sabato 2 settembre 2023
Destra: non si può avere tutto
Mi piacerebbe chiedere a Giorgia Meloni – se non fosse fantagiornalismo! – due-tre cose. Che cosa direbbe se lei fosse all’opposizione su quanto sta accadendo in Italia nel mondo della politica e del governo, immaginando che vi fosse la Schlein o Renzi o Calenda o Conte a Palazzo Chigi. È un esercizio mentale, il mio, scontato ma parimenti interessante. Un esercizio, che, peraltro, viene fatto dai suoi oppositori, quando propongono alcune sue performance di quando era realmente all’opposizione per confrontarle con alcune prese di posizioni di oggi che la vedono protagonista in maggioranza e, a quel che si dice, ben salda in sella.
In particolare le chiederei che cosa direbbe sulla situazione dei migranti, quelli che lei prometteva di chiudere nei porti d’imbarco con il blocco navale.
Nei circa dieci anni di vita di Fratelli d’Italia Meloni ci ha convinti che è in corso una vera invasione del nostro Paese, mentre paventava in prospettiva una sostituzione etnica e un pericolo di irrimediabile contaminazione della civiltà italiana. Vediamo che in dieci mesi di governo di destra i migranti sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente e lo spettacolo che offrono alla gente gli sbarchi è che l’invasione continua ancor più di prima e peggio di prima. Un’invasione che non viene solo dal mare, ma anche dalle frontiere nordorientali del Paese, come ha allarmato il Sindaco di Trieste in questi giorni.
Ora, che il blocco navale non fosse possibile lo si è sempre saputo, anche se la Meloni precisava che sarebbe stato possibile col consenso dei paesi rivieraschi nostri dirimpettai e “fornitori” di migranti. Insomma, un blocco convenuto. Gli accordi col presidente tunisino Saïed, però, non hanno funzionato, nonostante i soldi elargiti e le visite in pompa magna con la presidente della Commissione Europea Von der Leyen e il presidente olandese Rutte. E del resto lo stesso presidente tunisino ha detto che non avrebbe fatto il guardiano delle sue coste per impedire ai migranti di partire, rivelando anche, al di là delle maniere di facciata, di non averci in simpatia.
A quanto pare per i migranti non c’è niente da fare. Li dobbiamo accogliere, perché così vuole l’Europa. E dei rapporti con essa, secondo quanto prometteva la Meloni, che si è fatto? Ecco, è questa la seconda domanda che le farei, perché questa questione si collega alla precedente.
Ho paura che la risposta sarebbe che non si può aver tutto dalla vita. O l’appoggio dell’Europa o il contenimento dei migranti, dall’Europa “protetti”. Meloni ha scelto la prima, mentre la seconda è caduta di conseguenza. Nel momento in cui la Meloni fa una politica filoeuropeistica, prendendo anche le distanze qualche volta dai suoi vecchi amici di Visegrad, non può poi respingere o contenere i migranti. È imbarazzante sentire i ministri del governo quando piatiscono la comprensione e qualche aiuto dall’Europa, esattamente come facevano i ministri loro predecessori.
Intanto dal governo si affaccia la tesi della indispensabilità dei migranti per mantenere in salute il nostro sistema socio-economico, così introducendo, senza dirlo esplicitamente, il concetto di sostituzione, se non etnica, lavorativa e contributiva. Dicono: siccome in Italia mancano lavoratori, disposti a svolgere mansioni di manovalanza, occorre sostituirli coi migranti, che invece sono disposti, i quali col loro lavoro garantiscono produttività alle imprese e coi loro contributi la pensione agli anziani. Anche qui aut aut: o produttività e pensioni assicurate dai migranti o la difesa della nazione dagli stessi. Sembra che da queste forbici non si esca incolumi.
