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sabato 5 ottobre 2024

La Sinistra non sa che pesci pigliare

Le ultime «onde bige» della gran palude limacciosa in cui si trova ora la sinistra non fanno rimpiangere il campo largo, e questo francamente dimostra come l’euforia di trovarsi alla vigilia di una grosse koalition era più che altro per mascherare la delusione incombente. La sparpagliata è giunta in modi diversi. In Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, si sono ribellati alcuni e se ne sono usciti senza ipocrisie. Di stare a sinistra nel campo largo, fianco a fianco coi comunisti di Fratoianni, noi non vogliamo saperne. Hanno detto la Gelmini, la Carfagna, la Versace e Costa. Ma a fare più rumore è stata l’ira funesta di Giuseppe Conte, leader del Movimento pentastellato. Io con quello lì neppure morto, ha detto, riferendosi a Matteo Renzi. E dire che era quasi fatta! Ora sul campo largo restano i resti, mi scuso per l’allitterazione. Sembra che sia passato uno di quei nubifragi estivi che fanno volare tavolini e sedie dei caffè dehors. Poveracci! I giornalisti embedded della sinistra dei vari canali televisivi si arrabbattono come possono. Non sanno che dire. Girano e girano e non escono dalla stessa solfa, appigliandosi perfino all’ovvio della proibizione di una manifestazione pro Palestina, organizzata per il primo anniversario della strage del 7 ottobre. Che loro, ovviamente, negano: un caso! Solo un caso, dicono. In una democrazia sana, ma per la sinistra la nostra non lo è quando al governo c’è la destra, è normalissimo che in previsione di disordini gravi, il questore, che è il massimo responsabile operativo dell’ordine pubblico, la vieti. Alcuni, illuminati a intermittenza, riconoscono che la manifestazione comporta dei rischi, però… però… però… impedirla! Come se un questore possa mettersi a sfogliare la margherita: la proibisco o non la proibisco. Scrivo quando ancora mancano dieci ore alla manifestazione e dico, senza ombra di dubbio, che gli incidenti saranno gravi; che è, poi, alla fin fine, quello che vogliono a sinistra per accusare il governo di autoritarismo e di repressione. Sperano di poter ritrovare l’intesa larga perduta e continuare a illudersi un’altra volta. Chi manifesta per la Palestina è due volte malvagio. Una perché parteggia per un’azione terroristica che ha fatto 1.200 vittime e che ha dato inizio alla guerra; due, perché non vuole che esista lo stato ebraico, il cui valore è sotto gli occhi di tutti. Un piccolo Stato tiene fronte ad un’infinità di nemici, compreso il fu impero di Ciro e Dario. Ma, per tornare al dibattito interno, occorre rilevare che in questo momento in Italia non c’è che questo bi-coalizionismo. Altro non è possibile, fino a quando non si arriverà al premierato e ad una legge elettorale nuova, fatta ad hoc. Le coalizioni non possono durare a lungo perché è nella loro natura essere piene di contrapposizioni, a volte represse altre volte più resistenti e gravi. Tanto a destra quanto a sinistra. Esse trovano il collante non tanto sulle cose da fare quanto sulla lotta all’avversario. Tant’è vero che appena la morsa dell’opposizione si allenta emergono le contrapposizioni interne. Lo vediamo tutti giorni con le frizioni Tajani-Salvini e quelle più soft Salvini-Meloni. A sinistra, come è già stato detto, le posizioni sono ancora più accentuate per avere i protagonisti risentimenti personali. Ma fino a quando Conte resisterà sulle sue posizioni impedendo il formarsi di una coalizione competitiva, capace di battere le destre? La posizione di Conte, come tutte quelle dei cavalieri solitari, ha una punta di nobiltà, che però non serve alla causa comune. Prima o poi Conte dovrà scegliere se consumarsi come una candela, non potendo costituire alleanze né a destra né a sinistra, a destra perché non può, a sinistra perché non vuole, o trasformarsi in un candelotto di dinamite da esplodere insieme ad altri e sfondare la resistenza dei nemici. La beata solitudo dei pentastellati ha un precedente nel rifiuto che essi opposero nel 2013 al Pd di Bersani, per poi mettersi a disposizione di qualsiasi alleanza cinque anni dopo, nel 2018, passando da soli contro tutti a con chiunque pur di governare. Ricordiamo i governi di Conte: giallo-verde il primo, giallo-rosso il secondo. I due governi dello scasso al tesoro dello Stato, col reddito di cittadinanza prima e col bonus edilizio 110 per cento dopo. Le difficoltà e le contraddizioni della sinistra sono già nell’elezione di Schlein a segretaria di un Pd indefinito, quello del voto allargato a chicchessia. Il voto del Pd definito aveva eletto Boccaccini. Il partito della Schlein, quello ipotizzato, ancora non esiste. E si vede che non esiste!

