sabato 17 gennaio 2026
Trump: si salvi chi può!
Non sembri uno scherzo della storia la ricomparsa sulla faccia della terra di un uomo che non solo dice ciò che il bon ton vieta di dire, ma fa ciò che la legge internazionale vieta di fare. L’uomo che apparve sulla terra nella prima metà del Novecento era Adolph Hitler, che voleva costruire il Reich millenario. L’uomo ricomparso sulla terra nella prima metà del 2000 è Donald Trump, che vuole fare dell’America il dominus mondiale. Il primo “pazzo” in Germania. Il secondo “pazzo” negli Stati Uniti d’America. Stupefacente. E poi dicono che la storia non si ripete! Si ripete si ripete, lo fa da diecimila anni; a modo suo, certo.
Trump è ancora più pericoloso e pittoresco. Ha esordito col culo, sdoganando l’anatomia cialtrona. Ha detto: tutti accorrono a leccarmelo, a proposito dei dazi. Ha continuato con l’insultare gli Europei, a suo dire, parassiti e imbroglioni, vissuti alle spalle dell’America per colpa di un presidente debosciato come Biden e certi suoi predecessori. Poi è passato a minacciare apertamente paesi come Canada, da annettere; Panama, per il Canale; Danimarca, per la Groenlandia, paese questo membro della Nato e dunque suo ufficiale alleato. Dice: tutta questa roba serve per la sicurezza degli Stati Uniti; e dunque me la prendo.
Ma non solo parole. Bombe sull’Iran, per aiutare Israele nella Blitzkrieg del giugno scorso, tra Israele e Iran; bombe sulla Siria; blocco navale antivenezuelano per colpire il narcotraffico; intervento militare in Nigeria per punire le aggressioni alle chiese cristiane; minacce all’Iran di intervenire se il governo degli Hayatollah non la smette di sparare sul popolo che manifesta per i suoi diritti democratici; minacce alla Colombia e al Messico; e infine, intervento in Venezuela con la cattura del presidente Maduro reo di favorire narcotraffico e narcoterrorismo.
Gli aspetti infantili di Trump – ma è a capo della più potente forza militare del mondo! – lo spingono compulsivamente a gioire pubblicamente per le imprese che compie. Certe sue performance televisive ricordano quelle mirabilmente narrate da Chaplin nel film “Il grande dittatore”, in cui c’era un Hitler che palleggiava con un mappamondo, solo che nel capolavoro di Chaplin era finzione, con Trump tutto è drammaticamente reale.
Se la mission di Trump, da lui autoassuntasi, continua su questa strada è la guerra. Per evitarla verrebbe di sperare in un’azione salvatrice del Padreterno o di qualche misteriosa organizzazione umana, che a volte arriva puntuale a togliere le castagne dal fuoco.
Per ora gli altri sono perplessi, come se fosse accaduto qualcosa di imprevisto. Si chiedono fin dove vuole arrivare il presidente americano. Cina e Russia sono pronte a compiere per la propria sicurezza le imprese che Trump sta compiendo per l’America? Putin e Xi Jinping sono più affamati o più assennati di Trump? Chi può fare qualcosa per Taiwan se la Cina decidesse di annettersela? Chi potrebbe impedire a Putin di continuare la sua politica di reconquista del fu impero zarista e poi sovietico a danno di tanti paesi che oggi sono sovrani e fanno parte dell’Europa?
E l’Europa, che sta facendo di fronte alle mattane di Trump, presidente di quello che ancora oggi è il più importante paese della coalizione Nato? Per ora gli Europei si stanno limitando a balbettare qualcosa nell’ambivalenza di difendere certi principi senza compromettere ulteriormente la situazione. Meloni ha detto che l’azione di Trump contro il Venezuela è legittima ma discutibile nelle modalità in cui è avvenuta. E così gran parte dei paesi membri dell’Europa. La verità è che l’azione di Trump contro Maduro destabilizza gli assetti internazionali. Nulla è più difendibile come prima, con la stessa certezza di prima; e in difficoltà sono quei paesi, come l’Italia, che hanno sempre sostenuto l’Ucraina nel difendersi dall’aggressione russa.