Intanto la ripresa della politica, dopo la pausa estiva, ci ha regalato un’altra perla, in parte nota. La sorella di Giorgia Meloni, Arianna, moglie del Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, è stata nominata capo della segreteria politica del partito, in coppia diarchica col coordinatore nazionale Donzelli. Non è una bella trovata. E che direbbe Giorgia Meloni se la cosa fosse accaduta in casa d’altri? Si dirà, Arianna Meloni non può essere dimezzata perché c’è la sorella ai vertici del partito e del governo e il marito ministro; ha tutti i diritti di realizzarsi per se stessa e per quello che vale. Giusto, se la cosa fosse liquidabile in sé. Ma non possiamo tacere sul fatto che quanto meno è una cosa sconveniente che un Paese come l’Italia finisca nelle mani di un gruppo famigliare. Non si fa una bella figura. In casi del genere qualcuno deve sacrificarsi e farsene una ragione. Torna il principio, secondo cui non si può avere tutto.
sabato 26 agosto 2023
Il Generale "sproposito"
Dico in limine quel che è opportuno dire. Ce l’hanno insegnato da bambini. “Come si dice?”, grazie, prego, per favore, permesso. Al lume della buona educazione, l’iniziativa pubblicistica del generale Roberto Vannacci s’inscrive a “buon diritto” nel mondo al contrario, di cui tratta nel suo libro. Che cosa può girare più al contrario di un discorso fatto da un alto ufficiale dell’esercito in servizio contro l’establisment educativo della nazione, Costituzione alla mano?
Ora si è scatenata una rissa, dopo che il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha bollato le opinioni del generale come “farneticazioni” e ha provveduto a farlo rimuovere dall’incarico che ricopriva. Un atto dovuto. Ne è seguito un tutti contro tutti, perfino a destra, la parte politica di Crosetto, peraltro tra i fondatori di Fratelli d’Italia, il partito della premier Meloni. La questione è diventata politica e scilicet elettorale. A destra le opinioni di Vannacci sono in gran parte diffuse e condivise e il “non detto” fa più rumore del “detto”.
Tutto il mondo occidentale difende le minoranze, le diversità, i diritti umani, declinati in tutte le maniere. Questa è la realtà del mondo d’oggi. Piaccia o non piaccia, non la si può negare. Ma, secondo Vannacci, questo mondo gira al contrario. Rispetto a cosa e soprattutto a quando?
In una società inclusiva, come la nostra, non sono ammesse esclusioni ed emarginazioni. La Costituzione e tutte le leggi conseguenti questo dicono. Altra era la società che escludeva ed emarginava. In un saggio del 1979, Gli emarginati nell’occidente medievale, lo storico Jacques Le Goff dice che “Attorno alle nozioni di comunità sacra, di purità, di normalità si articolano i giudizi di sospetto, di rifiuto o di esclusione”. La schiera degli esclusi nel medioevo era folta, c’erano “eretici, lebbrosi, ebrei, folli, streghe, sodomiti, ammalati, stranieri, declassati” ed altre figure del tempo come i beghini. Insomma c’erano tutti o quasi tutti quelli che ora sono, secondo il generale Vannacci, i padroni del pensiero unico imperante, che esercitano oggi una vera e propria dittatura.
È, questo, un discorso sul quale riflettere. Esso introduce al rovescio l’esclusione di chi non la pensa allo stesso modo, del sostenitore della tradizione, del conservatore di certi valori, del difensore delle vecchie istituzioni naturali come la famiglia. Questi sono tacciati di scorrettezza politica ed indicati come i nuovi reprobi sociali da emarginare socialmente. Quando Vannacci dice che lui non è razzista, a modo suo è sincero, perché non suggerisce di perseguitare nessuno, ma non vuole neppure che venga ribaltata la nozione di normalità e sentirsi da inferiore ricacciato in un angolo.
A prescindere da come uno la pensi, le opinioni del generale e di chi si è schierato con lui non sono sostenibili, per una questione di oggettiva convivenza civile. In Italia non è lecito esprimere opinioni che si configurano come reati di razzismo o di istigazione all’odio razziale. Ci sono le leggi che lo vietano. E non ci vuole molta intelligenza a capire che chiamando le cose coi loro nomi e per come sono costituisce l’anticamera dell’emarginazione, della violenza. A nessuno, tanto meno, a chi svolge un compito nelle istituzioni e soprattutto a chi le rappresenta ai diversi livelli e settori, può essere concesso di esprimere pubblicamente simili opinioni. Le può avere dentro di sé, le può sentire come inalienabili, le può coltivare come fiori nel giardino di casa sua, ma non può assolutamente renderle pubbliche senza commettere una serie di reati e di spropositi. Chi gira al contrario oggi è un tradizionalista come Vannacci. È talmente ovvio che sconcerta la posizione di chi oggi difende il generale e afferma che in fondo ha solo manifestato il suo pensiero in assoluta libertà, addirittura secondo i dettami della Costituzione e del regolamento militare.
