domenica 24 novembre 2019

Dopo i grillini, le sardine; e poi?




Pur di fare un dispetto a Salvini i media italiani, democratici e antifascisti, fanno di tutto. La Gruber di “Otto e mezzo” ha invitato la sera di sabato, 23 novembre, una certa ragazzuola, il cui nome non ricordo più bene – Sparacino? – presunta leaderina del movimento delle sardine. Appariva civettuola e sapientina, di che cosa non si sa, dato che non riusciva a fare nessun riferimento che fosse riconducibile ad un concetto politico. I tanti pearcing che portava alle orecchie erano surrogati del nulla. La Gruber se la coccolava come preziosità assoluta e la difendeva dal giornalista Borgonovo de “La Verità”, il quale invece faceva ragionamenti concreti e chiedeva risposte manco se si fosse trovato di fronte ad una come la Thatcher.
Capisco la Gruber; e capisco anche Fabio Fazio che alla puntata di domenica, 24 novembre, a “Che tempo che fa”, ha invitato l’eroina tedesca Carola Rackete, quella che violò il blocco navale italiano pur di far passare la nave dei migranti e farli sbarcare.
C’è in corso in Italia una sorta di campagna anti-odio. Cosa buona è! Ma se vado sul dizionario della lingua italiana del De Mauro, alla voce “odioso” trovo scritto: “che suscita sentimenti di odio e di ostilità”. Dunque ci sono gesti che provocano odio. Come si può, allora, essere contrari all’odio quando lo si produce? Non si chiede Fazio se quell’invitare una persona come la Carola possa suscitare in una buona parte degli italiani sentimenti di odio e di ostilità? Non se lo chiede, anzi lo fa apposta, perché il suo obiettivo è di provocare a chi non la pensa come lui un colpo di sdegno, di ira e di…odio, per poi denunciarlo. Ah, dimenticavo, c’è l’audience, ma in casi simili la riterrei secondaria.
Esigenze giornalistiche a parte, che pure hanno la loro importanza, nei due casi, ma si può estendere ad altri, si coglie una deliberata volontà da parte dei conduttori impegnati e militanti di strumentalizzare propagandisticamente persone e fatti contro Salvini. Il mostro, che i più attenti e subdoli suggeriscono di non chiamare fascista ma pericoloso demagogo. Forse perché hanno capito che scomodare il fascismo potrebbe essere controproducente, dato l’immarcescibile fascino che il “male assoluto” esercita ancora sulle folle.
Ci si mettono anche i preti. Il cardinale Zuppi di Bologna ha pubblicato un libro intitolato “Odierai il prossimo tuo”, ovvio non un suggerimento ma un allarme antifrastico, come a dire “non lo devi odiare”. Ma i preti, in fondo, fanno il loro mestiere; solo che farebbero bene, ogni tanto, a chiedersi: e se accogliessimo tutti quelli che vengono da noi, che accadrebbe? Forse se lo chiedono pure, ma confidano nei cattivi alla Salvini, i quali troverebbero sempre il modo di impedirlo. Perché c’è anche questo nell’eterna lotta tra chi predica il bene a prescindere, come i preti, e chi è costretto dalle necessità della vita a compiere azioni rubricabili come “male”: questi ultimi con le loro azioni consentono ai primi di farsi belli e continuare a predicare bene.
Qualche prete, però, la fa di fuori. Don Massimo Biancalani, parroco nella chiesa di Vicofaro a Pistoia, appena dopo messa ha invitato i fedeli a cantare Bella ciao, iniziando lui ad intonarla. Immagino che lo abbia fatto pure lui per combattere l’odio. Strano modo di predicare l’amore mentre di fatto si produce odio. Ci sarà pure una differenza tra Bella ciao e Tu scendi dalle stelle, o no? Ci sarà pure una qualche differenza tra la casa di tutti, quale la chiesa è, è una sezione di partito, cioè di una parte di gente, o no?
Ora, sembra che in pochi giorni il movimento cosiddetto delle sardine, il sardinismo, possa essere la soluzione, l’antidoto al mostro. Ne abbiamo viste tante, ma tante, da non venirci più neppure di scrollare le spalle. I girotondi di qualche anno fa dovevano far riaccendere la spenta sinistra e recuperare il primato perduto. Poi venne il Popolo viola con altrettante intenzioni rigeneratrici. Non successe niente, perché la politica non la fanno quattro istruiti brontoloni andando a passeggio e giocando ai girotondi. Dopo sono arrivati i grillini, che sembravano assai più pericolosi, figli dei vaffanculo di un comico rancoroso per essere stato snobbato dal suo partito, quel Pd, col quale oggi vorrebbe fondersi. Già, proprio così. I grillini nati per annientare il sistema, di cui il Pd è perno, ora si stanno prodigando per salvare, proprio loro, quel sistema.
Queste sardine – ma non mancano neppure le scorfane – si sospetta vengano dalla pesca di qualcuno – di Prodi? – ma non riesco ad immaginarmi un Prodi pescatore di sardine. Sta di fatto che il proliferarsi delle manifestazioni sardinesche dall’un capo all’altro del Paese fa pensare che già qualcuno stia cercando di approfittarne e siccome il movimento è dichiaratamente anti Salvini, questo qualcuno è il Pd. Non sarà Prodi, non sarà Bersani, non sarà Cuperlo; ma qualcuno ci sarà dietro, davanti o a lato. Solo che, per quante giravolte facciano, difficilmente potranno far cambiare orientamento ad un Paese che ha grosse emergenze e grossi problemi da affrontare e risolvere. Lo vedono tutti che da una parte c’è il carnevalismo giocoso dei nullapensanti – di politico, s’intende! – e dall’altra la gente che lavora e produce e che su famiglia, nazione e società ha le idee molto chiare.