Nello scenario che si va disegnando si può solo temere il peggio. L’Europa si trova in una situazione imbarazzante per un verso, difficile e preoccupante per un altro. I motori non sono ancora tutti in moto né è chiara la direzione che prenderanno nei prossimi mesi. Tutto è accaduto finora troppo in fretta né si poteva temere che la vittoria di un presidente potesse sconvolgere gli equilibri mondiali così rapidamente. La politica iperinterventista di Trump presenta aspetti controversi che mal si conciliano con gli interessi geopolitici. Per un verso Trump difende i principi democratici di libertà (Iran e Nigeria) e di lotta alla droga (Venezuela), per un altro mostra il volto del più crudo utilitarismo di Stato (petrolio e terre rare in Groenlandia).
sabato 10 gennaio 2026
A Lecce dopo la Poli il nulla
La notizia che la sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, si sarebbe candidata alla presidenza della Provincia, posto lasciato vacante dal dem Stefano Minerva, eletto alla Regione, ha scatenato un putiferio di reazioni e di controreazioni, con un ventaglio di ingiurie e insolenze sui social. Il mantra dei suoi avversari è l’età, 82 anni, e una lunghissima carriera che l’ha vista essere tutto quel che si può essere in politica: deputata, senatrice, ministra, europarlamentare e per tre volte sindaca di Lecce, oltre che consigliera comunale, provinciale, regionale; sempre pronta a ricominciare con iniziative politiche in apparenza contraddittorie ma in sostanza coerenti, essendo la sua posizione sempre di centrodestra, in militanza mai defessa.
L’Adriana – così nota negli ambienti politici – avrebbe potuto fare un’importante carriera universitaria, se ancora giovanissima, già assistente del latinista Remo Giomini a Lecce, non si fosse trovata al bivio: l’amore per lo studio o l’amore per la politica. Scelse quest’ultimo ad ogni livello lo incontrasse. La sua carriera politica parla da sola per chiunque voglia con onestà riconoscere il valore di una donna, che già era sulle barricate politiche quando le donne in politica erano poche e quasi sempre nei comodi seggi dei partiti di governo. Lei no, lei era col Msi, quali che fossero le conseguenze della scelta.
La sua militanza non è stata mai facile, meno ancora la sua carriera. C’era, all’interno del suo partito, chi la ostacolava. In politica i primi nemici ce l’hai in casa. Amicus hostis per Carl Schmitt. Lei ha sempre saputo difendersi e attaccare. I risultati non le hanno dato torto. Per la capacità e il coraggio dimostrati nell’affrontare avversari interni ed esterni ha sempre avuto apprezzamenti e astiosità. Apparentemente il Msi sembrava un partito granitico, in realtà la lotta interna per sopravvivere era dura e a volte fatta di scorrettezze brutali. Erano talmente esigue le sostanze elettorali di questo partito che ogni elezione era per chiunque un mors tua vita mea, che rendeva sempre i comportamenti dei soggetti interessati border line. La Poli si è formata in un contesto di confronto e di lotta, dal quale è uscita quasi sempre vincente. Questa sua abilità si è rivelata sempre nell’individuare in tempo l’avversario prima ancora che questi diventasse tanto forte da mettere in dubbio l’esito della battaglia. Da quanto è accaduto nel corso di mezzo secolo di vita, che l’ha vista sorgere cadere risorgere, si può dire che essa sia un’esperta e abile politica. Su questo non credo che esista osservatore politico che non lo riconosca.
La concorrenza politica interna ha portato, però, necessariamente all’eliminazione dell’avversario di turno. È così che si è impoverito il patrimonio umano e politico del centrodestra. Più che pensare a “costruire” eredi si è pensato a non farsi scavalcare. Nessuno in politica è così ingenuo da crearsi i competitori in casa. Ad un certo punto l’ambiente si è impoverito, la rivalità ha fatto come Saturno coi suoi figli: li ha divorati ad uno ad uno. Sicché nel partito non è venuto fuori nessun elemento capace di raccogliere l’eredità politica. Al momento delle scelte c’era sempre lei. Si capisce allora come a 82 anni ci sia ancora lei. Lo abbiamo visto nelle ultime Amministrative a Lecce. Ci voleva un candidato che potesse battere il fortissimo Salvemini. E chi poteva essere? Ma lei, l’Adriana! Capace di raccogliere ciò che restava del centrodestra e portarlo al successo. La sua ultima vittoria elettorale è stato un capolavoro ma anche la dimostrazione dell’assunto che a Lecce, ma non solo, il centrodestra non ha elementi in grado di competere con gli avversari del centrosinistra, i quali hanno quasi sempre il candidato giusto per il momennto giusto.
