sabato 11 marzo 2023
I Piddini non vogliono la pacificazione
Due notizie dal “Corriere della Sera” di sabato, 11 marzo, riportano all’unico tema che da 78 anni agita gli italiani: la liberazione dell’Italia dal nazifascismo dopo una durissima guerra civile, che si concluse formalmente per i vincitori con un glorificante 25 aprile ma ebbe un seguito per i vinti per alcuni anni ancora, come qualche anno fa dimostrò Giampaolo Pansa con una serie di libri sull’argomento. La prima notizia, in ordine di impaginazione, è annunciata da Massimo Gramellini nel suo “Caffè” di prima pagina “Partigiani e patrioti”; la seconda è la pubblicazione del saggio “Il purgatorio dei vinti” di Gianni Oliva per la recensione di Gian Antonio Stella.
La prima riguarda l’iniziativa dell’amministrazione comunale di Bologna di sostituire sulle targhe toponomastiche della città la parola “patriota” con “partigiano”. La seconda insiste sul fatto che gli italiani non hanno mai voluto fare i conti col fascismo. Significativo il titolo di Stella “Pagare il conto del fascismo”.
Perché il sindaco di Bologna Matteo Lepore del Pd preferisce il più specifico “partigiano” al più generico “patriota”? Perché i bolognesi e chi a Bologna si trovi sappiano chi sono stati i liberatori dell’Italia differenziandoli da altri patrioti di altre imprese. Insomma, per non dimenticare! Per mantenere sempre accesa la lampada dell’odio nei confronti dei fascisti, specialmente degli ultimi e più determinati, quelli della Repubblica Sociale, che combatterono fino alla fine, ma anche nei confronti dei “fascisti” di oggi, quelli che ora si trovano al governo della nazione. Un colpo al passato ed uno al presente. Non c’è ancora l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia), anche se non c’è quasi nessun partigiano in vita? Il lucro è lucro e quello politico vale anche più di quello monetario.
E coi fascisti, veri o presunti, entriamo nel secondo punto. Nel saggio, che ci promettiamo di leggere, per ora fidandoci di Stella, l’autore sostiene che gli italiani, e per essi soprattutto i partigiani – se ce ne sono ancora! – non hanno mai fatto i conti né vogliono farli col fascismo e si limitano a prendersela coi fascisti di Salò, come se con questo volessero chiudere definitivamente la partita. I salodini furono i fascisti più sfortunati e coraggiosi rispetto alle masse di fascisti che lodarono il Duce per ben venti anni. Se si vuole veramente riconoscere il primato del combattente antifascista ai partigiani, al punto da dare loro l’esclusiva, allora bisognerebbe riconoscere anche ai loro avversari che combatterono contro e pagarono le conseguenze della tragica scelta. Voglio dire che occorre fare una distinzione netta tra i fascisti tali fino al 25 luglio, che ebbero promozioni e prebende per tutto il ventennio, per poi squagliarsela in tante vie di fuga, e i fascisti che invece vollero difendere le loro idee di patria e di politica fino all’ultimo. Non c’è dubbio che se si fa questa distinzione la simpatia va più a questi ultimi, che almeno seppero vivere e morire.
Ma quel che oggi necessita agli italiani è di trovare un punto di pacificazione nazionale, senza dimenticare ma neppure senza rinfocolare l’odio nei confronti dei “perdenti”, che non sono più in vita, come non sono più in vita i vincitori. Continuare a considerare fascisti e partigiani in lotta come 80 anni fa è un anacronismo che non si può basare che sul falso presupposto e sulle altrettanto false conseguenze. È come tenere in vita la disfida di Barletta per giustificare i malintesi e i contrasti tra la Meloni e Macron. Se il sindaco di Bologna non ha altro su cui puntare per differenziarsi dagli antifascisti generici e per dare un senso alla lotta politica del suo partito sta davvero fresco e si capisce perché i Piddini le hanno buscate in tutta Italia o quasi.
