domenica 25 dicembre 2016

Dal Mattarellum al Pazzarellum


Come è noto l’Italicum, la nuova legge elettorale entrata in vigore il 1° luglio di quest’anno, quintessenza di ogni sistema elettorale per Matteo Renzi, senza neppure essere applicata una sola volta, probabilmente sarà abrogata e sostituita con un’altra più rispondente alla bisogna. Chi vuole cambiarla dice: la legge è stata concepita in una fase in cui c’era in Italia il bipolarismo e dunque andava bene: o vinceva l’uno o vinceva l’altro; oggi c’è il tripolarismo e dunque al previsto ballottaggio potrebbe vincere il terzo incomodo, come è già accaduto in alcune città nelle Amministrative. Il terzo incomodo è nella fattispecie il Movimento 5 Stelle. I tre poli più o meno si equivalgono e perciò per pochi voti di scarto uno vince, l’altro va all’opposizione e l’altro rimane al palo. Per evitare che ciò accada è necessaria una legge diversa, proporzionale, che garantisca a tutte le forze politiche una propria rappresentanza. Questo il ragionamento, semplice semplice. Insomma una legge elettorale come un guardaroba di stagione, né più né meno. Ieri andava bene il maggioritario, oggi il proporzionale.
In realtà anche nel regalare il governo al Movimento 5 Stelle attraverso l’Italicum c’è tutta l’improntitudine di Matteo Renzi. Il quale aveva fatto l’Italicum come un vestito su misura, certo che ad indossarlo sarebbe stato lui. Le cose sono andate diversamente e l’arma che avrebbe dovuto usare lui rischia di essere usata da altri proprio contro di lui. E che il vincitore potrebbe essere il Movimento 5 Stelle è motivo di maggiore preoccupazione. 
Il Movimento di Grillo ha dimostrato di non saper affrontare e risolvere i problemi del Paese – vedi il caso Roma – mentre non ha al suo interno una dialettica trasparente e democratica; anzi, per certi aspetti, che neppure tende a nascondere, presenta chiari profili di eversione. Articoli 67 e 97 della Costituzione palesemente violati. Opacità nelle decisioni politiche del Movimento, che risponde ad un’azienda privata, la “Casaleggio Associati”. A Roma, vetrina al negativo del Movimento, c’è un’autentica guerra civile, in cui a distinguersi sono le donne, le solite Furie ed Erinni. La minaccia eversiva del Movimento 5 Stelle provoca la reazione di una minaccia altrettanto eversiva, quella dell’establishment, che cambia le regole del gioco a partita iniziata.
Ma, signori, siamo in una repubblica democratica o in una monarchia d’antico regime? La formula politica d’antico regime si condensava in tre parole “rex facit legem”, ovvero il re fa la legge. Se così funzionava, poteva accadere – ed accadeva – che il re, avendo nelle sue mani tutti i tre i poteri (legislativo esecutivo giudiziario), abrogasse una legge quando lo riteneva conveniente e ne facesse un’altra. Il passaggio allo stato moderno, con la separazione dei poteri, rovesciava la formula in “lex facit regem”, ossia è la legge che fa il re. Ora, sostituiamo la parola re con la parola potere. Nel momento in cui chi detiene il potere decide di cambiare una legge che non gli conviene più in quanto potrebbe farglielo perdere in favore di un suo concorrente si ricade nella formula d’antico regime, si azzera lo stato di diritto.
Si obietta che bisogna scegliere fra un danno formale ed un danno sostanziale. Il danno formale è evidente: non si cambia una legge elettorale quando si teme che a vincere sia l’avversario, neppure quando questi è considerato un pericolo per la democrazia, come accadeva nella Prima Repubblica, con l’esclusione di Pci e Msi, perché considerati antidemocratici. Il danno sostanziale è che con questa legge si rischia di consegnare il paese ad una minoranza mentre si deprivano di rappresentanza altre minoranze, magari minoranze di poco meno numerose. Se tanto accade in presenza di un elettorato che ormai, a parte qualche impennata referendaria, si astiene dal voto, allora si capisce ancora meglio il rischio che si corre. I cinque Stelle potrebbero essere i proverbiali quattro gatti.
L’ipotesi che a beneficiare dell’Italicum sia un movimento politico di per sé illegittimo – è al vaglio una precisa denuncia di incostituzionalità presentata dall’avv. Venerando Monello, presidente dell’European Lawyers Association – e per di più incapace di governare il Paese, è fondata. Il Movimento di Grillo, che oggi ha il 25 % dei voti, andava fermato, leggi alla mano, in primis la Costituzione, quando si è proposto alcuni anni fa e faceva solo ridere coi vaffaday del suo leader. Oggi è tutto più difficile e gravido di conseguenze. Si può anche capire che tra il danno formale e il danno sostanziale nell’immediato si scelga il primo, ma in prospettiva le cose potrebbero avere altre conseguenze.
Ma non è finita. Con che legge si vuole sostituire l’Italicum? Pare con una legge che farebbe tornare il Paese al sistema proporzionale col voto di preferenza; ossia si vorrebbe riportare il Paese all’epoca dei partiti, solo che oggi di partiti non ce n’è e quelli che ci sono non hanno nulla dei vecchi gloriosi partiti del tempo che fu. Cose da pazzi, allora? Pare proprio di sì. Dal Mattarellum si potrebbe passare ad un sistema elettorale, che, buono in sé, è Pazzarellum se si considera che viene applicato ad una realtà che non esiste. Per tornare alla metafora del guardaroba, sarebbe se a inizio estate venisse rinnovato come se si fosse a inizio inverno con cappotti e sciarponi.
Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” di venerdì, 23 dicembre, ha scritto che “Non c’è nulla di male nel ripensare ai tempi (per definizione felici) della propria giovinezza ma è un male usare tale ossessione per condizionare il destino di un Paese”.