mercoledì 20 novembre 2019

Non c'è ragione di osteggiare gli ebrei




Davvero non riesco a capire perché ancora oggi ci siano tanti italiani di destra che si ostinano a discriminare e insultare gli ebrei, come se avessero un bisogno compulsivo di colpire un bersaglio, a prescindere da ogni motivazione. Eppure la storia del fascismo, a cui questi italiani guardano con simpatia, a proposito degli ebrei, parla chiaro. Escluso l’obbrobrio delle leggi razziali, tra fascismo ed ebrei ci sono interessanti connessioni empatiche.
“Il Popolo d’Italia”, il quotidiano fondato da Benito Mussolini il 15 novembre del 1914, aveva sotto la testata la scritta in un primo momento “quotidiano socialista”, successivamente “quotidiano dei combattenti e dei produttori”. Ora, lasciamo il primo periodo, quando Mussolini si sentiva ancora un socialista e pensava di rivolgersi ai suoi vecchi compagni. Il giornale, quando si riconobbe una più chiara coscienza di identità e di collocazione, sottotitolò la testata con la scritta che faceva riferimento a due categorie sociali ben precise: “combattenti” e “produttori”. Ad essi Mussolini si rivolgeva per dare inizio alla sua impresa politica. Non c’è fascista, che tale venga considerato o che tale si consideri, che ancora oggi non condivida la vicinanza a combattenti e produttori o che in essi non si riconosca.
Nel fascismo, fin dalla prima ora, come è noto, ci furono molti ebrei. Erano ebrei italiani, ma non per questo meno ebrei o meno italiani di altri. La stessa amante e ninfa egeria di Mussolini, Margherita Sarfatti, era ebrea. Averli perseguitati fu un tragico errore oltreché un’ingiustizia colossale, dato che essi avevano dato un contributo notevole sia al Risorgimento italiano, sia alla Grande Guerra e sia all’avvento del Fascismo. Lo stesso Giorgio Almirante, che era stato segretario di redazione del periodico razzista “Difesa della Razza” e poi capo di gabinetto del Ministero della Propaganda a Salò, riconobbe l’errore in più di un’occasione e lo argomentò nel suo libro “Autobiografia di un fucilatore”.  
La storia degli ebrei, dalle origini allo Stato d’Israele, è una storia di combattenti e di produttori. Ovunque si siano trovati a risiedere essi hanno fatto la ricchezza del paese ospite. E’ vero che nella storia sono stati sempre perseguitati, per via di certi loro comportamenti ritenuti odiosi, che sarebbe troppo lungo in questa sede elencare e spiegare, ma è altrettanto vero che persecuzioni ed espulsioni sono state sempre l’inizio di impoverimento di quei paesi che le hanno praticate nei loro confronti. Tanta borghesia della Mitteleuropa era ebrea. L’Europa stessa senza gli ebrei non è riconoscibile.
Ne consegue che per i fascisti italiani, che tali vengano considerati o che tali si considerino, gli ebrei, in quanto combattenti e produttori, non possono che essere ammirati. La loro democrazia è una sovrastruttura, per dirla con Carlo Marx, perché essi non possono prioritariamente che combattere e produrre. E’ il loro vivere, la democrazia è il loro filosofari.
Perché, allora, chi ama lo spirito del combattente e del produttore, come i fascisti dicono di amare,  tratta gli ebrei come dei nemici, come dei diversi, come dei pericolosi sovvertitori della propria civiltà da perseguitare? In che cosa gli ebrei si differiscono dagli altri europei? Non vivono essi nei paesi europei da bravi e laboriosi cittadini? Non hanno trasformato essi in pochi anni un pezzo di deserto in uno Stato democratico sul modello occidentale come lo sono in Europa l’Italia, la Francia, la Germania e tanti altri? Non costituiscono un unicum nella loro regione abitata da popoli islamici a regime dittatoriale?
Sugli ebrei gravano irrazionali sentimenti di invidia e di gelosia. Sono loro invidiati il successo e la ricchezza, l’intelligenza e la tenacia, la perseveranza nel perseguire un obiettivo che è di progresso e di miglioramento in ogni settore. Ebrei sono stati e sono tanti banchieri e imprenditori, scienziati e filosofi, scrittori e artisti, professori d’università e ricercatori; essi eccellono in virtù proprio di una volontà superiore, intellettuale e caratteriale, che li spinge all’impegno estremo.
Io non credo che per fermare l’odio antisemita occorrano leggi speciali e commissioni a presidio. Nei loro confronti c’è un odio di origine e alimentazione islamica, nei confronti del quale gli europei cristiani poco o nulla possono fare, oltre l’applicazione delle leggi vigenti in ciascun paese. Ma l’odio che proviene dall’estremismo di destra, o diversamente chiamato fascista, è del tutto ingiustificato, anzi assurdo. Non in ragione di considerazioni umanitarie – anche, evidentemente! – ma perché gli ebrei sono – starei per dire – dei buoni “fascisti”, sono dei buoni italiani, sono dei bravissimi professionisti, degli ottimi imprenditori e uomini di studio, di scienza e di affari. Gli italiani di destra non dovrebbero disprezzarli, ma ammirarli e considerarli della loro famiglia politica e sociale.