Alla situazione di oggi, in relazione ai diritti umani, si è arrivati non per aver vinto o perso ad una lotteria, ma attraverso un processo storico lunghissimo, passato per gradi di conquiste e diciamo pure di eccessi. Un attacco ad esse, per riportare a piano la situazione, ci può pure stare, ma non da parte di un generale dell’esercito. Quando ciò accade è perché la politica e la cultura latitano.
La performance del generale fa pensare ad un cavaliere della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, smarritosi in un mondo di “infedeli” insediatisi al comando per fare in modo che niente del suo mondo sopravviva: sacralità, purezza, normalità. Uno “sproposito” del genere può trovare spiegazione solo nel caldo torrido luglio-agostano di quest’anno.
sabato 19 agosto 2023
Il salario minimo è "politica"
Il salario minimo sembra la pietra filosofale che gli alchimisti medievali cercavano per trasformare la materia vile in oro. I partiti dell’opposizione lo stanno gestendo alla grande. Raccolte già trecentomila firme. Si è vicini alla trasformazione del fortunato slogan in consensi e, sperabilmente quando sarà, in voti. Ma che cosa davvero significa il salario minimo nel nostro sistema socio-economico? Va capito nella sua storia, con l’aiuto anche di qualche riferimento extra.
Herbert Marcuse negli anni Sessanta del secolo scorso in un suo celebre libro, Uomo a una dimensione, diffuse il concetto di “falso bisogno”, un bisogno cioè indotto da un sistema politico-economico, che, attraverso la pubblicità, ovvero la manipolazione delle coscienze, convince l’individuo ad avvertire la necessità di un dato prodotto, a volte del tutto superfluo, quando non addirittura inutile e dannoso. È l’economia tipica della società dei consumi: si lavora, si produce, si consuma; e si consuma proprio per poter continuare a lavorare e a produrre. Perché questo circolo non si interrompa e anzi si incrementi è necessario perfino inventarsi dei “falsi bisogni”, che vanno ad aggiungersi a quelli veri. Si capisce che in questa catena l’anello che tiene tutti gli altri è la concreta possibilità che il lavoratore-consumatore sia nella condizione economica di accedere ai beni prodotti. In caso contrario la catena si spezza, i prodotti restano in-consumati e l’azienda fallisce. Il salario minimo è la soglia di accesso ai beni di consumo.
I soggetti del sistema politico delle democrazie occidentali, ossia i partiti, non si comportano diversamente dalle aziende. Quelli di maggioranza tendono a minimizzare e a nascondere. Quelli che sono all’opposizione, quando non hanno problematiche importanti e risolvibili, s’inventano dei “falsi problemi” pur di convincere gli elettori della bontà delle loro proposte. In politica si consumano idee come in economia si consumano merci. Gli stessi problemi, però, vengono messi da parte quando quei partiti vincono le elezioni e vanno al governo a loro volta. Dopo che sono serviti allo scopo, sono chiusi nel fondo di un cassetto per la prossima volta o per i nuovi oppositori.
Il caso è noto. Quando Giorgia Meloni era all’opposizione propose il salario minimo alla maggioranza di governo, la quale, costituita all’epoca da partiti che ora sono all’opposizione, non ne volle sapere di prenderlo in considerazione. Ora gli stessi partiti ne hanno fatto una bandiera. Lo slogan è forte, colpisce, Schlagwort dicono i tedeschi. Al solo sentirlo nominare viene di chiedersi: che più e meglio? E, infatti, dai sondaggi vien fuori che lo vogliono tutti a sinistra come a destra. Il governo, per andare incontro alle difficoltà dei lavoratori meno pagati, ha tagliato il cuneo fiscale, facendo arrivare il ricavato nelle loro tasche. Un provvedimento che probabilmente continuerà oltre il 31 dicembre. Così fa capire il governo. Intanto ha investito il Cnel (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro) della questione, che dovrà rispondere entro 60 giorni dall’incarico. Così, non per lavarsi le mani – perfino la maggioranza dei suoi elettori è d’accordo con la proposta – ma per stemperarne la portata politica nell’immediato. Vedremo cosa accadrà.