Non gli si può dare torto. Ma quando in un paese si mettono in discussione quotidiana le leggi fondamentali, ovvero le regole della convivenza politica, vuol dire che la situazione è ormai fuori controllo. Che significa? Che a fare la legge è il factum, così come si presenta volta per volta.

domenica 18 dicembre 2016

L'età renziana continua coi proconsoli


Bisogna convincersi, farsene una ragione: Renzi non è un episodio della politica italiana, non è un Goria o un Letta; è l’inizio di un’età, che gli storici chiameranno renziana. Così come per Giovanni Giolitti.
Renzi ha poco di paragonabile al grande politico di Dronero; Giolitti veniva dagli alti ingranaggi dello Stato, più simile a Ciampi; il Nostro è un politico di professione, viene dal nulla. Ha una laurea in giurisprudenza, punto e basta. A quarant’anni aveva già fatto il presidente della provincia, poi il sindaco di Firenze e infine il presidente del consiglio dei ministri. Prima di essere il rottamatore, è stato il propositore di se stesso. Si è proposto in tutto, perfino ai giochi di Mike Bongiorno. Dai boy-scout ha preso il senso del gruppo e del capo; uno destinato a primeggiare anche quando subisce una sconfitta. Come dire? Se perde la guerra vince la pace.
E’ stato letteralmente defenestrato dal voto popolare del 4 dicembre. Ma è caduto senza farsi niente, la finestra era a piano terra, non si è neppure ammaccato. E, infatti, il governo che è stato varato subito dopo è lo stesso di prima. Non c’è lui, ma, come faceva Giolitti, ha messo due suoi proconsoli: Gentiloni a capo del governo e la Boschi a sottesegretario alla presidenza del consiglio.
C’è da chiedersi perché. Non c’erano altri? Gentiloni, specializzato in successioni in corso d’opera, faceva proprio al caso? E la Boschi, la cui riforma costituzionale è stata subissata sotto una valanga di NO, non meritava una messa a riposo? Perfino la Finocchiaro, relatrice di quella riforma, è stata premiata col Ministero per i rapporti col Parlamento. Renzi, insomma, ha voluto far capire che chi comanda è ancora lui, che si è messo da parte per dimostrare che è ancora più forte di prima, premiando gli elementi chiave di una riforma che il popolo ha rabbiosamente bocciato. Una sfida, la sua, che ha del temerario.
E’ un bel dire da parte delle opposizioni: andiamo subito a votare, questo governo è la fotocopia del precedente, è un governo Renzi senza Renzi e via di questo passo. Cosa che ha avuto un’eco anche nella satira. Giannelli, sul “Corriere della Sera” di venerdì, 16 dicembre, ha messo nella sua vignetta la Merkel, Juncker e Hollande che, guardando Gentiloni, commentano “In Italia hanno cambiato parrucchiere”, alludendo alla diversa pettinatura dell’attuale premier rispetto a quella del precedente. Dunque, nessun dubbio che Renzi è vivo e vegeto e pronto a tornare più forte e – ahilui – più arrogante di prima.
Egli rientra in una tipologia di furbi che non si accontentano della furbata a danno di altri, ma  vogliono anche compiacersene esibendola. Questo è il vero motivo della Boschi e della Finocchiaro al governo. Avete bocciato la riforma? Ecco, io metto nel governo chi l’ha redatta e politicamente rappresentata. Perché io – quasi emulando Alberto Sordi del Marchese del Grillo – so’ io e voi non siete un cazzo!
Ma la furbizia è intelligenza imperfetta; magari consente di ottenere nell'immediato grossi risultati ma poi spinge ad andare oltre e li fa perdere. L’intelligente non si esibisce mai, neppure in politica; anzi, soprattutto in politica, deve saper simulare e dissimulare. Renzi avrebbe dovuto o dovrebbe trarre una lezione dalle randellate referendarie, dare una spiegazione al fatto che è diventato così odioso a tanta gente, a tanti giovani soprattutto. C’è chi si sorprende che i giovani lo detestino; invece è assolutamente normale. I giovani non amano i migliori della classe, specialmente quando sono sfacciatamente fortunati e protetti. Parola di professore. Renzi non se ne rende conto o forse non riesce ad essere diverso e continua nella sua arroganza, come se, indispettito, la vuol far pagare a chi gli è stato contro.
Ma, dettagli caratteriali a parte, egli sta costruendo il suo ritorno per dare un seguito alla sua “età”. Questo governo, con molte probabilità, durerà fino alla scadenza del 2018; salverà perciò il vitalizio di tanti parlamentari. La qual cosa esaspererà la rabbia dei cittadini contro i politici.
Con troppa fretta alcuni commentatori nei giorni scorsi hanno parlato del fenomeno del bandwagoning, cioè del salto sul carro del vincitore. Hanno sbagliato. A parte che non c’è un carro del vincitore per saltarvi su, ma se pure intendessero alludere ai voltagabbana – quanto è più bello servirsi dell’italiano! – non credo che ce ne siano tanti ad aver abbandonato Renzi. Certo, alcuni commentatori politici oggi dicono di Renzi – penso a Paolo Mieli – quello che non dicevano fino al voto del 4 dicembre.
La durata del governo Gentiloni è credibile – altro discorso se anche auspicabile – perché è in corso la guerra di logoramento al Movimento 5 Stelle. Se le cose a Roma continueranno ad andare con la sindaca grillina Raggi come sono andate finora, ossia malissimo, c’è da credere che il Movimento arriverà alla fine della legislatura logoro. Chi ha interesse a mettere fine ai cunctatores? Il Movimento 5 Stelle fa paura a tutti; e chi non avverte il rischio di una vittoria dei grillini vuol dire che è proprio un irresponsabile o un avventuriero, un sostenitore del tanto peggio tanto meglio. I grillini hanno dimostrato finora di essere anche simpatici e puliti, ma hanno anche evidenziato spiccate incapacità di gestire situazioni di comando, di governo, di potere.

