domenica 18 maggio 2014

Se Berlusconi piange l'Italia non ride

Il caso è grave ma non eclatante. La gravità dei fatti in Italia si è sciolta come un Alka Selzer. 
Si digerisce tutto e in pochissimo tempo.
In un libro di memorie l’ex Segretario al Tesoro statunitense Thimoty Geithner ha scritto che il governo Berlusconi cadde nel novembre 2011 per un “complotto” ordito in Europa. Gli americani, invitati a prendervi parte, non ne vollero sapere. Si può considerare questa testimonianza una sorta di excusatio non petita, un mettere le mani avanti a future rivelazioni. Tutto è possibile in politica.
Questa testimonianza, al di là del suo valore in sé, vale soprattutto nel contesto, già abbondantemente noto di quanto accadde in Italia e in Europa nel fatidico 2011. Nel contesto trova formidabili riscontri. Le recenti rivelazioni di Alan Friedman col suo libro “Ammazziamo il gattopardo” non sono state smentite. E non si tratta di fesserie, ma di testimonianze, che pesano come macigni; non pettegolezzi di cameriere e autisti, ma dichiarazioni di personaggi come Carlo De Benedetti, Mario Monti, Romano Prodi.
Va da sé che qui non si sta parlando di una vittima innocente. Un re – disse Robespierre chiedendo la testa di Luigi XVI – non è mai innocente. Berlusconi non è un re, ma il capo di un governo che aveva le sue colpe e le sue pesanti responsabilità, che aveva soprattutto una debolezza sua strutturale, dopo la defezione di Fini e del suo seguito. In gioco c’era la salute del Paese, che rischiava un tracollo dalle conseguenze rovinose. Ma un complotto è sempre un complotto, indipendentemente se volto al bene; cosa peraltro sempre discutibile in politica. Se poi è ordito da soggetti stranieri, in concorso con elementi nazionali, è molto più grave. Si è in presenza della violazione della sovranità nazionale per un verso; del tradimento bell’e buono per un altro da parte di chi quella sovranità doveva difendere e tutelare, a prescindere.
Berlusconi può aver fatto – e li ha fatti – numerosi e gravi errori; può essersi macchiato di colpe assai brutte per un capo di governo; può aver dato coi suoi comportamenti esempi pessimi a italiani e stranieri; può aver irritato capi di stato e di governo con le sue chiassate e con gesti assolutamente inopportuni e ai limiti dell’offesa; ci sta pure che un personaggio come lui venga combattuto sul piano politico senza esclusione di colpi; ma non v’è dubbio alcuno che è stato massacrato da forze non sempre legittimamente ostili, direi anzi a volte pregiudizialmente ostili, nazionali e internazionali, in cui figurano protagonisti politici, intellettuali, magistrati, giornalisti, conduttori televisivi, personaggi dell’alta finanza; a volte loschi figuri, beneficiati, forse corrotti, poi rivoltatisi contro, perfino con autoaccuse. Cose mai viste in un paese come l’Italia in cui nel corso della sua storia millenaria è accaduto proprio di tutto.
La tesi del complotto perciò se non è vera è verosimile. In una recente intervista Tremonti, il Ministro dell’Economia di quel governo, è tornato sull’argomento: «Ci venne chiesto di partecipare al fondo salva-banche con il 18 % del totale. E cioè l’equivalente della nostra percentuale di Pil europeo. Sarei stato d’accordo se si fosse trattato del fondo salva-Stati, ma visto che le banche italiane erano esposte al massimo per il 5 %, ci opponemmo. A parti invertite Germania e Francia avrebbero fatto lo stesso. A quel punto Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, annunciò che la Banca europea non avrebbe più acquistato i titoli italiani, lo spread cominciò a volare e il governo Berlusconi si dovette dimettere» (“Sette” del 1° maggio 2014).
Stando a queste dichiarazioni, l’Italia di Berlusconi era contro la Francia di Sarkozy e la Germania della Merkel per una diversa valutazione su chi salvare: l’Italia voleva salvare gli Stati, la Francia e la Germania avevano interesse a salvare le Banche perché le loro erano più esposte. E sulle cause di dissidi tra l’Italia e questi due paesi si potrebbe cercare ancora in altri settori. In politica estera, per esempio. L’amicizia di Berlusconi col russo Putin non era ben vista dai partner europei e s’incominciava a temerla; gli screzi, che pure ci furono per l’aggressione disastrosa alla Libia, avevano fatto apparire Berlusconi una voce stonata nel coro europeo diretto dal duo Sarkozy-Merkel.
Sarà la storia, in tempi più distanti e sereni, a valutare le vicende del biennio 2010-2011, che portò alla crisi del governo Berlusconi e all’inizio di una stagione di anomalie democratiche. Ora prendiamo atto che se non ci fu proprio un complotto ci fu qualcosa che si somiglia. Parafrasando il reato di concorso esterno in associazione mafiosa si può dire che diversi soggetti italiani ed europei sono colpevoli del reato di concorso esterno in associazione antiberlusconiana. Qualcuno può cambiare “colpevoli” in meritevoli? E’ comprensibile, purché non si neghino i fatti in quanto tali; purché nel valutare il famoso ventennio berlusconiano si tenga conto delle enormi difficoltà in cui Berlusconi ha dovuto governare; difficoltà non solo politiche ed economiche. 

