giovedì 16 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



12. Lunedì, 23 marzo. La situazione: giornata fredda e ventosa, particolarmente avvertita perché giunge dopo un lungo periodo di clima mite e assolato. Dagli ultimi “bollettini di guerra” pare che i contagi siano diminuiti rispetto al giorno precedente. Così il “Corriere della Sera”: “Meno contagi e morti”. Italia: 59.138 casi, 46.638 positivi, 7.024 guariti, 5.476 deceduti. Puglia: 748 positivi, 7 guariti, 31 deceduti.

A Milano, in Piazza S. Sepolcro, fondazione dei Fasci di Combattimento, esattamente un secolo e un anno fa. Non si era ancora usciti dall’epidemia spagnola. Ma l’ambiente politico e culturale era in subbuglio. Oggi a Milano si combatte contro il coronavirus.
  
Invio alla “Gazzetta del Mezzogiorno” quest’articolo, che ritengo utile ai lettori che spesso se la prendono coi giornali per gli eccessi dell’informazione.

L’informazione al tempo delle epidemie

Nel corso di questo disgraziato mese di epidemia da Coronavirus ci sono state critiche nei confronti della stampa, che avrebbe spaventato i cittadini e danneggiato l’economia del Paese. E’ accaduto specialmente agli inizi, quando ancora si stentava a capire la gravità della situazione, ora non più o di meno. Hanno risposto con lettere garbate e puntuali i direttori dei giornali e i curatori delle rubriche delle lettere, spiegando l’importanza dell’informazione pubblica specialmente in determinate circostanze, come nel caso dell’esplodere di un’epidemia.
Per rendersi conto di quanto sia importante l’informazione, soprattutto nei momenti di crisi, un termine di paragone ce l’abbiamo, è la famigerata Spagnola. Questa febbre influenzale fu così detta perché a parlarne per diverso tempo fu solo la stampa spagnola, dato che la Spagna non era paese belligerante e godeva di maggiori libertà che non i tanti altri paesi europei impegnati nel conflitto della Grande Guerra. L’Italia fra di essi. I governi di questi paesi avevano fin dall’inizio esercitato una forte censura sulla stampa, tollerando solo brevi note generiche e nascondendo la vera causa della morte di tante persone, perfino di personaggi importanti, per paura che si diffondesse con l’epidemia anche il panico e che la situazione, così posta, compromettesse l’esito della guerra. I giornali ad un certo punto, quando ormai l’epidemia aveva raggiunto picchi di decessi spaventosi, tra l’ottobe e il novembre del 1918, reclamarono alle autorità – all’epoca la sanità era competenza del Ministero degli Interni – maggiore libertà d’informazione, anche per suggerire ai cittadini comportamenti appropriati.
Su “La Tribuna” di Roma del 14 ottobre 1918, il direttore riprendeva la lettera di un lettore e in proposito scriveva: “Qualche giornale ha reclamato per esempio che l’Ufficio d’Igiene pubblichi ogni giorno il bollettino sanitario con tutte le notizie di fatto inerenti; e ciò noi pure riteniamo necessario, indispensabile, perché – volere o non volere – siamo in presenza di epidemia bella e buona e la popolazione ha il diritto di sapere, di conoscere l’andamento di questa malattia (comunque si voglia chiamarla e qualificarla) per potersi regolare in conformità, pensando ai casi propri. Qui la guerra non ha niente a che vedere: non vi sono allarmi da destare, né altri timori puerili da incutere spavento: qui è necessario soltanto di esporre intiera la verità, perché la verità educa, insegna, dirige, suggerisce, rettifica, e spaventa meno delle reticenze le quali invece lasciano il campo aperto a tante ciarle ridicole e che possono allarmare molto di più. Dunque, invochiamo noi pure la pubblicazione del Bollettino ufficiale della presente malattia, pubblicato a cura dell’Ufficio di Igiene”.
La ebbe vinta la stampa, perché da quel momento, giornalmente, l’Ufficio d’Igiene comunicò ai giornali il numero dei malati e dei decessi, ripresi puntualmente e pubblicati.
Quanto fece l’informazione in quella triste vicenda, considerando i tempi e i mezzi, fu di notevole importanza e contribuì non poco a tenere insieme un paese che rischiava di esplodere per i tanti problemi sia sul fronte di guerra che sul fronte interno, dove crescevano i malumori e le proteste, come recenti ricerche d’archivio hanno dimostrato.
Oggi, in situazioni non paragonabili a quelle di un secolo fa, la stampa sta dimostrando assoluta correttezza, non solo per quanto riguarda lo specifico dell’epidemia, con la pubblicazione di cartine, grafici e dati, quotidianamente aggiornati, ma anche per la ricchezza e la varietà dei servizi. Certo, non sono mancate finora alcune sbavature, dagli stessi giornali evidenziate; ma, in situazioni simili, anche a causa delle incertezze politiche, sono inevitabili.
La funzione della stampa cartacea in particolare è di completamento e anche di approfondimento dell’informazione televisiva. Offre opportunità di conoscenza di tanti aspetti della malattia e  attraverso servizi e interviste di scienziati e personaggi, politici, della cultura, della chiesa, dello sport e dello spettacolo, si propone come un sostegno cognitivo e psicologico. Che, come ben si sa, nelle tragedie, personali o collettive, è importante e serve, se non a risolvere problemi specifici, demandati evidentemente ad altri, a rendere più realisticamente accettabile la situazione.

domenica 12 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



Domenica, 22 marzo 2020. La situazione: sul fronte del coronavirus registriamo: in Italia: 53.578 casi totali, 42.681 attualmente positivi, 6.072 guariti e 4.825 deceduti. Rispetto al giorno precedente ci sono 6.557 casi in più, 4.821 attualmente positivi in più, 943 guariti, 793 deceduti.
In Puglia il Prof. Lopalco, Commissario nominato dal Governatore Emiliano a fronteggiare l’epidemia, dice che la crescita non è esponenziale. Rispetto al giorno precedente si registrano: 642 positivi (+ 91), 4 guariti (come il giorno prima), 29 deceduti (+ 3). 