Per tutte quante queste ragioni Renzi probabilmente vincerà le primarie del suo partito e si proporrà candidato premier, in barba alla Costituzione de jure che non lo prevede, alle successive elezioni. Per le quali manca una legge che sia la stessa di Camera e Senato; ma questa si troverà, magari piano piano, senza fretta, perché il tempo deve passare e produrre situazioni di favore a chi è più furbo e forse anche più forte di altri. In questa gara Renzi non ha rivali.  

domenica 11 dicembre 2016

Renzi Uno: il tirocinio


Matteo Renzi ha subito il 4 dicembre scorso una delle più nette e umilianti sconfitte che politico italiano, Mussolini a parte, abbia mai subito. Berlusconi, tanto per fare il primo paragone che ci viene a tiro, anche per la vicinanza temporale, è stato cacciato per congiura di Palazzo, tutto compatto alla bisogna, compresi giannizzeri e maggiordomi; non è stato mai sconfitto davvero dall’elettorato, nemmeno quando è stato “battuto” da Prodi con percentuali irrilevanti e sospetti di brogli. Renzi, invece, è stato così battuto come nessuna nerboruta massaia batte i propri panni impolverati e sporchi.
Netta, la sconfitta, lo dice il risultato con tutti gli annessi e i connessi (percentuale di votanti, giovani contrari sui quali faceva affidamento, un diffuso astio popolare). Si è avuta l’impressione che ci fossero elettori disposti perfino a pagare pur di votargli contro.
Umiliante, la sconfitta, la rendono i suoi atteggiamenti, dal “se perdo lascio la politica perché io non sono come gli altri”, continuamente ripetuto, all’occupazione delle televisioni, alle elargizioni di danaro, alle bugie, alle sue bombarde contro l’Europa, a quel suo proporsi come un vecchio saggio davanti a scolaretti che fa tanta irritazione. Del resto così aveva esordito in Senato: con le mani in tasca e con un fare da vecchio condottiero della politica, lui che puzzava di “trovatello” lontano un miglio.
In nessun politico italiano era apparso mai così stridente lo scarto tra ciò che era e ciò che voleva sembrare. No, non si tratta di un caso di maleducazione; Renzi non è maleducato, soffre di un evidente complesso di superiorità, una specie di convinta predestinazione ad essere e a fare cose straordinarie nella vita. Non a caso si è proposto come il “rottamatore”.
Il giorno successivo alla tremenda scoppola subita la televisione lo ha ripreso per strada mentre se la fischiettava come un operaio che aveva appena smesso di lavorare e andava a prendere la metro per tornare a casa. Perché lui se si comporta come un grand’uomo davanti a platee importanti; poi si comporta come uno spazzacamino dopo aver scapolato. Il giorno successivo ancora, alla direzione del suo partito, ha continuato ad ostentare disinvoltura coi suoi tipici atteggiamenti di grand’uomo, rivolgendosi all’assemblea con “oh, ragazzi”, “boni”, e via apostrofando. Che non è linguaggio da sedi istituzionali ma da bar o da stadio.
La batosta avuta non si capisce se non si tengono in considerazione anche questi elementi, che saranno pure marginali ma servono a capire l’uomo. Si racconta che ad Achille Starace Lecce, che pure era la sua città e si era in regime fascista, non perdonò mai l’essersi presentato in pubblico col frustino in mano.
Naturalmente ce ne sono altri, di motivi, che spiegano la sconfitta di Renzi, innegabili come l’aria che respiriamo. Primo, la sua nomina, ovvero la sua investitura, avvenuta secondo modalità feudali, da parte di Napolitano. Secondo, un parlamento considerato “illegale” perché votato con una legge incostituzionale (e qui le virgolette non c’entrano!). Terzo, il mettere continuamente il voto di fiducia per far passare leggi non condivise nemmeno dal suo stesso partito. Quarto, la spregiudicatezza nel violare intese con gli alleati. Quinto, il fallimento delle sue riforme, proposte come fiori all’occhiello. Sesto, la prepotenza di sbattere fuori dalle commissioni parlamentari quelli che non gli erano ubbidienti e i direttori di testate giornalistiche non in linea. Il caso de Bortoli in testa. Si fa male a non parlare. In Italia oltre al linguaggio, c’è il silenzio politicamente corretto. Quello dei giornalisti è reticenza.  
Nei giorni di consultazioni da parte del Presidente della Repubblica, lui ne ha fatte altre in parallelo da Palazzo Chigi, poco curandosi di apparire quanto meno irriguardoso. Se potesse rottamare Mattarella, forse voluto da Napolitano, di sicuro lo farebbe.
Ora, se non vuole che la gente lo fischi e lo spernacchi per la strada, deve uscire di scena. Se ne deve stare buono-buono per un po’ di tempo; deve mettersi a disposizione della causa del proprio partito e della nazione, con umiltà. Né farebbe male se trovasse il modo per chiedere scusa a quanti in questi due anni e mezzo ha offeso o umiliato, incominciando dal popolo italiano.
La situazione che lascia è davvero ingarbugliata e grave. L’elettorato ha detto chiaramente che vuole votare, che vuole recuperare finalmente una condizione di paese normale. Resta tuttavia l’inghippo del sistema elettorale, che non c’è o non è uniforme per Camera e Senato. E già! Anche qui si nota l’improntitudine di Renzi, ha dato per certo che il referendum l’avrebbe vinto e che il Senato sarebbe stato eletto con le Elezioni Regionali. Conclusione: se si dovesse votare coi sistemi vigenti, sarebbe un’altra porcata. Per fare una legge elettorale uniforme è necessario fare prima un governo. E qui è il punto. Quanto durerà? Il tempo per la legge elettorale o per far maturare il vitalizio ai tanti parlamentari che ci sono nelle due Camere? E se, per non farla sporca, si decidesse di portare fino a conclusione la legislatura, fino al 2018? Sono domande che i cittadini si pongono e che forse troveranno una qualche risposta nei prossimi giorni. Sarebbe auspicabile che la cosiddetta casta desse prova di onestà, facendo una legge elettorale quanto prima per evitare il fondato sospetto di mischiare interessi personali e meschini ad interessi generali e nobili.   