Intanto vale la pena chiedersi: ma veramente il salario minimo conviene? Ai lavoratori poveri sicuramente sì. Nel complesso, però, il provvedimento pone una serie di domande, a cui si danno risposte diverse e non sempre convincenti. Una è che il salario di un lavoratore, in una economia di mercato, è frutto della contrattazione tra datori di lavoro e sindacati, nella logica della domanda e dell’offerta. È in quella sede che si stabilisce volta per volta il “giusto” salario. Non si vede, perciò, la necessità di stabilire il minimo per legge, che peraltro viola un principio di libertà, e può, in mutate condizioni economiche, obbligare i datori di lavoro ad un costo salariale non sostenibile per l’azienda. Un’altra domanda che pone è quando un lavoratore è da intendersi povero. Se si prende il termine di 9 euro lordi all’ora secondo la proposta, la risposta è presto data: sotto quella quota. Ora il Cnel dovrebbe dire quanti sono in Italia i salariati sotto quota 9 euro e chi di essi dovrebbe essere portato a quota più alta. Ma c’è che in Italia in qualsiasi campo ci muoviamo c’è una realtà che non corrisponde alla legalità. Nel nostro caso, per una parte, quella dei lavoratori, è il sommerso; per un’altra, quella dei datori di lavoro, sono gli espedienti per aggirare la legge.
Il problema, tuttavia, non può essere sottovalutato. Il salario minimo sarà pure uno slogan, ma ha una carica emotivo-rivendicazionistica straordinaria e può creare problemi alla stabilità di governo.
sabato 12 agosto 2023
La destra pragmatica della Meloni
Alcune sere fa, nel corso di una puntata de “In onda” su “La 7”, con Marianna Aprile e Luca Telese, Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, ex ministro dell’agricoltura, ex genero di Pino Rauti, da sempre rappresentante della destra sociale, tenne a chiarire che Giorgia Meloni delle due anime della destra, la liberale e la sociale, ha sempre rappresentato la prima. Qualche sera dopo nella stessa trasmissione Fabio Granata, assessore siracusano alla cultura in una giunta civica, ha rivendicato le ragioni della destra sociale per distinguerla dalle politiche nazionali e internazionali della Meloni. A loro dire la destra dell’attuale Presidente del Consiglio ha caratteri liberali, europeisti e atlantisti. Sarebbe la destra moderna democratica europea tanto evocata.
È così? Non soltanto. È solo di qualche giorno fa il provvedimento del governo di tassare gli extraprofitti delle banche. Qualcosa che si connota chiaramente come sociale, se non proprio di sinistra. Qualcuno ha parlato perfino di grillata.
Vero è che la destra della Meloni, fatte salve le sue convinzioni personali in tantissime materie della persona e della vita, politicamente è nel suo dirsi e nel suo farsi. È la destra dei ceti medi, non già delle potenti lobby finanziarie, da lei denunciate nel suo famigerato comizio di Catania, dove infelicemente, a proposito di tasse per alcune categorie sociali, parlò di pizzo di Stato.
Nel mondo politico della Meloni c’è necessariamente un prima e un dopo la sua ascesa alla Presidenza del Consiglio. Nel prima c’è posto per la tradizione, la conservazione e il fantasy di Atreju e di tutto il mondo di Tolkien, declinati come le circostanze suggerivano. Tutte cose che con l’esercizio politico reale non avevano nulla a che fare. Quando la Meloni dice che i suoi avversari non l’hanno vista arrivare si riferisce a questo. Lei non è arrivata col chiasso dei “Boia chi molla”, delle croci celtiche, delle bandiere della Repubblica Sociale e dei saluti fascisti, ma in “compagnia” di personaggi letterari del mondo irreale e fantastico della fiaba, neppure italiana, dai significati allegorici, sfumati, non immediatamente identificabili e riconducibili ad una destra politica.
