giovedì 14 marzo 2013

Francesco I, il Papa che fa sperare



Come tutti gli eventi straordinari, non poteva che avvenire in una data straordinaria, in questo caso palindroma, 13.3.13, dai significati oltre tutto bene auguranti, come il numero 13 dice da sempre. Papa Bergoglio è il primo papa in molte cose: il primo Francesco, il primo gesuita, il primo dell’America Latina. Aggiungerei il primo “italiano non italiano”. I suoi avi erano astigiani, emigrarono in Argentina nell’800. Bisogna sperare che tante novità producano a loro volta novità; buone, sperabilmente.
E subito, purtroppo, i sursum corda dei soliti sapientoni, occupati a tempo indeterminato su tutti i fronti. I quali l’hanno messa subito su vittoria e sconfitta, vittoria di un cattolicesimo evangelico, sconfitta di un cattolicesimo curiale, dietro cui non si sono risparmiati dall’indicare chi sono i vincitori e chi i vinti. Soprattutto i vinti, che, a loro dire, sono gli europei e in particolare gli italiani, Scola tanto per non fare nomi. Rei, questi, di aver appoggiato Berlusconi per tanti anni, che ora vanno incontro a inevitabili rese dei conti e a dei repulisti.
Io non credo sia il caso di metterla su questo piano. Certo, capisco la tentazione di dire che la chiesa italiana s’è meritata la bastonata, ma è sbagliato e rivela un dato, che se nella chiesa, con l’elezione di Francesco I, qualcosa può cambiare, in certi critici italiani della chiesa non cambierà mai niente. Acidi erano e acidi restano, inutilmente bellicosi, perché hanno con la chiesa un approccio sbagliato considerandola uno strumento che affianca e giustifica il potere politico.
La Chiesa ha da sempre una regola, che può non piacere, ma finora le ha consentito di attraversare millenni e sistemi di potere, crisi storiche e tragedie epocali, che è di stabilire con chi ha il potere politico una sorta di modus vivendi, basato sul reciproco rispetto. Ricordo la formula Bona mixta malis di Pio XI nei confronti del regime fascista. Quanto alla bontà dell’elezione di Francesco I, perché non considerare che ad eleggerlo è stato un conclave preparato dai pontefici precedenti, che pur europei erano? L’assemblea cardinalizia, che ha eletto papa Francesco I, era formata da cardinali in gran parte nominati dagli ultimi due pontefici, che per i signori militanti dell’antichiesa italiana oggi sono gli sconfitti. Essa ha interpretato una sorta di consegna, che, ad essere credenti, si riporta allo Spirito Santo, ad essere laici alle scelte e alle decisioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Cosa ci aspettiamo da questo Papa? Escluso di identificarci nei menzionati combattenti dell’antichiesa italiana, all’insegna del tutto a tutti – preservativi, matrimoni gay, procreazioni assistite, sacerdozio femminile, eutanasia e via liberalpensando – siamo laici, nel senso di non credenti, ma liberi. In quanto tali speriamo soprattutto in ciò che il Papa può fare, senza che debba togliere da sotto le fondamenta della Chiesa il terreno sul quale è costruita.
E’ di tutta evidenza che ci saranno dei cambiamenti nella curia. Accade in ogni passaggio per così dire di potere, senza per questo pensare a repulisti o a chissà quali rese dei conti. Ogni Papa deve avere i suoi uomini chiave. Forse un errore di Benedetto XVI, pagato a carissimo prezzo, è stato proprio di non aver saputo creare una governance intorno a sé, composta da uomini validi e fidati. Un governo pontificio come si deve saprà evitare gli scandali di vatileaks, i sospetti che la banca vaticana operi non proprio con modalità cristiane e legali, se mai è possibile manipolare danaro senza  diabolizzarsi, dato che – come si dice – il denaro per un verso è lo sterco del diavolo per un altro è capace perfino di accecarlo.
La speranza che riponiamo in questo Papa è che le grandi questioni che travagliano l’individuo e la società, cui si faceva prima riferimento, più la povertà, vengano affrontate con spirito francescano. Vale a dire con disponibilità ad attutire l’impatto esistenziale che questi problemi provocano, tra cui la concessione di far vivere in maniera meno liturgica il rapporto con Dio. Un percorso, in verità, già intrapreso dagli ultimi pontefici. Non è cosa di poco conto, anche se probabilmente lascerà l’amaro in bocca a quanti vorrebbero pubbliche dispense dagli obblighi di fede.
Sul fronte dei rapporti col potere politico, è appena il caso di ricordare ai tanti neofrancescani di occasione che Francesco, dico quello di Assisi, ebbe il permesso di fondare la sua regola prima da Innocenzo III e poi da Onorio III proprio perché, a differenza dei tanti moti pauperistici che aggredivano pubblicamente la chiesa, lui, il poverello di Assisi, la chiesa la lasciava nella sua grazia di Dio, volendo solo dare l’esempio di povertà coi suoi fraticelli. Certo, i tempi sono cambiati. Oggi non basta che il Papa francescano abbia modi da persona comune, ma deve operare perché il complesso mondo del potere non scarichi sui poveri tutto il peso del suo egoismo e del suo cinismo.
Lo Spirito Santo non lascia sul campo vincitori e vinti, non vittime sacrificali, ma uomini di buona volontà che fanno sperare.      

