sabato 27 dicembre 2025

E infine Veneziani sbottò

Secondo Marcello Veneziani, noto intellettuale di destra, già una volta consigliere alla Rai in quota Alleanza Nazionale, il governo di centrodestra, ad eccezione di Giorgia Meloni, è fatto di mezze calzette che nulla hanno realizzato perché si possa dire: di qui è passato un governo di destra. Lo ha scritto su “La Verità” del 21 dicembre, un giornale d’area, a cui forse non piace l’aria che si respira. Aggiungendo: «Lo diciamo senza alcun piacere di dirlo, anzi avremmo più volentieri taciuto, occupandoci d’altro. Lo scriviamo solo per non sottrarci, almeno a fine anno, a tentare un bilancio onesto, realistico e ragionato della situazione». La prima osservazione che viene di fare è che Veneziani «almeno a fine anno» fa qualcosa che non fa nel resto dell’anno, di essere cioè «onesto, realistico, ragionato». Mi viene in mente il detto latino semel in anno licet insanire. E questo è accaduto, che Veneziani è proprio insanito. Brutti scherzi fa la pancia. Possibile che Veneziani non salvi proprio nessuno del governo Meloni, ad eccezione – lo ripetiamo – della Meloni? E i ministri degli esteri, dell’interno, della giustizia, dell’economia, della difesa, dell’istruzione, pur con tutti i loro limiti, sono tutti da buttare? E dove l’Italia potrebbe trovare dei ministri migliori dei poc’anzi citati? Erano forse migliori quelli di prima? Ne avrebbe da suggerire Veneziani per il futuro prossimo? Che cosa il governo non ha fatto, che invece doveva fare? Lo dica Veneziani! Quel che si percepisce è che Veneziani è in preda a furia demolitrice perché al posto del ministro Alessandro Giuli alla cultura non c’è lui o un altro che gli avesse affidato chissà che cosa, che ci piacerebbe sapere. Non si tratta di delusione disinteressata, qui è un vero e proprio attacco concertato (forse!) con una fronda di insoddisfatti di quel che il governo ha finora fatto o scontenti di qualche ministro. Non è un caso che in difesa di Veneziani dopo la reazione di Giuli è corso Mario Giordano. Il quale ha scritto che «Veneziani è colpevole di non aver leccato gli stivali di Giuli». Siamo insomma ai leccaggi, al “chi sono io e chi sei tu”. Se poi alla baruffa intervengono altri, allora è rissa di torte in faccia in mancanza d’altro. Veneziani ha sbagliato dimostrando di non conoscere la realtà di un paese democratico come il nostro, dove realizzare qualcosa di destra come ieri di sinistra è pressoché impossibile. In questo paese si può soltanto vivacchiare. Non è difficile governare l’Italia – diceva una buonanima – è semplicemente inutile. Che s’aspettava Veneziani? Il terremoto culturale? Già è stato tanto aver iniziato un percorso nuovo. Oggi essere di destra è una riconosciuta patente di cittadinanza e, se Veneziani permette, di merito. Non così ai tempi che ricordiamo, di archi e marchii costituzionali. Come si può risolvere il problema della migrazione clandestina quando hai la magistratura contro, si tratti delle imprese di Salvini o della Meloni della struttura di accoglienza in Albania? Come si può governare coi sindacati politicizzati contro e contro i centri sociali, autentiche forze nemiche in servizio permanente effettivo? È la democrazia, bellezza! Il dissenso è lievito. Ma non si pretendano allora miracoli, di destra o di sinistra che siano. La furia – si sa – è cieca e cieco è stato Veneziani nell’attaccare un governo dal quale probabilmente non ha avuto quel che lui pensava di meritare. Questo ribalta il giudizio. Non è il governo non all’altezza della situazione, ma quei pochi o quei tanti intellettuali di destra che non hanno mantenuto quel che promettevano, di essere obiettivi e propositivi nello stesso tempo nell’approcciarsi al governo del Paese. Per fortuna non tutti la pensano come Veneziani. Gli intellettuali, personalmente disinteressati, senza sparare a zero, puntualizzano e propongono. Si veda Ernesto Galli Della Loggia – cito uno che incontro spesso sul “Corriere della Sera” – il quale non risparmia osservazioni critiche alla destra ma lo fa con puntualità e intento propositivo. Si consideri che ancora oggi, dove comandano quelli di sinistra, c’è una respinzione da razzismo politico e di difesa dei soliti fortilizi, che lascia pensare che, se essi tornassero al potere, riprenderebbe nei confronti della destra politica l’apartheid degli anni Quaranta-Ottanta. Con l’andata al potere del paese, la destra ha iniziato un cammino nuovo, del quale vanno colti gli aspetti più importanti. Quelli che dovrebbero rendersene conto per primi sono soprattutto quegli intellettuali, come Veneziani, che hanno conosciuto il peggio dell’esclusione sistematica.

