domenica 3 settembre 2017

Immigrazione: meriti e vanti


Il Ministro Minniti non ha retto alla tentazione di presentarsi al suo popolo come il salvatore della patria democratica e ha detto che sì, il suo modo di affrontare il problema degli immigrati appare un po’ deciso, ma che è stato costretto a tanto perché era in pericolo la tenuta democratica e sociale del paese. Come dire? A mali estremi, estremi rimedi. Non è stato dello stesso parere il suo collega in governo, il Ministro di Giustizia Orlando, il quale ha detto che non c’era nessun reale pericolo per la democrazia e che è sbagliato associare l’immigrazione alla sicurezza del paese. Ha ragione l’uno? Ha ragione l’altro? Ognuno ha colto un aspetto della politica: l’uno quello del fare, l’altro del sembrare.
Sta di fatto che se metodo fascista è stato quello di Minniti, come argutamente ha detto il comico Crozza, vuol dire che il fascismo si pone ancora come un buon rimedio contro il disordine e il rischio di cadere nel caos e nella paura. Il che dovrebbe far riflettere più di un santone democratico. Il fascismo, cosa buona è? Allora non dobbiamo lasciarlo tutto ai fascisti.
C’è solo da recriminare perché per tanto tempo si è detto che per frenare i flussi migratori non c’era nulla da fare, che non si poteva che accogliere quanti ne arrivavano nei nostri porti. Vorrei vedere che cosa hanno da dire ora tutti quei sapientoni e democraticoni che provocatoriamente chiedevano nel corso dei dibattiti televisivi ai loro interlocutori di destra che cosa avrebbero voluto fare al posto loro, per poi, evidentemente, gettargli in faccia il loro fascismo.
Le elezioni si avvicinano e come sempre è accaduto in Italia chi più può più s’impossessa dei cavalli di battaglia degli avversari. Non si poteva lasciare la questione dei migranti, con tutti i loro portati di insicurezza, prepotenze, violenze, stupri, sporcizie urbane varie, alla destra. Hanno ragione quelli che criticano Minniti. Lui ha fatto con i migranti una politica di destra.
A sua difesa non c’è tanto la ventilata reazione del paese, che, come tutte le cose ipotizzate, era pure probabile che ci fosse, ma la concreta presa d’atto che molti sindaci, non solo di destra, ma perfino di sinistra, si erano rifiutati di accogliere nei loro comuni gli immigrati che i prefetti inviavano. Di fronte a tanti rifiuti c’era poco da fare. Nella prima metà di luglio i flussi erano diventati piene, straripamenti, allagamenti, mentre da qualche tempo la magistratura siciliana aveva puntato l’attenzione su alcune Ong, che erano in collusione con gli scafisti.
Anche qui, a proposito delle Ong, perché la Boldrini, perché Grasso, perché tanti, piccoli e grandi personaggi dell’establishment, che tanto s’indignarono nei giorni dell’accusa alle Ong, non hanno detto più nulla, non hanno chiesto scusa ai magistrati siciliani in presenza di comprovate compromissioni di alcune Ong con gli scafisti?
L’antifascismo – si sa – in Italia è un mestiere; e se uno sa fare solo quello, non gli si può chiedere di fare altro. Perciò la Boldrini e Grasso continuino pure ad esercitare il loro mestiere; provvederà la realtà delle cose a dare le giuste risposte.
Questa realtà non dice affatto che per risolvere certi problemi occorre il fascismo. Siamo seri! Minniti si è mosso con decisione usando la legge e la sensibilità democratica. Ha detto: primo, il problema va affrontato in Libia e dunque facciamo gli opportuni accordi con le autorità libiche perché i migranti non lascino quel paese; le Ong non possono operare fuori da qualsiasi legge e dunque mettiamo un po’ d’ordine nelle pratiche di salvataggio e di trasporto degli immigrati; terzo, recuperiamo la collaborazione e la fiducia con i partner europei. Non mi pare affatto che tutto questo sia fascismo, salvo che per fascismo non si voglia intendere qualsiasi provvedimento finalizzato alla soluzione di un problema.
E’ vero, nessuno è uscito dal suo guscio per riconoscere che, contrariamente a quanto pensava, qualcosa si poteva fare e che qualcosa di importante era stato fatto. Ma gli stessi hanno incominciato ad accusare di fascismo un loro ministro e a sostenere che il problema immigrati non è stato risolto, è stato solo confinato in Libia, sottratto alla nostra vista. In Libia, dove gli immigrati sono trattenuti in condizioni disumane, tali che dovrebbero far vergognare chi in qualche modo è colpevole della situazione, ossia noi italiani, che, con gli accordi e con la legge, siamo riusciti a contenere il fenomeno. A sentire i Cacciari e i Manconi, che non sono mai propositivi, siamo responsabili di tutti i mali di cui soffrono i migranti.