Ma se Berlusconi piange, i giudici di Milano non ridono. E non ride Napolitano, che rischia di diventare sempre più il Presidente-smentita: non sa mai nulla. No, non ride neppure D’Alema, che,  per quanti sforzi abbia fatto in questi ultimi anni per darsi arie di grande politico planetario, è rimasto il comunistello che era. Sprezzantemente gaudioso quando deve registrare la disgrazia di un avversario. Se pure complotto internazionale contro Berlusconi c’è stato – dice – ringraziamo i complottisti che ce l’hanno tolto di torno. Quanta storia italiana c’è nelle sue parole di ultras ribaldo! Quasi quasi incomincia a diventarmi simpatico Renzi, che gli ha rifilato tante di quelle scoppole da farlo gareggiare con la torre di Pisa. E soprattutto non ride l’Italia, che nei suoi tentativi di rimettersi in cammino somiglia sempre più a quel famoso cormorano impantanato nel petrolio del Golfo ai tempi della prima guerra contro Saddam Hussein.

mercoledì 14 maggio 2014

Con dita intrise di sole - Poesie di Franco Ventura


Quante anime nel Salento! Quanta diversità! Uno pensa che il Salento sia Vanini, e si sbaglia; come si sbaglia se pensa che sia San Giuseppe da Copertino o Vittorio Bodini o d. Tonino Bello o Carmelo Bene. Il Salento è aperto a tutti i venti; ogni vento trasporta i suoi pollini. Ciò che nasce spesso è capriccio di incontri, di combinazioni imprevedibili; forse un minimo comun denominatore c’è, ma vallo a trovare!
Così pensavo trovandomi tra le mani il libretto di poesie di Franco Ventura, un pittore di Sannicola, che  a me ha sempre portato una ventata di leggerezza e di freschezza coi suoi pastelli, coi suoi santi “devozionali” e i suoi paesaggi dai colori vellutati, ingenui, sacrificali: a me che ho sempre l’animo in tumulto e quel che vedo e sento m’ispira asprezze di risposte, preferibilmente solitarie; e salgo sulla torre ad urlare alla luna con la speranza che da più vicino possa udirmi.
Ventura compie il miracolo di ammansire, come fa l’esperto coi cani ringhiosi. Che ce l’abbia il poeta il minimo comun denominatore? Bah! Beato lui, allora, che ha immagini e parole medicamentose!
Chiama a raccolta tutti Ventura in questo suo libro, fin dalla dedica: i genitori, i suoi cari, gli amici e lo fa con l’animo grato, perché sente di aver avuto qualcosa in dono dagli altri. Poeta è chi si sente sempre in debito. Gli altri sono una moltitudine. Lui li ha cercati e li ha trovati: Luigi Scorrano, che gli fa la prefazione, d. Luigi Ciotti che gli impreziosisce il libro con una nota, e poi tanti, tanti altri in elencazione dei nomi più significativi di cinquant’anni di arte e cultura salentina; tutti, che, per poco, o per molto hanno corrisposto alla sua amicizia. Un bel lavoro antologico, in chiusura, curato da Alessandro Errico.
Il titolo di questo suo ultimo libretto di poesie, Con dita intrise di sole (Tuglie, 5 emme, 2014) gli proviene sicuramente dal suo essere pittore. C’è un rapporto immediato tra colori e sole, gli uni dipendono dall’altro; e il pittore s’intride le dita negli uni e nell’altro.
La raccolta si divide in tre sezioni, non esplicitate ma evidenti; ognuna delle quali, infatti, si caratterizza per un diverso stato d’animo, introdotta da un pensiero tematico di un personaggio diverso: Langston Hughes, Papa Francesco e Don Tonino Bello; ed è illustrata da disegni dell’autore.
Nella prima sezione domina il dolore, a rischio di disperazione, di non credere più nei sogni. «Quando i sogni se ne vanno – dice il poeta citato in epigrafe – la vita è un campo arido gelato di neve» (L. Hughes).
I tempi sono amari e bisogna fare acrobazie per sperare. Acrobati della speranza, infatti, è il brano che apre questo primo mannello di versi. Un senso di diffusa sofferenza pervade la maggior parte delle tredici liriche. Immagini di disperazione: «la vita …si spegne in un involucro di stracci». Il poeta s’afferra «con la sola forza delle pupille / a quest’orlo di sogno / che …salva / dal risucchio dell’abisso»; il sole presto è adombrato dalle nubi; il «vento…scompiglia i … sogni / assiepati sulle rampe della notte». Parole che evocano immagini di tormento: «vomiti d’onde assassine…inghiottite urla… strazia i nostri risvegli»; le parole sono disancorate, strozzate in gola, corpi inabissati, sprofondati nei pantani; e su tutto il silenzio. Occorrono nuovi inni d’umiltà, che «il cuore potrà finalmente intonare / …/ con le sublimi armonie / delle sue pulsioni». Non v’è dubbio che la tragedia degli immigrati e il degrado sociale abbiano ispirato e influenzato il poeta e ferito il suo animo di credente e di cittadino.
E’ l’impegno civico di Ventura, che non dimentica l’Unità d’Italia, la memoria delle grandi tragedie dell’ultima guerra mondiale, l’impegno di farsi latore di sensibilità collettiva, prendendo in prestito le parole di Papa Francesco: «E’ la memoria dell’eredità ricevuta che dobbiamo, a nostra volta, trasmettere ai nostri figli», che fa tornare al poeta la positività della vita, un senso di ritrovato ottimismo. Ora il poeta «Spera che non sia pula…lo sciame dei suoi pensieri…Sogna che lasci / un pugno di brace viva / la fiammata della sua parola». Sembra che faccia il controcanto ai versi della prima sezione: tutto torna a brillare, purché si mettano da parte l’indifferenza, l’arroganza, la smemoratezza: «un sorriso mai scordato…il lieto ricordo di un evento…l’eco d’una voce cara…riporta / questo vento frizzante d’aprile».
Introdotta dalle parole di Don Tonino Bello la terza sezione sembra essere quasi il terzo tempo di una partita che il poeta gioca con se stesso e coi suoi lettori. «E’ la bellezza che salverà il mondo…Coltivate la bellezza». Al superbo rivolge l’invito a «fissa[re] lo sguardo al cielo», perché «Trivella di luce è la verità», a «Cerca[re] oltre le scaglie d’odio», ché «Se vuoi…Anche dalle più profonde feritoie / dei tuoi dubbi / germoglieranno primavere…» e «Avranno rami curvi / al peso di dolci primizie / quei germogli / che ora cercano aria / fra cumuli di trascuranza».