venerdì 26 dicembre 2025

Nelle pieghe del Novecento di A. Lucio Giannone

Ogni fenomeno, politico o letterario che sia, lascia spazi inesplorati. Sono le “pieghe” nelle quali restano nascosti aspetti importanti e meno importanti, fatti che, “spiegati”, illuminano e risarcisono del tempo passato al buio. Così è il Novecento, quel Novecento che chiamo minore per capirci, in cui autori anche di alto e altissimo profilo li scopriamo in rapporto a personaggi più periferici e meno conosciuti, a episodi di vita più marginali. Si scopre che tra il Nord e il Sud, tra maggiori e minori, nel campo delle lettere, c’è stato un rapporto ben più interessante, di conoscenze, di reciproci riconoscimenti e di collaborazione. Tutto sta nell’avere interesse e strumenti metodologici per portarli alla luce. Ne offre un esempio il lavoro di Antonio Lucio Giannone, già ordinario di Storia delle Letteratura Contemporanea all’Università del Salento, Nelle pieghe del Novecento. Studi sulla letteratura italiana contemporanea (Lecce, Milella, 2025), che fin dal titolo annuncia “ritrovamenti” interessanti. Il libro contiene nove saggi su autori che coprono l’intero Novecento, in cui accanto a quelli del Nord (Gian Pietro Lucini, i Futuristi, Giuseppe Prezzolini, Eugenio Montale) compaiono quelli del Sud (Salvatore Quasimodo, Ennio Flaiano, Girolamo Comi, Luigi Corvaglia, Vittorio Pagano, Giacinto Spagnoletti, Raffaele Carrieri, Michele Saponaro); ma soprattutto sono “spiegati” i rapporti che ebbero alcuni autori meridionali coi loro omologhi ben più noti: Saponaro con Prezzolini, Pagano con Montale, i fratelli Carlo e Francesco Barbieri con Flaiano o le influenze che ebbero dall’esterno, come il melissanese Corvaglia dallo spagnolo Miguel de Unamuno e il tarantino Carrieri dall’ambiente parigino da lui frequentato in gioventù. Gran parte dei saggi sono sostenuti da documenti, in questo caso da lettere reperite in archivi privati, carte d’autore e scritti apparsi su riviste e giornali d’epoca, riproposti in appendice. In “La parola antagonista dell’avanguardia: Lucini e i futuristi” l’Autore esamina «la poesia civile e di protesta che si sviluppa in Italia nel primo Novecento nell’ambito dell’avanguardia e, in particolare, del futurismo». È il periodo in cui nel Paese, alla fine del secolo, fervevano motivi di scontento sociale che non avevano preso ancora strade precise tra epigoni della scapigliatura, nuove forme di associazione politica, protesta sociale e futuristi appunto. È un aspetto, questo, che l’autore ascrive al suo saggio: «Su questo argomento sono uscite negli ultimi decenni ben tre antologie, […]. Più recentemente, nel 2018, è apparso un volume che allarga lo sguardo anche alla prosa e si sposta più avanti negli anni. Nessuno di questi volumi, però, affronta in maniera specifica l’avanguardia primonovecentesca e il futurismo che […] costituiscono l’oggetto della nostra relazione». Nel saggio “Giuseppe Prezzolini e la «Rivista d’Italia», con lettere inedite