domenica 15 agosto 2010

Regione Salento, un'altra volta!

L’ultima volta in cui si parlò della Regione Salento fu una decina di anni fa. Non portò bene ad alcuni dei suoi promotori, che tanto si diedero da fare per un po’ di mesi, con la “guida” speciale di Ennio Bonea, che ne parlò diffusamente e dettagliatamente sulle pagine di “Espresso Sud” dell’amico Nicola Apollonio (Anno XXIII-2000, nn. 2/3/4). Fra di essi il commercialista Granfranco Napolitano e soprattutto il senatore Emanuele Filograna, l’uomo del “Postal Market”, che presentò un disegno di legge, l’uno e l’altro finiti in un mare di guai. Non certo a causa dell’ipotetica regione, s’intende!
Bonea fece, allora, un excursus storico e insieme politico della Regione Salento, partendo dalla Costituente del 1946, dalla proposta sulla sua “Tribuna” nel 1969 e dall’inchiesta nel 1996 del “Quotidiano di Lecce”, con i vari passaggi, i punti di vista, le posizioni di politici e intellettuali. Ma soprattutto mise in evidenza le approssimazioni, le contraddizioni e le insidie, che la nuova proposta avrebbe comportato.
Altri personaggi importanti che aderirono più o meno entusiasticamente furono Lorenzo Ria, allora presidente della Provincia e dell’Upi (Unione province italiane), e il prof. Carmelo Pasimeni dell’Università di Lecce. Molti politici, come spesso fanno da un po’ di anni a questa parte, si buttarono sopra per tema di arrivare in ritardo. Roberto Tundo di An, allora consigliere regionale, dalla sua “Contea” la sponsorizzò subito con tanto di logo.
Ne parlarono per un anno tutti i giornali. Anche “Presenza” ospitò degli interventi. In favore dell’iniziativa si dichiararono argomentando l’avv. leccese Cesare Taurino (La Regione Salento è una necessità, gennaio-febbraio 2010) e Roberto Tundo (Il Salento deve essere Regione, marzo 2010). Ma già a dicembre, il sottoscritto, direttore di “Presenza”, che pure aveva inviato una lettera di adesione al documento fondativo “Carta 14 giugno”, peraltro senza mai avere una risposta, l’iniziativa si era sgonfiata e si era rivelata per la solita strumentalizzazione di qualche politico rampante e faccendiere, nel nostro caso Emanuele Filograna (Regione Salento. Toh, se ne riparla!, dicembre 2010).
Ci si era quasi dimenticati, in presenza anche di una crisi finanziaria che consiglierebbe oggi di contenere la spesa pubblica. Ma soprattutto perché in Italia quando si parla d’introdurre una qualche riforma, scattano tutti gli impedimenti possibili e immaginabili. Si pensi che nel programma elettorale del centrodestra per le elezioni del 2008 si incluse l’abolizione delle province; poi si corresse il tiro: abolizione delle province troppo piccole, inutili e superflue; alla fine, quando si è cercato di mettere mano all’abolizione di qualche insubre provinciucola, è stata minacciata la guerra civile. Nel segno della saggezza latina: quieta non movere! Non per nulla la civiltà latina è sorta in Italia. E al Nord, altro che celti!
E’ bastato, però, che il noto vignettista Giorgio Forattini venisse nel Salento in occasione del Premio “L’olio della poesia 2010” e spendesse qualche bel complimento per la nostra terra, così bella e così diversa dal resto della Puglia, perché si tornasse alla carica.