sabato 31 marzo 2018

5 stelle. fatti per volare non per camminare




Qualche settimana prima delle elezioni del 4 marzo non c’era benpensante del nostro gotha intellettual-politico disposto a dare un minimo di credito a Luigi Di Maio. Perfino Eugenio Scalfari disse in una puntata di Floris che gli avrebbe preferito Berlusconi. Oggi tutti corrono in “soccorso” di Di Maio. Due pezzi da novanta della politologia di sinistra, ospiti della Gruber su “La 7”, Cacciari e Pasquino, smaniano dal vedere il Pd mettersi d’accordo coi Cinquestelle. Non lo fanno per amore nei confronti dei Cinquestelle ma per odio alla destra.
I politologi hanno uno strano privilegio, quello di non dover mai rispondere delle loro geniali intuizioni, che a volte si risolvono in colossali minchiate. Gli crescesse almeno il naso come a Pinocchio per le bugie o le orecchie d’asino come al re Mida! Al contrario dei politici, i quali se sbagliano pagano di persona.
La situazione postelettorale è oggettivamente difficile. I Cinquestelle, che hanno vinto le elezioni ben oltre il dato quantitativo dei voti, perché interpretano un’aspirazione, si trovano in un momento cruciale della loro brevissima storia. Avendo predicato al mondo di essere i soli puri e bravi del panorama politico italiano e che loro non si sarebbero mai messi con gli altri, in quanto, questi, responsabili del disastro nazionale, oggi, non avendo i numeri per governare da soli, sono obbligati a “sporcarsi” con gli altri; in alternativa tornare al voto, magari con una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza.
Obiezioni. Prima, come prenderebbe l’elettorato la loro incapacità politica di risolvere una situazione financo da una posizione di forza? Seconda, veramente i Cinquestelle vogliono governare da soli? E se dovessero fallire, non potendo soddisfare le attese dell’elettorato per ragioni anche importanti e oggettive? Non sarebbe forse il caso di avere un alleato sul quale scaricare i temuti fallimenti? I Cinquestelle si travagliano con questi interrogativi.
Mettiamo che decidano di “sporcarsi”. Con chi? Coi meno sporchi verrebbe di dire. Allora, niente Forza Italia e Berlusconi, neppure da incontrare per una stretta di mano. Sì alla Lega di Salvini, che però, in quanto tale, ossia fuori dall’alleanza di centrodestra, sarebbe indebolita e costretta a subire le scelte dell’alleato più forte. Sarebbe disposta? È improbabile.
L’ipotesi di un accordo dei Cinquestelle col Pd, ritenuto ormai sulla china della sparizione, non è voluto da una larga parte di questo partito. E si capisce perché. Sarebbe una resa incondizionata; una punizione troppo forte per chi pure se la fosse meritata. Lo stesso Renzi dovrebbe rinunciare a qualsiasi ipotesi di ritorno a Palazzo Chigi. E poi, con quali prospettive per i Cinquestelle e con quali per il Pd? No, è un progetto, questo, che non trova fattibilità. Un partito che ha ancora il 18 % dei voti ha ancora il dovere quanto meno della dignità.
Viene di considerare quanto si è sempre detto sul Movimento di Grillo, per quanto oggi cerchi disperatamente di trasformarsi in un partito normale. Disperatamente perché il suo elettorato non è d’accordo. Lo ha dimostrato coi mugugni e con le critiche per quanto accaduto con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Niente accordi con Berlusconi, ma intanto hanno votato per eleggere alla seconda carica dello Stato una, l’Alberti Casellati, che è considerata una sua pasdaran, da lui imposta.
I nodi stanno venendo al pettine. Si è sempre detto ed oggi trova conferma che il Movimento 5 Stelle difficilmente può governare perché le stesse ragioni per le quali ha vinto gli impediscono di farlo. Ricorda l’Albatros ferito di Baudelaire, meraviglioso in cielo mentre vola per conto suo, come natura gli consente, ridicolo e impacciato sulla tolda della nave dove quelle stesse imponenti ali ora gli impediscono perfino di camminare.
Di qui la ragione principale di chi spinge il Pd ad appoggiare dall’esterno un monocolore Cinquestelle: è l’assoluta necessità di vedere di che sono capaci questi “marziani”. Il Pd dovrebbe, a questo punto, sacrificarsi e consentire ai Cinquestelle o di dimostrare che sanno fare le cose che gli altri non sono riusciti a fare o bruciarsi fallendo. Molti pensano – se addirittura non sperano – la seconda.

