mercoledì 30 gennaio 2019

Leggi Fascismo e intendi 5 Stelle. Il libro di Antonio Scurati "M il figlio del secolo"




Quando termini la maratona della lettura del libro di Antonio Scurati, M il figlio del secolo (Bompiani, 2018, pp. 840) ti viene di dire “salute!”. E’ davvero lungo, anche se non stancante, e alletta al proseguo una volta che l’hai iniziato. L’autore lo ha definito romanzo, forse perché non se l’è sentita di chiamarlo per quello che in fondo è, un libro di storia, sia pure raccontato con le figure retoriche di significato e di stile tipiche della narrativa. Ma si può leggere anche come un saggio politico. Diciamo che è un libro multigenere.
I fatti sono tutti veri, sono dispositio ed elocutio che ricadono nelle scelte del narratore. Di queste regole della retorica classica Scurati si rivela il solito talentuoso maestro. Quasi a confermare quanto narra, volta per volta indica in epigrafe un personaggio, un luogo ed una data. Così titola i capitoletti e li fa seguire da alcuni documenti a riscontro: brani di discorsi, di articoli di giornale, dichiarazioni.
Se l’autore aveva un intento non dichiarato, oltre a quello indicato nel titolo, si può dire che sia riuscito a raggiungerlo, anche se qua e là ha seminato un po’ di inesattezze storiche. Gliele ha rilevate Ernesto Galli Della Loggia in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 14 ottobre 2018. Errori di nessuna incidenza sulla tenuta, anche storiografica, mende irrilevanti, che trovano giustificazione nel fatto che l’autore è un romanziere e non uno storico.
Ma perché questo libro di narrativa-storia-politica? Se fosse stato veramente e solo per narrare la presa del potere di Mussolini non ne sarebbe valsa la pena. Ci sono migliaia di libri di specialisti che lo hanno già fatto, alcuni in maniera egregia. C’è che l’autore lascia passare un messaggio senza mai adombrarlo ma prepotente, insistente, ingombrante. Il messaggio è questo: bada gente che quando un Paese non ne può più, allora ricorre a… Mussolini nel dopoguerra, a… Beppe Grillo nel dopopartitocrazia. 
Nel 1922 Mussolini conquista il potere e lo rafforza col discorso del gennaio del 1925, dopo il delitto e la crisi Matteotti, perché l’Italia è invivibile e ingovernata, in preda ad una guerra civile scatenata dai socialisti che minacciano di fare in Italia quel che i comunisti hanno fatto in Russia. Il materiale umano che implementa il fascismo è di risulta, è feccia, avanzi di galera che neppure la morte in guerra ha voluto per sé nonostante la loro baldanza ed esposizione: volontari, arditi, disadattati a qualsiasi ordine sociale, autentici criminali col gusto della violenza gratuita e irridente, dediti all’alcool, alle puttane, all’avventura quotidiana. Il loro motto è “sangue e sperma”. Il peggio, insomma, che potesse esprimere la società del tempo. E come fu possibile? Lo fu – sostiene Scurati – perché gli italiani non ne potevano più di una classe politica, imbelle, incapace, lontana dalla realtà del Paese; si diede al più forte.
M5S e Lega non sono nemmeno alla lontana i fascisti del ’22; ma nemmeno l’Italia di oggi è quella del ’22. Specialmente i Cinque Stelle, con qualche eccezione, risultano personaggi politicamente improvvisati; ma a votarli è stato un Paese stanco di una classe politica, assai più presentabile, ma anche ormai inadeguata a capire e a rappresentare una società decisamente mutata.
Il fascismo conquistò il potere con la violenza dei fatti; il grillismo con la violenza delle parole. Il paragone ci sta, anche se il fascismo non fu soltanto quello che Scurati dice e il M5S non può essere identificato col fascismo, comunque inteso. Certo, qualche analogia non manca. Del resto gli stessi Cinque Stelle hanno detto più volte che è una fortuna per la democrazia essere stati loro a guidare la giusta reazione del Paese anziché gli arrabbiati e violenti dell’estremismo politico.  
Nel “romanzo” di Scurati emergono due grandi uomini soli, due giganti: Mussolini per un verso, Matteotti per un altro. Sia per l’uno che per l’altro l’autore non nasconde la sua simpatia, benché i due fossero diversissimi. Mussolini era solo in mezzo ad una sfrangiata di collaboratori ai limiti della gestibilità. Egli stesso più volte ebbe a ricordar loro che gli italiani potevano al massimo tollerare un Duce, non di più. Matteotti era solo in mezzo ad una imponente folla di socialisti e lavoratori, organizzati in leghe e circoli, che finirono per disperdersi, mimetizzarsi e nascondersi dopo le violenze da loro stessi scatenate. Situazioni che non sorprendono, ma che fanno riflettere! “L’ammirazione e la paura – diceva Mussolini – sono sempre un po’ parenti”.
Non fosse altro che per questo, il libro di Scurati andrebbe letto anche se di pagine ne avesse avute il doppio di quelle che ha.

