martedì 27 giugno 2017

A Lecce vince Salvemini


Quando si parte il gioco della zara – dice Dante nel VI del Purgatorio – colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara”. Normale che dopo una sconfitta ognuno rifaccia il percorso per trovare gli errori compiuti e i responsabili.
Per la sconfitta di Mauro Giliberti, candidato sindaco del centrodestra nelle Amministrative leccesi dell’11-25 giugno, è accaduta puntuale la conta degli errori e l’indicazione di chi li avrebbe compiuti. Ma più che Giliberti, lo sconfitto, sono i suoi mentori a cercarli. E, come prima cosa, è stata messa sotto accusa l’improvvida scelta di un candidato che con la politica non aveva avuto fino a quel momento nulla a che fare.
Bravo conduttore di fortunate trasmissioni a “TeleRama” e poi inviato di “Porta a Porta” di Bruno Vespa per la Rai, Giliberti si è impegnato a fondo nella campagna elettorale, ha messo la faccia per un’impresa partita male, si è presentato col garbo che lo ha sempre contraddistinto e sorprendentemente con buone competenze anche politico-amministrative, sapendo individuare problemi cittadini ed emergenze sociali, proponendo soluzioni e dando prospettive. Nei confronti diretti col suo antagonista Carlo Salvemini non solo non ha sfigurato ma è riuscito perfino a metterlo alle corde quando gli ha rinfacciato l’asimmetrica e discordante alleanza con Delli Noci, candidato proveniente dal centrodestra sconfitto al primo turno. Evidentemente l’aver avuto a che fare per tanti anni con politici e amministratori ha reso Giliberti “del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”, per tornare a Dante. 
Giliberti ha riconosciuto subito la sconfitta, ritenendola forse assai più probabile, se non scontata, di tanti altri esperti leader del suo schieramento, avendo anche per il vincitore parole politicamente opportune e interessanti. Ma i leader del centrodestra hanno fatto subito processi a uomini e a cose: Raffaele Fitto, la Poli Bortone e perfino la neve caduta in abbondanza a gennaio, quando in incontri se non segreti comunque silenziosi si puntò sulla candidatura di Giliberti.
A Mauro personalmente voglio bene. Mi ha invitato tante volte alle sue trasmissioni. Ho veramente gioito per lui quando seppi del suo successo in carriera con l’approdo a Rai Uno. Ma la sua candidatura mi parve subito come un atto di arroganza politica e di faciloneria di chi l’aveva disposta. Come dire: noi siamo il centrodestra e siamo talmente consapevoli della nostra forza che possiamo candidare un estraneo al mondo della politica, sicuri di vincere al primo turno come nelle precedenti quattro elezioni amministrative. Il messaggio era questo, almeno per come poteva essere recepito dall’elettorato.
Allora, la domanda: perché uomini politici scafati come Perrone, Fitto, Poli Bortone et similes hanno tirato fuori il coniglio dal cilindro – absit iniuria verbis – dando alla città di Lecce un messaggio offensivo? In politica chi insulta l’elettorato, sia come sia, facendogli capire di essere un povero fesso che beve tutto quello che gli propini, va incontro ad una giusta e salutare scoppola. Viene il sospetto che non di troppa sicurezza si sia trattato ma di calcolo nella scelta di Giliberti. Pur di non cedere a nessuno dei probabili eredi politici del centrodestra leccese, con buone probabilità di altri dieci anni di governo cittadino, i responsabili della scelta hanno pensato: mettiamo Giliberti, se vince tanto di guadagnato; e se perde, ha perso uno che non ha niente di politico da perdere; e intanto noi ci prepariamo per future competizioni.
In politica – mi scusino i lettori per queste mie incidentali – tutto ciò che accade a Roma accade anche nel più piccolo e sperduto paesino, perché la politica ha le sue leggi; e gli uomini tanto più istintivi sono, tanto più obbediscono a quelle leggi. Mi ricordo di un tale a Taurisano che, in occasione di candidature a sindaco, quando vedeva vacillare la sua, per stornare l’ambiente, tirava fuori una proposta che non stava né in cielo né in terra e perciò destinata a fallire; fino a quando non si arrivava, anche per stanchezza, alla sua. Guarda caso, era anche quel tizio di destra.

