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sabato 5 ottobre 2024
La Sinistra non sa che pesci pigliare
Le ultime «onde bige» della gran palude limacciosa in cui si trova ora la sinistra non fanno rimpiangere il campo largo, e questo francamente dimostra come l’euforia di trovarsi alla vigilia di una grosse koalition era più che altro per mascherare la delusione incombente. La sparpagliata è giunta in modi diversi. In Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, si sono ribellati alcuni e se ne sono usciti senza ipocrisie. Di stare a sinistra nel campo largo, fianco a fianco coi comunisti di Fratoianni, noi non vogliamo saperne. Hanno detto la Gelmini, la Carfagna, la Versace e Costa. Ma a fare più rumore è stata l’ira funesta di Giuseppe Conte, leader del Movimento pentastellato. Io con quello lì neppure morto, ha detto, riferendosi a Matteo Renzi. E dire che era quasi fatta! Ora sul campo largo restano i resti, mi scuso per l’allitterazione. Sembra che sia passato uno di quei nubifragi estivi che fanno volare tavolini e sedie dei caffè dehors.
Poveracci! I giornalisti embedded della sinistra dei vari canali televisivi si arrabbattono come possono. Non sanno che dire. Girano e girano e non escono dalla stessa solfa, appigliandosi perfino all’ovvio della proibizione di una manifestazione pro Palestina, organizzata per il primo anniversario della strage del 7 ottobre. Che loro, ovviamente, negano: un caso! Solo un caso, dicono. In una democrazia sana, ma per la sinistra la nostra non lo è quando al governo c’è la destra, è normalissimo che in previsione di disordini gravi, il questore, che è il massimo responsabile operativo dell’ordine pubblico, la vieti. Alcuni, illuminati a intermittenza, riconoscono che la manifestazione comporta dei rischi, però… però… però… impedirla! Come se un questore possa mettersi a sfogliare la margherita: la proibisco o non la proibisco.
Scrivo quando ancora mancano dieci ore alla manifestazione e dico, senza ombra di dubbio, che gli incidenti saranno gravi; che è, poi, alla fin fine, quello che vogliono a sinistra per accusare il governo di autoritarismo e di repressione. Sperano di poter ritrovare l’intesa larga perduta e continuare a illudersi un’altra volta. Chi manifesta per la Palestina è due volte malvagio. Una perché parteggia per un’azione terroristica che ha fatto 1.200 vittime e che ha dato inizio alla guerra; due, perché non vuole che esista lo stato ebraico, il cui valore è sotto gli occhi di tutti. Un piccolo Stato tiene fronte ad un’infinità di nemici, compreso il fu impero di Ciro e Dario.
Ma, per tornare al dibattito interno, occorre rilevare che in questo momento in Italia non c’è che questo bi-coalizionismo. Altro non è possibile, fino a quando non si arriverà al premierato e ad una legge elettorale nuova, fatta ad hoc. Le coalizioni non possono durare a lungo perché è nella loro natura essere piene di contrapposizioni, a volte represse altre volte più resistenti e gravi. Tanto a destra quanto a sinistra. Esse trovano il collante non tanto sulle cose da fare quanto sulla lotta all’avversario. Tant’è vero che appena la morsa dell’opposizione si allenta emergono le contrapposizioni interne. Lo vediamo tutti giorni con le frizioni Tajani-Salvini e quelle più soft Salvini-Meloni. A sinistra, come è già stato detto, le posizioni sono ancora più accentuate per avere i protagonisti risentimenti personali.
Ma fino a quando Conte resisterà sulle sue posizioni impedendo il formarsi di una coalizione competitiva, capace di battere le destre? La posizione di Conte, come tutte quelle dei cavalieri solitari, ha una punta di nobiltà, che però non serve alla causa comune. Prima o poi Conte dovrà scegliere se consumarsi come una candela, non potendo costituire alleanze né a destra né a sinistra, a destra perché non può, a sinistra perché non vuole, o trasformarsi in un candelotto di dinamite da esplodere insieme ad altri e sfondare la resistenza dei nemici. La beata solitudo dei pentastellati ha un precedente nel rifiuto che essi opposero nel 2013 al Pd di Bersani, per poi mettersi a disposizione di qualsiasi alleanza cinque anni dopo, nel 2018, passando da soli contro tutti a con chiunque pur di governare. Ricordiamo i governi di Conte: giallo-verde il primo, giallo-rosso il secondo. I due governi dello scasso al tesoro dello Stato, col reddito di cittadinanza prima e col bonus edilizio 110 per cento dopo.
Le difficoltà e le contraddizioni della sinistra sono già nell’elezione di Schlein a segretaria di un Pd indefinito, quello del voto allargato a chicchessia. Il voto del Pd definito aveva eletto Boccaccini. Il partito della Schlein, quello ipotizzato, ancora non esiste. E si vede che non esiste!
sabato 31 marzo 2018
5 stelle. fatti per volare non per camminare
Qualche settimana prima delle
elezioni del 4 marzo non c’era benpensante del nostro gotha
intellettual-politico disposto a dare un minimo di credito a Luigi Di Maio.
Perfino Eugenio Scalfari disse in una puntata di Floris che gli avrebbe
preferito Berlusconi. Oggi tutti corrono in “soccorso” di Di Maio. Due pezzi da
novanta della politologia di sinistra, ospiti della Gruber su “La 7”, Cacciari e Pasquino,
smaniano dal vedere il Pd mettersi d’accordo coi Cinquestelle. Non lo fanno per
amore nei confronti dei Cinquestelle ma per odio alla destra.
I politologi hanno uno strano
privilegio, quello di non dover mai rispondere delle loro geniali intuizioni,
che a volte si risolvono in colossali minchiate. Gli crescesse almeno il naso
come a Pinocchio per le bugie o le orecchie d’asino come al re Mida! Al
contrario dei politici, i quali se sbagliano pagano di persona.
La situazione postelettorale è
oggettivamente difficile. I Cinquestelle, che hanno vinto le elezioni ben oltre
il dato quantitativo dei voti, perché interpretano un’aspirazione, si trovano
in un momento cruciale della loro brevissima storia. Avendo predicato al mondo
di essere i soli puri e bravi del panorama politico italiano e che loro non si
sarebbero mai messi con gli altri, in quanto, questi, responsabili del disastro
nazionale, oggi, non avendo i numeri per governare da soli, sono obbligati a
“sporcarsi” con gli altri; in alternativa tornare al voto, magari con una legge
elettorale che preveda un premio di maggioranza.
Obiezioni. Prima, come
prenderebbe l’elettorato la loro incapacità politica di risolvere una
situazione financo da una posizione di forza? Seconda, veramente i Cinquestelle
vogliono governare da soli? E se dovessero fallire, non potendo soddisfare le
attese dell’elettorato per ragioni anche importanti e oggettive? Non sarebbe
forse il caso di avere un alleato sul quale scaricare i temuti fallimenti? I
Cinquestelle si travagliano con questi interrogativi.
Mettiamo che decidano di
“sporcarsi”. Con chi? Coi meno sporchi verrebbe di dire. Allora, niente Forza
Italia e Berlusconi, neppure da incontrare per una stretta di mano. Sì alla
Lega di Salvini, che però, in quanto tale, ossia fuori dall’alleanza di
centrodestra, sarebbe indebolita e costretta a subire le scelte dell’alleato
più forte. Sarebbe disposta? È improbabile.
L’ipotesi di un accordo dei
Cinquestelle col Pd, ritenuto ormai sulla china della sparizione, non è voluto
da una larga parte di questo partito. E si capisce perché. Sarebbe una resa
incondizionata; una punizione troppo forte per chi pure se la fosse meritata.
Lo stesso Renzi dovrebbe rinunciare a qualsiasi ipotesi di ritorno a Palazzo
Chigi. E poi, con quali prospettive per i Cinquestelle e con quali per il Pd?
No, è un progetto, questo, che non trova fattibilità. Un partito che ha ancora
il 18 % dei voti ha ancora il dovere quanto meno della dignità.
Viene di considerare quanto si è
sempre detto sul Movimento di Grillo, per quanto oggi cerchi disperatamente di
trasformarsi in un partito normale. Disperatamente perché il suo elettorato non
è d’accordo. Lo ha dimostrato coi mugugni e con le critiche per quanto accaduto
con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Niente accordi con
Berlusconi, ma intanto hanno votato per eleggere alla seconda carica dello
Stato una, l’Alberti Casellati, che è considerata una sua pasdaran, da lui
imposta.
I nodi stanno venendo al pettine.
Si è sempre detto ed oggi trova conferma che il Movimento 5 Stelle
difficilmente può governare perché le stesse ragioni per le quali ha vinto gli
impediscono di farlo. Ricorda l’Albatros ferito di Baudelaire, meraviglioso in
cielo mentre vola per conto suo, come natura gli consente, ridicolo e
impacciato sulla tolda della nave dove quelle stesse imponenti ali ora gli
impediscono perfino di camminare.
Di qui la ragione principale di
chi spinge il Pd ad appoggiare dall’esterno un monocolore Cinquestelle: è
l’assoluta necessità di vedere di che sono capaci questi “marziani”. Il Pd
dovrebbe, a questo punto, sacrificarsi e consentire ai Cinquestelle o di
dimostrare che sanno fare le cose che gli altri non sono riusciti a fare o
bruciarsi fallendo. Molti pensano – se addirittura non sperano – la seconda.
domenica 4 ottobre 2015
Renzi, le bugie e l'alternativa che non c'è
Si corre verso il compimento del
secondo anno del governo Renzi mentre si allontanano sempre più ipotesi di
alternative. Non ce ne sono all’esterno della maggioranza. Non ce ne sono
all’interno. Renzi perciò è destinato ad apparire, suo malgrado, come il capo
di una dittatura, morbida come un peluche;
un peluche, però, che morde e graffia.
Tale è infatti quel governo che, creatosi quasi per spontanea situazione –
verrebbe di dire per opera e virtù dello spirito santo – è senza alternative e
perciò non è sollecitato o contrastato da una vera opposizione. E’ dall’autunno
del 2011 che in Italia si governa per “improrogabile necessità”, sotto la minaccia
di nemici invisibili, con esecutivi nati sotto il cavolo della provvidenza.
E’ un dato di fatto di fronte al
quale c’è poco da obiettare. Se sia un bene o se sia un male è un altro
discorso. I devoti della democrazia e del liberalismo più onesti bofonchiano,
allargano le braccia, a corto come sono di argomentazioni. Come a dire: aspettiamo
tempi migliori o…peggiori. I più disonesti non si differenziano minimamente dai
soliti arroganti e prepotenti e avvertono: non vi rendete conto ancora di chi
ha vinto. Così si è espresso Michele Anzaldi, il renziano membro di commissione
di vigilanza Rai contro i responsabili di RaiTre.
Fatta questa premessa, pare
esagerato che il governo ricorra a tante sistematiche bugie per giustificare i
suoi provvedimenti necessari ma sgraditi. Potrebbe dire, chiaro e tondo,
signori siamo dei ricchi impoveriti ovvero dei morti di fame o, come diciamo
noi pugliesi, son finite le fave di Barletta, perciò facciamocene una ragione.
Nessun avversario potrebbe avvantaggiarsi di tanta sincerità. Invece assistiamo
alle bugie tese a far passare dei tagli, brutali e regressivi del benessere
raggiunto dal nostro stato sociale, come lotta agli sprechi, come
amministrazione virtuosa; ad accettare la fame come scelta di dieta salutare. Cose
che ricordano i mussoliniani “fagioli carne dei poveri”, dopo le sanzioni
economiche.
