sabato 12 dicembre 2020

C'era una volta Natale *

Saltano pure i detti, ormai. Pasqua e Natale con chi vuoi, gli ultimi giorni coi tuoi. Quasi quasi non ce lo ricordavamo più. È stata la regola fino a quando non è arrivato questo stramaledetto Covid 19, che obbliga a stare dove puoi e con chi puoi, laddove il “puoi” dipende dall’ultimo dipiciemme. Gialli, arancioni, rossi. I politici locali, ormai ridotti a raccoglitori di voti, si lamentano, si sentono discriminati, come se non ci fosse in ballo un pericolo maledettamente serio ma la distribuzione di pacchi dono. Quanto stiamo vivendo da circa un anno è cosa cui non eravamo men che abituati neppure a immaginare. Ci sentivamo garantiti da certe minacce. Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale, che volete che ci faccia un virus? Era così poco innocua la parola “virus” che spesso il medico di famiglia che ti veniva a visitare per un qualche raffreddore o principio di diarrea, per sdrammatizzare, ti rassicurava “non è nente, sta girando un virus”, come se entrasse dalla porta e uscisse dalla finestra. Oggi la parola si contende il primato di preoccupazione con altre assai più perniciose. E tuttavia l’avvicinarsi di Natale ci porta in altre atmosfere, che la modernità non ha del tutto sfrattato dal nostro immaginario. Non potendocelo più permettere, abbiamo recuperato il senso di un evento straordinario.

Le feste di fine anno erano un’occasione irripetibile, una sorta di rituale che affondava le radici dove con la mente l’uomo non può arrivare. Era così, e basta. Le famiglie si congiungevano da ogni parte del mondo in ogni parte del mondo. Era come se si vivesse dodici mesi per quell’ultimo appuntamento finale. Era un arrivo per un’altra partenza. Molti lavoratori che venivano dall’estero, dalla Svizzera e dalla Germania soprattutto, erano gastarbeiter, stagionali. Sarebbero ripartiti a marzo con la nuova stagione. Erano perciò stracarichi di roba. Si può dire che portassero con sé l’inverosimile, tutto il loro mondo della quotidianità di vita e di lavoro. Come facessero, era da non credere.

Altri tempi, si dirà; ed è così. Oggi non esiste più quel tipo di migrazione. Noi italiani siamo in tutti i paesi europei, spesso da cittadini con uno status consolidato, siamo a casa anche stando all’estero. I moderni mezzi di comunicazione hanno cambiato il modo di tenersi in relazione e in vicinanza. Ma Natale è pur sempre Natale, oggi come ieri o forse come l’altro dell’altro ieri.

Mi ricordo, ragazzino, alla Centrale di Milano nei primi anni Sessanta. Io, migrantino, fra masse di migranti in movimento. Dovevi stare attento a non essere travolto dalla gente, che sembrava come spinta di qua e di là da un vento turbinoso. Scene da Inferno dantesco. I convogli erano presi d’assalto per accaparrarsi il posto. Ondate di passeggeri passavano da un binario all’altro violando le prescrizioni di non attraversare i binari, appena l’altoparlante annunciava che il treno per Lecce, per Napoli, per Palermo, era in arrivo sul binario ics e ipsilon. Raggiungere il binario giusto prima degli altri significava assicurarsi un posto fino a casa. I treni partivano ogni mezz’ora. I vagoni arrivavano pieni già in stazione. Si passavano oggetti e persone dai finestrini. Bambini ma anche adulti, soprattutto donne, li facevano salire dai finestrini, e c’era chi rimaneva mezza di dentro e mezza di fuori agitando le gambe nello sforzo di guadagnare con le braccia il fondo dello scompartimento. Si vedevano mucchi di valigie semoventi tanto il portatore era coperto e nascosto. E voci…e voci incrociarsi, raggiungere l’orecchio del destinatario come per calamita. Scene che non dimentichi per il resto della vita, perché in nessun volto si vedeva un minimo di sorriso, di serenità, ma tutti erano stravolti, tesi, spaventati, angosciati. Le valigie occupavano scompartimenti, corridoi e perfino le ritirate. Non mancavano le scortesie, cui seguivano litigi; ma per fortuna erano pochi e si ricomponevano subito. Si passava la notte a giocare a carte sulle stesse valigie come fossero un tavolino e sedie. La gente vedeva nell’altro un se stesso bisognoso di essere compreso e rispettato. 

Raggiungere, finalmente, la meta dell’ultima stazione era un’autentica avventura, che solo la grande gioia di riabbracciare i tuoi ripagava dalla fatica e dall’ansia. E via, a trovare il noleggiatore paesano, che con la sua millecquattro fiat prolungata carica dentro di dieci-dodici persone e di sopra con il doppio di valigie e pacchi ed abbassata fino a sembrare senza ruote, ti portava a casa. E lì trovavi i tuoi sull’uscio coi vicini che ti attendevano in festa e in lacrime. Era Natale, vagliò!