lunedì 11 marzo 2013

Napolitano dimostri che il Paese non è allo sbando



Lo spettacolo che si ripete ogni giorno in Italia è di una spensieratezza inaudita. Come se tutto andasse a gonfie vele e che le criticità economiche, politiche e finanziarie fossero di una fiction che non ci riguarda. Come assistere ad una pioggia torrenziale e fredda guardando dai vetri della finestra, al caldo e al sicuro dentro casa. C’è da rimanere trasecolati. Invece, piove su di noi.
Dico io: capiamo il fenomeno Grillo, ma rendiamoci conto anche che se è umano sbagliare – come si dice – è diabolico perseverare. Non si tratta solo di irritarsi per quello che all’estero dicono e scrivono di noi, in ragione dell’aver votato due clown, ma soprattutto per quello che fanno. Il declassamento dell’Italia da parte di Fitch, una delle più autorevoli agenzie finanziarie, è solo il primo allarme di quanto potrebbe accadere di qui a non molto. Insomma, dobbiamo vedere la festa per credere al santo?
Continuiamo a fare esattamente quello che abbiamo sempre fatto: i giudici attaccano Berlusconi, Berlusconi escogita espedienti coi suoi avvocati per sottrarsi all’accerchiamento, il Pd s’incarta da sé precludendosi vie di soluzione e nel frattempo litiga al suo interno, Grillo vuole il cento per cento dei consensi del Paese e minaccia se il suo Movimento dovesse dare la fiducia a qualsiasi governo, il Pdl organizza proteste contro i giudici che gli vogliono accoppare il capo e dice tocca al Pd fare la prima mossa, le televisioni continuano a magnificare Grillo e non riescono a vedere il pericolo per la democrazia insito in un fenomeno che opera fuori da ogni controllo e non si sa dove ci potrebbe portare, vecchi e ringalluzziti preti e giullari si risentono sulla scena come protagonisti. Uno scenario che fa ridere per un verso gli stranieri e per un altro li fa impensierire, dato che ormai con la sovranità ridotta dei singoli stati è cresciuta la responsabilità degli stessi nei confronti degli altri. Intanto tutti gli indicatori socio-economici nazionali peggiorano: cresce la disoccupazione, l’euro perde potere d’acquisto e aumenta il costo della vita. 
Napolitano, or non è molto, ha detto in Germania che l’Italia non è allo sbando. E’ tempo che dimostri quello che ha detto. Si stanno verificando cose in Italia fuori da quanto prevede la Costituzione, un po’ per la rivoluzione tecnologica della comunicazione e dell’organizzazione politica, un po’ per l’inadeguatezza della classe dirigente di capire i tempi e i problemi. L’art. 49 della Costituzione dice che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico  a determinare la politica nazionale”. Ma valgono ancora simili categorie politiche? Quanto meno si dovrebbe chiarire che cos’è un partito e che cos’è il metodo democratico. Quello di Grillo, per esempio, non è un partito, è un movimento di rete che opera fuori dalle norme costituzionali di democraticità. E’ una sorta di società semisegreta, perché c’è una grandissima parte dell’Italia che è esclusa dal sapere che cosa faccia questo movimento. Non è colpa di Grillo;  è l’arretratezza del Paese.
Grillo è libero di dare o non dare l’appoggio ad un governo, libero di lasciare la politica. Ma gli altri – e dicendo altri intendo anche i parlamentari cosiddetti grillini – hanno il dovere di essere uomini e cittadini, come del resto preferiscono chiamarsi piuttosto che onorevoli; hanno la responsabilità di dare risposte concrete al Paese, che sia come sia, li ha chiamati a rappresentarlo.
Purtroppo è inutile pensare di responsabilizzare gli intellettuali, gli uomini di cultura, perché essi sono sempre andati in soccorso del vincitore, senza neppure preoccuparsi di chi fosse e dove andasse. Il modo sussiegoso con cui parlano di Grillo li inchioda ad una categoria umana che perfino Dante avrebbe avuto difficoltà a sistemare in qualche girone infernale. Continuano a pensare che l’essere intellettuali appaia tanto più chiaro quanto più eccentrica è la posizione che assumono di fronte alla semplicità e all’immediatezza delle situazioni. Se la macchina corre a rotta di collo non c’è intellettuale italiano che pensi di frenare; e se arranca perfino ad una salita insignificante non c’è intellettuale italiano che pensi di dover accelerare. Nella loro dissonanza di facciata sono di un conformismo vergognosissimo di sostanza.
L’intervento di Napolitano, anche in moral-suasion – trovi lui il modo, come lo ha trovato per la Procura di Palermo e per l’Ilva di Taranto – è più che mai necessario per scuotere un ambiente che si sta pericolosamente accartocciando come – se è permessa qualche divagazione letteraria – la “foglia riarsa” del Montale, simbolo di un male di vivere che vale tanto per il singolo quanto per la società.

