domenica 19 gennaio 2014

Berlusconi, Grillo e Renzi: populismo e populisti


In Italia si continua ad agitare la minaccia populista, per scongiurarla. Ma chi sono i tementi,  chi i temuti?  I campioni dell’antipopulismo sono i democratici. I campioni del populismo sono il partito di Berlusconi, il movimento di Beppe Grillo e dulcis in fundo il modo di far politica di Matteo Renzi, una sorta di populismo fatto in casa, questo, la serpe cresciuta nel seno Pd.
Ma cosa si intende per populismo? Mettendo da parte analisi e definizioni di sofisticata politologia, populismo nell’accezione più immediata e semplice è pensare, volere e agire come pensa, vuole e agisce il popolo. E questo spaventa i democratici? Sì, li spaventa. Perché ritengono che si tratti di un pensar basso, senza una cultura politica di progresso, di innalzamento del livello di civiltà.
E’ sulla definizione di popolo che si dovrebbe convergere in accordo. Giovanni Berchet nella sua Lettera semiseria del 1816, due secoli fa, divise la società in tre parti: i parigini, il popolo, gli ottentotti. I primi erano le persone aristocratiche, colte, sofisticate; gli ottentotti erano gli ignoranti, i rozzi, privi di qualsiasi cultura; il popolo erano i liberali, i borghesi, i produttori, i professionisti, in breve il ceto medio. Oggi una simile ripartizione non s’attaglia, anche se vagamente potrebbe trovare analogie e corrispondenze. Ai tempi del Berchet i classicisti erano contro i romantici, ed essi erano col popolo; i democratici di oggi non disprezzano il popolo – non potrebbero farlo senza negare se stessi in radice – ma ritenendosi per qualche aspetto dei parigini lo sospingono quasi al livello degli ottentotti.
Premesso che democrazia ha in sé il concetto di popolo – significa letteralmente «potere del popolo» –  non dovrebbe un buon governo fare ciò che il popolo chiede? In genere il popolo vuole il bene immediato, poco maledetto e subito, e d’altro non sembra preoccuparsi, per soddisfare i bisogni materiali e quotidiani di cui avverte l’impellenza, secondo criteri utilitaristici. In genere, invece, i democratici si preoccupano di migliorare la qualità della vita in termini anche di civiltà, di conquista di nuovi diritti e libertà civili, di prospettiva.
Una simile differenziazione è piuttosto radicale e dà l’idea che gli uni non mangino oggi per mangiare meglio domani; gli altri mangiano oggi perché di doman non v’è certezza. Così non dovrebbe essere. L’azione politica contempera sempre l’oggi e il domani, la circostanza e la prospettiva, privilegiando, a seconda delle situazioni, ora un aspetto ora un altro. E’ decisamente sbagliato attestarsi su posizioni radicali, nefaste le une e nefaste le altre.
Facciamo alcuni esempi. In Italia, paese in cui vige la democrazia, i politici sono pervasivamente corrotti. Non c’è giorno che non si informi la gente che in tutte le regioni d’Italia consiglieri ed assessori hanno abusato del denaro pubblico per spese personali, anche ridicole come mutande, dentifrici, bottiglie di liquori, pecore e vitelli. Cosa pensa in merito il popolo e cosa vuole? Pensa che quanto meno quei politici, responsabili di quei reati, dovrebbero vergognarsi, risarcire lo Stato restituendo entro e non oltre una certa data il mal preso, lasciare la politica senz’altro; in caso contrario, sequestro dei beni e interdizione dei pubblici uffici. Questo vorrebbero i populisti.
In un paese serio e veramente democratico tutti dovrebbero volere questo e tutti dovrebbero essere d’accordo a perseguirlo. Invece, cosa accade? Che i populisti sfruttano l’indignazione popolare per raggiungere il potere, sottraendolo ai democratici, i quali, per non cedere alle pressioni dei populisti, a parole sono contro i corrotti, nei fatti difendono la situazione per come è.  Se ne deduce che i ladri e i corrotti, se democratici, sono da preferire ai populisti, a prescindere se essi siano onesti o meno.
Così, mentre la situazione è ferma per l’impotenza dei democratici, il populismo monta, s’accresce e minaccia prospettive che vengono presentate come antidemocratiche. E intanto chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, alla partenopea.  Alle successive elezioni, coi soldi capitalizzati disonesti e corrotti si ri-propongono, vengono ri-eletti e ri-rubano.
Un altro esempio. Per una cosa da niente la giustizia impiega anni per arrivare a sentenza, quando quale che sia l’esito nulla ha più a che fare con la giustizia. I condannati per crimini gravi non scontano la pena e a pizzica e mozzica se la cavano con pochissimo. Che cosa pensa, che cosa vuole il popolo? Pensa e vuole che chi commette reati, gravi o meno, debba scontare per intero la pena. Condividere un simile pensiero è populismo, perché non tiene conto dei diritti dell’individuo, che, sebbene in carcere, deve star bene e più che punito deve essere rieducato. Cosa propongono i democratici in alternativa? Nulla, assolutamente nulla, dato che finora non hanno comandato i populisti in Italia ma i democratici e le leggi che consentono a delinquenti e criminali di non scontare la pena le hanno fatte i democratici. Far scontare la pena per intero, in ragione della gravità dei reati commessi, non è democratico. Vai a capire perché! Nel frattempo l’indignazione popolare aumenta, siccome viene meno la sicurezza dei cittadini.
Ma il populismo in sé si presta ad interpretazioni contraddittorie. Perché è populismo chiedere giustizia, colpire i corrotti senza perdere tempo, dare risposte ai cittadini in tempi comprensibilmente utili, e non è populismo la legalizzazione della droga, l’aborto, il divorzio, il matrimonio gay, e tutta quella serie di libertà dette diritti civili? C’è forse popolo e popolo? C’è un popolo da condannare se la pensa in un certo modo e un altro da ascoltare e assecondare se la pensa in un altro?  E’ solo una questione di numeri, dato che certe sensibilità riguardano comunque una minoranza? Forse. Sta di fatto che in politica tutto avviene in funzione elettorale; si governa per avere il consenso del popolo. In questo senso il populismo svolge un ruolo di mediazione, tanto in democrazia quanto in dittatura, che è di garantire il popolo da chi governa, impedendogli di concretizzare iniziative antipopolari.