martedì 29 gennaio 2019

Si è spenta a 94 anni Giulia Licci. La poetessa "bambina" di Ruffano




L’inverno inclemente di quest’inizio d’anno si è portato via Giulia Licci, la poetessa “bambina” di Ruffano. Si è spenta il 26 gennaio. Aveva 94 anni e da tempo ci deliziava con le sue periodiche eleganti plaquette di poesia, tutte rigorosamente fatte uscire a primavera, tra il marzo e il maggio, fino all’ultima dell’anno scorso intitolata Il Pitòn.  Quasi tutte presso l’editore GRedizioni di Besana in Brianza.
Sembrava giocare e sognare, lei, fin dai titoli. Perciò “bambina”. Solo per citarne alcuni: Ciondolino (2004), Boccioletto (2005), Il micino (2008), Camillo (2012), Piripicchio ladro (2013), Il pizzicato (2014). Parlava ai grandi col linguaggio dei piccoli, inventando parole di efficace suggestione fonico-simbolica. Interessante lo studio critico sulla sua poesia di Nicola G. De Donno, pubblicato come prefazione alla raccolta Il branco del 1996, versione forse più veritiera della famigerata casta. Il poeta e critico magliese ne evidenziò gli aspetti satirici ed etici e ne studiò gli aspetti formali e stilistici. Distintivo il suo ottonario con rime a caso, che rafforza l’idea dello scherzo.
La sua poesia non era solo divertissement. Tale poteva sembrare. In lei c’era impegno civile e a tratti militanza. Irridenti le sue metafore anticorruzione politica, efficace la sua difesa dell’ambiente, dolci e sognanti le sue contemplazioni della natura. Nella sua poesia ricorrevano temi culturali e sociali importanti, svolti in forme ricercate ed erudite, che mettevano distanza dalla poesia qualunquistica dei nostri tempi. Il femminismo, per esempio, In libertà (2015) con la copertina di Samantha Cristoforetti dedicato alla cugina Nadia. L’antirazzismo, con I Ròm (2000).
Colta e raffinata – era una professoressa di lettere – ha dedicato raccolte alla cultura di ogni tempo, con richiamati echi scolastici: Nel paese di Marino [Giambattista] (2001), In libreria (omaggio a Manzoni) (2009), Il cugin di don Rodrigo (2010), Lemme lemme… (Omaggio a D’Annunzio) 2011), Monte Ida (2017). Esteta della parola e dell’immagine, cantava le bellezze naturali e artistiche: Pour la France (2006), Napoli (2007).
La sua poesia aveva attratto l’attenzione di critici importanti tanto da figurare ormai nei repertori e nelle storie letterarie salentine. Nel 1998 l’editore milanese Scheiwiller la consacrò poetessa tra le più importanti del Novecento pubblicandone la raccolta, Poesie (1942-1998), nella sua “all’insegna del pesce d’oro” con la stessa prefazione di De Donno.
Solo in questi ultimi trent’anni ha avuto significativi, ma non adeguati, riconoscimenti. La sua vita appartata, praticamente chiusa e isolata, non le ha consentito di avere la visibilità che meritava, ma che lei – a dire il vero – non gradiva.
Beffardo e dispettoso con lei questo 2019, che non le ha consentito un’ultima plaquette. Ma, chissà…la primavera non è ancora cominciata e potrebbe riservarcene una postuma.