“Ma perché non rivendicate la creazione di una vostra Regione? – ha detto Forattini a chi lo intervistava – Voi non c’entrate proprio col resto della Puglia. Siete un’altra cosa”. E a chi un po’ banalmente gli chiedeva da che cosa si sarebbe accorto che il Salento è altro dalla Puglia, la matita più celebre d’Italia ha risposto quasi meravigliato: “Io viaggio per tutto il mondo, ho l’occhio allenato ad accorgermi. Vi dico che il Salento è una realtà a sé”. Ipse dixit.
La macchina politico-mediatica si è subito messa in moto. Personalità del mondo della politica, dei media, dell’arte, dell’economia si sono già dichiarate in favore. I sindaci delle tre province interessate, Lecce-Brindisi-Taranto, presto porteranno la cosa ai Consigli comunali. Si stanno nuovamente scomodando i lavori della Costituente, quando il salentino Codacci Pisanelli era riuscito ad inserire il Salento fra le regioni da approvare e il barese Aldo Moro brigò per farla escludere.
Ma si farà? Ne dubitiamo. Non si vedono, in verità, ragioni forti per procedere ad un’operazione che oggi più di ieri è hors de saison. Intendiamoci, i motivi di lamentela non mancano: linee ferroviarie importanti che non vanno oltre Bari, capitale troppo decentrata per una regione lunga, importanti infrastrutture che escludono la penisola salentina, servizi di risulta, spartizione di fondi ingiusta e barionnivora e via di questo passo. Tutte ragioni valide, ben al di là della storica rivalità Bari-Lecce, che dal 1970 ad oggi ha visto alternarsi alla presidenza della regione ora un barese ora un leccese, con la sempre più striminzita compagine salentina di assessori.
La nuova regione suscita qualche perplessità proprio sulla sua presunta compattezza. Non dimentichiamo che appena qualche mese fa la provincia di Taranto per bocca del suo presidente prese le distanze dal Grande Salento, rivendicando lo specifico della sua jonicità. Non è che alla fine, posto che si riconosca l’opportunità di fare una regione per conto nostro, ci scanniamo poi con tarantini e brindisini su quale città deve essere la capitale e finiamo come è finita la sesta provincia pugliese che non si capisce come si chiami e che cosa sia? Non è che alla rivalità con Bari noi leccesi aggiungiamo le meno esaltanti rivalità con Taranto e Brindisi? Riflettiamo, gente; riflettiamo!
Piuttosto che fare come tante coppie di coniugi che alle prime difficoltà ricorrono a separazioni legali e divorzi, perché i nostri rappresentanti istituzionali non s’impegnano a tutti i livelli perché la Puglia non si fermi a Bari? Francamente non credo che noi salentini possiamo dire di non essere pugliesi. Saremmo più poveri se perdessimo la comune appartenenza ad una regione, che è tale, pur nella diversità. Eravamo le Puglie. Ci ricordiamo? Il Salento, olim Terra d’Otranto, è una delle tre, con Capitanata e Terra di Bari. Dovremmo semplicemente cercare le ragioni dello stare insieme e rafforzarle. Perfino nella nostra tradizionale rivalità dovremmo augurarci che essa sia più sana, che si fondi su fatti più produttivi; non certo che scompaia per essere diventati nel frattempo dei “forestieri”. Occorre continuare ad essere orgogliosi di essere salentini proprio perché pugliesi e che i pugliesi tutti siano orgogliosi di comprendere anche i salentini.
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domenica 8 agosto 2010