L’Italia di oggi non si può che costruire sulla pacificazione nazionale, partendo da un reciproco riconoscimento. Lo chiede il paese non più disposto a ragionare come 80 anni fa, non più propenso a consegnarsi a politici che non sanno fare altro che ribadire che c’è una Costituzione che mette fuori legge i “fascisti”. Non c’è oggi in Italia chi non riconosca che il sistema di vita democratico, pur con tutte le sue disfunzioni e approssimazioni, è da preferire ad un sistema totalitario e liberticida. Voler insistere a volersi considerare in lotta contro il fascismo è come ammettere di combattere contro il nulla. Chi ha idee conservatrici, chi difende la tradizione, alcune italianità che fanno onore all’Italia, non è fascista, è un normale cittadino. Volergli appioppare l’epiteto di fascista è operazione fraudolenta, bocciata dagli italiani il 25 settembre del 2022.
martedì 7 marzo 2023
La scomparsa di Franco De Paola
Se n’è andato Franco De Paola martedì, 7 marzo, cogliendo amici e concittadini di sorpresa. Aveva 82 anni, era nato il 29 agosto del 1940. Or non erano trascorsi che sedici giorni dalla bellissima serata taurisanese del 18 febbraio in omaggio all’amico Donato Minonni per i suoi ottant’anni. Una perdita non da poco se consideriamo che Franco era ancora in attività di studio e produttività di iniziative e di opere.
Per più di un aspetto, Franco è stato a Taurisano un iniziatore. Apparteneva a una generazione di giovani che finalmente, benché di umili origini, raggiungevano il traguardo del diploma. Pochi altri prima di lui, moltissimi dopo. Non perché non fossero dotati per altri traguardi di studio, anche più impegnativi, la laurea per esempio, ma per le condizioni economiche dalle quali provenivano. I genitori, consci delle difficoltà e dei costi per mantenere i figli a scuola, saggiamente optavano per il traguardo più vicino, anche in finalità lavorative. Il maestro di scuola era, in questo senso, il più a portata di mano. All’epoca, per studiare nelle scuole superiori, occorreva risiedere a Lecce, Maglie, Gallipoli, Galatina, e per l’università a Bari. I costi erano davvero proibitivi e richiedevano sacrifici enormi per le famiglie che vivevano di un solo reddito, e non sempre garantito. Franco e la sua famiglia fecero quella scelta.
Dotato di spiccata attitudine allo studio, intraprese la Scuola Media a Galatina e poi l’Istituto Magistrale a Lecce, diplomandosi a diciassette anni. Scuola, questa, che rilasciava il diploma di abilitazione richiesto per l’insegnamento nelle scuole elementari. Vinse il concorso e iniziò a insegnare, ma nello stesso tempo e, disponendo ormai di un suo reddito, si iscrisse all’Università di Bari e si laureò in Lingue e Letterature Straniere, abilitandosi all’insegnamento di Lingua e Letteratura Inglese, per concludere la sua carriera al Liceo Scientifico “Giulio Cesare Vanini” di Casarano. Qui l’ho conosciuto come collega e posso dire che a scuola, fra studenti e docenti, godeva di stima e gli erano riconosciute simpatia e autorevolezza.
Franco è stato uno che ha attraversato gran parte della sua esistenza dedicandosi, per quel che attiene la sfera pubblica, alla politica, militando nel Psi, di cui è stato rappresentante in Comune quale consigliere e assessore in amministrazioni di centrosinistra; allo sport, entrando in epoche diverse nella dirigenza della Società Calcistica locale e del Circolo Tennis; alla cultura, legando il suo nome a quello di Giulio Cesare Vanini, di cui è stato a Taurisano il risvegliatore fin dalla fine degli anni Sessanta del Novecento.
Fondò e diresse agli inizi degli anni Sessanta il periodico “Pagine Taurisanesi”, insieme ad Antonio Santoro, Luigi Crudo, Romeo Erminio e Stefano Ciurlia. Fu tra gli organizzatori delle Celebrazioni Vaniniane del 1969, insieme al direttore didattico Aldo de Bernart, Luigi Ponzi e un gruppo di giovani professionisti, tra cui Antonio Santoro, Luigi Crudo, Luigi Montonato, Donato Minonni, Stefano Ciurlia, grazie anche alla disponibilità dell’amministrazione comunale guidata da Ugo Baglivo. Nel 1972 contribuì a fondare il Centro Studi “Giulio Cesare Vanini” e da amministratore promosse la Domus Vaniniana, l’acquisto della casa in cui si riteneva fosse nato Vanini e la pubblicazione delle due opere pervenuteci del filosofo arso a Tolosa. Nel corso degli anni Settanta organizzò diversi eventi culturali e tenne i rapporti coi più accreditati studiosi italiani ed europei, fra cui i conterranei Antonio Corsano e Francesco Politi, il francese Emile Namer e il polacco Andrzej Nowicki.