Stamattina a Taurisano né morti né vivi. Cimitero chiuso e per tutto il percorso per raggiungere l’edicola non ho visto persona viva in giro. Perfino l’Eurospin è chiuso. Siamo passati dal venite da qualunque posto siate, vi accogliamo, perché qui si vive, allo statevene tutti a casa, chiunque voi siate, perché qui si muore. 

La prima pagina del “Corriere della Sera” mostra il piazzale davanti ad un supermercato a Prato: uno spettacolo surreale: centinaia di persone distanziate e schierate in attesa di entrare a fare la spesa. Qualcosa del genere su scala minore, ma non meno inquietante, l’ho vissuta io stando in attesa nei pressi dell’Ufficio Postale.

Non avevano ragione quelli che svuotarono gli scaffali appena si seppe del diffondersi dell’epidemia? Come si fa a fare la spesa in condizioni simili? E con le mascherine? Servono non servono, sono obbligatorie, sono solo consigliabili. Ora si parla di caccia a 130 milioni di mascherine al mese. In queste situazioni non c’è che affidarsi al Signore. Chi ci crede, naturalmente!

Circola in rete una poesia della poetessa e scrittrice Mariangela Gualtieri “Nove marzo duemilaventi”. Inizia: “Questo ti voglio dire / ci dovevamo fermare. / Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti / ch’era troppo furioso / il nostro fare. Stare dentro le cose. / Tutti fuori di noi”; poi più oltre: “E’ portentoso quello che succede. / E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. / Forse ci sono doni. / Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo”; e conclude: “Adesso lo sappiamo quanto è triste / stare lontani un metro”. Parole semplici che riassumono motivi diffusi di consapevolezza, di sentimenti, di necessità spirituali, di perdite di valori che l’emergenza virus ci sta facendo recuperare. Chi mai si era accorto prima che è così triste dover stare distanti almeno un metro l’uno dall’altro? Succede sempre che non si dà il giusto valore a quello che si ha, spesso neppure ci si accorge di averlo; e si valuta il valore solo quando lo si perde o si rischia di perderlo.

Tra gli autori della letteratura più gettonati in questi giorni del coronavirus ci sono Leopardi, Boccaccio, Manzoni, Camus. Tutti, tranne Leopardi, citato per altre tematiche, grandi narratori di epidemie.
Su “La Lettura”, il settimanale di cultura del Corsera si legge un’interessante conversazione tra Antonio Prete (leopardista), Simona Argentieri (psicoanalista), Eugenio Borgna (psichiatra), Lamberto Maffei (medico e scienziato), Salvatore Natoli (filosofo), coordinati da Paolo Di Stefano, sugli effetti antropologici del coronavirus. Dicono tutti cose molto interessanti.
Antonio Prete: “In molti testi Leopardi riflette sul rapporto con la natura e sulla condizione di sofferenza costitutiva dell’uomo […]. La ginestra mostra che nel movimento dell’universo sta dentro anche l’uomo”. 
Simona Argentieri si dice d’accordo con chi afferma che c’è “bisogno di un processo «sequenziale» a tappe, per rendersi conto di ciò che sta davvero accadendo nel mondo. Tutto in una volta non era possibile contenerlo nella mente, a livello cognitivo ed emotivo; scatenava troppa angoscia. […] Solo progressivamente stiamo diventando consapevoli della portata di questo evento, delle sue conseguenze e della cause remote”.
Eugenio Borgna puntualizza la condizione umana di fragilità, che “ha sempre fatto parte della nostra vita, ma rimane nascosta, è ritenuta inutile. Non tutti ce ne accorgiamo di essere fragili, cerchiamo di ignorare o di sottovalutare la debolezza come handicap dal quale rifuggire”.
Lamberto Maffei mette in rapporto l’epidemia con la rivoluzione digitale in corso per evidenziare la discontinuità: “Il passaggio di mentalità verso la rivoluzione digitale era stato già abbastanza stressante, perché ci si era dovuti adattare a percorsi più veloci. Siamo precipitati in una situazione opposta, che ciascuno di noi deve affrontare a suo modo. […]. Si potrebbe dire che per alcuni si tratta proprio di un’apocalisse che può causare depressione o disperazione. […] il «non poter più fare» può presentarsi come una catastrofe”.  
Salvatore Natoli è sulla stessa lunghezza d’onda: “Quando il tempo scorre nelle sue forme ordinarie e automatiche, si insinua il rischio di vivere senza pensare. In una società, come quella contemporanea, programmata per scadenze e ritmi, l’uomo è condotto da volontà esterne, non da altre persone ma da una macchina impersonale, la stessa macchina che oggi, nell’emergenza, stiamo riadattando come possibilità di comunicazione eccezionale rispetto alla regola”. Interessante la sua battuta finale: “Ho notato che quando si è presi da un pericolo vicino, sparisce la preoccupazione per gli altri: dov’è la Siria? Dov’è la Turchia? Dov’è finita la disperazione dei migranti? Siamo cresciuti su un fantasma falso, strumentalizzando quelle morti nel bene e nel male, e adesso è tutto sparito. David Hume dice che preferiamo la distruzione del mondo a un graffio sul nostro dito…”.                                                                                                                 