Ma dietro a Fini chi c'è?

Berlusconi può piacere anche per l’insistente e ottusa persecuzione, cui è sottoposto da tanti anni e da tanta gente, anche – a dire il vero – rispettabile, uomini d’onore per dirla col Marco Antonio del “Giulio Cesare” scespiriano. Nei giorni in cui si consumava il divorzio con Fini, Giovanni Sartori – e dite voi se Sartori non è un uomo d’onore! – scrisse sul “Corriere della Sera” che sarebbe iniziato lo shopping di Berlusconi per accaparrarsi quanti più deputati possibile. A quanto pare, non solo non c’è stato shopping da parte sua, ma addirittura lo shopping lui l’avrebbe subito.
L’ultima ad involarsi per altri lidi, non si sa come e non si sa perché, è stata Chiara Moroni, trentaquattresimo parlamentare finiano. Poteva dire la Moroni: signori, amici, onorevoli colleghi, il discorso che fa oggi Fini mi persuade di più, me ne vado con lui. Nessuno avrebbe avuto da obiettare. Invece ha cercato di nobilitare una patacca con un’argomentazione, che, oltre ad essere di cattivo gusto – non è mai una bella cosa servirsi dei morti, neppure quando sono i tuoi – non sta né in cielo né in terra. “Per mio padre – ha detto non ci furono garanzie di sorta; per Caliendo tante, mi astengo e me ne vado”. In buona sostanza questa la sua giustificazione. E che c’entra? Proprio perché non si ripetessero tragedie simili a quella di suo padre, il PdL si è schierato a difesa di un uomo che al momento ha solo ricevuto un avviso di garanzia. La Moroni, proprio per questo, avrebbe dovuto votare in favore di Caliendo, sapendo di votare in favore di suo padre e onorarne la memoria.
Ma il caso Moroni è di quelle lampadine che illuminandosi permettono di vedere anche in quelle zone d’ombra dove prima non si riusciva a vedere. Intanto nessuno ha dato atto a Berlusconi che non ha fatto shopping, nessuno gli ha chiesto scusa per l’ingiusto sospetto, ed anzi si sono tutti compiaciuti che il furbastro, questa volta, è stato ingannato dai suoi servetti, i quali fanno come i cortigiani ricordati dall’Ariosto, pronti a dirgli che ha ragione “se ben dicesse c’ha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole”. Essi gli avevano assicurato che con Fini c’erano soltanto quattro gatti.
Dunque, niente scuse. Berlusconi è uno di quei personaggi che giustificano qualsiasi cosa gli venga detta o fatta contro, tutto e più di tutto l’odio infinito, immotivato, senza se e senza ma, come direbbe l’on. Casini dopo aver premesso che lui è una “persona seria”. Ingannato Berlusconi? Che goduria e ben gli sta!
Ma è stato davvero ingannato Berlusconi? Non pare. Quattro gatti erano i finiani, ed erano anche troppi, perché dirsi finiano non è un bell’affare, è come dirsi seguace del nulla, una sorta di nichilista taroccato in Cina. Se è arrivato a contare ben trentaquattro deputati e dieci senatori – 44 gatti in fila per sei col resto di due… sfotticchiava qualche giorno fa Gian Antonio Stella sul “Corsera” – è perché c’è qualcun altro che ha fatto shopping per lui. Proprio l’immotivata scelta della Moroni fa pensare che dietro questo andare dietro al nuovo pifferaio ci sono le pressioni, le lusinghe, le promesse di chi sa chi e chissà perché. I tempi che verranno non saranno lontani e soprattutto non saranno avari di informazioni o di rivelazioni.
Fini dice di avere le idee molto chiare. Può essere che lo dica per farsi coraggio, come quando si canta al buio per darsi un tono. Lui lo fa spesso, ora toccandosi il bordo della giacca o la cravatta, ora guardando il cellulare, ora stringendo la bocca in un gesto di contegno psicologico. E’ la sindrome di chi sa di trovarsi in un posto sproporzionato alle sue capacità. E’ una storia vecchia. Certe situazioni si ripetono. Fu Almirante a metterlo in un posto immeritato. E’ stato successivamente Berlusconi. In crescendo, chi vorrebbe oggi metterlo in un posto che certamente, come i precedenti, è regalato? Penserei a Benedetto XVI se Fini fosse un ecclesiastico; ma non lo è…ancora! Può essere perciò che lui sia al centro di una macchinazione politica, di quelle molto importanti che in genere si mettono in essere per impedire che accada qualcosa o per farne accadere un’altra altrettanto importante, una macchinazione alla grande.
Su Berlusconi grava oggi qualche Catone importante, a parte le caterve di figuranti che si agitano e si contorcono nell’opposizione, il quale non ha il coraggio o forse non può esordire in Senato: Berlusconus delendus est.
Facciamo un’ipotesi. E se si volesse fermare un processo che sta portando pericolosamente il Paese verso la divisione proprio nell’anno del 150° anniversario dell’Unità? Non è tanto il federalismo, che, se applicato nella condivisione e nel rispetto di tutti, potrebbe anche sortire effetti positivi; è il clima che è stato creato nel Paese di feroce – vorremmo dire antipatica, ma forse il termine sarebbe inadeguato – contrapposizione tra il Nord della Lega, che Berlusconi cavalca per ragioni di stabilità governativa, e il Sud di quasi un nuovo ciellenismo, in cui ci sono proprio tutti. Al centro di questa operazione, che è assai più arrischiata di quella che potrebbe scaturire da un normale lasciar fare verso un esito federalistico perseguito da anni, potrebbe esserci lui, il Fini. Se così fosse – e per la verità stento a crederci – lui avrebbe l’opportunità di diventare nientepopodimeno un padre della patria. Dite voi, vi sembra possibile? No, dico: un Fini, padre della patria? E che patria sarebbe mai?
Torno in me e mi dico: forse hai passato gli anni della tua formazione a mitizzare anche le mediocrità. Non sarà che ora gli anni e le cose che hai visto ti portino a dissacrare anche le divinità? Non lo so. Ma uno che, per aver perso il ruolo di “successore di Cesare”, si scopre l’alfiere della questione morale mentre, per sé, ha comportamenti immorali – e non penso solo alla casa di Montecarlo – è credibile? No. Ma se c’è ancora chi crede in lui, vuol dire che qualcosa si muove nell’ombra. Dove è arrivata la luce della lampadina accesa involontariamente dalla Moroni, che, per onorare suo padre, avrebbe voluto vedere il sottosegretario Caliendo appeso ad una corda, morto suicida per la disperazione. No, non è possibile!
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domenica 1 agosto 2010

