inizi del Novecento materiali per la sua narrativa, avendo come modello l’opera di Henry Murger Scènes de la vie de bohème. Giannone ha voluto tirar fuori dal “nascosto” un autore di cui, a parte gli addetti ai lavori, si ignorava quasi l’esistenza. Poeta, narratore e critico d’arte, Carrieri lo troviamo in giro per l’Europa mediterranea, partecipe di tante avventure; nel 1919 prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio e venne perfino ferito nel cosiddetto Natale di sangue, quando lo Stato italiano intervenne per normalizzare la situazione a Fiume.
Il saggio “Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano)” fa luce su un rapporto straordinario tra i due fratelli nativi di San Cesario di Lecce e lo scrittore abruzzese nella Roma degli anni Trenta. Ennio Flaiano è noto per le sue definizioni ironiche, per i suoi giudizi brucianti, per le sue battute caustiche. Carlo faceva il pittore e il poeta. «Disegnava e dipingeva per un suo esclusivo bisogno personale – scrive Giannone – senza mai esporre le sue opere, che erano conosciute soltanto da pochi intimi». Spirito un po’ bizzarro ed eccentrico fece una fine tragica. Significativo del legame che c’era tra i fratelli Barbieri e Flaiano è l’intitolazione che questi diede ad un suo film col titolo che Carlo Barbieri aveva dato ad un suo quadro Il bambino cattivo.
“Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario” Giannone coglie e approfondisce uno degli aspetti più importanti della molteplice attività del critico letterario tarantino, quello di antologista. «Spagnoletti – scrive Giannone – si può considerare l’antologista principe della poesia italiana del Novecento, proprio insieme ad Anceschi» e coglie il carattere della sua critica «in una visione per così dire oggettiva e il più possibile completa della poesia novecentesca senza particolari predilezioni verso una tendenza nei confronti di un’altra, come invece succede con quella di Sanguineti che privilegia la linea dell’avanguardia e della polemica sociale».
Sorprende, ma non tanto, nel diorama di uomini e di vicende di Giannone, la mobilità di tanti intellettuali meridionali del Novecento sparsi per l’Italia e l’Europa se si considera che solo pochi anni prima, nel 1890, Giuseppe Gigli di Manduria “lamentava” nello Stato delle lettere in Terra d’Otranto che gli intellettuali salentini si ignorassero a vicenda e che cercassero «fuori quel fraterno appoggio, che qui manca». Giannone, ricostruendo i casi di tanti nostri intellettuali in rapporto a quel “fuori”, di cui parlava Gigli, offre uno specifico del Novecento, in cui in fondo conferma più che una tendenza un’autentica vocazione, che è propria del nostro porci nel mondo.
Gigi Montonato
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