Di sprechi parlano quando dicono
ai medici: guai a voi se prescrivete analisi e accertamenti diagnostici non
giustificati dall’esito sospettato; pagherete di tasca vostra. Ma come? Un
medico deve pure sperare che l’esame clinico prescritto ad un paziente per
sospetta malattia dia l’esito temuto altrimenti deve risponderne di persona? Ma
si deve proprio essere scemi per ipotizzare simili scenari da film comici in un
settore della società tra i più delicati e drammatici!
Di sprechi parlano quando
chiudono tanti tribunali. Sprechi, ma di che parlano, se praticamente non ci
sono gli spazi fisici nei pochi tribunali rimasti per l’esercizio della
giustizia? Qui è da ottusi non capire che non si può mettere in un solo
contenitore una quantità di cose assai maggiore di quante ne possa contenere;
anche a non voler tenere conto di ogni altro aspetto.
Di sprechi parlano quando
sopprimono tratte ferroviarie e non fanno arrivare i treni fino a raggiungere
la città capoluogo di provincia, come nel caso dell’alta velocità istituita fino
a Bari e non oltre, come se dopo ci fosse il nulla. Lo stato sociale è quello
che garantisce a tutti i suoi cittadini gli stessi diritti, lo stesso grado di
benessere, prendendo a chi ha di più e dando a chi ha di meno. Come si può
escludere da un beneficio o dallo sviluppo del Paese l’intero Salento, olim Terra d’Otranto?
Di sprechi parlano quando sopprimono
le provincie e con esse tutti i servizi annessi, compresi biblioteche e musei.
Le provincie erano uno spreco? Francamente nessuno se n’era accorto, mentre
tutti ci siamo accorti dei miliardi e miliardi sottratti allo Stato e dunque al
Paese da politici corrotti, burocrati
rapaci, imprenditori scorretti, professionisti imbroglioni, artigiani e
commercianti evasori fiscali e cittadini disonesti e falsi invalidi.
Di sprechi parlano quando
riducono a giorni alterni la distribuzione della corrispondenza cartacea,
facendo passare i postini un giorno sì e uno no, una settimana i giorni pari e
quella successiva i giorni dispari.
Sentiamo sulla nostra pelle che
non si tratta di sprechi, ma di riduzione di diritti e di benefici che
sembravano irreversibili. Sanità, giustizia, cultura, trasporto, comunicazione
sono i settori più bersagliati da un governo che vuole far passare una pesante
condanna per una libera ed oculata scelta.
La propaganda, che evidentemente
deve essere un vizio compulsivo dei politici se non riescono a farne a meno, bombarda
il paese di immagini rassicuranti, di successi inesistenti, d’immaginate
riprese, di ostacoli superati, di fulgide prospettive, d’improbabile leadership
dell’Italia in Europa, di…magnifiche
sorti e progressive. Non è berlusconismo quello di Renzi, ma bisogna
convenire che ne è una parodia. Tra una trovata propagandistica e l’altra,
eccoti la solita patacca del ponte sullo Stretto di Messina, che sembra
funzionare sempre.
Ma sarebbe ingeneroso non considerare l’unica prospettiva rappresentata
dal Movimento 5 Stelle. Senonché questa speranzella tradisce un limite che è
nel suo porsi come assoluta discontinuità con le precedenti amministrazioni e
non sembra tener conto che le difficoltà del nostro Paese vanno ben oltre le
solite condanne del ceto politico. Esso non è un organo malato in un organismo
sano, qualcosa che si può trapiantare come il fegato o un rene in un soggetto
che gode per altri aspetti di ottima salute. Magari fosse così! In questo
proiettarsi come la soluzione di tutti i mali italici il Movimento di Grillo
dimostra di non sapere o fa finta di non sapere che in Italia ci sono stati ben
altri e ben più credibili movimenti politici finiti nel fallimento e nel
disonore. Mi riferisco a quello socialista, naufragato miseramente con Craxi; e
nello stesso modo il Movimento sociale italiano, trascinato nel vortice da
Forza Italia, anch’essa nata per restituire all’Italia salute e dignità dopo
Tangentopoli. Tanto per restare agli esempi a noi più vicini. Il M5S avrebbe
dovuto più modestamente e concretamente dare un contributo di qualità insieme
con quanti si proponevano con gli stessi intenti. Le sparate di Grillo non
hanno colpito i veri mistificatori e imbroglioni ma anzi li hanno favoriti,
liberando il loro cammino. Renzi, il dittatore peluche, è al governo anche per colpa loro.
domenica 30 agosto 2015
Renzi ovvero la dittatura alla vasellina
Da qualche tempo non si vede più
in televisione la pubblicità della caramellina per l’alito fresco “Mentos
cool”; quella che immediatamente faceva pensare a Matteo Renzi, una specie di
moderno italico Fonzie. Eliminata perché satireggiava il capo del governo? Può
essere, non perché si minacciavano o si temevano rappresaglie dell’Ovra o
squadristiche, come ai tempi del fascismo, ma perché in Italia c’è una
vocazione al leccaculismo. Mussolini fece un grande errore a istituire censure
e organismi di controllo e di repressione: in Italia si acquietano e si
accodano tutti con grande contentezza, fino a quando la situazione non muta.
Non ricordo più dove lessi qualche anno fa che la mattina del 25 luglio del
1943 la popolazione italiana si ritrovò di novanta milioni di abitanti:
quarantacinque di fascisti e quarantacinque di antifascisti. Per fortuna la
clonazione durò poco, mentre i primi scomparivano come per magia.
Renzi non si discute. Nessuno lo
discute. Qualche volta in televisione giornalisti fessi chiedono alla
personalità di turno se ha votato per Renzi, dimentichi o ignari che Renzi non
si è mai candidato se non a sindaco di Firenze. E quelli danno risposte evasive
ma non contrarie. Recentemente Paolo Villaggio ha detto “non lo conosco”; ma il
signor Fantozzi – si sa – assume sempre posizioni surreali. Chi te la fa fare a
metterti non contro Renzi ma contro l’opinione pubblica ormai infatuata? Tutti
teniamo famiglia, tutti dobbiamo lavorare e mangiare.
Il secondo indizio di un
avvicinamento a forme di spontanea dittatura è la politica dell’opposizione a
Renzi. Ogni volta che il nuovo duce promuove una riforma, a cui dà titoli pubblicitari
di scuola berlusconiana, la “buona scuola” suona come la “buona pasta”, le
opposizioni, a partire da quella interna, minacciano sfracelli; poi tutto
scorre liscio come l’eracliteo “panta rei” di scolastica memoria.
Ora, non capite, signori
oppositori, che quando si è contro qualcosa in democrazia si può e si deve manifestare
il dissenso ma non si deve minacciare nulla, specialmente quando poi non si
riesce a far nulla? In casi simili la gente incomincia a innamorarsi del
“malvagio” di turno, che nonostante i “buoni” oppositori, riesce a fare quello
che gli passa per la
mente. Magari solo per raggirare il paese, come nel caso di
specie.
Il paese tace. I giudici
tacciono. Non c’è caso discutibile che non venga risolto in favore del partito
di maggioranza: a Napoli resta De Magistris, a Roma resta Marino, alla Regione
Campania resta De Luca. Tutti signori che stanno col centrosinistra. Incomincia
a prendere piede che non c’è nulla da fare; e ammettere: questi sanno fare
l’opposizione quando sono all’opposizione; la maggioranza quando sono in
maggioranza.
A Roma, col caso Casamonica, dopo
tuoni e fulmini per tre-quattro giorni, tutto si è aggiustato. Ognuno è rimasto
al suo posto. Il governo si è inventato il doppio sindaco Marino e
Gabrielli, con Marino nelle vesti di Ratzinger o di Celestino V: commissariato
o esautorato? Facciamo noi!
L’immigrazione, la vera tragedia
di milioni di persone e di paesi dalla civiltà millenaria, che rischiano di
snaturarsi nel volgere di qualche decennio, scivola come biglia su un piano
inclinato. Vogliono far passare l’idea che non c’è niente da fare. Il fenomeno
è biblico - dicono - è una specie di calamità naturale, contro cui nulla si può. Che ci
siano paesi europei che costruiscono muri e minacciano l’intervento
dell’esercito, a noi italiani papisti e renzisti non ce ne fotte una minchia:
noi siamo tutti fratelli e dunque apriamo le porte a tutti. Fino all’altro
giorno perfino i preti dicevano che in fondo si trattava di poche persone che
scappavano dalla guerra, oggi dicono che è un fiume in piena e che addirittura
non ha senso distinguere i profughi da quelli, che sono la stragrande
maggioranza, che vengono in Europa per lavorare e stabilirsi.
Per carità, fare politica,
amministrare un paese lasciando che tutto accada spontaneamente può essere una
posizione rispettabile; ma questo in realtà non accade. Tutto quello che si
verifica è perché ci sono scelte a monte, che magari si camuffano o si finge di
non aver compiuto. L’immigrazione è oggi un fiume in piena. Ma perché? Perché
abbiamo fatto capire fin dall'inizio che accettiamo tutti e addirittura abbiamo favorito il
fenomeno. Oggi ci sono regioni africane e asiatiche che si svuotano come sacchi
sull’Europa? Accade perché noi lo abbiamo voluto, potevamo impedirlo. I modi
sarebbero potuti essere tanti. Invece abbiamo fatto l’esatto contrario di ciò
che sarebbe convenuto fare.
E tu – potrebbe dire qualcuno –
sei in grado di dire che cosa sarebbe stato giusto fare? Non io, loro stessi lo
dicono, i signori governanti, nel momento in cui arrestano e processano gli
scafisti, i noleggiatori di barconi che trasportano immigrati. Non è possibile in diritto penale considerare legittima un’azione (il trasporto di immigrati) e illegittimo chi
la compie (gli scafisti). E’ un assurdo, che solo in politica trova una spiegazione.
Ma torniamo all’avviamento italiano verso una nuova dittatura. Al di là
di ogni analisi dei soggetti politici, delle leggi elettorali e dei metodi di
lotta politica esistenti, c’è una pericolosa tendenza a considerare normale ciò
che solo qualche anno fa, fino alla crisi della partitocrazia, si valutava in
tutta la sua negatività, in tutta la sua carica antidemocratica. Una dittatura
imposta con la vasellina, che scivola dentro senza dolore e anzi con una
sensazione di piacere. Se questa è una metafora!
domenica 16 agosto 2015
Immigrazione: verso il peggio a rimorchio della Chiesa
C’è del nervosismo nella Chiesa.
Il Papa le spara sempre più grosse. Respingere i migranti è un atto di guerra.
Da parte di chi e contro chi? Le guerre si fanno tra Stati, non tra masse
informi e anonime di gente. Non sa quel che dice, parla come un veterocomunista
che non ha mai visto mondo. Diventa minaccioso perfino quando prega la Madonna
per accogliere i poveri e gli umili e sbaragliare i ricchi e i superbi (Angelus del 15 agosto).
Ben strano il suo guevarismo. Il
testo della sua enciclica “Laudato si’…”
è in testa alle classifiche dei libri più venduti; i suoi gadget vengono
pubblicizzati perfino dalla televisione; in ogni edicola è pieno di
pubblicazioni delle sue case editrici. E’ un business formidabile. Questo papa è
una macchina di soldi, ben più dei suoi predecessori. Spara a zero contro i
soldi e intanto ne produce in quantità industriali, da autentico capitalista.
Il suo verbo, plebeo e risentito,
sta creando nella Chiesa non pochi malumori, soffocati ma non eliminati. Quando
Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, se ne esce con certi improperi
e ingiurie contro dei politici, che fino a prova contraria rappresentano le
istituzioni dello Stato, delle due l’una: o vuol lanciare un messaggio al Papa
di smetterla e di lasciare agli “inferiori” di accapigliarsi coi politici o ha
perso la testa nella confusione generale che regna nella Chiesa italiana da
quando è giunto questo papa dai confini del mondo.