Il fascino della persona Meloni e del suo misterioso mondo, popolato di maghi e di elfi, coniugato col pop – io sono Giorgia… – ha vinto. Dove non era riuscito Michelini con le sue proposte di inserimento nel sistema, né Almirante con l’alternativa al sistema della “grande destra”, né Rauti col suo gramscismo nero, è riuscita lei, con la piacevolezza personale e fascinosa, sfruttando anche il fattore F, da femmina, che “tradizionalmente” non è poco. Fa molto colpo sull’uditorio di massa quando parla inglese, francese, spagnolo, lingue dalle sfumature e inflessioni diverse, risciacquate tutte nel Tevere, o quando si lascia prendere per mano da qualche potente della Terra. Le strade della politica sono “più” infinite di quelle del Signore e le donne da sempre ne conoscono una più degli altri. Spero di non essere tacciato di sessismo.
Poi c’è la Meloni di governo che ha dovuto necessariamente fare i conti con la realtà ed è venuta fuori la politica di razza, che agisce avendo dei traguardi strategici da raggiungere. Come prima cosa ha cercato di accreditarsi in campo internazionale facendo dell’europeismo e dell’atlantismo i perni della sua strategia, che non è soltanto italiana ma europea, puntando con le prossime Europee a cambiare la governance della Comunità.
In questi dieci mesi di governo si può dire che abbia mostrato più il volto liberale che quello sociale della destra, quello possibilista dell’accordo piuttosto il risolutivo della drasticità. Si pensi al blocco navale per risolvere la crisi dei migranti. Ma questo non significa che a fronte delle urgenze o delle mutazioni non finisca per operare diversamente. Lo ha fatto, per esempio, col ministro di giustizia Carlo Nordio, stoppandolo in alcuni importanti punti della sua riforma d’impianto chiaramente liberale, come l’abolizione dell’abuso d’ufficio e della separazione delle carriere dei magistrati.
Oggi lei non rappresenta tutta la destra, è vero, ma è sbagliato ascriverla ad una sola parte. Che alcuni (Alemanno, Granata, probabilmente altri) tentino di rimarcare differenze per scopi elettorali lo si comprende benissimo. L’anno venturo ci saranno le Europee e tutti legittimamente aspirano ad una affermazione. Alemanno nella stessa serata televisiva, in cui faceva i distinguo in casa destra, annunciò che dopo l’estate avrebbe lanciato un movimento politico di destra sociale. La Meloni, di certo, non starà a guardare.
sabato 5 agosto 2023
La rissa non giova al governo
Da uno di destra non aspettarti che ti porga l’altra guancia se gli dai uno schiaffo. Quello ti risponde subito con un sovrappiù, se gli riesce, senza neppure aspettare tanto. È questione di carattere, o di cultura, come oggi a qualcuno di loro piace dire. Gli attacchi, spesso anche pretestuosi, dell’opposizione alla maggioranza Meloni, che nel nostro costume politico ci stanno, hanno avuto finora la reazione della minaccia di non so più quante commissioni parlamentari d’inchiesta. Agli attacchi, insomma, delle opposizioni la maggioranza risponde con …delenda Carthago.
Le reazioni di quelli che si sentono nel mirino sono state piuttosto scomposte. Perfino Roberto Speranza, l’ex ministro della sanità, pur di natura quietosa, ha alternato piagnucolio a parole grosse, facendosi vittima di minacce inique. Per non dire dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dell’ex Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, che hanno avuto parole di rabbia e di sdegno, facendosi passare per dei poveri cristiani.
Gestione del Covid da parte del governo Conte II, Reddito di Cittadinanza da parte dell’Inps di Tridico, strage di Bologna del 2 agosto 1980, per quanto su quest’ultima si sia pronunciato il Presidente della Repubblica affermando perentoriamente che fu strage fascista, sono queste alcune delle iniziative inquisitorie del primo governo di destra della Repubblica.
Non è credibile che i promotori di tante inchieste siano convinti della bontà degli esiti, conoscono molto bene che fine queste hanno fatto nel passato. Ma servono a tenere alto il livello dello scontro. Dalla bagarre, però, chi ha da perdere è soltanto il governo, che, tenuto in agitazione dalle accuse, invece di cercare di smentirle nell’unico modo positivo, operando, si accanisce a rispondere con falli di reazione, colpo su colpo, non tollerando che neppure una mosca gli passi davanti al naso.
