sabato 25 gennaio 2025
Di questo solo oggi possiamo essere contenti
È curioso come in questo paese i leader politici a confronto recitino interscambiandosele le stesse parti, come dei copioni che si passano passandosi i ruoli, come la campanella da un presidente all’altro. Chi è all’opposizione è sempre sul piede di guerra, chiede le dimissioni dei ministri o sottoministri in carica anche per un nonnulla, cerca di smascherare le iniziative della maggioranza, i suoi casi, le sue vicende. Al governo si danno tutte le responsabilità di quel che accade, anche delle bombe d’acqua o degli straripamenti di fiumi e fiumiciattoli. Chi è al governo ricorre a tutti i sistemi pur di non cedere di un millimetro alle ragioni degli avversari; minimizza, temporeggia.
Abbiamo visto decine di volte in televisione quando la Meloni spiegava agli italiani la questione delle accise sulla benzina promettendo di toglierle se avesse vinto le elezioni e fosse andata al governo. Dalla Meloni, ora che è al governo, silenzio sulle accise. La ministra Santanchè, del suo stesso partito, è rinviata a giudizio. Dovrebbe dimettersi? Se la Meloni fosse all’opposizione e il ministro rinviato a giudizio fosse in maggioranza, non ci sarebbero dubbi sulle richieste di dimissioni, con tanto di indignazione a corredo. Si dimetta! Repubblica delle banane! Chieda scusa agli italiani! Ma, siccome è capo del governo, tace e lascia agli oppositori di indignarsi, mentre lei spera che tutto si sgonfi nel giro di qualche giorno. Insomma, le solite parti nella solita commedia.
I comici, a partire da Totò e del suo Antonio La Trippa, lo hanno spiegato molto bene agli italiani. I quali non tutti reagiscono alla stessa maniera. Alcuni sono stanchi di vedere politici di opposizione arrabbiarsi e politici di maggioranza far finta di niente. Altri si sono convinti che così funziona la democrazia in Italia, che è pur sempre meglio di dove non c’è democrazia e bisogna ridere o piangere se ride o piange il dittatore, come accade ancora in tanti paesi del mondo. Conveniamo tutti che è meglio tenerci stretta la nostra democrazia, che ci consente perfino di non votare quando non ne sentiamo la voglia. Del resto fu Churchill, uno che ne sapeva, a dire che la democrazia è il più brutto sistema di governo eccetto tutti gli altri.
L’elettorato che ancora va a votare si sta riducendo di volta in volta. Oggi c’è circa il cinquanta per cento che non vota perché ritiene che sia inutile, che questo o quello pari sono. Il mantra è: promettere per non mantenere. Prova ne sia che a seconda della collocazione, il leader, a prescindere da quel che ha detto in campagna elettorale o ancora prima, si dispone a recitare la sua brava parte. Tutto si riduce alla bravura con cui la recita. La Meloni riesce a farsi credere di più della Schlein, non perché sia più brava ma perché per un dato naturale è più in sintonia con la gente, la quale, anche se sa che in fondo promette ma non mantiene, pensa all’alternativa e la preferisce.
Allora, non c’è niente da fare? È tutto scontato? Non è proprio così. Diciamo che c’è una misura e che questa prima o poi si colma. Questo accade quando si verificano casi particolari in successione. Come in questi giorni in Italia. C’è stato prima il caso dell’ingegnere iraniano liberato in cambio della liberazione della nostra giornalista, poi il caso della Santanchè rinviata a giudizio, poi il caso del generale libico famigerato torturatore di migranti prima arrestato e poi riportato in Libia con un aereo dell’Aeronautica militare italiana, poi i trasporti che non funzionano, poi lo sciopero dei magistrati, poi la delinquenza diffusa nelle nostre piazze e strade che di notte, e non solo di notte, diventano territorio “nemico” con orde di giovani migranti e non che si affrontano per prevalere in attività criminali. Il quadro si completa con qualche femminicidio, con un medico picchiato in Pronto soccorso e con qualche altra follia.