domenica 12 gennaio 2014

La vicenda dei due marò è lo specchio di un'Italia imbelle


Mamma, gli indiani! finirà da noi per sostituire mamma, li turchi! Da due anni l’India tiene col cuore in gola due famiglie pugliesi, le famiglie dei due marò del Battaglione San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati del mare. I due militari facevano parte del Nucleo Militare di Protezione della Marina Militare Italiana a difesa della petroliera Enrica Lexie da eventuali attacchi di pirati.
E’ accaduto per un malinteso? E’ stato un incidente? Comunque sia, è accaduto in acque internazionali. E’ assurdo pensare ad un atto terroristico, come minacciano di sostenere ad orologeria le autorità indiane, ora quelle politiche, ora quelle giudiziarie; atto che se confermato come tipo di reato prevedrebbe la pena di morte.
La vicenda è fin troppo nota per ripercorrerla in tutta la sua assurda scia di dico e non dico, di minacce e di controminacce, perfino di andata e ritorno dei due marò dopo una breve parentesi italiana per le feste di Natale del 2012. Dopo varie rassicurazioni, ora l’India torna a minacciare di morte i due militari.
E le autorità italiane che fanno? Niente, non fanno niente, al di là di generiche promesse che nel caso saprebbero reagire duramente. Duramente, come?
E’ di tutta evidenza che un paese come l’India, che ha complessi secolari nei confronti dell’Europa, ha preso gusto in questi due anni a tenere in scacco un paese che costituisce da sempre l’élite mondiale della civiltà. E non vengano a dire che tutti i popoli sono uguali, che tutte le civiltà sono uguali, che tutti sono uguali a tutti, come se fossimo all’anno zero della vita umana sulla terra. Lo ricordiamo non già per stabilire improbabili gerarchie nel presente, ma per renderci degni del nostro passato. L’Italia ha una storia imparagonabile a quella dell’India. Che poi sia opportuno non fare paragoni si può essere anche d’accordo; ma resta che questo paese ci sta umiliando mentre dimostra di non essere in grado di decidere sul da farsi, salvo che non lo sappia perfettamente e si serve di una vicenda drammatica per speculazioni politiche interne, come se l’altra parte fosse una repubblichetta emersa dal mare come un atollo e non l’Italia.
Certo, non si può minacciare quando si è deboli o impossibilitati. Ma non si può nemmeno continuare a sperare nella lealtà delle autorità indiane, che un giorno dicono una cosa e il giorno dopo un’altra; che tengono col fiato sospeso un popolo intero. Se questo paese, l’India dico, non è un paese di sgarrupati, allora lo è di cinici, insensibili e irrispettosi delle regole internazionali di giustizia e di convivenza.
Ma c’è anche l’amara constatazione che l’Italia non è stata in grado finora di mobilitare il paese, la sua gente, il suo popolo. Un paese che si è mobilitato per casi meno gravi, per i due marò ha dimostrato disinteresse. A parte qualche iniziativa di giovani di destra e qualche pannello apposto all’ingresso di qualche municipio, niente si è visto che possa far pensare ad una presa di coscienza di orgoglio nazionale e di preoccupazione per i due militari, che erano su quella nave per proteggerla dai pirati e non per fare essi stessi i pirati; per le loro famiglie, tenute sulla graticola..
E ancora l’altra mortificante constatazione che l’Italia non è stata in grado finora di mobilitare le istituzioni internazionali per fare pressioni sull’India per il rispetto delle leggi che regolano i rapporti fra gli Stati.
Viene di pensare che il nostro Paese non conti assolutamente nulla nel panorama mondiale, che siamo scaduti a livelli così bassi come non siamo mai stati nella nostra millenaria storia.
Intanto le voci di ritorsioni popolari nei confronti degli indiani che vivono in Italia si moltiplicano sempre di più e montano di tono. Sono voci sconsiderate, che nascono da una sorta di consapevolezza di essere impotenti, da un dover assistere ad un gravissimo atto di ingiustizia senza nulla poter fare. Sono voci, per ora. Si dice che cane che abbaia non morde. Ma ciò che vale per il singolo non vale per la massa, all’interno della quale ci può essere sempre qualcuno che morde e può fare del male. A questo punto non bisogna arrivare. Anche per questo il nostro governo non deve perdere altro tempo, deve pretendere rispetto, deve coinvolgere le grandi istituzioni internazionali delle quali fa parte; non deve chiedere rassicurazioni, deve pretendere che i due militari vengano giudicati da un tribunale serio, terzo. Il nostro paese deve far sentire il suo peso nei consessi internazionali di cui fa parte, come da anni ha fatto e fa sentire la sua presenza nei più vari teatri di destabilizzazione politica e militare nel mondo. Non si può mandare a morire soldati italiani in Somalia, in Iraq, in Kossovo, in Afghanistan, per contribuire a risolvere i problemi di civiltà di quei paesi, ed essere poi considerati pirati e terroristi in India.   