Intanto il Pd di Minniti porta in saccoccia elettorale un successo che avrà il suo peso. Se poi è vera gloria lo si vedrà. Gli immigrati continuano ad arrivare in Italia, per ora di meno rispetto alla fiumana della prima metà di luglio. Ma per ora! Mettiamo pure in conto che la campagna elettorale, già in corso per la Sicilia, finirà con le politiche del 2018. Allora vedremo che cosa accadrà. C’è chi dice che il problema migranti durerà ancora per molti anni. Il fascismo o meglio lo pseudofascismo come mezzo per risolvere i problemi si può sempre rispolverarlo come si rispolverano gli strumenti di stagione.   

martedì 15 agosto 2017

Centrodestra a Lecce, nuova lite con l'Adriana


I giornali locali impazzano sulla lite tra la Senatrice Adriana Poli Bortone e l’ex sindaco di Lecce Paolo Perrone, entrambi di centrodestra ed entrambi sindaci per un decennio ciascuno. Materia del contendere: la colpa del debito che il comune leccese avrebbe secondo il neoeletto sindaco di centrosinistra Carlo Salvemini.
Nell’era dell’usa e getta le notizie e le conoscenze, che oggetti non sono, rischiano di non essere neppure usate; sono gettate, a prescindere. Dico questo perché i giornali dimostrano di non avere né un passato né un futuro e parlano di tutto come se quel tutto fosse nato in quel giorno. Del resto, giornali si chiamano!
Gli attacchi alla più volte deputata, senatrice e ministra Adriana Poli Bortone da parte dei “suoi” non sono cosa nuova; iniziarono negli anni Settanta e forse anche prima. Nel Msi non era sopportabile che una donna, rara avis peraltro, potesse gareggiare e vincere con tanti uomini.
La Poli Bortone è in campo dagli anni Sessanta e di battaglie ne ha fatte tantissime a tutti i livelli. Ma, mentre i suoi avversari esterni l’hanno sempre rispettata e ne hanno parlato col massimo riguardo, riconoscendole intelligenza, cultura, tenacia e scaltrezza politica, i “suoi” non le hanno risparmiato contumelie, insulti e qualche volta calunnie. Di antagonisti ne ha avuti almeno uno per lustro o giù di lì, qualcuno più attendibile qualcun altro di meno, e con loro i sostenitori, più agguerriti dei loro capi. Gli anni non sono passati invano e alcuni di loro non ci sono più. Pensandoli, mi viene il groppo, perché fino a qualche anno fa la politica era passione; ci si poteva scontrare, anche picchiare, ma poi prevaleva la comune appartenenza in un mondo che ci perseguitava, ci discriminava, ci teneva in una sorta di apartheid e bisognava essere proprio fessi, diceva Leopardi nella sua Ginestra, a dare addosso all’amico mentre si è circondati e picchiati dai nemici. Non diceva proprio così, ma questo era il senso.
Fedele Pampo, Alfredo Mantovano, Raffaele Fitto, Paolo Perrone sono solo alcuni con cui l’Adriana ha combattuto, qualche volta vincendo, qualche altra volta perdendo, quasi sempre a danno della comunità politica rappresentata. Gravissima, per esempio, la perdita della Regione Puglia per la guerra fatta dai suoi stessi contro la sua candidatura alla presidenza della Regione, che sembrava scontata dopo l’investitura pubblica di Berlusconi. Meglio perdere le elezioni con Rocco Palese che vincerle con Adriana Poli Bortone! Meglio, per chi? Non certamente per quel popolo ex missino, poi aennino, poi piddiellino, fino agli ultimi scolorimentini. Stessa cosa è accaduta di recente con le Amministrative leccesi e la perdita del Comune a vantaggio dello schieramento avversario. Meglio perdere con Giliberti che vincere…mettiamo con Congedo.