A Lecce la candidatura di Giliberti è passata, per arroganza o per calcolo poco importa. L’elezione, invece, si era vista problematica già al primo turno con quel voto disgiunto in favore di Salvemini che la diceva lunga. L’elettorato, che in genere si esprime più liberamente e senza calcoli al primo turno, al secondo si è accorto che tra i due contendenti chi aveva le carte in regola per fare il sindaco era Salvemini. Il mettere nel presepe amministrativo un santo qualsiasi, nel nostro caso una specie di Santo Stefano, al posto di San Giuseppe, al ballottaggio è risultato in tutta la sua incongruenza. E, infatti, Giliberti si è preso le pietre del protomartire. No, amici, il presepe va fatto coi pupazzi giusti. Nelle amministrative conclusesi non era Giliberti il “santo” giusto. Ma Mauro fa bene a non mollare e a prepararsi per futuri cimenti, perché il centrodestra di Lecce ha bisogno di lui. Salvo che non voglia mettere una pietra sopra e tornare alla sua professione. 

domenica 18 giugno 2017

A Lecce c'è chi ha già vinto, ma...


I sistemi elettorali sono determinanti a far vincere un partito, un candidato o uno schieramento; sono così determinanti che a volte fanno aggio perfino sulla volontà degli elettori. Lo dicono da sempre gli scienziati della politica o i politologi, come forse meno pretenziosamente si chiamano. Cosa significa? Che con gli stessi risultati ma con un diverso sistema elettorale invece di uno potrebbe vincere un altro. Tanto, per esemplificare. A Palermo basta raggiungere il 40 % più uno dei votanti per essere eletto sindaco. Con questo sistema elettorale a Lecce Mauro Giliberti sarebbe già sindaco. Invece, che cosa potrebbe accadere? Che sindaco potrebbe diventare Carlo Salvemini, vincendo il ballottaggio di domenica 25 giugno.
Se così andassero le cose, la legge sarebbe rispettata; ma la volontà dell’elettorato sarebbe tradita. Dura lex sed lex, io andrei oltre: mala lex sed lex. E dunque, amen!
Il responso elettorale di domenica scorsa, 11 giugno, è stato chiarissimo. Sommando i voti di Giliberti e quelli di Delli Noci, che pure di centrodestra è – ha fatto parte dell’Amministrazione Perrone – si arriverebbe ad una percentuale abbondantemente oltre.
Ma chi per una serie di motivi, magari anche giusti, invoca la discontinuità con le precedenti amministrazioni di centrodestra vorrebbe che Delli Noci appoggiasse Salvemini invece di Giliberti, come se si potesse cambiare posizione politica come si cambia una cravatta. Ma siamo in Italia, patria del diritto di strafottersene perfino del diritto.
Lecce la vedo col cannocchiale s’intende – vivo in provincia – e dunque non conosco i retroscena della politica leccese, ma la situazione la vivo con maggiore serenità; sicuramente maggiore rispetto ai tanti risentiti dell’ultima o della penultima ora. Leggo di alcuni che, tradizionalmente di destra, ora vorrebbero che vincesse il centrosinistra. Valli a capire!
Tra i due contendenti Salvemini sembrerebbe in possesso di un maggiore carisma rispetto a Giliberti, anche per ragioni di età. Se si dovesse scegliere a prescindere, avrebbe sicuramente qualche vantaggio. Non a caso il voto disgiunto – altra allegra trovata italiana, il trasformismo simultaneo! – lo ha premiato al primo turno. Quante probabilità avrebbe poi di amministrare fino al termine sarebbe da vedere. Sarebbe problematico con una maggioranza consiliare risicata o addirittura inesistente. Tutto dipenderà dall’attribuzione dei seggi, nient’affatto scontata. Evviva la certezza del voto, che va a farsi benedire!
Giliberti si fa forte dei suoi voti che vede trasformati in seggi. Ma potrebbe non essere così. Salvemini spera in Delli Noci, il quale probabilmente avrebbe voluto essere lui il candidato sindaco dello schieramento di centrodestra.
Ma veramente Delli Noci ha il potere di riversare i suoi voti su Carlo Salvemini? Personalmente avrei dei dubbi. I voti non sono noccioline che si possono travasare in un sacco piuttosto che in un altro. I voti appartengono agli elettori. Chi ha votato Delli Noci ha pensato di esprimere un voto sempre per il centrodestra ma guidato da un candidato diverso da Giliberti. Ora che il primo turno ha emesso le sue sentenze gli stessi elettori sono liberi o di restare fedeli al centrodestra e dunque alla continuità o tentati di seguire il candidato di centrosinistra per la discontinuità.