Il caso dei due marò, sballottolati da una parte all’altra, ora minacciati di ergastolo ed ora di morte, rende plastica davanti alla stessa Italia e al mondo l’immagine di un paese che non conta nulla e che chiunque può offendere e tenere in scacco come gli pare e piace.

domenica 5 gennaio 2014

2014: tra coraggio e utopia


Nel messaggio agli Italiani il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato nella prima parte – ma assai lunga – una sorta di direttore di giornale che risponde alle lettere di alcuni cittadini i quali gli avevano manifestato le loro doleances.
Cosa ha voluto dimostrare Napolitano, che in Italia esiste una situazione sociale insostenibile? Ma è bastato ascoltare il telegiornale di pochi minuti prima con la notizia dell’impazzito di Collegno, una persona che, avendo perso il lavoro, ha ucciso suocera, moglie e figlia e poi si è suicidato, per convincersene.
Napolitano si è profuso in una autodifesa che francamente ha rafforzato negli Italiani la convinzione che la situazione politico-istituzionale è gravissima. Ha ripetuto che lui, sollecitato ad accettare la rielezione, non ha saputo sottrarsi all’assunzione di responsabilità; che a votarlo sono stati più del 70 % dei grandi elettori; che perciò è più che legittimato e non cederà agli insulti e alle minacce.
Ma la situazione in cui ci troviamo è in non poca parte riconducibile a lui. Non si può essere responsabili del bene e non responsabili del male se entrambi provengono dalla stessa fonte. La sua excusatio circa i suoi straripamenti politici non convince; conferma semmai la necessità di avere comunque un alto punto di riferimento nella situazione in cui ci troviamo.
Un discorso scontato, anche nella chiusura, con la promessa finale che non starà al Quirinale un giorno in più del tempo che le circostanze e la salute glielo consentiranno. Tempo indeterminato!
Ha convinto, invece, quando ha spronato ad avere coraggio. Sì, bisogna proprio avere coraggio. Il coraggio, quanto meno, di avere ancora dei desideri politici, che oggi sono quanto mai utopici. Tre, per l’esattezza, che certo non potrà portare la Befana, né di quest’anno né dell’anno venturo né mai.
Il primo  è di avere finalmente in Italia meccanismi così efficienti ed efficaci che impediscano a chi si occupa della cosa pubblica di rubare. Dato che ormai è acclarato: rubano tutti. La storia di oltre un secolo ci ha insegnato che gli italiani rubano quale che sia l’appartenenza politica; che, se pure alcuni di essi non rubano, non denunciano, come dovrebbero, quelli che rubano e dunque ne sono complici. Aldo Moro ai tempi dello scandalo Lockeed disse alla Camera: non ci faremo processare sulle pubbliche piazze. Moro non aveva rubato, ma sapeva che altri del suo partito lo avevano fatto e lui li protesse.
I socialisti predicavano onestà dalla fine dell’Ottocento, giunti al potere nella prima metà degli anni Sessanta del Novecento, sono diventati sinonimo di ladri. Tangentopoli dimostrò che sono ladri i democristiani, i liberali, i repubblicani, i comunisti, come nella canzonetta dei gobbi: gobbo il padre, gobba la madre, gobba la figlia della sorella, era gobba pure quella, la famiglia dei gobbò. Ecco, in Italia l’alter hymnus!
Non diversamente i missini, altri predicatori di onestà! Giunti al potere, si sono rivelati ladri al pari degli altri. Le vicende della Regione Lazio sono solo il contorno di più diffuse situazioni, non ultima quella di Gianfranco Fini e della casa di Montecarlo. Un episodio squallido, sia per il valore in sé della casa, sia per la provenienza della stessa, sia per il recinto famigliare in cui l’episodio ha assunto toni incestuosi.
E Di Pietro? Ha fatto la fine dei suoi inquisiti. E Bossi? Ladro pure lui e pidocchioso! Si è ristrutturata la casa coi soldi pubblici, mentre il figlio, che non riusciva a prendersi la maturità in Italia, si è comprato la laurea in Albania, coi soldi – sempre – dello Stato. Roba da far piangere i comici. Ora ci sono i grillini. Faranno la stessa fine. Non è una previsione, è una constatazione, un semplice piccolo ragionamento; come vedere una palla su un piano inclinato.
Non è possibile che in Italia ci sia un popolo di francescani e una classe politica di ladri. La verità è che ogni francescano, posto nella condizione di rubare, ruba; ogni politico, posto nella condizione di non rubare, ossia spogliato dei suoi paramenti politici, diventa francescano. Di qui il desiderio di avere meccanismi di controllo perfetti e leggi in grado di stroncare i furbastri che fossero capaci perfino di eludere gli stessi meccanismi.
Il secondo desiderio è di avere una magistratura assolutamente credibile, rigorosa nella sua missione sacerdotale, ordinata e votata fino al sacrificio, con l’anelito mistico di Jacopone da Todi. Questo è il desiderio più utopico, forse, ma bisogna crederci perché solo una siffatta magistratura potrebbe garantire la funzionalità del sistema anticorruzione, antifurto, antirapina. E’ inaccettabile che i magistrati possano dismettere la toga e da un giorno all’altro mettersi a fare politica, non solo perché da politici ruberanno a loro volta, ma anche perché chi giudica con sollecitazioni politiche, ancorché spontanee e inconsce, non è un buon giudice e insinua nei cittadini – cosa assai più grave –  la diffidenza nella giustizia. 
Il terzo desiderio è che finalmente si faccia una legge elettorale, che non sia un imbroglio, un raggiro per gli Italiani per impedire che si sappia chi ha vinto e chi ha perso, chi deve governare e chi no. Utopico anche questo desiderio; ma bisogna crederci, avere il coraggio di credere. Utopico se si considera che si usa perfino la necessità di una legge elettorale come strumento di lotta politica. Tutti dicono che occorre farla, ma solo alcuni vorrebbero farla adesso; e sono quelli che sperano che da elezioni imminenti possano trarre dei vantaggi. Gli altri, invece, perdono tempo, perché sanno che fatta la legge si dovrebbe andare a votare e loro non hanno nessun interesse a farlo ora, mentre sono al potere. E, allora, perché affrettarsi a fare una legge? Meglio continuare al Luna Park dei sistemi elettorali.