Dispiace dover dire che tutti quelli che hanno incrociato le lame con l’Adriana non erano da meno, persone tutte validissime, capacissime e degnissime, compreso l’ultimo, quel Paolo Perrone, sindaco di Lecce nel decennio successivo a quello di lei e da lei politicamente allevato e accudito. Tutti hanno fatto lo stesso errore: hanno ingaggiato con lei un duello mortale, pensando di liberarsene definitivamente. Invece chi ancora è in campo è lei, mentre è cambiato lo sfidante nel cartellone, per usare un gergo pugilistico.
In politica – diceva Carl Schmitt – ognuno è amicus hostis. Ma bisogna fare una differenza: chi ti combatte dall’esterno è un avversario, a cui si riconosce anche valore; nemico è invece chi ti combatte dall’interno. Naturalmente, vale per tutti. La Poli Bortone si è difesa, ha attaccato, secondo consolidate metodiche. Non si può dire che sia stata una santa, non sarebbe durata per tanto tempo e a livelli sempre alti e importanti. Le ha date, le ha prese.   
Contro di lei sento parlare da sempre e sempre con toni cattivi, magari anche con qualche ragione. Chi non ha torti e ragioni in politica? Ricordo un congresso della Cisnal Scuola dei primi anni Settanta nel salone della Casa del Mutilato a Lecce. Si contendevano la segreteria provinciale Fedele Pampo, acerrimo nemico della Poli Bortone, e un certo avvocato Vincenzo Potì, appoggiato da lei. Finì in una rissa spaventosa e qualcuno, tra i più esagitati, ne fece le spese, come il povero Ennio Licci, che si prese un pugno in faccia con conseguente spacco dell’arcata sopraccigliare. Il congresso fu vinto da Potì ovvero dalla Poli Bortone; ma Fedele Pampo se la legò al dito con tutti, me compreso, reo non tanto di aver rappresentato la mozione Potì quanto di non aver votato lui quale segretario nel segreto dell’urna. Secondo lui il mio voto e quello di Eugenio Ozza, che eravamo stati eletti consiglieri con la mozione Potì, avrebbero ribaltato in suo favore l’esito del congresso. Né io né Eugenio stemmo all’ignobile giochetto tipico dei congressi.

Arriviamo ai nostri giorni. Il duello continua. Ora con Paolo Perrone, che cercò di liberarsene una decina di anni fa togliendole la delega di assessore e di fatto allontanandola dal Consiglio Comunale. Di chi la colpa del debito denunciato dal sindaco Salvemini? Perrone dice dell’Adriana e l’Adriana dice di Perrone. Ma non sarebbe finalmente il caso di smetterla di darsi addosso e di rispondere come si deve al comune avversario? Quale beneficio ne trae il popolo del centrodestra da simili dispetti, da simili reciproche accuse, da simili cattiverie, tanto inutili per i due contendenti quanto dannose per i loro rappresentati? Si accordino entrambi su un’unica spiegazione da dare e si preparino per vincere le prossime competizioni elettorali. Questo vuole il “loro” popolo.

domenica 13 agosto 2017

Immigrazione: visto che qualcosa si poteva fare?