Probabilmente ridotta a pensieri la poesia perde fascino, suggestione e bellezza; ne guadagna in luce. Chi è aduso a cercare il senso delle parole non può accontentarsi che di questo.  

domenica 11 maggio 2014

Riuscirà il dittatore Renzi a salvare la Repubblica in pericolo?


La gloriosa Respublica Romana aveva una magistratura particolare per i tempi in cui versava in seri pericoli: la dittatura. Il Senato si sospendeva per il periodo necessario ad uscire dalla crisi dopo aver affidato tutto il potere ad un dittatore, il quale, a pericolo scampato, rimetteva la carica allo stesso Senato dal quale l’aveva ricevuta. Il più celebre di questi dittatori fu Cincinnato, il quale, richiamato “in servizio” preferì l’aratro alla spada; dittatore non si può essere che una volta.
Oggi in Italia viviamo qualcosa di simile, senza che nella Costituzione della Repubblica tanto fosse previsto e contemplato. Per una serie di congiunture economiche e politiche si è pensato di congelare la massima istituzione, quella del Presidente della Repubblica, che formalmente è stato rieletto a stragrande maggioranza di consensi. E, pur di fronte ad una sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato il Parlamento eletto con una legge incostituzionale, il Porcellum, si è andati avanti come se nulla fosse, fino a giungere all’affidamento del governo ad un signor “nessuno”. Matteo Renzi, infatti, è capo del governo con una investitura presidenziale che i costituzionalisti, non tutti e non in maniera esplicita, giudicano forzata o borderline. Per politically correct: bisogna capire.
Renzi, che nel volto e nella loquela ricorda qualche personaggio boccaccesco, si è circondato di comparse in gran parte femminili, le quali gli sono così devote che non oserebbero mai creargli dei problemi; della serie diversamente maschilista. Grillo a parte, che comunque non è configurabile come opposizione attendibile, non tanto nella qualità quanto nella quantità, non c’è opposizione. Quella di Forza Italia è, a volerla giudicare benevolmente, una mezza opposizione, dato che per le riforme appoggia il governo e si dice pronta ad appoggiarlo se il Paese dovesse trovarsi in ancor più serie difficoltà. Nel Pd nessuno osa più fiatare. Nessuno, neppure i rottamati, gli umiliati e offesi. Conviene a tutti che Renzi vada avanti, perché porta il pane a casa, fuor di metafora sembra che dal punto di vista elettorale funzioni.
Renzi, dunque, si trova ad esercitare il potere da solo; nella forma non lo è, ma in sostanza è così. Dice: in settanta giorni abbiamo iniziato le riforme e abbiamo dato ottanta euro a dieci milioni di italiani. Non è molto quanto è stato fatto, ma non è neanche poco, anche se la solita politica degli annunci, di cui fu maestro Berlusconi – ricordate lo spot televisivo con il timbro “fatto”? –, stia facendo capolino, pur nel rispettoso silenzio dei grandi elettori e dei media, tutti allineati e coperti. Ma prendiamo per credibile quanto dice il Capo e quanto subito dopo replica, con le stesse parole, il gineceo.
La situazione, tuttavia, non sfugge a nessuno: Renzi fa quello che vuole. Prende provvedimenti senza sentire le parti sociali; se qualche dissenso emerge nella sua stessa maggioranza pone il voto di fiducia e il suo provvedimento passa. Poi esce in televisione e con iattanza dice: la palude voleva fermarmi, ma non è riuscita. La palude sarebbe quella parte della sua stessa maggioranza che lo aveva costretto a porre il voto di fiducia.
In verità – bisogna sempre dire la verità! – sta crescendo una nuova idea di dirigenza politica a livello governativo, che va ben oltre i singoli provvedimenti. Non è tanto il decisionismo in sé quanto il decisionismo nella versione Renzi, qualcosa di più rapido, rude e veloce; tollerato e favorito. Renzi è riuscito a far passare l’idea che tutti, in presenza di una crisi così minacciosa come quella che stiamo vivendo, devono piegarsi a qualche sacrificio. Quando mai sarebbe stato possibile ridurre stipendi e pensioni di manager e magistrati? Che, scherziamo? Fosse stato non dico Berlusconi, ma chiunque altro in altro momento, sarebbe stato fatto fuori il giorno dopo, salvo che non fosse stato ricoverato in psichiatria il giorno prima. Renzi è riuscito.
Sta accadendo che anche per il reperimento di danaro per fare fronte ad alcune iniziative, come i dieci miliardi per gli ottanta euro in busta paga per dieci milioni di italiani, Renzi è riuscito a trovarli. Chi altri sarebbe riuscito? Nessuno. Ho sentito un esponente del Movimento 5 Stelle dire che quando certe proposte le facevano loro si rispondeva che non c’erano i soldi per farvi fronte; quando le ha fatte Renzi i soldi sono stati trovati.
Non ci si meraviglia. Accade tante volte anche in piccoli comuni che ad un sindaco gradito l’apparato dica sempre sì e rimuova gli ostacoli, ad un sindaco sgradito sempre no, e agli ostacoli veri ne aggiunge altri fittizi. Renzi, il “Sindaco d’Italia”, così lui ama definirsi, ha a disposizione quella burocrazia che in altra sede dice di voler combattere; ma intanto essa lo aiuta a fare quello che vuole. Per il bene del Paese, si capisce! La burocrazia è femmina. Che sia spaventata o conquistata da Renzi? Può essere una cosa e l’altra, entrambe sono condizioni femminili.
Dove si vuole arrivare con tutta questa premessa? Che se Renzi riuscirà nel suo intento, di trasformare questo Paese in qualcosa di moderno, di funzionale, di pulito, tanto sarà dovuto più che al suo genio politico a tutta una serie di circostanze. Voglio dire che è normale che riesca nel suo intento; non è normale che non riesca. Se tanto dovesse accadere, se, cioè, la sua dittatura non riuscisse a salvare la Repubblica dai barbari esterni e interni, vuol dire che non i mezzi gli sono mancati ma le capacità. Nessuno, infatti, ad eccezione di Mussolini, ha governato l’Italia in assenza di oppositori e con un’ampia convergenza di fattori favorevoli.