di Prezzolini a Michele Saponaro”, Giannone, lumeggia la collaborazione che ci fu tra i due nel periodo marzo del 1919 – ottobre 1920, quando Saponaro dirigeva la «Rivista d’Italia» a Milano e Prezzolini, che ne curava le rassegne letterarie, era al suo libro paga. Giannone in questo caso ha utilizzato le lettere che si trovano nell’archivio privato di Saponaro a San Cesario di Lecce. Così anche per il saggio “Una bibliografia d’autore e un’intervista (quasi) immaginaria: lettere di Eugenio Montale a Vittorio Pagano” l’Autore visita l’archivio privato dello scrittore leccese per conoscere il rapporto tra i due attraverso tre lettere di Montale a lui indirizzate. Sorprendente l’approccio confidenziale, del poeta genovese nei confronti di Pagano, che in fondo conosceva solo attraverso la corrispondenza. “Unamuno in Italia: S. Teresa e Aldonzo di Luigi Corvaglia” coglie il rapporto tra lo scrittore salentino Luigi Corvaglia, assai più noto per i suoi studi su Vanini, e lo spagnolo Miguel de Unamuno nella commedia in quattro atti sull’amore tormentato di Teresa d’Avila e Aldonzo. Ne esce un Corvaglia più compiuto; non solo filosofia nei suoi interessi, ma anche teatro, narrativa e politica. Il saggio “Da Vento a Tindari (1930) a Nell’isola (1966): la Sicilia di Quasimodo” l’Autore si discosta dalla linea del libro e insiste sul rapporto tra il Premio Nobel e la sua terra natale, in cui «a prevalere è sempre un’immagine della Sicilia come rifugio, come àncora di salvezza nella dispersione del vivere quotidiano, come luogo di beatitudine celestiale». Quasimodo – dice Giannone – ha anche il pregio di «avere inserito il Sud nella geografia lirica italiana fin dagli anni Trenta, dando il via a una linea importante, anche se spesso trascurata, della poesia del Novecento che comprende anche i nomi del campano Alfonso Gatto, dei lucani Leonardo Sinisgalli e Rocco Scotellaro, dei pugliesi Raffaele Carrieri e Vittorio Bodini, per citare solo i maggiori esponenti di essa». Anche il saggio “Girolamo Comi: poesia come preghiera” si discosta dalla linea delle “pieghe” e affronta l’aspetto fondamentale della poesia comiana: la preghiera. «Comi – scrive Giannone – in tutto l’arco della sua attività, ha rifiutato quel tipo di poesia che mette al centro del proprio interesse l’io, le angosce individuali, le inquietudini esistenziali, i propri sentimenti. La poesia per lui deve essere un’attività totalizzante, quasi di tipo sacerdotale, a cui bisogna riservare una dedizione assoluta, rifuggendo volutamente, con profonda convinzione, la gloria, il facile successo, l’applauso del pubblico». Tesi di Giannone è che Comi anche quando è nella fase preconversione e canta «i vari elementi dell’universo: l’albero, il suolo, l’argilla, lo spazio, la luce, l’estate, l’alba, il mare, il creato» considera la sua poesia “preghiera” in una tensione pagano-panteistica. La conversione, poi, lo porta alla preghiera-preghiera nella “Chiesa di Cristo”: dalla preghiera “esaltazione” alla