È stato fino all’ultimo instancabile ricercatore negli archivi italiani e stranieri delle orme lasciate da Vanini, le cui conseguenti elaborazioni critiche sono apparse sul “Quotidiano”, sulla rivista universitaria diretta da Giovanni Papuli, “Bollettino di Storia della Filosofia dell’Università degli Studi di Lecce” e in altre pubblicazioni collettanee, fra cui la prestigiosa “Bruniana e Campanelliana”. Ha anche approfondito studi di carattere demografico e sociologico delle società di Casarano e Taurisano. Suoi i volumi L’Università di Casarano nel catasto antico del 1722 (2004), La civica Università di Taurisano nei Registri del ‘600 dell’antica Terra d’Otranto (2005), L’Università di Taurisano negli archivi dell’antica Terra d’Otranto (sec. XIII-XVI) (2006).
Nel 1985 fu nel comitato scientifico per il Convegno Internazionale di Studi “Giulio Cesare Vanini dal tardo Rinascimento al Libertinisme érudit”, promosso dal Comune di Taurisano e dall’Università degli Studi di Lecce. I suoi studi vaniniani, frutto delle sue ricerche condotte nelle biblioteche londinesi, sono approdati nei due volumi Giulio Cesare Vanini e il primo ‘600 anglo-veneto (1979) e Giulio Cesare Vanini filosofo europeo (1998).
Era tra i più anziani della sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia, presidente della quale è Mario Spedicato, partecipando con interventi orali e scritti alle attività culturali societarie. La Società di Storia Patria gli ha dedicato nel 2020 un volume di studi per i suoi ottant’anni, dal titolo suggestivo Dalla rupe di Leuca alle scogliere di Dover. In onore del viaggio di Francesco De Paola. L’ultimo suo impegno è stata l’organizzazione del volume che la Società di Storia Patria ha dedicato all’amico di tante iniziative Donato Minonni La mano e l’intelletto. Proprio la sera della presentazione di questo volume, 18 febbraio,Franco ha lasciato, con un discorso molto bello,a tratti poetico,la testimonianza più viva di sé.
sabato 4 marzo 2023
Vince la Schlein. Perde il Pd
Mi sono ripreso in mano in questi giorni, successivi alla vittoria di Elly Schlein alla segreteria politica del Pd (26 febbraio), un po’ di manuali di politica, a partire dal Principe del Machiavelli per capire quanto è successo in quel partito e perché. Ho iniziato dallo sconfitto Stefano Bonaccini, che aveva vinto agevolmente le primarie riservate agli iscritti del Pd, per poi perderle nel turno successivo.
Dice il Machiavelli che “i profeti armati vinsono, quelli disarmati ruinorno”, cioè, per dirlo alla buona, chi ha attrezzi per fare riesce bene nelle imprese, chi non ce li ha fallisce. Il fatto è che Bonaccini, altro che attrezzi! È attrezzatissimo e lo ha dimostrato in anni di impegno politico alla Regione Emilia-Romagna e alla guida della conferenza delle regioni. Per il Pd era lui il nuovo segretario, sua la guida della sinistra italiana. Per lo meno della sinistra governativa, quella abituata a pensare e ad operare nelle istituzioni e per le istituzioni. Altra cosa è la sinistra radicale, ribellistica, sguaiata, la Lumpenlink, che vorrebbe una società in cui vige la legge di Semiramide: ciò che piace è lecito; quella sinistra che poi si fa a pezzi quando vota.
Facendo i conti col Pd – e con chi sennò? – l’ascesa di Bonaccini al vertice del partito era più che scontata. È accaduto, invece, che nelle primarie universali, quelle a cui possono andare a votare tutti gli elettori, piddini e non piddini, italiani e stranieri, la Schlein, come si dice?, ha rovesciato le urne prendendo la maggioranza dei voti, assicurandosi il vertice di un partito, a cui aveva aderito da pochi mesi. È di tutta evidenza che lo scarto di voti in più è costituito sì da persone fisiche ma non da persone politiche appartenenti a quel partito, persone cioè estranee.
A votare la Schlein sono stati sicuramente piddini non iscritti, elettori simpatizzanti, ma anche chi aveva interesse a deviare il corso delle cose. Chi? Elencarli, è superfluo. Ma è lecito chiedersi da dove viene tutta questa gente che ha dato l’assalto alla fortezza. Certamente da ogni variazione di sinistra e soprattutto da quelle zone della sinistra dei centri sociali, da quelli che ancora si sentono e si dicono comunisti, forse anche da qualche mattacchione di destra, che ha voluto burlarsi del Pd contribuendo a far vincere la candidata a suo pensamento più esplosiva per le sorti nefaste di quel partito. Peccato che Bersani, abile inventore di icastiche metafore, non sia riuscito ancora a trovarne una per spiegare il fenomeno.