* Già apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 10 dicembre 2020 col titolo  "Natale con chi puoi...a causa del Covid"

 


mercoledì 9 dicembre 2020

La fine ingloriosa dei Cinque Stelle


Ha detto recentemente Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati, terza carica istituzionale – mica niente! – che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, voluto dai Cinque Stelle già nel 2018 col governo gialloverde e confermato nel 2019 col governo giallorosso, andava salvato. A chi si rivolgeva? Ai 5 (dico cinque) suoi compagni di movimento che non volevano votare la riforma del Mes voluta dal governo. Quale il senso dell’intervento di Fico? È semplice: non si vota sulla bontà del provvedimento, magari su quella si avrebbe anche ragione di votare contro, ma sulla difesa del governo. Sul Mes non c’è stato esponente grillino, da Conte a Di Maio, fino all’ultimo militante, che non lo abbia escluso in maniera totale. Ora i contrari sono rimasti in cinque. Dunque i grillini sono bugiardi, esattamente come bugiardi erano i loro predecessori di tanti altri partiti.

Chi sa di politica, sa che questo comportamento è normale. Non lo era per i Cinque Stelle fino al loro ingresso nelle stanze del potere. È accaduto tante volte che nel corso della prima repubblica democristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali e perfino missini (sottobanco questi) hanno votato non per il merito ma per l’opportunità di far cadere o non far cadere un governo. Erano e sono le dinamiche della vita parlamentare, contro cui Beppe Grillo e i suoi adepti per anni si sono scatenati contro. Senza riguardi per nessuno i grillini hanno sparato a zero come i cannoni di Bava Beccaris sui politici dei precedenti venti anni, insultandoli, dileggiandoli, ingiuriandoli, come in genere si fa nei trivi di paese fra comari acide.

Si dice – giustamente – che ogni classe politica, la più fortemente determinata a fare diversamente da chi l’ha preceduta, prima o poi degeneri. Ma i Cinque Stelle hanno una storia brevissima, appena dieci anni, e appena due di governo. Questi non sono degenerati, non ne hanno avuto il tempo per diventarlo. Questi erano già degenerati.

Viene di chiedersi: ci voleva l’esercito di Franceschiello dei Cinque Stelle, incompetenti buffi velleitari, autopromossisi forza rivoluzionaria, per continuare a tenere in vita quello che si voleva annientare? Qui non si tratta di giudicare un provvedimento, in questo caso il Mes, sul quale si possono esprimere le più varie posizioni, ma di capire un comportamento politico, condannato quale esiziale sistema della democrazia e della partecipazione del popolo al potere. Fico, che, absit iniuria verbis, sembra un massaro uscito da una masseria pugliese di fine Ottocento, avrebbe potuto spiegare la bontà del provvedimento, fingendo, arrampicandosi sugli specchi. Se ciò avesse fatto avrebbe tutt’al più commesso un errore di valutazione. Ma un errore non è grave quanto lo è invece un modo di fare, una filosofia politica. Non si dice sì a qualcosa che si ritiene sbagliato per non far cadere il governo, ma se e quando si è convinti della sua bontà.

Un caso singolo? Nient’affatto. I Cinque Stelle oggi sono divisi e confusi. Sanno che il popolo che li ha votati solo in piccolissima parte li condivide. Lo provano gli esiti elettorali degli ultimi due anni e i sondaggi. Gli elettori grillini s’aspettavano che i loro rappresentanti facessero più o meno quanto essi avevano promesso in campagna elettorale. Un po’ perché gli elettori non conoscono gli “obblighi” cui sono sottoposti i rappresentanti nel momento in cui scendono dai loro pulpiti e si siedono sugli scranni parlamentari, e un po’ perché sono a volte fanaticamente convinti che cambiare certi metodi si può e si deve a prescindere. Nel momento in cui gli elettori si accorgono che tanto non accade e si dice apertamente da parte dei loro rappresentanti perché non accade, allora non si può che prendere atto della delusione e del fallimento.

I Cinque Stelle su che cosa poggiano i loro comportamenti, le loro pretese di essere migliori di chi li ha preceduti? Su una migliore cultura? Su una più fondata esperienza? Sulle loro credenziali etiche? – Onestà! Onestà! – Su che cosa, se poi si perdono nelle miserie di un voto su un provvedimento, sbagliato, per non far cadere un governo altrettanto sbagliato?