preghiera “lacrime”. “Fame a Montparnasse: La bohème di Raffaele Carrieri”, che ha per sottotitolo “Ultime scene della Bohème”, è la lettura critica del “romanzo” dello scrittore tarantino Raffaele Carrieri. Il quale fece della sua vita parigina agli inizi del Novecento materiali per la sua narrativa, avendo come modello l’opera di Henry Murger Scènes de la vie de bohème. Giannone ha voluto tirar fuori dal “nascosto” un autore di cui, a parte gli addetti ai lavori, si ignorava quasi l’esistenza. Poeta, narratore e critico d’arte, Carrieri lo troviamo in giro per l’Europa mediterranea, partecipe di tante avventure; nel 1919 prese parte all’impresa fiumana con D’Annunzio e venne perfino ferito nel cosiddetto Natale di sangue, quando lo Stato italiano intervenne per normalizzare la situazione a Fiume. Il saggio “Ennio Flaiano tra Carlo e Francesco Barbieri (con lettere inedite e scritti di Flaiano)” fa luce su un rapporto straordinario tra i due fratelli nativi di San Cesario di Lecce e lo scrittore abruzzese nella Roma degli anni Trenta. Ennio Flaiano è noto per le sue definizioni ironiche, per i suoi giudizi brucianti, per le sue battute caustiche. Carlo faceva il pittore e il poeta. «Disegnava e dipingeva per un suo esclusivo bisogno personale – scrive Giannone – senza mai esporre le sue opere, che erano conosciute soltanto da pochi intimi». Spirito un po’ bizzarro ed eccentrico fece una fine tragica. Significativo del legame che c’era tra i fratelli Barbieri e Flaiano è l’intitolazione che questi diede ad un suo film col titolo che Carlo Barbieri aveva dato ad un suo quadro Il bambino cattivo. “Per un profilo di Giacinto Spagnoletti critico letterario” Giannone coglie e approfondisce uno degli aspetti più importanti della molteplice attività del critico letterario tarantino, quello di antologista. «Spagnoletti – scrive Giannone – si può considerare l’antologista principe della poesia italiana del Novecento, proprio insieme ad Anceschi» e coglie il carattere della sua critica «in una visione per così dire oggettiva e il più possibile completa della poesia novecentesca senza particolari predilezioni verso una tendenza nei confronti di un’altra, come invece succede con quella di Sanguineti che privilegia la linea dell’avanguardia e della polemica sociale». Sorprende, ma non tanto, nel diorama di uomini e di vicende di Giannone, la mobilità di tanti intellettuali meridionali del Novecento sparsi per l’Italia e l’Europa se si considera che solo pochi anni prima, nel 1890, Giuseppe Gigli di Manduria “lamentava” nello Stato delle lettere in Terra d’Otranto che gli intellettuali salentini si ignorassero a vicenda e che cercassero «fuori quel fraterno appoggio, che qui manca». Giannone, ricostruendo i casi di tanti nostri intellettuali in rapporto a quel “fuori”, di cui parlava Gigli, offre uno specifico del Novecento, in cui in fondo conferma più che una tendenza un’autentica vocazione, che è propria del nostro porci nel mondo. Gigi Montonato