Fini verso l'ultima camicia

E’ davvero strano che si continui ad accreditare Gianfranco Fini come uno che ha una precisa idea di democrazia e che per questa idea, assolutamente diversa da quella di Berlusconi, ha tanto fatto che alla fine è riuscito a rompere il capolavoro politico che lui stesso aveva contribuito a creare.
Di quale idea si tratti non è dato saperlo. Se lo chiedono, incerti, politologi e osservatori vari. Una democrazia parlamentare, dice qualcuno, in opposizione alla democrazia plebiscitaria di Berlusconi (Michele Ainis, La Stampa del 31 luglio). Ma non convince, è una risposta che sta più nell’astratto di un’ipotesi di favore che nella realtà della storia di questi ultimi vent’anni.
La verità è che nessuno sembra più ricordare la vicenda politica di Fini e tirare il filo della matassa. Non si tratta di amnesia spontanea; è che nessuno, magari anche per non mortificare quello che oggi sembra il più forte antagonista dell’onnipotente, vuole far passare il Presidente della Camera per quello che è: un opportunista che non indugia minimamente a cambiare, rinnegare e tradire, pur di fare un passo avanti verso le “magnifiche sorti e progressive” del suo io politico. Le idee politiche per lui sono camicie che cambia come l’occasione suggerisce. Uno, che mentre accusa Berlusconi di cacciare dal partito chi dissente, ai suoi dice: se qualcuno di voi dirà una parola fuori posto lo caccio via. Che sembra una barzelletta. Uno che, eletto da una maggioranza politica alla Presidenza della Camera, non avverte il dovere morale e politico di dimettersi quando quella maggioranza lo ha sfiduciato, in quanto non più al di sopra delle parti, ma pars in partibus.
Perché, allora, ha cambiato l’ultima camicia? Semplice: pensava due anni fa che la successione a Berlusconi nel partito unico e nel governo fosse scontata, commettendo un errore di valutazione incredibile, perché poi,  attribuisce a se stesso meriti che il più delle volte sono frutto di fortunate coincidenze. Un buco nella cuffia per uscirsene lo trova sempre. Le cose, in realtà, non si sono messe come lui pensava. La Lega ha fatto man bassa dei voti di An, dopo che questo partito era stato sciolto nell’acido del PdL, e addirittura del Pd; ha conquistato posizioni nel Parlamento e perciò nel governo. L’uomo forte e in predicato di succedere a Berlusconi è Tremonti, l’indiscusso ministro dell’economia, competente e capace, apprezzato in tutto il mondo, blindato dalla Lega, una risorsa del Paese, del governo e dello stesso Berlusconi. Fini si è visto chiuso in una istituzione dorata, politicamente fuori gioco, e ha incominciato così a menare calci. Ha riscoperto la questione morale, si è ricordato di essere stato missino e giustizialista, ha sfruttato ogni occasione per assumere posizioni contrarie al partito di appartenenza; ha rivendicato visibilità politica; ha sparlato di Berlusconi e poi dei berlusconiani, per mettere in difficoltà la maggioranza. Ha creato, insomma, una situazione dalla quale non si poteva uscire se non con una rottura. E rottura è stata, nella logica del tanto peggio tanto meglio.
Mi piacerebbe pensare, con quel vizio tutto italico di fare analisi dietrologiche, che l’operazione di Fini venga da più lontane e nobili motivazioni. Penso a chi vorrebbe frenare la corsa della Lega verso un federalismo pericoloso per la tenuta dello Stato unitario, proprio nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Penso a chi vorrebbe travolgere Berlusconi con un'onda anomale, per fargli chiudere una volta per tutte la sua esperienza politica. Mi piacerebbe che fosse così. Magari così potrebbe anche risolversi se dovesse cadere il governo o se si dovessero determinare eventi che oggi è impossibile prevedere. Ma mi è difficile crederci davvero, aderente come sono e come bisogna essere a quel che è stato e a quel che è, senza supposizioni e senza fughe in avanti.
Quest’ultima impresa di Fini probabilmente si spiega in un contesto politico di disordine, in cui in difetto di idee e di programmi, prevalgono logiche di capi e capetti, che organizzano autentiche bande in attesa di entrare in qualche transitoria coalizione. Come spiegare l’esistenza dell’Udc, quell’organizzazione politica guidata da quella “persona seria” di Casini? E l’esistenza dell’Api di Rutelli? Ed oggi l’esistenza di “Futuro e Libertà”, che sembra pari pari l’opposto della storia politica dalla quale proviene Fini “Passato e Dittatura”? Nessuno vuole essere secondo e perciò si crea una sua piccola banda.
C’è, tuttavia, un’ipotesi da tenere in considerazione, a voler essere buoni, che in qualche modo corregge l’ipotesi negativa di un opportunista voltagabbana. Si dice che quella di Fini sia una destra moderna ed europea. Diamogli pure credito. Ma in che cosa questa destra si differenzierebbe dalla sinistra altrettanto moderna ed europea? Se andiamo a vedere, al di là del profilo di potere in cui sembrano sciogliersi i contrasti, i grandi dibattiti che sono sorti in questi ultimi anni su questioni che attingono e attengono la coscienza individuale, troviamo un’area politica indistinta, dove destra e sinistra sono sulle stesse posizioni: rifiuto di inserire le radici cristiane nella costituzione europea, riconoscimento delle coppie di fatto, procreazione assistita sottratta a qualsiasi riflessione morale, uso della pillola cosiddetta del giorno dopo, testamento biologico, riforme nella chiesa cattolica in direzione di matrimonio dei preti e sacerdozio femminile, liberalizzazione delle droghe. Un complesso di posizioni che nel corso degli anni passati, dai Cinquanta in poi, sono state battaglie dei radicali. La storia – si sa – non inizia ogni giorno, ma segue i giorni passati, in un continuum che non s’arresta. Fini era decisamente contrario ad ognuna di queste cose e al complesso di pensiero dal quale erano prodotte.
Ma è un’ipotesi di servizio, questa. Fini, per un suo congenito modo di essere, potrebbe solo avviarsi verso l’ultima camicia, quella che non potrà più cambiare, perché difficilmente ne avrebbe un’altra da indossare. Ma, a saperla!
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domenica 25 luglio 2010