Desideri utopici. Che almeno se ne avveri uno!

domenica 29 dicembre 2013

Se muore la Provincia di Lecce evviva la Regione Salento

Ormai si dà per scontata l’abolizione delle province. Per risparmiare soldi, dicono. Non ne siamo persuasi, sia che le aboliscano e sia che, abolendole, si risparmi davvero. Stante la Costituzione della Repubblica, quella che si dice la più bella del mondo, che i magistrati per protesta contro chi la voleva in qualche punto ritoccare agitavano come a Pechino le Guardie Rosse agitavano il libretto di Mao, le province non si possono toccare (artt. 114, 118, 128 e sgg.).
La Costituzione non è a convenienza; e, data la sua rigidità, non si presta a manipolazioni pragmatiche: o la si rispetta o non la si rispetta.
Ma, per comodità di ragionamento, mettiamo che le province, con o senza la Costituzione, vengano abolite. Quanto lo Stato risparmierà dalla loro soppressione, stando a quanto si dice, è solo questione di cifre; tutti concordano che lo Stato risparmierà. Abbiamo ragione di dubitare, e non perché abbiamo competenze tali da opporre cifre a cifre, segni a segni, ma perché non sono credibili quelle accreditate dai cosiddetti esperti. I quali, molto spesso, fanno i conti a metà, per la metà che più conviene ai loro ragionamenti.
Nessuno si chiede che cosa accadrebbe con l’abolizione delle province e quali potrebbero essere le conseguenze amministrative, politiche ed economiche. La Fornero, ministra del lavoro – per dire! – fece la riforma delle pensioni e, come il diavolo, fece la pentola ma non il coperchio, così lei si ritrovò dopo la legge con un problema che ancora grida vendetta, quello degli esodati. In Italia si inciampa perché prima di intraprendere un percorso nuovo nessuno esamina i luoghi e le problematiche del tragitto.
Quanto al risparmio, è da tre anni che lo Stato per risparmiare non fornisce più i servizi di una volta; e di benefici non se ne sono visti. Chi non si è accorto che giustizia, sanità, istruzione, ambiente e paesaggio, trasporti hanno perso efficienza, dopo tagli di tribunali, ospedali, scuole, soprintendenze, treni, strutture e personale? Dunque, gli italiani hanno bisogno di prove concrete, che finora nada. Nessuno ha visto una minchia di niente, direbbero i nostri cugini in loquela siciliani.
In realtà la soppressione delle province è un’altra allucinazione collettiva, un fare tanto per fare, perché non si dica che non si fa niente. Si dovrebbero abolire le regioni, invece, non foss’altro che per quanto i loro governi e le loro rappresentanze istituzionali hanno dimostrato in questi anni: inefficienza e sperpero di danaro per vana ostentazione di lusso e di ricchezza e per vergognosi usi e abusi personali.
Non è forse andata avanti lo stesso l’Italia nei ventidue anni in cui le regioni non c’erano? Anzi, se ben guardiamo, i guai finanziari italiani hanno le radici negli anni Settanta, dopo l’istituzione delle regioni. Le risorse accumulate col miracolo economico degli anni Sessanta sono state sperperate negli anni Settanta. E, invece, di prendersela con chi è responsabile del disastro, la classe politica, inefficiente e inefficace, se la prende con le povere province.
Non è questione di campanilismo o, ad essere onesti, pure. Ci chiediamo noi salentini: che cosa accadrà con l’abolizione della Provincia di Lecce sul piano di tutte quelle competenze che ancora oggi sono della provincia, così come previsto dalla Costituzione? Se già prima le proteste per il baricentrismo, che non deriva da baricentro, ma dalla tendenza di Bari di accentrare tutto, erano forti e i sostenitori delle esigenze salentine invocavano l’istituzione della Regione Salento, ora essa è un’autentica rivendicazione di popolo. Non è più la battaglia elitaria che da Ennio Bonea a Paolo Pagliaro ha accompagnato le competizioni elettorali e i movimenti culturali di questi ultimi anni, ma l’irrinunciabile istituzione che deve rispondere alle necessità politiche, amministrative, economiche, organizzative di una “regione” che ha di suo specificità nette ed evidenti.
In questi ultimi vent’anni il Salento è cresciuto, è diventato nel mondo una categoria culturale, e non solo per la pizzica, che certamente ha creato un alone d’interesse importante, ma anche per tante altre sue risorse naturali e potenzialità economiche. Eppure, quando si parla in televisione – ma non c’è da sorprendersi data l’ignoranza di tanti conduttori – di dialetto pugliese si fa riferimento al barese, che sta al leccese o al salentino come i cavoli a merenda. Qualcuno si chiederà: contano tanto la questione linguistica e l’immagine? Sì, bisogna tornare a dare la giusta importanza anche agli aspetti meno venali e materiali della vita.

