domenica 17 aprile 2022

Dove porta la guerra in Ucraina

Le strade dell’escalation in guerra sono infinite. Si potrebbe sintetizzare così quanto sta avvenendo nella guerra della Russia contro l’Ucraina. Fin dall’inizio delle operazioni belliche, 24 marzo scorso, si disse da più parti che non sarebbe convenuto a nessuno un allargamento del conflitto. Il presidente Biden escluse che soldati statunitensi sarebbero intervenuti direttamente, pur dando tutto l’aiuto necessario agli ucraini per difendersi, soldi, armi, tecnologie e intelligence. Tanto, però, non è bastato ai russi per non minacciare altri paesi se fossero intervenuti sia pure per fornire aiuti. Le cose sono andate più o meno così per circa i primi cinquanta giorni di guerra (scriviamo in data 16 aprile). Da una parte aiuti, dall’altra minacce. L’Europa e gli Stati Uniti hanno aiutato gli ucraini e i russi hanno continuato a minacciare. Ma gli effetti più sorprendenti giungono dagli esiti della guerra, che sono l’opposto dei fini annunciati. La Russia ha detto che il suo obiettivo era denazificare e smilitarizzare l’Ucraina; era di impedire che l’Ucraina entrasse nella Nato. E invece l’Ucraina è sempre più militarizzata fino al punto da tener testa al ben più forte esercito russo; e, quanto a paesi che potrebbero entrare nella Nato, se ne sono aggiunti altri. Svezia e Finlandia, infatti, paesi neutrali, geograficamente molto vicini alla Russia, la Finlandia addirittura confinante, hanno chiesto di entrare nella Nato per garantirsi una protezione, che, stando fuori, pensano di non avere. Il quadro così cambia notevolmente perché se la Russia ha invaso l’Ucraina solo perché questa voleva entrare nella Nato, dunque per non avere a diretto contatto il “nemico”, ora potrebbe addirittura averne di più; per evitare un vicino scomodo, se ne ritrova tre alle costole. La situazione rischia di diventare pericolosa perché potrebbe verificarsi quello che dall’inizio si voleva scongiurare: l’allargamento del conflitto.

sabato 19 marzo 2022

Quanti bambini in Ucraina!