giovedì 24 gennaio 2019

Con Giancarlo Minicucci dieci anni di collaborazione al Quotidiano




Giancarlo Minicucci, ex direttore di Quotidiano ed ex vice del Messaggero, se n’è andato mercoledì mattina, 23 gennaio. Era stato ricoverato all’ospedale di Tricase qualche giorno prima. Non era anzianissimo, aveva 67 anni e stava bene. Un malore, infarto probabilmente.
Nel 2009 aveva lasciato la direzione del Quotidiano e tornato al Messaggero di Roma come vicedirettore; ma aveva scelto di rimanere da noi, andando a risiedere a Roca. Amava la bellezza di quei luoghi, il silenzio e la pace che vi regnano.
Lo conobbi agli inizi del 2000. Non sapevo neppure che c’era stato il cambio di direzione al Quotidiano. Lui era stato nominato alla fine del 1999, in sostituzione di Giulio Mastroianni, ma di fatto dei due vicedirettori Alessandro Barbano e Adelmo Gaetani, che avevano diretto egregiamente il giornale negli ultimi anni. In tempi difficili! Una storia che andrebbe raccontata.
Col passaggio del Quotidiano al gruppo editoriale Caltagirone si uscì dalla crisi e cominciò per il giornale leccese una nuova vita. Fu proprio sotto la direzione di Minicucci che il “Quotidiano” sarebbe diventato “Nuovo Quotidiano di Puglia”, avrebbe aperto una redazione a Bari e recuperato alla grande lettori, spazi di mercato e credibilità.
Io collaboravo alle pagine culturali da qualche mese. Teo Pepe mi aveva invitato a farlo. Poi anche Barbano per la politica, in assoluta libertà – mi disse – con l’unica raccomandazione di evitare guai giudiziari. All’epoca ero impegnato su diversi fronti: la scuola (insegnavo al Tecnico Commerciale di Casarano), “Voce del Sud” settimanale di Leonardo Alvino, e “Presenza”, il mio mensile di politica cultura attualità. Un bel po’ da fare ce l’avevo, ma accettai di buon grado.
Agli inizi di quel 2000 avevo inviato al giornale un articoletto sull’iniziativa di Mario De Cristofaro di far stampare e distribuire nelle edicole il calendario di Mussolini per l’anno nuovo, in risposta ad un breve intervento chiuso in un riquadro a firma G.M., in cui si stigmatizzava l’annuale appuntamento editoriale “fascista”. Non sapevo che a scriverlo fosse stato il nuovo direttore. Rilevavo l’esagerato allarme. Il giorno dopo ricevetti una telefonata, piuttosto perentoria. “Sono il direttore di Quotidiano, non ha letto quel che ho scritto in merito al calendario di Mussolini? Le sembra una bella cosa entrare in polemica col direttore del proprio giornale?”. Gli risposi che non sapevo che l’avesse scritto lui e che la mia attenzione era stata attratta per confidenza visiva, quella sigla poteva essere la mia. Gli dissi che non l’avrei scritto se avessi saputo ma che non avrei cambiato opinione sulla innocuità dell’iniziativa di De Cristofaro.
Fu quello il nostro incontro, il nostro conoscerci. Poi ci saremmo visti tante volte, su in redazione, all’Avio Bar nei pressi del giornale o da Open di Mauro Ciliberti su TeleRama. Ci volevamo bene. Mi chiamava di tanto in tanto per sapere che pensavo dei fatti della politica e se era o meno il caso di intervenire. Qualche volta intervenivo e qualche volta no. Una libera e rispettosa collaborazione, durata dieci anni.
Agli inizi del 2009 ci fu al “Quotidiano” il cambio di direzione: via Minicucci e arrivo di Claudio Scamardella, l’attuale direttore. Salutai sul mio blog Minicucci. In fondo con lui andava via un decennio di bella e importante collaborazione. Il giornale era un’altra cosa rispetto a dieci anni prima ed io, hegeliano come sono, la spiegazione l’avevo a portata di mano. Se tanto dava tanto il merito era stato anche suo, forse soprattutto suo, ma anche dei vicedirettori, della redazione e dei collaboratori esterni.
Minicucci mi telefonò per ringraziarmi. Fu l’ultima volta che ci parlammo e ci salutammo. Quel saluto valse anche per il Quotidiano.