domenica 4 ottobre 2015

Renzi, le bugie e l'alternativa che non c'è


Si corre verso il compimento del secondo anno del governo Renzi mentre si allontanano sempre più ipotesi di alternative. Non ce ne sono all’esterno della maggioranza. Non ce ne sono all’interno. Renzi perciò è destinato ad apparire, suo malgrado, come il capo di una dittatura, morbida come un peluche; un peluche, però, che morde e graffia. Tale è infatti quel governo che, creatosi quasi per spontanea situazione – verrebbe di dire per opera e virtù dello spirito santo – è senza alternative e perciò non è sollecitato o contrastato da una vera opposizione. E’ dall’autunno del 2011 che in Italia si governa per “improrogabile necessità”, sotto la minaccia di nemici invisibili, con esecutivi nati sotto il cavolo della provvidenza.
E’ un dato di fatto di fronte al quale c’è poco da obiettare. Se sia un bene o se sia un male è un altro discorso. I devoti della democrazia e del liberalismo più onesti bofonchiano, allargano le braccia, a corto come sono di argomentazioni. Come a dire: aspettiamo tempi migliori o…peggiori. I più disonesti non si differenziano minimamente dai soliti arroganti e prepotenti e avvertono: non vi rendete conto ancora di chi ha vinto. Così si è espresso Michele Anzaldi, il renziano membro di commissione di vigilanza Rai contro i responsabili di RaiTre.   
Fatta questa premessa, pare esagerato che il governo ricorra a tante sistematiche bugie per giustificare i suoi provvedimenti necessari ma sgraditi. Potrebbe dire, chiaro e tondo, signori siamo dei ricchi impoveriti ovvero dei morti di fame o, come diciamo noi pugliesi, son finite le fave di Barletta, perciò facciamocene una ragione. Nessun avversario potrebbe avvantaggiarsi di tanta sincerità. Invece assistiamo alle bugie tese a far passare dei tagli, brutali e regressivi del benessere raggiunto dal nostro stato sociale, come lotta agli sprechi, come amministrazione virtuosa; ad accettare la fame come scelta di dieta salutare. Cose che ricordano i mussoliniani “fagioli carne dei poveri”, dopo le sanzioni economiche.
Di sprechi parlano quando dicono ai medici: guai a voi se prescrivete analisi e accertamenti diagnostici non giustificati dall’esito sospettato; pagherete di tasca vostra. Ma come? Un medico deve pure sperare che l’esame clinico prescritto ad un paziente per sospetta malattia dia l’esito temuto altrimenti deve risponderne di persona? Ma si deve proprio essere scemi per ipotizzare simili scenari da film comici in un settore della società tra i più delicati e drammatici! 
Di sprechi parlano quando chiudono tanti tribunali. Sprechi, ma di che parlano, se praticamente non ci sono gli spazi fisici nei pochi tribunali rimasti per l’esercizio della giustizia? Qui è da ottusi non capire che non si può mettere in un solo contenitore una quantità di cose assai maggiore di quante ne possa contenere; anche a non voler tenere conto di ogni altro aspetto.  