Questi sono i casi che ogni giorno i giornali sciorinano e sui quali si sviluppano dibattiti televisivi con le parti preschierate. Non politici a confronto, quello avviene in Parlamento, ma schierani della maggioranza e schierani dell’opposizione, che rendono con le loro velenosità, anche personali, meno credibili le argomentazioni pro o contro. Questa è la democrazia, non perdiamola di vista. I cittadini liberi parlino liberamente, votino altrettanto liberamente, si facciano carico di qualche verità. Noi, ostinati elettori, facciamo come diceva una vecchia canzone di Achille Togliani. Una volta nei viottoli di campagna, nel buio della notte, fra le erbacce che delimitavano da una parte e dall’altra brillavano le lucciole; esse non facevano luce sufficiente a vedere, ma consentivano di seguire la via. Di questo solo oggi possiamo accontentarci. Da qualche parte ne usciremo.
sabato 18 gennaio 2025
Meloni e il caso Sala
Il Ministro di Giustizia Carlo Nordio, dopo la liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, disse che il caso niente aveva a che fare con quello dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini-Najafabani arrestato a Milano dalla nostra Digos. Aggiunse, sotto l’incalzare di un giornalista, che i casi erano differenti anche se paralleli. Ora, si sa, che due rette parallele non s’incontrano mai. Benedetta italianità! Invece qui si sono “incontrate”. Vuol dire che proprio rette non erano. O per lo meno non era retto il discorso. Come si può continuare a non ammetterlo? Gli iraniani arrestarono la nostra giornalista tre giorni dopo che noi avevamo arrestato il loro ingegnere. E perché la arrestarono? per dire: cari amici italiani, voi liberate il nostro ingegnere e noi liberiamo la vostra giornalista. Ed è quanto è avvenuto, con la sola variante che ad essere liberata per prima è stata la nostra giornalista, ma era un dettaglio dell’affaire.
Non è stata una bella pagina politica, diciamo la verità. Lo è stata per un prossimo libro Cuore, che sicuramente scriverà deamicisianamente qualcuno, magari la Meloni nel suo prossimo libro. Intendiamoci, davanti ad una vita umana salvata hanno dovuto star zitti e fingere di essere contenti perfino quelli delle opposizioni, che di solito saltano e cantano come grilli d’estate ad ogni calar della sera. Ma le cose, raccontate per come sono, portano a considerazioni un po’ diverse. Che sia o meno opportuno di dirle è un altro discorso. Per fortuna non tutti in Italia fanno politica, qualcuno che si mette in un angolo e le cose le dice come stanno ancora c’è.
L’arresto della nostra giornalista è stato un sopruso da parte di uno Stato, quello iraniano, che nella circostanza si è comportato come un boss mafioso. Ha arrestato una giornalista straniera senza un motivo, dato che l’accusa di aver violato le leggi islamiche non significa nulla se non vengono specificati i reati. Era chiara l’intenzione fin dal primo momento. O lasciate libero il nostro ingegnere o noi teniamo all’addiaccio, senza cuscino e senza occhiali, la vostra giornalista. Era evidente che la Sala era solo un ostaggio, che serviva per il ricatto. L’ingegnere, invece, è accusato dalle autorità americane di terrorismo. La situazione era asimmetrica. Lo scambio che c’è stato, la giornalista per un terrorista, non è accettabile. Nessuno Stato si piega a simili ricatti. E noi abbiamo assai illustri esempi. Per Moro non ci fu niente da fare e ancora oggi chi ha il senso dello Stato plaude al comportamento dell’allora classe politica e governativa italiana, che non intese cedere.
Probabile che se invece di una donna, Giorgia Meloni, in Italia ci fosse stato un Capo del Governo uomo le cose sarebbero andate diversamente, come sono andate in passato. Anche qui è appena il caso di ricordare il capo dei terroristi palestinesi Abu Abbas liberato da Craxi e il più recente imprenditore russo, Artem Uss, sempre richiesto dagli Americani, messo nelle condizioni di scappare. Forse avremmo fatto lo stesso con l’ingegnere iraniano. L’avremmo lasciato andare.