La Chiesa deve fare la Chiesa. E ’ tanto
difficile capire che lo Stato deve fare lo Stato? E che quel che deve fare lo
Stato non è esattamente quello che vuole fare la Chiesa? Non è difficile
capirlo. Ma la Chiesa ha dei flussi di memoria, che le creano illusioni di
cesaropapismo; diventa arrogante e minacciosa; soprattutto ricattatoria. Sa che
i politici italiani pendono da sempre dalle sue labbra. Sa che la politica
italiana è in crisi, che non ha un solo suo rappresentante autorevole e
credibile. Ne approfitta per ricattare l’azione del governo, del parlamento,
delle istituzioni. Cerca di sfruttare il momento suo buono; dopo, chissà che
cosa può accadere. Perfino Salvini che aveva ragione di rispondere al papa per
come avrebbe meritato si è astenuto per non sentirsi a quell’altezza – così ha
detto – e a Galantino ha risposto in modo morbido, da mezzo chierichetto.
Si può essere favorevoli o
contrari alla politica del governo italiano verso l’immigrazione. Non è questo
il punto. Nessuno può essere favorevole senza condizioni, a parte il Papa, che
parla senza cognizione temporale. Ma è un fatto che né la maggioranza di
governo né l’opposizione elaborano uno straccio di rimedio a quella che è
un’autentica invasione, i cui effetti devastanti si vedranno di qui a qualche tempo.
Certo, non è solo una questione
italiana. Ben lo vediamo. E’ una questione europea e mondiale, di non facile
soluzione. In altri tempi si sarebbe già tentato di risolverla con la forza,
non respingendo i barconi dei migranti, ma creando nelle loro terre le
condizioni perché questi potessero vivere in pace e nel progresso, mettendo
fine alle lotte tribali, alle dittature e dando concreti aiuti di ogni genere a
quelle popolazioni. Ma dopo settant’anni
di pace e di rifiuto della guerra non è opzione neppure da considerare alla
lontana. Vediamo che perfino a quattro passi da noi le soldataglie dell’Isis,
in Libia, spadroneggiano, uccidono, distruggono sotto gli occhi della comunità
internazionale. Le ambasciate chiudono. Gli Europei scappano con la coda tra le
gambe, come cani bastonati.
La grande illusione delle
democrazie occidentali è che la guerra per non volerla è sufficiente
conoscerla. Invece la guerra, che lo si voglia o meno ammettere, è un’opzione
da tenere sempre pronta. Si tratta casomai di gestirla nella maniera più
opportuna.
Ci chiediamo fino a che punto
dovranno arrivare i signori della guerra per provocare la giusta reazione
dell’Occidente. Dobbiamo aspettare attentati sulla Cupola di San Pietro, alla
Porta di Brandeburgo, a Westminster, alla Torre Eiffel? Dobbiamo aspettare
stragi su stragi nel cuore delle nostre città, delle nostre stazioni, delle
nostre metropolitane, dei nostri musei, delle nostre chiese? Dobbiamo aspettare
che si arrivi a tanto?
La Chiesa non può predicare
guerre, ma non può favorire le politiche di chi le guerre le fa in maniera
ricattatoria e con prospettive di conquista di civiltà. C’è da rimanere
trasecolati dalla noncuranza della Chiesa cattolica all’invasione islamica
dell’Italia e dell’Europa. Di qui a non molto i cattolici finiranno per
sentirsi discriminati in casa loro. E se una prospettiva del genere la si vuole
considerare benzina sul fuoco della propaganda di destra, allora terra-terra ci
chiediamo: che fanno qui tante moschee, parafrasando il manzoniano dell’Adelchi “che fan qui tante pellegrine
spade?”.
A noi laici la questione della
fede può interessare poco o punto; ma purtroppo non è solo questione di fede. Qui
ci stanno cambiando tutto, ci stanno facendo diventare altro, non per buoni motivi,
non per farci crescere, non per prospettive di miglioramento; ma per
pusillanimità, per viltà, per quel poltronismo borghese che tanti guasti ha
provocato nel passato all’Europa quando non affrontava i problemi con tempestività e
determinazione e lasciava che diventassero enormi e catastrofici, come le due
guerre mondiali hanno dimostrato. Ci avviamo al peggio!
domenica 2 agosto 2015
Renzi mentos cool
Da qualche giorno la Rai manda in
onda la pubblicità di “Mentos Cool”, la marca di una caramella per l’alito
fresco. Un ragazzino, dal volto buono, assume una caramellina “Mentos Cool” e
si trasforma subito in una specie di superman, che sa fare tutto, acrobazie in
bicicletta, suonare il sax, spezzare dei mattoni con un colpo di karatè e cadere
in una piscina dall’alto di un trampolino impattando un materassino gonfiato,
che sta lì quasi ad attenderlo; il tutto nel tripudio di donnette che lo applaudono
estasiate. Un guappetto, intorno al quale tutto sembra esistere e ruotare
funzionalmente per servirlo.
Non ci vuole molto per associare
il ragazzino-guappetto di Mentos Cool a Matteo Renzi e il pubblico che lo segue ammirato al
suo governo. Uno spot un po’ maschilista, a dire il vero, con tutte quelle
stupide di donne che sembrano svenire ammirandolo. Una macchietta formidabile.
Irrita un po’ meno dell’originale a cui si è ispirato l’autore (o l’autrice?), ma
non si può pretendere tutto.
Come e perfino peggio che nella
dittatura fascista, l’unica opposizione al regime democratico viene dalla
satira e dalla pubblicità in forma di satira: ieri Petrolini, oggi gli
imitatori e gli autori di spot televisivi.
Qualche tempo fa Sabino Cassese,
ex giudice costituzionale, sul “Corriere della Sera” paragonò Renzi al comico
Jacques Tati. A me, francamente, ricorda, per come lo fa Maurizio Crozza, Jerry
Lewis de “Il nipote picchiatello” nel film con Dean Martin.
Insomma, facciamola corta. Solo
un paese come il nostro, aperto a tutto e a tutti, avrebbe consentito e
mantenuto al governo uno come Renzi. Un capo del governo che in Italia fa
ridere, qualche volta irrita; quando s’affaccia in Europa non lo caca nessuno.
Perché in Europa ti considerano e per il paese che rappresenti e per la personalità
politica e culturale che sei. Monti e Prodi, ma perfino Enrico Letta, erano
personalità molto più serie ed autorevoli.
Va bene – si potrebbe obiettare –
in un paese come ormai è ridotta l’Italia pure un cachiello come Renzi è
passabile. Un paese, il nostro, dove stiamo ormai per essere lessati senza
neppure accorgercene; ci passa sopra tutto. Un paese dove un Denis Verdini si
stacca da Berlusconi e fonda una specie di formazione politica, Ala, col chiaro
compito di appoggiare il governo Renzi. Il quale continua a proporre minchiate
più e peggio di Berlusconi. E i frutti dell’ennesima acrobazia trasformistica
non si fanno attendere: il Sen. Azzzollini del Ncd viene “graziato” dall’aula di
Palazzo Madama dopo che la Commissione Parlamentare per le Autorizzazioni a
Procedere lo aveva condannato all’arresto su richiesta dei pubblici
ministeri.
A Roma c’è un sindaco, Ignazio
Marino, che nessuno vuole; e mentre si avvicina l’importante scadenza del
Giubileo, nulla è stato ancora fatto. In Sicilia il governatore regionale,
Rosario Crocetta, si comporta in modo tale da ipotizzare provvedimenti clinici
prima ancora che politici. A Fiumicino un incendio doloso manda in tilt il più
importante aeroporto d’Italia e si scatena il disordine generale. A Roma le
vetture delle metropolitane non hanno l’aria condizionata; molte sono fuori uso
e la gente deve spintonarsi e aggredirsi per rimediare un posto, mentre per il
caldo si lasciano aperte le porte dei vagoni. Per le strade di Roma cumuli di
immondizie si lasciano fotografare come nuovi souvenir. Qualche settimana fa
non funzionò, sempre a Roma l’ascensore della metropolitana e morì un bambino.
A Pompei sciopera il personale degli scavi con centinaia e migliaia di turisti
impediti dal visitarli.
Cazzullo, a cui affiderei la
revisione in senso moderno del libro “Cuore”, in un fondo sul “Corriere della
Sera” – ma ha ancora un direttore? – piativa comprensione: in fondo l’Italia
non è poi quello che gli Americani e i Francesi dicono sui loro giornali; un paese
che noi non avremmo difficoltà a definire di merda. Ma è mai andato Cazzullo in
Svizzera, in Austria, in Germania, in Francia, in un paese dell’Europa vera per
vedere come vivono gli abitanti di quei paesi? Di che…cazzullo parla? In un
paese serio e moderno ogni cittadino è il poliziotto di se stesso e ogni
poliziotto è il cittadino di se stesso. Questa è la grande differenza tra noi,
abituati a sorbirci tutto, e gli Europei centro-settentrionali. Non è questione
di episodi, è questione di mentalità, di cultura, di costume, di abitudini;
posso dire di razza? Lo dico!
Sappiamo tutti che cosa fece
l’Italia di Prodi per aggiustare le cose e consentire all’Italia di entrare in
Europa con le cose apposto, coi conti in ordine. E tutti contribuimmo perfino
con una tassa, che poi ci fu in parte restituita. Sappiamo tutti che cosa ci
impone l’Europa con le sue normative, perfino sulla misura delle vongole, e ci
costringe a pensarla su molte cose come la pensano a Bruxelles o a Copenhagen.
Ma come si fa ad essere Europei con
tante associazioni criminali che imperano sul territorio, ormai nazionale; come
si fa ad essere Europei con una mentalità cialtrona, i cui effetti si vedono
ogni giorno e in tutti i settori della vita locale e nazionale.
L’Europa ti minaccia di
espellerti dalla Comunità per debiti, ma non fa nulla, a parte qualche minaccia
e qualche condanna, per patenti violazioni nel costume di vita politica e
sociale. E lascia che il “giardino d’Europa”, così lo chiamavano Dante e
Petrarca, stia in mano ad un giardiniere che non capisce nulla se non quello di
pavoneggiarsi, di minacciare gratuitamente, e di porsi come modello per la
satira e il cazzeggio.
domenica 7 giugno 2015
Renzi alla prova della legalità
Ci sono tre importanti
opportunità per la politica di dimostrare che si vuole veramente cambiare per quanto
riguarda il rispetto della legalità, che le parole spese in campagna elettorale
non sono le solite chiacchiere, tante volte propinate ai cittadini.
La prima è la questione De Luca ,
neo governatore della Regione Campania, che, in base alla legge Severino, deve
essere sospeso. La seconda è il rispetto della sentenza della Corte
Costituzionale sul rimborso ai pensionati per il blocco della indicizzazione
voluto dal governo Monti. La terza è la gravissima questione di “Mafia capitale”,
che sta rivelando un marcio ben oltre quello che in un primo momento si pensava
che fosse.
Nel primo caso non ci sarebbe
nulla da obiettare. C’è la legge, deve essere applicata. Ha detto di recente
Massimo Cacciari: “Allo stato la legge è chiara: non capisco come possano
sfangarsela con l’elezione di De Luca o presentando persone che sono
chiaramente incompatibili con le norme approvate. Se la Severino è sbagliata,
Renzi la cambi; ma finché è in vigore, siamo in una situazione di
illegittimità”. (“Corriere del Mezzogiorno”, 5 giugno).
La cambia, professore? Così, di
punto in bianco, siccome a subirne le conseguenze è il suo partito? Eh, no. In
ragione della legge Severino, Berlusconi perdette il seggio al Senato; e non fu
certo solo questo il danno, ma anche e soprattutto l’umiliazione subita da un
personaggio così importante da lambire le istituzioni che aveva rappresentato.