Ci hanno detto per anni i nostri governanti che per frenare gli immigrati provenienti dalle coste africane non c’era niente da fare; che tra noi e loro c’era solo il mare; che per le leggi internazionali dovevamo salvarli; che dovevamo accogliere chi scappa dalle guerre e da quei paesi dove non vigono leggi di democrazia e di rispetto dei diritti umani; che un conto è avere le frontiere chiuse con soldati e strettoie per passare, come per i paesi continentali, un altro le coste aperte per chiunque vi approdi. Quante volte, provocatoriamente, ai rappresentanti della Lega e di Fratelli d’Italia esponenti del governo o dei partiti di governo non hanno chiesto: e voi cosa fareste? Quasi a volersi sentir dire “noi spareremmo” e mangiarsi poi la gustosa frittata propagandistica in funzione di consenso pubblico. Per anni hanno oscillato tra l’impossibilità di fermarli e la narrazione che sono utili alla nostra economia e alla nostra società che va sempre più in crisi demografica.
Poi gli stessi hanno chiamato al Ministero dell’Interno Marco Minniti, il deus ex machina, quello che avrebbe risolto il problema. Altro che l’inetto Alfano! Minniti sì che troverà il modo di interrompere l’invasione! Che, invasione, per loro, però non era.
Anticipare le lodi dell’incaricato per favorirlo dal punto di vista mediatico prima ancora che si mettesse in opera, è tecnica di quei partiti, ex Dc e Pci, oggi Pd, che da sempre pensano di avere uomini superiori rispetto agli altri. Minniti aveva vinto la sua battaglia prima ancora di iniziarla.
Così da un giorno all’altro è accaduto l’improbabile. E, guarda un po’, col beneplacito perfino della Chiesa; e… buona sera a papa Bergoglio che non ha mai mancato di farsi il difensore degli immigrati di tutto il mondo, novello pendant di Carlo Marx per i lavoratori di tutto il mondo.
Minniti – bisogna dargliene atto – si è mosso bene; probabilmente aveva la copertura delle alte sfere, della Presidenza della Repubblica e della Presidenza del Consiglio. Ha capito, ma non era difficile, che la soluzione del problema si trovava in Libia. Col governo libico, nonostante qualche turbativa dei francesi – sempre loro! – ha stretto un patto di collaborazione per impedire agli scafisti il traffico di immigrati. Le nostre navi militari avrebbero aiutato le autorità costiere libiche nella lotta contro gli scafisti, mentre le navi delle Ong avrebbero dovuto sottostare ad una serie di controlli della nostra Marina.
Il flusso è calato vistosamente in pochi giorni sia in rapporto al mese di luglio, sia in rapporto allo stesso periodo del 2016. Non è ancora la soluzione; ma un punto in favore della sicurezza del nostro paese indubbiamente è. L’Italia non è violabile a piacimento di chiunque.
Le Ong hanno dovuto piegarsi alla legge Minniti, ovvero a tenere sulle loro navi rappresentanti dello Stato italiano per vigilare a che tutto si verifichi secondo la legge. Chi non ha voluto piegarsi, come l’organizzazione “Medici senza Frontiere”, ha deciso di mettersi da parte, anche perché si sono accorti tutti che le motovedette libiche sparano.
Ma la soluzione Minniti ha rivelato indirettamente molte altre cose. Ha rivelato, per esempio, che era stato il nostro governo a chiedere all’Europa di farsi carico da solo degli immigrati in cambio di un atteggiamento di favore nei confronti delle nostre richieste di flessibilità sui conti pubblici. Era stata la radicale Emma Bonino a dire pubblicamente come stavano le cose. E’ chiaro allora come gli austriaci e i francesi avessero ragione a respingere gli immigrati che dall’Italia tentavano di passare in Francia e in Austria. Gli italiani non potevano fare i furbi: ottenere la flessibilità nei conti e poi disfarsi degli immigrati a danno dei partner europei.
Ha rivelato che nel governo c’era chi era determinato a lasciare che in Italia giungessero tutti quelli che si partivano dalla Libia, in nome di un suo personale credo religioso che con la politica non dovrebbe avere nulla a che fare. L’ascetico ministro Delrio si è un po’ agitato per un paio di giorni per poi rientrare nei ranghi. Gentiloni e Mattarella sono stati chiari: il piano Minniti è il piano del governo.
Ha rivelato che l’immigrazione non è il gran bene che per anni ci hanno detto i signori del governo e il papa.  Perfino il presidente dell’Inps. Tito Boeri, ha cercato di far passare l’idea che gli immigrati all’Italia sono necessari, che l’immigrazione è il toccasana per la società italiana per avere i fondi nei prossimi anni per pagare le pensioni.
Ha rivelato che effettivamente tra Ong e scafisti c’era un rapporto di affari. Poco contano in questi casi le intenzioni: salvare vite umane per le Ong, fare soldi per gli scafisti.
Purtroppo ancora non c’è stato nessuno degli indignati che difesero le Ong accusate di connivenza con gli scafisti a chiedere scusa ai magistrati di Trapani e agli italiani. Non la Boldrini, presidente della Camera, non Piero Grasso, presidente del Senato, i quali hanno sparato a zero nei giorni in cui la Procura di Trapani aveva avanzato sospetti su connivenze Ong-scafisti contro chi metteva in dubbio la bontà e l’eroicità delle Ong. Questi signori appartengono ad un’altra casta: alla casta di quelli che hanno sempre ragione e che non chiedono mai scusa a nessuno.
La vicenda dell’immigrazione non è finita e non finirà a breve, ma per lo meno sappiamo che si può fare qualcosa per contenerla. Soprattutto sappiamo che nella vita si può sempre fare qualcosa per evitare disastri. E sappiamo anche – purtroppo! – che la politica in Italia non è solo l’arte del possibile, ma anche l’arte di ingannare e di mistificare.