Si può discutere finché si vuole sulle cause di questa situazione, che sono diverse da luogo a luogo, ma è un dato di fatto che nel centrodestra in Puglia non si riesce più a produrre elementi competitivi da presentare alle varie elezioni locali. Lo si è visto alle ultime Regionali, dove il centrodestra non riusciva a trovare – ma probabilmente non aveva – un candidato da reggere il confronto con Decaro. Allora il punto non è la Poli, che “a pie’ fermo” cerca di tenere il pezzo fino all’ultimo, ma la situazione più generale, in cui sembra che la forma partito, tradizionalmente intesa, a livello locale paghi di più delle formazioni più recenti, come sono Fratelli d’Italia, la Lega e Forza Italia, partiti più a vocazione nazionale. Ciò non toglie che molti soggetti politici del centrodestra, a Lecce, devono fare mea culpa.
sabato 3 gennaio 2026
Brigitte Bardot era di destra, ma non diciamolo
La più stravagante e oziosa delle polemiche, che si fanno periodicamente in Italia, è se un personaggio importante, specialmente se morto, è di destra o di sinistra. L’ultima polemica ha riguardato Pasolini, le cui ultime posizioni sull’omologazione e la sua nostalgia per i tempi che producevano uomini più veri e diversificati, hanno fatto pensare ad una sua svolta a destra. E invece Pasolini, come altri del suo rango, non poteva che appartenere al suo genio. Ricordo alcuni versi del Manzoni, che riguardo alla contesa patria di Omero diceva «e Rodi e Smirna cittadin contende: / e patria ei non conosce altra che il cielo» (In morte di Carlo Imbonati). Dante era di destra o di sinistra? E Machiavelli era di destra o di sinistra? Ma va, si può rispondere: «e patria ei non conosce altra che il cielo». Ovvio che tirare la giacca a questo o a quel personaggio è propaganda. La mia mamma veste Armani. La mia, Valentino. La mia, Versace. I grandi, per i nostri politici, finiscono per diventare vestiti griffati. Non si può dire, tuttavia, che l’appartenenza o l’acquisizione non abbia una certa importanza. Se un grande uomo o una grande donna è di sinistra o di destra è un valore aggiunto alla propria tendenza, della quale vantarsi.
Brigitte Bardot, bella e ribelle quanto altre mai, era di destra, per quello che l’espressione può significare nel linguaggio comune. Era molto vicina alla famiglia Le Pen. Alle elezioni presidenziali in Francia preferì Marina Le Pen a Macron. Alla bellissima non piaceva la politica immigratoria dei governi di sinistra. Non mi piace vivere in una Francia algerizzata, diceva. Dalle sinistre era considerata razzista. Dunque BB era di destra, senza se e senza ma? No, vale anche per lei il “cielo”, ossia l’universalità, senza ammanti e senza colori.
Io ne sentii parlare che avevo tredici anni. Andavo a scuola a Maglie e sentivo i ragazzi più grandi di me di un paio d’anni parlare di questo straordinario mammifero. Così chiamava le belle donne Fred Buscaglione, quando ancora non c’era il mainstream del femminismo o del politicamente corretto e parlare era davvero comunicare i propri pensieri, rivelare la propria sensibilità. Mi chiedevo come avrebbero fatto quei ragazzi a scuola ad ascoltare la lezione col pensiero assediato dalle curve da brivido della BB.
Ma, a parte la sua bellezza, la Bardot è stata una donna straordinaria, intelligente e coraggiosa. Quando negli anni Settanta – era ancora giovane e bella – capì che il suo mito era al tramonto, non ne intraprese il “viale” in depressione, smise di fare l’attrice e si dedicò alla cura personale degli animali e alla loro difesa politica. Tutto questo accadeva ben prima che l’animalismo in Italia diventasse parte dei programmi politici e la nostra Brambilla, che si fa leccare le labbra da cani e gatti, era di là da venire con il suo mentore Berlusconi e i suoi candidi Dudù.
La Brigitte ha rappresentato, al di là delle appropriazioni politiche, più o meno indebite, un modello anche in politica, una sorta di dea. Si narra che le grandi divinità olimpiche all’inizio altro non erano che degli umani straordinari, tanto eccezionali da diventare modelli eterni, cioè dei. Ecco, BB, ai primordi delle divinità, forse non sarebbe diventata Venere, perché ai suoi ammiratori procurava turbamento, alterava quella serenità e quell’equilibrio, che invece sono prerogativa divina. Ma la dea protettrice degli animali sì. Il suo attaccamento alla scelta di vita operata l’ha condotta a diventare nel suo Paese e nel mondo un punto di riferimento tanto da dare l’avvio ad una delle “rivoluzioni” più incredibili: l’estensione dei diritti umani a tutti gli animali, pur in assenza da parte di questi di qualsiasi apporto all’eccezionale conquista “sociale”. Non di rado vediamo e sentiamo persone rivolgersi ai loro animali come se fossero mamma e papà, zii e nonni. C’è chi spende migliaia di Euro per vestirli alla umana e curarli da gravi malattie. Una rivoluzione che non potrà mai essere un ribaltamento come accade tra uomini ma che ha segnato un’epoca dalla quale è difficile tornare indietro. Protagonista di questa rivoluzione è stata, se non la prima al mondo, sicuramente la più importante, la più efficiente ed efficace. È stata una donna contro le convenzioni, capace di portare avanti lotte non sempre comprese appieno, col rischio di non essere neppure capita nella genuinità dei propositi.