Questa dello studioso americano David Quammen è davvero sorprendente: in un suo libro del 2012, in Italia uscito da Adelphi nel 2014, intitolato Spillover, citato da Paolo Giordano in un suo articolo, La matematica del contagio, apparso su Corsera del 25 febbraio, porta avanti una sua tesi, che riprendo da “La Lettura”. Dice Quammen: “Tutto ha un’origine: i nuovi virus diffusi nella popolazione umana provengono da animali selvatici. Gli ecosistemi terrestri ospitano numerose specie animali, ognuna delle quali è portatrice di patogeni unici e peculiari. Nel momento in cui si distruggono le foreste per ottenere legname o ricavare metalli, oppure si uccidono centinaia di specie per uso alimentare o per immetterle sul mercato, si espone il genere umano a tutti questi virus: offriamo cioè loro l’opportunità di trasferirsi dagli ospiti animali alla nostra specie. Negli ultimi decenni queste attività sono aumentate in maniera esponenziale; tutto ciò ha rotto l’equilibrio dell’ecosistema e interferito prepotentemente con quello della vita animale. Come se non bastasse la popolazione umana è aumentata fino agli attuali 7,7 miliardi: è una polveriera se si considera anche la facilità di movimento di un mondo globalizzato. Tutti questi fattori hanno contribuito ad aumentare il rischio di frequenti spillover, ossia invasioni di nuovi virus nella nostra società”.
La lezione è chiara. Lo studioso conclude: “E’ giunto il momento di ritrovare l’umiltà e capire come trattare con il massimo rispetto il resto del mondo vivente”.

Io credo che Quammen abbia detto la sacrosanta verità. Io stesso, si parva licet, posso testimoniare. Un po’ di anni fa a Taurisano fu distrutta un’area piena di alberi da frutta e una campagna per lo più lasciata incolta per molti anni con un trullo diroccato e con pochi scheletrici ulivi e fichi centenari per far posto alla costruzione di un supermercato. Soprattutto la campagna era ricettacolo di animali, lucertole, gechi, topi, serpenti, ragni, che tra i rovi e le immondizie avevano il loro regno. Nei successivi due-tre anni gli animali, sloggiati dal loro habitat, finirono nei giardini vicini, fra cui il mio. Fu una festa per i gatti, che annientarono sistematicamente tutti i “migranti”. Era riuscito a sottrarsi un serpentello nero, che d’inverno se ne andava in letargo per ricomparire d’estate e scomparire poi definitivamente. Ora, è lecito chiedersi: i grandi incendi australiani di questa estate cosa provocheranno nel mondo? E c’è chi si chiede che cosa provocherà nel mondo lo scongelamento dei ghiacciai con la liberazione di specie di insetti estinti da secoli e secoli?
Sembra fantascienza o un racconto horror. Ma, purtroppo, quanto sta accadendo col diffondersi dell’epidemia fa anche questi effetti.

venerdì 10 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



Sabato, 21 marzo. La situazione: nella giornata di ieri, “Mai così tanti morti: 627 in un giorno”. Così titola il “Corriere della Sera” di oggi. Questi i dati che riguardano l’Italia: 47.021 i casi totali, 37.860 gli attualmente positivi, 5.129 guariti, 4.032 i deceduti. In Puglia crescono i contagiati, siamo a 551, 73 più di ieri; 4 guariti e 26 deceduti; invariato il numero dei guariti, aumenta di uno quello dei deceduti. Si potrebbe dire situazione stabile. Ma perché i nostri contagiati non guariscono?

E’ primavera, il clima dice di…bellezza, come nel famoso inno fascista Giovinezza giovinezza; ma la situazione epidemica insiste a farla terribilmente brutta. C’è il sole ma anche una leggera brezza alquanto fastidiosa.

Un’altra giornata di normale epidemia. Ormai siamo entrati nella routine. Se qualche giorno fa stentavamo a realizzare quanto ci stava accadendo, ora non più. Certo, qui nel Salento, stiamo vivendo la crisi meno drammaticamente di quanti si trovano nelle zone più critiche della Lombardia, dove ormai le tragedie famigliari non si contano. Non siamo alla “mamma di Cecilia” del Manzoni, ma si leggono casi e interviste ai famigliari di persone che sono morte senza avere il conforto di nessuna vicinanza, e a volte erano importanti e facoltose. Storie strazianti, che fanno immedesimazione.

A Bergamo file di camion militari trasportano lugubremente altrove le salme per essere cremate o sepolte. Le strutture della città non sono sufficienti. Le epidemie non risparmiano nessuno, livellano come divinità comuniste. Mentre le persone, che fino a ieri erano sacre, che rappresentavano tutta la ricchezza della propria esistenza, papà mamma fratelli sorelle nonni amici, oggi sono quasi motivo burocratico di smaltimento. Non resta che il ricordo.

Lo scrittore Paolo Giordano sul “Corriere della Sera” ha pubblicato un lungo articolo dal titolo “Il virus, il «dopo» e quello che non voglio scordare”, in cui elenca e ragiona tutti gli errori fatti a livello individuale e collettivo. Non inserisce, però, tra gli errori uno che è fondamentale e cioè la migrazione, nel senso che se pure non è un errore, è sicuramente un errore non rimodularla e lasciarla così come l’abbiamo finora subita. Per esempio, che senso ha accentrare in piccoli spazi della Terra masse e masse di persone lasciando disabitate tante altre vastissime parti? Perché svuotare l’Asia, l’Africa e l’America del centro Sud a danno dell’Europa e dell’America del Nord? Si dirà: ma è gente che scappa dalle guerre, dalla miseria, dall’indigenza! Bisogna accoglierli. Bene, anzi male, se accoglierli significa metropoli di dieci, quindici, venti milioni di abitanti, dove la promiscuità e l’affollamento possono essere causa o costituire bacino di infezioni, come sta accadendo in questi ultimi anni.