L'Italia dei mallatroni

Mallatrone è termine salentino. Inutile cercarlo sui dizionari della lingua italiana. Non c’è. Ma indica l’Italiano oggi più diffuso, specialmente ai vertici della classe dirigente. Per avere un’idea di che si parla, si pensi al “Mallatrone di Gallipoli”, il cattivo ladrone che salì il Gòlgota insieme a Gesù Cristo e al buon ladrone. Il termine indica nella comunicazione dialettale salentina un brutto ceffo, dallo sguardo truce, malvestito, violento. Uno che devi essere proprio fesso a non riconoscerlo per quello che è.
Ma la specie umana e sociale che il mallatrone incarna non è affatto fauna salentina. L’Italia è piena di mallatroni; di ben più pericolosi, però. Non sono brutti, come quello di Gallipoli o come quelli dell’immaginario popolare, immediatamente riconoscibili. Sono, invece, eleganti, ben vestiti, raffinati, conducono una doppia vita, una alla luce del sole, sono ministri e sottosegretari, imprenditori e industriali, banchieri e alti magistrati, cardinali e grossi professionisti; e un’altra nascosta, nei comitati d’affari, nelle segrete logge massoniche, “normali” fino a quando non si scoprono, “deviate” quando vengono intercettate e conosciute per le loro attività criminali.
L’ultima è la P 3, storicamente viene dopo la P 2 di Licio Gelli. Un gruppo di “quattro sfigati pensionati” l’ha definita col suo solito fare rassicurante e sdrammatizzante Berlusconi; “uno squallore” invece per il Presidente della Repubblica Napolitano, che non si nasconde la gravità della situazione.
Due ministri e un sottosegretario hanno dovuto rassegnare finora le dimissioni perché in qualche modo coinvolti tra gli “sfigati” berlusconiani o gli “squallidi” mallatroni: Scaiola, Brancher, Cosentino, Verdini. Non sono cose da niente. Secondo l’agenzia Transparency International Italia la corruzione nel nostro Paese costa 50 miliardi di Euro all’anno. Per avere un’idea dell’entità basta pensare che la manovra finanziaria, contro cui strepitano tutti, è di 25 miliardi di Euro.
Questi dati danno un’immagine brutta e distorta dell’Italia, perché nascondono gli aspetti positivi ed anche apprezzabili del nostro Paese.
Ma sono dati da non sottovalutare. Potrebbero essere letali. E’ vero che non c’è giorno che non vengano arrestati mafiosi e camorristi, puntualmente esibiti come trofei di caccia dal Ministro Maroni, ma si tratta di mallatroni riconoscibili, arcinoti alle Procure, alcuni addirittura latitanti e segnalati in ogni Commissariato di Polizia e in ogni Stazione dei Carabinieri.
Ma dai mallatroni lindi e profumati, dai colletti bianchi e dalle ville sontuose, dalle escort di lusso, chi ci salva? Non è che per caso gli arresti degli uni nascondano le scorribande degli altri?
In Italia la questione morale purtroppo è nelle mani sbagliate. I vari Di Pietro e Grillo, comici alla Guzzanti e vignettisti alla Vauro, giornalisti alla Travaglio o alla Padellaro, anchorman alla Santoro o alla Floris, svolgono sì una funzione importante, ma rischiano di creare soltanto una gran confusione, nella quale il cittadino non sa se indignarsi, arrabbiarsi o mettersi a ridere.
I magistrati, almeno quelli più spinti, si sono rivelati dei militanti di parte, compromessi politicamente e perciò, a torto o a ragione, facilmente delegittimabili. Basti pensare a quel De Magistris, che si dimostra oggi una sorta di fanatico Saint Just. E pensare che faceva il giudice e che perciò doveva essere equilibrato e prudente!
L’improvvisa scoperta della questione morale da parte di Fini puzza di strumentalismo propagandistico da mille miglia. Fini è un personaggio squalificato, in-credibile, nel senso che non può essere credibile. Lo vedono tutti che la sua posizione è simbiotica con la pur criticata Lega di Bossi e con le marmaglie di affaristi che assediano i palazzi del potere.
E allora? Allora, senza pensare a soluzioni che non sono alle viste, è necessario che ci sia nei cittadini onesti e traditi una più forte assunzione di responsabilità. Lasciare oggi la battaglia sulla questione morale alla sinistra, che peraltro non riesce a combatterla con esiti credibili, è un errore da parte di tutti coloro che per decenni si sono riconosciuti nello stesso partito di Paolo Borsellino. Che non era certo la Democrazia Cristiana o il Partito Comunista, il Partito Socialista o quello Liberale o Repubblicano, ma il Msi di Giorgio Almirante. Sissignori, lo stesso partito, di cui Gianfranco Fini è stato segretario nazionale e di cui oggi incredibilmente si vergogna. Tutti dovrebbero partecipare alle varie riunioni di correnti e correntine, che stanno venendo fuori sotto forma di fondazioni o di associazioni culturali, ma per gridare tutto lo sdegno contro i potenti di turno che conducono battaglie politiche sulle modalità piuttosto che sulle finalità, mandarli tutti affanculo. Essi discettano all’infinito, preoccupandosi di aspetti marginali mentre trascurano gli obiettivi da raggiungere. Viene il sospetto che lo facciano apposta.
Da anni ormai in Italia ci si scontra su questioni sovrastrutturali, come eugenetica ed eutanasia, matrimoni fra gay e sacerdozio femminile, pillole del giorno dopo e liberalizzazione delle droghe, mentre si restringono sempre più gli spazi dei bisogni primari, fisici e morali, come la sanità e la sicurezza, l’istruzione e la giustizia, la ricerca scientifica e le opportunità di lavoro.
E’ di tutta evidenza che il quadro non è tutto negativo come si potrebbe pensare seguendo i mass media o le denunce di opinionisti, osservatori e critici. Ma si sa che le cose che vanno bene e che funzionano raramente vengono evidenziate o producono l’effetto che invece è prodotto dalle cose che vanno male.
L’Italia di quest’ultimo ventennio è sicuramente peggiore di quella precedente, ma non si dimentichi che essa ha avuto in eredità le macerie di un’Italia vissuta per decine e decine di anni ben al di sopra delle sue reali possibilità ed oggi è costretta dai vincoli europei a condurre una vita più parsimoniosa.
Quel che oggi è assolutamente intollerabile è lo sfascio morale, ammantato di un garantismo che produce mallatroni a ritmi mai conosciuti, contro cui si fa sempre più strada l’urgenza di un giustizialismo forte e determinato. Magistratura e giornalismo, satira e spettacolo non bastano. E’ necessario e urgente che una forza politica, nuova ed antica, si appropri del suo compito primario: fare pulizia, senza tanti complimenti.
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domenica 18 luglio 2010