Ci sarebbe una terza spiegazione, disperante, come disperate erano le condizioni di quando Mussolini la enunciò: governare l’Italia non è né facile né difficile, è inutile. Speriamo che non sia sempre così. In fondo, ci vogliamo bene.

domenica 4 maggio 2014

Non si applaude la polizia che uccide, ma...


L’assemblea sindacale di polizia che riserva una standing ovation di cinque minuti all’ingresso di alcuni colleghi poliziotti processati e condannati per aver ucciso di botte un ragazzo a Ferrara qualche anno fa (caso Aldovrandi) è stata una dimostrazione di rivolta, un ammutinamento diversamente ambientato. Nella nave dello Stato una consistente parte dell’equipaggio si è ribellata contro i comandanti. Una cosa allarmante. Vergognosa, indegna non direi, perché nella circostanza queste parole non vogliono dire nulla. Ma le hanno dette in coro! E, allora? Nel coro si gracida come le rane nello stagno; fuori dal coro si ragiona. E qui occorre ragionare.
Vogliamo intanto chiederci per quale ragione un’assemblea di poliziotti si è comportata in questo modo. Ci rifiutiamo di pensare che in Italia la Polizia di Stato recluti delinquenti, irresponsabili, gentaglia che si diverte a menare le mani e all’occasione a uccidere ed altra che applaude.
Lo spettacolo offerto da quell’assemblea è sicuramente la spia di un malessere assai grave che va oltre l’episodio del giovane ucciso e dei poliziotti processati e condannati. Già qualche anno fa altri poliziotti avevano manifestato in difesa dei loro colleghi per lo stesso episodio proprio davanti alla casa dove abitava la famiglia di quel giovane. Qui siamo in presenza di una contrapposizione tra una parte della Polizia, che non si sente adeguatamente tutelata, e un’altra parte della società colpita dalle reazioni spesso spropositate e sproporzionate della Polizia. Una contrapposizione pericolosa che denota la situazione di crisi diffusa delle nostre istituzioni e della società nel suo complesso. Se il poliziotto è visto come un nemico da dileggiare e da colpire e se il poliziotto ritiene il cittadino che lo dileggia e lo colpisce un delinquente da eliminare sul campo vuol dire che lo Stato non è più in grado di imporre a nessuno il rispetto della legge e a garantire il mantenimento dell’ordine.  
Non è una novità che in Italia nei confronti di quanti operano nelle strutture dello Stato, dai poliziotti agli insegnanti, c’è una sorta di avversione; spesso i rappresentanti dello Stato sono considerati target sociali da colpire impunemente, nella convinzione diffusa che non possono e non devono difendersi. Un poliziotto nel migliore dei casi è considerato uno che ha il posto sicuro e che vive coi soldi della collettività senza nulla dare di produttivo; nel peggiore, uno che è servo del sistema, posto a difesa dei privilegi dei ricchi e degli sfruttatori. Una simile opinione non trova eguali in nessun paese moderno e democratico, dove il rappresentante dello Stato gode di un ben diverso rispetto ed è ben diversamente tutelato nell’esercizio delle sue delicate funzioni.    
E’ questa la ragione del ripetersi di casi in cui dei poliziotti eccedono contro dei cittadini colti in flagranza di reato; e per questo sono giustamente processati e condannati. I fatti del G8 di Genova con l’assalto alla Caserma Diaz e il pestaggio di quanti erano dentro costituiscono il punto più grave perché fu una sorta di spedizione punitiva pianificata, che è cosa inconcepibile per chi opera nei ranghi dello Stato e indossa una divisa che obbliga a comportamenti canonici.
Le regole d’ingaggio sono precise: i poliziotti sono mandati sulle piazze per proteggere certe zone o certi edifici, ma lo devono fare secondo regole che impediscono di battersi con gli assalitori alla pari; devono limitarsi a disperdere coi mezzi che sono loro in dotazione: lacrimogeni da lontano e manganelli da vicino. Dall’altra parte, invece, squadre di manifestanti con caschi e passamontagna, armati di tutto, non pongono limiti all’uso di armi, che vanno dalle bottiglie incendiarie, alle pietre, alle spranghe di ferro e ad ogni altro mezzo contundente. Lo scontro è sempre diseguale e asimmetrico. Chi ne paga le conseguenze maggiori sono i poliziotti e i cittadini che capitano in mezzo, i quali si vedono bruciare l’auto, distruggere il negozio, e spesso subire aggressioni personali.
Cosa fanno le istituzioni per tutelare sia i poliziotti, operativamente limitati nello scontro, sia i cittadini che subiscono danni? Nulla, non fanno nulla. Le manifestazioni di piazza sono contenitori di violenze impunibili. Se qualche manifestante viene preso, pur con prove inoppugnabili di aver compiuto reati contro persone e cose, viene immediatamente rilasciato e condannato a pene di nessuna entità persuadente a non commettere più quei reati o a convincere altri di astenersi dal commetterne.
E qui è il punto più importante. Si condanni pure il poliziotto che è passato materialmente sopra il corpo di una ragazza già stesa per terra, si condanni il poliziotto che ha dato qualche manganellata non proprio necessaria; ma condannate anche i delinquenti che si infiltrano in manifestazioni pacifiche per saccheggiare, distruggere e uccidere. Se lo Stato non vuole punire i delinquenti che attaccano i suoi rappresentanti e i cittadini inermi per non passare per Stato di polizia, allora non può uscirsene con un «vergognoso» o «indegno» se il sindacato di polizia lancia un messaggio di legittima protesta, sicuramente sbagliata nella forma ma efficace.
Il problema delle manifestazioni di piazza incomincia a diventare un problema serio non solo in Italia. Lasciar fare a degli scalmanati significa fare la fine dei regimi politici come quelli di Tunisia, Egitto, Libia. La Siria, per difendere lo Stato, ha scatenato una guerra civile. La Turchia ha usato le maniere forti per evitare il peggio. L’Ucraina si trova sull’orlo di un’altra assai più grave e coinvolgente guerra civile in seguito ai movimenti di piazza che qualche mese fa misero a ferro e a fuoco piazze ed edifici di Kiev costringendo il legittimo presidente a fuggire. Sulle piazze vanno delle minoranze, che, sebbene motivate da buoni e nobili propositi, possono solo rappresentare una parte della popolazione. Il che non significa che l’altra parte, la maggioranza moderata, sia d’accordo. Può essere – e il caso dell’Ucraina lo dimostra – che non lo sia affatto e che quando ritiene di non poterne più passi al contrattacco.