Non è la prima volta nella storia che quel pubblico che ha portato agli altari un uomo o un gruppo di uomini poi si rivolti contro quando si accorge di essere stato tradito. I Cinque Stelle fanno pensare a Masaniello, il pescivendolo napoletano assurto a capopolo per fondate ragioni e fondati comportamenti; ma finì non molto dopo per essere ucciso dai suoi stessi, i quali infilzarono la sua testa su una picca e girarono la città. Non siamo a quei tempi, ma la fine ingloriosa e indecorosa dei Cinque Stelle aspetta solo di essere ratificata dal voto popolare. È la nuova picca. E forse anche per questo essi non vogliono che si voti nell’imminente.

sabato 5 dicembre 2020

Saremmo alle comiche se non ci fosse da piangere

Siamo in una situazione davvero incredibile. Da anni si susseguono cose incredibili in questo “incredibile” paese. Da incredibilità ad incredibilità siamo giunti a non credere più in niente. Il governo giallorosso di Conte non cade nonostante non si tenga in piedi. Per un verso chi più lo attacca all’interno e dall’esterno, per un altro chi più gli attacca paletti per tenerlo ritto, come si fa ad una pianta tormentata da venti contrari. L’ultimo e il più convincente sostegno è che non può cadere perché se cadesse non ci sarebbe una soluzione parlamentare ma non si potrebbe neppure votare, stante la furia della pandemia.

Ci sarebbe da obiettare su entrambe le cose. Sulla possibilità di alternative parlamentari, si osserva che valgono quando convengono per certe forze politiche dell’establishment e non valgono per altre. Il principio dovrebbe essere lo stesso: se in Parlamento c’è una maggioranza, balorda e sgangherata quanto vogliamo, va sperimentata. La maggioranza gialloverde prima e quella giallorossa dopo non erano più attendibili di un’ipotetica terza, magari tricolore. Ne abbiamo viste di tutti i colori in questi ultimi trent’anni. Quanto all’inopportunità di votare in piena minaccia pandemica, non si può non ricordare che non è da molto che si è votato per le regionali (20-21 settembre).

Secondo Marzio Breda, che porta sul “Corriere della Sera” la voce del Quirinale, il Presidente Mattarella è preoccupato (Corsera del 04.12.2020). La causa è sempre la stessa: è l’implosione dei 5 Stelle. L’inarrestabile emorragia di voti, di credibilità e di compattezza ha portato questo partito sull’orlo della scissione. Mentre la componente più governativa si identifica sempre più col sistema geneticamente inviso e combattuto, l’altra alza la voce e minaccia iniziative traumatiche. Non vogliono il Mes ma non vogliono neppure la riforma del Mes. Minacciano di non votarla in Parlamento, col rischio di far giungere l’Italia davanti al consesso europeo senza una condivisa politica estera. Dietro questi contrasti nei 5 Stelle ci sono ben altre ragioni di identità e di posizionamento politico. Ormai questo non è più un movimento ma non è ancora un partito, mentre le fughe si susseguono senza sosta. Il Pd fa sapere che tutto questo minaccia il governo e che senza politica estera non si va da nessuna parte. Dunque le due componenti più consistenti della maggioranza sono in fibrillazione e minacciano – scientemente e incoscientemente – di farlo cadere.

Dall’esterno, dalle opposizioni – ça va sans dire – il governo è attaccato perché cerca di tenere insieme le forze di maggioranza con provvedimenti sui quali esse sono d’accordo, vedi la riforma dei decreti sicurezza. Salvini e Meloni trovano davvero incomprensibile come in tante difficoltà in cui si dibatte il paese, il governo non trovi niente di meglio che aprire i porti ai migranti. L’unica politica “estera” di questo governo credibile è quella contro l’unico “estero” possibile in Italia, quello delle opposizioni. Più si dà addosso a Lega e Fratelli d’Italia e più 5 Stelle e Pd trovano motivi per mettere da parte i contrasti propri e intendersi sulle cose che poi non riescono a fare di comune accordo. Ma si deve anche riconoscere che le manifestazioni inscenate in Parlamento con cartelloni “Conte dimettiti” evocano situazioni assai più gravi e dunque tendono a far apparire la situazione non più sostenibile.

Il governo probabilmente non cadrà. A convincerci di tanto è l’inconsueta fermezza di Giuseppe Conte sulle misure precauzionali anti Covid. Nonostante le varie lamentele da più parti sulle chiusure e sulle aperture, su questo o quel colore di questa o quella regione, egli ha proseguito imperterrito, anche se sempre più chiaro appare che certi provvedimenti nei confronti delle regioni a governo di centrodestra (Lombardia e Veneto) siano più duri rispetto a quelli a governo di centrosinistra (Campania e Puglia). Ma qui non si può non osservare come il medico – in questo caso il governo – finisce per essere più bravo ed efficace proprio nei confronti di chi cerca di colpire di più con provvedimenti duri ma terapeuticamente migliori. Ci sono i risvolti economici, è vero, ma ormai di questa epidemia sappiamo che va affrontata prima di tutto per la sua minacciosità fisica. Il noto detto “finché c’è vita c’è speranza” calza a pennello in questa congiuntura.