Questa donna era di destra solo perché votava Le Pen e non approvava i migranti? Ma va: «e patria ei non conosce altra che il cielo».
sabato 27 dicembre 2025
E infine Veneziani sbottò
Secondo Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, già una volta consigliere alla Rai in quota Alleanza Nazionale, il governo di centrodestra, ad eccezione di Giorgia Meloni, è fatto di mezze calzette che nulla hanno realizzato perché si possa dire: di qui è passato un governo di destra. Lo ha scritto su “La Verità” del 21 dicembre, un giornale d’area, a cui forse non piace l’aria che si respira. Aggiungendo: «Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro. Lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione».
La prima osservazione che viene di fare è che Veneziani «almeno a fine anno» fa qualcosa che non fa nel resto dell’anno, di essere cioè «onesto, realistico, ragionato». Mi viene in mente il detto latino semel in anno licet insanire. E questo è accaduto, che Veneziani è proprio insanito. Brutti scherzi fa la pancia. Possibile che Veneziani non salvi proprio nessuno del governo Meloni, ad eccezione – lo ripetiamo – della Meloni? E i ministri degli esteri, dell’interno, della giustizia, dell’economia, della difesa, dell’istruzione, pur con tutti i loro limiti, sono tutti da buttare? E dove l’Italia potrebbe trovare dei ministri migliori dei poc’anzi citati? Erano forse migliori quelli di prima? Ne avrebbe da suggerire Veneziani per il futuro prossimo? Che cosa il governo non ha fatto, che invece doveva fare? Lo dica Veneziani!
Quel che si percepisce è che Veneziani è in preda a furia demolitrice perché al posto del ministro Alessandro Giuli alla cultura non c’è lui o un altro che gli avesse affidato chissà che cosa, che ci piacerebbe sapere. Non si tratta di delusione disinteressata, qui è un vero e proprio attacco concertato (forse!) con una fronda di insoddisfatti di quel che il governo ha finora fatto o scontenti di qualche ministro. Non è un caso che in difesa di Veneziani dopo la reazione di Giuli è corso Mario Giordano. Il quale ha scritto che «Veneziani è colpevole di non aver leccato gli stivali di Giuli». Siamo insomma ai leccaggi, al “chi sono io e chi sei tu”. Se poi alla baruffa intervengono altri, allora è rissa di torte in faccia in mancanza d’altro.
Veneziani ha sbagliato dimostrando di non conoscere la realtà di un paese democratico come il nostro, dove realizzare qualcosa di destra come ieri di sinistra è pressoché impossibile. In questo paese si può soltanto vivacchiare. Non è difficile governare l’Italia – diceva una buonanima – è semplicemente inutile. Che s’aspettava Veneziani? Il terremoto culturale? Già è stato tanto aver iniziato un percorso nuovo. Oggi essere di destra è una riconosciuta patente di cittadinanza e, se Veneziani permette, di merito. Non così ai tempi che ricordiamo, di archi e marchii costituzionali.
Come si può risolvere il problema della migrazione clandestina quando hai la magistratura contro, si tratti delle imprese di Salvini o della Meloni della struttura di accoglienza in Albania? Come si può governare coi sindacati politicizzati contro e contro i centri sociali, autentiche forze nemiche in servizio permanente effettivo? È la democrazia, bellezza! Il dissenso è lievito. Ma non si pretendano allora miracoli, di destra o di sinistra che siano.
La furia – si sa – è cieca e cieco è stato Veneziani nell’attaccare un governo dal quale probabilmente non ha avuto quel che lui pensava di meritare. Questo ribalta il giudizio. Non è il governo non all’altezza della situazione, ma quei pochi o quei tanti intellettuali di destra che non hanno mantenuto quel che promettevano, di essere obiettivi e propositivi nello stesso tempo nell’approcciarsi al governo del Paese. Per fortuna non tutti la pensano come Veneziani. Gli intellettuali, personalmente disinteressati, senza sparare a zero, puntualizzano e propongono. Si veda Ernesto Galli Della Loggia – cito uno che incontro spesso sul “Corriere della Sera” – il quale non risparmia osservazioni critiche alla destra ma lo fa con puntualità e intento propositivo. Si consideri che ancora oggi, dove comandano quelli di sinistra, c’è una respinzione da razzismo politico e di difesa dei soliti fortilizi, che lascia pensare che, se essi tornassero al potere, riprenderebbe nei confronti della destra politica l’apartheid degli anni Quaranta-Ottanta. Con l’andata al potere del paese, la destra ha iniziato un cammino nuovo, del quale vanno colti gli aspetti più importanti. Quelli che dovrebbero rendersene conto per primi sono soprattutto quegli intellettuali, come Veneziani, che hanno conosciuto il peggio dell’esclusione sistematica.
