martedì 6 giugno 2017

Juventus: maledizione e stile


Ancora una volta la Juventus in finale della Champions League, una volta Coppa dei Campioni, ha naufragato, smentendo tutto il bello e il buono che aveva fatto per giungere all’appuntamento finale. Poiché la Juve porta con sé molti caratteri del popolo italiano e milioni sono i tifosi, in Italia soprattutto, per spiegare la sua ennesima débâcle sono stati scomodati molti ragionamenti, quasi sempre dettati o dalla frustrazione, se fatti da juventini, o dall’odio viscerale se fatti dagli antijuventini. Non è un caso che una delle spaccature antropologiche del popolo italiano è tra juventini e antijuventini, comprendendo questi ultimi la rimanente parte dell’universo tifo.
C’è chi è convinto che grava su di lei una maledizione, dato che la Juve in finale perde sempre, anche quando la squadra avversaria è modesta e di gran lunga a lei inferiore. La Juve, insomma, come Montezuma o Tutankhamon.
Più semplicemente la Juve, quando arriva a giocarsi la finale ha già vinto il Campionato e qualche volta anche la Coppa Italia, come quest’anno; arriva perciò stanca e paga. Affronta l’importantissimo appuntamento non come qualcosa da vincere sul campo imponendosi all’avversario fino allo spasimo, ma quasi come un epilogo scontato, una formalità, o col favore del calcolo delle probabilità: fusse ca fusse è la volta bbona. Ricordo ai tempi dell’Università che c’erano studenti che invece di pensare all’esame pensavano al giorno dopo, rimuovendo l’oggetto che doveva essere del massimo impegno. Così ha fatto ancora una volta la Juve, più che pensare alla partita, ha pensato al triplete, come ad un obiettivo raggiunto.
Chi ha ascoltato Allegri in conferenza stampa prima della partita ha capito che il tecnico juventino era fortemente preoccupato e cercava di esorcizzare un risultato, che sapeva perfettamente essere, quanto meno, in bilico. Sapeva anche di avere due uomini chiave del suo gioco, Dybala e Higuain, fuori forma. Nelle ultime partite di Campionato lo avevano dimostrato chiaramente. Allegri avrebbe dovuto coraggiosamente tenerli in panchina e farli entrare caso mai a partita avviata, per far loro sprigionare quella rabbia che in genere contraddistingue i calciatori bravi ma momentaneamente non in forma. Invece li ha portati in campo, con il risultato che conosciamo.
Per intenderci, le finali di quel livello i calciatori, tutti, dovrebbero affrontarle con lo spirito e l’agonismo di un Mandzukich. Non perché il croato abbia firmato un bellissimo gol, ma perché si batteva alla pari con gli avversari; come aveva fatto, in un crescendo verso la fine della stagione, in Campionato e in Coppa Italia.
Maledizione? Forse, ma si tratta di qualcosa di razionale, perché, a disamina della partita, ci si accorge degli errori pacchiani compiuti. La Juve a Cardiff ha perso perché è arrivata con dei giocatori importanti fuori forma – e questa è sfortuna – e con un tecnico che non ha avuto il coraggio di scelte diverse – e questa non è sfortuna, ma mancanza di capacità di affrontare i problemi come le circostanze vogliono. I tecnici stranieri ma perfino i nostri, quando allenano all’estero, riescono a tentare soluzioni che qui in Italia neppure si sognano di adottare. In Italia tutto è fatale, nessuno sfida il destino, che poi nessuno conosce quale sia.

Si potrà insistere con la maledizione. In fondo si è tifosi anche per il bello dell’irrazionale. E sia, allora gli juventini accettino questa loro condizione come componente ineliminabile del loro essere, del loro vincere e del loro perdere, del loro stile, come orgogliosamente chiamano un vero o presunto modo di approcciarsi al tifo che li rende unici. La Coppa dei Campioni ieri, la Champions League oggi, è diventata un traguardo troppo atteso, troppe volte sfuggito, perché possa arrivare facile facile, come è capitato anche a squadre italiane. La maledizione del risultato si è intrecciata a volte con gli eventi tragici che hanno accompagnato l’evento. Ricordiamo la finale di Bruxelles e la tragedia sfiorata di Piazza San Carlo quest’anno. Il tifo per la Juve è fatale. Facciamocene una ragione.         