Ma se il governo non cade non può evitare di dimostrarsi sempre meno adeguato. Non tanto e non solo per la figura di Conte, sul quale la storia avrà più materiali probatori per giudicarlo, quanto per la mancanza di governance, per la mediocrità della maggior parte dei suoi ministri e vice.  

sabato 28 novembre 2020

Maradona lo comandava il diavolo

In nessuna lingua del mondo come in quella popolare trovi a volte le risposte più giuste e puntuali di fronte ad un fenomeno inspiegabile, naturale ma che naturale non sembra. Ce n’è una nel nostro dialetto che ora, nel caso di Maradona, calza a puntino. Lu cumannava u tiàulu (lo comandava il diavolo). In italiano non rende la stessa idea. Tutto quello che realizzava in campo e fuori era opera del diavolo, che di lui si serviva per entusiasmare e per irritare, per esaltare e per condannare, per innalzare al cielo e per sprofondare negli abissi. Era l’avatar del maligno. Chi ha detto che il diavolo suggerisce solo il male? Fa una cosa e l’altra, il male e il bene, con lo stesso spirito beffardo.

Con Maradona riusciva magnificamente. Quando il calciatore semina come coriandoli sei avversari in un percorso di cinquanta metri e finisce quasi per entrare in rete col pallone dopo aver beffato perfino il portiere è il diavolo in lui. Lo abbiamo visto tutti nella famosa finale tra Argentina e Inghilterra in Messico. Così come quando con la mano segna il gol che farà infuriare gli inglesi per la vita è ancora il diavolo che lo comanda, un diavolo argentino, che si prende la rivincita per la sconfitta militare delle Malvinas.

Lo ricordiamo ancora noi juventini quando in una punizione dal limite, a pochi metri di distanza dalla porta, con la barriera da superare in una famosa partita che vale lo scudetto, beffa il povero Zoff con una micidiale strafottente falciata al pallone fermo.

Ce ne sono tante di simili diavolerie sul campo operate dal diavolo tramite Maradona che è inutile star qui ad elencarle tutte; e, poi, le opere buone del diavolo sono belle se le vedi e dunque corriamo tutti a vedercele ogni tanto. 

Ma il diavolo non è lui se non fa anche il male; e il male lo fa in un modo altrettanto beffardo. Il Maradona degli ultimissimi tempi era una caricatura, qualcosa di grottesco, malfermo su quelle stesse gambe di tante incredibili imprese. Con Maradona si scapriccia e col male che gli fa fare a se stesso riesce perfino ad eguagliare il bene che gli aveva consentito, abbrutendolo in tutti i modi possibili: con la droga, con le donne, con l’alcool, con la malavita, con l’esaltazione di tutti i regimi populistici dell’America latina. Maradona andava con chiunque avesse il potere, specialmente quello diretto, violento, totalitario come in genere quello dei dittatori. A suo modo anche la camorra è un potere diretto e totalitario; e per questo entusiasmava quell’uomo, abituato a convivere col diavolo che aveva in corpo. Trascorrere una nottata in compagnia di potenti camorristi, fra belle donne e fiumi di cocaina, per lui, per il suo demone, valeva una partita di pallone vinta su poveri avversari annichiliti dalle sue imprese diaboliche, a volte su avversari degni del massimo rispetto, bravissimi ma umani. Oggi il termine populismo coi suoi derivati è di moda, è facile usarlo anche per Maradona. Ma così è. Egli è stato l’incarnazione del populismo più bello e chiassoso, più diretto e aggressivo.

Non si potrà mai stabilire se come calciatore è stato lui il più grande di tutti perché ogni confronto non regge, perché gli altri, pur immensi, non “godevano” dell’ispirazione e dell’aiuto del diavolo. Pelè resta per ora insuperato, ma Pelè non ha mai fatto, né in campo né fuori, cosa che possa minimamente far pensare al soprannaturale, all’incredibile. Sicuramente altri ne verranno – è il bello della storia – non tantissimi, ma capaci di far pensare che qualcosa di diabolico si nasconda nei loro piedi, nella loro testa o nelle loro…mani. Allora forse si potrà tentare un paragone. Inutile, peraltro, perché il diavolo, comunque si vesta, è sempre simile a se stesso e come Paganini non si ripete. Per ora a Maradona auguriamo pace e riposo, umanamente intesi.

sabato 21 novembre 2020

Donald Trump e l'incredibile America

 

A me Donald Trump non è mai piaciuto e faccio ancora oggi fatica a capire gli americani che lo elessero quattro anni fa e gli hanno dato settanta milioni di voti il 3 novembre scorso. Che, però, non gli sono bastati per essere rieletto. 

L’errore fondamentale di Trump, se di errore si può parlare, è che dopo aver diviso l’America in due parti ha parlato solo ad una, alla sua, lasciando intendere che avrebbe fatto un mazzo così all’altra. Biden, invece, ha parlato a tutti gli americani. Si potrebbe racchiudere così il carattere dominante di una campagna elettorale intensa ed aspra. 