Se questo non è un autentico colpo di stato, gli esperti politici del Pd dovrebbero spiegare cos’è, senza fare ricorso ad una nuova concezione della democrazia, alla carlona, fluida, fatta di cervellotiche aperture, secondo cui è un bene che ogni prepotente, ogni irresponsabile, ogni intrigante, possa andare a comandare in casa d’altri o, peggio ancora, creare casini. Dovrebbero spiegare soprattutto come e perché un gruppo dirigente si sia lasciato dirigere da “sconosciuti”.
Il peggio è, infatti, che le avvenute seconde primarie, quelle di ritorno, per usare un linguaggio calcistico, con le reti segnate in trasferta che valgono il doppio, sono avvenute senza regole certe, senza controlli, forse anche per aumentare il numero dei partecipanti ed evitare di dover ammettere un mortificante flop del partito. La Schlein ha spopolato nelle grandi città, dove numerosi erano i gazebo per votare. Quanti sono stati quelli che se li sono girati tutti e hanno votato tutti per la Schlein? Altro che il doppio! Qui si tratta di voto plurimo.
Sono in grado i responsabili del Pd di dirlo? Parlano di flussi. Ma quali flussi? Veramente si può pensare che tante persone che all’andata hanno votato Bonaccini al ritorno hanno preferito la Schlein? Anche a voler considerare che quelli che avevano votato per la De Micheli o per Cuperlo abbiano poi votato per la Schlein i conti non tornano. Si fosse verificato un fulmine mille volte più forte di quello che gettò da cavallo Saul sulla strada di Damasco non avrebbe provocato quell’effetto. A votare la Schlein al secondo turno sono stati altri, i sopraggiunti, gli intrusi.
Qualche iscritto al Pd ha giustamente fatto rilevare che non sta né in cielo né in terra che uno paghi regolarmente una tessera ogni anno per i bisogni del partito e abbia gli stessi diritti di chi invece non si sa chi sia e per quale motivo voti.
Già il fatto che il partito si sia aperto a tutti gli iscritti andando a trovarli nei paesi di loro residenza per farli partecipare a questa sorta di congresso diffuso è discutibile se raffrontato ai congressi sezionali di una volta, dove prima c’era un vero confronto di idee e posizioni e dopo si votava. Ma si può anche capirne lo spirito: esporre al pubblico più vasto e all’aperto un dibattito che prima si svolgeva nel privato e nel chiuso delle sezioni. Ma se si pensa al dibattito, dove sta?, se tutto si esaurisce in un voto nel corso di una passeggiata al centro, non politico ma urbano, di un paese o di una città?
La democrazia “disarmata” del Pd, che ha certificato la “ruina” di Bonaccini, ha dimostrato che i profeti non solo devono essere armati, ma saper essere “volpi e lioni”. La Schlein lo è stata. Il Pd, più che forse, è stato una farsa.
sabato 25 febbraio 2023
Dopo i fatti di Firenze. Senza pacificazione non c'è pace
Spesso mi sento chiedere, ancora oggi, non più da studenti ma da amici coi quali mi trovo a conversare perché quando a compiere una violenza o un sopruso sono i giovani di sinistra ai danni di quelli di destra tutto scivola via senza code e discussioni, mentre, a parti rovesciate, succede il finimondo e viene coinvolto perfino il governo nazionale, che ora è di destra.
Accadde or non è molto che all’Università La Sapienza di Roma gli studenti di sinistra impedirono a quelli di destra di tenere una conferenza regolarmente autorizzata. Si misero davanti all’ingresso e non li fecero entrare. Dovette intervenire la polizia col volo qua e là di qualche manganellata per evitare che accadessero incidenti peggiori. Intervistata da un giornalista, nel corso di un telegiornale della Rai, una ragazza di sinistra disse papale papale che quelli di destra sono fascisti e che pertanto non hanno diritto di parola. Proprio così! E furono criticati quei poliziotti che avevano agitato i manganelli, non gli studenti che avevano compiuto un sopruso. Solo alcuni giorni fa giovani di sinistra, anarchici e centri sociali, in corteo inneggiavano alle foibe e sventolavano la bandiera iugoslava, senza che si sia tinta carta.