domenica 16 dicembre 2018

Matteo Renzi: divulgatore allusivo




Matteo Renzi, ex sindaco di Firenze, ex presidente della provincia di Firenze ed ex presidente del consiglio, il rottamatore-rottamato, sorprende ancora. La sera di sabato, 15 dicembre sul Canale Nove, il canale di Crozza, è andata in onda la prima puntata del documentario “Firenze secondo me”. E’ un percorso che Renzi, alla maniera di Alberto Angela, fa nella sua Firenze, per spiegare “che cosa questa città ha ancora da dire e da dare a noi cittadini del presente”.
I risultati Auditel dicono che è stato un flop perché a seguire il programma sono stati 367mila spettatori (1,8 dello share).
A me francamente è piaciuto e non lo dico perché mi ritrovo in quella parte di share che lo ha seguito, ma soltanto perché quello che pensano gli altri m’interessa solo per ragioni di studio.
Mi spiego.  Renzi è un politico che non fa mai niente per niente e neppure per quello che dice di fare. Dunque è legittimo pensare che, mostrando Firenze e dicendo che cosa questa città ha ancora da dire e da dare”, egli abbia voluto riferirsi allusivamente a se stesso, per dimostrare che lui ha ancora tanto da dire e da dare. Fin qui la lettura è abbastanza scoperta. La scuola italiana, soprattutto attraverso la storia della letteratura e dell’arte rende gli italiani un po’ fiorentini, nel senso che  c’è in ogni professionista che esca da indirizzi umanistici una componente di toscanità e in specifico di fiorentinità. Ognuno in quel che vede e sente cerca di vedere e di sentire altro: per visibilia ad invisibilia. E’ la formula già del simbolismo medievale, di cui Firenze è specchio, fin dal maestro Brunetto Latini.
Renzi maestro di retorica. Ma Renzi è anche allegoria del politico, che, accusato ed emarginato, cerca di riconquistare la scena e lo fa prima di tutto emarginendo gli altri a sua volta – vedi il suo ostentato disinteresse per il congresso del suo partito – e poi dando loro una lezione di cultura e di colloquialità.
Egli sa che oggi come oggi in Italia, su questo piano, ci sono davvero pochi competitors. Chi? Salvini o Di Maio? Fico o la Castelli? La Lezzi o Toninelli? Via, siamo alle scuole di recupero o alle serali!
Firenze non è solamente molto bella ma è un’enciclopedia del dìscere e del docère. A noi interessa, in questa sede, soprattutto la chiave politica, non certo per Firenze ma per la sua insolita e straordinaria guida: Renzi, appunto.
Due gli episodi particolarmente significativi di questa prima puntata. Il primo si lega ad un dipinto del Botticelli, che si trova negli Uffizi, intitolato Calunnia. In questo dipinto ogni figura rappresenta allegoricamente un vizio umano, nella fattispecie sono rappresentate per figure tutte le componenti che producono la calunnia: ignoranza, sospetto, rancore, invidia, frode. Chi giudica è Re Mida, che allegoricamente ha le orecchie d’asino. Renzi non ha dubbi: quel quadro descrive come meglio non si potrebbe la realtà politica dei giorni nostri, quando per danneggiare una persona si ricorre alle cosiddette fake-news. Come non vedere nella rappresentazione botticelliana la vicenda sua, personale e famigliare, di Renzi dico e della sua sodale Elena Boschi, anche lei calunniata negli ultimi tempi del suo governo?
Renzi rivendica orgogliosamente la sua fiorentinità, ergo la sua superiorità culturale. Io posso dirvi chi siete, cari avversari, nei modi e nelle forme che più mi piacciono, mentre voi siete condannati all’insulto diretto e al turpiloquio. Viene di pensare al Marchese del Grillo: io so’ io e voi non siete un cazzo!
L’altro episodio, edificante, politicamente fondato è quello della cosiddetta Elettrice Palatina, ovvero Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), figlia del Granduca Cosimo III e moglie del Principe Elettore del Palatinato Giovanni Carlo Guglielmo I. Questa, alla sua morte, donò alla città di Firenze la sua immensa collezione artistica col vincolo della inalienabilità. Renzi vede in quel gesto un grande progetto politico, quello che oggi chiamiamo di turismo culturale, che è fonte di ricchezza. I tempi hanno dato ragione all’ultima discendente dei Medici. Un monito – secondo Renzi – ai politici di oggi (gli altri, ovviamente!), i quali non solo non sanno vedere nel futuro ma neppure conoscono le risorse culturali del passato, rimasti all’irridente carmina non dant panem.  
Un discorso intelligente, quello di Renzi, fatto da una persona abile, che in ogni caso non ci fa superare tutte le nostre riserve sul personaggio arrogante e presuntuoso. Un simile discorso non poteva piacere a più di quanti è piaciuto. Vedremo alla seconda puntata che ci dirà.