A parte tutti questi ragionamenti, del tutto teorici, ci sono forti perplessità sulla disinvoltura degli attori di questo teatro, i quali, fanno il gioco delle tre carte, che, essendo coperte, una vale l’altra. Le carte, invece, devono essere scoperte, perché non tutte valgono allo stesso modo. Potrei pure avere maggiore simpatia o stima nei confronti dell’uno o dell’altro, ma se al primo turno ho votato il centrodestra, Giliberti o Delli Noci, o il centrosinistra, Salvemini, al ballottaggio non potrei fare che la stessa cosa. Se no, per quanto coperto dal segreto del voto – m’immedesimo nel semplice elettore – avrei un po’ di mal di stomaco se cambiassi. Si obietterà, ma allora perché il ballottaggio? Perché in Italia si tende a complicare o a stravolgere tutto, e più di ogni altra cosa la volontà dei cittadini. I quali una domenica sono di destra e due domeniche dopo potrebbero essere di sinistra. E c’è chi vorrebbe che tanto accadesse; non solo, ma addirittura lo ritiene giusto.

domenica 11 giugno 2017

Il grande vecchio di oggi è Giorgio Napolitano


C’è sempre un grande vecchio nella storia d’Italia, in genere occulto. Quello di oggi non si nasconde, è Giorgio Napolitano, sopravvissuto a se stesso e pronto a difendere le sue scelte quirinalesche, a partire da quella famigerata del 2011, quando fece fuori Berlusconi per mettere in sella Mario Monti. Sono bastate la sua sortita contro l’accordo fra i quattro (Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini) sulla legge elettorale e la sua sparata contro le elezioni anticipate che Pd e M5S corressero ai ripari, facendo fallire l'accordo. Ed ora, si voterà nel 2018. Ancora una volta il vero obiettivo da colpire era Berlusconi. Napolitano vede rosso, come i tori, quando s’intravede il recupero del signore di Arcore. Vede crollare il suo castello fatato.
Ora i furbastri del Pd e del M5S si rinfacciano reciproci tradimenti. Gli uni e gli altri hanno tradito il popolo italiano. Sanno che non è così e che la loro è una messa in scena.
Ci è capitato in passato di parlar bene di Napolitano; continuiamo a farlo. Fra una caterva di nanerottoli presuntuosi è un gigante. Esserlo in politica è già un fatto positivo. Ma lo è per il bene del paese o per se stesso, come spesso si giudicano i politici in Italia? Lo rilevava proprio Mario Monti dalla Gruber, venerdì sera, 9 giugno. Ha detto Monti, riassumo: la stampa italiana non giudica le scelte politiche per la ricaduta benefica o malefica sul paese, ma per successo o l’insuccesso di chi le fa. E’ l’eterno equivoco machiavelliano. Eppure Machiavelli è chiaro: si può e si deve fare perfino il male, ma sempre per il bene dello Stato; chi opera per se stesso è un tiranno.
Una legge elettorale era sul punto di essere varata, finalmente. La sua mancanza è una vergogna per un paese come l’Italia, che ha una storia grandiosa. Poteva essere una cattiva legge, ma a quel punto era una legge. Mala lex sed lex. E lo sa chi capisce di politica e di diritto quanto sia preferibile una cattiva legge alla mancanza di legge.
Sono anni che giochiamo assurdamente al latinorum. Si partì col mattarellum, si continuò col tatarellum, col porcellum, con l’italicum, col consultellum, col rosatellum, col tedeschellum e penso proprio di non ricordarne qualcun altro; ma sempre alla ricerca del fottutellum.