sabato 20 dicembre 2025

Chi ha voluto il salario minimo e chi pure

Destra sociale è un po’ una contraddizione, una sorta di ossimoro, che alla prova dei fatti si scopre per quello che è. Forse è per questo che la locuzione è scomparsa dalle vetrine di partito. Conservazione e progresso mal s’accordano. Del resto è lo stesso governo Meloni ad ammettere che con la Legge di Bilancio 2026 ha tenuto un occhio di riguardo ai ceti medi produttivi. In Italia non c’è nulla di più normale delle contraddizioni e degli ossimori. L’importante è non giungere ad alcuna verifica per non rimanere sbugiardati. A dispetto delle usanze lessicali, contraddittorie o meno, il governo Meloni avrebbe dovuto fare una legge sul salario minimo già da tempo. Non se ne sarebbero appropriate le opposizioni che lo sventagliano sulle loro barricate neppure i Pro Pal. Invece è accaduto che addirittura il Governo ha fatto ricorso alla Consulta contro la Regione Puglia per averlo approvato nell’ambito della sua territorialità. Come abbiamo letto e sentito, la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge regionale pugliese, che introduce il salario minimo per quei lavoratori di imprese che lavorano con denaro pubblico, stabilito a nove euro l’ora. Giustamente le opposizioni cantano vittoria, ma curiosamente la loro vittoria è stata resa possibile dal voto dei consiglieri regionali dei partiti che sono al governo nazionale, Fratelli d’Italia e Lega. Essi hanno votato a favore, dimostrando di approcciarsi a certi problemi di interesse generale senza spirito di parte. Ma chi non voterebbe a favore di fronte ad una sacrosanta rivendicazione? Si tratta di un atto di giustizia e di buon senso. I membri della Consulta avranno ragionato allo stesso modo, più da comuni cittadini che da esperti tecnici del diritto; così hanno ragionato i consiglieri pugliesi di centrodestra, che non hanno avuto problemi ad unirsi ai loro avversari di centrosinistra. Va da sé che il salario minimo approvato dovrà essere esteso a tutti i lavoratori, se si vuole metterla sul piano della giustizia. Se così non fosse ci sarebbero lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Il che non è accettabile. Una volta c’erano i dipendenti di alcune aziende di Stato che godevano di particolari favori. Non so se ancora è così, ne dubito, ma non tanto; in Italia non c’è da meravigliarsi mai di niente. Detto questo, non si può non convenire sul fatto che la stessa legge dovrebbero farla propria tutte le altre regioni. Qualcuna lo ha già fatto, come la Regione Toscana. Ecco un caso in cui il Governo del Paese è costretto dalla realtà dei fatti a rivedere la sua posizione. L’iniziativa pugliese è la classica “picciola favilla” che fa scoppiare un grande incendio. Non si negano al Governo valide ragioni di contrasto. È del tutto evidente che se il Governo non l’ha introdotto prima il salario minimo è perché ha altre priorità. Immagino l’assistenza ad altri ceti sociali. La Meloni è la prima Presidente del Consiglio donna, ma anche la prima ad essere espressione dei ceti più popolari. Lei stessa è una popolana, absit iniuria verbis. A vederla fa più pensare ad un Masaniello che ad un Cola di Rienzo. Questa sua condizione meglio che ad altri consente di capire le esigenze della gente ai livelli più bassi. Se poi si considera la sua provenienza politica, da un partito che preferiva essere un movimento e sociale per giunta, meglio si comprende come il Governo da lei rappresentato debba volgere più attenzione ai ceti meno abbienti. Il suo governo, invece, si sta caratterizzando per un Welfare fatto di piccoli interventi, attenzioni minime che aiutano ma non dimostrano una decisa scelta risolutiva. Una cosa è dire sto dando un aiutino finanziario, che pure si tratta di miliardi, un’altra è fare una legge che trasformi radicalmente il rapporto lavoratore-datore di lavoro sul piano retributivo. Il salario minimo approvato dalla Regione Puglia è circa tre volte il salario attuale che si aggira intorno ai tre-quattro euro l’ora se non di meno; penso ai lavoratori agricoli, per lo più migranti, quelli che nei campi assolati del Sud raccolgono pomodori e angurie. Naturalmente l’introduzione del salario minimo esteso a tutti i lavoratori comporterà delle serie conseguenze, tra cui l’aumento del costo della vita, che provocherà inflazione. Ma è un rischio che bisogna correre, quando è in ballo una così evidente sproporzione tra lavoratori e lavoratori. Giustezza del motivo e calcolo politico spingono verso una direzione che non può essere più elusa.