Non saranno sfuggiti a nessuno in questi giorni di disastri di guerra in Ucraina i tanti bambini tra i profughi che cercavano di scappare o soltanto di mettersi al riparo dai missili e dalle bombe dei russi. Alcuni sono nati addirittura nei rifugi, come la metropolitana di Kiev, a diversi metri sottoterra. Nel momento in cui scriviamo, 17 marzo, secondo l’Unicef, Oms, dal 24 febbraio, da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nel Paese sono stati almeno 4.300 i parti e oltre 80mila sarebbero i nascituri di qui a tre mesi. In braccio alle loro mamme o presi per mano ne abbiamo visti tanti di bambini che ci è venuto quasi di pensare ad una sorta di asilo diffuso. E ne abbiamo visti anche, purtroppo, di uccisi. Uno spettacolo che ha commosso: tutti ben vestiti coi loro peluche in mano e a volte con la gabbietta con dentro un cagnolino o un gattino. Ha fatto sicuramente impressione a noi italiani, che di bambini in giro ne vediamo sempre di meno. Per associazione di idee questi bambini ci hanno ricordato le parole del capo della chiesa ortodossa russa, Kirill 1°, il quale ha “benedetto” la guerra di Putin contro l’Occidente colpevole a suo dire del degrado morale, lo stesso che consente i gay pride e la propaganda indiretta contro le nascite. Così posta la questione, ovvero secondo la lettura di Kirill, la guerra appare come il tentativo di Putin di impedire che una regione come l’Ucraina sana, considerata come facente parte dello stesso popolo russo, cada nelle braccia dell’Occidente corrotto. Insomma la risposta dei costumi sani della Russia più tradizionale e profonda alla occidentalizzazione degenerante dell’Ucraina, che invece si sente Europa e dell’Unione Europea vorrebbe far parte. È questa una lettura che va oltre quella puramente territoriale e che dà alla guerra una ragione più “nobile” di quelle finora date dal signore del Cremlino, compresa quella di smilitarizzare e denazificare l’Ucraina, motivi questi del tutto infondati. Non v’è dubbio che la guerra di Putin sia stata generata da ragioni di pura egemonia territoriale, secondo gli schemi classici di tutte le guerre da che mondo è mondo e che si pensava non dovessero più riproporsi dopo la seconda guerra mondiale. L’estensione ad est della Nato e dell’Unione Europea ha dimostrato non tanto una politica di potenza, come Putin è portato ad intendere e a temere, quanto il desiderio di molti popoli di vivere e organizzarsi nella libertà e nella democrazia. Il modello europeo fa gola a sempre più paesi dell’ex Urss e questo non poteva essere tollerato da chi ancora pensa e agisce come i vecchi zar: conquiste e spartizioni. Putin, che ha detto un sacco di fesserie sulle ragioni della guerra, fino a negare che si tratta di guerra, ha perfino riesumato qualche motivo sovietico, che sembrava morto e sepolto. La bandiera rossa con falce e martello e stella la si è vista sventolare su alcuni carri dell’armata russa in Ucraina. Ma torniamo ai bambini ucraini. I tanti che abbiamo visto non possono non averci fatto fare delle considerazioni. La prima è che l’Ucraina, che pure vorrebbe far parte dell’Europa con tutta la sua determinazione, ci fa capire che sul piano dei costumi forse non è ancora del tutto “europeizzata”. Nulla sappiamo di come la pensi per esempio sui problemi bioetici, posizioni, queste, cogenti per stare in Europa. Da quel che vediamo – i tanti bambini, come si diceva! – abbiamo l’impressione di un paese ancora legato alla tradizione, alla più sana delle tradizioni, non ancora contaminata dai costumi di assoluta libertà dei paesi europei. In materia non sarà vicinissima al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill ma sicuramente è vicina a Papa Francesco, che condanna l’aborto e incoraggia le coppie a fare figli mentre sui gay si dichiara inadatto a giudicare. Fate e adottate bambini – ha detto di recente – anziché adottare animali, come cani e gatti. Si sa che da anni l’Ucraina voleva entrare a far parte dell’Europa e da anni senza essere respinta non è stata neppure accettata. Viene il sospetto che fra le tante condizioni poste per farne parte mancasse una rassicurante posizione sui problemi bioetici. Sappiamo quanto su questo tengano i paesi membri dell’Unione Europea. Se la Russia di Putin teme la libertà e la democrazia, l’Europa da parte sua teme le regole morali, specialmente in materia di sessualità, ed è per tutte le sregolatezze, che considera espressioni di normale libertà. Non v’è dubbio che la guerra allontani l’Ucraina dall’Europa se, come si teme, alla fine la Russia imporrà tra le condizioni di pace la neutralità del paese e dunque la sua non appartenenza né all’Unione Europea né alla Nato. Ma dalla guerra e dalla sofferenza di questo popolo emerge un’altra lezione, una tenuta etica straordinaria. La dimostrazione che ci si può sentire ed essere Europa pur coltivando costumi sani e tradizionali.