venerdì 26 dicembre 2025
Nelle pieghe del Novecento di A. Lucio Giannone
Ogni fenomeno, politico o letterario che sia, lascia spazi inesplorati. Sono le “pieghe” nelle quali restano nascosti aspetti importanti e meno importanti, fatti che, “spiegati”, illuminano e risarcisono del tempo passato al buio. Così è il Novecento, quel Novecento che chiamo minore per capirci, in cui autori anche di alto e altissimo profilo li scopriamo in rapporto a personaggi più periferici e meno conosciuti, a episodi di vita più marginali. Si scopre che tra il Nord e il Sud, tra maggiori e minori, nel campo delle lettere, c’è stato un rapporto ben più interessante, di conoscenze, di reciproci riconoscimenti e di collaborazione. Tutto sta nell’avere interesse e strumenti metodologici per portarli alla luce.
Ne offre un esempio il lavoro di Antonio Lucio Giannone, già ordinario di Storia delle Letteratura Contemporanea all’Università del Salento, Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella, 2025), che fin dal titolo annuncia “ritrovamenti” interessanti. Il libro contiene nove saggi su autori che coprono l’intero Novecento, in cui accanto a quelli del Nord (Gian Pietro Lucini, i Futuristi, Giuseppe Prezzolini, Eugenio Montale) compaiono quelli del Sud (Salvatore Quasimodo, Ennio Flaiano, Girolamo Comi, Luigi Corvaglia, Vittorio Pagano, Giacinto Spagnoletti, Raffaele Carrieri, Michele Saponaro); ma soprattutto sono “spiegati” i rapporti che ebbero alcuni autori meridionali coi loro omologhi ben più noti: Saponaro con Prezzolini, Pagano con Montale, i fratelli Carlo e Francesco Barbieri con Flaiano o le influenze che ebbero dall’esterno, come il melissanese Corvaglia dallo spagnolo Miguel de Unamuno e il tarantino Carrieri dall’ambiente parigino da lui frequentato in gioventù. Gran parte dei saggi sono sostenuti da documenti, in questo caso da lettere reperite in archivi privati, carte d’autore e scritti apparsi su riviste e giornali d’epoca, riproposti in appendice.
In “La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi” l’Autore esamina «la poesia civile e di protesta che si sviluppa in Italia nel primo Novecento nell’ambito dell’avanguardia e, in particolare, del futurismo». È il periodo in cui nel Paese, alla fine del secolo, fervevano motivi di scontento sociale che non avevano preso ancora strade precise tra epigoni della scapigliatura, nuove forme di associazione politica, protesta sociale e futuristi appunto. È un aspetto, questo, che l’autore ascrive al suo saggio: «Su questo argomento sono uscite negli ultimi decenni ben tre antologie, […]. Più recentemente, nel 2018, è apparso un volume che allarga lo sguardo anche alla prosa e si sposta più avanti negli anni. Nessuno di questi volumi, però, affronta in maniera specifica l’avanguardia primonovecentesca e il futurismo che […] costituiscono l’oggetto della nostra relazione».
Nel saggio “Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia», con lettere inedite di Prezzolini a Michele Saponaro”, Giannone, lumeggia la collaborazione che ci fu tra i due nel periodo marzo del 1919 – ottobre 1920, quando Saponaro dirigeva la «Rivista d’Italia» a Milano e Prezzolini, che ne curava le rassegne letterarie, era al suo libro paga. Giannone in questo caso ha utilizzato le lettere che si trovano nell’archivio privato di Saponaro a San Cesario di Lecce.
Così anche per il saggio “Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale a Vittorio Pagano” l’Autore visita l’archivio privato dello scrittore leccese per conoscere il rapporto tra i due attraverso tre lettere di Montale a lui indirizzate. Sorprendente l’approccio confidenziale, del poeta genovese nei confronti di Pagano, che in fondo conosceva solo attraverso la corrispondenza.
“Unamuno in Italia: S. Teresa e Aldonzo di Luigi Corvaglia” coglie il rapporto tra lo scrittore salentino Luigi Corvaglia, assai più noto per i suoi studi su Vanini, e lo spagnolo Miguel de Unamuno nella commedia in quattro atti sull’amore tormentato di Teresa d’Avila e Aldonzo. Ne esce un Corvaglia più compiuto; non solo filosofia nei suoi interessi, ma anche teatro, narrativa e politica.