Gli americani non li capisco per tante cose, la più incredibile delle quali è che giudici o sceriffi in alcuni Stati vengano eletti dai cittadini, come fossero dei politici. Come può un giudice essere giudice, interpretare e applicare la legge senza condizionamento alcuno se deve pensare a farsi eleggere? Ed altrettanto fare lo sceriffo? Chi deve stare al di sopra delle parti non può stare, per incominciare, incardinato nella propria. Sono delle assurdità. Come inconcepibile è una sanità pubblica che non garantisca assistenza all’intera cittadinanza. Parlo da un pulpito che non è di simpatie democratiche né tanto meno di sinistra. Ritengo che alcune situazioni non dovrebbero più essere valutate di destra o di sinistra, ma essere conquiste acquisite, dalle quali prescindere. Giudici e sceriffi non devono dipendere da un voto popolare e la sanità è un diritto universale. Specialmente se consideriamo che stiamo parlando di un grandissimo paese, il più ricco e potente del mondo, e di una consolidata liberaldemocrazia.

Di più. Trump ha sempre manifestato una sorta di infantilismo, tradito dal timbro della voce e dalla gestualità improbabile, con quelle due piccole mani che sfigurano davanti alla mole del suo corpo che senbrano muoversi come a voler proiettare delle ombre cinesi. Le sue iniziative di licenziare in tronco tanti suoi uomini, importanti figure istituzionali, e di sostituirli con altri, per un piccolo sgarbo o per un nonnulla che sgarbo o inefficienza a lui sia parso, dimostra che si comporta come un bambino capriccioso, che rompe il giocattolo che non gli piace più. Questo voglio! Questo non lo voglio! Il suo esercizio di potere non trova riscontro se non in alcuni despoti orientali di tanti e tanti secoli fa. Anche la sua ostinatezza a non voler riconoscere la sconfitta elettorale del 3 novembre rientra in questa sindrome.

Ma tutto questo rende di per sé grandi gli altri? Può farli preferire a lui, sicuramente, ma non può alterare in alcun modo il loro valore. La sua inadeguatezza, le sue stravaganze, non possono elevare i suoi competitors a dei geni, come sta accadendo ora a Joe Biden, il presidente eletto.

Incominciamo col dire che Trump è pur sempre un uomo di successo e se è arrivato dove è arrivato deve per forza avere dei talenti. E, come accade spesso agli uomini di talento, ci si mette anche in loro favore la fortuna, intesa come coincidenza di situazioni favorevoli del tutto indipendenti dai loro meriti. Se divenne presidente quattro anni fa è perché l’altra parte, quella che gli contendeva l’elezione, la democratica Hillary Clinton, secondo tanti osservatori e analisti politici, non era competitiva. La presidenza di Barack Obama aveva lasciato degli scontenti e dei guasti nella complessa e difficile società americana. Trump vinse nonostante avesse preso tre milioni di voti meno della Clinton, grazie ad un macchinoso sistema elettorale, che fra l’altro prevede il voto anticipato e quello per corrispondenza. Altra cosa difficile da capire! Così, se oggi Trump è stato battuto da un candidato di 78 anni, che, a vederlo, non mette certo di buon umore né ti fa nutrire grandi speranze, è perché si è mosso l’universo mondo delle fasce sociali deboli offese dalla presidenza Trump e dei poteri forti che di Trump non volevano più saperne. E’ stato un combinato in genere difficilmente realizzabile, che ha trovato nella circostanza il modo di realizzarsi e di infliggere al discusso presidente miliardario la sconfitta. Segno, questo, che Trump, se pur qualche cosa di positivo ha fatto in questi quattro anni, soprattutto in economia, come dicono, era per gli Stati Uniti d’America e per il mondo occidentale uno sproposito, del quale liberarsi costi quel che costi. C’è chi pensa che a fargli perdere le elezioni sia stata la pandemia da Covid 19. Probabilmente avrebbe perso lo stesso anche senza questa crisi, da lui gestita malissimo.   

Quel che lascia Trump, un paese diviso e lacerato, fa tremare le vene e i polsi al successore. Il quale, peraltro, a molti ammiccamenti buonisti è giunto di recente in funzione elettorale. Joe Biden, il “buono” che tanti neri e ispanici hanno votato, nel 1994 ebbe un ruolo importante nella stesura della legge Violent Crime Control approvata durante la presidenza Clinton quando allora era a capo della Commissione Giustizia del Senato, una legge che prevede pene pesantissime anche per reati minori, che in tutti questi anni ha mandato in galera milioni di americani per lo più neri.