domenica 14 maggio 2017

Populismo, variazioni sul tema


C’è un populismo buono. Premesso che la parola, come tutte quelle che finiscono in ismo, evoca  pensieri, azioni e comportamenti mirati al bene del popolo, che è la referenza lessicale di base, il populismo buono è quello che tende ad educare il popolo, non già per renderlo migliore ma per guidarlo negli eventi e nelle situazioni della vita allo scopo di trarre il massimo e il miglior profitto. Il popolo, in quanto tale, non può diventare né migliore né peggiore di quello che è. Neppure se fosse formato in somma di geni, per il fatto di essere indistinto e perciò privo di dialettica, non è in grado di provvedere da sé al suo bene. Un popolo di geni equivarrebbe ad un soggetto idiota. Il popolo va perciò sempre convenientemente informato e guidato, volta per volta, per perseguire i propri interessi, che non sono mai di parte ma generali, comprendendo lo Stato e tutte le sue articolazioni. Il popolo, per intenderci, non è la massa; questa è una sua componente, la parte più numerosa e più passiva.
In genere il popolo-massa – così lo chiamiamo per comodità di ragionamento – si lascia guidare ed è contento di farlo; ma si verificano nella storia situazioni in cui gli esiti della guida sono negativi, inadeguati ai bisogni, progressivamente disastrosi. Allora il popolo-massa prende l’iniziativa, da guidato diventa guida e impone ai suoi rappresentanti di pensare, parlare e fare come lui pensa, parla e fa. E’ a questo punto che i suoi rappresentanti diventano populisti.
In condizioni normali chi provvede alla guida del popolo e alla sua educazione, che sempre guida significa, e-ducere =  condurre dall’errore sulla retta via, sono gli intellettuali, i politici, i dirigenti di partiti e di aziende; in una parola: la classe dirigente. La guida può essere costituita da soggetti che hanno punti di vista e interessi diversi – la qual cosa è un bene – ma, proprio perché si tratta di soggetti avveduti e motivati, sono ben lontani dal pensare e dall’agire del popolo-massa, che è istintivo e brutale. Essi, nella dialettica, trovano sempre la via migliore per risolvere i problemi.
Deve essere chiaro perciò che il popolo è l’insieme di tutti gli individui insistenti su un territorio, dai confini ben precisi e regolato da leggi, che ha nella sua classe dirigente la sua guida. Come il cervello fa parte del corpo e ne è la guida; così la classe dirigente o altrimenti detta politica o élite è il cervello del popolo, ovvero la guida del popolo.
Di questi tempi, purtroppo, ci troviamo ad intendere il populismo nella sua accezione negativa: non la classe dirigente alla testa del popolo-massa, ma questo che influenza e condiziona la classe dirigente. Che è il rovesciamento dei ruoli, quello che una volta, secondo il sociologo russo Mikhail Bachtin, avveniva nel breve tempo del carnevale. In questo periodo si raffigurava l’asino sul trono del re o sul soglio pontificio del papa, in un ribaltamento dei ruoli e dei valori. Ma chi lo faceva aveva almeno la consapevolezza dei suoi comportamenti, ben limitati in un breve lasso di tempo: semel in anno licet insanire. E le classi dirigenti lasciavano fare nel suddetto periodo perché quanto veniva fatto era funzionale al loro ruolo istituzionale; solo una piccola e breve licenza, per divertirsi dopo tanto lavoro.
I vari populismi che agitano oggi i paesi europei di antica e antichissima civiltà hanno trovato soggetti che li interpretano nella maniera rovesciata. Per fare degli esempi. Che se ne deve fare l’Italia di un leader che la pensa come un ubriaco di osteria? Che se ne deve fare la Francia di un leader che la pensa come un frequentatore di bistrot? Che se ne deve fare la Germania di un leader che la pensa come un bavarese frequentatore di Bierhalle? Si potrebbe continuare con tanti altri leader europei, che, per aver sposato gli umori del popolo più basso, vengono considerati populisti. Questi leader negano di fatto il loro ruolo, lasciandosi trascinare dal popolo-massa piuttosto che essere loro a guidarlo.
Essi tuttavia si difendono e contrattaccano. Nei loro slogan – uno dei più abusati è “sono uno di voi” – si compiacciono di essere come uno dei tanti del popolo-massa, sia pure dotati di quelle capacità utili a farsi rappresentante senza tradire la parte di cui si sentono leader e trovano nel cosiddetto establishment il nemico del popolo da sconfiggere. Essi tendono ad esprimersi come la componente più bassa e perfino triviale del popolo-massa.
L’esempio più eclatante è costituito dal comico Beppe Grillo e dai suoi urlati e reiterati vaffanculo, diventati veri e propri riti politici: i vaffaday, sorta di assemblee senza dibattito, orge in cui il capo si esibisce in esilaranti gag, attraverso i quali veicola i suoi messaggi populistici, contenenti ingiurie e minacce contro uomini, cose e istituzioni del cosiddetto establishment.