martedì 19 novembre 2019

Vittorio Feltri e l'Alto Adige: bastonato dalle donne




Chi ha assistito all’ennesima indecorosa performance di Vittorio Feltri domenica sera, 17 novembre, a “Non è l’Arena” di Massimo Giletti, ha provato non solo il consueto disgusto per il turpiloquio che questo signore usa impunemente a tutte le ore e a tutte le trasmissioni, ma anche alla sua impensabile sortita filoaustriacante sull’appartenenza dell’Alto Adige, altrimenti detto alla tedesca Südtirol, in polemica con due signore, le onorevoli Michela Biancofiore e Nunzia De Gerolamo, che ne difendevano l’italianità. Una cosa inimmaginabile.
Come può uno che ha diretto per anni “il Giornale” di Forza Italia, dando un contributo notevole al neonazionalismo, al successo di questo partito e dei suoi rappresentanti, contro ogni ragionevole posizione argomentativa, difendere l’assurda pretesa di dover cedere una parte del territorio italiano ad un paese straniero? All’Austria, poi!
Le due onorevoli signore, in un primo momento con molto garbo, poi con forza, cercavano di convincere Feltri di essere in errore nel difendere la consigliera regionale altoatesina Eva Klotz della Südtiroler Heimatbund, la quale insiste nel sostenere che l’Alto Adige è terra austriaca, che lei non si sente italiana ma austriaca e che pertanto l’Alto Adige va restituito all’Austria. Per Feltri la Klotz, figlia di un terrorista altoatesino, ha ragione quando mette in essere provocazioni contro persone, luoghi e oggetti italiani. Alle rimostranze della Biancofiore, che ricordava a Feltri che l’Italia aveva vinto una guerra, questi rispondeva che erano “cazzate”, che la successiva invasione degli italiani dell’Alto Adige era insopportabile e la mandava “regolarmente” affanculo.
Ora, va bene che in Italia, per il quieto vivere si fa tutto e all’occorrenza più di tutto. Lasciamo stare la Klotz, che sarà pure italiana per lo stato civile, ma è austriaca di sangue (si può dire?). Ma che per Vittorio Feltri la Grande Guerra sia stata una cazzata è davvero enorme. Che lo dica in una trasmissione assai seguita in tutta Italia in un orario di massimo ascolto è ancor più grave e dimostra la tracotanza di un soggetto impunito che a questo punto è indegno di essere considerato cittadino italiano. Come scusarlo, che era ubriaco o peggio?
Non si sono ancora spenti gli echi della celebrazione del Centenario della Grande Guerra che un italiano, non uno qualsiasi, appena uscito da un’osteria, ma un direttore di diversi quotidiani a tiratura nazionale, con notevole incidenza mediatica su una gran parte del pubblico italiano di destra, si permette di offendere il Paese nella sua globalità, nelle sue memorie e nei suoi sentimenti più sacri. Considera invasione il trasferimento legittimo di alcuni italiani che hanno liberamente deciso di andare a vivere e a lavorare in quella terra italianissima fino a prova contraria.
Non vogliamo fare retorica e, per comodità di ragionamento, consideriamo sobrio Feltri. E, allora, gli chiediamo: ci vuole tanto a capire che a torto o a ragione quando si conclude una guerra di tali dimensioni occorre per forza accettarne i deliberata? L’Italia, che la successiva guerra l’ha persa, ha dovuto cedere l’Istria e la Dalmazia in maniera anche drammatica e per certi aspetti criminale. Il popolo italiano se n’è fatto una ragione ed oggi in quei luoghi, che ancora “parlano” la nostra lingua e che esprimono la nostra civiltà, si vive bene, d’amore e d’accordo fra confinanti. Feltri non lo capisce questo? Deve avere grossi problemi allora questo signore, che è tenuto ancora a dirigere un quotidiano, che si propone ogni giorno ai lettori italiani “gratificandoli” il più delle volte del suo rosario di parolacce e di cafonate, di ostentato disprezzo per il restante mondo dei derelitti. Tali considera tutti quelli che non hanno come lui il suo status economico e sociale.
Invano ho cercato nei giornali del giorno dopo qualche presa di posizione, niente! E, invece, bisognerebbe incominciare a non far passare mai lisce offese simili. Quanto meno il Presidente della Repubblica dovrebbe trovare il modo di far giungere a questo signore e all’Ordine dei Giornalisti lo sdegno di tutto il popolo italiano. Dimostrare a lui e a quanti come lui dovessero abbandonarsi a simili stravaganti nefandezze che ci sono dei limiti oltre i quali non è più questione di libertà di pensiero ma di come si può pensare la propria libertà e quella degli altri, incominciando ad avere rispetto del proprio Paese e della sua Storia.   