Giochiamo noi italiani con la cosa più importante di una democrazia: la legge elettorale. Ci sono paesi in Europa che votano con una legge elettorale in vigore da centinaia di anni. Noi ne facciamo una ogni due-tre anni e non riusciamo neppure, perché nessuno pensa al bene del paese e della democrazia ma al proprio tornaconto partitico. Magari parte bene, poi, strada facendo viene ridotta ad una porcata, come disse Calderoli per la sua legge, detta poi porcellum.
La soglia di sbarramento al 5 % non può piacere a chi non raggiunge neppure il 2-3 %. Cosa conta la governabilità a fronte della rappresentatività? Cosa conta il fare a fronte del chiacchierare, del brigare, dell’inciuciare continuo?
Ma rappresentano chi questi iperrappresentativisti? Sono quattro gatti che di stare insieme con altri non vogliono. Ci sono quattro o cinque frasche di sinistra, quattro o cinque frasche di destra, che impediscono che si faccia una legge da cristiani. Quel che manca in Italia è uno che faccia veramente politica. Ce ne sono troppi che chiacchierano dalla mattina alla sera senza costrutto alcuno, anzi pronti a buttar giù tutto quello che si cerca di costruire.
Si sono infuriati contro l’accordo i nanerottoli, temevano di perdere l’osso. Vogliono le preferenze, non vogliono le liste bloccate. Vogliono la rappresentanza al doppio zero come la farina. Vogliono…vogliono…vogliono… e intanto passa il tempo e scoprono che poi dopotutto Gentiloni governa bene. Sì, ma che fa e chi lo ha votato? E’ il terzo governo uscito dal cilindro: Letta, Renzi, Gentiloni. Il potere politico in Italia è come il marchese del grillo: io so’ io – dice agli italiani – e voi nun siete un cazzo.
Le democrazie muoiono anche di democratite acuta quando diventa cronica e non consente più di governare. Oggi rischi del genere non se ne corrono, non già perché ce lo impedirebbe lo stare nell’Europa, ma perché gli italiani si sono rincoglioniti. Tutto quello che hanno saputo esprimere è Beppe Grillo, un comico che sa solo fare spettacolo a suon di volgarità, di insulti e di minacce; che non riesce ad intraprendere una via per paura di sbagliare, anzi convinto di sbagliare. La politica, infatti, non è mai quello che era il giorno prima. Grillo sa che la tomba del grillismo è diventare partito, diventare cioè come tutti gli altri. Lo sa a tal punto che smatassa oggi quel che ha filato ieri. E ci sono osservatori politici e politici medesimi che inneggiano a Grillo per essere riuscito ad assorbire la protesta populistica strappandola a pericolosi populisti e incanalandola nelle forme costituzionali. Il che significa che la giusta protesta populista è stata svuotata e resa un gioco di confusa e inutile rappresentanza.
In realtà le cose stanno diversamente: i grillini sono figli di una cultura snervata, di una malintesa politica, di un’ignoranza della storia e della cultura italiana. I grillini sono l’espressione più mortificante dell’ignoranza coltivata dalla scuola italiana, che da trent’anni a questa parte ha smesso di formare le generazioni sulla base della storia e di ogni altro sapere. A vederli i grillini appaiono in tutta la loro contraddittorietà: sono arrabbiati contro qualcuno e qualcosa ma mai sereni verso qualcuno o qualcosa. Di qui le difficoltà che incontrano, quando giungono al potere, di governare le realtà comunali e cittadine.