Di diverso c’è la Meloni, che secondo papa Francesco non è né popolare né populista, è popolana; e si sa che i popolani la pensano e agiscono alla sans façon. Non volendo guastare i buoni rapporti che ha con gli Americani è volata da Trump e gli ha detto: senti, dobbiamo liberare la nostra ragazza e c’è un solo modo per farlo, liberando l’ingegnere che voi volete che noi vi estradiamo. Il buon Trump, che non mette molto a sintonizzarsi con la Meloni, ha acconsentito senz’altro, ed ecco che il caso è stato risolto alla fai e faccio.
Questione finita? Magari! Il caso costituisce un precedente pericoloso. Se ogni volta che le autorità di altri paesi ci chiedono di arrestare qualcuno e di consegnarglielo secondo le leggi internazionali, noi rischiamo arresti di nostri connazionali a scopo di ricatto, andiamo bene! Di nuovo la Meloni o chi per lei prende il volo e va a contrattare scambi e rilasci? E chi si trovasse al posto della Meloni sarebbe dello stesso avviso, di andare a mortificare la dignità dello Stato sia pure per salvare una vita umana? Si consideri che il gesto della Meloni non è ascrivibile ad un capo di governo nell’esercizio delle sue funzioni. Se così fosse dovrebbe fare la stessa cosa in altri similari casi. La Meloni invece si è comportata da mamma e ad una mamma neppure Trump ha saputo dire di no. Si comporterà allo stesso modo se dovesse proporsi un altro caso del genere? Dubito, potrebbero non esserci le condizioni. A questo punto è la filiera che conviene spezzare. Non si arresta più nessuno in nome e per conto di altri e ognuno si gratti la tigna con le sue mani.
sabato 11 gennaio 2025
Vanini, un chiarimento con Raimondi
Il professor Francesco Paolo Raimondi ha postato recentemente nel sito «Archivio Giulio Cesare Vanini. Iliesi - Cnr», di cui è responsabile, una noticina che, riguardandomi, mi obbliga a qualche chiarimento. In «Bacheca» ha scritto:
«Ha conosciuto una infelice riedizione uno dei più beceri pamphlet antivaniniani, violentemente polemico, scritto da Salvatore Casto contro la celebre epigrafe dettata da Giovanni Bovio in memoria del filosofo taurisanese, "arso, non confutato" e "consacrato al secolo vendicatore". Il libello fu pubblicato in Lecce nel 1908 con lo pseudonimo Nescius e con il pomposo titolo L'iscrizione lapidaria per Vanini Una lucciola tra splendidi pianeti ossia Dialogo tra un Clericaletto ed un Vaniniano in una riunione di altri Vaniniani (in Lecce). Esso è riprodotto "in trascrizione critica e in riproduzione fotografica", come se si trattasse di opera di alto livello letterario, da G. MONTONATO, Cronache vaniniane, Taurisano, 2016 (in concomitanza e in contrapposizione ideologica con l'erezione del monumento a Vanini). Di non diversa ispirazione è l'altro volumetto dello stesso autore Di Vanini... ultimo dialogo a Tolosa, Taurisano 2019 (in concomitanza con il Convegno vaniniano), il quale manca di qualsivoglia valore letterario o storiografico. Tali sono peraltro altri occasionali contributi che, dettati da pregiudiziale ostilità, compaiono sulle pagine di un giornale locale "Presenza Taurisanese", pur essendo privi di consistenza storica e filosofica».
Incominciamo col dire che nel primo caso, Dialogo tra un Clericaletto e un Vaniniano, si tratta di un documento storico, degno del massimo rispetto, a prescindere dai suoi contenuti di merito. Uno storico, quale è il professore Raimondi, sa che un documento o è autentico o è falso, tertium non datur. Stabilito che è autentico, lo storico che lo disprezza perché non ne condivide i contenuti è come quel medico che si rifiuta di curare un malato perché non gli piace la faccia. Che sia stato pubblicato in concomitanza di un evento importante è prassi editoriale e giornalistica, che vale per tutti i personaggi e i fatti della storia e della letteratura. Quanto alla «contrapposizione ideologica con l’erezione del monumento a Vanini» attribuitami è pura invenzione. Lo sanno tutti, dal Sindaco all’Assessore alla Cultura del tempo, ai lettori di «Presenza Taurisanese», che sono sempre stato favorevolissimo al monumento e che la mia contrarietà a far parte della relativa commissione è da attribuire alla presenza nella stessa del professor Raimondi. In molte circostanze, anche scritte, ho sempre plaudito alla realizzazione di quel monumento, al suo autore e al Comune che lo ha voluto. Avrebbe forse preteso che gli chiedessi l’autorizzazione per pubblicare il documento?