Ora, qualche giorno fa, è accaduto che un gruppo di giovani di destra ha aggredito nei pressi di un liceo, il Leonardo da Vinci, a Firenze, alcuni giovani di sinistra, dopo che questi avevano impedito a dei ragazzi di destra di fare volantinaggio, una rissa insomma. È accaduto il finimondo. Subito è scattata l’operazione “Resistenza”. Accuse al governo di non aver condannato pubblicamente l’episodio; accuse alla Meloni in persona, quale leader del partito a cui i ragazzi di destra appartengono, di non essere intervenuta per stigmatizzare il comportamento dei suoi. La preside del liceo in questione, la prof.ssa Annalisa Savino, già nota per essere del Pd, ha scritto una lettera agli studenti per invitarli a non compiere azioni violente, con allusioni al governo in carica della nazione, e per dire una colossale minchiata, e cioè che il fascismo è iniziato con qualche scazzottata su qualche marciapiede cittadino. E poi ci lamentiamo che i ragazzi non conoscono la storia! Esponenti del Pd hanno chiesto al ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara di dimettersi per aver, questi, invitato la preside dall’astenersi da iniziative “improprie e strumentali che esprimono una politicizzazione che [non deve avere] più posto nelle scuole”. La preside, fra l’altro, nella sua lettera aveva scritto: “Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome”. Quale, prof.ssa Savino? Il Pd sta valutando l’ipotesi di sfiduciare il ministro.
La sinistra, dopo essere insorta contro i fatti accaduti nei pressi del liceo, ha fatto tifo da stadio per questa preside, diventata un’eroina, una che avrebbe potuto insidiare l’elezione del nuovo segretario del Pd se solo l’accaduto si fosse verificato qualche settimana prima. Ma c’è da credere che alle prossime elezioni, magari alle prossime Europee, non le toglierà nessuno una candidatura, ovvero una “nominata”.
La ragione di tanta disparità di conseguenze è sempre la stessa. La Repubblica Italiana è nata dalla Resistenza, dunque per coloro i quali in essa non sono riconducibili non ci può essere parità di trattamento. Possono avere mille ragioni nel merito, hanno sempre torto Costituzione alla mano. Non sono italiani, sono italioti, come nell’antica Sparta gli iloti, che erano i sottomessi. In virtù di tale classificazione, in un diverbio fra un giovane di destra e uno di sinistra, ha sempre ragione quest’ultimo, a prescindere. Quello di destra, infatti, non gode degli stessi diritti costituzionali. La verità, purtroppo, è questa, ed è proclamata ad ogni piè sospinto senza neppure un minimo di pudore, neppure da parte di pseudogiuristi che la teorizzano.
Poteva e doveva cambiare qualcosa con la vittoria della destra alle ultime elezioni politiche e l’ascesa al potere di Giorgia Meloni, la quale predica da anni la pacificazione nazionale. Purtroppo non è cambiato niente, anzi gli animi di sinistra sono ancor più esacerbati per la perdita del potere. Quelli di destra, e non parlo dei soli giovani, che per anni ed anni si sono sentiti dei sopravvissuti in territorio nemico, esclusi e discriminati, ora che sono al potere sono indicati dai perdenti della sinistra come degli usurpatori dai quali liberarsi con una strenua lotta di resistenza. Sono come coloro che credono che la propria casa sia finita in mano a degli intrusi. È questo che non scende giù a quelli di sinistra. I quali non hanno ancora realizzato che in un paese democratico non ci sono legittimi e abusivi, tutti i cittadini sono uguali, con le loro storie, le loro culture, le loro aspirazioni, i loro diritti e i loro doveri. L’aver perso una guerra civile, settantotto anni fa, non può comportare la perdita della piena cittadinanza. Finché non si giunge ad una vera e condivisa pacificazione, ad una autentica uguaglianza, si continuerà sempre con le ingiustizie e coi soprusi di una parte sull’altra.
domenica 19 febbraio 2023
Vaffanculisti e malestanti
Se non fosse estremamente volgare coinvolgere parti anatomiche, che peraltro oggi sono diventate di moda, Fedez e Rosa Chemical docent, si potrebbe dire che i vaffanculisti di Grillo, votati a mutar le sorti dei malestanti italici, hanno mantenuto le promesse. Ci hanno lasciato due bei c.i.c.. Lo scioglimento dell’acrostico non richiede molta fantasia se il suo significato è due grossi problemi, che il linguaggio popolare rende coloriti da par suo: il reddito di cittadinanza e il superbonus del 110%. Si può solo dire in loro difesa che sono stati due tentativi di migliorare le condizioni dei cittadini, fatti cioè in miglior fede.
Il governo Meloni si troverà fra non molto a malpartito, perché l’abrogazione dei due provvedimenti, fiori all’occhiello del M5S, assolutamente da abrogare per non portare al fallimento il Paese, provocherà pericolosi scossoni sociali, che non si sa come andranno a finire.