Gli attacchi all’Euro sono subliminali. I populisti non ce l’hanno con l’Euro in quanto moneta comune, che andrebbe per tanto apprezzata, ma perché costituisce l’icona di un nemico da abbattere, la prova della frode e degli inganni. L’Euro dà corpo ad un nemico invisibile, lo rende vulnerabile. E’ il populismo di chi non vede oltre l’immediato, oltre il problema del momento, e si esprime con continue doléances prive di contestualizzazione e di prospettiva.

domenica 7 maggio 2017

La marcia trionfale del M5S


Ebbene sì, mi vado convincendo che il Movimento 5 Stelle vincerà le prossime elezioni politiche e andrà al potere. E’ fatale. A convincermi però non è il fatalismo ma il vento che soffia in suo favore; un vento che si sprigiona da alcuni semplici ragionamenti e da una constatazione: l’impazzimento irrimediabile del mondo. Non si creda che l’Italia costituisca un caso, ormai l’Italia è una declinazione nazionale di un fenomeno generale.
In Francia: un signor nessuno, tale Emmanuel Macron, sposato con la sua ex docente di lettere, di lui più anziana di 24 anni, si avvia a diventare dall'oggi al domani presidente della repubblica francese passando dal fantastico mondo dei media, che lo hanno reso personaggio dal nulla. Ora capisco anche la trasfigurazione, quella di Nostro Signore Gesù Cristo, un evento che credevo una trovata evangelica, basata sul nulla. No no, è proprio vero. Semplicemente prima non l’avevo capito. Macron da un grigio e sconosciuto burocrate dell’alta finanza è diventato un personaggio osannato dalle folle e poi eletto presidente. E’ un trasfigurato.
I grillini sono nati anch’essi dal nulla, anzi dal peggio del nulla. Sono figli di un comico rancoroso che si è fatto strada a suon di vaffanculo, urlati in piazza e portati in casa della gente dalla televisione, la fama della mitologia. Sarà pure una metafora il culo, ma sempre culo è. Con rispetto parlando. C’è da inorridire, ma è il mondo di oggi, che non vive nelle cose bensì nella loro finzione. Questi cachielli – i grillini, dico – figli molto spesso di genitori fascisti, ancora oggi fascisti, evitano la cultura storiografica come Nembo Kid la criptonite. Non senza calcoli. Se avessero conoscenze, non dico importanti ma almeno elementari, non si azzarderebbero a dire certe minchiate. Per loro non sapere è potere, è coraggio di osare. E anche qui si nota l’impazzimento. Una volta si diceva che sapere è potere. Questi si buttano su tutto con grande slancio. Se la politica fosse un mare annegherebbero, perché si è visto che non sanno nuotare. Ma non sanno neppure volare: sono maldestri Icari che al calore del sole precipitano liquefatti. Ma non se ne rendono conto. E neppure gli altri si rendono conto di quanto li favoriscano.
A favorirli, infatti, non è soltanto l’immagine del nuovo, che a quanto pare è vincente ad ogni latitudine – lo dimostrano i casi di Trump in America e di Macron in Francia – ma soprattutto il nulla che li circonda, costituito dal mondo tradizionale della politica, quello che va da Renzi a Pisapia, attraversando Berlusconi, Salvini e Meloni. Lasciamo stare questi ultimi, della cosiddetta destra, i quali non riusciranno mai a mettersi insieme per costituire qualcosa di attendibile. Prendiamo l’unico partito, il Pd, che teoricamente potrebbe contendere il successo elettorale al Movimento di Grillo. Prendiamolo! Hanno fatto recentemente le primarie. Un fiasco colossale, non solo e non tanto per la scarsa affluenza – dicono un milione e ottocentomila votanti – nonostante i tentativi di gonfiarla con espedienti tra i più vari, fino a quelli di mettere schede neppure votate nelle urne (circa 15.500), ma per lo spettacolo indecoroso offerto. Come si può pretendere di ostacolare la marcia trionfale di Bacco e di Arianna, leggi M5S, con prove di così piccolo e miserabile cabotaggio, con espedienti di piccole furbizie, di incallite prepotenze e di tanta tanta coglionaggine? A Nardò hanno chiuso il seggio elettorale perché dei cittadini erano andati in massa a votare per Emiliano. Con quale motivazione i responsabili locali del Pd, evidentemente renziani, hanno impedito ai cittadini di Nardò di accogliere l’invito del loro stesso partito di votare? Nel Pd ormai non si capisce chi ne fa parte e chi no. A Lecce hanno nascosto le chiavi dell’ufficio del segretario provinciale, perché, a quanto pare, non sarebbe renziano. Già, perché ormai è accertato: nel Pd o si è renziani o si è fuori.  
L’ennesimo scandalo, quello della Consip, è svanito; non se ne parla più. Come se i suoi tanti protagonisti non fossero mai esistiti, non fossero mai stati coinvolti. Neppure processati. Tutti assolti, anzi, meglio che assolti; i personaggi, come certi reati, non sussistono. Eppure, erano coinvolti il padre di Renzi, un ministro del governo Gentiloni, alti e medioalti ufficiali dei carabinieri. Sim sala bim: spariti, come d’incanto.