sabato 13 dicembre 2025

Chi comanda censura

Sono sempre più convinto che i tanti fascisti che c’erano durante il fascismo, in piena dittatura, fossero solo persone che amavano il quieto vivere, la sicurezza, l’ordine, il lavoro, che il regime garantiva con le buone e con le cattive. Metodi, peraltro, che l’autorità non doveva usare con eccessivo impegno e rigore dato che la stragrande maggioranza dei cittadini, in ogni ordine e grado della società, del regime era contenta se non entusiasta. Attacca l’asino dove vuole il padrone, vivi e lascia vivere. C’erano anche gli antifascisti, certo, convinti e militanti, come potevano esserlo in un regime che aveva i mezzi per tenere sotto controllo il Paese. Di essi i più tacevano per prudenza e per convenienza; gli altri, i meno, conoscevano le patrie galere. La gente pensava a farsi i fatti suoi, ben attenta a non farsi coinvolgere. Se qualcuno esprimeva giudizi contro il regime veniva isolato perfino dai parenti. Se impiegato, poteva perdere il posto. A nessuno piaceva rischiare. Essere antifascisti durante il fascismo era come avere una patente di untore. Chi più scansava il reprobo per non compromettersi, anche se gli si riconosceva probità e valore. Gli antifascisti eroici, quelli che sfidavano il regime, dovevano guardarsi da tutti potendo essere denunciati. Si sapeva che dappertutto c’erano spie e informatori. Così il professore antifascista stava attento al bidello, l’impiegato vedeva in ogni usciere un possibile nemico, il medico non si fidava di infermieri e portantini. Questo lo apprendiamo sia dai libri di storia sia dalla narrativa, dai tanti romanzi scritti sia durante che dopo il fascismo, e dai film ambientati negli anni tra le due guerre mondiali. Straordinario il film “Una giornata particolare” con Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Gli italiani di oggi sono esattamente quelli di ieri, né più né meno. Fino all’altro ieri fascisti, ieri antifascisti e oggi di nuovo “fascisti”. Mi si consenta la provocazione, dato che essi fascisti non sono se non per capirci. Se così non fosse, mai si sarebbe potuto verificare che il nemico principale, se non l’unico, inserito perfino nella Costituzione, previsto in più leggi dello Stato, ovvero il fascismo o tale considerato, conquistasse democraticamente il potere. I nuovi “fascisti” non hanno avuto bisogno di grandi sforzi, hanno cambiato come si cambia modo di vestirsi ad ogni cambio di stagione. Basta vedere l’affluenza di personaggi di ogni settore della vita pubblica presenti alla festa di Atreju, la kermesse annuale di Fratelli d’Italia. Ovviamente mi riferisco a quelli che agli ex missini si sono accodati successivamente. Come è comprensibile, non tutti gli antifascisti “veri” stanno zitti, alcuni protestano, sottoscrivono, denunciano, si indignano per quello che accade. Alla mostra romana “Più libri più liberi” c’è stata una levata di scudi che ha fatto parlare i giornali per giorni e giorni per la presenza in fiera dell’editore “Passaggio nel bosco” considerato neonazista, che mi pare ancora più grave di fascista. Il risultato di tanto rumore è stato che dall’anno venturo ci saranno dei criteri di ammissione alla fiera, ovvero ci sarà una commissione che deciderà in anticipo quali editori accogliere e quali respingere, la censura in parole povere. La censura in una democrazia? E come? Qui davvero il mondo va alla rovescia, senza nemmeno scomodare Vannacci. “Più libri più liberi” non significa solo quantità, ma anche qualità, diversità. E se si istituisce la censura si limita la categoria dell’arricchimento, si impoverisce la libertà. Bisognerebbe cambiare il titolo “Meno libri meno liberi”, giacché non si può dire “Meno libri più liberi”, è una contraddizione in termini. È un bel guaio, in cui i difensori della democrazia si ritroveranno di qui a un anno. La censura, infatti, è quanto di meno democratico si possa immaginare. Intendiamoci, è stata sempre esercitata durante la Prima Repubblica, anche se con attente coperture, che passavano perché le atmosfere dominanti lo favorivano. Il Msi era regolarmente inquisito da una certa magistratura quando alle elezioni conseguiva qualche piccolo successo, come accadde agli inizi degli anni Settanta, che quasi sempre avveniva a danno della Democrazia cristiana. La differenza tra una dittatura e una democrazia è che la prima se dissenti ti sbatte dentro, la seconda ti sbatte fuori. Non stiamo qui a dire se è meglio l’una o l’altra soluzione, in entrambi i casi c’è sempre qualcuno che viene sbattuto.