Ecco cosa succede se al governo arrivano gli scappati di casa! I rancorosi che pensano che mentre lorsignori mangiano e si abbuffano, loro sono a stecchetto. È la filosofia che nelle corti medievali veniva espressa sotto forma di scherzo e burla dai buffoni. Ma se allora aveva un fondamento, perché i ceti erano chiusi entro mura invalicabili, e chi stava bene continuava a star bene e chi stava male continuava a star male, oggi è una distorsione mentale perché i lorsignori invidiati siamo noi, tutti gli italiani, normalissimi cittadini che vivono del loro lavoro o della pensione dopo una vita di lavoro. La causa deriva dai due suriferiti provvedimenti del governo cosiddetto gialloverde, i cui responsabili erano convinti che allo Stato per trasformare i malestanti in benestanti bastava che attingesse con ambedue le braccia nella cofana dei soldi per distribuirli indiscriminatamente come coriandoli di carnevale, così, a chi acchiappa-acchiappa.
Se il reddito di cittadinanza aveva una ragione condivisibile, che era di andare incontro agli invalidi e ai senza lavoro che non avevano di che mantenere la famiglia, il superbonus del 110% ha messo tutti nella stessa distribuzione di denaro, poveri e ricchi, soprattutto i ricchi, che coi soldi dello Stato si sono ristrutturati palazzi e ville. Il 10 % in più di quanto speso e fatturato? Da non credere, troppa grazia Sant’Antonio!
Le conseguenze le abbiamo viste sia per il reddito di cittadinanza, sia per il superbonus. Famiglie che si sono spacchettate per la moltiplicazione del reddito, lavoratori che prima si davano a qualsiasi mestiere pur di guadagnarsi la giornata dopo hanno preferito stare in panciolle o lavorare in nero, malviventi e mafiosi che hanno giustificato il loro ozio coi soldi del reddito, cittadini stranieri che col reddito italiano sono tornati nei loro paesi dove, grazie ad un tenore di vita diverso, vivono benissimo. Peggio col superbonus, con ristrutturazioni edilizie false o vere ma, per la facilità e la generosità dell’elargizione statale, i prezzi dei materiali si sono gonfiati all’inverosimile, fino a spendere quattro o cinque volte di più nella normalità precedente.
I loro difensori, gli ex vaffanculisti del M5S, dicono che il Paese ne ha beneficiato, perché il reddito ha salvato un milione di persone dalla povertà assoluta durante il Covid e che il superbonus ha prodotto miliardi di Pil. È comprensibile che essi si difendano, ma non è tollerabile che insistano a voler conservare due provvedimenti fallimentari. Per il reddito è necessario trovare il modo di ricondurre la misura entro i criteri del provvedimento: sostenere, magari anche in maniera più sostanziosa, chi ha veramente bisogno e far tornare al lavoro, quello che c’è non quello che si desidera avere, le migliaia e migliaia di persone che in questi ultimi tre anni hanno trovato nel reddito un comodo escamotage per non lavorare e vivere a sbafo.
Oggi il governo ci dice che rischiamo di tagliare la spesa sociale e che ogni cittadino italiano, da 0 anni in poi, ha un debito di 2000 euro ciascuno; il che vuol dire che, statistiche permettendo, tutto graverà sui cittadini in età e in grado di lavorare e produrre.
Ma il danno non si ferma a questo, è che migliaia di aziende edili, che hanno già avviato i lavori e sono in corso, aspettando di avere i soldi, non potendoli più avere, finiscono alla rovina. La conseguenza è che ci saranno migliaia e migliaia di lavoratori sul lastrico e disoccupati. Nel frattempo i prezzi dei materiali sono insostenibili e difficilmente si potrà tornare nell’immediato ad un mercato conveniente. Così, uno dei settori più importanti dell’economia, l’edilizia, rischia una crisi dalle imprevedibili conseguenze. Per favore, chiamiamo i dottori!
domenica 12 febbraio 2023
La Sinistra stravince a Sanremo ed è Resistenza
Come si sa la destra ha vinto le elezioni politiche nel settembre del 2022 ed è al governo. Il primo con una donna alla presidenza, il primo per la destra postfascista, dannata per settantasette anni, cinque generazioni. Le varie componenti di sinistra, che per tutta la campagna elettorale si erano guardate bene dal dare del fascista alla Meloni, il giorno dopo le elezioni hanno incominciato la resistenza come se a vincere fosse stato il fascismo. Si sono svegliati tutti, dagli studenti, che sono tornati ad occupare le università, agli anarchici, che non vogliono stare in galera ma pretendono di tornare liberi per compiere le stesse gesta criminose per le quali erano stati condannati, ovvero gambizzazioni e attentati dinamitardi, alle varie sinistre, parlamentari e non.