In una simile desertificazione culturale e politica basta che un “vecchierel canuto e bianco”, per dirla con un poeta dimenticato come il Petrarca, si agiti poco poco e l’ira funesta dei cacchielli del Pd e del M5S si ritirino in buon ordine con la coda fra le gambe.    

martedì 6 giugno 2017

Juventus: maledizione e stile


Ancora una volta la Juventus in finale della Champions League, una volta Coppa dei Campioni, ha naufragato, smentendo tutto il bello e il buono che aveva fatto per giungere all’appuntamento finale. Poiché la Juve porta con sé molti caratteri del popolo italiano e milioni sono i tifosi, in Italia soprattutto, per spiegare la sua ennesima débâcle sono stati scomodati molti ragionamenti, quasi sempre dettati o dalla frustrazione, se fatti da juventini, o dall’odio viscerale se fatti dagli antijuventini. Non è un caso che una delle spaccature antropologiche del popolo italiano è tra juventini e antijuventini, comprendendo questi ultimi la rimanente parte dell’universo tifo.
C’è chi è convinto che grava su di lei una maledizione, dato che la Juve in finale perde sempre, anche quando la squadra avversaria è modesta e di gran lunga a lei inferiore. La Juve, insomma, come Montezuma o Tutankhamon.
Più semplicemente la Juve, quando arriva a giocarsi la finale ha già vinto il Campionato e qualche volta anche la Coppa Italia, come quest’anno; arriva perciò stanca e paga. Affronta l’importantissimo appuntamento non come qualcosa da vincere sul campo imponendosi all’avversario fino allo spasimo, ma quasi come un epilogo scontato, una formalità, o col favore del calcolo delle probabilità: fusse ca fusse è la volta bbona. Ricordo ai tempi dell’Università che c’erano studenti che invece di pensare all’esame pensavano al giorno dopo, rimuovendo l’oggetto che doveva essere del massimo impegno. Così ha fatto ancora una volta la Juve, più che pensare alla partita, ha pensato al triplete, come ad un obiettivo raggiunto.
Chi ha ascoltato Allegri in conferenza stampa prima della partita ha capito che il tecnico juventino era fortemente preoccupato e cercava di esorcizzare un risultato, che sapeva perfettamente essere, quanto meno, in bilico. Sapeva anche di avere due uomini chiave del suo gioco, Dybala e Higuain, fuori forma. Nelle ultime partite di Campionato lo avevano dimostrato chiaramente. Allegri avrebbe dovuto coraggiosamente tenerli in panchina e farli entrare caso mai a partita avviata, per far loro sprigionare quella rabbia che in genere contraddistingue i calciatori bravi ma momentaneamente non in forma. Invece li ha portati in campo, con il risultato che conosciamo.
Per intenderci, le finali di quel livello i calciatori, tutti, dovrebbero affrontarle con lo spirito e l’agonismo di un Mandzukich. Non perché il croato abbia firmato un bellissimo gol, ma perché si batteva alla pari con gli avversari; come aveva fatto, in un crescendo verso la fine della stagione, in Campionato e in Coppa Italia.
Maledizione? Forse, ma si tratta di qualcosa di razionale, perché, a disamina della partita, ci si accorge degli errori pacchiani compiuti. La Juve a Cardiff ha perso perché è arrivata con dei giocatori importanti fuori forma – e questa è sfortuna – e con un tecnico che non ha avuto il coraggio di scelte diverse – e questa non è sfortuna, ma mancanza di capacità di affrontare i problemi come le circostanze vogliono. I tecnici stranieri ma perfino i nostri, quando allenano all’estero, riescono a tentare soluzioni che qui in Italia neppure si sognano di adottare. In Italia tutto è fatale, nessuno sfida il destino, che poi nessuno conosce quale sia.