domenica 10 marzo 2013

Con Grillo o oltre Grillo? La seconda per non perdere tempo



Mi è venuto spesso in questi giorni, di fronte al busillis politico postelettorale, di pormi una curiosa domanda. E se oggi, invece, di un presidente della repubblica, ci fosse un re, come si comporterebbe? La prima risposta che mi son dato è banale e scontata: farebbe esattamente la stessa cosa, dato che comunque sarebbe un re costituzionale. Ma di qui, la seconda e più specifica domanda: a chi darebbe l’incarico? L’elettorato, in buona sostanza, premi di maggioranza a parte, si è espresso quasi in maniera triplicemente salomonica, dando la stessa percentuale di voti a Grillo, Bersani e Berlusconi.
La matematica non è un’opinione, si sa; lo è però la politica. Così mi son detto: a Berlusconi no, la sua vicenda personale e politica ha dimostrato tutto nel bene e nel male, qualcuno potrebbe storcere la bocca sul bene, ma lasciamo stare, ognuno la pensi come vuole. E poi, bisogna prendere atto che con lui il Paese continuerebbe ad andare verso il precipizio di una lotta continua tra cittadini e tra istituzioni. A Bersani nemmeno, perché non ha saputo vincere quando tutto sembrava arridergli; e chi non sa vincere in politica conviene (alla Machiavelli) che “ruini”, valutazioni sull’uomo a parte. Non resta che Grillo, forte delle debolezze degli altri, rappresenta la novità e potrebbe davvero, almeno agli inizi, fare quello che gli stanchi e svogliati suoi competitors non hanno saputo o non hanno voluto fare.
Allora mi sono ricordato del povero Vittorio Emanuele III, che, nell’ottobre del 1922, di fronte alla novità Mussolini, la pensò come potrebbe pensarla oggi il presidente della repubblica Napolitano. Perciò niente stato d’assedio, per come oggi potrebbe essere inteso, e incarico a Grillo.
Non lo dico con lo spirito ancora salodiano di un Dario Fo o di un Giorgio Albertazzi, volontari entrambi nella Repubblica Sociale, poi con diverse successive scelte, ma perché la politica ha le sue leggi, nelle quali in gran parte mi riconosco. Sono convinto che il comico genovese, a differenza di Mussolini, che a Roma non portò soltanto l’Italia di Vittorio Veneto, come la vulgata sostiene che dicesse presentandosi al re con una frase ad effetto, ma gli interessi specifici di alcune componenti forti della società italiana, non ha nulla di consistente da portare e da proporre. Ve lo immaginate Grillo che, presentandosi a Napolitano, dicesse: Presidente, vi porto l’Italia di Caporetto o di Cassibile, per tali riferimenti da intendersi la sconfitta, il disordine e la confusione?