Quanto al volumetto Di Vanini…ultimo dialogo a Tolosa, si tratta di un testo di pura fantasia, scritto in assoluta libertà. Credo che se il professor Raimondi lo avesse letto se ne sarebbe facilmente avveduto. Concomitanza? Sì, e allora? Forse il professor Raimondi, ancora una volta, avrebbe preteso il suo imprimatur? Via, scenda a terra! Parla di una mia «pregiudiziale ostilità». Ma quando mai? Posso dimostrare in qualsiasi momento che ho sempre parlato bene di tutto ciò che è stato fatto a Taurisano per Vanini e per altri personaggi locali. Non essendo il caso di elencare tutti gli eventi di cui sono stato ideatore e realizzatore, spesso in collaborazione del professor Raimondi, taccio per buon gusto.
Prima di parlare – gli disse un po’ di anni fa un prete ortodosso – bisogna documentarsi. Non occorre che glielo ripeta io, adesso. Purtroppo è così preso a leggere le cose sue che le altre cerca di divinarle. Ma soprattutto la finisca con la sua idea padronale ed esclusivista della cultura, che fra tutti i vizi che possa avere un intellettuale è il più ridicolo.
Prof. Luigi Montonato
sabato 4 gennaio 2025
Governo, è tempo di fare
Vige una regola nel mondo del calcio: squadra che vince non si tocca. Un buon allenatore si guarda bene dal sostituire un giocatore quando con quel giocatore la squadra ha giocato bene e ha vinto. Il governo Meloni sembra aver fatto propria questa regola, a cui si appella la premier ogni qualvolta qualcuno o dalla opposizione o nella stessa maggioranza accenni a qualche sostituzione o ad un rimpasto. È accaduto che qualcuno ha dovuto dimettersi per cause di forza maggiore. Così la sottosegretaria Montaruli per essere stata condannata in un processo, così per il ministro della Cultura Sangiuliano per una nota vicenda più privata che pubblica. Di recente, dopo l’assoluzione al processo di Palermo, l’attuale ministro dei Trasporti e vice-premier, Matteo Salvini, ha dato l’impressione che non gli dispiacerebbe tornare al Viminale al posto di Piantedosi attuale ministro dell’Interno. Ogni volta che è accaduto si è sentito un coro di no, che la stabilità del governo è una risorsa importante per continuare a governare come fin dall’inizio si è detto. Perfino con la rinuncia alla Fiamma che è nel simbolo di Fratelli d’Italia le risposte sono state chiare: non è all’ordine del giorno, come dire: non se n’è mai parlato.
Ovvio che le cose non stanno proprio così, le turbolenze ci sono, appena appena fatte passare dagli interessati per differenza di punti di vista. Se no – dicono – saremmo un solo partito, invece siamo in quattro, compreso Moderati per l’Italia. È normale che ci siano punti di vista diversi. Sta di fatto, però, che le frizioni tra esponenti dello stesso governo ma di partiti diversi sono aumentate negli ultimi mesi, specialmente tra i leghisti e i forzisti, in merito alla riduzione del canone Rai, voluto da Salvini, non voluto da Tajani. Se vogliamo, una bazzecola, da liquidare presto presto senza molto battibeccare. Ma dietro c’è un braccio di ferro fra questi due partiti che si contendono il secondo posto nella maggioranza. Intorno al dieci per cento essi salgono e scendono, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Salvini vuole presentarsi all’elettorato come quello che taglia le tasse, Tajani si preoccupa invece di non far gravare sul bilancio dello Stato le entrate Rai per canone. A prescindere da chi nello specifico abbia ragione, la materia del contendere è irrisoria. Ridurre il canone? Ma lo sa Salvini che le emittenti private hanno fatto terra bruciata intorno al calcio incassando ogni anno milioni e milioni di euro dagli abbonamenti dei tifosi e degli appassionati? Che cosa vuole che sia il taglio di poche decine di euro dal canone Rai? Altre sono le tasse da tagliare e altro discorso è la lotta all’evasione fiscale!