E Renzi? Resta una risorsa importante per il Paese, a condizione che faccia tesoro degli errori commessi, che consideri questo suo primo governo un periodo di tirocinio, di prova per vedere che cosa è andato bene e che cosa è andato male. Se pensa, come purtroppo sembra voglia fare, che era nel giusto e che è rimasto vittima di chi non vuole che in questo Paese cambi mai niente, ovvero del partito grigio della conservazione, come si diceva una volta, e persevera nei suoi atteggiamenti di parvenu della politica, un incontinente dello strafare e dello stramostrare, allora il suo destino è segnato. 

domenica 4 dicembre 2016

Renzi, dagli insulti al ragionamento


A Firenze i tipi come Mattero Renzi, alla Pimpinella la sbruffoncella, la vignetta settimanale del “Grand’hotel” di tanti anni fa, li chiamano bombardini. Se mancava un’immagine plastica di questa nuova maschera nazionale, con Renzi ce l’abbiamo. Da noi, nel Salento, i tipi come lui li chiamiamo semplicemente cachielli, giovinotti supponenti che si atteggiano a grandi, che posano e sparano palle. Paese che vai, maschere e nomi che trovi. Ma mettiamo da parte gli “insulti”, ormai ingredienti insostituibili del dibattito politico. Del resto, quando a casa seguo i vari telegiornali e sento dire da Renzi e dalla renzaglia delle colossali minchiate, un po’ insultato e offeso mi sento.
Ma veniamo al punto. Renzi ha fatto una lunga serie di errori in quest’ultimo anno. Incominciò col voler far approvare a colpi di maggioranza una riforma costituzionale che avrebbe portato diritti-diritti al referendum con la conseguente spaccatura del paese. In questo, discepolo di Berlusconi! Quanto si è verificato in questo mese di campagna referendaria lo dimostra e avanza, tanto che le massime cariche dello Stato, da Mattarella alla Boldrini, preoccupate, invocano la cucitura del paese. Si vanta di essere riuscito a fare quello che altri non sono riusciti. Gli altri semplicemente non hanno voluto fare quello che ha fatto lui. D’Alema, per esempio, con la Bicamerale la riforma la fece, ma siccome si trattava di imporla in Parlamento a forza di maggioranza, dopo che Berlusconi si era sfilato, preferì desistere. Come Renzi oggi fece Berlusconi ieri – l’ho appena detto – nel 2005: riforma fatta, referendum e sconfitta nel 2006. Dunque, dove sta l’impresa di Renzi? Sta nel fatto che con lui c’è il famigerato establishment, come dimostrano i tanti Mieli e Prodi, Pera e Urbani, Casini e Benigni, e compagnia teatrante; ai tempi di Berlusconi l’establishment faceva crociate contro.
Il secondo errore fu quando legò la riforma alla sua persona. Se non passa mi ritiro dalla politica – disse – trasformando un referendum su un quesito di ampia portata politica e costituzionale in uno specifico personale: pro o contro la sua persona. O non capiva la grandezza della cosa o gonfiava la sua piccolezza fino a confondere la Costituzione tra i pupazzi di via San Gregorio Armeno. Oggi riconosce di aver sbagliato e prende atto che c’è tanta gente in questo paese che gli è avversa, visceralmente avversa. Diceva sempre che lui metteva la faccia. Lui non si ritira più, ma ha già ritirato la faccia; la faccia lui l’ha persa. Per cavarsela è costretto a mangiare pane altrui, guarda caso dei suoi rottamati o tali presunti. Di qui i tanti appoggi ricevuti, come di sopra citati. Fino agli impazziti, come Prodi, il quale critica la riforma per mesi e poi annuncia che voterà SI. Ma presto il rottamatore si accorgerà di essersi in parte rottamato da solo, perché quando si mangia pane altrui, si finirà per accorgersi “sì come sa di sale”, secondo i versi di quell’immortale suo conterraneo, che fu esule per l’Italia.
Il terzo errore è stato di appoggiare apertamente la Clinton nella campagna elettorale americana per le presidenziali, ritrovandosi con un Trump vincitore e certamente non “amico”, per lo meno suo. Il già “isolazionista” Trump non avrà certo per l’Italia un occhio di riguardo. Poi vedremo quali saranno le conseguenze.
Il quarto errore, in continuità di tempo, è quello delle regalìe: 800 Euro a chi ha un reddito inferiore a 1.200 euro, 500 Euro una tantum ad ogni diciottenne, aumenti alle pensioni più basse e via elargendo. Sono soldi buttati perché improduttivi, autentici regali che, salvo il reato di voto di scambio, ricorda la vendita delle indulgenze; qui indulgenze di voti.
Il quinto errore lo sta facendo in questi giorni: continua a sparare palle contro l’Europa, che lui dice di voler riformare. Dopo l’Italia riformerò l’Europa. Bum! Il sospetto che si renda conto di dire stronzate è legittimo; ma se così è gli italiani avrebbero ragione di sentirsi quotidianamente offesi da uno che li considera dei rincoglioniti. Chiedo scusa per il turpiloquio, ma come si fa a fare il pulitino in una fossa di letame? Certe sparate di Renzi ricordano il Mussolini di ottanta anni fa, in una situazione completamente diversa da quella odierna. E tuttavia anche per il Duce risultarono smargiassate, assolutamente prive della minima possibilità di concretizzare alcunché: le “reni della Grecia”, la “battigia” siciliana. Si dice che a degli universitari, che, in visita a Palazzo Venezia nel 1943, chiesero “ma Duce perché stiamo perdendo dappertutto?”, Mussolini finì con l’ammettere che “perfino Michelangelo con certa creta avrebbe fatto solo dei càntari”. Renzi impari almeno l’arte figula. Qui nel Salento abbiamo ottimi maestri.
Il sesto errore è di voler cambiare la legge elettorale detta Italicum dopo averla fatta votare ponendo il voto di fiducia e dopa averla definita un capolavoro immodificabile. La parola di Renzi, per sue stesse prove, non vale niente. Ma non è della parola che qui si tratta, bensì degli effetti politici. Lui dice che deve piegarsi alla volontà della maggioranza, sicché il capolavoro dell’Italicum, entrato in vigore il 1° luglio di quest’anno, viene abolito senza mai essere stato messo in moto. E questo sarebbe il grande messìa della politica italiana? Fa a luglio ciò che disfa a novembre. Come la  sua Firenze dei tempi di Dante?: “fai tanto sottili / provvedimenti,  che a mezzo novembre  / non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Così nella celebre invettiva.
Ma il furbastro fiorentino coglie la palla al balzo e rottama l’Italicum perché è un sistema elettorale che si pensa favorisca alle elezioni il Movimento 5 Stelle. E vi pare una cosa corretta cambiare i sistemi elettorali a convenienza? Qui viene meno la divisione dei poteri. E’ un fatto di estrema gravità, perché se passa l’idea che in Italia non puoi vincere le elezioni secondo leggi e sistemi vigenti, allora occorre prendere il potere diversamente. Catilina, prima di ricorrere alla congiura e all’aperta sfida militare contro Roma, tentò tre volte di diventare console con le buone, ma quel manipolatore di Cicerone glielo aveva sempre impedito con vari discutibili cavilli. 