Sul nulla grilliano sono concordi quasi tutti i commentatori politici né lui dice o fa nulla per convincere il Paese e chi lo ha votato del contrario. Un governo Grillo dovrebbe avere una maggioranza, vale a dire la fiducia di una parte di quella politica (Bersani e Berlusconi) che lui aborre, alla quale non intende dare la propria fiducia, riservandosi di approvare volta per volta, ossia legge per legge o provvedimento per provvedimento che sia. Lo dice, ma probabilmente non lo farebbe, con qualche pezza a colore per giustificarsi. Aggiunge che non farà alleanze in attesa di conquistare il cento per cento, un’iperbole che evidentemente nasconde una intima debolezza.
Un governo Grillo, perciò, sarebbe la prova delle prove dell’adeguatezza o dell’inadeguatezza del movimento 5 Stelle di governare l’Italia dopo che gli altri non hanno saputo farlo, che costituiscono però – bisogna sempre ricordarlo – sebbene divisi, il 75 % del popolo italiano.
Questa, appena enunciata, è una provocazione, dato che sarebbe come dire che per accorgerci che il fuoco brucia e distrugge tutto, bisogna prima appiccarlo. Aggiungo, per prudenza di storico, che Grillo potrebbe avviare un cambiamento in Italia dagli esiti importanti. Lo dico perché anche di Mussolini i più pensavano che sarebbe stato una meteora e che nulla di durevole avrebbe costituito. Sappiamo, invece, che le cose non andarono così. Un’intelligenza vivace e restia a farsi catturare come Curzio Malaparte nella Cantata dell’Arcimussolini disse “cosa fatta capo ha”.
Provocazioni a parte, come vada a finire è prevedibile. Napolitano darà l’incarico prima a Bersani, il cui schieramento, porcellum o non porcellum suilla lex sed lex – ha vinto le elezioni. I numeri sono numeri. Ma siccome questi non bastano, Bersani dovrà rinunciare all’incarico. E allora Napolitano, preso atto che Grillo non accetta inviti nemmeno per una pizza, lo ha dimostrato negandosi già a Bersani e a Monti, si affiderà ad un uomo delle istituzioni, così si dice, e proporrà un governo del presidente, che si farà carico di fare alcune importanti cose, per poi tornare al voto. Fra le cose importanti dovrebbe esserci la legge elettorale. Di riduzione del numero dei parlamentari non se ne parla. Bisognerebbe rivedere la Costituzione che ne fissa il numero di seicentotrenta alla Camera (art. 56) e di trecentoquindici al Senato (art. 57). E neppure dell’abolizione delle province (art. 114), che però si potrebbero ridurre, accorpandone alcune. Questo governo, insomma, dovrebbe fare tutto quello che andrebbe fatto per poter recuperare la condizione democratico-parlamentare del Paese, senza perdere di vista i problemi economico-finanziari, per i quali si è in dipendenza, ormai acclarata, dai mercati e dall’Europa. Per questo Bersani e Berlusconi dovranno per forza contrarre un matrimonio d’affari, si dovranno accordare sulle cose da fare senza trucchetti ed egoismi, che in passato hanno immobilizzato l’attività politico-riformatrice.
Sul fronte elettorale chi ha votato Grillo, convinto che potrebbe dare un contributo per risolvere i guai politici ed economici del Paese, si dovrà ricredere e mandarlo affanculo, luogo che il comico ben conosce, essendo in quel posto di casa.