domenica 7 dicembre 2025

L'Europa tra Scilla e Cariddi

Chi è Scilla per l’Europa e chi Cariddi, i due mostri marini che giravano sottosopra le navi che passavano dallo Stretto per poi ingoiarsele? Il mito non dice quale dei due fosse più pericoloso e noi, per mettere i piedi per terra, fuor da ogni metafora, diciamo che per il pericolo che sta correndo l’Europa uno vale l’altro: Putin che invade l’Ucraina e minaccia l’Europa, Trump che espone l’Europa a rischi ben maggiori. Il disegno di Putin è chiaro. Lo è da sempre. Vuole ricomporre la Russia degli zar o l’Urss dei comunisti. L’una e l’altra prevedono l’annessione come minimo, oltre che dell’Ucraina, delle repubbliche baltiche, di parte della Polonia e di altri territori confinanti. Quel che dice Putin per rassicurare non vale niente. È uno spergiuro da delinquente politico, che della parola mancata fa una sorta di valore, di cui si gloria. Quel che dice Trump è ancora peggio: l’Europa non è in grado di avere una politica sua, sta rinunciando alla sua civiltà, d’ora in poi se la deve cavare da sola coi mille problemi che ha; gli Usa hanno altro a cui pensare. Questo significa che l’Europa deve attrezzarsi per fare a meno degli Usa e per scoraggiare ulteriori avventure russe ai nostri danni. Questo significa che dobbiamo armarci non tanto per prepararci alla guerra, che deve essere scongiurata, quanto proprio per scongiurarla. I pacifisti italiani, che stanno un po’ dappertutto sono contrari. Tutti papalini sulla pace disarmata e disarmante. Si sentono tutti Leone I che ferma Attila. Il voltafaccia americano è quello che fa più male, perché è giunto da un momento all’altro, all’improvviso. Nessuno alla vigilia dell’elezione di Trump pensava che gli Usa avrebbero recuperato la dottrina del Monroe, l’America agli americani. Un secolo circa di politica e due guerre mondiali, che convincevano di un’unione inseparabile tra Europa e America, sono stati spazzati via con un colpo di spugna. L’Europa rischia di frantumarsi, parte dei paesi affascinata dalle sirene di Putin e parte da quelle di Trump. Finora la situazione è rimasta inalterata, formalmente tiene, anche se amici di Putin e di Trump ci sono in ogni paese europeo e addirittura in ogni schieramento politico. In Italia leghisti e grillini, i primi in centrodestra, i secondi in centrosinistra, continuano ad avere simpatia per Putin anche se la mascherano con la pace, che, a loro dire, sarebbe più concretizzabile avendo Putin per amico. Allo stesso modo cresce in tutta Europa il numero di chi ritiene che in questo momento sia più conveniente avere governi autocratici che democratici old style. In Italia Giorgia Meloni incomincia a faticare per convincere che Trump non vuole rompere con l’Europa. Il pensiero di Trump, più volte esplicitato in questi ultimi tempi, invece non dimostra amicizia per il vecchio continente. Questo, nonostante i cambiamenti ai suoi lati, non dimostra di volersi adeguare ma insiste e persiste a mantenere pigramente la sua vecchia politica, come se nulla fosse cambiato, come se negli Usa ci fosse ancora Reagan e nella Russia ancora Gorbaciov. Facile dire che i soldi invece di spenderli in armi vanno spesi per aumentare i salari, gli stipendi, le pensioni, migliorare la salute e la sicurezza, come fanno i partiti di centrosinistra. Certo, si può vivere anche bene da paesi satelliti di questa o quella potenza straniera, da servi, purché lo si dica apertamente. I grillini sfondano porte aperte quando dicono che è meglio spendere in welfare che in armi; ma poi? Come risponde il nostro Paese ai nuovi imperi? Come risponde l’Europa di cui siamo parte fondante? Chiediamo alla Quarta Roma un trattamento di favore? Chi non vuole che l’Europa si armi per fronteggiare il nemico deve dire anche come la vede debole ed esposta alle prepotenze degli altri. Non si tratta di questioni astratte, ma concrete e brucianti. Quali sarebbero le nostre condizioni di vita in un mondo dominato dalla Russia o dall’America o da entrambe, noi essendo in una posizione subalterna? Finora l’Europa, pur con molti problemi, ha garantito una crescita importante, un tenore di vita per i suoi popoli quale non era stato mai conosciuto prima. Questo non può essere scisso dalla sua capacità di conservare la libertà. In questo momento ci sono paesi dell’Europa minacciati da una potenza straniera che gioca coi popoli come il lupo con l’agnello. È la Russia di Putin. La risposta che dobbiamo dare, forte e credibile, è che non siamo affatto disposti a cedere il bene della libertà e della crescita in cambio di una pace fasulla, che pace non è ma sottomissione e povertà.