La tenuta del governo passa attraverso queste contrapposizioni che nascondono sempre un dato politico. Non ha senso nascondersi dietro l’ovvio di essere diversi. Ma qui si tratta di operare nei fatti e sui fatti; e qui dovrebbero essere tutti meno litigiosi. Nell’anno terzo del governo Meloni si aprono opportunità importanti per affrontare poi la parte finale della legislatura. Se pure questo terzo anno passa senza che il governo mostri di aver conseguito dei risultati, le elezioni del 2027 saranno più complicate. Facciamo degli esempi concreti: che ne è della riforma della giustizia? Che del premierato? Che dell’autonomia differenziata? Che dell’immigrazione e della soluzione Albania? Che della sanità? Che della scuola, della quale se ne parla da sempre senza mai portare nulla di solido e di concreto? Che dei trasporti, che nel nostro paese diventano sempre più aleatori per i tanti scioperi?
Dividersi e confrontarsi è positivo purché non diventi condizione di parlare parlare senza nulla combinare. Su queste problematiche diventa non dico urgente ma almeno compiere qualche passo avanti significativo. La gente ha bisogno non solo di sentire, ma anche e soprattutto di vedere, di vivere i cambiamenti. Quando la premier Meloni dice che lei vuole vedere l’Italia al termine della legislatura meglio di come era all’inizio del suo mandato ha ragione, ma la formula appare anche un po’ sibillina, nel senso che alla fine una porta per uscire da una situazione difficile la si trova sempre. Si ha ragione, perciò, di temere che le frizioni tra le varie componenti della maggioranza aumenteranno sempre più man mano che si va verso la fine della legislatura e la conseguente campagna elettorale, quando si parlerà di candidature e soprattutto si scatenerà la lotta a chi prende più voti. Allora il governo potrà dimostrare di essere soddisfatto o meno al cospetto del popolo italiano e magari riuscire a portare quanti più elettori al voto, più fiduciosi di prima.
domenica 29 dicembre 2024
2025, governo Meloni al giro di boa
Soddisfatti o rimborsati? In politica non vale. Se l’operato di un governo fosse riconducibile ad un bene di consumo, che si potrebbe dire del governo Meloni dopo due anni? Senza vanto e senza scorno. Gli avversari dicono che galleggi. Galleggiare non è negativo, perché comunque chi galleggia non affonda; ma non è nemmeno positivo, perché è fermo sull’acqua e non va né avanti né indietro, come una barca che un disattento barcaiolo ha lasciato senza benzina e non ha remi per tornare a riva. Lo dicono i partiti dell’opposizione e i loro pensatori (giornalisti, intellettuali, cantanti, comici, vignettisti) che in qualche modo in essi si riconoscono e in essi sperano di tornare al governo dei “competenti”, che sono, come ognun sa, quelli di sinistra.
Se, tuttavia, confrontiamo quel che gli oppositori dicono oggi e quello che dicevano all’esordio di questo governo, due anni e tre mesi fa, c’è da registrare un innegabile passo avanti. Al governo Meloni non davano più di cinque mesi di vita. Dove poteva andare un governo composto da uomini che avevano sempre fatto opposizione e che venivano da un partito che mai aveva avuto incarichi nei governi e nelle istituzioni? Sarebbe sicuramente naufragato. Era ciò che pensavano con preoccupazione anche tanti sostenitori ed elettori di Fratelli d’Italia, il partito dei postmissini. Le opposizioni graffiavano proprio sull’inesperienza, sull’incapacità, sull’inadeguatezza del personale, nonostante la presenza nel governo dei tecnici e dei provenienti dai partiti di esperienza governativa come Lega e Forza Italia.
Il governo Meloni, invece, ha sorpreso anche i suoi sostenitori; ma soprattutto ha sfatato quella che sembrava una verità indiscutibile, che a governare il Paese non potevano essere che i discendenti dalla Dc e dal Pci, ovvero il Pd più qualche cespuglio di circostanza. Ed è proprio sull’inadeguatezza che essi insistono ancora per attaccare il governo Meloni. Non che manchino persone e situazioni per “picchiare”, ma non possono essere solo queste i termini di paragone, anche perché è innegabile che la classe dirigente di Fratelli d’Italia è formata in gran parte da homines novi. Gli stessi che nel passato non hanno avuto opportunità di formarsi e di verificarsi.