giovedì 7 marzo 2013

Berlusconi negozi il suo ritiro



Berlusconi è stato condannato dai giudici milanesi a un anno di reclusione per la faccenda della rivelazione del contenuto di una telefonata tra Piero Fassino e il Presidente della Banca Unipol Giovanni Consorte, nel corso della quale l’esponente degli allora Democratici di Sinistra, esclamò contento: “allora, abbiamo una banca!”. E’ l’ennesima condanna vuota di qualsiasi contenuto penale, a parte i danni alla parte lesa (Fassino) quantificati in ottantamila euro, a fronte del milione richiesto. Seguirà, infatti, prescrizione.
Da quando è sceso in politica, Berlusconi ha dovuto affrontare un fiume lungo, sinuoso e torrentizio di processi, dai quali è uscito quasi sempre assolto, spendendo centinaia di milioni di euro in spese legali. Saranno stati una cinquantina i processi, che hanno impedito al Paese di procedere lungo un cammino già di per sé impervio per le note congiunture internazionali, che hanno esposto l’Italia a giudizi e battute gravemente lesivi della reputazione nazionale.
Una guerra giudiziaria, già iniziata nel 1994, all’indomani della nomina a Presidente del Consiglio, mentre Berlusconi era a Napoli in una conferenza internazionale, dalla quale non è uscito né sconfitto né malconcio, ma alleggerito di centinaia di milioni di euro. Non altrettanto si può dire del sistema politico e giudiziario italiano, che invece è ridotto alle pezze: quello politico lo abbiamo sotto i nostri occhi, delegittimato e invalidato; quello giudiziario non credibile in quanto incapace di vincere la guerra ingaggiata, se si eccettuano piccole scaramucce, pagate in termini di reputazione e di credibilità del sistema giudiziario italiano nel suo complesso. E’ appena il caso di aggiungere che i tanti magistrati che si sono dati alla politica è il segno di un processo di politicizzazione della giustizia che scredita e inficia lo Stato di diritto.
La strada giudiziaria per combattere Berlusconi ha finito per coinvolgere tutte le più importanti istituzioni del Paese, piegando un sistema politico già di per sé gravemente compromesso. Addentrarsi nei vari processi, che si sono conclusi con assoluzioni, prescrizioni, amnistie, depenalizzazioni, è un compito lungo e complesso, che in ogni caso non darebbe un’indicazione per uscire dall’ingorgo politico-giudiziario. Il punto dal quale partire è come giungere ad un armistizio in questa guerra che vede magistrati contro Berlusconi, molto spesso su posizioni strumentali, come a non voler concedere tregua ad un uomo che sembra come quegli eroi del mito, Achille o Sigfrido, praticamente invulnerabile. Trovare la soluzione non dovrebbe essere difficile in un paese come il nostro, che vanta i più scafati pensatori politici del mondo e della storia.
Berlusconi è da vent’anni a questa parte il vero problema del Paese. Qui non si vuole affatto né condannarlo né assolverlo, non per ignavia, da cui chi scrive è assolutamente immune, ma perché ormai si è giunti ad un punto tale che la questione non ritarda ma impedisce qualsiasi ripresa del sistema Italia. Lo prova il fatto che mentre la congiuntura in cui ci troviamo necessita di un’intesa tra le forze politiche per dar vita ad un governo che prepari una sorta di rifondazione del Paese, la magistratura imperversa vanamente contro un uomo, che, forte di una cintura di protezione politica testata dalle ultime elezioni, resiste e rilancia manifestazioni di piazza, che aggiungono disordine e confusione nel Paese.
Massimo D’Alema vorrebbe che ci fosse un’intesa tra le forze politiche, Pdl compreso, ma con l’esclusione della persona di Berlusconi, per dar vita ad un governo di emergenza, che facesse alcune cose importanti, fra le quali la legge elettorale, per poter ripartire. Si può anche pensare che D’Alema abbia assunto questa posizione con un occhio al Quirinale, che aspetta, come sappiamo, il nuovo inquilino. Ma, ingenua o maliziosa considerazione che sia, questa del Quirinale, non si può non essere d’accordo su un’intesa di vera e propria costituente, da realizzare con tappe programmate.
Dalle ultime consultazioni è uscito un quadro politico davvero sconfortante, in un momento politico e sociale che avrebbe richiesto indicazioni più precise e serie. Siamo invece in presenza di tre forze politiche che più o meno, premi di maggioranza a parte, si equivalgono. Due appartengono all’establishment, l’altra è espressione di una sorta di confuso ribellismo indisponibile a dare il proprio contributo alla rifondazione del sistema politico italiano.
Di fronte alle incertezze del momento, agli attacchi che ormai si sferrano anche selvaggiamente, sarebbe auspicabile che si giungesse ad una tregua costruttiva. Qualcuno dovrebbe negoziarla, sapendo di dover rinunciare a qualcosa per il bene del Paese.