domenica 25 novembre 2018

La rivoluzione dei cachielli




Si può far finta di niente. Noi italiani siamo maestri del far finta di niente. Ma nel nostro Paese c’è stata, il 4 marzo scorso, un’autentica rivoluzione. Negarlo non serve e può essere dannoso. Può essere che la rivoluzione fosse già in atto prima e che il risultato del 4 marzo sia stata una sua rappresentazione. Ma la rivoluzione c'è stata; che essa produca effetti veramente rivoluzionari è un altro paio di maniche. In che cosa si vede la rivoluzione? Nel ribaltamento degli uomini al potere e nelle modalità con cui sono giunti al potere. Intanto vediamo con chi abbiamo a che fare, chi sono i nostri rivoluzionari.
Non è facile rispondere alla domanda chi sono Luigi Di Maio, Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Alfonso Bonafede, Giulia Grillo, Laura Castelli ed altre “stelle” e “stelline”, più gli Alessandro Di Battista;  e potremmo continuare con la marea di illustri sconosciuti che siedono a Montecitorio e a Palazzo Madama. Già nelle elezioni del 2013 ci fu un'avvisaglia importante. I grillini, appena eletti, davanti alle sedi del Parlamento sembravano coi loro rolley e l'aria smarrita come tanti profughi appena sbarcati.
Chi di essi pensava veramente di trovarsi in così poco tempo ai vertici del potere senza nessuno sforzo, sull’onda dei vaffanculo di un comico rancoroso e di due paraculo come i Casaleggio, padre e figlio? 
Per definire i nostri rivoluzionari o forse rivoluzionati c’è un termine che potrebbe sembrare offensivo ma non lo è: cachielli. Il termine è dialettale, fa pensare a giovani vanesi, tanto irresponsabili quanto inconsapevoli di esserlo. Giovani che si atteggiano a persone serie, che si danno delle arie, che le sparano grosse come escono-escono, si trovino di fronte un loro pari o un luminare della scienza politica ed economica, del diritto e della medicina. La loro forza sta nel loro numero: hanno invaso l’ambiente politico come cavallette, stavo per dire come grilli. Il voto che li ha premiati nel Sud è stato plebiscitario; addirittura in alcuni collegi più eletti che candidati. 
Nella storia è già accaduto che un’intera generazione di politici o di intellettuali si siano caratterizzati per certi tratti comuni. Pensiamo, per esempio, agli scapigliati o ai crepuscolari, termini inventati dal critico letterario Giuseppe Antonio Borgese per indicare e definire alcuni giovani protagonisti di movimenti letterari di rottura nel loro ambiente. Una volta si indicavano le persone per come queste si facevano percepire. Come nei casi ricordati, il loro essere stava tutto nei loro nomi. Oggi si preferiscono nomi asettici, siglatici. Forse il più connotante è proprio grillini, non solo in riferimento al loro capo storico Beppe Grillo, ma per la colleganza all’insetto. Grilli parlanti, appunto! Saputelli, sempre pronti a pontificare e a sentenziare su tutto e su tutti. Come loro non c’è nessuno; prima di loro la disonestà, l’ingiustizia, la sciatteria, la negligenza.