Ormai è chiaro a tutti che l’immigrazione è un affare diffuso tra scafisti e ong, e non solo, ma gridano allo scandalo piccoli e grandi personaggi dell’establishment, compresi i presidenti delle camere, per la denuncia fatta da Frontex, da alcune procure e dal grillino Di Maio. Non ci meraviglieremmo affatto se fra qualche tempo si legalizzasse anche l’illegale se questo “salva vite umane”. Salvare vite umane in circostanze impreviste è un conto, andare di proposito, con tanto di pianificazione, con mezzi e scali stabiliti, è un altro. Qui ci sono navi militari e navi delle ong che iniziano la giornata e la chiudono andando a “salvare vite umane”, stabilendo contatti con gli scafisti e incrementando un fenomeno che incomincia davvero a presentare reati gravi nei confronti dello Stato nazionale e di tradimento del proprio Paese. Almeno per quel che ci riguarda. Anche questo è vento che gonfia le vele dei grillini. Mentre gli altri paesi europei chiudono le frontiere e non fanno passare nessuno, noi li andiamo a prendere da casa e li portiamo in Italia e lasciamo che altri, sotto copertura ong, lo facciano. Mentre i nostri governanti si masturbano con le parole del Presidente della Commissione Europea Juncker. Il quale, da quel furbo e scafato politico che è, ci elogia e ci dice che l’Europa ci è grata perché con le “vite salvate” agli emigranti le abbiamo salvato l’onore. Capita l’antifona? Dopo l’amaro danno, la dolce beffa!     

giovedì 4 maggio 2017

Se il plagio non è più una vergogna


Questa volta il caso di plagio Le Pen-Fillon è clamoroso. Marine Le Pen, candidata alla presidenza della Repubblica Francese, ha copiato di sana pianta parti di un discorso che un paio di settimane prima aveva pronunciato il leader dei repubblicani Fillon, anche lui in corsa per la presidenza francese. I media si sono scatenati, proponendo la Le Pen e Fillon in contemporanea, una accanto all’altro, quasi fosse una gara di sci in parallelo, come i più anziani ricordano tra il nostro Thöni e lo svedese Stenmark.
Dallo staff della Le Pen si è ammesso il plagio, ma si è aggiunto “è stato voluto”, per dimostrare che il programma della Le Pen è lo stesso di Fillon e che dunque gli ex elettori di quest’ultimo avrebbero potuto fidarsi di lei e votarla “ad occhi chiusi” e magari anche “ad orecchi tappati”.
Sembrerebbe infantile come spiegazione, ma in un mondo come l’attuale, veramente una “gabbia di matti”, in cui la post-verità è più vera della verità, vale tutto e il suo contrario.
Fuori da infantilismi e mattane, il plagio è ancora da condannare? Forse a farlo oggi è solamente la scuola. Quando uno studente copia un compito in classe, in tutto o in parte, rimedia un “due” senza pietà e misericordia. Il professore non punisce solo l’incapacità dello studente di elaborare un tema con le sue sole capacità, come è normale che sia, ma anche la furbata. Nel voto stroncatorio scarica la sua rabbia perché costretto a perdere del tempo per trovare la fonte alla quale lo studente ha attinto. Glielo impongono in primis lo studente stesso, e poi il preside della scuola e la famiglia del ragazzo. Non più venti minuti per la correzione dell’elaborato ma a volte anche un’ora e più, per via del mare magnum di pubblicazioni che spesso circolano sull’argomento su libri, giornali e web.
Più sottilmente si sostiene che copiare parte di un testo non è plagio senz’altro, dato che lo si può utilizzare inserendolo in un contesto per fargli svolgere una funzione argomentativa diversa da quella originale. Sottigliezze in qualche modo fondate, a cui però non bisognerebbe mai ricorrere. In casi del genere, infatti, sarebbe d’obbligo indicare tra parentesi la fonte. Non facendolo, si compie un atto comunque disonesto.
Se a compierlo poi è un politico è estremamente grave. Già i politici sono, secondo la vulgata populistica, bugiardi e ladri; se poi si fanno scoprire in un modo così plateale, allora si danno la patente di fessi; che, in un paese come il nostro, è qualifica assai più infamante.
Utilizzare un argomento, già utilizzato da altri, ci sta, basta saperlo rielaborare dandogli una veste formale e stilistica propria. Non è originale ma neppure plagio.
Quando si verificano casi come questo, è di tutta evidenza che l’autore del plagio, che è quasi sempre un collaboratore del politico, è stato incauto, escludendo che lo abbia fatto apposta o per la ragione anzidetta o per dolo. Nel caso specifico, si ha l’impressione che chi ha preparato il discorso della Le Pen non ha copiato da chi aveva preparato il discorso di Fillon; più verosimilmente sia l’uno che l’altro, ovvero sia Le Pen che Fillon, potrebbero avere attinto alla stessa fonte; una fonte terza.
Comunque siano andate le cose, è certo che ormai a farla da padrona, perfino ai livelli alti della politica, è la sciatteria, che la facilità e la comodità di trovare testi bell’e pronti sul web, alimentano. E’ vero altresì che con altrettanta facilità si viene scoperti, perché basta digitare poche parole del testo galeotto, in sequenza compositiva, ed ecco l’indicazione della fonte.