Molti, in questi giorni, mi hanno chiesto per chi voto. Ho risposto secco e seccato: voto per il NO. E quando mi hanno chiesto perché, ho risposto: per principio, perché la Costituzione nel XXI secolo non la concede e non la trasforma un governo. Se tanto accade vuol dire che non è poi passato tanto tempo da quando nel 1848 lo Statuto lo concedevano, per grazia loro, i sovrani, Ferdinando II di Napoli, il Granduca di Toscana, Carlo Alberto di Sardegna. Un regresso di quasi due secoli. Ma di questo se ne accorge solo chi conosce la storia. Gli altri sono semplicemente beati.  

domenica 27 novembre 2016

Renzi e l'insalata postreferendaria


Lo spettacolo offerto da Matteo Renzi nei dibattiti sostenuti per il referendum del 4 dicembre ha dato l’idea di quanto ormai il “trumpetto” fiorentino sia cotto. Non è riuscito una sola volta a scartare il malloppo della sua riforma, quasi avesse paura di far vedere cosa nasconde nel cartoccio. Slogan e slogan, ripetuti come mantra: chi vuole che tutto cambi, voti sì; chi vuole che nulla cambi, voti no. Ha ammesso di aver sbagliato a personalizzare il voto referendario. Il che, se per un verso gli fa onore – è sempre bene ammettere gli errori – per un altro dà ragione a quanti avevano visto in lui un nuovo temerario Fetonte. E, del resto, a trent’anni, cosa poteva aver appreso dalla vita e dai suoi saperi? Tanti ne aveva quando è saltato sul carro del Sole. Ha fatto il presidente della provincia e il sindaco di Firenze – cose non da poco, intendiamoci – ma assurgere a capo di governo, senza passare dall’esperienza elettiva, è un’altra cosa. Lo dimostra nel suo essere rimasto un provincialotto che ancora non crede dove si trova. Spesso “sculetta” con la faccia e si volta indietro per vedere se qualcuno lo guarda, come una ragazza civettuola e stupida. L’altro errore marchiano è aver appoggiato la Clinton alle elezioni americane. Non è stato un errore di valutazione, ma di metodo, tipico di chi non ha esperienza.  
La questione dell’età per un politico non è senza conseguenze. A proposito della riforma, in particolare del Senato e della sua riduzione risarcitoria per politici di serie inferiore, è inevitabile che la questione si ampli. Il Senato – lo dicono la storia e la filologia – è l’assemblea degli anziani o dei saggi, come una volta si diceva, comunque di persone mature che per età ed esperienze possono dare all’azione amministrativa di un paese contributi di saggezza, di prudenza e di equilibrio. Il fatto che per essere eletti, secondo la Costituzione, occorra avere un minimo di quarant’anni ne spiega la ratio che è alla base. Il Senato bilancia la Camera dei deputati, un’assemblea formata da persone più giovani, eleggibili con un minimo di venticinque anni. L’equilibrio sta tutto qui, oltre al rapporto numerico, 315 senatori contro 630 deputati. E lasciamo stare camera alta, una volta di nomina regia, e camera bassa elettiva. In passato l’età era fondamentale per tutto.
Oggi è il trionfo del giovanilismo. Gli anni non compiscono più i panni, ma aggiungono malanni e …danni. Questa sembra essere oggi la nuova valutazione della vita. L’età non solo non conta ma addirittura è un fattore negativo. Si ritiene che l’esperienza, che una volta non poteva venire che dagli anni, oggi sia come un decoder incorporato; non viene dalle prove della vita, ma dalla fabbrica, ovvero dalla nascita. Per cui, o ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai, va sempre più scemando man mano che passano gli anni. Insomma: Vae senioribus!  E’ un’autentica rivoluzione: la Camera alta diventa Camera nana e la Camera bassa diventa Camera unica.
Ma – si dice – a che serve un Senato che fa le stesse cose della Camera? Un doppione che quando va bene è inutile e quando va male frena l’azione del governo, anzi ne può provocare la fine, gettando il paese nella precarietà? Oggi le condizioni sono assai diverse da quelle del 1946; anche se ci sarebbe da dire assai sulle cause delle lungaggini italiane. Allora, via il bicameralismo perfetto. Si scopre che perfino i Padri Costituenti erano dello stesso parere e che a questo sistema si piegarono per paura che il Pci vincesse le elezioni a danno della Dc e del paese.
Ora, ci sta pure che il Senato venga addirittura abolito; a questo punto sarebbe anche meglio. Non ci sta che venga mortificato e fatto scadere in non si capisce che ruolo. Basti considerare che poiché i senatori per effetto della riforma vengono nominati tra i consiglieri regionali, per i quali basta avere diciotto anni per essere eletti, potremmo ritrovarci con senatori con un’età addirittura inferiore a quella dei deputati. Sarebbe come se i padri fossero più giovani dei figli; come se i figli nominassero i padri. Ma, quando si capita in mano a ragazzini – dice un noto proverbio dialettale – si finisce “o cacati o pisciati”. E i luminari del diritto costituzionale favorevoli al Sì dove stanno?
La demolizione del Senato si carica perciò di valenze simboliche importanti, che afferiscono una visione della vita assai più complessa. Il Senato poteva rimanere, semmai ridotto di numero, ma con un compito preciso e importante. Si poteva privarlo del voto di fiducia al governo, ma era importante lasciarlo elettivo. Invece si è pensato di invalidare la volontà sovrana del popolo privandolo del diritto di eleggere i senatori che vuole. Essi, in quanto persone di quarant’anni, non devono contare: questo è il punto. E se si osserva che i quarant’anni di oggi sono i trenta di ieri, a maggior ragione la dirigenza politica non va affidata, senza contrappesi, a persone di trent’anni, che corrispondono a chi prima ne aveva venti. Questa mania di azzerare tutto, di uniformare tutto, sta sconvolgendo la società: non ci sono più maschi e femmine, non ci sono più giovani e anziani; tutti sono tutto. E’ un arricchimento o è un impoverimento? Ai posteri – direbbe Manzoni – l’ardua sentenza. Noi, che difficilmente saremo posteri, lo diciamo oggi: è un gravissimo impoverimento. Chi vivrà, vedrà. Di avere torto non si deve aver paura. La società ha bisogno di ritrovare il suo equilibrio di diseguaglianze, di dissimiglianze, di generi, di età, di competenze e di ruoli, su una base di diritti universali, condivisi. Il caos può essere il ritorno all’inizio; ma passa sicuramente dalla fine.