Lo Stato deve recuperare il senso di sé e difendere senza complessi di torto o di colpa le istituzioni e la gente. Se non lo fa, è il disordine generalizzato; è, come sta accadendo in Italia, la rivolta di chi è stanco di andare a difendere la legge e l’ordine da chi la legge e l’ordine li attacca impunemente. Se non si sana questa disparità è ridicolo, non vergognoso, strillare ogni qualvolta che la parte più colpita trovi il modo, sia come sia, di protestare.

domenica 27 aprile 2014

Due Papi, due Santi, una Chiesa


Si può scherzare coi Santi? Io credo di sì, perché i Santi sono buoni, capiscono e non sono vendicativi. Invece non conviene scherzare coi fanti, che per stare nel motto sono i loro seguaci, che non capiscono, sono permalosi e se possono te la fanno pagare. Mettiamola così, allora: dai Santi mi guardo io; dai fanti mi guardi Iddio!
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II oggi, domenica 27 aprile 2014, sono canonizzati, santi a tutti gli effetti. Ora bisogna chiamarli San Giovanni e San Giovanni Paolo, meglio San Gianpaolo per economia di fiato. Il Cardinal Martini, dal luogo in cui si trova, deve parlare con rispetto del papa polacco, nei confronti del quale, chiamato a dare la sua testimonianza nel processo di santificazione,  espresse un parere negativo. A suo dire, non meritava di diventare santo perché nel corso del suo lungo pontificato avrebbe fatto degli errori e non avrebbe saputo tenere rapporti e distanze con talune personalità del secolo poco raccomandabili – il dittatore cileno Pinochet, tanto per fare un nome –; insomma si sarebbe distinto di più come uomo di politica e di potere che come uomo di chiesa e di santità. Ma un santo-santo, per la causa santa, deve anche avere rapporti con Satana. E siccome la santificazione è come una sentenza passata in giudicato, il Cardinal Martini, se pure avesse ragione, dovrebbe tener conto della inappellabilità delle decisioni di Santa Romana Chiesa, ispirata dallo Spirito Santo.
Giovanni XXIII, il Papa buono, nonostante il breve pontificato, 1958-1963, impresse una svolta decisiva alla Chiesa, non solo con il Concilio Vaticano II, continuato dopo la sua morte da Paolo VI, ma anche con una serie di gesti di chiara significanza politica. Fu il Papa che ruppe una certa consuetudine. Si avvicinò alla gente, alla quale seppe sempre parlare con parole di tenerezza e di poesia – celebre il discorso della carezza e della luna – in un modo semplice, di immediata comprensione. Si definì un “sacco vuoto” che poi lo Spirito Santo avrebbe riempito. La gente lo sentì vicino, come mai in precedenza era accaduto ad un papa. Tanto più che il suo predecessore, Pio XII, era stato la rappresentazione della distanza anche quando scendeva dal soglio per incontrare la gente, come in occasione dei bombardamenti al quartiere di San Lorenzo a Roma il 19 luglio 1943. Quando Pio XII apriva le braccia e guardava al cielo sembrava volesse assumere la posizione del Crocifisso o giungere da un capo all’altro del mondo in un gesto ecumenico grandioso. Era coltissimo, parlava una dozzina di lingue. Avrà faticato lo Spirito Santo a trovare un po’ di spazio per metterci qualcosa. Era distante dal cuore della gente. Ma sarà santo pure lui, perché i papi seguono la tradizione degli imperatori romani, ascendono alla gloria dei cieli come i Cesari a quella dell’Olimpo. 