domenica 6 agosto 2017

Il trillo: Napolitano dixit


Napolitano dixit. In un’intervista rilasciata a Claudio Tito de “la Repubblica” (3 agosto), l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha confermato quanto sull’attacco Onu alla Libia e conseguente eliminazione del Colonnello Gheddafi si sapeva fin dal  2011, epoca dei fatti.
Cosa ha detto Napolitano, al di là del deformante titolo del giornale “Napolitano: Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io”. Ha detto:
Primo, la decisione di attaccare Gheddafi la prese l’Onu con due risoluzioni.
Secondo, era impossibile per l’Italia non fare propria la scelta dell’Onu.
Terzo, Berlusconi era riluttante a partecipare all’intervento Onu contro la Libia, ma con alto senso di responsabilità si piegò per evitare una crisi istituzionale al vertice del nostro paese.
Quarto, oggi è troppo facile considerare quell’attacco un errore.

Ora, che cosa si arguisce dalle dichiarazioni di Napolitano? Si arguisce che Berlusconi era contrario e che lui Napolitano era a favore sia pure per ragioni di opportunità politica internazionale. Va da sé che poi la decisione non poteva prenderla che il governo, con l’approvazione del Parlamento e il consenso della Presidenza della Repubblica. Chiaro?

martedì 1 agosto 2017

Truculenterie d'estate


Lo scrittore-scultore friulano Mauro Corona, spesso ospite animatore di dibattiti alla televisione, ha subito nella notte tra il 29 e il 30 luglio un’aggressione da parte di alcuni giovinastri. I quali, servendosi di una sua scultura in bronzo, gli hanno mandato in frantumi la vetrata del suo studio-laboratorio. Inimmagginabili per chi non li subisce certi traumi. Per quanto ultrasessantenne Corona ha preso un’accetta e ha inseguito i tre disgraziati. “Se li avessi presi li avrei macellati” ha detto in televisione e ai giornali che lo hanno intervistato.

Sul “Corriere del Mezzogiorno” di martedì, 1° agosto, si legge un titolo che lascia a dir poco perplessi: “Regione Il contrattacco. Emiliano si fa garante «Se sgarrano gli stacco la testa e ci gioco a palla».