Il saggio “Da Vento a Tindari (1930) a Nell’isola (1966): la Sicilia di Quasimodo” l’Autore si discosta dalla linea del libro e insiste sul rapporto tra il Premio Nobel e la sua terra natale, in cui «a prevalere è sempre un’immagine della Sicilia come rifugio, come àncora di salvezza nella dispersione del vivere quotidiano, come luogo di beatitudine celestiale». Quasimodo – dice Giannone – ha anche il pregio di «avere inserito il Sud nella geografia lirica italiana fin dagli anni Trenta, dando il via a una linea importante, anche se spesso trascurata, della poesia del Novecento che comprende anche i nomi del campano Alfonso Gatto, dei lucani Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, dei pugliesi Raffaele Carrieri e Vittorio Bodini, per citare solo i maggiori esponenti di essa».
Anche il saggio “Girolamo Comi: poesia come preghiera” si discosta dalla linea delle “pieghe” e affronta l’aspetto fondamentale della poesia comiana: la preghiera. «Comi – scrive Giannone – in tutto l’arco della sua attività, ha rifiutato quel tipo di poesia che mette al centro del proprio interesse l’io, le angosce individuali, le inquietudini esistenziali, i propri sentimenti. La poesia per lui deve essere un’attività totalizzante, quasi di tipo sacerdotale, a cui bisogna riservare una dedizione assoluta, rifuggendo volutamente, con profonda convinzione, la gloria, il facile successo, l’applauso del pubblico». Tesi di Giannone è che Comi anche quando è nella fase preconversione e canta «i vari elementi dell’universo: l’albero, il suolo, l’argilla, lo spazio, la luce, l’estate, l’alba, il mare, il creato» considera la sua poesia “preghiera” in una tensione pagano-panteistica. La conversione, poi, lo porta alla preghiera-preghiera nella “Chiesa di Cristo”: dalla preghiera “esaltazione” alla preghiera “lacrime”.
“Fame a Montparnasse: La bohème di Raffaele Carrieri”, che ha per sottotitolo “Ultime scene della Bohème”, è la lettura critica del “romanzo” dello scrittore tarantino Raffaele Carrieri. Il quale fece della sua vita parigina agli inizi del Novecento materiali per la sua narrativa, avendo come modello l’opera di Henry Murger Scènes de la vie de bohème. Giannone ha voluto tirar fuori dal “nascosto” un autore di cui, a parte gli addetti ai lavori, si ignorava quasi l’esistenza. Poeta, narratore e critico d’arte, Carrieri lo troviamo in giro per l’Europa mediterranea, partecipe di tante avventure; nel 1919 prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio e venne perfino ferito nel cosiddetto Natale di sangue, quando lo Stato italiano intervenne per normalizzare la situazione a Fiume.
Il saggio “Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano)” fa luce su un rapporto straordinario tra i due fratelli nativi di San Cesario di Lecce e lo scrittore abruzzese nella Roma degli anni Trenta. Ennio Flaiano è noto per le sue definizioni ironiche, per i suoi giudizi brucianti, per le sue battute caustiche. Carlo faceva il pittore e il poeta. «Disegnava e dipingeva per un suo esclusivo bisogno personale – scrive Giannone – senza mai esporre le sue opere, che erano conosciute soltanto da pochi intimi». Spirito un po’ bizzarro ed eccentrico fece una fine tragica. Significativo del legame che c’era tra i fratelli Barbieri e Flaiano è l’intitolazione che questi diede ad un suo film col titolo che Carlo Barbieri aveva dato ad un suo quadro Il bambino cattivo.
“Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario” Giannone coglie e approfondisce uno degli aspetti più importanti della molteplice attività del critico letterario tarantino, quello di antologista. «Spagnoletti – scrive Giannone – si può considerare l’antologista principe della poesia italiana del Novecento, proprio insieme ad Anceschi» e coglie il carattere della sua critica «in una visione per così dire oggettiva e il più possibile completa della poesia novecentesca senza particolari predilezioni verso una tendenza nei confronti di un’altra, come invece succede con quella di Sanguineti che privilegia la linea dell’avanguardia e della polemica sociale».
Sorprende, ma non tanto, nel diorama di uomini e di vicende di Giannone, la mobilità di tanti intellettuali meridionali del Novecento sparsi per l’Italia e l’Europa se si considera che solo pochi anni prima, nel 1890, Giuseppe Gigli di Manduria “lamentava” nello Stato delle lettere in Terra d’Otranto che gli intellettuali salentini si ignorassero a vicenda e che cercassero «fuori quel fraterno appoggio, che qui manca». Giannone, ricostruendo i casi di tanti nostri intellettuali in rapporto a quel “fuori”, di cui parlava Gigli, offre uno specifico del Novecento, in cui in fondo conferma più che una tendenza un’autentica vocazione, che è propria del nostro porci nel mondo.