lunedì 18 novembre 2019

L'Italia delle geremiadi infinite




La gente non capisce perché mai questo paese è così sgarrupato, sciatto, spensierato, strafottente, distratto, smemorato e giocondo. Passano eventi drammatici come niente, assorbiti come fatti normali. Si smette di parlare di migranti e di sbarchi più o meno clandestini – occhio non vede cuore non duole! – perché l’ex Ilva corre il rischio di chiudere, mandando a spasso migliaia di lavoratori, e l’acqua alta a Venezia ha invaso la città devastando beni culturali e attività economiche. Nella propaganda disastro scaccia disastro. Nella realtà disastro aggrava disastro.
Queste due emergenze hanno tenuto banco per gran parte dell’autunno, ma né per l’una né per l’altra si è trovata la quadra. Per l’ex Ilva è tragedia, perché le due parti che si fronteggiano – chi la vuole chiudere perché produttrice di inquinamento e di morte e chi la vuole in attività perché produttrice di lavoro e di vita – hanno entrambe ragione. Perciò è tragedia. L’Ilva avrebbe dovuto fin dall’inizio evitare l’inquinamento. Poteva farlo. Altre acciaierie in altre parti dell’Europa e del Mondo lo fanno regolarmente. Se l’avesse fatto oggi ci sarebbe solo una parte in campo: quella della produzione di lavoro e di vita. In Italia non è stato fatto. Chi doveva vigilare e controllare si è fottuto i soldi, se n’è stato zitto in cambio di danaro, all’insegna dell’umma-umma.
Anche a Venezia le due parti – pro e contro il Mose – hanno entrambe ragione; ed anche lì è tragedia. Il Mose è il sistema che dovrebbe chiudere la laguna e non permettere all’acqua alta di invadere la città; ma si dice che sia diventato già vecchio senza neppure essere entrato in funzione, che si prevede nel 2021. Hanno speso 5 miliardi e mezzo, hanno fatto invecchiare il sistema, senza neppure vedere se effettivamente funziona o meno. Mentre si constata amaramente come in una delle città più belle e importanti del mondo non si riesce a risolvere un problema che altrove hanno risolto. In Olanda, nei Paesi Bassi, la terra è difesa da un sistema di dighe che la preserva dalle inondazioni. Nell’Italia di Leonardo da Vinci e di Galileo Galilei ancora si teme l’acqua alta; e non solo a Venezia. A Matera, città che vantava un sistema naturale di smaltimento delle acque, è successo il finimondo con le alluvioni di metà novembre. Anche a Venezia si sono fottuti i soldi senza far procedere i lavori. Se il Mose fosse stato fatto, oggi in campo ci sarebbe una sola parte, quella dell’acqua alta trattenuta fuori laguna mentre la città sarebbe bella e asciutta per la gente che lavora e che viene da lontano per vederla.
Ma che cazzo di paese è questo? Nell’Alto Adige crescono le provocazioni contro l’Italia senza che nessuna autorità si levi per denunciare e avviare le opportune azioni penali. Ma non è obbligatoria l’azione penale in presenza acclarata di un reato? Dove sono, che fanno i magistrati italiani? E c’è addirittura chi, in Italia, come il direttore di “Libero” Vittorio Feltri è su posizioni filoaustriacanti! Ma non c’è un Ordine dei Giornalisti per richiamare all’…ordine un suo iscritto che si permette di schierarsi in favore di chi insulta l’Italia e i suoi simboli? O tutto è lecito in questo paese?
Dai fatti alle idee. C’è ancora democrazia in Italia? Abbiamo un governo fondato sulla coincidenza degli opposti, laddove la coincidenza sta nell’evitare di rinnovare il Parlamento per paura che vinca una delle parti che il paese nei sondaggi ha chiaramente detto di preferire. Ma la vogliamo guardare in faccia la realtà? Ancora oggi, in Italia, si fonda un potere politico sulla delegittimazione dell’avversario. Come dire: dobbiamo mangiarci una sbobba indigesta se non vogliamo buttarci dalla finestra. E non possiamo neppure dirci più contenti se il salto dalla finestra è vero o se è solo un bluff per spaventare gli italiani.
Già, la politica dello spavento! Oggi a spaventare gli italiani per gli onorevoli signori del potere, che non vincono le elezioni da più dieci anni e continuano a stare al potere, sarebbe Salvini. E non bisogna dire queste cose per non fare il gioco di Salvini! E non si deve votare fino al 2023 per poter eleggere un nuovo presidente della repubblica “nostro”, perché se lo elegge Salvini saranno guai! Salvini è il nuovo mostro della politica italiana. E’ il “vecchio” che spaventa i bambini, “barbablù” che scanna le ragazze, l’assassino seriale delle regole democratiche. Un paese in cui non c’è un’alternativa a chi detiene il potere, legittima quanto quella di chi detiene il potere, non è democratico, a prescindere dalle ragioni, vere o inventate che siano. Se sono vere è meno grave che se sono false, perché vorrebbe dire che si fanno governi fraudolenti e prevaricatori.