Per tornare a Renzi, che un po’ di simpatia la fa con quell’aria di chi avverte la batosta, si può dire che abbia già perso, perché comunqe il paese dal referendum uscirà spaccato. Non dice cosa farà all’indomani del voto; ma è ormai di tutta evidenza che dovrà recarsi dal Presidente della Repubblica, a prescindere dall’esito, per essere o mandato a casa o reincaricato per fare un nuovo governo. Ecco, questo sì dipenderebbe da chi vince. Ma, a quel punto, ridotto ormai ad una patata lessa, Renzi può esser buono solo per un’altra insalata, alla nazarena.

domenica 20 novembre 2016

Acquarica: quel monumento a Moro fatto saltare


Erano trascorsi esattamente quattro anni da quando il 9 maggio 1978 fu trovato in via Caetani a Roma il cadavere di Aldo Moro nella Renault 4 rossa fra Via delle Botteghe Oscure, sede del Pci, e Piazza del Gesù, sede della Dc. Era stato ucciso dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. 
Moro non era amato dagli italiani e neppure dai democristiani, a parte una minoritaria componente di seguaci che non si era mai formalizzata in corrente, come ce n’erano tante in quel partito. Ma la morte, avvenuta dopo la strage dei suoi cinque uomini di scorta e un lungo processo, detto del popolo, aveva creato intorno a lui un alone quasi di martirio. Altri erano caduti in quegli anni sotto il fuoco del terrorismo rosso e nero; altri ne sarebbero caduti dopo. Il Paese rinnovava dolore e preoccupazione ogni volta che si verificava l’ennesimo attentato, l’ennesima strage. Le vittime, importanti e meno importanti, e addiritture sconosciute, quelle delle stragi, destavano compassione, a prescindere dalla loro appartenenza partitica e dalla fede politica di ciascuno. Nessuno divenne moroteo dopo e per la morte di Moro; semmai qualcuno se ne allontanò. Perfino i più accaniti avversari sospesero giudizi e considerazioni per un sentimento di pietas verso lo scomparso.
Un po’ dappertutto in Puglia, quasi in spirito risarcitorio, allo statista ucciso furono intitolati edifici pubblici, vie e piazze, anche per il prodigarsi dei tanti democristiani che ricoprivano cariche amministrative e rappresentative nelle istituzioni e negli enti locali; i quali, senza essere morotei, promossero iniziative importanti. All’epoca presidente della Regione Puglia era Nicola Quarta e della Provincia di Lecce Pietro Licchetta, entrambi democristiani di altra corrente.
Ad Acquarica del Capo, tranquillo paesino del Capo di Leuca, a Moro, due anni dopo la morte, fu intitolata la villa comunale da poco costruita e al centro della stessa gli fu eretto un monumento, una stele di pietra col suo busto in bronzo, opera dello scultore Franco Filograna, originario di Casarano e residente a Galatina. Nella parte alta della colonna l’iscrizione “ad Aldo Moro / maestro di sapere / e di vita / apostolo di libertà / dal martirio consacrato / alla storia e all’Italia”. L’inaugurazione si tenne il 1° giugno 1980. All’epoca era Sindaco il democristiano Giuseppe Palese, che, a dire il vero, moroteo non era mai stato. L’iniziativa di dedicargli villa comunale e monumento era partita all’indomani della tragedia di via Caetani.
La villa comunale di Acquarica sorge alla periferia del paese poco prima di entrare nell’abitato di Presicce, lungo la via che porta a Santa Maria di Leuca. La sera del 9 maggio 1982 – chiaro l’intento “celebrativo” – intorno alle nove di sera, i residenti della zona sobbalzarono in casa per uno scoppio improvviso che aveva fatto tremare i vetri delle finestre. Si resero conto subito di quanto era accaduto fuori nella villa.  L’esplosione dell’ordigno posto alla base del monumento aveva scaraventato a distanza il busto di Moro. La pietra del basamento, che proveniva dal “manfìo”, una località posta tra Taurisano, Ruffano e Casarano, simbolicamente a rappresentare la salentinità del tributo reso allo statista di Maglie, aveva sostanzialmente retto. Il busto rimase danneggiato, per fortuna non in modo grave, tant’è che non ci fu bisogno di restauro. Anzi, a quel che riportarono le cronache del tempo, non si volle restaurarlo per consegnare alla storia anche le tracce dell’attentato.