domenica 6 marzo 2022

Putin e l'Ucraina: una via per uscire

Dopo le prime scuse per giustificare l’attacco all’Ucraina – repubbliche separatiste del Donbass – Putin ha progressivamente gettato la maschera e ha detto che la vera ragione dell’aggressione all’Ucraina è di sentirsi accerchiato dalla Nato e che non poteva più tollerare che si ritrovasse con un altro paese Nato alle costole. Dunque attacco materiale all’Ucraina ma attacco politico, la vera sfida, all’Europa e alla Nato. Questo suo mostrare le carte dà ragione a chi dice e ripete che l’invasione dell’Ucraina è solo un primo passo e che altri ce ne saranno successivamente. E già si parla della Moldavia e più in là delle repubbliche baltiche della Lituania, dell’Estonia e della Lettonia, che però sono paesi Nato. Il suo sventolare minacce nucleari fa parte di questa sua strategia del terrore. Anche l’attacco – non certo per sbaglio – alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande dell’Ucraina, sei volte più grande di Chernobyl, ha lo scopo di abituare il mondo al pericolo atomico. L’impronunciabile è stato pronunciato. Come a voler far passare un messaggio: attenti, la prossima volta potrei “sbagliare” meglio, con inevitabili conseguenze nucleari in tutto il pianeta. In un’ottica del genere è pessimistico ma possibile che ad un’escalation nucleare prima o poi si arrivi. Perché, se dopo l’Ucraina e la Moldavia toccasse alle repubbliche baltiche, allora la risposta della Nato sarebbe inevitabile. A chi giova uno scenario simile? A nessuno, è evidente, ma le cose per come si stanno mettendo fanno temere che tanto possa accadere. Allora è urgente che si arrivi ad un confronto politico diretto tra Putin e la Nato, ovvero tra Putin e gli Stati Uniti d’America prima che altri passi falsi vengano compiuti senza possibilità di ritorno. A Putin la Nato deve necessariamente, arrivati a questo punto, riconoscere una qualche ragione e compiere qualche sacrificio, primo fra tutti riconoscere lo stato di neutralità dei paesi più vicini alla Russia. Non perché la Russia abbia ragione. Non ne ha di ragioni, perché il principio è che ogni Stato sovrano è libero di stare con chi vuole, ma nel pieno di una crisi che potrebbe trasformarsi in tragedia immane, è consigliabile tener conto della realtà del primum vivere; e la realtà oggi dice che continuando sulla strada della natizzazione (far parte della Nato) dei paesi vicini alla Russia si va incontro alla catastrofe. È di tutta evidenza che una soluzione del genere segnerebbe una sconfitta per la libertà dei popoli, un passo indietro dell’Europa e degli Stati Uniti, ma se l’alternativa è il disastro completo è necessario accettare una sconfitta più piccola per evitarne una più grande. La storia d’altronde non si ferma e ciò che non è possibile oggi potrebbe diventarlo domani, in mutate condizioni. La Russia ha avuto dirigenti politici diversi da Putin, penso a Gorbaciov. Non è detto che non ne debba avere altri, con cui poter stabilire rapporti diversi. Ieri era un conto, oggi è un conto, domani sarà un altro ancora. Si consideri inoltre che Putin ha agito in maniera brutale e minaccia di continuare sulla strada della brutalità perché è una persona sconfitta, disperata. Si sente umiliato e sente che la Russia stessa è umiliata da trent’anni di dissoluzioni e di avanzamento dei modelli liberaldemoctatici. L’Ucraina che chiede di entrare nell’Europa e nella Nato è come una figlia che lascia la sua casa, perché non ne condivide l’idea di convivenza. Quando Putin non riconosce all’Ucraina dignità di nazione questo vuol dire: tu non sei libera di lasciare la tua di nazione, che è la Grande Madre Russia. Già altre figlie se ne sono andate ed altre ancora minacciano di andarsene. Nasce da questo stato di frustrazione la rabbia di Putin e di fronte ad una simile rabbia, non potendo ragionare, diventa vitale accettare un qualche compromesso che eviti il peggio. Intanto sarebbe urgente che si avviassero veri negoziati per mettere fine allo stato di sofferenza di milioni di persone, alla distruzione di un paese che sta crollando sotto i bombardamenti di uno degli eserciti più grandi e più forti del mondo. Assistiamo, invece, ad un assurdo continuare in combattimenti che non portano che alla morte e alla distruzione senza possibilità alcuna che le sorti della contesa possano essere cambiate. Il popolo ucraino ha risposto in maniera eroica e basterebbe la sua prova di sacrificio per affermare con forza il suo diritto ad esistere come nazione libera e indipendente. Ma gli eroismi non possono durare all’infinito, specialmente quando non hanno prospettiva alcuna.