Oggi è facile dire che il Msi ha potuto vivere e svolgere il suo compito politico in tutta libertà per circa ottant’anni. La verità è che questo partito era ignorato dal dibattito politico e preso in formale considerazione il minimo possibile per non negare platealmente i principi costituzionali. I suoi uomini perciò parlavano e votavano in tutte le assemblee in cui erano eletti, partecipavano alle tribune politiche come tutti gli altri, avevano diritto di rappresentanza in ogni istituzione politica e amministrativa. Per il resto era come se essi non esistessero. Accadeva a qualsiasi livello, anche a quello di paese o di quartiere. Quando c’erano le feste dell’Avanti, dell’Unità o dell’Amicizia tutti erano invitati a partecipare tranne quelli del Msi, che era una cosa in sé odiosa. L’arco costituzionale li escludeva. E tutti si adeguavano. Fino agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso era così. Mi è capitato di recente di leggere una antologia della rivista satirica “Il male”, uscita per quattro anni, dal 1978 al 1982. Chi cerca in essa un solo riferimento al Msi o a qualche suo uomo, rimane deluso. Niente, questo partito semplicemente non esisteva. Essere preso in considerazione dalla satira, sia pure per essere irriso, era come avere un riconoscimento. Ottant’anni di inesistenza, di morti tenuti in vita solo perché gli stessi si accorgessero di essere morti, hanno prodotto una sfiducia totale nella gente del Msi fino a farla dubitare perfino delle sue capacità di poter fare quello che tutti gli altri facevano quasi per condizione “naturale”.
È accaduto, invece, che questo governo non abbia fatto mirabilia, non abbia fatto tutto quello che aveva promesso di fare, dall’immigrazione alle tasse, dalla sanità a qualche significativo aiuto sociale; tira però a campare, galleggia, non affonda, si agita, favorito anche da due congiunture, una nazionale: l’inadeguatezza delle opposizioni incapaci di elaborare un’alternativa credibile, e una internazionale: la crisi delle due grandi nazioni tradizionalmente protagoniste della politica europea, Germania e Francia, che ha fatto assurgere l’Italia a partner privilegiato degli Stati Uniti d’America. All’ingresso del 2025, è iniziato l’anno di mezzo, Giorgia Meloni ha solo la preoccupazione di fare quel che fino ad oggi non ha fatto, se non vuole arrivare alle nuove elezioni del ’27 senza scuse e con un bottino scarso di risultati.
sabato 21 dicembre 2024
Ucraina, la guerra non è stata inutile
Chi ancora sostiene, come fa il giornalista Marco Travaglio, che la guerra Russia-Ucraina è stata inutile, un’orrenda strage di uomini, donne e bambini, tanto scontato era l’esito, mi ricorda un tale del mio paese che la sera, di ritorno dalla bottega di fabbro, non si lavava perché era inutile farlo tanto il giorno dopo si sarebbe nuovamente sporcato. Un paese ne aggredisce un altro, scopo conquista, e l’altro deve starsene zitto e quieto tanto l’aggredito non può competere con l’aggressore e finirà comunque col doversi assoggettare. E zitta e ferma doveva starsene la comunità internazionale per le stesse ragioni. Secondo questo allegro modo di sragionare, la pace precedente e quella susseguente rendevano inutile la guerra.
Cose del genere nella storia ne sono accadute rarissimamente. Quando c’è stata un’aggressione, c’è sempre stata una reazione da parte dell’aggredito, la quale, il più delle volte, ha avuto la sua importanza nella determinazione finale. Si dirà: ma la pace è un bene che viene prima di tutto e di tutti. Se l’esito della guerra è tale da non poter scongiurare la sconfitta, perché farla? È presto detto: perché l’aggressore russo, in questo caso, sarebbe passato ad imprese anche più facili nei confronti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia, Moldava e via continuando con tutto l’ex impero sovietico. Putin, il neozar, non si è neppure peritato di nascondere le sue intenzioni.