Quel che fa impressione – ma si fa per dire – è che oggi neppure l’essere pubblicamente sbugiardati produce niente di particolare; e meno che niente produce nei politici. Essi, infatti, diventano sempre più sfacciati – non parlo solo dei nostri – ed anzi passare per dei “copioni” li riporta al loro essere ragazzi con tutta la simpatia che certi studenti discoli fanno.

domenica 16 aprile 2017

Renzi tra guai e lai


Renzi è cambiato? Chi lo sostiene dice di sì, ma è un sì a sé stesso, trovandosi nella sua stessa barca e sa che se affonda vale per tutti. Il passaggio, tanto propagandato, dall’io al noi del “Lingotto” è una semplice trovata. In realtà un certo cambiamento lo si nota in superficie. Renzi non è più sarcastico, adesso è arrabbiato, violento, minaccioso; lancia dei lai urbi et orbi, che vorrebbe fossero mazzate. Qualcuno lo sentirà. Tanto per convincere sé stesso, dice che il tempo della tolleranza è finito, che ora passa alle querele e alla richiesta dei danni. Era più convincente con le sue smorfie e con le sue battute. E’ irato con Grillo e con Travaglio, che di Grillo è la voce cartacea e televisiva. Travaglio, ospite di Lilli Gruber, lo ha definito un “teppistello” (La Sette, Otto e Mezzo, 14 aprile 2017).
Il caso Consip, col coinvolgimento di suo padre Tiziano e del suo amico Lotti, sul piano politico è una cosa assai più grave della pur gravissima scoppola referendaria del 4 dicembre 2016. Può anche venir fuori la sua completa estraneità, ma ci crede più? In Italia lo sanno anche i bambini delle scuole materne che c’è una bella differenza tra la verità processuale e quella reale. Tiziano Renzi può essere messo fuori da ogni coinvolgimento dalle carte processuali, ma non lo sarà mai dai fatti.
La gente – non dico popolo – è scaltrita per una sua innata predisposizione rafforzata dalle esperienze di vita. Sa perfettamente che se uno viene coinvolto in un affare non edificante, quanto meno è stato incauto pur nell’ipotesi della sua innocenza. L’essere incauti, a certi livelli, quando si è genitori di un capo di governo, non è reato ma è qualcosa che gli somiglia molto.
Tiziano Renzi, già noto alle cronache giudiziarie per una sua precedente questione, dalla quale uscì assolto, ha voluto ritagliarsi uno spazio di influenza politica, sfruttando la posizione del figlio. Non capiva che così facendo avrebbe potuto danneggiarlo? E il figlio non sapeva dei comnportamenti del padre? Si dirà: sono toscani. E non è un pregiudizio. Di recente la televisione ha tirato fuori la storia dei Medici, i quali nel bene e nel male costituiscono tanta parte della fiorentinità. Probabile, dunque, che Renzi-figlio poco o nulla potesse fare per tenere buono e lontano Renzi-padre.  
Ora è venuto fuori che c’è stato il tentativo di depistaggio da parte di un capitano dei carabinieri, che avrebbe, trascrivendo le intercettazioni, scambiato la voce di un tal Bocchino con quella di un tal Romeo, in relazione ad incontri compromettenti nell’ambito dei tentativi di corruzione e dazioni alla bella compagnia di toscani, al centro della quale non troviamo Matteo Renzi, ma il padre Tiziano e il ministro Lotti, a Renzi vicinissimo. 
Viene un po’ da ridere; e in effetti la comicità c’è tutta. Ma come, un ufficiale dei carabinieri compie un’operazione tanto maldestra quanto grave? E poi, perché? Lo scambio dei nomi, in definitiva, cambia di poco la questione nella sua sostanza. La posizione di Tiziano Renzi era quella che era, come pure quelle del ministro dello sport e del presidente della Consip, i quali dicono due cose opposte, per cui o mente l’uno o mente l’altro.
Renzi, insomma, si trova in un mare di guai. Ciononostante ha la maggioranza nel Pd. Emiliano, l’altro incauto, è stato praticamente tolto di mezzo dalle primarie del partito a causa di una storta mentre ballava la tarantella. Siamo sempre nel comico. L’altro, Orlando, attuale ministro di giustizia, gira percentualmente al largo. Renzi vincerà e sarà nuovamente segretario del partito, arricchendo la serie, tutta italiana, dei casi del più ne combini e più vieni premiato.
Al momento i tre schieramenti politici italiani, che valgono pressappoco lo stesso numero di voti, hanno molti problemi, compreso il Movimento 5 Stelle. Non si sa ancora con quale sistema elettorale si andrà a votare. Ma ipotizziamo che si adotterà l’Italicum o qualcosa che gli somigli anche per il Senato. Cosa potrebbe accadere?
E’ probabile che nel centrodestra non si trovi un accordo per una coalizione competitiva e che a prevalere per il ballottaggio siano il Pd e il M5S. Chi appoggerà il centrodestra, ancora una volta berlusconiano? Sicuramente il Pd di Renzi. Allora si riproporrà il problema in uno scenario leggermente diverso. Ma il vero problema resta Renzi, che, dopo le recenti ambasce “familiari” e toscane, è meno credibile di quello dei suoi tre anni al governo.Il che è tutto dire!