Si può comprendere Corona; ma Emiliano, che cazzo! 

domenica 30 luglio 2017

Il centrodestra a Lecce rischia grosso


Mauro Giliberti, candidato del centrodestra leccese sconfitto nelle ultime elezioni comunali, ha rifiutato la presidenza del consiglio comunale offertagli dal sindaco Carlo Salvemini, capo dello schieramento avverso, vincente al ballottaggio. Giorni prima – prima che si pronunciasse la Commissione che ha dato il premio di maggioranza alla lista di centrosinistra – quella presidenza era rivendicata dal centrodestra come spettantegli di diritto. Tu non puoi darci – dicevano a Salvemini – ciò che è già nostro; certi di avere la maggioranza dei voti in consiglio.
Ha fatto bene Giliberti a rifiutare? Certamente la sua decisione ricade nella posizione strategica del suo raggruppamento, da tutti per il momento condivisa. Accettare la presidenza significava accettare anche le decisioni della Commissione mentre alcuni della sua parte politica si accingevano a fare ricorso. Essere presidente di assemblea, oltre che legittimare la situazione, significava anche favorire la giunta. Il capo dell’opposizione non può esautorarsi politicamente in simile modo. Dunque Giliberti ha fatto bene a rifiutare.
Quel che incomincia ad andar male – ma “incomincia” per modo di dire, in realtà continua – è che il centrodestra non ha capito che il sistema elettorale vigente prevede due partite per l’elezione del sindaco, del consiglio comunale e della giunta. Due turni, che, per usare la metafora calcistica, sono due partite distinte, una in casa e l’altra in trasferta. Nella prima, quella in casa, il centrodestra ha vinto, subendo però un gol, quello del voto disgiunto, che vale doppio; nella seconda ha perso senza segnare in trasferta. A classificarsi per la finale, perciò, è stata la squadra di Salvemini.
Si può discutere all’infinito su questo come su altri sistemi elettorali. Soprattutto è sul voto disgiunto che si colgono gli aspetti più bizzarri e contraddittori. Come si può simultaneamente votare a favore e contro? Altro che trasformismo, qui occorre scomodare la psicanalisi. Quegli elettori di destra o di centrodestra che hanno votato per i propri candidati ma poi hanno votato per il candidato sindaco dello schieramento avversario, di fatto hanno vanificato il voto di lista; perciò oggi non possono lamentarsi più di tanto: chi è causa del proprio mal pianga se stesso.
La Commissione che ha assegnato il premio di maggioranza a Carlo Salvemini non poteva fare altrimenti; se no avrebbe creato una situazione amministrativa ingestibile. Ha privilegiato la governabilità. Non si può darle torto, anche se agli aficionados del centrodestra brucia veder svanire una vittoria che sembrava ormai a portata di mano.
A Lecce frequento molta gente e ho imparato a leggere i segnali di come vanno le cose e di come potrebbero andare. Erano in moltissimi alla vigilia del ballottaggio ad essere certi che avrebbe vinto Salvemini. Non era difficile pronosticarlo perché fra i due, Giliberti e Salvemini, chi offriva più garanzie di competenze politiche e amministrative era Salvemini.
Ma i segnali più forti e aggiungo che facevano più male al cittadino leccese e salentino di centrodestra erano quelli dati da persone che per tante ragioni erano state sempre di destra o di famiglia tradizionalmente di destra. I motivi di Bruto non sono quelli di Cassio. Ce lo ha insegnato Shakespeare. I loro endorsement in favore di Salvemini, dal carattere fegatoso e ripiccoso, non dico che sono stati determinanti ma hanno bocciato Giliberti più di quanto non abbia fatto il suo minor appeal politico-amministrativo rispetto a quello di Salvemini.
Quale è ora la strategia del centrodestra? Aspettano il responso del ricorso al Tribunale Amministrativo. Secondo me, tempo perso, perché si è di fronte ad una sentenza scontata, che va ben oltre i cavilli giuridici. Qui c’è una città come Lecce che non può essere abbandonata al caos di un sindaco che non ha la maggioranza per amministrare. Perciò andrà a finire che la situazione si consoliderà come ha già deciso la Commissione. Oltre tutto la magistratura in Italia quando si trova di fronte a questioni politiche tende sempre a favorire la sinistra.
Il centrodestra dovrà fin da ora, ma forse ha già incominciato, ad analizzare la sconfitta maturata nei due turni. Nel primo col voto disgiunto dato a Salvemini, nel secondo con la certezza di avere ormai la maggioranza in consiglio. Ma, a parte i due dati elettorali, il problema di fondo è che il centrodestra è arrivato alle elezioni leccesi impreparato o, più verosimilmente, troppo certo di vincere, a prescindere da tutto. Giliberti, a cui personalmente voglio bene perché è una bella persona, colta e garbata, professionalmente preparata, della quale i leccesi dovrebbero andar fieri, non poteva essere il candidato da contrapporre a Salvemini, per lo meno non nelle elezioni del giugno scorso. Come è nata la sua candidatura, chi di fatto l’ha voluta e perché sono tutte questioni che vanno esaminate e dibattute nelle sedi opportune.
Al momento il centrodestra deve studiare una strategia politico-amministrativa di opposizione, nella prospettiva di un recupero alla prossima scadenza elettorale. Farebbe bene, allora, non abbandonare la scelta di “collaborare” con la Giunta, nel rispetto dei ruoli, senza porsi ogni volta e per ogni iniziativa contro. Mauro Giliberti lo ha più volte detto e scritto in campagna elettorale e immediatamente dopo. Ma chi batte le carte oggi nel centrodestra non è più lui. Oggi sono altri; sono quei leader diffusi, di cui si caratterizza oggi ogni schieramento politico, a destra come a sinistra, che continuano a rifilarsi colpi proibiti anche dopo.