Chi viola le regole internazionali va fermato possibilmente nei modi che non siano di peggioramento della situazione. Mi spiego: non si doveva arrivare alla terza guerra mondiale subito dopo che i carri armati russi erano entrati in territorio ucraino. Ma, evidentemente, neppure starsene fermi a guardare, in attesa che la cosa fosse finita col ritorno alla pace, che per l’uno, l’aggressore, sarebbe stata di vittoria, per l’aggredito di sconfitta. La pace non è un bene perimetrabile nello spazio e nel tempo, è qualcosa di assai più ampio. L’Ucraina ha fatto bene e fa bene a battersi e la comunità internazionale fa bene a sostenerla fattivamente. Battendosi si difende la pace vera, la pace dei giusti. Può essere che l’Ucraina abbia commesso degli errori. Può essere che la Nato si sia avvicinata troppo alle porte della Russia. Può essere tutto, ma un dato è incontrovertibile: da una parte c’è stato un aggressore e dall’altra un aggredito.
Davvero la guerra è stata inutile? Nel frattempo, con la guerra, un po’ di cose sono cambiate. Svezia e Finlandia hanno chiesto di entrare nella Nato dopo la loro tradizionale neutralità e i paesi che stanno intorno alla Russia sempre più convintamente vogliono entrare nell’Unione Europea. Il piano di ricomporre la vecchia Unione Sovietica, riveduta e corretta, non sembra più tanto praticabile. Tutto questo sarebbe avvenuto se l’Ucraina avesse accettato l’invasione e se la comunità internazionale se ne fosse stata per i fatti suoi in difesa della pace e del quieto vivere? C’è da dubitare. A volte il tempo aiuta a far nascere situazioni nuove. Senza scomodare Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore anti Annibale, la guerra dell’Ucraina ha consentito che maturassero certe situazioni politiche, che rendono oggi la Russia meno spavalda e più conscia delle difficoltà a voler togliere la libertà e la pace ad altri paesi.
Ora, dopo due anni di guerra, pare che le due parti vogliano cercare una soluzione. L’ucraino Zielinski ha detto di non avere risorse belliche per recuperare il Donbass e la Crimea. La dichiarazione potrebbe essere letta come un segno di resa e una disponibilità all’accordo, ma anche come una nuova richiesta agli alleati di armi e di mezzi. Dall’altra parte il russo Putin ha detto che è disposto a trattare con tutti anche con Zielinski a condizione che in Ucraina questi venga eletto in maniera regolare. Si sa da sempre che la carica di presidente dell’Ucraina di Zielinski è stata contestata da Putin come irregolare. Anche questa dichiarazione può essere intesa come una disponibilità a trattare, forse Putin conta sul condizionamento del voto in Ucraina o forse, come si dice, mena il can per l’aia. È da ingenui non pensare che Putin abbia “suoi” uomini in Ucraina pronti a fare dell’Ucraina un’altra Bielorussia.
Si tratta comunque di spiragli che in una situazione molto complessa potrebbero aprirsi ad una soluzione o a rendere sempre più ingarbugliata la matassa. Pensare che tutto possa risolversi “francescanamente” – con tutto il rispetto! – o alla “Travaglio” è utopia bell’e buona. Finora si è evitato il peggio con soluzioni partecipi e dilatorie; diamo tempo al tempo.
sabato 14 dicembre 2024
Fratelli d'Italia, che c'è da buttare
Recentemente Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento per Fratelli d’Italia, ha adombrato l’opportunità di togliere la Fiamma dal simbolo del partito. Nulla di propositivo ma un passaggio nel corso di un’intervista. Ciriani non è uno qualunque, è un personaggio del partito di Giorgia Meloni che si è sempre contraddistinto per la sua moderazione e per l’immagine che offre di sé, di persona misurata e a modo. Non potevano mancare le reazioni della componente postmissina del partito, essendo la Fiamma uno dei bersagli preferiti degli avversari. La polemica, molto soft e breve, rimanda all’immediato dopoguerra, quando fu scelta dal neonato MSI quale suo simbolo. Se ne sono dette tante sui suoi significati. Agli avversari piace sostenere la leggenda che essa rappresenti la luce e il calore che emana il corpo di Mussolini dalla sua bara, su cui erano le iniziali del partito MSI, letto in acronimo MuSsolinI. Tutte balle. La storia racconta ben altro. Quanto al nome Movimento Sociale Italiano ricalca l’esperienza politica di François de la Rocque in Francia del 1936 Mouvement social français. Questo era un movimento che cercava di unire le varie associazioni combattentistiche francesi dopo la guerra 1914-18, per costituire una grande forza politica. Quanto al simbolo, lasciamo la parola allo stesso Almirante, che ne fu l’ideatore.