Ma fu anche Giovanni XXIII un papa politico, non meno politico di Pio XII, benché di orientamento decisamente opposto. Dove uno si era caratterizzato per cultura e diplomazia, l’altro si caratterizzò per il suo modo di fare alla buona nell’immediatezza del problema da risolvere, fosse un conforto ai carcerati o un appello ai potenti della Terra per scongiurare la guerra. A Russia – gli disse la figlia di Kruscev che andò a fargli visita dopo la crisi di Cuba – ti chiamano il Papa contadino. Doveva proprio piacere ad uno come Kruscev Giovanni XXIII; come doveva piacere a John Kennedy, il presidente americano della Nuova frontiera. Questi tre uomini ebbero la ventura di vivere e di operare per qualche situazione insieme, tutti e tre funzionali ad un nuovo rapporto tra gli Stati e tra le classi sociali, capaci di rompere col passato.
Giovanni Paolo II è stato il grande papa che ha traghettato il Novecento dall’uno all’altro secolo, non solo e non tanto in senso temporale, 1978-2005, ma anche e soprattutto in senso politico. E’ stato l’iniziatore della serie dei papi stranieri. Lui, polacco, ha contribuito ad abbattere il regime comunista, a mettere in crisi l’impero sovietico, a restituire all’Europa quell’unità geopolitica che la spartizione di Jalta nel dopoguerra aveva fortemente messo in discussione. Non solo la riunificazione tedesca con l’abbattimento fisico e assai più simbolico del Muro di Berlino, ma anche il recupero all’Europa di terre cristiane ed europee in un processo che è tuttora in corso come i fatti drammatici dell’Ucraina dimostrano.
Questi due papi, ora santi, pur nella loro distanza ideologica, l’uno più spostato a sinistra, l’altro più spostato a destra, per usare categorie profane, hanno reso all’umanità in momenti diversi dei servigi straordinari. La visione della Chiesa che ha bisogno di scelte, apparentemente opposte, ma sempre votate all’unico bene comune, si è affermata con questi due pontefici, a riproporre quella bellissima immagine di San Francesco e di San Domenico, celebrati nel Paradiso da Dante Alighieri. Santi diversi, ordini diversi, fanti diversi, ma tutti utili alla chiesa e al mondo.
Spesso si dice che il Papa non fa politica. Recentemente Francesco ha respinto l’accusa di comunismo, ma non v’è dubbio alcuno che la politica la fanno, sanno di farla, per raggiungere obiettivi che nel momento in cui la fanno ritengono importanti per gli uomini e per gli stati. Forse non condividono il linguaggio comune: loro operano per il bene senza porsi dei problemi di etichettatura; fanno quello che noi chiamiamo politica.

Che poi per farli santi si abbia bisogno di inventarsi dei miracoli, senza cui non ci può essere santificazione, è un fatto che riguarda la percezione mondana, popolare, che parla un linguaggio e capisce quel linguaggio, fuori del quale non c’è santità né antisantità. I veri miracoli questi due papi li hanno fatti non guarendo da malattie chi per la scienza medica doveva morire senz’altro, ma dando al mondo la speranza di una prospettiva, aprendo sentieri nuovi, contribuendo con altri grandi della Terra a risolvere dei problemi. I veri miracoli sono questi. E per questi non c’è bisogno di scomodare testimoni, postulatori o avvocati del diavolo. Basta vedere cosa hanno lasciato dietro di sé. E più il tempo si allontana dalla loro esperienza terrena e più gli effetti dei loro “miracoli” si accendono, perché il tempo è olio alla lampada dei grandi. 