Come si sa, la sinistra dell’opposizione, poco oltre quattro mesi dopo, ha spopolato al Festival di Sanremo, stravincendo le elezioni festivagliole di quest’anno. La differenza è che la destra, accusata da sempre di golpismo, ha vinto coi voti; la sinistra, osannata da sempre per la sua democrazia, ha vinto con un autentico golpe. Bontà della storia, che macina tutto e tutto trasforma da così a così, come si passa dal palmo al dorso della mano. In Italia succede pure che chi è al potere subisca vessazioni da chi è all’opposizione. Si dirà: è la resistenza che è tornata col “fascismo” al potere. Così l’Italia della Meloni è stata mortificata dall’Italia di “Benigni & Amadeus” e compagnia cantando. I vertici della Rai, che sono rimasti immutati, nonostante il cambio di governo, gongolano per gli ascolti ottenuti e per i soldi degli sponsor, ma neppure tanto sotto-sotto per il colpo assestato al governo Meloni.
Uno dei punti cardine della destra, il passaggio dell’Italia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale o semipresidenziale, dopo Sanremo, sembra si sia allontanato, al cospetto del presidente Mattarella, che, per la prima volta nella storia del Festival, ha voluto presenziare dal suo palco d’onore, nel combinato disposto di un Benigni, giullare in spolvero, magnificatore della Costituzione italiana, a suo dire un’opera d’arte da custodire sotto vetro infrangibile come la Gioconda di Leonardo. Capita l’antifona? Guai a chi la tocca!
Milioni di poveri italiani non s’aspettavano tanti insulti oltraggiosi tutti racchiusi in cinque giorni, costretti a inorridire di fronte a performance di depravati in lordissime esibizioni. Questi signori esistono e dunque che esistano! Vengano difesi ogni volta che qualcuno manchi loro di rispetto! Ma se si pongono come modelli da imitare, allora, il discorso è diverso: il governo del Paese deve garantire con la salute fisica dei cittadini anche quella mentale e morale. In Italia non si può essere in maniera maniacale solo antimafia e antifascismo. Occorre combattere anche ogni pericolosa devianza da altri importanti mali che colpiscono l’individuo e la società. No allo Stato etico? Ma no anche allo Stato maleducante!
C’è una dittatura in Italia, che trova baldanzosa arroganza nelle parole del conducator Amadeus: se a Salvini non piace lo spettacolo, cambi canale! Un’imposizione che ovviamente vale anche per i milioni di italiani costretti alla brodaglia sanremese. Come se il problema per un cittadino che tiene al suo Paese, alla sua crescita politica culturale economica, si esaurisse nella disponibilità di qualche altro canale televisivo per soddisfare i propri gusti. Come se la democrazia fosse solo una questione di canali televisivi, pur importanti nella loro pluralità. I cittadini italiani tutti hanno diritto a godersi il festival di Sanremo nel rispetto di tutte le culture e tutte le sensibilità, senza prepotenze travestite da forme e toni melliflui di individui ingozzati di presunte libertà costituzionali. La droga, fino a prova contraria, è illegale. Gli atti osceni in luogo pubblico per la legge sono reato, sia che li compia Rocco Siffredi sia che li compia Rosa Chemical con Fedez.
Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche proponendo un’idea di nazione che non può essere in alcun modo quella che si vede ogni giorno, nelle mille storture che angustiano gli italiani. Contro di esse non basterebbero quattro o cinque legislature per mettere rimedio, posto che fosse possibile. Ma quando si ha a che fare con delle centrali, come scuola e sanità, dalle quali irradiano messaggi che possono essere costruttivi o devastanti sul piano dell’educazione e della salute, non solo è possibile ma è anche doveroso intervenire. Se no, non si capisce per che cosa il popolo italiano ha votato in un modo e non in un altro. Se votare ha un senso!
domenica 5 febbraio 2023
Caso Cospito: la Meloni si difende e attacca
Martedì, 31 gennaio, alla Camera dei Deputati, l’On. Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia sferrava un durissimo attacco al Pd, accusando quattro parlamentari di questo partito di aver fatto visita in carcere al detenuto in regime di 41 bis l’anarchico Alfredo Cospito, condannato per atti di terrorismo. Si tratta dei deputati Deborah Serracchiani, Andrea Orlando, Silvio Lai e del senatore Walter Verini. Essi, secondo l’accusa, lo avrebbero incoraggiato a continuare la sua battaglia contro il carcere duro, dandogli ad intendere che poteva farcela. Cospito avrebbe invitato i quattro parlamentari a parlare prima con alcuni detenuti mafiosi anch’essi reclusi al 41 bis. Cosa che i parlamentari Dem avrebbero fatto.