Berlusconi fu fatto fuori con estrema disinvoltura da quattro (il riferimento è
alla Commissione che ne decretò la cacciata) parlamentari che se pure
moltiplicati per se stessi non raggiungono una unità considerevole del livello
dell’ex Cavaliere. Perciò, De Luca deve essere sospeso o, in caso contrario,
non è la legge Severino
che impera in Italia ma la legge Pulcinella. Solo la sua applicazione
sistematica può nobilitare la grande cacciata dal Senato di un più volte
Presidente del Consiglio. Va dato atto che Renzi ha dichiarato che non ci sarà
nessun aggiustamento della legge in favore di De Luca. “Noi – ha detto –
non facciamo leggi ad personam”. Ma
non si può tacere sul comportamento truffaldino del Pd, di cui Renzi è
segretario nazionale. Il Pd ha fortemente voluto De Luca a candidato, pur
sapendo che per la
legge Severino non poteva fare il governatore, per poter
vincere le elezioni, strappare un’altra regione al centrodestra. E De Luca ha
vinto, sia pure di poco e soprattutto coi voti di transfughi di destra. Una
storiaccia, che nessuna sospensione di De Luca può cancellare. Una storiaccia
scritta anche da Renzi.
Nel secondo caso, la questione è
ancor più dirimente: lo Stato deve applicare le sue leggi anche quando gli
costano dei soldi importanti. E’ inutile entrare nel merito della sentenza
della Corte Costituzionale, appigliarsi al danno finanziario derivante
dall’applicazione di quella sentenza, recriminare per una sentenza diversa che
non c’è stata. Cosa fatta – diceva Malaparte – capo ha. Anche qui se il governo
pensa di uscirsene con il “bonus” del primo di agosto e solo per alcune fasce
di pensionati, come Renzi ha fatto sapere, dimostra di essere il primo a non
avere rispetto delle leggi.
Quanto al terzo caso, quello di
“Mafia capitale”, la via d’uscita è obbligata: il sindaco di Roma Marino deve
dimettersi, per poter azzerare tutto e iniziare un percorso nuovo, sperando che
gli addentellati emersi con la Regione, governata dal dem Zingaretti, e con lo
stesso governo per via del sottosegretario Ncd Castiglione, siano poco
rilevanti. La tesi secondo cui tutto il marcio è incominciato col Sindaco
Alemanno e che col Sindaco
Marino è iniziata l’operazione bonifica è smentita dai nomi
dei coinvolti e dalle date che rimandano a precedenti amministrazioni, tra cui quella
di Walter Veltroni. Ma c’è una ragione che dovrebbe convincere tutti a che
Marino lasci ed è quella paventata dal Prefetto di Roma Gabrielli, il quale
potrebbe sciogliere il Consiglio Comunale romano per mafia. E questo sarebbe
veramente il massimo dello scorno nazionale.
E’ soprattutto sul fronte della
legalità che il sistema Italia rischia di precipitare. Ormai è acclarato che la
corruzione è diffusa a tutti i livelli, che non c’è luogo della pubblica
amministrazioni dove non si lucri. E’ un dato di fatto che la politica non ha
gli anticorpi per uscire da questa sua caduta verticale.
Sbaglieremmo se dicessimo, però,
che tutti i politici e a tutti i livelli sono corrotti. E’ sui pochi o molti
politici onesti e determinati che il Paese conta di superare la difficile
congiuntura morale. Il rispetto della legalità è prioritario al punto che
concedersi anche la più innocente e insignificante delle flessioni può mettere
in dubbio la limpidezza dei propositi.
Ecco perché la difesa della
giunta Marino a Roma da parte del Pd è assolutamente inopportuna e nociva. Qui
non si tratta di procedere al rispetto della legalità senza venir meno agli
interessi di parte, ma al contrario è necessario dimostrare di anteporre agli
interessi di parte il trionfo della legalità, senza sotterfugi e calcoli.
Renzi, dopo il voto alle
Regionali, al di là dei suoi consueti toni trionfalistici e della riduzione del
risultato politico alla stregua di una partita di calcio, ha subito una battuta
d’arresto, che non è sfuggita all’inglese “The Economist”, che ha commentato:
Renzi “ha perso smalto” e non può davvero fare in Italia quello che la Thatcher
fece ai suoi dì in Inghilterra.
La prova della legalità perciò è
fondamentale non solo per Renzi ma per tutta la politica italiana se si vuole
riportare nel Paese quell’entusiasmo partecipativo della Prima Repubblica, se
si vuole far recuperare agli italiani la fiducia nelle istituzioni.
domenica 24 maggio 2015
Renzi vuol farsi il bello sulla pelle degli altri
Il rimborso delle pensioni è un
affare politico e non economico. Cerco di spiegarlo. I membri della Corte
costituzionale con la sentenza n. 70 del 30 aprile 2015 sul rimborso
dell’indicizzazione delle pensioni
bloccata dal governo Monti nel 2012 hanno detto chiaramente che
quell’atto era illegittimo. Con ciò hanno dimostrato di non essere dei
cortigiani della politica, come pure c’è chi in questi tristi anni li ha
sospettati, ma dei giudici indipendenti, a prescindere da quanti di essi hanno
votato in un senso o nell’altro.
Quella sentenza ha avuto
l’effetto di una tracheotomia in un paziente che stava per soffocare, non
potendo respirare normalmente. I cittadini italiani, al di là di qualche
centinaio o migliaio di euro che potranno riavere, hanno ottenuto di più, hanno
recuperato la fiducia nelle istituzioni. Cazzo, se non è più importante di una
manciata di euro!
A fronte di una simile sentenza,
che costringe il governo – non parliamo di Stato, che è un’altra cosa – a
restituire ai cittadini depredati quanto di loro spettanza, Renzi ha risposto
da guappariello, quale non si stanca di dimostrare di essere.
Primo, ha fatto la solita
polemica coi soliti nemici, quelli che la legge Fornero
l’avevano pur votata, come se l’aver ragione in una polemica significa essere
nella ragione reale. Secondo, ha preso i soldi del tesoretto, due miliardi
circa, per dare il 1° agosto di quest’anno un bonus, una tantum, a quattro
milioni di pensionati che percepiscono una pensione al disotto di circa
millecinquecento euro lordi (tre volte la pensione minima), facendo sembrare un
grazioso omaggio ciò che è invece solo la restituzione di una parte del “furto”
o, se non vogliamo chiamarlo così, dell’indebita ritenuta perpetrata ai loro danni.
Gli altri son figli di puttana, si dice al paese mio.
Si eccepisce: ma se il governo dovesse
restituire tutti i diciotto miliardi di euro, l’Italia andrebbe oltre il
rapporto deficit/pil con conseguenze disastrose. L’Europa non lo permetterebbe.
A parte la questione
Europa , che ha già tolto agli Stati membri parte di sovranità,
senza neppure un buongiorno o una buona sera, ed ora sta erodendo alla
chetichella parte anche di giustizia, non è esattamente così. Renzi potrebbe
benissimo tagliare qualche spesa, magari tra quelle che lo rendono popolare;
potrebbe aumentare le tasse e restituire i soldi ai legittimi creditori. I quali non sono cittadini di serie B solo
perché hanno una certa età e sono pensionati rispetto ai più giovani e ai non
pensionati, e non sono neppure cadaveri in attesa di sepoltura; ma è gente viva
e vegeta che di andarsene all’altro mondo non ci pensa minimamente, capaci
anch’essi di “trattar il ferro e dar la morte, / e a dritta e a manca …girar lo
scudo / e infaticat[i] sostener l’attacco, / e a pié fermo danzar nel
sanguinoso / ballo di Marte”. Grande Omero!
Ma se Renzi ciò facesse, ossia
restituisse tutti i soldi – e qui la questione diventa politica – non potrebbe
vantarsi di aver fatto questo e quest’altro, di non aver aumentato le tasse e
via propagandando. In altri termini Renzi vuole costruire e rafforzare consenso
coi diritti degli altri, coi soldi degli altri, passando sul cadavere dello
Stato di diritto.
Sulla questione di chi la
famigerata legge Fornero sulle pensioni la votò c’è da fare qualche
considerazione. In quel momento si aveva a livello politico la percezione che
fosse necessaria per evitare il disastro economico del Paese. Ricordiamo la
metafora montiana dell’Italia sull’orlo del
baratro salvata un attimo prima che cadesse?
Sarebbe stato più ragionevole che
il governo dicesse fin d’allora: signori, il Paese ha bisogno dei vostri soldi,
ora li prendiamo e poi ve li restituiamo in un momento più felice. Invece, no.
Presi d’autorità, come bottino rimediato da banditi che entrano in un negozio,
vanno alla cassa, si prendono i soldi e via. Si può vivere così in uno Stato di
diritto?
E il Presidente Napolitano?
Perché non bloccò il provvedimento che la Corte costituzionale ha poi
sentenziato essere illegittimo? Risposta muta perché scontata e perciò
superflua: perché da almeno quattro anni in Europa c’è una lobbie politica che
fa e disfa come vuole. Una lobbie che aveva in Napolitano la referenza italiana. Fu
lei che buttò giù il governo Berlusconi nel novembre del 2011, che rielesse
Napolitano nel 2013, che chiamò al governo prima Letta (Enrico) nel 2013 e poi
Renzi nel 2014. Ovvio, che le cose potrebbero non essere andate esattamente
così, non è la sceneggiatura di un film, questa, è un ragionamento politico; i
dettagli contano poco.
Tra gli episodi poc’anzi citati
non figura la trombatura di Romano Prodi al Quirinale quando ormai la sua
elezione sembrava cosa fatta. Ebbene, lo sanno tutti che Prodi era inviso alla
lobbie cui si è accennato prima. E lo era perché da qualche tempo aveva
espresso giudizi critici nei confronti della politica europea, fra cui la
guerra alla Libia. La sua elezione avrebbe rappresentato uno strappo con
l’Europa. Basta leggere il suo libro “Missione incompiuta”, di recente
pubblicazione, per convincersene.
Per tornare a Bomba, come si
dice, se il governo non restituisce ai pensionati il maltolto o il
provvisoriamente bentolto si infligge un vulnus alla credibilità dello Stato –
qui è proprio il caso di parlare di Stato e non più di governo – perché c’è di
mezzo un’importantissima istituzione, la Corte costituzionale, che è garanzia
di giustizia. Al momento potrebbe non accadere niente, ma chi ha dimestichezza
con la storia sa che certe ferite non si rimarginano mai completamente e
possono costituire un colpo piuttosto grave al progressivo processo di
indebolimento generale del sistema.
domenica 1 febbraio 2015
Renzi ha stravinto con una mattarellata
Sergio Mattarella è il dodicesimo
presidente della repubblica italiana. Alla vigilia dell’elezione ha detto: «sarei
onorato dell’elezione, ma non ho fatto nulla per meritarmela».
Basterebbero queste sue parole
per meritarsi la simpatia e l’apprezzamento di tutto il popolo italiano, che si
riconosca o meno nei suoi rappresentanti che materialmente lo hanno eletto.
Dunque non sulla sua elezione si vuole qui eccepire, ma su ciò che l’ha
preceduta, su chi l’ha voluta e imposta, sulle conseguenze che inevitabilmente
ci saranno.
In verità non è successo nulla
che non fosse nell’ordine delle cose, poste già su un piano inclinato. Solo uno
come Berlusconi, ormai incapace di valutare le situazioni fuori dai suoi più
immediati interessi, poteva non prevedere; poteva illudersi che ad un certo
punto il piano si riequilibrasse.
E’ bensì vero che tante cose in
Italia non si potrebbero spiegare se non in un contesto di assurdità politica. Renzi,
un uomo che non è neppure parlamentare e che è presidente del consiglio solo
perché segretario di un partito, il Pd, che ha raccolto il 25,42% dei votanti
alle elezioni del 2013, qualcosa in meno del Movimento 5 Stelle (25,55%), ha
imposto il nome di Sergio Mattarella, annunciando che non avrebbe accettato
veti da nessuno, sicuro che avrebbe avuto il consenso di tutta la compagnia di
sinistra, sufficiente per eleggerlo al quarto scrutinio.