Per ora cerca di rifarsi il look, come una vecchia pirandelliana Donna Poponica. A vederlo, fa ridere; a rifletterlo fa tristezza.   

domenica 9 aprile 2017

Anti Tap, lo Stato che non c'è


Gli oppositori della Tap a Melendugno, quelli che non vogliono neppure sentirne parlare, non hanno preso solo partito senza se e senza ma – ormai è una questione di punto, traducendo un’espressione dialettale – ma hanno preso delle iniziative che vanno a confliggere con le loro stesse posizioni in materia di difesa dell’ambiente e dei suoi beni. Per ostruire le strade e impedire ai camion di passare e per danneggiare le recinzioni del cantiere, i manifestanti hanno materialmente distrutto un muro a secco, praticamente senza possibilità alcuna di porvi rimedio. Il ricostruirlo, infatti, non restituisce il valore che quel muro aveva. Mentre gli ulivi spiantati, per il fermo del cantiere, rischiano danni irreparabili. 
Naturalmente ci sono i soliti che predicano non violenza e poi lasciano fare ai violenti; ci sono quelli che sono pronti a riparare il danno fatto, come se si trattasse di una qualunque banale brocca rotta.
Ormai in Italia accade di tutto. Lo Stato non è più in grado di fare alcunché. Verso l’esterno perché ha perso o, per meglio dire, ceduto parte della sua sovranità; all’interno perché ci sono le opposizioni violente dei cittadini, ai quali non piacciono le sue scelte. Lo Stato è alle prese con una sorta di Idra di Lerna, una delle fatiche di Ercole. Impresa improba per lo Stato, neppure se fosse più forte del figlio di Giove e avesse in suo favore tutti gli dei dell’Olimpo, perché le teste della sua Idra non aspettano neppure che qualcuno le recida perché ne spuntino due per ognuna tagliata, provvedono da sole azzannandosi reciprocamente, sicché la situazione è più aggrovigliata della testa della Gorgone, giusto per rimanere al linguaggio dei miti greci, a noi salentini tanto familiari.
Politici, giudici amministrativi, ministeri, regioni, comuni, sindaci che per un pugno di voti non badano a “spese”, si accaniscono contro le iniziative dello Stato, anche di quelle ritenute importanti e strategiche, come, appunto, un gasdotto.
Dopo aver superato tanti ostacoli e ritardi sembrava che ormai la questione Tap fosse risolta. Già alcuni ulivi erano stati spiantati e sistemati per una loro ricollocazione a tunnel ultimato, già tutto sembrava avviarsi a conclusione, sia pure con le immancabili proteste dell’anti Tap, quando è giunto il provvedimento di sospensione dei lavori da parte del Tar del Lazio.
Tar significa Tribunale amministrativo regionale. Più forte dello Stato? E’ forse la sua testa più importante? Non lo so, non perché sia difficile saperlo, ma perché chi ha sempre creduto nello Stato non può immaginare che ci sia un soggetto, sia pure di sua filiazione, più forte di lui, al di sopra di lui.
Quando studiavo filosofia del diritto, materia che spesso si accompagnava a dottrine politiche – usavo il testo di Alessandro Passerin d’Entrèves La dottrina dello Stato – appresi che la sovranità ha una prerogativa, quella di non essere divisibile. Vecchiume si dirà; e concordo. Ma che Stato è quello che ammette di essersi alienato una parte di sovranità all’esterno e di aver parcellizzato quella che gli è rimasta all’interno? Società aperta, società liquida, società democratica. Risposte a volte suggestive, che, però, non spiegano dove sta ormai lo Stato. In buona sostanza la sovranità dello Stato ha carattere feudale; si divide, si sparte, si assegna, si vende, si affitta. Diciamo come vogliamo, il concetto non cambia.