Se il lavoro di opposizione non sarà credibile e soprattutto se non si farà chiarezza e forza all’interno dello schieramento il centrodestra rischia di perdere ancora e per diversi anni.     

domenica 23 luglio 2017

Immigrazione: se ci fosse un Re


Che cosa accadrebbe in Italia, in presenza della gravissima emergenza degli immigrati, se, invece di Mattarella, Presidente della Repubblica, ci fosse un Re al Quirinale?
Se il Re fosse politicamente grigio e incolore non accadrebbe nulla di diverso da quello che sta accadendo in Italia in questo momento. Gentiloni, cattolico e papadipendente, continuerebbe a fare il capo del governo e a dire ai suoi colleghi di altri paesi che l’Italia non accetta né lezioni né minacce da altri. E intanto sulle nostre coste continuerebbero a riversarsi migliaia e migliaia di immigrati al giorno senza prospettive che gli stessi passassero poi in altri paesi europei. Come in fondo sta accadendo.
Se il Re fosse invece di carattere e di polso e avesse nel cuore e nella testa il bene del suo paese chiamerebbe Gentiloni e gli farebbe questo discorso. Caro Gentiloni apprezzo il tuo cattolicesimo, sono cattolico anch’io, capisco perfino il sentirti più vicino al tuo papa che al tuo re; rispetto le ragioni e i sentimenti per i quali non vuoi assumere nei confronti degli immigrati atteggiamenti di chiusura e di respinzione. Poiché credi nella carità, nella solidarietà, nella misericordia, secondo il tuo credo religioso, non vuoi andare contro le tue credenze; ma proprio per questo non sei adeguato ad affrontare l’emergenza come la realtà suggerisce e impone. Lascia perciò l’incarico; al tuo posto chiamerò, come è giusto che sia, chi per motivi e sensibilità diversi non si fa scrupoli di adottare i provvedimenti più utili al caso. Consideriamo insieme che il 70 % degli italiani è contrario a questa infinita immigrazione e che il restante 30 % è preoccupato. Consideriamo anche che l’Italia col tuo governo non riesce neppure a farsi rispettare dai suoi partner europei. Il fallimento è duplice. Il popolo se n’è accorto. Abbiamo il dovere di rispettare la volontà del popolo, che non si esprime sempre col voto; anche perché in questi cinque anni gli abbiamo impedito di farlo. Le dicevo che sono anch’io cattolico, ma ora rappresento lo Stato e sento più impellente in un momento di crisi per il mio Paese l’urgenza di intervenire per risolvere un problema che potrebbe diventare una tragedia per l’intera Nazione. Questo accadrebbe, più o meno.
Questo potrebbe accadere anche con un Presidente della Repubblica diverso da Mattarella se, pur cattolico e rispettoso della chiesa, trovasse la giusta determinazione per obbedire al suo mandato terreno di fare il bene del proprio paese.
La crisi di conduzione politica dell’Italia oggi è questa, la mancanza di uomini che sappiano anteporre il bene del Paese alle loro credenze religiose, che un papa strano e straniero impone loro sotto la minaccia implicita delle elezioni; che sappiano anteporre il bene del Paese ai loro piccoli calcoli politici, sempre più personali e miserabili.
A noi italiani è estraneo il principio che il Regno di Dio si conquista operando per il bene dello Stato. Anzi, chi in Italia agisce per il bene dello Stato ma in difformità da quello che dice il rappresentante di Dio sulla terra va incontro alla condanna e alla perdizione. Il nostro Dio dovrebbe precipitare all'inferno chi non opera per il bene dello Stato, che è sempre il bene della Nazione e del Popolo.