Ci sono nelle promesse del democratico e cattolico Biden delle enormi incompatibilità. Una è veramente colossale. Se si auspica che si arrivi negli Usa ad una più diffusa giustizia sociale, che si metta fine o si attenui il razzismo, che si copra l’intera popolazione con la sanità, che si dia a tutti un posto di lavoro, allora è evidente che il Paese deve darsi una regolata interna, stabilire il perimetro entro cui questi obiettivi sono raggiungibili. Allora occorre chiudere i confini ai migranti, come già aveva iniziato a fare Clinton facendo costruire il muro per arginarli sul confine col Messico. Se si apre a tutti in nome dell’accoglienza o della fatalità delle migrazioni, è del tutto evidente che non si può garantire sempre tutto ad un “tutti” in continua crescita. Come nessun recipiente, per grande che sia, può accogliere tutta l’acqua di un rubinetto continuamente aperto così nessun paese al mondo può farsi invadere e nello stesso tempo dare a tutti la sistemazione voluta. Una cosa simile la può dire – si badi: dire! – solo Papa Francesco, che dice e basta, non può pensarlo e tanto meno dirlo un politico responsabile, un uomo di cultura, un cittadino con un minimo di discernimento critico.

Quanto all’altro problema che è stato ingigantito e che ha caratterizzato l’ultimo anno di presidenza Trump, ossia il razzismo, nello specifico la violenza dei poliziotti americani nei confronti della popolazione nera, è appena il caso di dire che tra i poliziotti ci sono anche molti neri e che tra le vittime ogni anno ci sono anche molti bianchi. Ma se muore un bianco per le violenze di un poliziotto non fa notizia e scalpore come fa quando a morire è un nero, perché in questo caso è razzismo, con tutto quello che consegue sul piano della propaganda. Che, come si sa, è l’anima della politica. 

domenica 15 novembre 2020

Conservatori, è la fine?

 

Quando un conservatore non ha più nulla da conservare, non intendo beni materiali, essendo stato tutto il suo patrimonio ideale sovvertito dagli uomini e dagli eventi, allora o se ne fa una ragione, elaborando il danno ricevuto come si elabora un lutto, o diventa un reazionario, nel vano tentativo di recuperare qualcosa. La qual cosa, in verità, è assai improbabile.

Dal secondo dopoguerra, in un crescendo sempre più tumultuoso, la cultura di destra, ovvero il conservatorismo spirituale, imperniata su alcuni capisaldi, stato-nazione-società, dio-patria-famiglia, legge-ordine-libertà, è stata sconfitta su tutto il fronte. Tanto è accaduto in tutto il mondo occidentale, complice l’Europa dell’Unione, con lievi variazioni da paese a paese, dovute più che altro alla resilienza di ciascun paese. In buona sostanza c’è stata una vera rivoluzione nel campo della bioetica e del costume: non più l’insieme ma l’individuo, chiunque esso sia, viene prima di tutto.

Tutte le battaglie di emancipazione individuale la sinistra le ha vinte. Si iniziò in Italia col divorzio e poi con l’aborto. La famiglia? Non c’è più. Il matrimonio è un’opzione cui la gente ricorre sempre di meno. Si preferisce convivere. E la convivenza, per forza di cose, sfuggita alle leggi ferree del matrimonio dello Stato e della Chiesa, è legalmente riconosciuta a tutti, perfino a maschi con maschi, femmine con femmine. Del resto, ognuno è libero di cambiare sesso come gli pare e piace, non solo per oggettive fisiologiche ragioni, laddove ci sono, ma per il solo piacere di essere altro. E queste, chiamiamole famiglie per intenderci, hanno tutti i diritti delle famiglie storiche, compreso il diritto di adottare e di allevare bambini. Un bambino può avere la mamma una e la mamma due, oppure il papà uno e il papà due, a seconda se la coppia è formata da due femmine o da due maschi. Nella logica papo-francescana ogni individuo, maschio femmina omosessuale transgender, ha il diritto di avere una famiglia; e non una famiglia come le istituzioni comandano ma come ognuno la intende. Stato e Chiesa, ognuno nella sua sfera di competenza, hanno lasciato fare quando non hanno addirittura favorito il processo eversivo.

Quanto alla procreazione, ormai il discorso del maschio e della femmina che si accoppiano per procreare è un fossile. Oggi la procreazione può avvenire in tantissimi modi, più o meno assistiti, compreso quello dell’utero in affitto, come se l’utero fosse un vaso in cui si impianta un seme per poi travasarlo; compresa la clonazione, come riprodurre un oggetto con una stampante 3D. Si va verso l’eugenetica, la progettazione di un figlio secondo gusti personali. Ogni individuo è libero di darsi la morte assistita ed ogni persona è libera di assistere chi sceglie di morire. L’individuo, insomma, è il dominus assoluto. Li chiamano genericamente diritti civili.

In tutto questo processo una parte di primissimo piano ce l’hanno la scienza e la tecnologia, senza le quali molte di queste “conquiste” non sarebbero materialmente possibili. Ma ad avere la parte più importante è stata la politica, fortemente intrisa di spirito libertario e di ideologia materialista, ovvero di una sorta di cristianesimo senza Cristo, basato su una lettura superficiale del Vangelo, non più testimonianza di una vicenda sacrificale salvifica ma fonte dove attingere ogni gratuita concessione edonistica. La Chiesa, specialmente col papato di Francesco, in cui sociologia e marxismo sono nascosti dalla foglia di fico del Vangelo, ha offerto a questo permissivismo legittimazione piena.