Di sprechi parlano quando sopprimono tratte ferroviarie e non fanno arrivare i treni fino a raggiungere la città capoluogo di provincia, come nel caso dell’alta velocità istituita fino a Bari e non oltre, come se dopo ci fosse il nulla. Lo stato sociale è quello che garantisce a tutti i suoi cittadini gli stessi diritti, lo stesso grado di benessere, prendendo a chi ha di più e dando a chi ha di meno. Come si può escludere da un beneficio o dallo sviluppo del Paese l’intero Salento, olim Terra d’Otranto?
Di sprechi parlano quando sopprimono le provincie e con esse tutti i servizi annessi, compresi biblioteche e musei. Le provincie erano uno spreco? Francamente nessuno se n’era accorto, mentre tutti ci siamo accorti dei miliardi e miliardi sottratti allo Stato e dunque al Paese da politici corrotti,  burocrati rapaci, imprenditori scorretti, professionisti imbroglioni, artigiani e commercianti evasori fiscali e cittadini disonesti e falsi invalidi.
Di sprechi parlano quando riducono a giorni alterni la distribuzione della corrispondenza cartacea, facendo passare i postini un giorno sì e uno no, una settimana i giorni pari e quella successiva i giorni dispari.
Sentiamo sulla nostra pelle che non si tratta di sprechi, ma di riduzione di diritti e di benefici che sembravano irreversibili. Sanità, giustizia, cultura, trasporto, comunicazione sono i settori più bersagliati da un governo che vuole far passare una pesante condanna per una libera ed oculata scelta.
La propaganda, che evidentemente deve essere un vizio compulsivo dei politici se non riescono a farne a meno, bombarda il paese di immagini rassicuranti, di successi inesistenti, d’immaginate riprese, di ostacoli superati, di fulgide prospettive, d’improbabile leadership dell’Italia in Europa, di…magnifiche sorti e progressive. Non è berlusconismo quello di Renzi, ma bisogna convenire che ne è una parodia. Tra una trovata propagandistica e l’altra, eccoti la solita patacca del ponte sullo Stretto di Messina, che sembra funzionare sempre.
Ma sarebbe ingeneroso non considerare l’unica prospettiva rappresentata dal Movimento 5 Stelle. Senonché questa speranzella tradisce un limite che è nel suo porsi come assoluta discontinuità con le precedenti amministrazioni e non sembra tener conto che le difficoltà del nostro Paese vanno ben oltre le solite condanne del ceto politico. Esso non è un organo malato in un organismo sano, qualcosa che si può trapiantare come il fegato o un rene in un soggetto che gode per altri aspetti di ottima salute. Magari fosse così! In questo proiettarsi come la soluzione di tutti i mali italici il Movimento di Grillo dimostra di non sapere o fa finta di non sapere che in Italia ci sono stati ben altri e ben più credibili movimenti politici finiti nel fallimento e nel disonore. Mi riferisco a quello socialista, naufragato miseramente con Craxi; e nello stesso modo il Movimento sociale italiano, trascinato nel vortice da Forza Italia, anch’essa nata per restituire all’Italia salute e dignità dopo Tangentopoli. Tanto per restare agli esempi a noi più vicini. Il M5S avrebbe dovuto più modestamente e concretamente dare un contributo di qualità insieme con quanti si proponevano con gli stessi intenti. Le sparate di Grillo non hanno colpito i veri mistificatori e imbroglioni ma anzi li hanno favoriti, liberando il loro cammino. Renzi, il dittatore peluche, è al governo anche per colpa loro. 