Intanto il paese è paralizzato. Per di più gli uffici lasciati aperti, come poste e banche, di fatto sono inagibili. La gente, nell’ordine di decine e decine di persone, è sparpagliata nei dintorni degli edifici in attesa di entrare come formiche quando disfi loro la processione. Io sono stato tre volte all’Ufficio Postale per spedire alcune copie di “Presenza” e dopo un’ora, vista la lentezza delle procedure, ho desistito. Ad aggravare la situazione l’Amministrazione delle Poste lascia l’ufficio aperto a giorni alterni, sicché dopo due giorni gli utenti sono aumentati. Certi provvedimenti sono assurdi, tanto contrastano col buon senso.

Il mio vignettista Belfiore per il prossimo numero di “Presenza” vuole fare una maxi vignetta che copra tutta una pagina, mischiando il coronavirus con la sacra corona unita. Avrà sentito l’audio che circola da un po’ di giorni sui social sull’argomento?

martedì 7 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



Venerdì, 20 marzo. La situazione: guardiamo ai dati che più ci riguardano. Fino a ieri, 19 marzo, in Italia ci sono stati 41.035 casi di contagio, 4.440 guariti (10,8%) e 3.405 deceduti (8,29%). In Puglia: contagi 478, guariti 4 (0,83%), decessi 25 (5,23%). Siamo la regione col più alto numero di decessi nel Sud. Solo la Campania ci supera in contagi con 652 casi, 30 guariti e 17 decessi. In Campania c’è un maggior numero di contagiati, ma anche un maggior numero di guariti. Allo stato attuale delle cose solo in Basilicata non ci sono stati finora decessi.
Ma sono credibili questi dati? Gli esperti dicono che molti malati non emergono, che alcuni decessi potrebbero essere avvenuti per altre cause. Anche in questo, cioè in questo triste conteggio, nonostante le tecnologie, non c’è molta differenza con un secolo fa.

Le cose si mettono davvero male, anzi malissimo. Si pensa di impiegare l’esercito per controllare la gente che non è chiusa in casa. Il che significa che non si può neppure andare in banca o alla posta per prendere un po’ di soldi per tutte le quotidiane occorrenze. Sembra che tutto dipenda dalla gente che non resta a casa.

Agli inizi di questa epidemia mi venne di pensare alla spagnola, sulla quale avevo fatto una ricerca per come la stampa dell’epoca ne aveva trattato, e che oggi si sarebbe potuta verificare la stessa cosa in tutto e per tutto. Quando lo dicevo ad altri mi facevano osservare che oggi non potrebbe verificarsi quello che si verificò un secolo fa perché troppe sono le differenze. Invece, giorno dopo giorno, si sta verificando la stessa identica cosa. Perfino gli speculatori sono gli “stessi”. L’azienda IGIENYGEL, attraverso internet, offre una promozione di vendita di dieci confezioni di gel che ormai non si trova più nemmeno nelle farmacie al 96% profumato più due mascherine in omaggio al prezzo promozionale di 59 € iva inclusa. Anche allora si offrivano autentici toccasana contro la febbre per pochi centesimi. Io credo che quanto già accaduto a Bergamo e a Brescia sia, se non simile, molto vicino a quanto provocò la spagnola. Con tutto ciò che oggi ci sono antibiotici, antivirali, una migliore condizione igienica e tante tecnologie mediche che allora non c’erano.

L’editoriale di Dacia Maraini su “7 – Corriere della Sera” del 20 marzo è intitolato “Leggere ti fa volare fuori da una finestra chiusa”. Ma altrettanto si può dire dello scrivere. Da dove sarebbe entrata, se no, la Maraini? Il dover stare in casa porta di più a leggere e a scrivere.
La Maraini dice: “Il coronavirus ha frenato un tempo che correva sempre più velocemente verso l’ignoto: un precipizio? Forse. C’era qualcosa di insensato nel nostro girare forsennato su noi stessi”. Certo, non fa l’elogio del virus, e lo dice; ma non può fare a meno di rimarcare una certa visione della vita piuttosta slabbrata e allegra, soprattutto dei giovani. Molti di loro, in questa drammatica circostanza, sentito che il virus attacca soprattutto gli anziani, “si sono sentiti indenni e hanno pensato di potersi infischiare delle regole e delle raccomandazioni. Lasciamo che i vecchi muoiano, il futuro è nostro e ce lo godiamo!”.  Ha ragione la scrittrice ed è efficace quando cita Brecht: “Mi viene in mente quella piccola leggenda attribuita a Brecht: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché non li approvavo. Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero un comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare»”. Chiaro il senso: e condivisibile!

Le dico come le apprendo. Il Prof. Gianluigi De Gennaro, docente di Chimica dell’Ambiente all’Università di Bari, ha fatto una ricerca per vedere a che cosa sia dovuta l’esplosione dell’epidemia da coronavirus proprio nelle tre regioni più evolute d’Italia ed ha trovato che l’epidemia si lega al tasso di inquinamento, che in quelle regioni è più alto. Ma questo già l’hanno detto i cinesi un po’ di anni fa, ai tempi della Sars.
Sommessamente sono del parere che quando si vuole trovare a tutti costi una spiegazione si può arrivare a certi risultati. Se guardiamo la mappa delle varie regioni italiane troviamo una situazione disomogenea e non sempre spiegabile. Nella Valle d’Aosta, per esempio, che è la più piccola regione italiana e fra le più periferiche, ci sono 215 contagi, nessun guarito e 6 decessi: una situazione assai più grave che in Basilicata, Sardegna, Calabria e Molise
Il fattore umano, ovvero le circostanze d’incontro con persone infette e la centralità dei grandi snodi di comunicazione, resta, a mio modestissimo avviso, la causa prima. Più gente si incontra, proveniente da luoghi diversi, e più cresce il rischio e il diffondfersi del contagio.