Ciò non toglie che le motivazioni delle minacciate commissioni d’inchiesta siano fondate. L’Italia ha il maggior numero di vittime in Europa da Covid rispetto alla popolazione. Ci sono state delle manchevolezze e degli errori, sì o no? E se sì, perché fare finta di niente, tanto ormai è tutto passato e chi ha avuto ha avuto, con tutto il resto della napoletana filosofia di vita? Sono proverbiali le sciatterie della pubblica amministrazione. Basti pensare che il piano antipandemico non si aggiornava da anni. Non è possibile che a fronte di una velocità tecnologica senza precedenti ci sia in Italia una pubblica amministrazione dormiente, tarlata da dirigenti e funzionari neghittosi, che ora vogliono addirittura che si abolisca il reato di abuso d’ufficio.
Il Reddito di Cittadinanza è costato all’Erario ben 25mld di Euro in tre anni. Quanto sarebbe costato se fosse stato gestito correttamente? Se fosse stato dato a chi veramente ne aveva diritto? Ci sono o non ci sono responsabili nella mala gestione? E se sì, perché non procedere agli accertamenti e a trovare i responsabili del danno arrecato?
Su Bologna e la strage del 2 agosto 1980 si disse fin da subito che era stata una strage fascista. E che significa? Che l’aveva ordinata il Msi? Era questo l’unico partito considerato fascista a quei tempi e perciò puntigliosamente tenuto fuori. Erano anni in cui al potere c’era il centrosinistra e tutto era nelle mani della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, col Partito Comunista come unico riconosciuto partito di opposizione. Il potere era tutto lì. È vero, i condannati di quella strage erano giovani vicini all’estremismo nero e probabilmente essi costituirono la manovalanza. Lo ammise lo stesso Pino Rauti che elementi dell’estrema destra extraparlamentare facilmente si lasciavano coinvolgere in oscure trame terroristiche, allettati da deliranti attese rivoluzionarie. Ma chi volle e ideò la strage? Veramente il duo Mambro-Fioravanti? Fino ad oggi non è chiaro. Si parla di intrighi internazionali, in cui figurano la Cia e il Mossad, si parla dei palestinesi e degli accordi segreti col governo italiano. Sapere come veramente andarono le cose è compito di chi ha responsabilità di governo e di Stato. Dire che furono i fascisti è come dire il laerziade “Nessuno”.
Il guaio è che non si verrà mai a capo di nulla. Purtroppo! Queste commissioni d’inchiesta sono strumentali e, in quanto tali, finiranno per far passare questo governo come il più rissoso e il meno concludente della Repubblica, continuamente disturbato dagli attacchi isterici delle opposizioni e dalle difficoltà che già il governare comporta nella sua pratica quotidianità.
lunedì 31 luglio 2023
Libertà di dire: a chi, cosa e come
Personalmente sono contrario alla censura e a qualsiasi restrizione di opinione o di linguaggio. Non condivido che ad un giornalista come Filippo Facci venga negata una striscia televisiva sulla Rai per una frase pubblicata in un articolo su “La Verità”, in relazione al caso La Russa, per quanto grave potesse essere l’offesa rivolta alla ragazza che aveva denunciato di essere stata violentata. Non condivido che allo scrittore Roberto Saviano venga cancellata dalla Rai una serie di puntate televisive contro la mafia, peraltro già registrate, perché avrebbe violato il codice etico. Se la mettiamo su questo piano in Italia, dove, fino a prova contraria, non vige lo Stato etico ma la Costituzione della Repubblica, finiremo tutti silenziati, tranne i soliti adeguati e adeguanti.