Si potrà insistere con la maledizione. In fondo si è tifosi anche per il bello dell’irrazionale. E sia, allora gli juventini accettino questa loro condizione come componente ineliminabile del loro essere, del loro vincere e del loro perdere, del loro stile, come orgogliosamente chiamano un vero o presunto modo di approcciarsi al tifo che li rende unici. La Coppa dei Campioni ieri, la Champions League oggi, è diventata un traguardo troppo atteso, troppe volte sfuggito, perché possa arrivare facile facile, come è capitato anche a squadre italiane. La maledizione del risultato si è intrecciata a volte con gli eventi tragici che hanno accompagnato l’evento. Ricordiamo la finale di Bruxelles e la tragedia sfiorata di Piazza San Carlo quest’anno. Il tifo per la Juve è fatale. Facciamocene una ragione.         

domenica 14 maggio 2017

Populismo, variazioni sul tema


C’è un populismo buono. Premesso che la parola, come tutte quelle che finiscono in ismo, evoca  pensieri, azioni e comportamenti mirati al bene del popolo, che è la referenza lessicale di base, il populismo buono è quello che tende ad educare il popolo, non già per renderlo migliore ma per guidarlo negli eventi e nelle situazioni della vita allo scopo di trarre il massimo e il miglior profitto. Il popolo, in quanto tale, non può diventare né migliore né peggiore di quello che è. Neppure se fosse formato in somma di geni, per il fatto di essere indistinto e perciò privo di dialettica, non è in grado di provvedere da sé al suo bene. Un popolo di geni equivarrebbe ad un soggetto idiota. Il popolo va perciò sempre convenientemente informato e guidato, volta per volta, per perseguire i propri interessi, che non sono mai di parte ma generali, comprendendo lo Stato e tutte le sue articolazioni. Il popolo, per intenderci, non è la massa; questa è una sua componente, la parte più numerosa e più passiva.
In genere il popolo-massa – così lo chiamiamo per comodità di ragionamento – si lascia guidare ed è contento di farlo; ma si verificano nella storia situazioni in cui gli esiti della guida sono negativi, inadeguati ai bisogni, progressivamente disastrosi. Allora il popolo-massa prende l’iniziativa, da guidato diventa guida e impone ai suoi rappresentanti di pensare, parlare e fare come lui pensa, parla e fa. E’ a questo punto che i suoi rappresentanti diventano populisti.
In condizioni normali chi provvede alla guida del popolo e alla sua educazione, che sempre guida significa, e-ducere =  condurre dall’errore sulla retta via, sono gli intellettuali, i politici, i dirigenti di partiti e di aziende; in una parola: la classe dirigente. La guida può essere costituita da soggetti che hanno punti di vista e interessi diversi – la qual cosa è un bene – ma, proprio perché si tratta di soggetti avveduti e motivati, sono ben lontani dal pensare e dall’agire del popolo-massa, che è istintivo e brutale. Essi, nella dialettica, trovano sempre la via migliore per risolvere i problemi.
Deve essere chiaro perciò che il popolo è l’insieme di tutti gli individui insistenti su un territorio, dai confini ben precisi e regolato da leggi, che ha nella sua classe dirigente la sua guida. Come il cervello fa parte del corpo e ne è la guida; così la classe dirigente o altrimenti detta politica o élite è il cervello del popolo, ovvero la guida del popolo.
Di questi tempi, purtroppo, ci troviamo ad intendere il populismo nella sua accezione negativa: non la classe dirigente alla testa del popolo-massa, ma questo che influenza e condiziona la classe dirigente. Che è il rovesciamento dei ruoli, quello che una volta, secondo il sociologo russo Mikhail Bachtin, avveniva nel breve tempo del carnevale. In questo periodo si raffigurava l’asino sul trono del re o sul soglio pontificio del papa, in un ribaltamento dei ruoli e dei valori. Ma chi lo faceva aveva almeno la consapevolezza dei suoi comportamenti, ben limitati in un breve lasso di tempo: semel in anno licet insanire. E le classi dirigenti lasciavano fare nel suddetto periodo perché quanto veniva fatto era funzionale al loro ruolo istituzionale; solo una piccola e breve licenza, per divertirsi dopo tanto lavoro.
I vari populismi che agitano oggi i paesi europei di antica e antichissima civiltà hanno trovato soggetti che li interpretano nella maniera rovesciata. Per fare degli esempi. Che se ne deve fare l’Italia di un leader che la pensa come un ubriaco di osteria? Che se ne deve fare la Francia di un leader che la pensa come un frequentatore di bistrot? Che se ne deve fare la Germania di un leader che la pensa come un bavarese frequentatore di Bierhalle? Si potrebbe continuare con tanti altri leader europei, che, per aver sposato gli umori del popolo più basso, vengono considerati populisti. Questi leader negano di fatto il loro ruolo, lasciandosi trascinare dal popolo-massa piuttosto che essere loro a guidarlo.
Essi tuttavia si difendono e contrattaccano. Nei loro slogan – uno dei più abusati è “sono uno di voi” – si compiacciono di essere come uno dei tanti del popolo-massa, sia pure dotati di quelle capacità utili a farsi rappresentante senza tradire la parte di cui si sentono leader e trovano nel cosiddetto establishment il nemico del popolo da sconfiggere. Essi tendono ad esprimersi come la componente più bassa e perfino triviale del popolo-massa.
L’esempio più eclatante è costituito dal comico Beppe Grillo e dai suoi urlati e reiterati vaffanculo, diventati veri e propri riti politici: i vaffaday, sorta di assemblee senza dibattito, orge in cui il capo si esibisce in esilaranti gag, attraverso i quali veicola i suoi messaggi populistici, contenenti ingiurie e minacce contro uomini, cose e istituzioni del cosiddetto establishment.

Gli attacchi all’Euro sono subliminali. I populisti non ce l’hanno con l’Euro in quanto moneta comune, che andrebbe per tanto apprezzata, ma perché costituisce l’icona di un nemico da abbattere, la prova della frode e degli inganni. L’Euro dà corpo ad un nemico invisibile, lo rende vulnerabile. E’ il populismo di chi non vede oltre l’immediato, oltre il problema del momento, e si esprime con continue doléances prive di contestualizzazione e di prospettiva.