La politica, a sua volta, ha influenzato la giustizia, che, anche in difetto di una legge specifica, sentenzia secondo lo spirito del tempo, non in base ad una legge che c’è, come dovrebbe fare, ma in base ad una legge che si vorrebbe che ci fosse e che probabilmente ci sarà. A difesa di questo processo, che si può ritenere democraticamente eversivo, una serie di leggi vieta al cittadino di esprimere pareri difformi dal mainstream, con tutta una serie di minacce legali. Basta dire negro e non nero per essere accusato di razzismo. Basta avere idee diverse su alcune problematiche storiografiche inerenti il nazismo e gli ebrei per essere accusato di negazionismo. La sigla Lgbt è come i fili dell’alta tensione: chi li tocca viene fulminato.   

Anche i confini della patria, termine ormai del tutto improprio, non hanno più la valenza di una volta e si tende a svilirli a mere indicazioni amministrative. Per cui chiunque giunga in Italia deve essere accolto, perfino chi, per esplicita ammissione è di una religione che per alcune questioni, non di poco conto, confligge con le leggi dello Stato ospitante. E’ notorio che l’Islam non si riconosce in alcune leggi dei paesi componenti l’Europa sia in materia di religione che di politica. Ma intanto l’Europa, a cui alcuni anni fa non furono riconosciute le radici cristiane, ospita milioni di musulmani ed altri ne accoglie ogni giorno.

In tutti questi anni ci sono stati tentativi da parte dei conservatori di opporsi o per impedire che certe trasformazioni passassero o che fossero meno radicali. Ci sono stati per questo fenomeni anche di opposizione forte, ma poi tutto è passato e l’esercizio quotidiano di queste trasformazioni ha conquistato progressivamente la società, certificando la sconfitta e la mortificazione dei conservatori.

La lezione che si trae è che opporsi a questo processo di trasformazione dell’uomo e della società in senso sempre più eversivo è inutile, e vale, quando accade, come riflesso condizionato ad un’offesa ricevuta. Come chi, ricevuto uno schiaffo, anche se si rende conto che chi glielo ha dato è più forte e potrebbe dargliene altri,  lì per lì reagisce lo stesso. I conservatori, di fronte all’ennesimo attacco eversivo, reagiscono creando nella società rimostranze e battaglie politiche, ma poi tutto si normalizza come accade ormai da più di settant’anni. Ricordiamo i referendum su divorzio e aborto.

In Italia, dal 2018 al 2019, in poco più di un anno, Matteo Salvini, capo della Lega e ministro degli Interni, si creò un consenso in Italia per la sua politica di respinzione dei migranti. Come è andata a finire? Che Salvini non è più ministro degli Interni e i migranti arrivano in Italia a migliaia e migliaia e la gente non se ne cura più. Non diversamente sta accadendo negli Stati Uniti d’America, dove Trump per quattro anni ha dato fiato a conservatori, sovranisti e primatisti, ed ora, perse le elezioni, lascia ai democratici di ristabilire il flusso delle concessioni a migranti, a chi vuole cancellare la storia del paese abbattendo monumenti e a tutta quell’umanità che in genere è favorita dalle politiche democraticamente eversive.

Di fronte al processo inarrestabile della storia i conservatori rischiano di essere cancellati, di ridursi ad una sorta di minoranza “religiosa”, con la speranza che le vengano riconosciuti gli stessi diritti riconosciuti a tutte le minoranze. A loro non resta  che svolgere un’opera di ferma testimonianza, in attesa che il processo di svuotamento dell’umanità giunga ad un punto oltre il quale per ragioni di sopravvivenza occorre ricominciare recuperando per primi quei valori universali di ordine e di disciplina indispensabili per ogni forma di costruzione o di ricostruzione. 

E i conservatori di beni materiali? Essi hanno capito che per ben conservare i loro beni e anzi moltiplicarli devono schierarsi coi progressisti, con gli avversari del conservatorismo. Ne va della bottega e, come ognuno sa, questa per un conservatore di beni materiali viene prima di qualunque altra cosa.

lunedì 9 novembre 2020

Il Movimento femminile di Azione Cattolica a Casarano 1929-1969

 