La notizia rimbalzò in tutta Italia. Lo sconcerto fu enorme, la condanna unanime; a prescindere da simpatie e antipatie, appartenenze ed avversioni. Oltre tutto Acquarica era stato da sempre un comune tranquillo, dove raramente erano accaduti ed accadevano fatti politici di rilievo. Qualche scontro politico di una certa importanza c’era stato nell’immediato primo dopoguerra, quando si fronteggiarono per qualche tempo ex combattenti e reduci, popolari e socialisti, fascisti e nazionalisti. Ma tanto accadeva in ogni comune. Un attentato così grave ad un monumento era un fatto nuovo; uno sfregio, tanto meno comprensibile perché portato ad un uomo che aveva pagato con la vita il suo impegno pubblico. Legittimo da parte di autorità e politici temere un terrorismo incipiente nel sud più sud d’Italia, che avrebbe potuto annunciare imprese molto più gravi. 
La macchina investigativa si mise subito in moto e non impiegò molto tempo a giungere agli autori dell’attentato; o forse furono gli stessi a costituirsi spinti dalle famiglie per evitare guai peggiori. Erano sei giovani di Presicce, i quali, meno di un mese dopo, furono processati e condannati. La sentenza fu mite, la pena più pesante di un anno e quindici giorni di reclusione, con sospensione della stessa. Per i giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce fu una “ragazzata”, l’impresa di ragazzi annoiati dalla vita di paese, monotona e vuota. Ma per difendere quei ragazzi furono scomodati i migliori penalisti del foro leccese, fra cui Aymone, Corleto, Salvi e Vernaleone. Francamente una sproporzione per difendere una “ragazzata”. Lo stesso pubblico ministero, Rosario Colonna, escluse la motivazione terroristica. Insomma, ci fu un concorso di “aiuti” molto importanti nei confronti di quei ragazzi, che, tra ideazione del gesto criminoso ed esecuzione, avevano dimostrato comunque di saperci fare.
Resta l’aspetto politico, che sfugge alle attenuanti processuali. Si volle colpire il simbolo di un uomo politico allo scadere di un anniversario della sua morte; un gesto senza dubbio mirato e di avversione. Troppo poco tempo era passato dalla strage di Via Fani e le polemiche che avevano sempre accompagnato le scelte politiche di Moro avevano lasciato code. Non a caso la legge vuole che passino dieci anni dalla morte prima che si intitoli un edificio o un luogo pubblico allo scomparso, salvo che non si tratti di persona obiettivamente importante e nei confronti della quale si è tutti d’accordo. Ma la condivisione istituzionale, per quanto ampia possa essere e addirittura unanime, non sempre coincide con quella popolare. Quel gesto, esecrabile, contro l’omaggio pubblico ad Aldo Moro, resta un episodio politico non senza significato. Nessuno di quei ragazzi proveniva da famiglia democristiana, socialista o comunista, ma tutti da famiglie notoriamente di destra.
E’ bensì vero che gesti vandalici contro monumenti sono stati compiuti e se ne compiono in tutta Italia. Per restare nel Salento, ad Alessano alcuni anni fa fu messo in testa al monumento di don Tonino Bello un secchio di immondizie dopo averglielo rovesciato addosso; a Taurisano, una statua in marmo di Padre Pio, opera dello scultore Donato Minonni, nemmeno ventiquattr’ore dopo la sua inaugurazione nella Villa Comunale, fu presa a martellate e gravemente danneggiata.  
Quella dei giudici leccesi, pur senza fare dietrologie, fu una sentenza “politica” sicuramente importante. Si volle esorcizzare la paura del terrorismo, e soprattutto, evitando condanne esemplari, scongiurare “vittime” giudiziarie, che avrebbero potuto alimentare l’avversione al sistema, come allora si diceva. Una scelta opportuna, se consideriamo che quell’attentato sarebbe poi rimasto un fatto isolato con grande soddisfazione di tutti. Fu una sentenza di grande saggezza e umanità. Erano ragazzi, che potevano avere pure delle idee politiche, magari ancora acerbe e confuse, ma alla loro età i gesti sono come i pensieri, d’istinto e in libertà. Le autorità investigative accertarono che dietro non c’era nulla di importante; e tanto bastò per chiudere lì la vicenda. 
Ma l’iscrizione in alto sulla stele, con la bella dedica, non è stata ancora ripristinata.  