Si tratta di persone giovani, tra i 25 e i 45 anni, per lo più di nessuna esperienza politica e amministrativa e di nessuna competenza, abili nel parlare, pronti a sfruttare le magagne del sistema, formidabili nel dare l’impressione di essere assolutamente estranei alla razza dei politici italiani, esperti di social e di rete. Capaci di dire le più grandi stronzate con naturalezza e noncuranza. Il ministro Toninelli prometteva un ponte a Genova sul quale poter portare i bambini a giocare, una sorta di Disneyland. La ministra Lezzi ritiene pochi i gradi dell’angolo giro, che ha la massima ampiezza, ne vorrebbe altri dieci, così 370 gradi. Presto si farà un’antologia di queste stravaganze che piacciono tanto alle persone che hanno figli più o meno della stessa età e della stessa cultura dei nuovi politici.
Questi giovani, disinvolti e arroganti, si atteggiano, menano vanto, presumono, non hanno difficoltà a dare dell’ignorante ad un professore di università, a mancare di rispetto a politici di lungo corso, ad esperti nelle più varie discipline; colpiscono nell’impunità, sanno di non essere dei bersagli. Hanno dentro il rancore di chi si sente frustrato. Il loro obiettivo è colpire chi sta meglio di loro, chi ha una bella professione, chi si è costruito una posizione. Ahi, l’invidia! Non indugiano ad inventarsi lauree mai conseguite, tanta è la loro autostima e tanto il disprezzo verso chi veramente le lauree ce l’ha e le competenze pure e conclamate. L’eurodeputato Marco Valli, grillino doc, si spacciava per laureato alla Bocconi e voleva proporsi in Europa come l’anti Draghi. E’ un poveraccio, che non sa distinguere tra errore e reato.
I grillini sarebbero comunisti se sapessero che cosa è il comunismo. Ma non lo sanno e dunque non avvertono neppure il disagio di un’esperienza storica da difendere, la dignità di una prova fallita. Sanno che gli altri sono dei figli di puttana; loro non sanno neppure di avere una madre.
Alcuni sono figli di ex missini, ovvero fascisti. Gli arrabbiati degli anni Sessanta-Ottanta, abituati a rompersi addosso le suppellettili di ogni locale dove si svolgevano i loro congressi di partito, di sezione o di provincia, di regione o di nazione. Molti elettori, ex missini, per corrispondenza di umorali sensi, si sono accodati al loro movimento, più convinti di poter mortificare gli odiati avversari che di poter ottenere dei risultati positivi per la nazione. Abbasso i vitalizi! Abbasso le pensioni d’oro! Non potendo essere tutti ricchi, allora tutti poveri! Viva la decrescita felice! Abbasso le grandi opere! Si dia a tutti il reddito di cittadinanza! Basta essere cittadini per avere diritto a tutto. Se i soldi lo Stato non ce l’ha per tutti, allora si prenda dai ricchi e si dia ai poveri. Sia la politica non l’opportunità per arricchirsi come nel passato, ma un’opportunità al ribasso, per avere un posto pur che sia. Ce l’hanno con la stampa perché non è lo specchio delle loro brame e non tollerano che vengano mostrati per quello che sono.
C’è da chiedersi: ma come è stato possibile un fenomeno del genere? Perché c’è stata una classe politica che non ha saputo difendere se stessa e il Paese. Come i re fannulloni diedero inizio a dinastie di maggiordomi, i politici disonesti e cialtroni, troppo sicuri di non venir mai spodestati, hanno lasciato che gli ultimi diventassero i primi. C’è solo da sperare che questi, dopo che i vecchi politici hanno meritato di diventare gli ultimi, riescano a dimostrare di aver meritato di essere diventati i primi.  Almeno questo!