Almeno si va a letto con una notizia buona: l’Europa ha sospeso il Patto di stabilità. L’Italia può spendere quanto le è necessario per fare fronte alla crisi provocata dall’epidemia.

Le Ong hanno sospeso il soccorso in mare dei migranti. E’ una notizia, dato che da più giorni la gente si chiedeva incuriosita su che cosa stesse accadendo su quel fronte.

sabato 4 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



Martedì, 17 marzo. Ai semafori stamattina gigantografie contro il coronavirus al posto della solita pubblicità commerciale. IO STO A CASA e ANDRÁ TUTTO BENE sono gli slogan ben leggibili su fondo bianco. Li hanno realizzati alcune aziende del luogo, supermercati per lo più, che hanno messo i loro logo piccoli in basso. Ma c’è anche chi si è voluto fare sic et simpliciter pubblicità come la Infissi Ciullo e la Tecnoplast.

In giro c’erano i camion che pulivano le strade con le spazzole rotatorie. Dicono che il virus che rimane sulle superfici stradali si attacca alle scarpe e prima che sia innocuo passano nove giorni. Qui rasentiamo la follia: saremmo braccati dall’aria e dalla terra, circondati da una minaccia che ci arriva da tutte le parti. Per ora il solo amico che ci resta è il mare. Ma pare che chi ha una seconda casa, a mare appunto, non possa andarci!
Se l’occhiuto Stato di oggi ci fosse stato al tempo della peste a Firenze ai tempi del Boccaccio i dieci giovani non si sarebbero potuti allontanare dalla città per raccontarsi le stupende giornate del Decameron.

Se ci va bene siamo…rovinati. E’ la battuta tra l’ironico e il giocoso che ci viene di fare di fronte ad una situazione imprevista e dai contorni incerti. Non è questo il momento per fare battute, ma c’è ancora un residuo di incredulità per quanto stiamo vivendo, non riusciamo a realizzare del tutto l’infame evento. Se ci va bene non può che riferirsi alla salute, siamo rovinati agli effetti disastrosi della crisi economica che seguirà.
Gli scienziati spiegano che non possiamo consentirci che la curva del picco dei contagi vada oltre un certo livello di sostenibilità, se va più in alto non si potrà garantire a tutti i contagiati le stesse cure. Non ci sarebbero posti letto negli ospedali, né attrezzature per la terapia intensiva e la rianimazione. Il governo coi suoi 25mld pensa di poter fare fronte alle perdite che piccole, medie e grandi aziende stanno sopportando. Al momento non possiamo insomma dire né che siamo ad un buon punto del “se ci va bene” né ad un mal punto del “siamo rovinati”. Ma nella battuta resta un fondo di verità.

Il fisico e informatico Alessandro Vespignani dell’Università di Boston ha detto: “E’ come una nuova guerra mondiale. Vinceremo questa battaglia, ma ce ne saranno altre e i costi economici saranno enormi. Bisogna avere pazienza. Ma voglio dare una nota di speranza: se limitiamo il contagio, possiamo combatterlo meglio e arriverà il vaccino. Nel frattempo, però, cambierà la fibra sociale. Quando torneremo alle nostre vite, difficilmente torneremo a ballare in un locale con 400 persone, tutti sudati”.

Ma accade pure che in situazioni simili vengano fuori soluzioni incredibili, di tutto e di più. Un certo dottor Franco Fusillo originario di Noci in provincia di Bari sostiene che “Esistono un farmaco e un protocollo terapeutico antivirale che rappresentano una potenziale soluzione all’emergenza coronavirus”. L’avrebbe sperimentato un medico suo parente, il dott. Antonio Fusillo nel 1964. Invano ha cercato di mettersi in contatto in questi giorni con le autorità. Ma di che si tratta? Dice: “Si tratta di un alcaloide, l’emetina, che somministrato per via venosa in piccole dosi ha la capacità di bloccare l’ingresso del virus nelle cellule umane inducendo il sistema immunitario ad attivarsi per distruggere i virus stessi”. All’epoca avrebbe avuto successo, furono guariti molti pazienti compreso suo padre. Gli ambienti universitari baresi non furono d’accordo, però, sulla validità e non lo omologarono. Non sarà come il siero anticancro del dottor Liborio Bonifacio di un po’ di anni fa? Ad ogni modo, si potrebbe verificare. Che ci costerebbe?

Cinesi e Americani si accusano reciprocamente di essere stati gli untori del coronavirus. Gli Americani nella loro comunicazione quotidiana e ufficiale parlano dell’epidemia “cinese”. I Cinesi, indispettiti, dicono che sono stati i militari americani che hanno partecipato ai Giochi Militari Mondiali a Wuhan nell’ottobre scorso ad aver portato il virus in quella provincia. Siamo alle solite. Come in ogni guerra che si rispetti la prima vittima è la verità.

Il governo ha finalmente trovato, dopo tre giorni di liti, l’accordo sul decreto “Cura Italia”, investendo i 25mld approvati alcuni giorni fa. Il decreto metterà in moto un giro di 350mld. a beneficio di aziende, categorie e famiglie che dalla congiuntura coronavirus sono state danneggiate. Trattandosi di soldi è comprensibile che ogni ministro abbia cercato di tirare la coperta dalla sua parte. Sempre sul piede di guerra i renziani che con la Bellanova hanno rivendicato gli interessi dell’agricoltura. 