mercoledì 23 aprile 2014

Dal "ghe pensi mi" del Cavaliere al "qui comando io" del paggio Renzi


Renzi potrà risolvere tutti i problemi italiani e, a sentire lui, anche quelli europei e probabilmente del restante universo. Se accadesse ne saremmo tutti lieti. Ciò non toglie che resta un venditore di chiacchiere, un inventore di trovate, un arrogante contradaiolo fiorentino. Ne spara una al secondo: la sinistra che non si rinnova diventa destra. Contro i burocrati useremo le ruspe.
Una delle sue ultime trovate è la candidatura di cinque donne a guidare le cinque liste alle Europee. La par condicio ormai è roba da rottamati: di Bersani, di Cuperlo, di Civati, di D’Alema. Renzi ha ribaltato tutto: niente uomini. Non servono. Le donne vanno meglio. E poi, non hanno fatto gli uomini quello che hanno voluto e stravoluto per millenni? Ora basta, ora tocca alle donne fare quello che vogliono e che stravogliono; della serie renziana “un po’ per uno”: ieri toccava a te, oggi tocca a me, ieri soffrivano i poveri oggi tocca ai ricchi; ieri soffrivano i lavoratori ora tocca alle banche; ieri soffrivano gli elettori ora devono soffrire gli eletti, col motto aggiornato: heri mihi, hodie tibi. Ah! ah! ah!
Ma le donne, che non smettono mai di essere…donne, hanno già capito che l’abbraccio di Renzi è quanto di più antifemminista si possa escogitare. Esse infatti sanno di essere strumentalizzate. Si spera che almeno continuino ad essere donne e di fare quello che è nella loro natura: tradire.
L’operazione Renzi ha in sé un micidiale virus maschilista: voi donne non valete un cazzo finché non viene un maschio e vi mette dove vuole lui, non già per fare un favore a voi, ma per affermare se stesso. C’è in Renzi un latente complesso di maschilismo. Fosse islamista nell’harem lui non permetterebbe di entrare neppure ad un eunuco; e scaccerebbe perfino i gatti maschi. Non si sa mai!
Chiacchiere a parte – ormai si fa anche analisi politica con le chiacchiere – Renzi si rivela sempre più un clone di Berlusconi; come il Cavaliere di Arcore anche lui non vuole gente che gli faccia ombra o che in prospettiva possa proporsi in alternativa. Berlusconi ogni tanto ne trovava uno, l’ultimo è quel Toti, che davvero non si capisce che mestiere faccia. Così Renzi. Guardate chi gli sta attorno, nessuno! Si è circondato di nullità. Si può dire che anche le nullità crescono, Alfano docet; ma Renzi è uno che non si pone troppe domande sul futuro. Chi vuol esser lieto sia – diceva un suo vecchio di qualche secolo fa suo concittadino – del doman non v’è certezza. Canto carnacialesco! Sissignori, perché oggi in Italia c’è qualcosa di diverso della sfilata di Bacco ed Arianna di Lorenzo il Magnifico?
Il quadro è completo. Grillo infuria. Ormai cavalca perfino il secessionismo veneto. E’ difficile capire che cosa Grillo preveda per il dopo disastro della più grave destabilizzazione del Paese. Se dovesse vincere il Movimento 5 Stelle, che cosa potrebbe accadere? Forse niente, perché si tratta di Europee; ma forse tutto, perché comunque sarebbe un risultato politico devastante: l’Italia affidata ad un comico che non riesce più a distinguere la scena dalla realtà e si diverte un mondo sapendosi ripreso dalla televisione perfino quando finge di nascondersi.
L’aspetto più inquietante è che il mondo politico è annichilito. Intorno a Renzi nel primo cerchio consenso assoluto dei suoi; nel secondo cerchio timide prese di posizione della cosiddetta sinistra del Pd; nel terzo cerchio si agitano senza direzione e senza prospettive i “dannati” di quello che fu il centrodestra, vecchio e nuovo; nel quarto cerchio gli intellettuali e i giornalisti fanno finta di niente; nel quinto istituzioni importanti con le bocche cucite.
Si fa strada la persuasione che alla fine uno come Renzi, smargiasso e maleducato, irresponsabile e venditore di fumo, è utile alla causa, è l’uomo al posto giusto nel momento giusto. Chi si sarebbe mai sognato di mettere sotto pressa come una volta si faceva con la pasta delle olive per trarne l’olio, l’intero mondo politico ed economico dell’Italia? Renzi lo ha fatto. I miliardi per colmare la spesa della riduzione dell’Irpef a dieci milioni di italiani con reddito inferiore ai mille e cinquecento euro (i famosi 80 euro in più in busta paga) li ha trovati spremendo qua e là, violando quelli che sono stati sempre considerati diritti acquisiti inattingibili. E guai a chi si lamenta! I manager minacciano di lasciare l’Italia? Prego – dice Renzi – togliete pure il disturbo. Le banche si lamentano per i prelievi ordinati dal governo? Zitti – intima Renzi – pensate a quanto vi è stato regalato in passato. E così, di mano in mano, per ogni fava prende due piccioni: uno è quello di fare quello che intendeva fare e l’altro il consenso popolare, giacché il popolo è sempre entusiasta quando trova un giustiziere dei ricchi, dei pescicani, dei grandi burocrati, di quelli che nell’immaginario popolare succhiano il sangue alla povera gente.
Senonché in Italia, paese dove i Cola di Rienzo, i Savonarola e i Masaniello sono di casa, i tipi alla Renzi prima o poi finiscono come l’abbacchio al forno (Trilussa per Giordano Bruno) perché si scontrano coi poteri forti, non cosiddetti forti ma forti davvero; e a quel punto il popolo, fino a quel momento osannante, si trasforma in giustiziere del capopopolo caduto in disgrazia.

Da simili situazioni il nostro Paese esce male, con la rafforzata immagine di paese di avventurieri, di improvvisatori, di stravaganti. I commenti di alcuni uomini politici europei, all’indomani delle votazioni del 2013, furono che in Italia avevano vinto un pregiudicato (Berlusconi) e un comico (Grillo). Facciamo un’ipotesi neppure tanto remota: se dovesse vincere Grillo, con quali prospettive lo mandiamo a rappresentarci in Europa, dalla Merkel, da Cameron, da Hollande? E con quali reazioni da parte dei capi di Stato e di governo europei e mondiali? Già ne abbiamo subite tante con Berlusconi; già fatichiamo a vedere Renzi spupazzare negli incontri internazionali. Con Grillo, che accadrebbe?  Riderebbero, e come sempre a danno dell’Italia.         