Un libro di storia è il punto d’arrivo di una ricerca, a volte perseguita intenzionalmente, a volte per così dire “trovata”, sempre però partendo da un’affidabile base documentaria. Capita a tutti gli storici di seguire questo duplice percorso. Luigi Marrella è uno storico di Casarano ormai di provata esperienza nel mondo delle “piccole cose di grande importanza”. Ben noti sono i suoi lavori sui materiali scolastici durante il regime fascista, dai quaderni ai diari, agli oggetti più minuti, a cui lo storico ha conferito dignità storiografica riconosciuta ai più alti livelli. Parimenti le tematiche cittadine, dalle quali egli parte per ricondurle nel più vasto fenomeno culturale e sociale di riferimento. Si tratti dell’inaugurazione del Monumento ai Caduti o dell’iniziativa di aiutare i terremotati di Reggio e Messina del 1908, della vita e delle opere di poeti e artisti locali (Adele Lupo, Antonio Natale, Quintino Toma) o del centenario di una Unione Cooperativa di Consumo, lo storico parte sempre dall’evento per allargare lo sguardo ad un contesto assai più ampio, con annotazioni critiche che segnano momenti particolari del processo conoscitivo della propria città ed offrono spunti di riflessione e input per nuove ricerche. Il suo è un percorso che salda le cose piccole di paese alle cose grandi della nazione.  

Nel suo ultimo lavoro “Il Movimento Femminile di Azione Cattolica nella comunità di S. Domenico in Casarano (1929-1969)”, che s’inserisce al n. 15 della collana da lui fondata e diretta, “Quaderni di Kèfalas e Acindino”, Manduria, Barbieri Edizioni, 2020, pp. 270, parte da una serie di quaderni in cui sono raccolti i verbali delle adunanze della Gioventù Femminile e dell’Unione Donne dell’Azione Cattolica della comunità parrocchiale di S. Domenico in Casarano nel quarantennio 1929-1969. Intento dichiarato dello storico è di vedere, attraverso la loro analisi, quanto e come questa micro e periferica esperienza socioreligiosa abbia recepito dalla chiesa nazionale e quanto a sua volta abbia inciso nella maturazione della società nel suo insieme, della donna in particolare, come individuo e genere, e della coscienza democratica del paese. Si consideri che il periodo in esame abbraccia fatti e fenomeni tra i più importanti del ‘900, a partire proprio dal 1929, anno del Concordato tra Stato e Chiesa, il regime fascista, la seconda guerra mondiale, il dopoguerra e la ricostruzione del Paese su basi democratiche, il Concilio Vaticano II. In compagnia di questo nucleo operativo, il gruppo donne cattoliche, è possibile vedere come a Casarano si vissero periodi di cambiamenti epocali e come le donne si adeguarono o resistettero ai condizionamenti. Rapporti col regime, per esempio; comportamenti e impegni nel corso della guerra; partecipazione alle elezioni per la prima volta delle donne nel 1946 e alle successive; la “rivoluzione” conciliare nell’ambito della religiosità. Sono tutte tematiche che costituiscono materia di discussione continua a ben altri livelli, puntualmente contestualizzati da Marrella in apertura. 

I materiali di cui si è servito, conservati nell’Archivio Parrocchiale di S. Domenico, costituiscono un fondo che si compone di due registri e di sessanta quaderni, in gran parte di verbali, ma anche di appunti e di relazioni, che il parroco don Antonio Schito gli ha messo a disposizione dopo averglieli fatti vedere “con la segreta speranza – dice Marrella – che scattasse in me la molla dell’interesse”, senza tuttavia chiedergli nulla.

Marrella cerca in quei verbali di individuare problematiche e proposte di quelle donne che ebbero in un’insegnante di scuola primaria, Giuseppina De Matteis, il “vero elemento trainante della comunità…autentica madre spirituale”, a cui è dedicato un intero capitolo (pp. 53-62). Una donna a cui si deve in gran parte anche la produzione dei materiali documentali di quell’esperienza, ovvero di quei verbali, in gran parte da lei stessa regolarmente e puntualmente redatti, che oggi ci consentono di conoscere momenti importanti della vita di quella comunità. Ci chiediamo quante altre esperienze sarebbero note al pubblico e agli storici se ci fossero state persone come la De Matteis con simili attenzioni metodologiche e organizzative. Quelle donne – dice lo storico – costituivano un “gruppo impegnato in un personale progetto di vita…a rendersi utile alla comunità sociale…ad operare secondo il dettato evangelico, al fine di costruire gradualmente, a piccoli passi, una società autenticamente cristiana”. I tempi non erano facili. Si trattava di dover “affrontare sacrifici, a sopportare talvolta persino lo scherno”. Le donne, a quei tempi, erano considerate nella loro esposizione pubblica come delle intruse e, benché il regime fascista le avesse anche mobilitate e in un certo senso emancipate, molte erano restie. In alcune riflessioni personali, all’interno della verbalizzazione, la De Matteis annota a volte lo scontento per l’insufficiente impegno delle stesse. “Per ogni attività si resta da parte – si legge in un verbale –, si assiste a questo sonno profondo che ha preso l’Associazione”.

Il volume, riccamente illustrato – costante cifra dei lavori di Marrella – comprende un’appendice documentaria, con testi e documenti che completano il quadro storiografico di uno dei più complessi e ricchi periodi del passato ormai meno recente di Casarano.