Finora  la proposta della Regione Salento non ci aveva convinti più di tanto, anzi ci ha trovati perplessi e a volte anche critici. Se le province non fossero minacciate da abolizione, continueremmo ad essere perplessi e critici. Ma ora, davanti al pericolo che effettivamente una classe politica imbelle e sciagurata, abolisca le province, noi salentini protestiamoci Regione. Ne abbiamo tutti i diritti e le ragioni.

domenica 22 dicembre 2013

Napolitano faccia solo il cittadino!


In Italia conviene mordersi le labbra e la lingua prima di dir bene di qualcuno. Confesso di aver più volte elogiato le scelte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per almeno i suoi primi cinque anni di presidenza. Non mi pento di averlo fatto. Chi fa l’osservatore e l’analista politico così si deve comportare, senza pregiudizi e nella libertà di giudizio, da cambiare eventualmente col cambiare del fatto e dei protagonisti.
Mi rendo conto che da almeno due anni Napolitano esercita il ruolo di Presidente in maniera difforme da quello che prevede la Costituzione e contro la stessa consuetudine. E’ vero anche – va detto a suo beneficio – che taluni suoi predecessori non si sono comportati molto meglio, Cossiga e Scalfaro, per esempio; e che oggi c’è un vuoto politico che lui cerca di riempire come può e come sa. Non è un compito facile né da poter delegare ad altri.
Cossiga, con le sue esternazioni, incominciò a picconare il sistema del quale lui era il vertice. Scalfaro “autorizzò” i giudici a far notificare a Berlusconi un avviso di garanzia mentre questi era in un convegno internazionale a Napoli come Capo del Governo del paese ospitante. Gesti di natura eversiva, fatti passare come normali, anzi meritevoli di medaglie al valore. Perché qui in Italia il metro di valutazione non è quello degli altri paesi a democrazia liberale, che si fondano sul diritto.
Rispetto a Cossiga e a Scalfaro, però, Napolitano almeno non ha compiuto gesti clamorosi; un po’ partenopei sì, facendoli passare come cose fatte alla buona e soprattutto a fin di bene. Si può dire che anche Cossiga e Scalfaro agissero a fin di bene; ma Cossiga era coinvolto nella questione assai grave di Gladio e Scalfaro in quella non meno grave della presunta trattativa tra Stato e mafia. Insomma la compagnia dei suoi due predecessori un po’ dovrebbe inquietare Napolitano, tanto più che oggi lui è chiamato a pagare per l’operato sia del picconatore Cossiga e sia del “colluso” Scalfaro.
Ha incominciato a farla di fuori, come volgarmente si dice, con la nomina di Monti a Senatore a vita nel novembre del 2011, poi con l’incarico allo stesso di fare un governo di tipo assembleare, che rispondesse più che alle Camere al Quirinale, ossia a lui. Ha continuato intervenendo in campagna elettorale agli inizi del 2012 genericamente contro i populismi, ma in specifico contro Grillo e Ingroia, poi facendosi rieleggere e dettando delle condizioni, quindi nominando dei senatori a vita di una ben precisa parte politica, ancorché non dichiarati, e continuando di fatto ad essere lui il referente del governo delle cosiddette “larghe intese”, ormai diventate una barzelletta con le varianti: sottintese, malintese, fraintese e via in invenzioni lessicali parodistiche e caricaturali, di cui noi italiani siamo maestri.
Oggi si pone il problema Napolitano. Con tutto il rispetto che si deve all’uomo va detto che la faccenda è grave, perché siamo in presenza di una persona anziana, la quale non si sente responsabile di fronte a niente e a nessuno. Questa coda presidenziale lo mette nelle condizioni, anche per la debolezza della politica, di comportarsi come vuole, senza preoccupazioni formali. La sua età lo preserva quasi da condanne – beninteso morali e politiche – perché la saggezza popolare dice che vecchi e forestieri possono dire e fare quello che vogliono. Napolitano è una cosa e l’altra: vecchio per gli anni, forestiero per la sua condizione di sopravvissuto in territorio politicamente “straniero” e forse anche un po’ “nemico”.
Cosa ha a che fare lui con le nuove generazioni di politici ormai abbondantemente presenti sulla scena dei partiti politici italiani? E’ un nonno, a cui finora gli manifestano rispetto, se non affetto. Non tutti, a dire il vero. Grillo e Brunetta lo minacciano di impeachment, mentre Marco Travaglio infuria con le sue critiche sul “Fatto quotidiano”. Non riusciranno a scalfirlo. Figurarsi, avevano minacciato sfracelli contro la Cancellieri! Poi i pifferai si sono silenziati.
Ma c’è un punto che non si può assolutamente far passare come  normale, anche se temiamo che, come per gli altri, non accadrà nulla. E’ la sua testimonianza al processo palermitano sulla da lui ereditata spinosa questione della presunta trattativa tra Stato e mafia per le stragi del 1992. Non è ancora chiaro come, quando e dove intende testimoniare.
Solo un atto di coraggio, forte e chiaro, potrebbe restituire agli italiani un minimo di fiducia dopo tutto quello che c’è stato e ancora c’è coi processi politico-mafiosi. Andreotti fu prosciolto da una certa data in poi; i reati degli anni precedenti riconosciutigli andarono in prescrizione. Il che significa che il processo, vero per certi aspetti, fu aggiustato per altri; e comunque Andreotti era colpevole di associazione mafiosa. Scripta manent.
Se qui non si chiarisce il ruolo che ebbe Scalfaro e i suoi collaboratori in quella drammatica stagione, che vide massacrare i giudici Falcone e Borsellino, e attentare ad una serie di edifici simbolo in tutta Italia, la gente ha ragione di convincersi di essere rappresentata e governata da mafiosi. E potrebbe darsi che più che ad essere noi a chiedere l’uscita dall’Europa, sia propria l’Europa a sbatterci fuori perché indegni di stare nel consesso di democrazie che da secoli hanno fatto della legge e del diritto le loro bandiere.