Così è stato. Il nome che Renzi
avrebbe dovuto concordare coi suoi
“alleati” del centrodestra (Ncd) nel governo e per le riforme (Fi) non è stato
neppure sussurrato. Il bidone è stato colossale. Il centrodestra è stato
escluso in maniera netta. Mattarella è stato votato, a parte qualche voto in
libera uscita, dalle forze politiche di centrosinistra e col torcicollo dai
grandi elettori del Nuovo centro destra, convertiti all’ultimo minuto per mera
opportunità istituzionale. Non lo hanno votato Fi (scheda bianca), il M5S
(Imposimato), Fratelli d’Italia e Lega Nord (Feltri).
A parte la scontata e banale affermazione
del “presidente di tutti gli italiani” è vero che non tutti gli italiani lo
hanno scelto per presidente.
Una furbata, quella di Matteo
Renzi, che nell’immediato paga; ma dopo, chissà. In genere certe cose piacciono
solo al maligno. I tentativi di rimediare perfino in itinere, sia con Alfano
che con Berlusconi, dimostrano che la coscienza Renzi non se la sente pulita,
che la paura di quanto potrà accadere al suo governo, alle sue riforme, di qui
a non molto l’avverte. I suoi fedelissimi cercano di sfumare, i suoi avversari
di partito gongolano per il successo conseguito, i suoi “alleati” fanno buon
viso a cattivo gioco, si attaccano alle ragnatele del “metodo” e meditano
vendette.
Tutti nel Pd, renziani e non,
pensavano e dicevano che presidente della repubblica doveva essere uno
qualsiasi, purché non fosse quello del patto del Nazareno. Mattarella,
simbolicamente ha sintetizzato “quell’uno qualsiasi” materializzandolo. Così è
stato, anche se gli sforzi per trasformarlo nell’unico ideale, nel migliore
possibile, sono stati fatti. La Rosy Bindi ,
la più bella che intelligente, secondo l’indecente battuta di Berlusconi, ha
abbracciato l’inviso Renzi e se l’è sbaciucchiato. Sono soddisfazioni anche
personali indimenticabili.
Chi esce con le ossa rotte e la
pelle squartata è perciò Berlusconi; per lui e con lui l’intero popolo italiano
di destra. Non che le sue ossa e la sua pelle non fossero già abbondantemente
compromesse, ma mai prima erano state così oscenamente messe a nudo. Se avesse
un minimo di consapevolezza, lascerebbe finalmente il campo per gestirsi meglio
e in maniera più dignitosa il suo funerale politico.
Ora qualcuno, con le buone o con
le cattive, dovrebbe dirgli finalmente le cose come stanno. E stanno così: se
pure fosse stato eletto Giuliano Amato, che era l’uomo voluto da lui nella
convinzione che gli avrebbe restituito la cortesia graziandolo e restituendolo
all’agibilità politica piena, non gli avrebbe
mai dato più di quello che gli ha dato in questi due anni Napolitano. Nessuno
al mondo può restituirgli quello che non ha più, nemmeno il Mefistofile che
restituì giovinezza al dr. Faust. Abituato a pensare che ogni cosa ha un prezzo,
Berlusconi non vuole convincersi che non è così, che ci sono cose che non si
possono acquistare.
Qualcuno dovrebbe dirgli che per
colpa sua l’elettorato di destra è depresso, che potrebbe non accontentarsi più
di astenersi dal voto, che potrebbe cercare altri approdi, magari più
dignitosi, più terapeutici, più partecipativi. Non si può continuare a stare in
uno schieramento politico frammentato e politicamente confuso, di assoluta
indecenza, di assoluta impotenza, di assoluta incapacità di ragionare fuori
dagli interessi di un leader, ormai tale nella sua immaginazione.
Renzi può continuare anche a
fargli credere di essere il suo interlocutore per le riforme, può anche
lusingarlo facendogli credere di contare ancora, ma lo fa solo perché gli conviene
farlo.
E il nuovo Presidente della Repubblica? Mattarella dicono che sia un
uomo forte e determinato, anche se a vederlo non si direbbe; di poche parole;
un custode rigoroso della Costituzione. Tra le sue credenziali sono state
elencate la legge elettorale dal suo nome detta Mattarellum, le sue dimissioni da ministro del governo Andreotti in
dissenso per il riassetto delle televisioni pro Berlusconi; la sua legge per
l’abolizione del servizio militare obbligatorio. Questo si è sentito e qualche
altra cosuccia, oltre ad essere stato un giudice della Corte Costituzionale. In
verità Mattarella era un politico dismesso, scaduto da un po’ di anni e congelato in uno
dei freezer-dispensa di lusso della repubblica in attesa di essere
rietichettato. Certo, la sua figura un po’ grigia e silenziosa, pur parendo
un’ombra, ombra non ne farà a Renzi, la luce del momento. Si spera che almeno
riesca a contenerlo entro le finite della decenza comportamentale, finora
abbondantemente scavalcate. L’ultima furbata, più che da politico, è da fiera
paesana.
domenica 25 gennaio 2015
Renziani e berlusconiani: gli allegri trasformismi
Il trasformismo, malattia
endemica della politica italiana, è stato sempre argomento di studio da parte
di politologi, storici e politici più virtuosi. Oggi non lo è da meno rispetto
al passato. Quel che cambia è che mentre prima era considerato unanimemente un
vizio o una necessità, cui si faceva ricorso nella consapevolezza di compiere
comunque un’azione poco commendevole, oggi lo si considera un modo come un
altro di stare in politica. Tanto per la semplice constatazione che non ci sono
più i partiti, non ci sono più le ideologie; tutto è più liquido. E questo è un
altro aspetto della grave crisi morale – anzi, preferisco dire culturale – che
stiamo attraversando.
Come si fa a non dare ragione
alla fronda dem, capeggiata dallo storico Miguel Gotor, che si ribella al più
allegro e sfacciato trasformismo di Renzi? Come si fa a non dare ragione alla
fronda forzista, capeggiata da Raffaele Fitto, che si rivolta contro il più
cinico e arrogante trasformismo di Berlusconi? Già, come si fa? Eppure si fa,
si deve fare. Perché esse sono le due ridotte, dalle quali respingere gli
assalti sconsiderati di politici geneticamente trasformati, che sarebbe già più
dignitoso considerare venduti anziché stupidi e incapaci di collocarsi in un
cammino di civiltà politica. Fossero venduti, infatti, starebbero ancora nelle
categorie tradizionali e sarebbe poco male; sono, invece, convinti assertori di
nuove categorie, ancorché non ancora definite. Ma quali?
Sono figli del vuoto lasciato
dalla borghesia. Secondo una lettura sociologica di Giuseppe De Rita. «Il vuoto
borghese ha lentamente trascinato la società italiana verso una deriva
antropologica, caratterizzata da pulsioni individuali, anche le più sfrenate,
interessi personali o di singola categoria sempre più frammentati» (L’eclissi della borghesia). Sono figli
del nulla, orfani delle tanto vituperate ideologie, cachielli di facile e vuota
parlantina, maturati nelle scuole della didattica modulare, priva di logica
consequenziale, di ordine temporale, di finalizzazione di un gesto, di un’idea,
di una proposta. Sono sconosciuti in cerca di tutto ciò che li possa far
conoscere. Sempre De Rita scrive: «Una prova empirica, ma molto indicativa, del
fenomeno dell’eclissi borghese la si può ricavare partendo da uno sguardo
attento alle liste dei candidati durante le elezioni… migliaia di nomi di
aspiranti consiglieri, tutti sconosciuti. Non sappiamo se cercano pubblicità,
potere, affari».
Sappiamo sappiamo! Cercano tutte
queste cose; e se ce l’hanno, non le vogliono perdere. Sia i renziani che i
berlusconiani sono capaci di fare colazione, pranzo e cena a base di gnocchi
chiodati pur di essere ricandidati alle prossime elezioni. Non hanno altro di
più importante, di più dignitoso. Sono come i cosiddetti “cornuti contenti” di
una volta, i quali, pur di avere qualche beneficio dal signore del paese o di
non perderlo se già ce l’avevano, erano capaci di prostituire moglie e figlie.
Per il presidente del Pd Matteo
Orfini, renziano dell’ultima o della penultima ora – faccia lui! – è
perfettamente normale che una trentina di senatori del Pd, renitenti
all’adesione cieca alla proposta del loro segretario premier, di questo nuovo
feudatario, venga sostituita, per far passare la legge elettorale, da una
trentina del partito di opposizione guidato da un altro feudatario, un uomo che
per la vergogna del paese è ancora in auge, dopo non solo e non tanto le
condanne della magistratura, ma lo schifo dei suoi comportamenti pubblici e
privati. Con quella sua faccia di cospiratore ottocentesco Orfini ha il
coraggio di dichiarare: si è sempre detto che per le riforme istituzionali non
contano maggioranza e opposizione, e nel momento in cui ciò accade si grida
allo scandalo. Come se si trattasse del principio dei vasi comunicanti in
versione politica: posti due partiti comunicanti è normale che si verifichi un
passaggio di liquami, pardon di liquidi, politici ad un unico livello.
E in Forza Italia, non vanno
tutti in brodo di giuggiole i berlusconiani, che si masturbano all’idea che
Berlusconi sia tornato al centro del dibattito politico? Come se il fine ultimo
del loro impegno politico sia il ritorno di Berlusconi, il suo pieno recupero
politico, la sua restituzione a nuove porcherie!
Il vuoto lasciato dalla borghesia
per certi aspetti è causa ed effetto insieme della trasformazione antropologica
di cui parla De Rita. C’è una deriva assai più complicata e grave, che ha
diverse altre cause. Lo stato della politica italiana dipende sì dai cattivi
esempi degli anni passati, dalla corruzione diffusa, che fu quasi sul punto di avere un suo
statuto; ma anche dall’impotenza politica di cambiare il corso di questa
slavina devastante, così la chiamò agli inizi degli anni Novanta il politologo
socialista Luciano Cafagna (La grande
slavina. L’Italia verso la crisi della democrazia).
L’altro grande vuoto è la perdita
nazionale di sovranità, seguita dalla convinzione che ormai nulla dipende dalla
nostra volontà, dal nostro impegno. E’
la conseguenza del nostro essere ormai sottomessi a dei poteri sovranazionali
che ci impediscono di pensare, di riflettere e di agire secondo prospettive, di
avere dei sogni politici da realizzare. Quando tutt’intorno non ci sono che
muraglie insormontabili, che si chiamano Europa e globalizzazione, a cui si è
aggiunto il terrorismo islamico, che ci tiene tutti in ambasce, come si può
aspirare a qualcosa? Nella condizione in cui non si hanno più sogni da
realizzare, mete da raggiungere, prospettive, subentra una sorta di spleen politico che annichilisce. Allora
monta il sommerso. Così emergono i furbi, gli spregiudicati, i Girella del Giusti, quelli che
facilmente perdono “la bussola e l’alfabeto”, o i senza memoria storica, i
depurati da ogni forma di ideologia. Quanti renziani e berlusconiani non sono
riconoscibili nelle categorie citate? Direi moltissimi.
Per tornare alle ragioni di
quelle minoranze che non ci stanno a svendersi, ad accodarsi alle mutazioni
genetiche che hanno aggredito la politica di questi ultimi vent’anni, devono
prendere atto che vanno incontro alla sorte dei perdenti, di quelli, che, pur
avendo ragione, sono sconfitti e mortificati dalla congiura dei tempi. Non è un
caso che sia nel Pd che in Forza Italia i dissidenti gridano, urlano, minacciano,
ma poi regolarmente stanno al loro posto. Come ad aspettare che passi
l’eduardiana nuttata o, magari, che
arrivi Godot.
domenica 18 gennaio 2015
Il Presidente che ci vuole? Scalfitano!