mercoledì 6 marzo 2013

Roberta Lombardi, la grillina impertinente



Roberta Lombardi, grillina – pare – di qualche capacità, se è stata eletta capogruppo alla Camera dei Deputati, non ha messo ancora del tutto piede in politica che già incomincia a conoscere che aria tira. Circa un mese fa, sul suo blog aveva espresso sul fascismo dei giudizi non in linea con la vulgata antifascista. Nulla di particolarmente eretico. Addirittura si chiedeva perplessa che tipo di ideologia fosse mai stata quella del fascismo, che, dopo aver pensato e fatto cose buone, ne fece altre di pessime e di obbrobriose.
Se la Lombardi ha studiato, come credo abbia fatto, avrà appreso che il fascismo non fu quello che per ragioni di opportunismo politico fu il male assoluto – Fini docet! – ma fu un movimento prima socialisteggiante, un partito poi strumentalizzato dagli agrari e dagli industriali, un regime violento e liberticida successivamente, imperialista, razzista e via di seguito fino alla catastrofe della guerra. Questo, in estrema sintesi, sono le tappe del fascismo. Ognuna di esse ha però i suoi contenuti, positivi alcuni, discutibili altri, assolutamente da respingere altri ancora. Sembra che stia recitando il rosario delle ovvietà. Me ne scuso coi lettori.
Ora, negare che all’interno di alcune fasi, il fascismo ebbe una politica sociale importante, che di fatto introdusse lo stato sociale, che bonificò zone del paese da millenni malariche prosciugando e costruendo città, che mise ordine nelle banche, nelle industrie, nei trasporti, nei servizi, delle due l’una: o è frutto di ignoranza autentica o espressione di pusillanimità opportunistica, che in politica purtroppo vale oro colato.
Io non credo che i grillini vengano da un altro pianeta, sono italiani come tutti gli altri, diciamo da almeno mille anni in qua; non sembrano molto esperti né particolarmente colti. Se mi sbaglio sarò felice di riconoscerlo. Per ora vedo che sono in gran parte giovani e non hanno avuto le opportunità di crescere in politica come i loro omologhi precedenti, nelle sezioni dei partiti e nelle piazze, ad ascoltare dalla viva voce i loro leader. Ma sono pur sempre della stessa razza italica, nel bene e nel male; finiranno per diventare, come diceva Nietzsche, quello che sono. Persone normalissime, che hanno avuto le loro esperienze politiche giovanili, professionali ed ora politiche. Certo è che si sono proposti come persone pulite, oneste, sincere in discontinuità coi politici tradizionali: sporchi, disonesti e bugiardi. Mi permetterei di non generalizzare.
Mi chiedo, come si può pretendere che uno sia pulito, onesto e sincero e nello stesso tempo intellettualmente disonesto, pusillanime e opportunista? Non lo so. E’ come chiedere ad un asino di ragliare e cinguettare a seconda di chi lo ascolta. Consiglierei a qualcuno di andare a leggersi l’Asino d’oro di Apuleio.
Mi pare che tutti siamo stanchi di un certo tipo di politico. Se dobbiamo dire basta a costui, che nel nome di un Machiavelli mai letto o mai capito, pensa di poter dire e fare quello che vuole, perché la politica è una zona franca, non possiamo chiedere alla giovane grillina di fare mea culpa, battendosi il petto con una pietra, e giurare di essere tutta antifascista, nient’altro che antifascista.
Lo potrebbe pure fare, la Lombardi, ma da quel momento non ci sarebbe da meravigliarsi se la stessa cercasse o non respingesse occasioni di profitto personale, sgomitasse e tradisse per avere un posto di maggiore prestigio, accettasse regali costosi, si ritrovasse, senza saperlo, con conti in banca cifrati e via politicando come i tanti politici tradizionali hanno fatto da sempre in Italia ma in un crescendo vertiginoso in questi ultimi anni.
Perché impedire ad una persona di esprimere il suo pensiero, motivato e giustificato? Perché continuare a pensare che le menzogne siano produttive e politicamente corrette? Il fascismo, come il socialismo, il liberalismo, il comunismo, sono ismi che appartengono al Novecento, sono finiti, si sono in qualche modo trasformati, in alcuni casi sono diventati una cosa completamente diversa. Ma la verità, l’onestà, la libertà, la giustizia sono valori assoluti, universali, che non sono cambiati dalla notte dei tempi e non possono cambiare. E’ a simili valori che tutti coloro che si occupano di politica e dunque del bene e del destino comune, devono ispirarsi, senza vuoti ed eccezioni. 

Grillo: prorogatio o provocatio?