Tornano ad agitarsi le carceri. I detenuti del carcere di Bari si sono rivolti al Presidente della Repubblica con una lettera per avere anche loro i benefici del “Cura Italia”.

Ho chiamato Gianfranco Belfiore, il mio vignettista. L’ho aggiornato sullo stato di “Presenza”, già stampata e dormiente a Galatina. Abbiamo un po’ celiato sulla clausura cui siamo costretti. Ci siamo messi a ridere sull’ipotesi che con un bicchiere di vino al giorno si toglie il coronavirus di torno. Pare che così si dica a S. Pietro in Lama, il paese dove abita. Ma è una boutade, così si diceva anche ai tempi della Spagnola un secolo fa. Ecco come ti nascono le vignette, ha commentato Gianfranco.

Mi telefona Gianluca dall’Editrice. Le copie di “Presenza” e del libretto di Franco Filograna sono pronte. Potrei andare a prenderle oggi stesso prima di mezzogiorno. L’Editrice chiude oggi e riapre il primo di aprile. Se dovessi decidermi di andare a prenderle in questi giorni potrei telefonare a Gigi Stefanizzi. Decido di andare domani.

Massimo Cacciari si mette a fare il futurologo, ma con antifona. Su “L’Espresso” del 15 marzo, immagina di essere al 10 marzo 2040 e di celebrare il 10 marzo 2020. Capito?: a nuora dico perché suocera intenda. Conclude: “Ciò che vent’anni fa sembrava si potesse soltanto sperare contro ogni speranza, nel corso di questa generazione si è quasi realizzato. Le nostre forze politiche hanno saputo far leva su quella crisi sanitaria per iniziare insieme la fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent’anni prima, alla caduta del Muro. Per questo celebriamo oggi l’anniversario del 10 marzo 2020. Ora, sappiamo quanto Cacciari stimi le forze politiche attuali! Dunque lui non celebra vent’anni dopo, ma dice ad esse quel che oggi devono fare e che sa benissimo che non faranno, come non lo stanno facendo.

E’ giunto in Italia Gennaro Arma, il Comandante della nave crociera Diamond Princess, rimasta in quarantena con 3.700 turisti a bordo nella baia di Yokohama in Giappone e sceso per ultimo dalla nave il 2 marzo scorso. Per il suo comportamento, lodato in tutto il mondo, il Presidente della Repubblica lo ha insignito di Commendatore al Merito della Repubblica. A chi gli chiede se si sente un eroe, risponde di sentirsi un normale cittadino che ha compiuto il suo dovere. Come non pensare al Comandante Schettino della Costa Concordia? Salga a bordo, cazzo!

Sera. Massimo Cacciari a “Carta Bianca”, da Bianca Berlinguer su Rai 3, conferma il suo pensiero. A questa epidemia, per quanto riguarda l’Italia, siamo giunti per l’incuria e l’incapacità della classe dirigente di questi ultimi trent’anni. Taglio della sanità, riduzione di personale, chiusura degli ospedali sono alcuni fattori non dell’epidemia, che comunque si sapeva che sarebbe arrivata in tutte le parti del mondo, secondo le previsioni dell’Oms, ma delle dimensioni che la stessa avrebbe assunto in Italia e che rischia di fare più morti che in Cina.

venerdì 3 aprile 2020

I giorni del Coronavirus



Lunedì, 16 marzo. La situazione: il bollettino del coronavirus informa che in Puglia fino alla giornata di ieri, ci sono stati 212 contagi, 2 guariti e 16 decessi. Una progressione allarmante, che non trova riscontro in nessun’altra regione del Sud. Purtroppo a “lombardizzare” la Puglia sono stati i circa ventimila – per il Presidente Michele Emiliano sono trentamila – nostri conterranei che dal 7 marzo sono precipitosamente rientrati nei loro paesi.

Stando in questa forzata clausura senza far niente ho l’impressione che il non far niente sia dolce, secondo l’italianissima formula del dolce far niente, solo quando c’è molto da fare, altrimenti è una noia insopportabile. Meno male che leggo e scrivo.

Leggo, per esempio che un tale Giovanni Tamburini – mi sembra delle nostre parti – scrive al “Corriere della Sera” per stigmatizzare che “La televisione in Italia ha la pessima e irrispettosa abitudine di supportare le notizie del giorno con immagini di repertorio, senza indicarlo al telespettatore” e che “Mostrare in questi giorni immagini con persone che interagiscono normalmente aggregandosi, stringendosi la mano, abbracciandosi, baciandosi e quant’altro, quasi che queste avvengano sul momento, è ancor più inaccettabile”.
Fin qui la giusta e opportuna osservazione del lettore. E, allora, che dire di certe trasmissioni seguitissime di Rai Uno, come “L’eredità” di Flavio Insinna e “I soliti ignoti” di Amadeus, che vanno in onda regolarmente in replica, che vengono percepite da un pubblico più o meno distratto come in diretta? Certo, non è un bel vedere la gente che si abbraccia e bacia in televisione, neppure se registrata o in replica, mentre nella realtà si deve stare in casa a distanza di un metro perfino dal famigliare.

Immagino quali potranno essere le ricadute psicologiche su un bambino di pochi giorni, mesi o anni privato degli abbracci, dei baci, delle coccole e delle moine dei suoi genitori, dei suoi fratellini. Come potrebbe interpretare l’improvviso distacco? Verrebbe di dire: mamme, mandate affanculo le leggi, e abbracciate i vostri bambini!