Bisognerebbe essere allora protestanti? Sarebbe meglio, ma non è detto. In Italia abbiamo avuto presidenti della repubblica capaci anche di interpretare il ruolo in maniera più coraggiosa e propositiva di come non faccia oggi Mattarella. Penso a Scalfaro. Penso a Napolitano. Senza, per questo, condividere le loro scelte. Parlo del metodo non dei contenuti. Ma in Italia non sono mancati neppure i capi di governo che, pur cattolici praticanti, hanno saputo all’occorrenza agire in difformità dalle indicazioni del papa. Penso a De Gasperi e al suo rifiuto di allearsi col Msi. Penso a Moro e all’apertura a sinistra contro le pressioni della chiesa. Penso all’introduzione di leggi anticattolicissime, come quelle sul divorzio e sull’aborto. Perfino oggi, con un Parlamento di sciancati transumanti, sono passati provvedimenti anticattolicissimi, come la legge sulle Unioni Civili, come il matrimonio fra persone dello stesso sesso e via elencando, autentici vulnus al modello cristiano di convivenza, di civiltà e di società.
Atteso che l’immigrazione è considerata un fenomeno negativo, perché nei confronti non di uomini (gli immigranti) ma del fenomeno (l’immigrazione) non si adottano i provvedimenti più opportuni? In realtà i comportamenti del governo sono ambigui, truffaldini e in buona sostanza irresponsabili. I nostri governanti spacciano per virtù l’incapacità di adottare misure più forti ed efficaci. Essi stanno conducendo le cose politiche, la saldezza dello Stato, il bene del Paese, la volontà del Popolo, con una filosofia di vita da paleocristiani. Dicono di voler fronteggiare l’immigrazione però di fatto la favoriscono, perché per certi aspetti – dicono – è un bene per l’Italia. Il Presidente dell’Inps Tito Boeri sostiene che coi contributi che versano gli immigrati, i lavoratori stranieri, si garantiscono le pensioni degli italiani. Gli immigrati, perciò, ci sono indispensabili; se non ci fossero dovremmo inventarceli. Dunque, per un verso l’immigrazione è un male; per un altro è un bene. In questa altalena di mezzo-pinzocheri e mezzo-bottegai si sta consumando uno dei più rovinosi attacchi all’Italia e all’italianità. Si stanno mettendo qui ed ora i presupposti per chissà quali tragedie in un prossimo futuro, quando in Italia saremo un coacervo di etnie con culture radicali diverse e opposte. Né si può dire che nessuno l’aveva previsto. Non solo la Oriana Fallaci, mai troppo lodata e mai troppo criticata; ma lo stesso Giovanni Sartori, una delle menti più lucide della scienza politica italiana, apprezzata in tutto il mondo, ha scritto testi fondamentali contro.

Ma balza all’attenzione anche dell’uomo della strada che, fra tutti i soggetti di questo disgraziato fenomeno, il più fesso, nel senso letterale e popolare del termine, appare il governo italiano. Gli altri si comportano tutti secondo la direzione a sé più confacente: dagli altri paesi europei alle Ong, dagli speculatori nostrani che stanno facendo affari d’oro agli immigrati, che arrivano da noi con le loro donne gravide o appena sgravate per rendere più favorevoli lo sbarco e l’accoglienza. E' in atto il più massiccio attacco all'Italia che si sia mai visto e per di più portato dagli stessi italiani.