domenica 20 aprile 2014

Napolitano-De Bortoli: senso di una combine


Sul Corsera di venerdì, 18 aprile, in prima pagina campeggia una lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al direttore del quotidiano milanese Ferruccio De Bortoli «un anno dopo la rielezione». Su tutte e sei le colonne un titolo che riprende in sintesi il pensiero di Napolitano: «Ho pagato un prezzo alla faziosità ma il bilancio è positivo».
Dunque la risposta precede la domanda, che, invece, è a pag. 2. Ci sta, se la risposta è quella del Presidente della Repubblica. Ci sta di meno se si riconduce il fenomeno alla sua logica, dovendo la risposta seguire e non precedere la domanda. Qui non è solo questione d’impaginazione, ma di un combinato tra la Presidenza della Repubblica e il maggior quotidiano nazionale per dare una risposta non alla domanda del direttore ma a quella di una parte del Paese, che sale in maniera sempre più rumorosa. Il direttore del Corsera si è prestato alla messa in scena. Si consideri che la sera precedente, giovedì, 17 aprile, su La Sette, trasmissione “Otto e Mezzo” di Lilly Gruber, c’era stato un animato confronto tra il prof. Paolo Becchi, considerato l’ideologo non riconosciuto del Movimento 5 Stelle, e il prof. Cacciari, noto filosofo e già sindaco di Venezia, difensore d’ufficio di Napolitano e del nuovo corso politico impersonato da Matteo Renzi. Becchi è peraltro autore di un recentissimo libretto edito da Marsilio, «Colpo di Stato permanente. Cronache degli ultimi tre anni», in cui sostiene che in Italia c’è un perdurante colpo di Stato che ha in Napolitano l’ideatore e l’esecutore.
Ma veniamo al succo: «Caro Direttore, a distanza di un anno…». Già questo indica che l’iniziativa è partita dal Presidente Napolitano per fare il punto dopo un anno dalla sua rielezione alla Presidenza della Repubblica. Quale il pensiero? Napolitano è convinto di aver operato nel giusto servendosi dei mezzi più leciti e rigorosi, pur considerando l’eccezionalità del momento politico. Non entra nel merito di nessun addebito specifico, ma respinge in blocco ogni critica, bollandola come «faziosità».
Non è la prima volta che Napolitano, più che respingere, stronca le critiche che gli vengono mosse. L’accusa più pesante è di essere stato in questi ultimi tre anni lo stratega unico della politica italiana. A partire dal giugno 2011, come ha dimostrato Friedman col suo libro «Ammazziamo il gattopardo» e come rivendica Becchi, il quale si ritiene il primo ad aver denunciato il “colpo di Stato”, Napolitano ha di fatto surrogato ogni altra istituzione latitante, ed ha operato in assoluta libertà d’iniziativa, attento solo a non urtare la suscettibilità di quel potere senza volto che è ormai il “governo europeo” dell’Euro. 
Con tutto il rispetto crediamo che Napolitano non possa essere esente da accuse, in parte fondate e in parte esagerate. Probabilmente non è contento della situazione in cui si è suo malgrado ritrovato; ma, da autentico politico consumato, non si è sottratto a responsabilità difficili e pesanti. Ecco, più che respingere o stroncare le accuse, dovrebbe dare spiegazioni. Troppe nubi si sono addensate sulla sua presidenza, parte delle quali ereditate, come la famigerata presunta trattativa Stato-mafia.
Gli concediamo perciò le attenuanti generiche, ossia l’aver operato in sostituzione obbligata di una classe politica peggio che inesistente, squalificata e inerme; ma non quelle specifiche delle singole scelte. Se gli va dato atto di essere rimasto solo a far fronte ad una gravissima emergenza, non gli si può riconoscere anche l’esclusività degli atti compiuti quasi fossero gli unici che poteva compiere. Atti che – opinione diffusa, e non solo di giornalisti e polemisti, ma anche di costituzionalisti di vaglia – sono stati per alcuni delle «forzature» e per altri «borderline».
Napolitano in questi ultimi tre anni è stato lasciato solo e se l’è cavata egregiamente, ma se tanto è vero – ed è vero! – bisogna anche ammettere che l’Italia è un paese disastrato – politicamente, economicamente, finanziariamente ed eticamente – alla mercé di decisioni straniere, irresponsabili, ancorché filtrate e garantite dalla massima carica dello Stato, che invece responsabile è.  
Insomma se dopo l’anomalia Monti, ci sono state quelle di Letta e soprattutto di Renzi non si può non ammettere che la democrazia italiana è a corto di ossigeno. Come può essere normale che uno diventi capo del governo senza essere passato da una consultazione elettorale? Come può essere normale che uno senza credenziale alcuna, se non quella di un continuo sproloquiare in abbondanza di minacce e ingiurie, possa conquistare la massima carica dell’esecutivo secondo un percorso di normalità? Si può passare al vaglio atto dopo atto ogni iniziativa di Napolitano e magari constatare che ognuno è in sé ineccepibile sotto il profilo costituzionale, ma l’esito ottenuto è democraticamente incomprensibile e perciò inaccettabile. E siccome il risultato di più atti normali non può essere che normale, nel momento in cui si constata che comprensibile quanto meno non è, vuol dire che il percorso ha avuto dei lati oscuri, che ha avuto passaggi viziati, che è maturato in un ambiente torbido e degenerato.
Di questa degenerazione politica italiana Napolitano, in quanto Presidente della Repubblica, non ha colpa specifica alcuna; ma non v’è dubbio che la gestione della degenerazione nel tentativo di recuperare la condizione perduta è da attribuirla alle sue scelte. Merito? Demerito? Bisognerebbe prima sapere e capire.

E’ su questo che si dovrebbe aprire una discussione seria e profonda, senza accuse sommarie alla Becchi o alla Travaglio, ma neppure senza incensamenti acritici che ricordano Plinio il Giovane e il suo Panegirico di Traiano, ovvero la risposta a calco di De Bortoli alla domanda autoapologetica di Napolitano.