martedì 29 ottobre 2019

Dall'ipse dixit costituzionale all'ipse dixit elettorale




Gran brutto affare quando in politica si ricorre all’ipse dixit di un documento, si tratti pure della Carta costituzionale, per giustificare un’azione che si avverte in sé non convincente o addirittura fraudolenta. Dovrebbe essere il contrario: l’ipse dixit sì ma per andare in favore dell’elettorato, se non vogliamo dire del popolo. Il ricorso ai documenti servono sempre a garantire ordine, giustizia, rispetto delle maggiorenze vere. Quando si cercano maggioranze farlocche in Parlamento, pur di non passare la parola all’elettorato, prima o poi la reazione arriva. Ci sono paesi in cui si risponde subito con sollevazioni di massa favorite oggi dai social. Ne abbiamo viste e ne vediamo tante nel mondo. Buon per noi che in Italia si risponde con lo strumento della democrazia, ossia col voto. E questo è segno di crescita e di maturità democratica. All’ipse dixit costituzionale si risponde con l’ipse dixit elettorale. In Umbria è accaduto proprio questo.
Sotto sotto la coalizione di centrosinistra, fresca di improbabili intese parlamentari e condivisioni governative, sperava di farcela in Umbria; o forse si trovava in quella condizione psicologica nella quale si confonde il reale con l’immaginario desiderato e ci si convince che l’illusorio possa realizzarsi. I centrosinistri non si sono svegliati dopo la mazzata del 27 ottobre solo perché non chiudevano occhio da qualche tempo.
Continuava a fare sogni beati, invece, il “machiavellico” Renzi, il quale si è tenuto alla larga dall’Umbria per poter poi dire: io non c’ero e dunque non mi sento sconfitto. Si vanta Renzi, ma Machiavelli ammoniva che “i profeti disarmati conviene che ruinorno”. E lui si può considerare armato con una truppa di lanzichenecchi, trovati come Pietro l’Eremita trovò i crociati, strada facendo? Via, si rifaccia i conti. Non confonda la tattica con la strategia. In Umbria ha vinto il centrodestra, non chi del centrosinistra non si è fatto vedere per non condividere la sconfitta. Il suo comportamento non porta da nessuna parte e, diciamolo pure, è stato un po’ vigliacco. Comunque i “suoi” elettori hanno votato; e non certamente per i partiti del centrodestra.
A malincuore si era esposto Giuseppe Conte, ma mettendo le mani avanti: il risultato elettorale umbro – aveva detto alla vigilia – non determina niente in campo nazionale. In fondo vota una regione, l’Umbria, che ha un bacino elettorale quanto la provincia di Lecce, appena il 2 % dell’intero corpo elettorale. Ha confermato la stessa valutazione dopo. Gli umbri ringraziano, i leccesi per ora snobbano.
Invece il voto umbro un piccolo terremoto, sia pure a scoppio lento e ritardato, finirà per farlo. Non facciamoci prendere per un verso dall’ansia e per un altro da frettolose amnesie.