mercoledì 2 marzo 2022

Putin e la cecità del potere

Ho sempre pensato che chi detiene il potere politico, si tratti di potere democratico o di potere autocratico, tanto peggio per quest’ultimo, dovrebbe farsi continue docce di normale socialità, di umanità, andare uomo tra gli uomini per vedere che cosa c’è in giro e rinfrescarsi le idee. Si accorgerebbe della vita reale in tutte le sue declinazioni. Lo stare chiuso nel mondo delle pratiche politiche quotidiane comporta inevitabilmente il formarsi di una visione falsa, limitata, distorta della realtà. Una realtà astrattizzata. È importante vedere che al di fuori del Palazzo ci sono persone che lavorano, bambini che giocano, ragazzi che vanno a scuola, adulti che sono in giro per il disbrigo di faccende quotidiane, che vanno a fare la spesa, che si recano in banca o all’ufficio postale, che ci sono malati, ospedali, ricoveri, bambini che nascono, anziani che muoiono. Questo pensiero mi è tornato a mente in questi ultimi giorni vedendo in televisione il volto di Putin, inespressivo nella sua piattezza di pietra scolpita. L’autocrate russo, chiuso nel suo mondo, lontano persino dai suoi collaboratori, ha pensato di scatenare una guerra contro l’Ucraina, un paese fratello, una repubblica sovrana, una volta facente parte dell’Urss, al pari di tante altre. Così, quasi per un progetto in un concorso di idee, si è messo a ridisegnare la carta geografica. La Russia si prende le due provincie separatiste del Donbass, Lugansk e Donetsk, e siccome occorre stabilire una continuità territoriale con la Crimea, già annessa qualche anno fa, si annette pure il corridoio che collega i due territori, fino a togliere all’Ucraina l’affaccio al Mare d’Azov, e già che ci siamo pure Odessa per privare l’Ucraina di ogni affaccio al Mar Nero e incapsularla nella sua prigione, a cui vorrebbe dare la condizione di stato neutrale. Ma uno stato del genere può essere considerato neutrale o è piuttosto neutralizzato? Ha detto il presidente ucraino Zelenski che Putin ha occhi ma non ha sguardo. Appunto, è la cecità del potere chiuso in se stesso, ignaro di quanto si muove sulla faccia della terra, di quanto si è mosso nello specifico negli ultimi trentuno anni, dal 1991, da quando l’Ucraina, in seguito allo sfaldamento dell’Urss, è diventata un paese sovrano, una repubblica indipendente. In tale condizione l’Ucraina è libera di chiedere di entrare nell’Europa Unita e nella Nato, come già hanno fatto tante altre repubbliche sorelle dell’ex Urss. È il