Napolitano può in questa non facile e drammatica situazione dire una parola di verità, restituire agli italiani la fiducia nelle istituzioni. Non il Presidente, perciò, non il “re”; ma Napolitano faccia solo il cittadino di una repubblica fondata sul diritto!

Parole chiave: Napolitano Cossiga Scalfaro Falcone Borsellino Grillo Brunetta

Argomento: Impeachment di Napolitano

domenica 15 dicembre 2013

Renzi, un caso di senilità precoce


Non ha indugiato un attimo Matteo Renzi, stravincitore delle primarie del pd, a dimostrare i segni inconfondibili di una senilità precoce. Precoce, per la verità, il sindaco di Firenze si era già dimostrato. Tu facevi il ministro del fallimento interno ed estero quando io facevo le scuole elementari. Tu facevi questo e quest’altro quando io andavo all’asilo. E via di seguito. Non erano queste le argomentazioni perfino nei confronti dei Casini, dei D’Alema e perfino di politici assai più giovani di questi? Renzi ha costruito la sua immagine di innovatore radicale col certificato di nascita. 
Gli allocchi furbi – mi si passi l’ossimoro – di questo paese hanno fatto finta di credere. Ed eccolo lì, lo zerbinotto fiorentino, formare la sua segreteria con sette femmine e cinque maschi. Sembra la famiglia numerosa di una volta. Ed eccolo convocare alle sette del mattino a Roma la prima sua segreteria. E’ ancora nell’aura della novità promessa. E con tanti “forconi” in giro, che stanno giorno e notte nelle piazze, un po’ di effetto lo fa. A quando lascerà accesa la luce del suo studio per dare ad intendere che lui è sempre al lavoro per il paese?
Ma che fine hanno fatto i suoi proclami di enfant terrible contro la Cancellieri, contro i tentennamenti del governo Letta, contro gli inciuci? Della Cancellieri non si dice più né ai né bai. Doveva fare le valigie; e, invece, è più salda di prima in groppa al cavallo governativo, nonostante il peso, non fisico s’intende, ma morale. Il governo Letta doveva accelerare e svoltare; e, invece, continua con lentezza sui binari morti della stazione napolitana. Quanto agli inciuci, eccone una dimostrazione: ha chiamato Taddei, consigliere economico di Civati, a componente della segreteria e Cuperlo alla presidenza del partito, quando lo sanno tutti, sordi, muti e ciechi, che i tre erano alternativi. Come dire, il palio è finito, si torna ai compromessi e alle soluzioni pasticciate.
Con Renzi l’Italia si sta avventurando in una nuova impresa, che ha fin d’ora tutti i caratteri delle precedenti. Questo è rassicurante per un verso, ma è maledettamente preoccupante per un altro. Non si sta cercando la “diritta via”, per dirla con un altro fiorentino, ma si sta tentando un’altra via storta, sinuosa e accidentata. Renzi, infatti, è un’altra stravaganza, dopo quelle di Bossi, Di Pietro, Berlusconi e Grillo. Il Senatur, che ancora sbraita contro Roma ladrona, si è ristrutturata la casa coi soldi pubblici e ha dato alla Patria un esemplare di fauna urbana come il Trota. Il pubblico ministero di Mani Pulite doveva fare piazza pulita di corrotti e corruttori; è finito senza far nulla, anzi, sospettato di essere lui, a sua volta, corrotto. Berlusconi è naufragato in un mare di scandali che ne hanno deturpato l’immagine di uomo, di politico e di imprenditore. Grillo…beh, Grillo fa ancora il comico e pensa che gli italiani se la cavino coi vaffanculo e quattro risate.
Se non ci vergogniamo di tutto questo, fratelli d’Italia, di che ci vergogniamo?
Forse questa di Renzi è la mamma di tutte le stravaganze. Quando mai una società complessa come la nostra si è lasciata rappresentare e guidare da una minoranza generazionale, ancorché la più propagandata dai media? Potrebbe una squadra di calcio formata tutta da quindicenni vincere la coppa dei campioni contro squadre che hanno nei ruoli calciatori che vanno dai venti ai trenta anni e passa? Via, si può essere creduloni quanto si vuole, ma c’è un limite oltre il quale si è irrimediabilmente fessi.
Napolitano, che ha  88 anni, gli ha telefonato per congratularsi. Renzi non stava neppure nell’utero di sua madre quando Napolitano era uno dei massimi esponenti del Partito comunista e faceva – secondo la lettura renziana degli ultimi cinquant’anni di storia italiana – disastri insieme coi suoi compagni e compari. Per carità, una telefonata di Napolitano nel mercato dell’importanza mediatica vale più di una chiamata di Papa Francesco, assai più inflazionata; ma è una dimostrazione che la politica è intreccio, è rete, è tessuto con gli altri.
Renzi non si è ancora reso conto che i suoi vecchi da rottamare gli stanno cucendo addosso il vestito. D’Alema ha avuto parole di resa e ha convinto Cuperlo ad accettare la presidenza del Pd. Napolitano lo lusinga. Altri faranno altrettanto. In Italia il pericolo non viene mai da chi ti osteggia, ma da chi ti tende la mano, quando altro non può tenderti. Lo fece Marc’Antonio agli assassini di Cesare a sangue ancora fumante e intanto pensava alla resa dei conti di Filippi.
Neppure se Renzi fosse un dittatore potrebbe mai fare tutto quello che ha promesso di fare. Figurarsi in un paese in cui i condizionamenti involontari sono tanti e tali da superare i nemici volontari. Non deve aver studiato molto la storia d’Italia Renzi, se non si è reso conto di come stanno le cose.
Ma, in fondo, non si può pretendere tutto da uno che faceva gli esami di maturità quando Berlusconi lanciava la sua sfida liberale e liberista ai bacucchi della partitocrazia. Salvo che non si tratti di un bugiardo conclamato, uno dei tanti furbastri espressione del sempre prolifico genio italico!
Sarebbe ingeneroso, comunque, attribuire a Renzi il nulla che persiste e che avanza. Non aveva, non può avere, la bacchetta magica. Ma proprio questo dimostra che in politica contano gli uomini, ma contano anche e soprattutto i sistemi e i contesti in cui essi devono operare.

L’invecchiamento di Renzi è cominciato. Per la rottamazione si aspetta solo che si aprano i termini per fare la pratica.