Agli amici di Melendugno vorrei dire una cosa semplicissima. Quando fa sera e cercano in casa di far luce  ci riescono con un semplice colpo sull’interruttore, con un altro riscaldano la casa, e così via con l’acqua calda, con la cucina, con la lavatrice, col lavastoviglie, con l’aspirapolvere, col ferro da stiro. Se andiamo a rileggerci la Genesi dalla Bibbia, ci manca poco a considerarci potenti quanto Dominedio o addirittura di più, che disse: sia fatta la luce e la luce fu. Da dove viene, secondo loro, a noi indegni discendenti di Adamo, tanta incredibile potenza? Viene – lo sanno gli amici di Melendugno, lo sanno! è che non vogliono pensarci – dal carbone, dal petrolio, dal gas, dal nucleare. Ebbene, queste energie in gran parte vengono da lontano, da molto lontano; attraversano catene montuose, mari, deserti, praterie e giungono fino a noi, grazie all’ingegno umano che ha costruito le centrali, gli oleodotti e i gasdotti. Che poi un fattore di energia approdi a Melendugno o qualche chilometro più in alto o più in basso, che cambia? In un punto deve pur approdare. Le fonti rinnovabili – si sa – non sono sufficienti. Magari lo fossero!
Siamo in presenza di opere che vengono realizzate nel più rigoroso rispetto dell’ambiente e della salute delle persone proprio perché sono estremamente importanti e spesso rischiose. Avrebbero ragione gli amici di Melendugno di preoccuparsene se il gasdotto fosse fatto alla buona, come tante volte si fanno le cose in Italia, purtroppo! Ma nel caso in specie – mi sento ahimè avvocato! – tutto sembra essere stato fatto come Dio comanda. Perché allora tanta ostinazione a voler impedire l’opera e danneggiare il Paese? Per gli ulivi si dice, per l’ambiente, per una paura che le cose possano mettersi male in un futuro non molto lontano.
Se pure volessimo dar loro ragione – e, a dire il vero, un po’ ce l’hanno, relativamente alla paura che le cose non vengano fatte bene – dovremmo pensare che noi, a differenza di tanti altri popoli evoluti dell’Occidente, siamo incapaci di fare cose ormai banali, tanto sono di casa dappertutto. Negli altri paesi europei ci sono centrali nucleari, ci sono bruciatori e smaltitori di rifiuti anche nelle immediate vicinanze dei centri urbani. Da noi tutto viene bloccato. Per la difesa dell’ambiente o forse per la solita paura per tutto ciò che possa costituire potenzialmente un pericolo, sia pure lontano?
Ho qualche perplessità a rispondere. Dovrei dire infatti che quanto all’ambiente, si è visto quanto l’amino gli anti Tap distruggendo un muro di pietre a secco e mettendo a rischio diversi ulivi. Quanto alla paura, dovrei dire che si tratta anche di mancanza di cultura, non solo e non tanto perché si tratta di un pericolo ipotizzato quanto e soprattutto perché se pure va bene il gasdotto vogliamo che venga fatto in casa d’altri.
Dovremmo cercare di recuperare due condizioni: una, di dover convivere con queste tanto temute strutture; due, di superare la diffidenza che abbiamo nei confronti dello Stato e della modernità in genere. Del resto la Natura è la più grande maestra ed educatrice. I terremoti che annientano paesi e popolazioni, le malattie che falcidiano piante e colture (vedi il punteruolo rosso o la xylella) dicono che il pericolo è sempre in agguato e che dobbiamo saperlo prevenire e nel caso gestire. Se non vogliamo correre rischi e non vogliamo fare la figura degli egoisti, allora dovremmo tornare alla lucerna ad olio e all'acqua piovana.