Mi chiedo: ma il popolo italiano è tutto concorde e compatto in questa disgraziata congiuntura? Balconi, canzoni e preghiere sembrerebbero confermare. Ma le cose nella politica e nell’organizzazione stanno allo stesso modo? Trapelano contrasti sempre più forti e diffusi.
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, sparla del governo anche sulla stampa estera, indispettendo il premier Conte, il quale gli replica: “Lascio che giudichino gli italiani”. Questa volta ha ragione Conte. Un ex Presidente del Consiglio non può comportarsi come un cacicchio qualsiasi, nemmeno quando ha ragione di farlo. Ma noi italiani siamo abituati, purtroppo!
La Regione Lombardia è in contrasto col governo centrale fin dall’inizio della crisi e ha deciso di fare da sé assumendo l’ex responsabile della Protezione Civile Guido Bertolaso per costruire un ospedale nell’area ex fiera con procedure “cinesi”.
La Lega ha compiuto un autentico blitz. Un pullman, noleggiato dall’eurodeputata Susanna Ceccardi, col Sen. Gianmarco Centinaio e l’assessore di Pisa Gianna Gambaccini, tutti della Lega, è arrivato a Barcellona per riportare in Italia 50 turisti italiani bloccati in Spagna dal coronavirus.
La Regione Puglia, col Presidente Michele Emiliano, ha assunto il Prof. Pier Luigi Lopalco, l’esperto epidemiologo collaboratore del Prof. Roberto Burioni, per gestire l’emergenza del coronavirus. Anche il presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini procede senza aspettare le decisioni del governo centrale.
Si verificano sovrapposizioni di poteri e insorgono contrapposizioni sulla competenza. Si denunciano mancanza di materiali, ritardi, inadempienze pregresse. E’ la solita Italia, nella bella e nella cattiva sorte. Un’Italia che ricorda, vera o falsa, quella che mandò i soldati in Russia con le scarpe di cartone.

In realtà si compie un errore di metodo nel fare certe osservazioni critiche. Faccio un esempio. Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” dice “Addio alle parole impazzite, torna la voglia delle parole vere” e vede nella crisi del coronavirus una moderazione nell’esprimersi assai lontana dalle sguaiatezze e fajassate dell’On. Taverna (nomen omen) alla Camera, che non nomina. Ernesto Galli della Loggia avrebbe voluto che in tempi normali ci si fosse preoccupati di più di investire soldi nella sanità e nelle carceri piuttosto che spenderli in “festival della pizzica” o “in piscine e palazzetti dello sport”. Non avremmo avuto né l’emergenza ospedaliera né la rivolta nelle carceri. Intendiamoci, ha ragione Stella ed ha ragione Galli della Loggia, ma si può ipotizzare un’Italia “formica” quando per natura e storia è “cicala”? Si può piangere quando tutto induce a ridere o ridere quando tutto induce a piangere? Oggi è tempus querendi!
Molti osservatori tornano sull’evasione fiscale. Dicono: se tutti avessero pagato le tasse oggi avremmo più strutture sanitarie. Altri aggiungono: se i politici non avessero rubato tutti i denari che hanno rubato, altro che più strutture sanitarie! Insomma, qui si riconosce l’antica fiamma italica (agnosco veteris vestigia flammae). Non sembri inopportuna l’ironia del riferimento, perché comunque noi l’Italia la amiamo lo stesso per “antica passione”.

domenica 29 marzo 2020

I giorni del Coronavirus



Domenica, 15 marzo. Sono le Idi, Cesare muore pugnalato ai piedi della statua di Pompeo, in casa di Pompeo. Era il 44 a.C., 2063 anni fa. Non aveva voluto sentire i consigli dell’indovino: guardati dalle idi di marzo! C’è oggi nel mondo chi non vuole vedere il pericolo che corre la Terra coi suoi stravolgimenti climatici. Il potere è avvertito, come Cesare!

L’umanità oggi muore sotto gli attacchi del coronavirus, un nemico che non si vede. Così, viene di pensare in piena crisi epidemica. Abbiamo cambiato tutti le nostre abitudini. Io ora il caffè me lo devo preparare da solo alla moka. Non vado più al Caffè Italia, che è chiuso, e neppure passo dall’edicola per prendermi il giornale, che arriva tardi, e non mi va di aspettare; passo dopo. Scendere in piazza, però, scendo; il giro rituale me lo faccio e all’occorrenza mi fermo alla farmacia di Corso Vanini. Passo dal forno per il pane e torno, mi preparo il caffè e la colazione; poi le solite cose di casa, preparo il camino per la sera, mi metto al computer, mi guardo la posta elettronica, riprendo qualche scritto del giorno precedente; da qualche giorno passo il tempo a questo diario.

Niente appuntamenti quotidiani alla Caffetteria Max, niente sortite a Casarano per incontrarmi coi colleghi, niente a Galatina per il giornale, non a Lecce per spedirlo. Ho l’impressione che dovrò aspettare la scadenza del 25 marzo, quando cessano gli effetti del decreto ministeriale del 4, per prendere e spedire questo numero di “Presenza”, che giace già stampato da giovedì scorso. Mai “Presenza”, bell’e stampata, è stata ferma per tanto tempo.

Stamattina al Cimitero non c’era nessuno, un deserto. Perfino il fioraio se n’è rimasto a casa. Attaccato all’ingresso un cartello con le disposizioni della ditta appaltatrice dei servizi cimiteriali secondo le determinazioni del ministero contro il coronavirus.

In macchina sentivo dal giornale radio che la Germania ha stanziato 550 miliardi per fare fronte alla crisi; e ha avuto finora solo poche vittime! Noi, 25 miliardi; e siamo quasi a 1500 decessi. O la Germania mente sul numero dei contagiati e dei morti o noi siamo degli accattoni. 