domenica 30 agosto 2015

Renzi ovvero la dittatura alla vasellina


Da qualche tempo non si vede più in televisione la pubblicità della caramellina per l’alito fresco “Mentos cool”; quella che immediatamente faceva pensare a Matteo Renzi, una specie di moderno italico Fonzie. Eliminata perché satireggiava il capo del governo? Può essere, non perché si minacciavano o si temevano rappresaglie dell’Ovra o squadristiche, come ai tempi del fascismo, ma perché in Italia c’è una vocazione al leccaculismo. Mussolini fece un grande errore a istituire censure e organismi di controllo e di repressione: in Italia si acquietano e si accodano tutti con grande contentezza, fino a quando la situazione non muta. Non ricordo più dove lessi qualche anno fa che la mattina del 25 luglio del 1943 la popolazione italiana si ritrovò di novanta milioni di abitanti: quarantacinque di fascisti e quarantacinque di antifascisti. Per fortuna la clonazione durò poco, mentre i primi scomparivano come per magia.
Renzi non si discute. Nessuno lo discute. Qualche volta in televisione giornalisti fessi chiedono alla personalità di turno se ha votato per Renzi, dimentichi o ignari che Renzi non si è mai candidato se non a sindaco di Firenze. E quelli danno risposte evasive ma non contrarie. Recentemente Paolo Villaggio ha detto “non lo conosco”; ma il signor Fantozzi – si sa – assume sempre posizioni surreali. Chi te la fa fare a metterti non contro Renzi ma contro l’opinione pubblica ormai infatuata? Tutti teniamo famiglia, tutti dobbiamo lavorare e mangiare. 
Il secondo indizio di un avvicinamento a forme di spontanea dittatura è la politica dell’opposizione a Renzi. Ogni volta che il nuovo duce promuove una riforma, a cui dà titoli pubblicitari di scuola berlusconiana, la “buona scuola” suona come la “buona pasta”, le opposizioni, a partire da quella interna, minacciano sfracelli; poi tutto scorre liscio come l’eracliteo “panta rei” di scolastica memoria.
Ora, non capite, signori oppositori, che quando si è contro qualcosa in democrazia si può e si deve manifestare il dissenso ma non si deve minacciare nulla, specialmente quando poi non si riesce a far nulla? In casi simili la gente incomincia a innamorarsi del “malvagio” di turno, che nonostante i “buoni” oppositori, riesce a fare quello che gli passa per la mente. Magari solo per raggirare il paese, come nel caso di specie.
Il paese tace. I giudici tacciono. Non c’è caso discutibile che non venga risolto in favore del partito di maggioranza: a Napoli resta De Magistris, a Roma resta Marino, alla Regione Campania resta De Luca. Tutti signori che stanno col centrosinistra. Incomincia a prendere piede che non c’è nulla da fare; e ammettere: questi sanno fare l’opposizione quando sono all’opposizione; la maggioranza quando sono in maggioranza.
A Roma, col caso Casamonica, dopo tuoni e fulmini per tre-quattro giorni, tutto si è aggiustato. Ognuno è rimasto al suo posto. Il governo si è inventato il doppio sindaco Marino e Gabrielli, con Marino nelle vesti di Ratzinger o di Celestino V: commissariato o esautorato? Facciamo noi!
L’immigrazione, la vera tragedia di milioni di persone e di paesi dalla civiltà millenaria, che rischiano di snaturarsi nel volgere di qualche decennio, scivola come biglia su un piano inclinato. Vogliono far passare l’idea che non c’è niente da fare. Il fenomeno è biblico - dicono - è una specie di calamità naturale, contro cui nulla si può. Che ci siano paesi europei che costruiscono muri e minacciano l’intervento dell’esercito, a noi italiani papisti e renzisti non ce ne fotte una minchia: noi siamo tutti fratelli e dunque apriamo le porte a tutti. Fino all’altro giorno perfino i preti dicevano che in fondo si trattava di poche persone che scappavano dalla guerra, oggi dicono che è un fiume in piena e che addirittura non ha senso distinguere i profughi da quelli, che sono la stragrande maggioranza, che vengono in Europa per lavorare e stabilirsi.
Per carità, fare politica, amministrare un paese lasciando che tutto accada spontaneamente può essere una posizione rispettabile; ma questo in realtà non accade. Tutto quello che si verifica è perché ci sono scelte a monte, che magari si camuffano o si finge di non aver compiuto. L’immigrazione è oggi un fiume in piena. Ma perché? Perché abbiamo fatto capire fin dall'inizio che accettiamo tutti e addirittura abbiamo favorito il fenomeno. Oggi ci sono regioni africane e asiatiche che si svuotano come sacchi sull’Europa? Accade perché noi lo abbiamo voluto, potevamo impedirlo. I modi sarebbero potuti essere tanti. Invece abbiamo fatto l’esatto contrario di ciò che sarebbe convenuto fare.
E tu – potrebbe dire qualcuno – sei in grado di dire che cosa sarebbe stato giusto fare? Non io, loro stessi lo dicono, i signori governanti, nel momento in cui arrestano e processano gli scafisti, i noleggiatori di barconi che trasportano immigrati. Non è possibile in diritto penale considerare legittima un’azione (il trasporto di immigrati) e illegittimo chi la compie (gli scafisti). E’ un assurdo, che solo in politica trova una spiegazione.
Ma torniamo all’avviamento italiano verso una nuova dittatura. Al di là di ogni analisi dei soggetti politici, delle leggi elettorali e dei metodi di lotta politica esistenti, c’è una pericolosa tendenza a considerare normale ciò che solo qualche anno fa, fino alla crisi della partitocrazia, si valutava in tutta la sua negatività, in tutta la sua carica antidemocratica. Una dittatura imposta con la vasellina, che scivola dentro senza dolore e anzi con una sensazione di piacere. Se questa è una metafora!