Parole chiave: Renzi Casini D'Alema Cuperlo Napolitano Papa Francesco

Argomento: Renzi è già vecchio 

mercoledì 11 dicembre 2013

Fascisti e comunisti, destini paralleli


Qualche anzianissimo del secolo scorso ricorderà una strofetta che si canticchiava in epoca fascista: “fascisti e comunisti giocavano a primiera e vinsero i fascisti con la camicia nera”. Fascisti e comunisti hanno tutt’altro che giocato, in verità, ma era un modo eufemistico per significare lo scontro fra questi due soggetti della politica e della storia del Novecento. Se si pensa alla fine che hanno fatto gli uni e gli altri si ha ragione di dire che davvero quel secolo è finito, morto e seppellito. Gli uni ingloriosamente ingoiati dal moloch Berlusconi, gli altri non meno ingloriosamente ingoiati dal moloch Renzi; entrambi campioni di un certo tipo di politica preideologica.
Finiti, senza neppure che se ne rendessero conto. I loro dirigenti non hanno saputo prevedere dove portavano certe loro scelte, che, al momento in cui le facevano, sembravano tanto necessarie quanto felici. Le idee di Renzi, in verità, avevano già conquistato una parte degli ex comunisti. Veltroni era un infatuato. D’Alema coglieva qualche aspetto positivo ed era rassicurato dell’abbondanza di olio ideologico che ancora c’era nella lampada comunista.
Una delle qualità di un politico è la lungimiranza, la capacità cioè di vedere per tempo dove va la società e dove porta una scelta invece di un’altra nell’intento di accompagnarla verso i necessari traguardi; un po’ come nel gioco degli scacchi. Gli strumenti per perseguire gli obiettivi sono i partiti, comunque li si voglia chiamare. La loro efficienza è garanzia di buona riuscita politica. Le scelte che li riguarda sono perciò fondamentali. Di qui il perseguimento anche del loro continuo miglioramento, attraverso opportune scelte strategiche. Salvo che queste non vengano fatte consapevolmente per liquidarli, anziché migliorarli.
Quando Gorbaciov introdusse la perestrojka e la glasnost ci fu chi giustamente ravvisò i pericoli che sarebbero derivati al comunismo. Si minimizzò all’epoca, dicendo ma in fondo un po’ di chiarezza, di trasparenza farà bene al partito e alla società. E’ andata a finire come abbiamo visto, col crollo del comunismo, come movimento e come regime.
Per venire alle cose nostre, la nascita di An, voluta da Gianfranco Fini, e il successivo confluire nel Pdl di Berlusconi hanno di fatto dissolto un partito che pure aveva resistito a due guerre perse e a cinquant’anni di persecuzioni, discriminazioni, difficoltà varie. Anche in questo caso si disse che il Msi aveva esaurito la sua funzione storica e che doveva necessariamente tralignare in qualcosa di più democratico e liberale. Pochi ipotizzarono che si sarebbe andati incontro alla morte di un’idea politica ben precisa; e cercarono di salvare il salvabile. Anche qui l’acido berlusconiano ha dissolto il partito di Almirante.
Non diversamente ha fatto il Pci, in tutti i suoi successivi passaggi, dalla Bolognina alla nascita del Pd, attraverso il Pds, Ds e Ulivo, fino ai giorni nostri. Non si volle cercare di vedere quali sarebbero potuti essere gli esiti di un così lento dissolversi a contatto con l’acido del pensiero cattolico-moderato.