Tra i tanti eventi annullati per il coronavirus c’è il Campionato Europeo di Poetry Slam, che si sarebbe dovuto tenere dal 19 al 21 marzo, con 30 poeti, 15 dj e 20 performer da tutto il mondo. Il 21 marzo ricorre l’annuale Giornata Mondiale della Poesia. Leggo in proposito su “La Lettura”, domenicale del “Corriere della Sera”, un commento di Simone Savogin, che è un poetry slammer, il quale invita a risarcirsi mettendo versi negli smartphone. La conclusione è da riportare: “Come ci riversiamo in supermercati iperaffollati, noncuranti degli ammonimenti dello Stato, per sfamare il nostro corpo e dando sfogo alla paura di morire di stenti, speriamo che presto ci si accorga un po’ tutti che per il bene comune, che è l’unica cosa che conta, il cibo della mente è altrettanto importante, se non di più, perché ci permette di farci forza, di dare forza ai medici che ci stanno salvando, di riempire questa società di bellezza e poesia”. 
M’intriga anche questa cosa della poetry slam, cioè gara di poesia, di cui non sapevo; ero rimasto alle tenzoni poetiche del Due-Trecento con Cecco Angiolieri, Dante e Forese Donati e ai poeti improvvisatori della fine dell’Ottocento, alla Giannina Milli, che fu amica di Cesira Pozzolini moglie del filosofo pedagogista di Galatina Pietro Siciliani.

Marco Tarchi da Firenze invia opinioni “eretiche” sul coronavirus. Mi è appena giunta la mail in cui è espresso il pensiero del Prof. Gilbert Deray dell’Ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi. Che io mi soffermi su queste posizioni contrarie al pensiero comune non significa che le condivida in toto, ma che in una situazione di gravissima crisi e di tante incertezze, ritengo che esse costituiscano comunque materia su cui riflettere. La testimonianza è in francese, la traduco in italiano.
In 30 anni, dal mio osservatorio ospedaliero, ho visto numerose crisi sanitarie: HIV, SARS, MERS, risorgenze della tubercolosi, batteri multiresistenti. Le abbiamo gestite nella calma e molto efficacemente. Nessuna ha dato luogo al panico attuale. Non ho mai visto un tale livello di preoccupazione per una malattia infettiva né per nessun’altra. Pertanto, io non sono preoccupato per le conseguenze mediche del coronavirus. Niente nelle cifre attuali sulla mortalità e la diffusione del virus giustifica il panico mondiale sanitario e soprattutto economico. Le misure prese sono idonee ed efficaci e permetteranno il controllo dell’epidemia. E’ già accaduto in Cina, focolaio iniziale e di gran lunga il più importante di questo agente infettivo, dove l’epidemia si sta estinguendo.
Il futuro prossimo dirà se mi sono sbagliato.
Sono preoccupato per la sparizione di maschere; non vorrei che quelle necessarie alla protezione del personale medico e delle persone a rischio, i nostri anziani e i già malati, in particolare i pazienti immunodepressi, vengano distribuite negli aeroporti, nei bar e nei centri commerciali, per nessuna utilità.
Sono preoccupato per la sparizione dei prodotti disinfettanti.
Sono preoccupato per la ressa ad acquistare carta igienica e scatole di riso e pasta.
Sono preoccupato per questo terrore che spinge a fare scorte oscene di beni alimentari in paesi dove il cibo è disponibile già in un’abbondanza oscena.
Sono preoccupato per i nostri anziani già soli e che non bisogna né vedere né toccare per paura di ucciderli. Essi moriranno prima, ma «solamente» di solitudine. Noi avevamo l’abitudine di non fare visita ai nostri genitori e ai nostri nonni se avevamo l’influenza, non per evitarli e per una durata illimitata, cosa questa assai diversa dal coronavirus.
Sono preoccupato che la nostra salute non diventi oggetto di comunicazione ostile e di scontri qualsiasi quando invece dovrebbe essere ragione fondamentale di confronto nelle riunioni.
Sono preoccupato che il nostro sistema sanitario, già in grande difficoltà, non vada fuori controllo per l’afflusso di malati ricoverati al minimo sintomo influenzale. Ci sarebbero allora tutte le altre malattie di cui non potremmo farci carico. Un infarto del miocardio, un’appendicite, queste sono delle urgenze sempre, il virus lo è raramente.
La copertura mediatica sul coronavirus è molto ansiogena e contribuisce allo smarrimento di ciascuno. Porta alla teoria del complotto, alle più assurde del genere: «ci nascondono qualcosa». Niente ci è oscuro, è impossibile nella medicina del numerico, dove la conoscenza scientifica è immediata e senza filtri.
Il coronavirus non uccide (quasi) che gli organismi già fragili. Sono preoccupato che questo minuscolo essere vivente non metta a nudo le fratture e le fragilità della nostra società. I morti che si conteranno allora a milioni saranno quelli dello scontro di individui nell’indifferenza totale dell’intera collettività”.
Uno scenario davvero apocalittico nel finale! Ma è vero che in Italia, per far posto ai malati da coronavirus, bisognosi di terapia intensiva, si stanno riducendo pericolosamente i posti per altri malati non meno gravi e bisognosi di cure più urgenti.   

Questa sera in piazza c’erano più cani che cristiani. L’edicola era già chiusa alle 18,00. Tra corso Umberto I e via Roma c’era una volante della Polizia e tre persone. Poi via, sono rimasti tre cani che giravano senza una meta. Uno mi ha ringhiato. Mi ha convinto più del vigile milite volontario ecc. ecc.. Me ne sono tornato a casa.