In questo paese ormai – l’Italia
dico – non si può fare più un ragionamento libero. Non perché qualcuno ti mandi
al confino politico o in carcere; ma perché c’è una sorta di sinedrio di
moralisti, i quali leggono dentro le righe per vedere se trovano idee e
opinioni in qualche modo difformi dal pensiero unico dominante, per condannarti come
reprobo. Questa gente si indigna un giorno sì e l’altro pure e per tre volte al
giorno. S’indigna più volte di quante non si lavi i denti. Grida subito:
vergogna, non se ne può più, bisogna prendere provvedimenti seri: tolleranza
zero. La corte si adegua subito e da canale televisivo a canale televisivo è un
propagarsi infinito, con gli indignati- cavallette che danno l’assalto al campo.
Il calcio, per essere il
contenitore popolare più importante, è lo specchio su cui si riflette questo
mondo di eterni indignati. Strutturato in senso verticale e orizzontale, dal
vertice alla base, dal centro alla periferia, il mondo del calcio, fatto da
calci-tranti, non sopporta i re-calcitranti. Tutti si devono adeguare. Tutti,
benché diversi nei ruoli e nelle condizioni, devono sottostare.
Da anni ormai si gioca per i
soldi. I campionati sono condizionati negli esiti sportivi: alcune squadre
giocano il venerdì, altre il sabato, altre la domenica ed altre il lunedì
successivo; alcune a mezzogiorno e mezzo, altre alle quindici, altre alle diciotto,
altre alle venti e quarantacinque. Pensiamo solo un attimo che valore si potrebbe
dare ad una gara di atletica o di ciclismo con gli atleti e i ciclisti che per
la stessa gara fanno le loro prestazioni in giorni diversi, in orari diversi e
in condizioni diverse.
A lor signori, i padroni del
pallone, tutto questo sembra legittimo. Ove è lampante che lo fanno per i
diritti televisivi, che producono fiumi di soldi. Sanno che ormai il calcio non
ha più niente di sano e di sportivo. Ma intanto continuano a far soldi, ad
insistere. Non dico che è solo il nostro paese, ormai è il sistema. E si
potrebbe pure rispondere: e mo’ che si può fare? Così va il mondo.
Ma il mondo non è fatto solo di
quattro faccendieri, che trasformano tutto in pecunia e tutto subordinano agli
affari: è fatto anche di gente sana, pulita, appassionata, tifosa, che crede e
si arrabbia – e fa bene ad arrabbiarsi quando pensa di aver subito
un’ingiustizia. Chi fa gli erutti quando parla sarà pure un maleducato, avrà
pure qualcosa sullo stomaco, ma non significa che ha torto.
Il calcio è fatto principalmente
dai calciatori, i quali sono sottoposti a sforzi incredibili per essere pronti
a giocare in qualsiasi ora, con qualsiasi temperatura, sotto il sole o la neve,
il vento e la pioggia. Come soldati sul Piave: tacere e andare avanti. Si dice:
prendono tanti soldi. In parte è vero; ma vale per pochi. La stragrande
maggioranza sì e no riesce a mettere insieme quanto gli serve quando smette per
crearsi un’attività lavorativa. Se tutto gli va bene, perché qualcuno lascia la
pelle, qualcun altro la salute o l’integrità fisica. E ci sono casi in cui i
calciatori non sono neppure pagati, come poveri operai dipendenti di un’azienda
in fallimento.
Poi ci sono i tifosi, i quali si
pretende che vadano allo stadio, paghino un fottìo di soldi per il biglietto e
debbano comportarsi come spettatori ad un concerto sinfonico: non devono urlare
più di tanto, non devono usare parolacce, non devono sfottere gli avversari,
non possono inveire contro i calciatori e gli arbitri; non possono esporre
striscioni offensivi. Insomma si pretende che i tifosi non facciano più i
tifosi, ma i fedeli in pellegrinaggio a Loreto o a Monte Sant’Angelo.
Giudizi morali soltanto nei loro
confronti? Macché! Punizioni di ogni tipo, fino all’interdizione di andare allo
stadio, alla chiusura delle curve, all’impedimento di seguire la squadra in
trasferta. Sono stati inventati perfino reati nuovi, come il razzismo
territoriale. Dire “Forza Vesuvio, erutta e sommergi i napoletani” è reato,
come è reato se si dice che “Giulietta era una zoccola e Romeo un cornuto”.
Sfottò, che, da che calcio è calcio, è stato sempre fatto.
Per concludere, il calcio, che è
dei calciatori e del loro pubblico, è diventato appannaggio degli affaristi, i
quali escludono quanti non si comportano come educande.
Per tornare a
Salernitana-Nocerina, partita a rischio, come spesso accade per antiche rivalità
tra i tifosi, che spesso si picchiano anche fuori della partita, occorre porsi
delle domande; ma non le solite, quelle che hanno già la risposta. Come quella
dei tanti Varriale: sono delinquenti.
Perché l’accaduto di domenica è
grave, solo perché i tifosi della Nocerina hanno minacciato di morte i loro
giocatori se fossero scesi in campo per giocare? Solo perché i calciatori hanno
fatto finta di infortunarsi per obbedire ai loro tifosi? Certo, non sono belle
cose, né a vedersi né a sentirsi. Ma vogliamo chiederci per quale ragione una
partita di calcio fatta per lo sport e per i suoi appassionati, deve escludere
una componente per ridurre l’evento ad un puro fatto di soldi? Per quale motivo non consentire ai tifosi,
che evidentemente non tutti sono ultras, di seguire la propria squadra? Si può
concepire una partita di calcio senza i sostenitori di una delle due squadre?
Ecco, a queste domande occorrerebbe dare una risposta. L’episodio di
Salernitana-Nocerina deve essere utilizzato in senso risolutivo dei problemi che
hanno ingabbiato il calcio in un sistema di mero profitto. E’ arrischiato
ipotizzare le ragioni che hanno indotto i calciatori a stare coi loro tifosi invece
di essere in linea col regolamento o con l’etica dello sport, ma non escluderei
che alla base del loro comportamento possa esserci stata anche una protesta non
proprio ortodossa. O meglio: mi piacerebbe che così fosse stato. Parole chiave: Nocerina Calcio Affari Soldi Tifosi
Argomento: Salernitana-Nocerina
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