L’elettorato umbro “leccese” non ha detto niente di nuovo, ha confermato il voto europeo, ha ribocciato l’incredibile mala intesa Pd-5S, ha dato una scoppola alla leadership di Di Maio, potrebbe aver detto anche che quel Beppe Grillo elogiatore del caos, che vuole togliere il voto agli anziani, incomincia a stare sui coccodrilli anche a chi era abituato ad accettarlo come comico.
Tutto questo potrebbe portare a conseguenze serie per Conte. Il quale è sì un “trovatello”, come lo considera Sgarbi, ma la famiglia allargata che lo ha adottato, Grillo-Di Maio-Zingaretti-Renzi-Speranza, potrebbe disfarsene come un rasoio bic.
Tutto questo potrebbe accadere, solo i tempi e i modi sono incerti. Il governo Conte non può durare, perché dopo l’ipse dixit che lo ha partorito è arrivato l’ipse dixit che ne ha decretato la morte. Vada l’imbroglio una volta, ma non due. Il popolo di centrodestra che vota ambisce ad un cambiamento legittimo, non ha altri grilli per la testa, men che meno violare la Costituzione.
Dopo l’estate pazza di Salvini è cresciuta e si è rafforzata l’idea che a destra certi energumeni ignorano che ci sia una Carta costituzionale che regola la vita politica. Non è che siano mancati i motivi per crederci, a dire il vero, ma tanto non basta a far sì che la sinistra si senta l’esclusiva depositaria del verbo e del garbo costituzionale. E’ vero che l’uomo di destra di oggi in genere non ha l’urbanitas e la pietas indispensabili ad un uomo politico; spesso è rozzo e matamoro. Ma la destra in Italia ha anche una storia di rispetto dello Stato di diritto assai più e meglio della sinistra; anzi, per tradizione la destra per gran parte della storia unitaria nazionale si è identificata con esso, fascismo a parte. Quando le cose si sono messe male la destra ha sempre guardato alla mamma di tutte le leggi. Così Sidney Sonnino, che nella crisi di fine Ottocento suggerì di tornare allo Statuto quando le istituzioni, monarchia-governo-parlamento, avevano perso i limiti delle loro competenze e tendevano ad invadere l’una il campo dell’altra.
Certo, i politici di destra di oggi non vengono più dalla classe sociale di un tempo; non hanno più la stessa educazione. Ma oggi chi ce l’ha? E le buone maniere sono sufficienti per ben governare? Nessuno può pensare davvero di costruire una proposta politica senza avere un vero progetto. Non sono più i tempi del montanelliano “turiamoci il naso e votiamo Dc” e a Berlino si parla di monumenti alla riunificazione, non più di muri. Oggi il naso gli elettori se lo soffiano per tenerlo ben aperto e avvertire i malsani miasmi della politica. Forse i repentini cambiamenti d’umore dell’elettorato dipendono anche da questo.