diritto internazionale che lo consente. Per impedire che ciò avvenisse Putin ha incominciato a tirar fuori una serie di “ragioni” che appaiono più quelle del lupo nei confronti dell’agnello della famosa favola di Fedro che autentiche ragionevolezze. In un primo momento ha detto che deve aiutare le due provincie separatiste del Donbass a ricongiungersi alla Russia, data la loro appartenenza etnica alla madrepatria, successivamente ha cercato di delegittimare in radice l’Ucraina, considerandola, calpestando la storia che dice altro, un’espressione geografica inventata da Lenin; e infine, sfacciatamente, a rivendicare tutta la parte costiera dell’Ucraina meridionale. Putin ha in pratica posto, anzi riproposto, l’annosa questione se uno stato deve subire modifiche al suo territorio con la politica o con la guerra. In difetto di plausibili ragioni per farlo con la politica Putin ha scelto la guerra, mettendosi contro il mondo intero, chi più come i paesi occidentali, Europa e America, e chi meno come quelli orientali, come la Cina e l’India. Ma si può dire che la condanna è stata unanime, si pensi al Giappone e all’Australia, al punto da far sembrare Putin un paria, una sorta di nuovo Hitler, un reietto da eliminare al più presto dalla scena del mondo. A questo punto, qualunque sarà la soluzione, se si vuole evitare un aggravarsi della situazione, col rischio di un coinvolgimento di altri paesi e dunque una guerra mondiale, l’Ucraina ne uscirà ridimensionata ulteriormente sul piano territoriale. Impensabile che la Russia, che fa una guerra per acquistare, possa invece perdere quel che già aveva. L’Ucraina perderà sicuramente in maniera definitiva le due provincie del Donbass e la Crimea. Cosa avrà in cambio è difficile dirlo. Potrebbe entrare nell’Unione Europea, non nella Nato, data la sua neutralità. Un contentino che lascerebbe aperta la situazione a chissà quali altri sviluppi. E Putin? Ancor più difficile è ipotizzare la sua sorte dopo il disastro di questa guerra. Il dissenso in Russia, in questi ultimi giorni, è cresciuto, nonostante l’informazione nascosta e falsata sui fatti che stanno accadendo, non solo a livello di opinione pubblica – migliaia sono gli arresti per le proteste contro la guerra – ma anche sul fronte del potere economico. I cosiddetti oligarchi, a causa delle sanzioni economiche, stanno perdendo capitali consistenti e più di uno incomincia ad esprimere apertamente la sua contrarietà. È destino dei ciechi – e Putin lo è – andare prima o poi a sbattere.