Vendola, prospettiva di un leader

Da quando Niki Vendola in Puglia ha dovuto battere per ben due volte il “suo” centrosinistra prima di battere il centrodestra – direi per poter battere il centrodestra – è aumentata la sua credibilità di leader nazionale. Per piglio e cultura, ne ha la stoffa. Da suo corregionale gli auguro di farcela un giorno a proporsi come capo di un vasto schieramento politico in lizza per il governo della nazione. Ma ne dubito.
Temo che tutta la sua forza stia nel suo eloquio, bello, brillante, metaforico, suggestivo, a tratti poetico ed evocativo, e sempre efficace, come la forza del biblico Sansone stava nei capelli. La sua, la nostra, è la terra di Giulio Cesare Vanini, di Carmelo Bene, di don Tonino Bello, tutti abili parlatori, dalle straordinarie capacità mimetiche, affabulatorie e persuasive. Lui, per la verità è della Puglia settentrionale e ha preso un po’ della musa terragna di Scotellaro e un po’ della pragmaticità rivendicazionistica di Di Vittorio.
Da intelligente ed abile comunicatore ha ben individuato il suo destinatario, in nome del quale parla e opera. E’ quel popolo, assai vagamente assimilabile al Lumpenproletariat (sottoproletariato) ottocentesco, che per vivere non ha ancora risolto i suoi problemi quotidiani, ma, a differenza, del vecchio proletariato “morto di fame”, è figlio dell’abbondanza, ha una cultura edonistica, fondata sullo spettacolo e l’effimero. E’ fatto perlopiù di giovani laureati, disoccupati o diversamente occupati, dai venticinque ai quarantacinque anni, che leggono poesia e frequentano teatri, partecipano a grandi raduni musicalpopolari (tra pizziche e sound) e non avvertono barriere nazionali, insofferenti di generi e di vincoli familiari, e soprattutto privi di progettualità sociale che in qualche modo li impegni in qualcosa che vada oltre la loro individualità dell’hic et nunc.
Il suo errore sta nell’aver come chiuso questo popolo e aver trasformato dei cittadini integrali in “operai” delle sue fabbriche, le “fabbriche di Niki”, come se si trattasse di tutta la sinistra e di tutta la società e non, come effettivamente è, di una loro parte, peraltro la più transitoria. Le fabbriche, quando non sono luoghi di produzione e di profitto, sono soltanto trovate pubblicitarie, un modo più suggestivo per indicare le vecchie sezioni di partito o i più moderni circoli politici. Nel caso di Vendola sono autentici happening, una riverniciatura dei sessantotteschi raduni di gente che si riconosce in una ben precisa condizione sociale. Un’operazione sbagliata, perché un grande partito, che voglia proporsi al governo del paese, per ammodernarlo e farlo crescere, non può essere ad una sola dimensione. Quando lui dice: “La sinistra non ha più categorie in grado di decifrare la realtà e parole capaci di suscitare passioni” rileva sì i limiti dell’area politica, cui egli stesso appartiene, ma ancor più evidenzia i suoi, in quanto non riesce a capire la multidimensionalità della politica e la complessità di uno Stato moderno. La sinistra, che lui accusa di non saper decifrare la realtà, in effetti è la sinistra che al vertice dei suoi pensieri ha lo Stato nella sua fisiologia organica, la società in ogni sua articolazione, la nazione nella sua ricchezza e diversità; è una sinistra che va oltre i vendoliani “poveri in allegria”. Quando poi si decide a guardarla in faccia la realtà, egli è costretto a comportarsi come un ragioniere qualsiasi e per far quadrare i conti, che non sono figure retoriche, impone ticket e chiude ospedali.
Vendola ha avuto per ben due volte ragione prima dei suoi avversari interni e poi di quelli esterni, ma – attenzione! – tutto questo in Puglia. In Italia potrebbe essere lo stesso? Egli ha saputo coniugare la vocazione pugliese all’evasione con le ristrettezze della crisi economica, aprendo ai suoi scontenti vie di fuga. Una volta i nostri contadini si ubriacavano per non avere fame, perché a casa avevano poco da mangiare e tante bocche da sfamare. Si potrebbe dire, parafrasando l’assunto marxiano, che il vendolismo è l’oppio dei “poveri allegri”.
Sicché Vendola, per poter essere un leader nazionale credibile, dovrebbe prima di tutto far tesoro della sua pugliesità ma poi guardare alla nazione come ad un’entità di gran lunga diversa e più complessa. Egli dovrebbe considerare accanto ai tanti che vivono una condizione di sofferenza anche i tanti che vivono altre situazioni, che sono importanti per la vita di una nazione, che voglia stare se non proprio in armonia sociale almeno in dialettico e rispettoso rapporto, interno ed esterno.
Per questo Vendola più che mettersi contro i suoi amici della sinistra, negando loro quell’adeguatezza che riconosce solo a sé con narcisistico compiacimento, dovrebbe fare causa comune e creare davvero la prospettiva di un cambiamento.
Il vero punto debole della sinistra oggi in Italia – ma in Europa non sta meglio – non è tanto l’incapacità di capire la realtà, ma di essere disunita e rissosa. Se tutti insieme capissero che per la sinistra il passaggio è epocale, nel senso che essa, nata nell’Ottocento per rivendicare i diritti dei poveri, degli sfruttati e dei sofferenti, ha oggi un compito ben diverso, allora darebbero la risposta più giusta concorrendo a modernizzarla e a renderla più competitiva. Invece, preoccupati di raggiungere il potere nell’immediato, leggono la realtà con schemi vecchi e litigano proponendosi l’uno all’altro. Si capisce allora come in questa balcanizzazione Niki Vendola appaia sempre più, con la sua pugliesità bella e barocca, il leader più tentato e tentatore. Ma, proprio per questo, perpetua l’equivoco di una sinistra che con caratteristiche di nicchia pretende di conquistare un mercato di massa. E lui, antiberlusconiano professo, neppure si accorge di usare tecniche propagandistiche di chiaro stampo berlusconiano.
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domenica 11 luglio 2010