venerdì 25 ottobre 2019

Grillo: voto agli anziani no, ai sedicenni sì




Rivoluzioni grilline. Il grillismo si sta rivelando sempre più un impasto di becerume popolare furbo e irresponsabile, accolto da una caterva di infingardi che ipocritamente si nascondono dietro virtù volterriane. C’è perfino gente che ritiene Grillo una risorsa della democrazia. Ci sono esperti, perfino accademici, che si sono autopromossi a suoi esegeti e spiegano puntualmente le sue stronzate come una volta i filosofi spiegavano il concetto di sostanza e i giuristi quello di sovranità.
Grillo è partito una ventina d’anni fa come comico con vocazione politica. E fin qui nihil novi. Da che mondo e mondo i comici battono sempre quella strada. Qui i fessi sono a piantagioni, ha pensato. Evviva, quando è tempo si miete! Infatti, puntualmente ripreso dai media e diffuso, è diventato propositivamente politico, in un crescendo di violenza e volgarità. Ne è nato un movimento, cosiddetto Cinque Stelle, che ha conquistato il consenso degli italiani ed è andato al potere. Le sue orde, che avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno all’olio si sono fatte sardine pur di starci dentro. Luigi Di Maio, sedicente capo ma è solo in seconda e più tempo passa scala, dice: siamo postideologici, stiamo con chiunque pur di stare. Avesse avuto un po’ più di scuole avrebbe detto Hic sumus et hic manebinus optime, come era uso quando i politici di un certo livello occupavano il posto che ora occupa lui. Ma il senso lo ha reso benissimo anche con parole sue. Dice che sarà al governo per altri dieci anni, con chiunque, more meretricio, pur di stare. Lui dice: per fare. In realtà per gestire il potere, pur non avendo né arte né parte. I grillini stanno nei ministeri come in automobili che vanno da sé.
Se cinque stelle vuol dire cinque questioni o cinque temi, il numero è riduttivo. In Italia temi e questioni sono più numerosi delle stelle di Negroni. Un cielo di stelle! Ma a parte la dimensione vera dei mali che ci sono nel nostro paese, le stelle grilline dovrebbero essere almeno sei. La sesta sono loro, il loro capo, la loro incompetenza, la loro ottusa e inconsapevole prevaricazione.
Quel potere, così violentemente attaccato da Grillo, si sta rivelando lo stesso di sempre e chi prima lo attaccava, sia pure in maniera sconcertante, oggi non sa che fare. Non resta loro che dire apertamente: scusate, abbiamo sbagliato, siamo come tutti, coi vaffanculo rovesciati, o fingersi totalmente scemi. Grillo ha scelto una via di mezzo, offrendo di sé l’equivoca raffigurazione di un rimbambito ad angolo giro. Oggi si finge fesso. E che altro può fare, dopo i disastri che ha provocato?
Fra le ultime trovate del vecchio buffone, ormai agli sgoccioli del compos sui, due fanno davvero pensare quanto ingiusta fosse la società di un tempo che per molto meno internava in manicomio dei poveretti. Una, travestitosi da jocker ha fatto l’elogio del caos e poi quasi subito dopo ha lanciato la più stravagante delle stronzate. Due, ha detto che bisognerebbe togliere il voto agli anziani, dato che essi non sanno vedere oltre se stessi, dimenticandosi, fra l’altro, di controllare la sua carta d’identità. C’è un rapporto tra l’elogio del caos, il voto ai sedicenni e l’esclusione dal voto degli anziani? E’ innegabile.
Il caos è stata la solita provocazione di Grillo per introdurre la proposta. Ora se è il caso o meno di dare il voto ai sedicenni ci sta pure che se ne parli; proporre di toglierlo agli anziani è da codice penale e da pedate con scarpe chiodate in culo, come quelle con cui una volta Palmiro Togliatti voleva prendere Alcide De Gasperi.
Grillo in buona sostanza propone di abolire il suffragio universale, violando tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino di tutto il mondo, compresa la Costituzione italiana. Essa già agli artt. 2 e 3 riconosce “i diritti inviolabili dell’uomo”, tra questi il diritto di voto, che l’art. 48 così precisa: “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. […] Il diritto di voto non può essere limitato”. Quale democrazia può oggi negare il suffragio universale senza negare se stessa e far precipitare la società a tempi d’antico regime?
Ma c’è un altro aspetto dell’incredibile trovata grillina, quello del razzismo. Se è razzista il tifoso che allo stadio alza il braccio al saluto romano o fa buu al calciatore nero della squadra avversaria, se è razzismo offendere o burlarsi di un diverso, che cosa è la proposta di togliere il voto a milioni di cittadini solo perché essi hanno raggiunto una certa età? Ecco, Grillo vuole mettere un limite ad un diritto che la Costituzione impedisce espressamente (art. 48).
Eppure nessuno si allarma, nessuno chiede interventi dall’alto, dove risiede la vigile scolta della Costituzione. Sembra che valga il criterio di chi uccide: ucciderne uno è assassinio, ucciderne cento in guerra è un atto di eroismo, meritevole di medaglie. Così in politica: negare un diritto ad una persona è reato, negarlo a centinaia e a milioni è una proposta intelligente.
Si vuole passare dai Consigli degli Anziani di una volta ai Consigli dei Cachielli oggi. Un’involuzione che lasciata scorrere come processo normale, addirittuta progressivo verso un presunto miglioramento, finiremo per doverci affidare all’intelligenza artificiale dei robot. Una prospettiva sicuramente da preferire a quella di Beppe Grillo. 