lunedì 21 febbraio 2022

La mala scuola fra sconcezze e violenze

Gli ultimi episodi accaduti a scuola: la professoressa che in un liceo a Roma redarguisce un’alunna che in classe si scopre il ventre per farsi riprendere dallo smartphone di un compagno e l’ammonisce di non stare sulla…Salaria al professore che twitta che le alunne si vestono come tr…, al professore a Napoli che viene picchiato per aver sgridato degli alunni per irrequietezza, sollevano un problema che non può essere più trascurato, quello del che cosa deve fare la scuola oggi e quali sono i protocolli delle varie componenti, atteso che le cose nella società sono cambiate. In breve: come ci si deve comportare a scuola. Se l’opera del docente deve limitarsi ad impartire lezioni sui contenuti disciplinari (insegnare la lingua, la storia, la matematica, le scienze) e non anche mirare all’educazione e alla formazione del cittadino deve essere chiaro. Ormai non lo si può più dare per scontato. Perché se è vero che la professoressa della “Salaria” e il professore delle “tr…” hanno sbagliato nei modi di intervenire è pur vero che intervenire su come le alunne si comportano a scuola rientra da sempre nei doveri professionali dell’insegnante in presenza di palesi dissonanze o difformità. Il professore che non entra nel merito dei comportamenti degli alunni, nel loro modo di vestire, di relazionarsi, di comunicare con gli altri viene meno ad uno degli obiettivi della scuola, tanto quanto se non procede a tenere regolari lezioni e periodiche verifiche. Il suo ruolo non è solo di preparare i giovani ad affrontare sempre nuove tappe scolastiche, avanzamento nei programmi ecc. verso il traguardo finale, ma anche di educare e di formare dei buoni cittadini. Quante volte sentiamo, quando accade qualcosa di indecoroso, di illegale o di criminoso compiuto da giovani, i soliti esperti e opinionisti gridare: “è anche colpa della scuola”, a cui evidentemente si riconosce il compito di educare! Ma se poi un professore redarguisce un alunno che si presenta in classe vestito in modo sconveniente allora alunni e famiglie lamentano che il professore ha messo i piedi su un terreno non di sua pertinenza, ha cercato di soffocare la spontaneità del ragazzo o della ragazza. E addirittura, come nel caso del professore napoletano picchiato, viene aggredito sotto casa perché non si deve permettere di limitare la libertà degli alunni a scuola. Si tratta di prendere atto che la società è cambiata ed anche la scuola non è più la stessa dettata da Giovanni Gentile nella sua riforma del 1923. Oggi la scuola non è una scelta, fatta per un interesse individuale, è d’obbligo, è un’imposizione dello Stato. Chi sottrae i figli a quest’obbligo fino ad una certa età compie un reato. La differenza non è da poco. Nella “scuola scelta” gli alunni erano prudenti e obbedienti entro i perimetri disciplinari e formativi, sapendo di aver fatto loro una libera scelta. Raramente si ribellavano ad un rimprovero del professore o rivendicavano spazi personali risarcitori. Al limite quando avevano qualcosa da eccepire lo facevano sui muri della scuola o nei bagni con scritte ingiuriose, quasi mai minacciose. La “scuola scelta”, che era anche selettiva, era scuola principalmente di doveri. Da quando a scuola non si va più per propria personale scelta, per proprio personale interesse, per diventare qualcuno o qualcosa ma per obbligo, gli alunni si sentono in diritto di reclamare trattamenti diversi, maggiore libertà e facoltà di fare le cose che più piacciono. La scuola dell’obbligo è intesa come scuola fondamentalmente di diritti. Ma una scuola di soli diritti evidentemente è sbagliata quanto e più della scuola di soli doveri. La scuola per tutte le sue componenti deve essere scuola di doveri e di diritti insieme, gli uni in dipendenza totale dagli altri. Quel che per me professore è dovere è per te alunno un diritto e viceversa. In questa compenetrazione di diritti e di doveri la scuola ha funzionato in ogni tempo e così dovrebbe funzionare sempre. Purtroppo oggi non è più così, prendiamone atto. Gli alunni si comportano come vogliono eccedendo in comportamenti inadeguati. Da parte loro i professori, che non godono più della considerazione di una volta, sentendosi frustrati, interpretano male il loro ruolo e si esprimono in maniera sbagliata e offensiva, riducendosi a cattivi esempi. La “Salaria” della professoressa e le “tr…” del professore sono due classici esempi di ciò in cui un educatore non dovrebbe mai incappare; come a nessuna alunna dovrebbe mai venire in mente di farsi fotografare in pose sconce né a scuola né fuori. Come nessun professore dovrebbe essere aggredito per avere sgridato gli alunni a scuola. Tutti esempi di mala scuola, evidentemente da riformare; ma anche e soprattutto di mala società.