domenica 13 novembre 2016

Trump, l'erba che non vuoi


Ed ora, attacchiamoci tutti al…tramp! Contro tutte le previsioni, contro tutti gli avversari, americani e non, di destra e di sinistra, contro le donne ipermobilitate e le variabili di genere, contro i giornali e le televisioni, contro il Papa, Donald Trump ha vinto. E’ il 45° presidente degli Stati Uniti d’America.
Il giorno dopo i politici di tutto il mondo si sono piegati al politicamente corretto e gli hanno fatto i complimenti, tranne qualcuno. Il Presidente della Commissione Europea Juncker lo ha bocciato, dicendo che non sa nulla del mondo e che ci vorranno due anni per farglielo conoscere. C’è del malanimo in questo giudizio. Non puoi essere un miliardario e vincere le elezioni americane senza conoscere il mondo. E poi, i collaboratori, gli esperti, gli ambasciatori, che ci stanno a fare?
C’è anche chi ha brindato alla sua elezione, come il russo Putin; e – chissà – forse anche il turco Erdogan e qualcun altro della serie. Il mondo sta andando pericolosamente verso forme autoritarie, in puntuale coincidenza di crisi tra due secoli.
Paolo Mieli, ospite di “Otto e Mezzo”, si è detto sconvolto dalla sua elezione. L’ing. De Benedetti, quello del gruppo editoriale “Repubblica-L’Espresso”, ospite pure lui di “Otto e Mezzo”, ha detto che per Trump l’Italia è…Capri, dopo aver affermato che non è poi quel ricco che vuole dare ad intendere e che dà ai beni che possiede il valore dei debiti che ha, che sarebbero assai di più. L’imprenditore Oscar Farinetti, presidente di Eataly, sempre a “Otto e Mezzo”, lo ha chiamato “sessista, razzista, ignorante, megalomane e bugiardo”.
Il politicamente scorretto è in trionfo planetario. Accomuna politici e imprenditori; proprio quelli che dovrebbero essere più attenti alle parole che dicono. Ma è anche vero che il politicamente corretto incomincia a somigliare sempre più alle brioches di Maria Antonietta, quelle che prelusero alla ghigliottina e alle teste mozzate. Attenzione, noi italiani abbiamo in casa più di un Trump.
Obama, per prassi e non per cortesia, lo ha ricevuto alla Casa Bianca e gli ha stretto la mano, dopo un lungo colloquio, nel corso del quale le minacciose espressioni usate nei suoi confronti per tutta la campagna elettorale pesavano come aria dopo un incendio. A vederli, sembravano con gli occhi più volersi evitare che incontrare, all’insegna dell’imbarazzo. Niente foto di gruppo: poteva sembrare un’offesa ai Clinton, i grandi trombati, entrati in conclave cardinali e usciti curati di campagna.
In tutti gli Stati Uniti migliaia di manifestanti hanno protestato contro la sua elezione: centinaia gli arresti. I manifestanti non lo vogliono come Presidente, dicono di non sentirsi rappresentati. E che vogliono? Molti di loro credono ancora di essere nella giungla.
Mai elezione presidenziale in America e credo nel mondo è stata così traumatica. Sono mancati solo i suicidi; per il resto è tragedia nera. La democrazia, intesa anche come eleganza e rispetto, è in gramaglie. E, in verità, non si può dire che non sia accaduto nulla, anche a volersi sforzare.
Qualcosa di molto grave è accaduto. Poi, se in bene o in male, è un altro discorso. Atteniamoci ai fatti: un uomo, che mai prima aveva occupato cariche pubbliche, assolutamente fuori dalla politica, un uomo d’affari e basta, neppure tanto avveduto, essendo passato da periodi buoni a periodi di quasi fallimento, fino a salvarsi beneficiando di una legge che lo esentava dalle tasse, è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. Un uomo dipinto come arrogante, volgare, che si atteggia a bullo, è il capo della più potente nazione del mondo. Si parla di sondaggi sbagliati, di un altro golpe dei social; ma questi sono dati tecnici, che pure contano ma non spiegano la grande “rivoluzione”. E' la democrazia ad essere in preda a crampi e a sconvolgimenti intestinali, pur manifestando tutta la sua fantasmagorica fenomenologia. Obiettivamente c’è da preoccuparsi.
E’ altrettanto preoccupante che a sfidare Trump sia stata una donna che non gode di simpatie nemmeno di genere, per lo meno non sufficienti a vincere le elezioni. Non averle vinte contro un candidato come lui vuol dire che era la meno adeguata a rappresentare un grande partito come quello democratico e soprattutto i bisogni e le istanze di enormi fasce sociali; vuol dire che gli ultimi otto anni di presidenza “democratica”, in mano ad un afroamericano, hanno creato una condizione di disagio così diffuso in tutto il paese che gli americani avrebbero portato alla Casa Bianca perfino un orangotango.
Chi è di destra dovrebbe essere contento di Trump. A pelle si avverte un uomo del quale il meglio che si può fare è essere prudenti. In tanti dicono che ora da presidente sarà diverso dal candidato. Probabilmente è così. Ma intanto le sue parole stanno creando negli Stati Uniti una divisione molto pericolosa. Vada per le accuse di sessismo. Chi in tutta la sua vita non ha detto o fatto qualcosa di disdicevole in proposito? Ma continuare ad ostentare perfino in campagna elettorale parole e frasi offensive nei confronti delle donne è prova di insopprimibile, compulsiva indole volgare e stupida. Trump dà l’idea di un trattore agricolo più che di uno spyder sportivo. Certo, da presidente degli Stati Uniti, ha accanto uomini di grande responsabilità, che sapranno educarlo, fermarlo negli spropositi, guidarlo verso scelte importanti per il loro paese e per il resto del mondo. Nel migliore dei casi la sua azione politica può sortire effetti benefici – è una scommessa – ma resta il fatto grave che il modo come ha condotto la campagna elettorale, in presenza di attacchi che gli arrivavano da tutte le parti, rende la democrazia non un confronto di idee, di posizioni, di prospettive, ma una rissa fra marinai in un malfamato angiporto.
In questi giorni i confronti con qualche nostro politico degli ultimi tempi si sono sprecati. In verità Trump sintetizza gli ultimi politici italiani che hanno fatto successo come lui: Bossi prima maniera, col suo celodurismo; Berlusconi, coi suoi denari e col suo vizio delle donne; Grillo per la volgarità quale arma di propaganda politica, e sotto sotto – ma neppure tanto – Renzi con la sua rottamazione. Non a caso chi si è subito schierato dalla sua parte sono stati, prima dell’esito elettorale, Salvini, e dopo Grillo; mentre la destra più educata, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, pur soddisfatta, si è ben guardata dal fare salti di gioia. 

Non v’è dubbio che la vittoria di Trump fa entrare il populismo in una fase nuova, più degenerata. Il cattivo esempio ormai non viene più dal popolo, come il termine vorrebbe che fosse, ma da chi lo rappresenta o vorrebbe rappresentarlo. In questo, noi italiani, abbiamo fatto scuola.