domenica 13 ottobre 2019

Il governo del come fare i soldi



Tra le stravaganti ragioni che avrebbero indotto Matteo Salvini a farsi protagonista di una delle meno comprensibili crisi di governo che si siano mai verificate in Italia ce n’è una che lascia ancor più perplessi. Si è detto che Salvini ha avuto paura di affrontare la manovra economica di fine 2019, annunciata da tutti come il momento della verità di un governo, 5S-Lega, che aveva speso moltissimo per Quota 100 e Reddito di Cittadinanza ed ora non sapeva come trovare 23mld per evitare l’aumento dell’Iva. Salvini, insomma, se la sarebbe fatta sotto e avrebbe preferito filarsela per non affrontare una situazione che sembrava proibitiva.
Francamente è una spiegazione troppo infantile e spicciativa, benché tra i suoi sostenitori ci fosse uno come Massimo Cacciari, fine pensatore ed esperto amministratore, essendo stato sindaco di Venezia. Intanto il governo non era formato dal solo Salvini e del successo o dell’insuccesso della manovra ne avrebbero risposto collegialmente. E poi, davvero il governo Conte “uno” sarebbe stato meno abile del governo Conte “due”? Ne dubitiamo.
Giuseppe Conte, appena dopo il varo del suo nuovo governo, quando ancora aveva il vestito del precedente, è uscito in televisione e ha annunciato di aver trovato i 23mld di euro per scongiurare l’aumento dell’Iva. Era come uno che si era allontanato per cercare un oggetto smarrito e, avendolo ritrovato, lo annunciava trionfante e felice. Eureka!
E’ venuto spontaneo di pensare: ma dove cazzo li ha trovati 23mld, dove li aveva? In realtà i soldi ancora non esistevano, esistevano i rubinetti dai quali farli scorrere. Da che mondo è mondo, monarchie o repubbliche, dittatori o democraticissimi presidenti, quando lo Stato ha bisogno di soldi i suoi responsabili ricorrono alle tasse, aumentando le vecchie e inventandosene di nuove, fino alla patrimoniale, che di tutte è la più diretta e odiosa. Essa, infatti, colpisce il patrimonio immobiliare e finanziario dei cittadini, indipendentemente da quanto essi guadagnino col proprio lavoro. Lo fa in maniera brutale, semplicemente prendendosene una parte in percentuale, come fanno rapinatori e scippatori. I politici sanno che parlare di patrimoniale non conviene per non perdere il consenso dei ceti medi, quelli che nel bene e nel male in Italia sono elettoralmente decisivi. E quando non possono fare a meno dal ricorrerivi la chiamano diversamente. In Italia, per esempio, di patrimoniali ce ne sono già due, c’è l’Imu e c’è l’imposta di bollo.  
Dove Conte avrebbe dunque trovato i 23mld per scongiurare l’aumento dell’Iva? Probabilmente i suoi esperti ricercatori di soldi “nascosti” erano già a lavoro per mettere insieme se non proprio tutti i 23mld almeno la gran parte, in modo da potergli far dire vittorioso: ce l’abbiamo fatta. In realtà questi soldi non erano in nessun cassetto ma erano nei rubinetti dai quali farli scorrere, ovvero le tasche degli italiani. Ci sono imposte e imposte, ci sono tasse e tasse. Il non aver aumentato l’Irpef e alcune altre tasse più immediatamente percebili non significa aver rinunciato a tutta una serie di prelievi, che altro non sono che le inflazionatissime mani nelle tasche dei cittadini. Se ne sono sentite tante in proposito: tasse sulle merendine, tasse sui telefonini, tasse sui biglietti d’aereo, aumento del prelievo fiscale dalle vincite dei giochi di Stato e via cercando e ricercando. Alla fine i cittadini saranno tartassati; e quel che non pagano a olio pagano a grano, secondo un vecchio modo di dire popolare.
Si dirà: sempre meglio che l’aumento dell’Iva, che avrebbe provocato guasti più seri all’economia. Sì, ma non dite, signori politici, con insistenza psittacistica, “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”, perché dirlo non è solo una bugia ma un’offesa all’intelligenza della gente. Il cittadino fa presto ad accorgersi che i conti alla fine non quadrano.
Il guaio è che queste tasse non saranno sufficienti a risolvere il problema, perché comunque sempre di danaro promesso si tratta. E’ come una volta facevano certi agricoltori che compravano e s’indebitavano promettendo ai creditori che avrebbero pagato alla raccolta. Lo Stato non ha i soldi, prevede che li possa raccogliere. Il governo, perciò, ha bisogno di avere credito in Europa; ha bisogno cioè di poter pagare non coi soldi ma con altre cambiali, probabilmente da rinnovare alla scadenza. Il vento europeo ora volge in suo favore, sono tutti di “famiglia” sinistrorsa. Ci si augura che quel vento possa volgere anche in favore dei cittadini, anche di quelli incazzatissimi con Salvini.