domenica 11 novembre 2018

Italiani inventori di politica




Negli Stati Uniti d’America incominciano le manovre per le prossime presidenziali. Si cercano e si propongono candidature. L’ipotesi che possa correre anche Michelle Obama, moglie dell’ex presidente Barack Obama, dimostra una certa mancanza di prospettive politiche in quel Paese. Michelle sarebbe la seconda moglie di un ex presidente a tentare la corsa alla Casa Bianca, dopo la non fortunata esperienza di Hillary Clinton. Francamente non ci sembra una grande trovata proporre la moglie di un ex ad una carica politica, tanto più se si tratta di una carica apicale che più apicale non si può. Dà l'idea di un mondo piccolo. Di fronte alla mancanza di fantasia e di creatività americana noi italiani ci possiamo vantare di essere dei grandi inventori di politica. Passiamo a volo d’uccello su quest’ultimo secolo di storia.
Subito dopo la Grande Guerra, di cui si è appena commemorato il Centenario, quando l’onda lunga del comunismo sembrava dovesse travolgere l’Europa, l’Italia escogitò il fascismo. Questo fu nelle intenzioni del suo fondatore e dei suoi teorici il superamento della lotta di classe per trasferire la stessa a livello planetario fra paesi poveri e paesi ricchi. Benito Mussolini capì che il socialismo non era per l’Italia e più tardi lo stesso Lenin gli diede ragione, giudicandolo l’unico che avrebbe potuto fare la rivoluzione …col rosso ovviamente. Mussolini la fece col nero; e in questo si rivelò un inventore formidabile. Negli anni immediatamente successivi fu imitato in tutta Europa, dove nacquero e si svilupparono movimenti analoghi, alcuni dei quali addirittura giunsero al potere (Germania, Spagna), in altri lo influenzarono. Nella stessa Inghilterra il movimento fascista di sir Oswald Mosley ebbe una notevole simpatia e condivisione fino a lambire la casa reale. Del fascismo si può dire tutto il male che si vuole, ma se è diventato una categoria politica universale vuol dire che la sua importanza è pari alla sua forza semantica. Un’invenzione italiana! Che lo stesso Umberto Eco non ha mancato di rilevare nel suo Il fascismo eterno (1995, riedito in volumetto nel 2017, e subito balzato in testa alle classifiche).
Nel secondo dopoguerra l’Italia inventò una formula già avviata durante la guerra, il ciellenismo (da C.L.N. = Comitati di Liberazione Nazionale), ossia l’alleanza fra tutti i partiti e movimenti che avevano fatto la Resistenza, sfociata nella scelta repubblicana del 2 giugno 1946 e nella Costituzione (27 dicembre 1947), formula diventata più tardi dell’arco costituzionale. Fino ad un certo punto fu una scelta obbligata; divenne innovativa dopo.
La Democrazia Cristiana, che era il perno del sistema, anche potendo governare da sola, preferì farlo con partiti satelliti, che garantivano pluralismo di idee e di proposte e la tenevano al riparo dalla concorrenza esterna sia di destra che di sinistra. Le possibili minacce, infatti, le poteva tenere sotto controllo all’interno della coalizione, in cui si alternavano liberali, repubblicani e socialdemocratici. Una formula di notevole efficacia tattica.
La democrazia dei partiti durò fino agli inizi degli anni Novanta, quando scoppiò Tangentopoli, degenerazione in cui era tralignata. Ne seguì un’autentica rivoluzione che fece diverse vittime e mise fine alla Prima Repubblica. E qui si mise in moto ancora una volta il laboratorio politico italiano per un’altra invenzione italiana: il berlusconismo, un sistema che ha alla base lo strapotere economico e mediatico di un uomo di successo, spregiudicato fino all’ostentazione del vizio, dell’abuso e della commistione di interessi pubblici e privati. Un misto di liberalismo e populismo che ha fatto gridare qualcuno al lupo fascista.
Anche questa invenzione avrebbe fatto scuola in diverse parti del mondo. Si consideri l’analogo statunitense di Berlusconi che è Donald Trump, pur con notevoli sfumature. Il berlusconismo, che presenta aspetti e articolazioni diversi, in dipendenza dal carattere personale dei suoi interpreti, si può definire un sistema fondato su un “politico diversamente dittatore”. Un “berlussolini” che non ha bisogno di imporre nulla perché condizioni e uomini del suo paese sono particolarmente propensi e disposti a seguirlo, un po’ per necessità e un po’ perché c’è il vuoto in alternativa. Ancora una volta il laboratorio politico italiano ha dato al mondo un prodotto di “qualità”, alla stregua di un vestito di Valentino o di un bolide della Ferrari.
Oggi i sistemi politici, in difetto di ideologia, che è il propellente della loro efficienza, durano poco. Il berlusconismo è durato vent’anni circa con qualche colpo di coda sempre meno convincente. Dalla sua crisi, però, ancora una volta il genio italico è uscito alla grande, direi alla grandissima, indipendentemente da quali saranno o potranno essere i risultati. La nuova invenzione si chiama grillismo, ovvero M5S, che ha filiato altre stupefacenti soluzioni politiche, come la formula della triarchia Conte-Di Maio-Salvini, ossia un capo del governo di nessun potere decisionale e due sottocapi, che di fatto sono supercapi, i quali decidono sulla base di un contratto. Qui veramente siamo all’apoteosi dell’inventività. Sono entrati nel vocabolario politico parole con nuovi significati, come codice etico interno e contratto; altre con recuperi nobilitanti come populismo.
Che da questo si producano soluzioni efficaci è da vedere, ma intanto non si può non prendere atto della formidabile fantasia propositiva del Paese, che, quando tutto sembra crollare, ecco che vien fuori la trovata geniale.