sabato 12 febbraio 2022

San Valentino: se le botteghe fanno le leggi

Vediamo tutte le sere alla televisione la pubblicità di note aziende italiane che fanno la pubblicità dei loro prodotti in ricorrenza di San Valentino. La pubblicità fa il suo mestiere, cerca di far guadagnare l’industria produttrice attraverso la vendita del prodotto reclamizzato. Vediamo coppie variamente assortite che si sbaciucchiano, alcune con castigata compostezza, altre con divorante desiderio, altre con una sorta di sfida, quasi a dire: ci siamo pure noi, che vi piaccia o meno. Vecchietti, bambini, adolescenti, giovani d’ambo i sessi, bianchi e neri, donne e uomini dello stesso sesso. Uno spettacolo che fa lo stomaco ballerino e lo fa rimbalzare di qua e di là, a seconda della coppia in mostra. Se due vecchietti, uomo e donna, si baciano, sfiorandosi le labbra, fanno tenerezza. Se due ragazzi, maschio e femmina si baciano, con qualche inesperienza, fanno dolcezza. Se due giovani, maschio e femmina, si baciano, fanno ben sperare per il futuro dell’umanità italiana. Ma se due maschi e due femmine si baciano fra di loro fanno solo venire il voltastomaco. Ad altri fanno venire slanci masturbativi? È possibile, anzi certo. Ma il punto è un altro. Non è solo questione di gusto: a te piace, a me no. Se così fosse non varrebbe la riga di un articolo. E per il politicamente corretto sarebbe opportuno non parlarne. La questione è politica. Non sono trascorsi molti mesi da quando il Senato ha bocciato il decreto Zan, quello che vorrebbe educare gli italiani, fin da quando sono bambini, a considerare ogni coppia, comunque composta, come normale, allo scopo di eliminare dal costume civile ogni forma di discriminazione e di offesa. Lo scopo è nobile, ma ci sono gli effetti collaterali, che non si vogliono considerare. La prospettiva del todos caballeros fa vedere la voragine di una crisi demografica spaventosa. L’Italia è uno dei paesi europei che cresce di meno, anzi, che non cresce più, che da anni chiude il saldo nascite-morti in negativo. E non si può negare davvero che fra le due cose non ci sia una causalità evidente. Se una femmina, invece di stare con un maschio a fare figli se ne sta con una femmina a far…nulla, e lo stesso vale per il maschio con un altro maschio, le nascite evidentemente diminuiscono ancora di più. E’ matematica, Watson! C’è un’Italia, quella legale, che se ne preoccupa e ha detto la sua, bloccando una legge che a molti, indipendentemente da ogni altra considerazione, non piace perché deleteria. E la bottega, che fa? La bottega deve vendere e tanto più vende quanto più sono gli acquirenti. Il principio è sempre quello di Vespasiano: pecunia non olet. Se le coppie aumentano in numero e qualità (si fa per dire!) aumenta anche la domanda del prodotto. La bottega fa cassa. E di opporsi all’andazzo del momento, non se ne parla proprio. È successo che alcune industrie – qualche anno fa la Barilla – siano incorse nell’incidente di difendere certi modelli tradizionali e certi valori, come la famiglia. Dio ne scampi! È successo il finimondo, con minacce di boicottare gli acquisti, campagne denigratorie fino alla resa della …povera industria, costretta a fare marcia indietro. E se facessero allo stesso modo anche quelli a cui i baci fra gay non piacciono? Punto di domanda, che, però, si sospende. Perché purtroppo in Italia si è liberali e democratici non attraverso i gesti che si compiono ma attraverso la timbratura che si riceve. Per cui è lecito che certi movimenti facciano l’iradidio per protesta, non lo è altrettanto per altri, che pur difendono valori importanti. Alcuni anni fa in un film ad episodi si vedeva un Peppino De Filippo alle prese con una pubblica gigantografia di Anita Ekberg a pubblicizzare il consumo del latte, all’insegna del latte fa bene, dove i seni dell’attrice svedese erano più che allusivi. Il poveretto era ossessionato. Come apriva le finestre di casa vedeva il per lui indegno spettacolo. Non è il caso nostro. Qui non si tratta di paure o di cose del genere, qui si tratta, lo ripeto, di politica. Se in Italia vogliamo o no preoccuparci del nostro futuro di Paese e di Nazione dobbiamo pensare ad evitare quelle abitudini negative e incrementare quelle che si pongono come obiettivo la soluzione del problema. Se pubblicizzare la deriva sessuale è in qualche modo negativo si dovrebbe avere attenzione verso certi spettacoli. Quanto alla digeribilità, siamo ormai talmente abituati a digerire tutto che digeriamo anche la pubblicità dei “baci”. Lo facciamo con fatica, ma lo facciamo!