Sono del parere che in questo
momento più che indicare nomi per la Presidenza della Repubblica occorre indicare
profili politico-istituzionali, che il futuro Presidente dovrebbe saper interpretare.
Per anni abbiamo sentito che in Italia il Presidente della Repubblica non conta
nulla, è poco più di un simbolo dell’unità nazionale. Gli ultimi Presidenti,
direi a partire da Pertini e fino a Napolitano, hanno dimostrato che non è
così. O, per lo meno, così è stato fino a quando i Presidenti sono appartenuti
allo stesso partito che dominava le maggioranze governative, ossia la Democrazia Cristiana
(Gronchi, Segni, Leone), o a qualche suo satellite, come il Partito liberale
(Einaudi) e il Partito socialdemocratico (Saragat). Poi le cose sono cambiate.
Fu il socialista Pertini che
consegnò ad un socialista, Bettino Craxi, per la prima volta nella storia della
Repubblica, la Presidenza
del Consiglio, sia pure con l’inganno della staffetta col democristiano Ciriaco
De Mita, promessa e poi tradita dal segretario socialista con machiavellica
disinvoltura. Una svolta avvertita come una scossa tellurica, specialmente dai
partiti moderati e di destra. Fu il democristiano Scalfaro che non ridiede
l’incarico al socialista Craxi non già per ritorsione per l’inganno subito dal
suo partito ma per l’avvio di quel processo cosiddetto di Mani Pulite, che
trovò Craxi con le mani sporche. E fu sempre Scalfaro a colpire il governo
Berlusconi, con l’inganno del governo Dini, anticamera del governo Prodi. Fino
ai giorni nostri, con l’autentica “dittatura” istituzionale di Napolitano, che
di fatto è stato il domino assoluto della situazione, con scelte forti e
discutibili, ma volte a tirar fuori dalle gravissime difficoltà il paese:
dimissioni imposte a Berlusconi, governo Monti, governo Letta, governo Renzi.
Chi può dire più che il Presidente della Repubblica in Italia è poco più di un
simbolo? Credo nessuno, e nessuno più lo dice.
Il sistema politico italiano è
passato dalla prima alla seconda repubblica ed è oggi in mezzo al guado verso
la terza senza aver cambiato né in maniera formale né in maniera sostanziale l’assetto
della Costituzione. Per cui oggi potremmo avere un Presidente appena-appena
simbolo dell’unità nazionale o un Presidente decisore di scelte importanti. Tutto
dipende da lui. I suoi spazi di manovra sono direttamente proporzionali alle
esigenze del momento e alle sue capacità.
La posizione della destra o di
quello che di essa rimane è per un Presidente di garanzia, che rappresenti l’intera
nazione, che è come dire qualcuno che non c’è. La destra che si è sempre connotata per
concretezza e pragmatismo, oggi tradisce Aristotele per Platone. Dove vai a
trovarlo un Presidente espressione della Nazione? Nell’Iperuranio,
probabilmente; ma l’Iperuranio non esiste. In buona sostanza non sanno chi o
che cosa indicare. Quando si sentono nomi come Riccardo Muti o Renzo Piano o
non so chi altri, addirittura un imprenditore, sono pure scemenze. A Presiedere
la Repubblica
deve essere una persona prima di tutto moralmente inattaccabile, esperta di
politica e di diritto, capace di intervenire con tempestività e decisione, come
appunto hanno saputo fare Scalfaro e Napolitano, in presenza di crisi piuttosto
gravi. Occorrerebbe uno Scalfitano. Che deve fare Muti, intonare il Nabucco?
Che deve fare Piano, progettare una torre alta quanto il cielo? Ci vuole un
politico, possibilmente con gli attributi, se evocarli non è un oltraggio al
femminismo. Si è anche ipotizzata una donna al Quirinale. Perché no? Ma di
donne all’altezza della situazione ne vedo poche; donne voglio dire che già
abbiano dato prova di essere capaci di un ruolo così importante e dipendente
dalle doti personali di chi lo occupa.
Il filosofo Cacciari ha detto che
il prossimo Presidente della Repubblica sarà uno di questi tre: Prodi, Amato o
Mattarella. Cacciari è un uomo di grossa cultura e di notevole esperienza
politica; se si è spinto ad una profezia, quanto meno ha degli elementi. Non è
il caso di esprimersi né sull’uno, né sull’altro, né sull’altro ancora di
questi tre. In questo momento sarebbe più la simpatia o l’antipatia a dettare
un nome, oggettiva difficoltà a parte.
Un fatto appare certo: il
prossimo Presidente lo designerà Renzi, il quale gioca nel Pd; e fuori del Pd oggi non
c’è partita a nessun livello. Berlusconi con le sue uscite anti-comuniste si
gioca gli ultimi residui di reputazione, ma non determinerà nulla. Dovrà
sorbirsi l’ennesimo Presidente espresso dalla sinistra, che continuerà a
tenerlo alla porta, come Gregorio VII tenne Enrico IV a Canossa. Renzi tiene Berlusconi al Nazareno. Avrebbe dovuto
pensare prima, quando aveva tanto consenso da creargli imbarazzo, come lui
stesso disse in un comizio dopo le elezioni del 2008. Quanto a Salvini, le sue
cafonate, in continuità con Bossi, non dicono nulla di concreto. Di fatto Forza
Italia e Lega sono fuori dai giochi per il Quirinale. Dovranno accontentarsi –
Berlusconi almeno – di non peggiorare la propria posizione.
Il Presidente che ci vuole,
dunque, deve essere un politico di lungo corso, ma dalla tenuta ideologica
solida, che sappia almeno che significa “presidente di garanzia”. Questi può
anche non trovare sempre il consenso degli avversari della parte politica dalla
quale proviene, ma può farsi apprezzare nel suo esercizio presidenziale, quando
i suoi atti vanno a beneficio di tutto il paese. Poi, può accadere che certe
scelte possano coincidere con gli interessi di una parte politica piuttosto che
di un’altra, ma questo è tanto inevitabile quanto non intenzionale. Se non
vogliamo dire che è anche abilità di chi subisce scelte avverse di saperle
tramutare a proprio favore o comunque di non tribolarsene più di tanto e
guardare avanti.
domenica 4 gennaio 2015
Renzi balla coi lupi
Piuttosto che al monologo di Al
Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”, Matteo Renzi meglio avrebbe fatto a
riferirsi all’Erwin Kostner di “Balla coi lupi”. In un passaggio di questo
film, di fronte alla mancanza di piogge e al pericolo siccità, il protagonista suggerisce
di ricorrere ad una danza propiziatoria. Noi meridionali le sappiamo queste
cose. Non piove? Imploriamo il santo con una bella processione; e magari con la
promessa di un ex voto. Le religioni, in fondo, si somigliano tutte.
Or non è ancora un anno dal suo
insediamento a Palazzo Chigi che Renzi ha già fatto ricorso più volte, in
presenza di scandali romani tipo “mafia capitale” o assenteismo dell’ottantatré
per cento dei vigili nella notte di capodanno, alle solite battute propiziatorie:
“non deve accadere più”, “occorre cambiare il regolamento”. Brutto segno quando
uno si ripete, ancor più brutto se si ripete continuamente. Vuol dire che ha
ben poco da dire, ancor meno da fare. Se le sue parole fossero fondate,
dovremmo dedurre che in Italia non ci sono leggi che combattano la corruzione,
che contrastino l’assenteismo di “lavoratori” così importanti e strategici come
sono i vigili urbani in una grande città, anzi nella città per eccellenza,
l’Urbe, nella notte più importante dell’anno.
Non apparteniamo all’italica
genìa di chi gode delle nefandezze pubbliche quando al governo c’è una forza
politica avversaria. Tra Mussolini che voleva spezzare le reni alla Grecia e i
tanti che ridono al fatto che non riuscì a farlo, noi stiamo sempre con
Mussolini. Sicché ci dispiace che certe cose accadano, a prescindere da chi c’è
al governo. Non diversamente sarebbe accaduto se ci fossero stati elementi di
destra. Berlusconi, Alemanno, Polverini, se ci siete battete un colpo con una
mano e con l’altra prendete un sasso e battetevi il petto.
Vero è che certi fenomeni di
cialtronismo e di criminalità organizzata hanno avuto in Italia una
lievitazione e proliferazione spaventose a partire dal secondo dopoguerra, in
coincidenza della democrazia repubblicana, al punto che s’incomincia a dubitare
se mai saremo in grado di recuperare una condizione da cristiani; nel senso di
cittadini normali. La democrazia, che è una gran bella cosa, forse la migliore
organizzazione politica di un paese, ha prodotto in Italia una serie di guasti,
facendo perdere addirittura le coordinate della legalità, della correttezza,
del senso del dovere, ad ogni livello, all’interno della famiglia, nell’ambito
del lavoro, nella società, nella stessa chiesa. Tutti pretendono tutto, senza
obbligo alcuno nei confronti di nessuno. A riflettere – e ogni tanto dovremmo
farlo – c’è veramente da allarmarsi. Incomincia a venir meno perfino la fiducia
in noi stessi, pur critici arrabbiati di
certi fenomeni.
Per tornare a Renzi, è di tutta
evidenza ormai che le scoppole più forti non gli sono giunte finora dalle
opposizioni politiche, da ridere sia quelle di destra che quelle di sinistra,
ma dalla gente, appunto da quelli del “mondo di mezzo”, magnifica trovata per
indicare quella terra di nessuno tra i poveracci (mondo di sotto) e i nababbi (mondo
di sopra), conquistata da chi ha capito che in questo paese le leggi, l’etica,
i sentimenti sono optional, che servono ad operare meglio per il male. Renzi
non ha nulla da temere da Berlusconi, che finge di stare all’opposizione, nulla
dai suoi alleati del Nuovo centro destra, che non stanno nella pelle per questa
indiscussa loro posizione; nulla dai suoi rivali del Pd, dai Bersani, dai
Cuperlo, dai Fassina, dai Civati, i quali da buoni cani che abbaiano, poi non
mordono. E difatti ogni tanto sbraitano contro ma poi regolarmente votano la
fiducia al governo di chi il giorno dopo si prende beffe di loro.
I veri lupi, coi quali Renzi deve
ballare senza farsi divorare, sono gli italiani. Come quelli che popolano le
selve del malaffare tinto di volontarismo filantropico, di buonismo sociale, di
volontà rifondatrice dell’Italia. Come i vigili urbani di Roma ma non solo –
magari si trattasse solo di Roma! – i quali, per protesta per essere stati
trasferiti da un rione all’altro, o per cialtroneria congenita, mettono a
rischio-disordine la capitale d’Italia. Come quelli che chiudono le rovine di
Pompei alle migliaia di turisti accorsi da tutto il mondo per ammirarle. E si
potrebbe continuare all’infinito.
Che devono pensare gli stranieri
di questo nostro disgraziato paese? Dove neppure chi siede più in alto si
accorge del degrado anche culturale in cui si è precipitati?
A giorni si apriranno le danze per la successione a Napolitano. Il
quale, nel suo messaggio di Capodanno, si è detto soddisfatto perché la riforma
delle istituzioni è stata avviata, alludendo alla riforma del Senato. Ma si è
ben guardato dal dire che forse la più importante di tutte le riforme
istituzionali è quella dell’elezione del Presidente della Repubblica, se non
altro per evitare che accadano spettacoli indecorosi, come la sonora trombatura
di Romano Prodi da parte di 101 parlamentari del Pd. Pubblica nefandezza che
Renzi ha promesso che non accadrà più, della serie delle danze propiziatorie.