Se berlusconismo vuol dire brancherismo

Fin dall’inizio della sua storica discesa in campo nel 1993 Berlusconi ha cercato di convincere tutti, in Italia e fuori, che il modo di fare politica dei politici italiani era stato fallimentare, perché astratto astruso lento contraddittorio dispendioso, e che era necessario passare la mano a gente pragmatica e di grande esperienza decisionale, come poteva essere un imprenditore che deve dare risposte immediate anche a problemi non previsti e che tiene alla res publica quanto alla propria azienda. Se poi questo tipo di imprenditore-politico si è fatto da sé, tanto meglio. Un caso, insomma, di autoelezione a nuovo modello della politica.
Non era proprio ortodosso il suo porsi, ma neppure del tutto peregrino, se si considera che il Paese era precipitato in una gravissima crisi di credibilità, con una classe dirigente fatta di corrotti e corruttori, con due poteri dello Stato (legislativo ed esecutivo) prigionieri del terzo (giudiziario), con un capitalismo fatto di imbroglioni ed evasori fiscali.
Se non che il Cavaliere, come fu subito adottato dall’antonomasia giornalistica, non tardava a manifestare insofferenza per il galateo della politica. Berlusconi si accorse che decidere nel rispetto delle regole era problematico e che procedere come lui aveva promesso di fare era necessario o cambiarle o violarle. Nell’immediato, in attesa di cambiarle, ricorse all’escamotage di costruire un personaggio che non viola le leggi a fin di particulare, ma per insopprimibile temperamento al lieto, al giocoso, all’ottimistico perseguimento del bene pubblico. Un’operazione di mascheramento, insomma, in cui le corna ad un personaggio in una foto ufficiale in sede europea o il cucù ad un altro davanti alle telecamere sono confusi con gesti politici importanti e incanalati tutti nel carattere giocoso e perfino ingenuo del personaggio.
Così certe anomalie, per non dire stravaganze o autentiche mattane, sono passate anche per simpatiche manifestazioni di brio e di giocosa cordialità proprio e in quanto provenivano da un uomo, che si sapeva essere dotato anche di competenze importanti. Come dire, ad un genio come Mozart, secondo la versione cinematografica di Milos Forman, si poteva anche perdonare un saluto in rumorosa flatulenza perché faceva musica da Dio. Mozart, si capisce, non la flatulenza.
Ma poi le cose per Berlusconi si sono aggravate, con accuse pesanti in diversi processi che lo riguardavano come imprenditore. Da quel momento ha incominciato a fare un altro tipo di discorso, e cioè che il personaggio, nel bene e nel male, era un caso eccezionale, non estensibile ad altri, non imitabile, non solo per la sua giocosità ma anche per certa metodica negli affari, in cui magistrati solerti ravvisavano reati su reati. Allora è stato giocoforza passare alle leggi ad personam per far sì che non cadesse e trascinasse con sé il paese intero, privato del suo archimandrita. In fondo si trattava non del Berlusconi politico, ma di questioni pregresse di quando egli era imprenditore. Il lodo Alfano a questo mirava. Il legittimo impedimento, che è un “lodino”, esteso ai ministri, risponde alla stessa esigenza.
Tutto questo fino a quando, però, il suo carisma non è venuto meno sia per le aggressioni fisiche subite e dalla magistratura mai punite sia per le contestazioni interne al suo movimento politico, che lo hanno costretto a far ricorso ad auting di impotenza decisionale. Il personaggio, come il re della nota fiaba dei Grimm, a questo punto, è apparso nudo. Più grave è la venuta meno della singolarità del personaggio. Berlusconi, che si è sempre vantato di dire e di fare quel che gli italiani avrebbero voluto dire e fare, ha dovuto assistere al rovesciamento delle parti, con sempre più italiani che pretendono di dire e fare quel che Berlusconi dice e fa. Berlusconi è stato così banalizzato.
L’episodio che ha posto davanti agli occhi degli italiani in maniera clamorosa la reductio berlusconiana è stato il caso Brancher. Questo episodio è come se avesse acceso la luce nel buio e ha permesso di vedere le cose nel loro giusto profilo. Il legittimo impedimento, che doveva servire, pur con tutte le riserve giuridiche, costituzionali e morali del caso, da scudo all’eccezionale Berlusconi, aggredito sistematicamente dai giudici deviati, è diventato strumento ad uso e consumo di un Brancher qualsiasi. Inquisito costui per aver tentato la scalata alla Banca Antonveneta con mezzi delittuosi, per sfuggire alla giustizia, che fa? Si fa nominare ministro per usufruire del legittimo impedimento. Ma ministro di cosa? Ministro del Federalismo, senza portafoglio, ossia di nulla. A sbugiardarlo era lo stesso Bossi qualche giorno dopo a Pontida, affermando di essere lui l’unico e il solo Ministro del Federalismo. E Brancher? Neppure si era presentato alla festa della Lega, che, come ognun sa, è la mamma del federalismo. Ma quand’anche si fosse trattato del Ministro degli Interni o degli Esteri o dell’Economia, con tanto di portafoglio, nulla sarebbe mutato. Un conto è essere ministro prima dell’accusa, un altro essere nominato ministro per non rispondere dell’accusa. Nessun Presidente del Consiglio avrebbe chiamato a far parte del governo uno già compromesso in vicende giudiziarie complicate e gravi. Qui si è passato il limite, perché, anche dopo le dimissioni di Brancher, in seguito alla presa di posizione dura e indignata del Presidente della Repubblica, che di fatto ha cacciato via Brancher, e di una parte della maggioranza di governo, lo stesso Berlusconi ha insistito a considerare ingiuste e pretestuose strumentalizzazioni le legittime proteste degli altri.
Qui davvero hanno perso i sensi, nel significato che i salentini danno all’espressione, e cioè sono diventati matti. Col caso Brancher si è voluto proprio dare uno schiaffo agli italiani e aggiungo soprattutto agli italiani che si riconoscono nel centrodestra. Essi per anni hanno pensato che certe cose potessero valere per Berlusconi in quanto perseguitato dalla magistratura per i suoi trascorsi di imprenditore, ma non possono tollerare che il berlusconismo si riduca a sfacciato brancherismo.
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domenica 4 luglio 2010