Gigi Montonato
sabato 20 dicembre 2025
Chi ha voluto il salario minimo e chi pure
Destra sociale è un po’ una contraddizione, una sorta di ossimoro, che alla prova dei fatti si scopre per quello che è. Forse è per questo che la locuzione è scomparsa dalle vetrine di partito. Conservazione e progresso mal s’accordano. Del resto è lo stesso governo Meloni ad ammettere che con la Legge di Bilancio 2026 ha tenuto un occhio di riguardo ai ceti medi produttivi. In Italia non c’è nulla di più normale delle contraddizioni e degli ossimori. L’importante è non giungere ad alcuna verifica per non rimanere sbugiardati.
A dispetto delle usanze lessicali, contraddittorie o meno, il governo Meloni avrebbe dovuto fare una legge sul salario minimo già da tempo. Non se ne sarebbero appropriate le opposizioni che lo sventagliano sulle loro barricate neppure i Pro Pal. Invece è accaduto che addirittura il Governo ha fatto ricorso alla Consulta contro la Regione Puglia per averlo approvato nell’ambito della sua territorialità.
Come abbiamo letto e sentito, la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge regionale pugliese, che introduce il salario minimo per quei lavoratori di imprese che lavorano con denaro pubblico, stabilito a nove euro l’ora. Giustamente le opposizioni cantano vittoria, ma curiosamente la loro vittoria è stata resa possibile dal voto dei consiglieri regionali dei partiti che sono al governo nazionale, Fratelli d’Italia e Lega. Essi hanno votato a favore, dimostrando di approcciarsi a certi problemi di interesse generale senza spirito di parte. Ma chi non voterebbe a favore di fronte ad una sacrosanta rivendicazione? Si tratta di un atto di giustizia e di buon senso. I membri della Consulta avranno ragionato allo stesso modo, più da comuni cittadini che da esperti tecnici del diritto; così hanno ragionato i consiglieri pugliesi di centrodestra, che non hanno avuto problemi ad unirsi ai loro avversari di centrosinistra.
Va da sé che il salario minimo approvato dovrà essere esteso a tutti i lavoratori, se si vuole metterla sul piano della giustizia. Se così non fosse ci sarebbero lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Il che non è accettabile. Una volta c’erano i dipendenti di alcune aziende di Stato che godevano di particolari favori. Non so se ancora è così, ne dubito, ma non tanto; in Italia non c’è da meravigliarsi mai di niente.
Detto questo, non si può non convenire sul fatto che la stessa legge dovrebbero farla propria tutte le altre regioni. Qualcuna lo ha già fatto, come la Regione Toscana. Ecco un caso in cui il Governo del Paese è costretto dalla realtà dei fatti a rivedere la sua posizione. L’iniziativa pugliese è la classica “picciola favilla” che fa scoppiare un grande incendio. Non si negano al Governo valide ragioni di contrasto. È del tutto evidente che se il Governo non l’ha introdotto prima il salario minimo è perché ha altre priorità. Immagino l’assistenza ad altri ceti sociali.
La Meloni è la prima Presidente del Consiglio donna, ma anche la prima ad essere espressione dei ceti più popolari. Lei stessa è una popolana, absit iniuria verbis. A vederla fa più pensare ad un Masaniello che ad un Cola di Rienzo. Questa sua condizione meglio che ad altri consente di capire le esigenze della gente ai livelli più bassi. Se poi si considera la sua provenienza politica, da un partito che preferiva essere un movimento e sociale per giunta, meglio si comprende come il Governo da lei rappresentato debba volgere più attenzione ai ceti meno abbienti. Il suo governo, invece, si sta caratterizzando per un Welfare fatto di piccoli interventi, attenzioni minime che aiutano ma non dimostrano una decisa scelta risolutiva. Una cosa è dire sto dando un aiutino finanziario, che pure si tratta di miliardi, un’altra è fare una legge che trasformi radicalmente il rapporto lavoratore-datore di lavoro sul piano retributivo.
Il salario minimo approvato dalla Regione Puglia è circa tre volte il salario attuale che si aggira intorno ai tre-quattro euro l’ora se non di meno; penso ai lavoratori agricoli, per lo più migranti, quelli che nei campi assolati del Sud raccolgono pomodori e angurie.