Qualche problema, però, si pone. I giornalisti possono dire tutto quel che vogliono e contro chi vogliono, impunemente, coperti dall’art. 21 della Costituzione? Facci, nella circostanza, è stato volgare, lo ha ammesso; Saviano, invece, è reiteramente violento, ma non lo ammette e anzi si dice vittima a sua volta. Ecco alcune perle del suo campionario: cialtroni dell’antimafia, ministro della mala vita, bande parlamentari; per lui i ministri in carica sono buffoni, bastardi e incompetenti, il governo Meloni è un governo fascista. Ne ha per tutti. Questo nuovo Savonarola napoletano è assai più violento del suo antesignano ferrarese, che concludeva le sue requisitorie invitando i reprobi a pentirsi se volevano evitare l’inferno.
Che Saviano paghi già per questa sua incontinenza con una minaccia che gli incombe sulla testa da parte della mafia, che lo costringe ormai da moltissimi anni a vivere sotto scorta, è un dato di fatto. Ma questo non lo autorizza ad usare la stessa violenza contro gli avversari politici. La mafia si vendica tenendolo sotto minaccia; ma gli altri, i politici che vengono continuamente ingiuriati e offesi, nulla possono per difendersi? Forse il suo stato di eroe vivente dell’anticrimine lo esonera da qualsiasi eccesso verbale? Può veramente distribuire a piacimento insulti? Se la risposta fosse affermativa, lui avrebbe non il potere ma lo strapotere nei confronti di quanti, a suo insindacabile giudizio, meritano qualsiasi improperio, franco di porto, per usare un’espressione commerciale. Lui non chiede di essere creduto, presume di essere credibile, aggiustando pro domo sua la nota distinzione che ne fa don Luigi Ciotti.
Sarebbe veramente una strana democrazia quella che consente ad alcuni di aggredire (opinionisti) e ad altri di dover subire a prescindere (politici). Si eccepisce: Facci, che ha l’opportunità di dire, avrebbe aggredito una povera fanciulla “vittima”. E questo non sta bene. Saviano, viceversa, aggredisce il potere, che di per sé è produttore di violenza e di vittime, e questo gli darebbe ogni legittimazione.
Nel momento in cui, però, un politico, che sempre uomo è, si difende, si grida al sopruso; come se il politico non potesse querelare, non potesse attivare alcunché per farsi le proprie ragioni di modo e di fatto, dovesse semplicemente subire per il solo fatto di essere un politico e, come un fante sul Piave, tacere e andare avanti.
In Italia, accanto alla solita guerra tra magistrati e politici, è in escalation un’altra, tra opinionisti da una parte e politici dall’altra. Ci mancavano solo i preti. E sono arrivati! Don Luigi Ciotti, un altro che può dire ciò che vuole, ha ironizzato su un’impresa che il governo Meloni e il Ministro Salvini in particolare sono impegnati a realizzare, la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Lo ha fatto non esprimendo dissenso, ma sarcasmo e insinuazioni. Legittimo che don Ciotti, o altri, dica quello che pensa nel modo come ritiene più opportuno, ma perché indignarsi se il Ministro Salvini gli risponde, ravvisando nelle parole del prete, a parer suo, uno sproposito?
Io credo che tutti dovremmo uscire dalle logiche di appartenenza e riconoscere due cose: la prima è di dire sempre quello che pensiamo senza timore di lesa maestà, ma con rispetto; seconda, di farlo nella forma più personale, con l’unico “obbligo” del sintatticamente corretto.
Senza scadere nel turpiloquio e nella violenza, si può dire quel che si vuole con lo spirito mordace, con la citazione dotta o popolare, con la capacità di trovare la metafora giusta, con una battuta. Con l’aceto e non col veleno, insomma.
giovedì 27 luglio 2023
Il caso Zaki mette a nudo la destra
Secondo l’antica teoria evemeristica, di classica memoria, gli dei altro non erano all’origine che uomini straordinari per delle loro qualità, che la fama rendeva divini. Così una donna mortale, bellissima e desideratissima, era all’origine della dea Venere, che perciò divenne dea della bellezza e dell’amore. Poetico il racconto di Ugo Foscolo nell’Amica risanata. In tempi moderni, i nuovi dei, si creano dal nulla, facilitati da una fama infinitamente più veloce e potente dell’antica. Un esempio è Greta Thunberg, mito vivente della lotta per la difesa dell’ambiente.