domenica 7 maggio 2017

La marcia trionfale del M5S


Ebbene sì, mi vado convincendo che il Movimento 5 Stelle vincerà le prossime elezioni politiche e andrà al potere. E’ fatale. A convincermi però non è il fatalismo ma il vento che soffia in suo favore; un vento che si sprigiona da alcuni semplici ragionamenti e da una constatazione: l’impazzimento irrimediabile del mondo. Non si creda che l’Italia costituisca un caso, ormai l’Italia è una declinazione nazionale di un fenomeno generale.
In Francia: un signor nessuno, tale Emmanuel Macron, sposato con la sua ex docente di lettere, di lui più anziana di 24 anni, si avvia a diventare dall'oggi al domani presidente della repubblica francese passando dal fantastico mondo dei media, che lo hanno reso personaggio dal nulla. Ora capisco anche la trasfigurazione, quella di Nostro Signore Gesù Cristo, un evento che credevo una trovata evangelica, basata sul nulla. No no, è proprio vero. Semplicemente prima non l’avevo capito. Macron da un grigio e sconosciuto burocrate dell’alta finanza è diventato un personaggio osannato dalle folle e poi eletto presidente. E’ un trasfigurato.
I grillini sono nati anch’essi dal nulla, anzi dal peggio del nulla. Sono figli di un comico rancoroso che si è fatto strada a suon di vaffanculo, urlati in piazza e portati in casa della gente dalla televisione, la fama della mitologia. Sarà pure una metafora il culo, ma sempre culo è. Con rispetto parlando. C’è da inorridire, ma è il mondo di oggi, che non vive nelle cose bensì nella loro finzione. Questi cachielli – i grillini, dico – figli molto spesso di genitori fascisti, ancora oggi fascisti, evitano la cultura storiografica come Nembo Kid la criptonite. Non senza calcoli. Se avessero conoscenze, non dico importanti ma almeno elementari, non si azzarderebbero a dire certe minchiate. Per loro non sapere è potere, è coraggio di osare. E anche qui si nota l’impazzimento. Una volta si diceva che sapere è potere. Questi si buttano su tutto con grande slancio. Se la politica fosse un mare annegherebbero, perché si è visto che non sanno nuotare. Ma non sanno neppure volare: sono maldestri Icari che al calore del sole precipitano liquefatti. Ma non se ne rendono conto. E neppure gli altri si rendono conto di quanto li favoriscano.
A favorirli, infatti, non è soltanto l’immagine del nuovo, che a quanto pare è vincente ad ogni latitudine – lo dimostrano i casi di Trump in America e di Macron in Francia – ma soprattutto il nulla che li circonda, costituito dal mondo tradizionale della politica, quello che va da Renzi a Pisapia, attraversando Berlusconi, Salvini e Meloni. Lasciamo stare questi ultimi, della cosiddetta destra, i quali non riusciranno mai a mettersi insieme per costituire qualcosa di attendibile. Prendiamo l’unico partito, il Pd, che teoricamente potrebbe contendere il successo elettorale al Movimento di Grillo. Prendiamolo! Hanno fatto recentemente le primarie. Un fiasco colossale, non solo e non tanto per la scarsa affluenza – dicono un milione e ottocentomila votanti – nonostante i tentativi di gonfiarla con espedienti tra i più vari, fino a quelli di mettere schede neppure votate nelle urne (circa 15.500), ma per lo spettacolo indecoroso offerto. Come si può pretendere di ostacolare la marcia trionfale di Bacco e di Arianna, leggi M5S, con prove di così piccolo e miserabile cabotaggio, con espedienti di piccole furbizie, di incallite prepotenze e di tanta tanta coglionaggine? A Nardò hanno chiuso il seggio elettorale perché dei cittadini erano andati in massa a votare per Emiliano. Con quale motivazione i responsabili locali del Pd, evidentemente renziani, hanno impedito ai cittadini di Nardò di accogliere l’invito del loro stesso partito di votare? Nel Pd ormai non si capisce chi ne fa parte e chi no. A Lecce hanno nascosto le chiavi dell’ufficio del segretario provinciale, perché, a quanto pare, non sarebbe renziano. Già, perché ormai è accertato: nel Pd o si è renziani o si è fuori.  
L’ennesimo scandalo, quello della Consip, è svanito; non se ne parla più. Come se i suoi tanti protagonisti non fossero mai esistiti, non fossero mai stati coinvolti. Neppure processati. Tutti assolti, anzi, meglio che assolti; i personaggi, come certi reati, non sussistono. Eppure, erano coinvolti il padre di Renzi, un ministro del governo Gentiloni, alti e medioalti ufficiali dei carabinieri. Sim sala bim: spariti, come d’incanto.

Ormai è chiaro a tutti che l’immigrazione è un affare diffuso tra scafisti e ong, e non solo, ma gridano allo scandalo piccoli e grandi personaggi dell’establishment, compresi i presidenti delle camere, per la denuncia fatta da Frontex, da alcune procure e dal grillino Di Maio. Non ci meraviglieremmo affatto se fra qualche tempo si legalizzasse anche l’illegale se questo “salva vite umane”. Salvare vite umane in circostanze impreviste è un conto, andare di proposito, con tanto di pianificazione, con mezzi e scali stabiliti, è un altro. Qui ci sono navi militari e navi delle ong che iniziano la giornata e la chiudono andando a “salvare vite umane”, stabilendo contatti con gli scafisti e incrementando un fenomeno che incomincia davvero a presentare reati gravi nei confronti dello Stato nazionale e di tradimento del proprio Paese. Almeno per quel che ci riguarda. Anche questo è vento che gonfia le vele dei grillini. Mentre gli altri paesi europei chiudono le frontiere e non fanno passare nessuno, noi li andiamo a prendere da casa e li portiamo in Italia e lasciamo che altri, sotto copertura ong, lo facciano. Mentre i nostri governanti si masturbano con le parole del Presidente della Commissione Europea Juncker. Il quale, da quel furbo e scafato politico che è, ci elogia e ci dice che l’Europa ci è grata perché con le “vite salvate” agli emigranti le abbiamo salvato l’onore. Capita l’antifona? Dopo l’amaro danno, la dolce beffa!     