Naturalmente l’introduzione del salario minimo esteso a tutti i lavoratori comporterà delle serie conseguenze, tra cui l’aumento del costo della vita, che provocherà inflazione. Ma è un rischio che bisogna correre, quando è in ballo una così evidente sproporzione tra lavoratori e lavoratori. Giustezza del motivo e calcolo politico spingono verso una direzione che non può essere più elusa.
sabato 13 dicembre 2025
Chi comanda censura
Sono sempre più convinto che i tanti fascisti che c’erano durante il fascismo, in piena dittatura, fossero solo persone che amavano il quieto vivere, la sicurezza, l’ordine, il lavoro, che il regime garantiva con le buone e con le cattive. Metodi, peraltro, che l’autorità non doveva usare con eccessivo impegno e rigore dato che la stragrande maggioranza dei cittadini, in ogni ordine e grado della società, del regime era contenta se non entusiasta. Attacca l’asino dove vuole il padrone, vivi e lascia vivere. C’erano anche gli antifascisti, certo, convinti e militanti, come potevano esserlo in un regime che aveva i mezzi per tenere sotto controllo il Paese. Di essi i più tacevano per prudenza e per convenienza; gli altri, i meno, conoscevano le patrie galere. La gente pensava a farsi i fatti suoi, ben attenta a non farsi coinvolgere. Se qualcuno esprimeva giudizi contro il regime veniva isolato perfino dai parenti. Se impiegato, poteva perdere il posto. A nessuno piaceva rischiare. Essere antifascisti durante il fascismo era come avere una patente di untore. Chi più scansava il reprobo per non compromettersi, anche se gli si riconosceva probità e valore. Gli antifascisti eroici, quelli che sfidavano il regime, dovevano guardarsi da tutti potendo essere denunciati. Si sapeva che dappertutto c’erano spie e informatori. Così il professore antifascista stava attento al bidello, l’impiegato vedeva in ogni usciere un possibile nemico, il medico non si fidava di infermieri e portantini.
Questo lo apprendiamo sia dai libri di storia sia dalla narrativa, dai tanti romanzi scritti sia durante che dopo il fascismo, e dai film ambientati negli anni tra le due guerre mondiali. Straordinario il film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sofia Loren.
Gli italiani di oggi sono esattamente quelli di ieri, né più né meno. Fino all’altro ieri fascisti, ieri antifascisti e oggi di nuovo “fascisti”. Mi si consenta la provocazione, dato che essi fascisti non sono se non per capirci. Se così non fosse, mai si sarebbe potuto verificare che il nemico principale, se non l’unico, inserito perfino nella Costituzione, previsto in più leggi dello Stato, ovvero il fascismo o tale considerato, conquistasse democraticamente il potere. I nuovi “fascisti” non hanno avuto bisogno di grandi sforzi, hanno cambiato come si cambia modo di vestirsi ad ogni cambio di stagione. Basta vedere l’affluenza di personaggi di ogni settore della vita pubblica presenti alla festa di Atreju, la kermesse annuale di Fratelli d’Italia. Ovviamente mi riferisco a quelli che agli ex missini si sono accodati successivamente.
Come è comprensibile, non tutti gli antifascisti “veri” stanno zitti, alcuni protestano, sottoscrivono, denunciano, si indignano per quello che accade. Alla mostra romana “Più libri più liberi” c’è stata una levata di scudi che ha fatto parlare i giornali per giorni e giorni per la presenza in fiera dell’editore “Passaggio nel bosco” considerato neonazista, che mi pare ancora più grave di fascista. Il risultato di tanto rumore è stato che dall’anno venturo ci saranno dei criteri di ammissione alla fiera, ovvero ci sarà una commissione che deciderà in anticipo quali editori accogliere e quali respingere, la censura in parole povere.
La censura in una democrazia? E come? Qui davvero il mondo va alla rovescia, senza nemmeno scomodare Vannacci. “Più libri più liberi” non significa solo quantità, ma anche qualità, diversità. E se si istituisce la censura si limita la categoria dell’arricchimento, si impoverisce la libertà. Bisognerebbe cambiare il titolo “Meno libri meno liberi”, giacché non si può dire “Meno libri più liberi”, è una contraddizione in termini. È un bel guaio, in cui i difensori della democrazia si ritroveranno di qui a un anno. La censura, infatti, è quanto di meno democratico si possa immaginare. Intendiamoci, è stata sempre esercitata durante la Prima Repubblica, anche se con attente coperture, che passavano perché le atmosfere dominanti lo favorivano. Il Msi era regolarmente inquisito da una certa magistratura quando alle elezioni conseguiva qualche piccolo successo, come accadde agli inizi degli anni Settanta, che quasi sempre avveniva a danno della Democrazia cristiana.
La differenza tra una dittatura e una democrazia è che la prima se dissenti ti sbatte dentro, la seconda ti sbatte fuori. Non stiamo qui a dire se è meglio l’una o l’altra soluzione, in entrambi i casi c’è sempre qualcuno che viene sbattuto.
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