«Ero segretario del MSI, nel 1947, quando, pochi mesi dopo l’avventurosa nascita del Partito, si profilò l’occasione di misurarci sul terreno elettorale con le votazioni amministrative di Roma. Ancora non avevamo un simbolo e bisognava pensarci in vista degli adempimenti tecnici per quel battesimo elettorale. Il fascio, ancorchè repubblicano, non si addiceva, evidentemente, a quella nostra prima battaglia democratica. Ci pensavo e ripensavo ma non veniva fuori nulla di soddisfacente. Un bel giorno, mentre scendevo le scale della nostra sede di Corso Vittorio, vidi venirmi incontro un giovane mutilato di guerra della Rsi che arrancava su una sola gamba e una stampella. Mi fermò – qualcuno aveva già imparato a conoscermi e a riconoscermi – e mi disse ‘Tu sei Almirante? Bene. Ma com’è che sulla porta di questo partito non c’è un’insegna? Non ce l’avete?’. Non ancora, risposi imbarazzato. E quello: ‘ Ma non è il Partito dei combattenti? E allora perché non gli metti il simbolo dei combattenti, la fiamma?’. Il giorno dopo chiamai un amico disegnatore e lo misi al lavoro, sino a quando, dopo una serie di schizzi, tracciò i segni di quel fortunato simbolo che da quarant’anni, nei giorni lieti e nelle ore buie, caratterizza la nostra esaltante esistenza». (Intervista di F. M. D’Asaro ad Almirante del 1986).
Il motto che si dice coniato da Augusto De Marsanich, primo segretario nazionale del Partito, “Non restaurare non rinnegare”, ben s’accorda alla Fiamma. Essa per sua natura è qualcosa che finché arde c’è, che è fondamentalmente presente. Non restaurare, infatti, taglia corto, ove ce ne fosse bisogno. Dopo 76 anni il Partito, senza restaurare e senza rinnegare, è giunto al governo ed è proiettato verso il futuro. La Fiamma lo ha accompagnato per tutto il lungo e accidentato percorso. Bisogna prendere atto che i dirigenti del Partito hanno voluto ribadire, lasciando la Fiamma sulle loro bandiere, che il Partito è nato nel 1946 e nel corso degli anni si è sempre attualizzato. Neppure l’Italia di oggi è l’Italia di Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi, ciò nondimeno ha conservato tutta la sua dimensione, politica, morale e patriottica. Non è tanto per una sorta di nostalgia o di romanticismo che si deve continuare ad averla nel proprio simbolo, ma per dare sempre l’idea ai giovani che tutto viene dal passato, da un passato fatto da altri giovani con sudore e sangue. Conservare i segni della propria identità è potente, significa che in ogni momento si ha a disposizione una grande forza di attrazione, una squilla che chiama a raccolta. Quando Fratelli d’Italia si è proposto poco più di dieci anni fa dalle rovine del sistema partiti aveva appena il due per cento. Era la raccolta. Negli anni successivi ha saputo dire agli italiani: noi siamo quelli che vengono da lontano e non hanno nulla di cui vergognarsi. Gli italiani hanno capito.
Che cosa i Fratelli d’Italia possono buttare perché non serve più e anzi è dannoso? Quel modo ruvido e compiaciuto di far pesare sugli altri l’alterigia di chi escluso e pestato per anni ha saputo rialzarsi e battersi con successo. Ecco, questo con gli anni non ha più ragione di esistere, perché le esperienze dei giovani di Fratelli d’Italia di oggi non sono le stesse dei giovani missini di ieri. Ne è “testimone” proprio la Fiamma, che ha “visto” gli uni e sta “vedendo” gli altri.
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