Donzelli, nella circostanza, rivelava che durante l’ora d’aria in carcere il Cospito si era visto con alcuni mafiosi dai quali veniva incoraggiato a non mollare nei suoi propositi. Il triangolo sillogistico era perfetto: Cospito è contro il 41 bis, i mafiosi sono contro il 41 bis, dunque Cospito e mafiosi sono alleati. Siccome in favore di Cospito vanno i parlamentari del Pd, da sempre indulgenti nei confronti dei “compagni che sbagliano”, il triangolo si chiude e si rafforza: Cospito = Pd = Mafia. Ma come capita a certi sillogismi, anche questo risulta difettoso, per le premesse sbagliate, perché il Pd non può essere associato alla Mafia e la Mafia non può essere associata al terrorismo anarchico. Sarebbe come dire che se tutti i gatti hanno i baffi e la nonna ha i baffi la nonna è un gatto. Chi è convinto di queste assurde associazioni farebbe bene a rivolgersi quanto prima ad un neurologo d’eccellenza, perché qualcosa non gli gira bene in testa; ma se i Dem questo hanno fatto sembrare incautamente allora anche loro dovrebbero scegliersi un reparto di neurologia.
Gli errori politici compiuti sia dai rappresentanti di FdI sia dai Dem sono pacchiani e mettono in difficoltà sia il governo sia il Pd. Donzelli, che oltre ad essere coordinatore nazionale di FdI è anche vice-presidente al Copasir (servizi segreti), ha affermato di aver ricevuto le notizie, poi sparate in Parlamento, dal suo compagno di partito On. Andrea Delmastro, Sottosegretario alla Giustizia, il quale ne era venuto a conoscenza grazie alla sua carica governativa. Averle utilizzate per attaccare gli avversari politici costituisce, per il politicamente corretto, un abuso istituzionale. I Dem, da parte loro, hanno sbagliato, perché, nell’infuriare della spinosa questione Cospito, con attentati e manifestazioni che si susseguono in Italia, in Europa e nel mondo contro le nostre sedi istituzionali, sono andati a visitare il terrorista detenuto e “obbligati” a parlare prima coi mafiosi, dando così l’impressione di voler rivedere il carcere duro. Era il caso?
Cospito, già graziato nel 1991 dall’allora presidente Cossiga, non solo non si è mai pentito, ma ha continuato a delinquere, gambizzando l’ing. Roberto Adinolfi dell’Ansaldo Nucleare e collocando due bombe all’edificio che ospita la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, mentre continua a compiacersi di quello che ha fatto e a dire di voler combattere lo Stato assassino. Osservatori non sospettabili di amicizia con FdI, come Paolo Mieli o Marco Travaglio, hanno riconosciuto che la posizione del Pd sul caso Cospito e 41 bis non è chiara. Per un verso i Dem ribadiscono la giustezza del provvedimento penale, per un altro cercano una via d’uscita per Cospito. Questi, peraltro, non vuole trattamenti di favore e proclama di battersi per l’abolizione in toto del provvedimento, che, ove cadesse per i tipi come lui, non potrebbe evitare ricadute “liberatorie” su tutti i detenuti in regime di 41 bis. E questo sarebbe uno smacco per lo Stato nella lotta contro la mafia.
Il caso, che si preannunciava come esplosivo fin dall’inizio, rischia di coinvolgere il governo. I Dem, infatti, che hanno chiesto la costituzione di un giurì d’onore e minacciato querele, stanno speculando sulla questione della correttezza istituzionale per attaccare Giorgia Meloni e i FdI in generale, i quali nell’occasione avrebbero tradito la loro natura di postfascisti. La presidente Meloni, che, per essere in missione all’estero, ha taciuto per un po’ di giorni, ha poi scritto una lettera al “Corriere della Sera” (5 febbraio), dicendo che non ci sono i presupposti perché Delmastro si dimetta da sottosegretario e, pur invitando tutti ad un confronto più pacato, ha difeso con fermezza il partito, ricordando ai Dem tutte le volte che in passato, quando lei era all’opposizione, hanno usato contro di lei e contro il suo partito toni irrispettosi con accuse incredibili. La presa di posizione della leader di FdI, attesa e quasi invocata dalle opposizioni, probabilmente rinfocolerà l’incendio che si è sviluppato e potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Ma intanto, la Meloni si è comportata da vero capo.
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