Il prof. Paolo Becchi, docente di filosofia del diritto all’Università di Genova, sta cercando di spiegare sulla stampa, alla televisione e in rete, che l’uscita dal confuso dopoelezioni sta nella “prorogatio” (dal latino proroga, aggiornamento), fino a quando non si formerà il nuovo governo e nel frattempo il Parlamento in maniera del tutto autonoma potrà procedere all’approvazione di leggi importanti, prime fra tutte la legge elettorale e quella sul conflitto di interessi. Dice lui: né la Costituzione né una legge pongono limiti e scadenze ad una eventuale “prorogatio”. Una simile proposta prefigura un regime di tipo assembleare, le Camere intese come delle assemblee liquide, fluttuanti, all’interno delle quali si formano e si sformano maggioranze, ora su un problema ora su un altro. E’ il disordine generale, che farebbe comodo solamente a chi dal disordine pensa di trarre nuova linfa elettorale.
Che la proposta di Becchi sia politica lo dice il professore stesso: «Ora, la mia tesi è la seguente: le forze politiche possono prendere atto che non sarà possibile formare nessun nuovo governo, per evidenti ragioni politiche e di numero» (Corriere della Sera, 5 marzo). Cavilli giuridici a parte questa proposta è politica, nel senso che mira al raggiungimento di risultati politici. Il ragionamento è questo: il pollo (leggi sistema politico) non è ancora cotto, ha bisogno di una “prorogatio” di cottura; lasciamo perciò il gas a fiamma lenta e quando il pollo sarà ben cotto il pranzo è servito. Il Movimento di Grillo pensa che in un modo o nell’altro, sia che le leggi importanti si facciano sia che non si facciano, ha tutto da guadagnare. Se si fanno, il merito è suo; se non si fanno, la colpa è degli altri. Sarà banale e semplice il ragionamento, ma per chi al momento non è pronto per affrontare la situazione politica difficile e complessa, com’è quella italiana, fa come Quinto Fabio Massimo, detto appunto il “cunctator”, il temporeggiatore che, non potendo affrontare Annibale in campo aperto, optò per una sorta di “prorogatio”.
Quella di Grillo rientra nel genere delle “primavere arabe”. Ne ha tutti i caratteri. Improvvisamente folle impensabili formatesi in rete si riuniscono e danno la spallata al regime di turno. Nei paesi arabi tanto è avvenuto nella violenza e negli scontri armati; da noi è avvenuto in una sorta di scontro non sanguinoso ma oltraggioso parimenti. Quel Grillo che ha insultato e insulta continuamente uomini, leggi e istituzioni, prima o poi evocherà qualcosa di non perfettamente pacifico. La storia, che non è un museo ma un racconto vivo di fatti, questo fa temere. Non a caso altri paesi europei temono il rischio contagio.
La risposta dei partiti – per come oggi possono essere intesi – deve essere consequenziale, dopo aver individuato il pericolo comune e della democrazia. Questo pericolo è il Movimento di Grillo, che ha dato dimostrazione che può portare milioni di persone sulle piazze e nelle urne, ma che non capisce nulla di governo della cosa pubblica. I suoi parlamentari – absit iniuria verbis – sembrano usciti dalle uova  di Bulgakov; espressione di una volontà neodittatoriale. Chi ha votato per il Movimento 5 Stelle ha votato per Grillo, in nessun caso ha pensato ad uno dei suoi cento e passa eletti. Anche a metterla su questo piano, dato che neppure gli altri partiti hanno ricevuto voti di preferenza, Grillo ha superato tutti quanti gli altri in uno dei difetti più gravi per i quali lui accusa. Parlamentari nominati e non eletti, che ora lui vuole addirittura vincolare, contro l’art. 67 della Costituzione.
Da questa situazione si può uscire con un governo del Presidente, politico, che operi all’interno di Camere ben strutturate nelle loro componenti politiche e parlamentari. Dopo aver approvato alcune leggi importanti, direi prima fra tutte la legge elettorale, si potrà andare a nuove elezioni. Intese di governissimi sarebbero esiziali e farebbero aumentare a dismisura la protesta. Non “prorogatio”, dunque, che gonfierebbe ancora di più Grillo, ma “provocatio”, che in latino significa appellarsi a qualcuno, in questo caso al popolo, per sgonfiare il fenomeno Grillo, che in questo momento è il pericolo dei pericoli della nostra democrazia e anche della nostra condizione economico-sociale. Bisogna dimostrare al popolo che votare Grillo non serve, che anzi costituisce un aggravarsi della situazione. Far capire che l’aggravarsi può significare aumento della disoccupazione, crescita della povertà, riduzione e tagli alle pensioni, all’assistenza, ai servizi. La gente spesso non capisce che tra il voto e tutte queste cose c’è un nesso di causa ed effetto.  Bisogna che lo capisca.