giovedì 4 maggio 2017

Se il plagio non è più una vergogna


Questa volta il caso di plagio Le Pen-Fillon è clamoroso. Marine Le Pen, candidata alla presidenza della Repubblica Francese, ha copiato di sana pianta parti di un discorso che un paio di settimane prima aveva pronunciato il leader dei repubblicani Fillon, anche lui in corsa per la presidenza francese. I media si sono scatenati, proponendo la Le Pen e Fillon in contemporanea, una accanto all’altro, quasi fosse una gara di sci in parallelo, come i più anziani ricordano tra il nostro Thöni e lo svedese Stenmark.
Dallo staff della Le Pen si è ammesso il plagio, ma si è aggiunto “è stato voluto”, per dimostrare che il programma della Le Pen è lo stesso di Fillon e che dunque gli ex elettori di quest’ultimo avrebbero potuto fidarsi di lei e votarla “ad occhi chiusi” e magari anche “ad orecchi tappati”.
Sembrerebbe infantile come spiegazione, ma in un mondo come l’attuale, veramente una “gabbia di matti”, in cui la post-verità è più vera della verità, vale tutto e il suo contrario.
Fuori da infantilismi e mattane, il plagio è ancora da condannare? Forse a farlo oggi è solamente la scuola. Quando uno studente copia un compito in classe, in tutto o in parte, rimedia un “due” senza pietà e misericordia. Il professore non punisce solo l’incapacità dello studente di elaborare un tema con le sue sole capacità, come è normale che sia, ma anche la furbata. Nel voto stroncatorio scarica la sua rabbia perché costretto a perdere del tempo per trovare la fonte alla quale lo studente ha attinto. Glielo impongono in primis lo studente stesso, e poi il preside della scuola e la famiglia del ragazzo. Non più venti minuti per la correzione dell’elaborato ma a volte anche un’ora e più, per via del mare magnum di pubblicazioni che spesso circolano sull’argomento su libri, giornali e web.
Più sottilmente si sostiene che copiare parte di un testo non è plagio senz’altro, dato che lo si può utilizzare inserendolo in un contesto per fargli svolgere una funzione argomentativa diversa da quella originale. Sottigliezze in qualche modo fondate, a cui però non bisognerebbe mai ricorrere. In casi del genere, infatti, sarebbe d’obbligo indicare tra parentesi la fonte. Non facendolo, si compie un atto comunque disonesto.
Se a compierlo poi è un politico è estremamente grave. Già i politici sono, secondo la vulgata populistica, bugiardi e ladri; se poi si fanno scoprire in un modo così plateale, allora si danno la patente di fessi; che, in un paese come il nostro, è qualifica assai più infamante.
Utilizzare un argomento, già utilizzato da altri, ci sta, basta saperlo rielaborare dandogli una veste formale e stilistica propria. Non è originale ma neppure plagio.
Quando si verificano casi come questo, è di tutta evidenza che l’autore del plagio, che è quasi sempre un collaboratore del politico, è stato incauto, escludendo che lo abbia fatto apposta o per la ragione anzidetta o per dolo. Nel caso specifico, si ha l’impressione che chi ha preparato il discorso della Le Pen non ha copiato da chi aveva preparato il discorso di Fillon; più verosimilmente sia l’uno che l’altro, ovvero sia Le Pen che Fillon, potrebbero avere attinto alla stessa fonte; una fonte terza.
Comunque siano andate le cose, è certo che ormai a farla da padrona, perfino ai livelli alti della politica, è la sciatteria, che la facilità e la comodità di trovare testi bell’e pronti sul web, alimentano. E’ vero altresì che con altrettanta facilità si viene scoperti, perché basta digitare poche parole del testo galeotto, in sequenza compositiva, ed ecco l’indicazione della fonte.

Quel che fa impressione – ma si fa per dire – è che oggi neppure l’essere pubblicamente sbugiardati produce niente di particolare; e meno che niente produce nei politici. Essi, infatti, diventano sempre più sfacciati – non parlo solo dei nostri – ed anzi passare per dei “copioni” li riporta al loro essere ragazzi con tutta la simpatia che certi studenti discoli fanno.