domenica 21 ottobre 2018

Tre giorni surreali e tre uomini in barca




Mi è venuto di pensare in questi giorni di comiche politiche nazionali ad un romanzo del 1889, a Tre uomini in barca dello scrittore inglese Jerome K. Jerome. E’ un libro umoristico con qualche episodio esilarante.
Che c’entra con le nostre cose? C’entra, pur con una piccola variante, siccome andare in barca da noi è anche una metafora, significa andar d’accordo. E mi viene di pensare subito per l’uno e l’altro significato, il letterale e il metaforico, ai nostri tre uomini al governo: Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, rispettivamente due vice-presidenti e un presidente del consiglio, i quali, appunto, vanno in… barca. Lo hanno dimostrato di recente nella comica faccenda del decreto fiscale.
Nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri del pomeriggio del 20 ottobre, in cui è stato trovato l’accordo su questo decreto, detto della “pace sociale” e invece stava per essere motivo di guerra politica, Salvini ha esordito definendo surreali gli ultimi tre giorni. Nel corso dei quali, ancora una volta, Di Maio ha fatto la figura molto simile a quella di Renzo nei Promessi Sposi, quando se la prese con don Abbondio e col suo latinorum. E’ di tutta evidenza che Di Maio avverte una certa inadeguatezza nell’esercizio politico relativo al ruolo che si è ritagliato. Altrimenti non avrebbe minacciato di rivolgersi alla Procura per un documento da lui stesso vergato, sua ipsa manu.
Mettiamo che abbia avuto ragione nel merito – il che sarebbe tutto da dimostrare – nella faccenda della manina del peccato, della mano cioè che avrebbe, a suo dire, manipolato il testo in direzione condono generalizzato a tutti gli evasori fiscali, ci chiediamo: perché non chiamare subito Salvini per chiedere spiegazioni e trovare una composizione?
Le risposte sono due. La prima, potrebbe essersi sentito preso per il culo da Salvini – volgariter – e, arrabbiatosi, ha pensato: mo ti mostro io di che sono capace!
La seconda potrebbe essersi accorto di non aver seguito come doveva il testo del decreto e, non volendo ammettere di essere stato quanto meno leggero, l’ha buttata sull’acido.
Nell’uno come nell’altro caso, emerge la sua malafede e dalla figura del pirla o, come noi al Sud diciamo, della testa di cazzo, non si salva. E’ vero, può presentarsi davanti ai suoi e menar vanto: volevano fotterci, ma noi ce ne siamo accorti e abbiamo reso pan per focaccia.
Ma quanti si accontenteranno della pezza a colore? E’ la seconda volta che Di Maio grida alla manina! alla manina! La prima volta insinuò alludendo alla manina di qualche funzionario del Ministero; la seconda è andato oltre, dicendo da subito che la questione era politica. Almeno in questo ha dimostrato – se è stata sua l’idea di metterla sul politico! – di far capire che non intendeva impelagarsi in questioni di chi è stato a manipolare il testo e che tagliava corto. Questo decreto così com’è non lo vogliamo. Dunque o lo si corregge o nada!
Tante parole sono volate in questi tre giorni. Alcune le ha dette di Maio, altre Salvini. Il capo dei leghisti in un primo momento ha preso in prestito una frase di Curzio Malaparte: cosa fatta capo ha! dalla celebre Ballata dell’Arcitaliano. Come dire: ormai è andata così e non se ne parli più. Ma quando ha capito che l’altro, Di Maio, avrebbe creato problemi al governo, ha lasciato che la "cosa" perdesse il "capo". Resta tuttavia che nulla accade a caso e nulla passa senza lasciare conseguenze.
La prima conseguenza è che fra i due è finita la fase delle smancerie, non si fidano più l’uno dell’altro. E quando due soci in affari non si fidano gli affari vanno in malora.
Intanto a rendere sempre più surreale l’ambiente politico italiano è il diffondersi di un’epidemia che si ha ragione di definire di tipo psichiatrico. Alcuni giornalisti e intellettuali – vedi Andrea Scanzi e Maria Giovanna Maglie – difendono  a spada tratta il governo Di Maio-Salvini, ma solo dopo aver premesso di non appartenere a quei partiti e di non condividerli. E, allora, perché li difendono?
O si vergognano di dire di condividerli, perché taluni comportamenti sono oggettivamente e universalmente da condannare; o li difendono, pur non condividendoli, per fare un dispetto a quanti del Pd o di Forza Italia rappresentano i falliti d’antan, responsabili del disastro in cui versa il Paese.
Ma sembra cosa sensata? Per non parlare del cane diceva il titolo del romanzo di Jerome. Noi potremmo dire: per non parlare dei cani.