domenica 3 marzo 2013

Bersani tra senno del prima e senno del poi



A sentirli tutti oggi i commentatori politici, Bersani doveva far vincere Renzi alle primarie perché questi poi avrebbe a sua volta vinto le elezioni politiche. Come – mi chiedo – mettendosi graziosamente da parte? Qui non si tratta più del senno del poi, è piuttosto in questione il senno del prima, che è dote assai più consistente e importante del senno del poi, che non vale niente. Ne son piene le fosse, diceva il Manzoni.
Già Bersani dimostrò nell’occasione delle primarie una grande disponibilità a mettersi in gioco, pur potendo trincerarsi dietro una norma dello Statuto del partito, che voleva che fosse lui il candidato premier nell’ipotesi di elezioni. Si obietta: ma il quadro politico era in movimento, il fenomeno Grillo era minaccioso e le risorse di Berlusconi erano e sono più infinite delle vie del Signore, come poi è stato dimostrato. Obiezione respinta, perché se Bersani avesse ceduto il passo a Renzi, quanti della vecchia guardia postcomunista, che ancora è consistente, sarebbero rimasti nel partito e quanti se ne sarebbero andati con Vendola o con un’altra formazione di cui abbonda la sinistra italiana? E’ il bisogno di coprirsi quando la coperta è corta. Ti copri in alto e inevitabilmente ti scopri in basso. Chi ha responsabilità di guida in politica deve avere grande senso dell’equilibrio. Bersani dimostrò di avere il senno del prima in quell’occasione. L’errore semmai – era chiaro prima ed è stato ancor più chiaro dopo – è il non aver voluto una legge elettorale nuova, diversa dal porcellum. Bersani aveva visto giusto per la Camera, e difatti è bastata una manciata di voti in più per assicurarsi una maggioranza solida, ma non ha voluto ascoltare gli ammonimenti per il Senato, dove sarebbe stato assai difficile avere una maggioranza. Troppo ghiotta sembrava l’occasione per lasciarsi sfuggire quello che il porcellum offriva. E, invece, il porcellum ha “tradito”.
I problemi che si pongono oggi e che riguardano Bersani, ma anche Berlusconi e soprattutto il Paese, è che c’è un soggetto, Grillo, che rifiuta di gestire il risultato elettorale in maniera parlamentare, come in una democrazia accade o deve accadere. Intendiamoci, la scelta di stare all’opposizione è legittima. Non è altrettanto legittima la prospettiva. Grillo è come invasato, vuole il governo e le forze politiche tradizionali al suo servizio. E’ una sfida, la sua, molto pericolosa.
Siamo in democrazia, fino a prova contraria, malata malata, ma ancora è democrazia. Se il suo partito ha conseguito il 25 % del favore dell’elettorato, vuol dire che il 75 % gli è contro. Fino ad oggi ha avuto a che fare con gente responsabile, matura e disposta perfino a tendergli la mano. Anche alcuni dei suoi amici ed estimatori, come Dario Fo e Massimo Cacciari, lo invitano ad assumere atteggiamenti più conciliativi. Ma lui, niente, è convinto che da qualsiasi governo, ipotetico, dal quale tenersi alla larga, lui finirebbe per trarre vantaggio alle prossime elezioni, nel significato di vicine più che successive.
Il Presidente della Repubblica getta acqua sul fuoco, rassicura i governi stranieri e non solo i governi, soprattutto i mercati. Dice che l’Italia non è allo sbando. Fa il suo mestiere. Ma la realtà è assai complicata. Il Paese continua ad andare alla deriva, tutti gli indicatori sociali ed economici lo dicono impietosamente. All’estero ci considerano spensierati, perché in una situazione così drammatica ci siamo affidati a due clown. Sarà pure offensivo, ma chi non ne è convinto anche in Italia? La magistratura si è di nuovo scatenata contro Berlusconi, il quale minaccia grandi manifestazioni popolari. No, francamente la situazione è davvero non dico senza vie d’uscita, ma richiede maniere forti e decise.
Dimostrarsi debole e incerto o addirittura con rimorsi sulla coscienza in politica non paga. Le forze in campo sono tutte espressione della volontà dei cittadini. Non ci sono forze più legittime di altre finché restano nelle regole democratiche. Bersani fa male a non mostrarsi all’altezza del compito e a non rispondere a Grillo, se non con insulti, quanto meno con messaggi politicamente virili (si può dire?).
Un governo di scopo è possibile. Lo ha ricordato anche D’Alema, il quale ha detto che la legislatura dovrebbe avere carattere costituente. Forse la seconda che ha detto, giusta quanto e più della prima, sarebbe troppa grazia. A questo punto occorre proprio un governo che governi, che dia garanzie di ordine e di stabilità, che provveda a fare una legge elettorale da cristiani, che preservi la democrazia anche da avventure jacqueristiche o come oggi le chiamano di rete, e poi andare a nuove elezioni.
Gli strumenti per tirarci fuori dalle secche li abbiamo. Forse non abbiamo il comandante della nave giusto. Ma non è neppure uno Schettino qualsiasi chi oggi potrebbe mettersi al timone. Un grande popolo trova sempre il modo per risolvere i problemi senza ricorrere a mezzi estranei all’ordine democratico e costituzionale.