Patrick Zachi è un cittadino egiziano, studente a Bologna, arrestato nel 2020 perché aveva criticato il governo del suo paese per non aver rispettato i diritti dei cristiani copti. È rimasto in bilico tra carcere e attesa di giudizio per circa tre anni; alla fine condannato e subito dopo graziato dal presidente egiziano Al Sisi. Si dice, grazie alla diplomazia del governo italiano e a tutta la propaganda fatta dai suoi amici e dalle autorità dell’università bolognese, che hanno trasformato lo Zaki in un mito, un dio della difesa dei diritti umani nel mondo moderno. Per ragioni di prestigio il governo italiano tiene a che Zaki entri nel nostro Pantheon. Fin qui transeat.
Ma i comuni mortali, come noi, sono sempre pronti ai ma e ai però. Il cittadino egiziano Patrick Zaki ha rifiutato l’aereo di Stato per tornare in Italia, che gli sarebbe stato messo a disposizione – horresco referens! – dal governo italiano. Un’esagerazione, che il governo Meloni ha compiuto e che il rifiuto dell’interessato ha amplificato. Palese il diffuso imbarazzo che ne è derivato. Le reazioni a destra non sono tardate a farsi sentire, dall’accusa di irriconoscenza alla nullizzazione del personaggio: Patrick Zachi, chi?
Zaki ha idee politiche sue, a cui tiene moltissimo. Chapeau! A Bologna, dove studia e dove ha già conseguito la laurea triennale, dove vogliono dargli la laurea honoris causa e perfino la cittadinanza italiana, vive in un ambiente fondamentalmente di sinistra, di quell’universo dei diritti umani senza limiti e confini; per esemplificare, alla Schlein. Fa bene a difendere questo suo buco o inghiottitoio di riservatezza politica. Per questo ha sentito troppo soffocante, più dell’afa di questi giorni, l’abbraccio di un governo di destra. Che, a quanto pare, di comportarsi come il suo elettorato vorrebbe che si comportasse, (lo dico tra parentesi), neppure gli passa per la testa. Dispiace dirlo, ma il governo di Giorgia Meloni sta dimostrando di avere un certo complesso di inferiorità. Di qui il cercare di comportarsi come al suo posto si comporterebbe un governo di sinistra. Ricordiamo la vicenda della giovane cooperante Silvia Romano liberata dopo essere stata prigioniera di terroristi islamici per diverso tempo e accolta in Italia con bandiere e fanfare ai tempi eroici di Conte II.
Il colpo del rifiuto lo ha assorbito egregiamente la disinibita Presidente Meloni, che ha dichiarato di non cercare riconoscimenti pubblici per quello che ha fatto facendo liberare Zaki e ribadito il suo interessamento per sbrogliare il caso Regeni, che, secondo i soliti sospettosi, sarebbe entrato nella “trattativa” per liberare il nuovo dio dei diritti.
A prescindere da come siano effettivamente andate le cose, il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore triestino arrestato, torturato e ucciso nella capitale egiziana dai servizi segreti di quel Paese, avendolo scambiato per una spia, è assai più complicato. Primo, perché qualunque sia la risposta del regime egiziano, essa viene confrontata con una verità già “scritta”; secondo, perché solo se Al Sisi catturerà e punirà i veri responsabili si può dire che il caso è chiuso. Cosa, questa, assai improbabile, perché un governo autoritario e poliziesco non sconfessa mai i suoi uomini.
La Meloni avrebbe dovuto agire nella circostanza non dico come vuole Salvini, prima gli italiani, ma almeno più da rappresentante politica della destra e prendere a cuore più il caso Regeni che quello Zaki. L’essere Presidente del Consiglio non può fare aggio sul suo essere a capo di Fratelli d’Italia. Se no ogni presidente, di destra o di sinistra che sia, finisce per rappresentare solo se stesso. Ora, l’ipotesi che Al Sisi abbia liberato Zaki per non avere più fastidi per Regeni, onestamente è nelle cose. La famiglia Regeni e quella più allargata del mondo della destra se ne devono fare una ragione e sperare in un ravvedimento miracoloso dell’autocrate egiziano. In fondo anche Traiano andò in paradiso per aver dato ascolto ad una madre. Dicitur.
Iscriviti a:
Post (Atom)