Quale lezione dalla tragedia di Taurisano

La tragedia del 30 giugno scorso in una casa di villeggiatura al mare, con la morte di un bambino di due anni e il tentativo di suicidio del padre assassino, ha colpito una famiglia modello. I nomi qui contano poco. La stampa peraltro ne ha fatto uso ed abuso. Come conta poco ipotizzare i motivi, posto che un gesto di follia, per quanto premeditato, possa averne. Tutto è accaduto in terra greca, la nostra; la tragedia, nei contenuti e nei modi, è tipicamente greca, a prescindere dalla sua contingente territorialità.
Conta, se si vuole trarre un minimo di lezione, fare alcune considerazioni. La prima è che la famiglia colpita era il modello ideale: marito e moglie, una figlia ed un figlio. I genitori tutti tesi al lavoro e al decoro; i figli altrettanto, nello studio. Tutti in una concezione della vita intesa come promozione attraverso la laboriosità, i sacrifici, l’ordine, la programmazione. Genitori normali. Lui, infermiere a tempo pienissimo, oltre al lavoro all’ospedale faceva volontariato a casa dei malati; d’estate le ferie le passava in Svizzera, dove riusciva a lavorare e a farsi il gruzzolo per la famiglia: la casa al mare, l’appartamentino a Lecce per i figli ormai giunti agli studi universitari. La moglie, una saggia e tranquilla donna di casa, attenta alla cura della famiglia, al futuro dei figli, ai rapporti sociali. I figli, bravi e rispettosi dentro e fuori la famiglia; entrambi laureati, alla soglia di una sistemazione professionale. In paese non c’era persona che potesse esprimere nei confronti di questa famiglia la minima critica. Una famiglia perfetta, senza sbavature, senza distrazioni.
Com’è possibile allora che una tragedia così grave, così raccapricciante, così irrazionale e spaventosa, possa essersi verificata in un ambiente così normale, compassato, perfetto?
La risposta, fatta salva ogni altra diagnosi individuale del soggetto protagonista della vicenda relativa a quella sfera murata della sua personalità, di cui si occuperanno psichiatri ed esperti, non può trovare spiegazione che nel fattore ambientale, appunto la famiglia di cui è espressione e in cui si è formato.
Il giovane s’imbatte in una ragazza all’università, se ne innamora, la mette incinta, diventa padre di un bambino, a cui, secondo tradizione, mette il nome del nonno, ossia di suo padre, ma non ha ancora portato a compimento il percorso di studi, ancora non ha una sistemazione lavorativa.
Alt, fermiamoci un attimo e chiediamoci: come si rapporta questa vicenda personale al modello di vita al quale si era conformato? E’ sicuramente un’anomalia, è uno strappo al modello, è qualcosa che si accetta ma con la riserva mentale che solo un successo potrebbe riscattare il gesto, sanare il deragliamento; un ulteriore fallimento sarebbe troppo, aprirebbe la via alla disperazione. Un modello di vita virtuoso diventa una trappola se di fronte all’imprevisto non ha una risposta alternativa, non sa trovare una via d’uscita.
Non si tratta dell’esposizione del giovane ai rimproveri dei genitori, dei quali evidentemente condivide idee e pensieri; ma si tratta che egli non è capace di sopportare il peso del fallimento, non sopporta la sua stessa condanna. Non è stato educato a questa ipotesi, del tutto imprevista; ha sempre proceduto nel successo e nella promozione.
Purtroppo è accaduto proprio quel che non doveva accadere. La giovane coppia, nonostante la nascita del bambino, il conseguimento della laurea e l’approccio al lavoro, si rompe. E’ inutile cercarne le cause, non interessa neppure in questa sede. Una coppia si rompe per mille motivi. Ma quel che qui conta, per capire la tragedia che è seguita, è che dall’errore di mettersi insieme quando non era stato ancora compiuto il corso di studi e trovata una sistemazione, è arrivato il fallimento. Troppo per chi era stato cresciuto in un’ottica esistenziale diversa.
Non vale dire: io avrei fatto questo o quest’altro; perché uccidere quell’anima innocente; porsi tante domande a cui nessuno può dare delle risposte. Se riflettiamo sulla tragedia, facendo violenza anche a qualsiasi comprensibile riserbo, è perché vogliamo cogliere qualche elemento di positività.
Una famiglia perfetta, come tutti i modelli di perfezione, presenta elementi di chiusura. Pur mettendo da parte il paradosso secondo cui la vera perfezione sta nell’imperfezione, è il concetto stesso di perfezione che implica la latenza del difetto. Si sta bene finché tutto procede bene, quando qualcosa non funziona e si cerca una via d’uscita, allora ci si accorge di essere in una gabbia, che la perfezione inseguita e coltivata è la più feroce delle condanne. Niente di consapevole – naturalmente – ma la condizione del malcapitato è questa. Paradossalmente può accadere che nel perseguire il bene, la perfezione, la felicità, si possa andare incontro alla situazione opposta, al massimo dell’infelicità, della disgrazia, della tragedia. Nessun percorso ha in sé scontato l’arrivo.
Ecco, allora, la lezione. Conoscere il male per evitarlo è importante; conoscere le vie di fuga dal male e tenerle a mente, nel caso ci si trovi dentro, è vitale.
Quando si conclude che quel giovane, convintosi che al suo bambino non poteva più offrire un modello di famiglia, ordinato e tranquillo com’era stato il suo e lo uccide per evitargli l’inferno di una vita in carenza di ordine e di affetto, è una vittima, al di là della vicenda nella sua dinamica materiale, si vuol dire proprio questo: paradossalmente vittima di un modello di bene, privo però di aperture di emergenza.
Di qui la necessità che la famiglia come la società, pur lungo un percorso virtuoso, sul quale davvero non si discute, restino aperte, perché la vita è dinamismo e quel che è oggi non è domani, nel bene come nel male.

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