Più in generale qualche anno fa ci fu un coro di evviva e di osanna alla morte delle ideologie, senza che a nessuno venisse in mente quale sarebbe potuta essere di lì a non molto la conseguenza sul piano dell’organizzazione e della funzione politica.
La vittoria bulgara di Renzi alle primarie del Pd di domenica 8 dicembre ha fatto dire ironicamente a qualche commentatore politico: un bambino in Italia ha mangiato i comunisti. Giusto per rifare il verso alla battuta secondo cui i comunisti in Russia mangiavano i bambini.
D’Alema, l’ultimo dei resistenti, si è arrabbiato molto in questi ultimi tempi. Non voleva che Renzi corresse per la segreteria, ma per la candidatura a premier. Quando ha capito che il Sindaco di Firenze avrebbe puntato alla segreteria, si era voluto convincere che avrebbe perso, certo che nel partito la maggioranza fosse dei comunisti. Invece Renzi incominciò a vincere coi voti dei tesserati nei congressi sezionali di ottobre e ha stravinto coi voti degli elettori non iscritti al partito. Una vittoria che ha fatto esclamare Civati, con una punta di cordiale risentimento, “e no, così non vale!”. E va bene che il Pd si sputtanò con le tessere “false” nei congressi e si è sputtanato coi voti “mandati” nelle primarie. Ma cosa fatta capo ha. Machiavelli insegnava che l’importante è vincere, perché quel che si ricorda è la vittoria non il modo in cui la si è ottenuta.
Ora, non c’è neppure da chiedersi se Renzi riuscirà o meno a risolvere la crisi politica italiana, tanto è evidente che si tratta di un cachiello, il cui profilo politico non ricorre in nessuno dei pensatori  politici da Aristotele ai nostri giorni. Non riuscirà. Ma c’è un aspetto importante del fenomeno Renzi ed è quello di aver liquidato i comunisti, ridotti ad essere una minoranza dopo essere stati la maggioranza di casa. Una maggioranza, però, fatta di figli di un dio minore, quando benché fossero tantissimi non riuscivano a farsi accettare dal popolo italiano e dovevano mimetizzarsi dietro gli ex/post democristiani.
Quelli che oggi nel Pd non hanno dimenticato chi sono e da dove vengono, parlo dei comunisti ovviamente, ormai ridotti ai minimi termini, se vorranno salvare la loro storia e la loro idea di politica dovranno mettere la questione su binari diversi. Se non lo faranno, lusingati dall’idea di poter vincere le elezioni con Renzi, o spaventati dalla favola che il Paese è sull’orlo del precipizio, perderanno quel poco che gli è rimasto. Se sarà un bene o un male, è cosa da vedersi. Ma così sarà.
Non meglio stanno i fascisti, ormai ridotti a gruppuscoli di protestatari ai limiti delle leggi dello Stato, che sono tutte rivolte ad una ben più pesante damnatio delle idee di una certa destra che ai tempi della Democrazia cristiana erano tutto sommato tollerate se non si configuravano come dichiarato partito fascista organizzato. Oggi è reato parlar male dei negri, delle donne, dei gay, degli ebrei e via di seguito. Quelle che prima erano idee che non si condividevano ma che non si impediva a nessuno di avere oggi sono reati da perseguire. Tra poco ai fascisti non rimarrà neppure la libertà di avere in casa dei libri o delle immagini. E ad impedirglielo non sono i comunisti, coi quali si potrebbe riprendere a “giocare”, ma i socialdemocratici di Bruxelles.

Parole chiave: Fascisti Comunisti Fini D'Alema Veltroni Renzi

Argomento: Fine di fascismo e comunismo