Dimentico che quei 101 lupi che sbranarono il povero Prodi erano guidati da
lui. Sì, proprio da lui!
domenica 28 dicembre 2014
Un sogno: Francesco al Quirinale
Ho fatto un sogno. Non alla
Martin Luther King, nel senso di massimo desiderio cui si aspira. Il mio è
stato un sogno vero, fatto mentre dormivo, in piena regola e già mentre lo
facevo ero cosciente della sua stravaganza. Ora racconto.
In Italia siamo alle prese col
toto-presidente. Napolitano ha detto che le sue dimissioni sono imminenti.
Napolitano è uomo d’onore, per dirla con Shakespeare.
La condizione in cui ci troviamo
è del tutto inedita in Italia, come inedita è stata la riconferma di Napolitano
al Quirinale giusto due anni fa. Inedita perché Napolitano potrebbe pure
continuare ad oltranza, come si fa coi calci di rigore, se la partita dovesse finire
in parità.
Trovare un presidente non è
facile, non perché manchino i candidati. Mi sovviene Dante del sesto del
Purgatorio a proposito di Firenze, che ormai è tornata ad essere capitale
d’Italia: «Molti rifiutan lo comune incarco; / ma il popol tuo solicito
risponde / sanza chiamare, e grida: I’ mi sobbarco!». Sabino Cassese alla
Grüber, che gli chiedeva se avrebbe accettato la candidatura, rispose che quando
si tratta di “comune incarco” non bisogna mai proporsi a nulla ma che non
bisogna mai sottrarsi a nulla. Chiara l’antifona.
L’idea è stravagante! Consiste
nell’offrire a Papa Francesco la
Presidenza della Repubblica Italiana. Chi legge penserà ad
una boutade. Anche l’idea delle
dimissioni di un papa poteva essere considerata una boutade; e invece è accaduto. Non lo è. Spiego perché, difficoltà
oggettive di realizzare la stravaganza a parte, sarebbe una buona
soluzione.
Papa Francesco ama fare il
politico, il diplomatico, stare sempre alla ribalta, la più ampia e la più alta
possibile. Come i politici, ama il protagonismo, l’esibizionismo, la scena, l’applauso.
Come i politici è contraddittorio: ora dice una cosa, ora un’altra, a seconda
dell’uditorio, col vantaggio di non doversi mai correggere; come invece fanno i
politici: volevo dire che…, sono stato frainteso. Un papa non vuole dire, dice;
non può essere frainteso.
Ha rifiutato gli appartamenti
pontifici perché li ritiene piccoli per la sua ipertrofica considerazione di
sé, convinto che sono gli uomini a rendere piccole le cose grandi e grandi le
cose piccole. Santa Marta, grazie a lui, è assurta a grandezza planetaria.
Cerca sempre il plauso dei molti
e, avendo capito, che il plauso dei molti nasce dall’inimicizia dei pochi,
specialmente se potenti o tali considerati, continuamente bacchetta questi
ultimi. Per un potente che colpisce, migliaia di deboli in Piazza San Pietro lo
osannano.
Di recente ha parlato di quindici
piaghe della Curia, che non è come parlare di astrattezze: si guardava attorno
e vedeva nei cardinali e nei vescovi che lo attorniavano i portatori di queste
piaghe. I malcapitati si guardavano alle accuse del Papa come allo specchio.
Alcuni si sono risentiti, soprattutto quelli che, dichiarandosi favorevoli a
lui, pensavano di mettersi al riparo dai suoi attacchi. Papa Francesco li ha
spiazzati.
Non so quante potrebbero essere
le piaghe della politica italiana. Ma uno che le metta in mostra, che non sia il
solito Marco Travaglio o la solita Milena Gabanelli, starebbe proprio a
fagiuolo.
Ci sarebbe Renzi che,
somigliandogli come figlio al padre, potrebbe fargli ombra e creargli fastidi.
Ma Renzi sta al governo e lui, Presidente Francesco, starebbe al Quirinale. Non
avrebbero modo di pestarsi i piedi. E poi chi ha detto che Renzi non potrebbe
diventare papa? In fondo quando Bergoglio era cardinale Renzi faceva le medie. Col
mantra delle “medie” Renzi è diventato capo del governo. Non si sa mai.
Con Papa Francesco alla
Presidenza della Repubblica sarebbe anche un felice ritorno di un papa alla sua
sede usurpata, dopo 145 anni. E questa non sarebbe l’ultima soddisfazione di
Papa Francesco: aver riportato un papa al Quirinale.
L’ostacolo più difficile sarebbe
di natura giuridica: come potrebbe un capo di stato diventare capo di un altro
stato? Potrebbe essere capo di due stati? Decisamente no. Ma qui siamo in
presenza di uno Stato, quello del Vaticano, che ha una sua eccezionalità.
Dunque potrebbe accadere. Anzi potrebbe accadere perfino che Francesco
continuasse ad essere Papa mentre fa il Presidente della Repubblica. Una sorta
di teocrazia che non riuscì nemmeno a Bonifacio VIII nel 1300.
Né mancano altri felici risultati
ove la stravaganza si concretizzasse. Per esempio: uno stato teocratico non
avvicinerebbe il cristianesimo all’Islam? E il duplice ruolo di Papa Francesco
non potrebbe tirar fuori dalla naftalina Papa Benedetto, l’Emerito, a cui si
potrebbe dare il titolo di Co-papa?
A Riflettere, i vantaggi di una
presidenza della repubblica di Papa Francesco, che peraltro è di origini
italiane, sarebbero tanti, tanti i previsti, tanti i prevedibili, tanto gli
imprevisti. Con l’aiuto del Signore chissà quanti altri benefici potremmo
avere, non ultimo quello di bonificare la politica italiana e restituirla alla
sua naturale funzione. E questo è proprio il sogno alla Martin Luther King,
raggiungimento di un obiettivo utopico.
Ma mentre Papa Francesco a
Montecitorio, davanti al Parlamento in seduta plenaria, diceva: «E ricordatevi:
il Signore perdona, io no» e i parlamentari tutti si spellavano le mani per gli
applausi, un soprassalto. La sveglia non finiva più di suonare.
domenica 14 dicembre 2014
Evviva la politica! Abbasso i politici corrotti!
Lino Patruno, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”,
ha scritto un fondo su questo giornale intitolato «La colpa della politica, le
colpe di tutti noi» (12 dicembre, pp. 1 e 23). Tema: l’attuale crisi romana o,
come la chiamano i giornali, della “mafia capitale”, con le vicende di
Alemanno, Buzzi e Carminati, per un verso, di Marino, Orfini e compagni per un
altro; per concludere che i politici hanno delle colpe e che delle colpe abbiamo
noi.
Noi, chi? Probabilmente noi della
società civile e, per essa, noi operatori dell’informazione. Le argomentazioni
addotte le condivido da cima a fondo; ma questo non era neppure importante
dirlo.
Quel che qui mi piace
sottolineare, invece, è la questione che potrebbe definirsi di lana caprina,
espressione che non si usa più per indicare qualcosa di banalotto e di nessuna
importanza, ma che di lana caprina non è.
Quale? Quella che in qualche modo
è stata attinta dal Presidente Napolitano nella sua allocuzione del 10 dicembre,
quando ha condannato la “patologia eversiva dell’antipolitica” e quanti, anche
del mondo dell’informazione, le danno spago. Proprio così.
Sono sicuro che Patruno è
d’accordo col Presidente Napolitano, come lo sono io e come lo sono tantissimi
cittadini e giornalisti. Ma Patruno ha involontariamente contribuito a
screditare la politica con una piccola dose di veleno antipolitico col titolo
del suo fondo, di cui in apertura. Probabilmente il titolo non è suo; sarà del
titolista, come usano i giornali. Ma questo non cambia nulla al merito del
discorso che qui si vuole fare.
Perché «Le colpe della politica»?
L’obiezione è scontata: qui per “politica” s’intende “dei politici”. Ma non è
la stessa cosa! Dire “colpe della politica” s’ingenera un equivoco, che
andrebbe scongiurato. La politica, intesa come insieme di individuazione di
problemi pubblici e loro soluzione attraverso il concorso elettorale per
raggiungere i luoghi di dibattito e di decisione, non può avere che meriti; le
sono talmente propri che metterli in discussione significa, come giustamente
Napolitano ha detto, cadere nella patologia eversiva dell’antipolitica. Perché
il ragionamento è semplice: le colpe sono della politica? Allora occorre
l’antipolitica. Ma l’antipolitica è l’opposto dell’individuazione-soluzione dei
problemi pubblici. L’antipolitica è solo destruens
per definizione, mai construens.
L’equivoco non è tutto qui.
Patruno lo ha detto chiaramente: ci sono colpe “di tutti noi”. Noi, infatti,
piuttosto che chiamare in causa i singoli politici responsabili con nome e
cognome, parliamo genericamente di politica, quasi che i meschini hanno avuto
la disgrazia di cadere in una trappola, quella politica, come nelle sabbie
mobili, dalle quali non è possibile uscire. Una sorta di fatalità. Nei
confronti degli stessi perciò bisogna avere pietas,
che di fatto si traduce in omissione, mascheramento, politicamente corretto –
usiamo tutte le espressione che vogliamo – per significare quel detto
cattolico: ti dico il peccato e non il peccatore. Bisognerebbe invece proporsi il
contrario: ti dico il peccatore, che tu, conoscendolo, sai già il peccato. Ma
siamo cattolici! Che cerchiamo
indulgenze nell’orto di Lutero? Tanto poi ci scateniamo in orge di condanne quando
il tacere i nomi non è più possibile; e neppure allora ci preoccupiamo di non
distillare veleno antipolitico. Torna anche qui la morale cattolica: non
giudicare per non essere giudicato, il fuscello dell’occhio altrui e la trave
nel mio, e via evangelando. Per pietas
non facciamo nome e cognome del peccatore nel momento in cui veniamo a
conoscenza del peccato compiuto, e sempre per pietas insistiamo prioritariamente sul peccato, la politica, come
luogo dove non è possibile non peccare. Sono queste le colpe di tutti noi.
Non è solo questione formale. Si
sa che dietro la forma c’è la sostanza. Noi dobbiamo recuperare il senso delle
cose e delle persone, senza pietismi, cattolicesimi, umanitarismi, buonismi.
Chi si occupa della cosa pubblica deve sapere che se “pecca” deve essere
castigato. Non dico punito, dico castigato. E chi, vuoi da semplice cittadino
vuoi da operatore dell’informazione, soprattutto da operatore
dell’informazione, viene a conoscenza di un peccato e del suo peccatore, deve
immediatamente denunciarli. Non deve aspettare che sia la Procura della Repubblica, la Guardia di Finanza o i
Carabinieri a far esplodere il caso. Quando ciò si verifica non è più
informazione corretta e produttiva, ma inutile pornografia e masturbazione.
Patruno chiama in causa – e fa
bene – anche quei politici puliti e onesti, che vedono, sentono e sanno, ma
restano in silenzio perché non è conveniente parlare, denunciare. Forse è
proprio in questa identificazione silenzio-convenienza che s’incardina la
fatalità secondo cui chi sta in politica fatalmente o pecca direttamente o
pecca per omissione di vigilanza. Culpa
in vigilando si dice in gergo forense. Nella sua brutalità espressiva
Grillo ha rimproverato a Napolitano proprio questo: ma tu dove stavi quando
tutto ciò accadeva, su Marte? E’ proprio questo che Patruno rimprovera ad
Orfini, commissario del Pd romano con l’impossible
mission di pulizia.