sabato 5 febbraio 2022

Elezioni presidenziali, si è sfiorato il comico

La disponibilità di Mattarella ad essere rieletto è venuta dopo un incontro al Quirinale con Draghi. Quasi un via libera. Il che fa pensare che fra i due l’anno scorso ci sia stata un’intesa, quella dell’elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica, con l’uscita in scadenza di Mattarella. Ma un anno dopo questo non è potuto accadere e allora occorreva che fra i due si giungesse ad un adeguamento. Non sappiamo che cosa i due si siano detti. Se hanno rinnovato l’intesa di qui a qualche tempo, se hanno messo dei paletti. Quel che si è voluto far sapere è che il secondo mandato presidenziale è da intendersi completo, l’intero settennato. Oggi! Del doman non v’è certezza, come non c’è stata a quanto abbiamo appena ricordato. Appena qualche mese fa si pensava che Draghi sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica a furor di grandi elettori. E invece… Difficilmente può capitare di raggiungere il miglior risultato col peggiore dei modi. Difficile, ma alla politica italiana riesce anche di peggio, o di meglio, a seconda dei punti di vista. L’elezione, anzi la rielezione, di Sergio Mattarella era auspicabile, era la cosa migliore che si potesse fare, stante la difficile situazione dell’Italia politica di oggi, ma si sperava che avvenisse come scelta primaria, convinta, e non come stanco ripiego. Le ragioni per votare senz’altro Mattarella c’erano tutte, già al primo scrutinio. Invece sono state ignorate, mentre si giocava a proporre nomi senza nessun criterio. “Faranno tutti la fine di Berlusconi” ha detto ad un certo punto Enrico Letta, mentre Salvini glieli proponeva e Berlusconi era degente in ospedale. Una cafonata, peraltro! Il mancato accordo sulla personalità di altissimo profilo – hanno stancato il Paese per una settimana su questo – dimostrava due cose, o che non c’era nessuna personalità di altissimo profilo, o che non c’era nessuna vera disponibilità delle parti a trovare un accordo. Vale, evidentemente, la seconda. I rancorosi e imbarazzanti no di Letta presto si sono tramutati in entusiastici sì per Mattarella, da parte di tutti, tranne della Meloni. Lo dimostra l’incredibile spettacolo offerto dai cosiddetti grandi elettori in seduta comune alla Camera. In un discorso – quello del rieletto presidente – di appena trentotto minuti ci sono state ben 55 interruzioni di applausi e di standing ovation, una ogni meno di un minuto, quasi un continuo applaudire con, è parso a tratti, fastidio dello stesso Mattarella. Una scena che ricordava quella di Ettore Petrolini in parodistica rappresentazione neroniano- mussoliniana. Il troppo stroppia, dice un adagio. La non disponibilità di Mattarella prima dell’elezione è stata bruciata dai ringraziamenti che lo stesso ha rivolto ai suoi elettori ad elezione avvenuta e alla rimarcata accettazione per l’intero settennato; del resto scontata, almeno a parole. Qualcosa, insomma, che è sembrata essere già nelle corde del Presidente. E perché allora nei mesi scorsi ha fatto sapere più volte di essere contrario ad un secondo mandato? Misteri della politica. Ma lasciamo questi ragionamenti, per chi vorrà farli c’è sempre tempo. A noi oggi preme di ribadire che la situazione che c’è dopo l’elezione è la stessa che c’era prima e che dunque il Paese non corre nessun rischio di cambiamenti in peggio o in meglio. Draghi è al suo posto, le elezioni si faranno fra oltre un anno se non dopo. Il “popolo” dei parlamentari, che temeva lo scioglimento delle camere e dunque la perdita della pensione, può stare tranquillo. Tutti hanno avuto quel che volevano, alcuni senza saperlo, altri con la coroncina del rosario fra le mani. La locomotiva sembra non aver risentito neppure per la frenata della rielezione. Tutto è accaduto senza lasciar traccia di paure e di timori. Tutto, tranne i rapporti politici all’interno dei partiti e delle coalizioni, dove si continua a litigare e a dividersi, fra l’orgoglio ferito per veri o presunti tradimenti e il bisogno di riprendere il cammino, dato che altro non offre il convento. Mattarella ha fatto un discorso ineccepibile, non ha dimenticato nessuno e soprattutto l’esigenza di fare le cose sempre con dignità, nel rispetto della Costituzione e per il bene del Paese. Draghi continuerà ad occuparsi delle due emergenze: pandemia e Pnrr. Nel Pd si continuerà a parlare di ritorni a casa dei figliuoli prodighi. Nel M5S si ondeggia. Nel centrodestra le parti sono come deflagrate con brandelli sparsi dappertutto. I Leghisti riscoprono antifascismi da mercato delle pulci. Berlusconi rivendica piena autonomia dagli storici alleati. Giorgia Meloni si attesta il compito di rifondare il centrodestra. Con chi, non si sa. Sta a vedere che, passati un po’ di giorni, tutto riprenderà come prima, con le solite dichiarazioni, i soliti intenti, le solite certezze, i soliti dubbi, tutto secondo copione, come sempre.