domenica 2 aprile 2017

Gasdotto all'approdo di Melendugno


Con la sentenza del Consiglio di Stato avverso il ricorso della Regione Puglia e del Comune di Melendugno si è dato il via libera ai lavori per la realizzazione delle opere terminali del gasdotto, noto come Tap, acronimo che sta per Trans Adriatic Pipeline. Si è partiti con l’espianto di 211 ulivi, che saranno ripiantati allo stesso posto a lavori ultimati. E’ il primo atto concreto per la costruzione del tratto sotterraneo lungo un chilometro e mezzo per collegare il tubo del tratto marino con quello della terra ferma evitando l’impatto con la spiaggia per poi proseguire per altri sette km circa all’interno. 
Il tubo del gasdotto trasporta il gas proveniente dall’Azerbaijan. Un’opera strategica lunga 878 km, che dovrebbe fornire inizialmente 10 mld di metri cubi di gas a partire dal 2020. Il tratto che riguarda il territorio salentino è lungo poco più di otto km.
Ne nacque alcuni anni fa un caso, “No alla Tap”, sulla falsariga del “No alla Tav” in Piemonte, dove si sta costruendo la ferrovia dell’alta velocità per congiungere Torino a Lione, che tuttora persiste in aggravamento di atti e iniziative per impedirne i lavori.
Le cronache degli ultimi giorni di marzo inizi di aprile riferiscono di proteste massicce e vivaci da parte delle popolazioni locali, ambientalisti, sindaci e amministratori comunali, professori e studenti, perfino religiosi, come l’Arcivescovo metropolita di Lecce Mons. Domenico Dambrosio. La democrazia è questa e non si può non esprimere che soddisfazione nel vedere tanta sensibilità verso i nostri beni paesaggistici e tanta compattezza di categorie diverse: movimenti civili, pubbliche amministrazioni, scuola, chiesa in loro difesa.
Detto questo – e non per accomodamento retorico – va anche fatta qualche considerazione di merito. La prima è di ordine politico. Ancora una volta vediamo i rappresentanti della classe dirigente seguire il popolo anziché cercare di informarlo correttamente, venendo meno al suo compito istituzionale, che è di guida e di educazione; come dire: la classe dirigente invece di dirigere il popolo è diretta dal popolo.  
Sull’utilità dell’opera non si discute. Il gas è importante per la nostra economia e per il nostro benessere come già sanno tutte le famiglie che hanno l’impianto nelle proprie case. Il punto è – come spesso accade – che l’opera, che si teme possa essere per altri aspetti nociva, non la si vuole in casa propria; al massimo in quella del vicino. Ma se il Ministero di competenza ha individuato quel sito come il più adeguato e congruo, tutto quello che si può e si deve fare è chiedere il massimo rispetto dell’ambiente, le più varie garanzie che l’opera non produca guasti che vadano ad alterare le caratteristiche del territorio che è, come si sa, ad alta vocazione turistica. E’ il caso di Melendugno, che, con le sue marine e i suoi siti archeologici, è fra i più belli e suggestivi dell’intera costa orientale pugliese; basti pensare a San Foca e a Roca vecchia.
A mediare con le popolazioni, convincerle che protestare e mobilitarsi è bene ma che l’opera, fatte salve le garanzie di cui si diceva, è un bene farla, sarebbero dovuti essere i politici e gli uomini di cultura, l’informazione e la scuola. Invece, come sempre più spesso accade, si è verificata una “santa alleanza” per impedire il realizzarsi di quest’opera. Ma la classe politica - si sa - soffre di gravi complessi di inferiorità morale rispetto al popolo e cerca di assecondarne i conati e le bizze.
Il tempo per trovare un'alternativa a Melendugno c’è stato. La questione dura da un po’ di anni. Ora non ha senso tirarli fuori, come si è fatto di recente proponendo Squinzano, col chiaro intento di portare la realizzazione del gasdotto alle calende greche. Intanto i sindaci, con tanto di fascia tricolore a tracolla, si sono guadagnati i loro bravi voti per le prossime elezioni. Perché, gira e rigira, in Italia è sempre questioni di voti.
C’è un aspetto in questa come in altre similari vicende che non viene debitamente considerato. C’è che non si può sempre ritardare o impedire la realizzazione di opere che rispondono alle esigenze del mondo d’oggi. Gli ulivi, i trulli, le costruzioni rurali a secco, le masserie, quando furono realizzati, rispondevano alle esigenze del tempo, esattamente come rispondono alle esigenze di oggi la realizzazione della Tap o della Tav. Non è questo su cui si dovrebbe scatenare la guerra, semmai sulle garanzie di sicurezza dei cittadini, sul rispetto delle vocazioni culturali e turistiche dei luoghi e delle popolazioni. Assicurati salute dei cittadini e rispetto dei luoghi non ci dovrebbero essere impedimenti.
Non si può avere nei confronti della modernità un’opposizione preconcetta e neppure nei confronti di chi vuole realizzare le relative opere. Anche se la diffidenza nei confronti delle pubbliche autorità in Italia e specialmente nel Mezzogiorno è una connotazione tipica e direi ampiamente giustificata.
Nel caso della Tap, proprio grazie alla mobilitazione delle popolazioni interessate, il Ministero per l’Ambiente ha adottato tutti gli accorgimenti per gestire l’opera fino al suo compimento senza danneggiare né persone né cose, né oggi né in seguito.

Le stesse associazioni, gli stessi amministratori, gli stessi uomini di cultura mobilitati per impedire la Tap ora vigilino sugli esiti e nel caso intervengano per mettere le cose a posto. In tutto il mondo evoluto si convive egregiamente con queste strutture. Perché in Italia non si potrebbe?