sabato 6 dicembre 2025

Taurisano, 8 dicembre 1905: Immacolata di sangue

L’8 dicembre 1905, or sono centoventi anni, è ricordato a Taurisano come l’Immacolata di sangue, per i tragici fatti che si verificarono in quel giorno. La festività, tradizionalmente sentita e rispettata da una popolazione per lo più di contadini e agricoltori, favorì la manifestazione contro il governo, allora presieduto dal giolittiano Alessandro Fortis. Questi, l’8 novembre 1905, aveva concluso con la Spagna il trattato commerciale detto “Modus vivendi”, con cui l’Italia esportava manufatti dell’industria del Nord e importava vini a dazi di favore (40%). Ne usciva penalizzata l’agricoltura del Sud, che già malamente viveva di prodotti agricoli. La solita politica giolittiana di quegli anni, carota al Nord, bastone al Sud, che tanti incidenti provocò in tutto il Mezzogiorno, con decine di morti e feriti. L’8 settembre 1902 a Candela (Foggia) cinque morti e dieci feriti; il 5 agosto 1903 a Cassano Murge (Bari) un morto e quattro feriti; il 18 agosto 1905 a Grammichele (Catania) quattordici morti e sessantotto feriti. Tutte manifestazioni politiche represse dalla forza pubblica, più o meno con le stesse modalità. All’epoca il potere politico a Taurisano se lo contendevano i membri della famiglia ducale Lopez y Royo. Sindaco, in quella circostanza, era Filippo Lopez y Royo di tendenza democratica. Questi aveva fatto approvare dal Consiglio comunale per quel trattato commerciale una dura delibera di condanna nei confronti del governo. Parole che non potevano essere approvate dalle istituzioni governative. Vi si legge: “Il Consiglio considerato che il Modus vivendi commerciale stipulato con la Spagna, nel mentre pregiudica gravemente e solamente gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dimostra ancora una volta la politica regionalista e partiggiana [sic] imperante nel Regno di sfruttamento delle regioni del Sud a vantaggio delle Provincie Settentrionali, per acclamazione Deplora il provvedimento subdolo e partiggiano [sic] preso dal governo proprio quando più gridava di voler fare i nostri interessi – Delibera di persistere nell’agitazione, e invitare il Deputato del Collegio ad associarsi agli altri rappresentanti del Sud finchè l’improvvido provvedimento non sarà rigettato […]”. La Sottoprefettura di Gallipoli sospese la delibera (2 dicembre) e la Prefettura di Lecce la annullò (4 dicembre). Era quanto bastava per far esplodere la situazione. La mattina dell’8 dicembre, approfittando della festività, si formò un lungo corteo che un banditore, con un tamburo di latta, annunciava per le vie del paese. Giunto nella piazza fu inscenata una simbolica manifestazione, furono sversate per terra delle botti di vino mentre i partecipanti, arrabbiati ed ebbri, gridavano frasi minacciose contro il governo, come erano stati imbeccati dai loro padroni nei giorni precedenti: per colpa del governo, ora che dobbiamo fare col nostro vino, lavarci i piedi? La mattinata, tuttavia, era trascorsa senza incidenti. I militari, arrivati per prevenire disordini, si erano accasermati, parte nel palazzo del Sindaco e parte nel Municipio, che erano attigui. Avevano ricevuto l’ordine di non uscire per evitare provocazioni. Fu inutile, verso sera, secondo le testimonianze, si radunarono nei pressi del Municipio alcune decine di persone che ripresero a vociare contro il governo e i militari. Nella folla che s’ingrossava c’erano dei ragazzi, che si misero a gridare insulti e a buttare pietre contro il portone del Municipio. Fu allora che uscirono dei militari e si misero a sparare all’impazzata ad altezza d’uomo, non sapendo da dove provenisse la sassaiola. Si vedono ancora le scheggiature dei proiettili sui muri delle case di via Roma. La folla spaventata si disperse in pochi minuti per le vie adiacenti, lasciando per terra esanime il contadino Michele Manco e alcuni feriti. Seguì il terremoto politico. Il tragico evento ebbe un’eco nazionale. Ne parlarono tutti i giornali. Il “Secolo Illustrato della Domenica” del 17 dicembre gli dedicò la copertina. Alla Camera ne discussero con toni accesi i principali politici del tempo, specialmente di sinistra, e i deputati del Collegio. La battaglia fu vinta dagli oppositori del “Modus vivendi”, che fu bocciato il 17 dicembre successivo. Lo stesso Fortis si dimise il giorno dopo per riavere l’incarico a fare un nuovo governo il 24; ma il 2 febbraio 1906 dovette dimettersi definitivamente. Anche Giolitti preferì per il momento mettersi da parte e lasciare l’iniziativa ad un governo di destra, presieduto da Sidney Sonnino. Che, a sua volta, durò qualche mese.