Se ben ricordiamo, alla vigilia
dell’esplosione del caso romano, il Pd stava cercando di far fuori il suo
stesso sindaco Marino. Allora non si capiva bene perché. Oggi si capisce fin
troppo bene. Si cercava di salvare i politici per far cadere la colpa sulla
politica. Già, more solito!
domenica 7 dicembre 2014
Malapolitica urbi et orbi
Mi è capitato in questi giorni di
parlare con amici di tutt’altro indirizzo politico del mio, che, come sa chi mi
conosce e mi segue, è di destra, di quella destra sociale che per quarant’anni
si è identificata nel Msi, partito neofascista tout-court. Si capisce: uso il lessico convenzionale. Né, a dire la
verità, mi disturba più di tanto essere considerato fascista. Non mi omologo
fra quanti oggi si schermiscono se chiamati comunisti. Posso coniugare i verbi
della politica che mi riguardano al presente e al passato senza nessuna
difficoltà; e non dico anche per il futuro, per un senso di pudore verso me
stesso.
Oggetto delle discussioni è
l’ennesimo schifo della politica, quello di Roma, che ha mostrato urbi et orbi – è proprio il caso di
dirlo – un marcio spaventoso, scoraggiante, da depressione nazionale. Con tutta la buona volontà di questo mondo
questi miei amici, istruiti e direi anche un po’ colti – per carità, non si confondano
le due cose – non riescono proprio a scorgere vie d’uscita. Un certo imbarazzo
li porta a rimuovere le loro appartenenze e fa loro ipotizzare gruppi nuovi,
partiti nuovi, uomini nuovi. Qualcuno cita i grillini, i quali, però, non si
sono dimostrati all’altezza del compito e nemmeno all’altezza di un sub
compito. Ovvio, si sfarfalla intorno alle cose, perché dopo tutto, imbarazzo a
parte, è sotto gli occhi di tutti il fallimento delle loro idee, dei loro
partiti, dei loro movimenti, democratici e antifascisti. Nessuno, infatti,
dice: il mio partito ha fallito; anzi alcuni di loro continuano a bazzicarvi
dentro o nei dintorni.
Né io sarei tanto avventato da
pensare che il mio partito è stato l’unico a non fallire. Come potrei, di
fronte ai casi che si sono susseguiti dal 1994 in poi? Chi ancora
nutre dubbi su Gianfranco Fini, che non è riuscito nemmeno a sottrarsi alla
miserabile appropriazione di una casa donata da una nobildonna per la causa
missina? Chi ancora ha dei dubbi su Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, genero
di Pino Rauti, indegno rappresentante di un partito che aveva tutto per
proporsi, se non proprio come rinnovatore, come moralizzatore esemplare? Chi
nutre ancora dubbi sulla Polverini, ex presidente della Regione Lazio? Si
potrebbe continuare con tutta quella “bella” gente che prometteva palingenesi
se mai fosse approdata al potere.
Dunque, ho votato e fatto votare
gentaglia, ho contribuito anch’io allo schifo imperante oggi ad ogni livello.
No, non mi pento – non ha senso pentirsi: il pentimento è dei pusillanimi – non
mi dò con la pietra in petto; ma affermo di essere stato ingannato o piuttosto
di essermi ingannato da solo.
C’è, però, una piccola luce in
fondo al tunnel nel quale sento di essermi cacciato, insieme a tanti altri
italiani: è la luce di quella riserva che abbiamo sempre avuto noi missini o
fascisti nei confronti di una democrazia, che non era possibile non accettare.
E’ la luce di quel fascismo che altro non era e non è se non ordine, legge,
giustizia. Che è oggi l'unica forma di fascismo possibile.
Ricordo che una delle questioni
più dibattute nel Msi, ai tempi felici degli Almirante e dei Rauti, era come
comportarci noi fascisti in democrazia. E la risposta era chiara: dovevamo
accettare la democrazia, non solo e non tanto perché non potevamo non
accettarla, ma soprattutto perché attraverso il percorso democratico noi
potevamo dimostrare di non essere quelli che gli altri dicevano di noi e di non
essere come gli altri. Sissignori, una doppia sfida, che doveva concludersi non
a randellate in testa ai nostri avversari, stile fascista, ma con un paio di
schiaffi morali a chi ci aveva per anni e anni discriminati ed esclusi, stile
neofascista, nel quale credevamo.
E’ accaduto, invece, che
finalmente siamo stati accolti nel gran mercato dei democratici, noi confusi
con tanti che avevamo avversato, i democristiani, i socialisti, i comunisti; e
lo siamo stati non in ragione delle nostre sbandierate virtù ma per quei
caratteri della loro democrazia: organizzazione di delinquenti, di malfattori,
di ladri, di pendagli da forca.
Per cui oggi credo di non esagerare
se invoco un po’ di quel fascismo che poneva al di sopra di tutto la legge,
dura, con tutti quegli aspetti anche negativi, ma che sono necessari nei
periodi di emergenza, come indubbiamente è l’attuale. L’età mi consente di
ricordare che fino a qualche anno fa c’erano sfrontati giovinotti e inebetiti
anzianotti, i quali quando ricordavi loro i benefici dell’ordine e della legge,
anche per rispettare le più elementari regole del vivere civile, ti
rispondevano stupidamente: e che ti credi, che siamo ai tempi di Mussolini?
Ecco, se avessimo la possibilità
di trasferirci all’estero, in qualche paese dell’Europa centrosettentrionale,
ci accorgeremmo che quella che in Italia è considerata repressione, fascismo,
dittatura, in quei paesi è normale, spontanea, condivisa democrazia. Ci
accorgeremmo che sarebbe più esatto dire: e che ti credi che siamo in Svizzera
o in Austria, in Svezia o in Olanda? Proprio così. In questi paesi ci possono
pure essere delinquenti, ma sono cani sciolti, non appartengono a culture e a
pratiche malavitose, delinquenziali, criminali; a sistemi cupolari di malavita;
non attingono la vita civile, sociale, politica.
E’ fascismo pensare ad un sistema
di governo che metta da parte pietà e misericordia e castighi quanti attentano
ad ogni forma di bene pubblico, fisico o morale che sia? E’ fascismo
ripristinare l’uso corretto e rapido della legge, che faccia giustizia dei
torti che il singolo cittadino o l’intero popolo italiano subiscono? E’ fascismo far funzionare il paese come è
accaduto in Italia fino alla disgraziata guerra perduta, magari chiamandolo con
un altro nome per tenere contenti tutti, fascisti e antifascisti? Non so, me lo
chiedo; e aggiungo: me lo auspico.
Se non riusciamo a trovare la
quadra di questa disfatta nazionale, va finire che sarà l’Europa a costringerci
a trovarla. E già non so come abbia fatto finora a non mandarci via, a calci in
culo.
domenica 30 novembre 2014
Grillo che molla è la fine di un'idea della politica
Ha usato un diminutivo inusuale
Grillo per dire che forse si è rotto le scatole; avrebbe potuto dire, suo solito, un’altra cosa. Ha detto:
“sono stanchino”, lascio ad un Direttorio la guida del movimento. Con un ultimo
gesto d’imperio l’autocrate ha nominato i cinque che lo compongono.
Gerolamo Savonarola, che aveva
creato un partito nella Firenze della seconda metà del ‘400, quello dei Piagnoni, a forza di invettive e anatemi
minacciosi perfino contro il Vicario di Cristo sulla Terra, finì per lasciare
sul rogo le sue velleità. Grillo, che ha creato un movimento, quello degli Arrabbiati, con le sue esibizioni
comiche e grottesche, non finirà sul rogo, finirà in pensione. Addio lo stesso sogni
di gloria e… puzza di bruciato!
Al di là delle parole usate e del
loro retropensiero, la sortita del fondatore di quello che è stato un
originalissimo movimento politico nella pur fertile terra degli esperimenti
politici, che è l’Italia, non si può non registrare una sorta di resa o
qualcosa che precede la resa. Dopo meno di due anni dall’exploit elettorale
(febbraio 2013), il Movimento è logoro, usurato, ridotto, incerto sia sul piano
tattico che strategico.
Un passo indietro. Quando
all’indomani del voto Bersani cercò invano di trovare un’intesa col Movimento
di Grillo fu chiaro a tutti che il segretario del Pd cercava l’impossibile. E
difatti fu spernacchiato in streaming,
come ben ricordiamo, dagli scostumati e irriverenti grillini, che solo per poco
non erano riusciti a fare il colpaccio di vincere le elezioni. Il Movimento risultò
il primo partito, ma gli altri due erano coalizioni (centrodestra e
centrosinistra).
A caldo il Movimento era euforico
per lo straordinario successo. Chi poteva convincere la Senatrice Roberta
Lombardi dall’astenersi dalla famosa battuta: «mi sembra di essere a Ballarò»? Era
troppo presto forse perché il Movimento si rendesse conto che conveniva usare
nei confronti del sistema politico italiano il bastone e la carota, non
bastando il bastone, per così dire allitterando. L’Italia non era e non è un
paese dove si possa veramente ipotizzare una rivoluzione in così breve tempo.
L’ascesa al potere, da solo, del Movimento era una velleità; e resta tuttora
una velleità.
Grillo ora sembra averlo capito.
Le tante espulsioni di grillini, consumate per presunti o veri atti di
insubordinazione, di dissenso politico o di atti non commendevoli all’etica del
Movimento, come il profittarsi dello stipendio di parlamentare, si capiscono
come vera e propria “fisiologica” erosione. Pretendere che le tre anime
aristoteliche si riducano ad una, con l’abolizione della sensitiva e della
vegetativa, è davvero troppo. I grillini intelligono, sentono, mangiano; come
tutti, del resto. Sono uomini e nulla di umano può essere loro estraneo
(Terenzio). Grillo lo ha capito tardi. Forse, stando alle illazioni e ai
sospetti, che ora gli piovono sul capo come randellate, lo sapeva da sempre, ma
era convinto che il possesso di più anime è privilegio di pochi.
Pur usando prudenza nel vendere
anzitempo la pelle dell’orso, voglio dire del Movimento, la scelta di Grillo ha
avuto un effetto disgregante. E’ tutto un fermento, perché sta venendo meno
quel principio che aveva caratterizzato il Movimento, secondo cui ognuno non
rappresentava che uno. Ora nella fattoria degli animali, in versione grillina,
cinque rappresentano tutti gli altri, cioè una parte rappresenta il tutto. Tutti
gli animali sono uguali, ma alcuni, secondo la formula orwelliana, sono più
uguali degli altri. Il Movimento si struttura in partito con una sua classe
dirigente. E’ un bene, è un male? E’ normale.
La trasformazione non finisce qui.
Ci sono processi nel corso dei quali ogni tappa produce la successiva. In
politica è inevitabile. Se non si porrà
su questa strada, il Movimento è destinato a scomparire. Vada che non è più
raggiungibile il potere da soli! Ma scomparire dalla scena francamente non è
accettabile. Si salva sempre il salvabile. Tanto più vale per il Movimento di
Grillo, che non nasce dalla tragedia, ma dalla commedia, all’italiana per
giunta.
Per il Movimento sono più che mai
importanti i prossimi mesi o forse le prossime settimane. Dove andranno a
finire i parlamentari grillini e come si schiereranno per l’importante
appuntamento dell’elezione del Presidente della Repubblica? E’ di tutta
evidenza che, a parte le scatole di Grillo, che si sarebbero rotte, la scelta
del Direttorio è un chiaro cambio di strategia. I grillini vogliono contare,
vogliono eleggere il Presidente, vogliono prendere il posto di Berlusconi in
un’ipotetica intesa col Pd. Poi, da cosa nasce cosa. E’ possibile che il
Movimento trovi la quadra per stabilire percorsi politici meno velleitari e si
accontenti di raggiungere traguardi più modesti e in compagnia.
Tutto questo, però, segna un
punto importante: il tentativo di raggiungere il potere ponendosi fuori dal
sistema è naufragato. L’idea della politica, secondo il verbo di
Grillo-Casaleggio e della democrazia della Rete, si è dissolta. Il resto è
un’altra storia.
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