domenica 16 agosto 2015

Immigrazione: verso il peggio a rimorchio della Chiesa


C’è del nervosismo nella Chiesa. Il Papa le spara sempre più grosse. Respingere i migranti è un atto di guerra. Da parte di chi e contro chi? Le guerre si fanno tra Stati, non tra masse informi e anonime di gente. Non sa quel che dice, parla come un veterocomunista che non ha mai visto mondo. Diventa minaccioso perfino quando prega la Madonna per accogliere i poveri e gli umili e sbaragliare i ricchi e i superbi (Angelus del 15 agosto).
Ben strano il suo guevarismo. Il testo della sua enciclica “Laudato si’…” è in testa alle classifiche dei libri più venduti; i suoi gadget vengono pubblicizzati perfino dalla televisione; in ogni edicola è pieno di pubblicazioni delle sue case editrici. E’ un business formidabile. Questo papa è una macchina di soldi, ben più dei suoi predecessori. Spara a zero contro i soldi e intanto ne produce in quantità industriali, da autentico capitalista. 
Il suo verbo, plebeo e risentito, sta creando nella Chiesa non pochi malumori, soffocati ma non eliminati. Quando Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, se ne esce con certi improperi e ingiurie contro dei politici, che fino a prova contraria rappresentano le istituzioni dello Stato, delle due l’una: o vuol lanciare un messaggio al Papa di smetterla e di lasciare agli “inferiori” di accapigliarsi coi politici o ha perso la testa nella confusione generale che regna nella Chiesa italiana da quando è giunto questo papa dai confini del mondo.
La Chiesa deve fare la Chiesa. E’ tanto difficile capire che lo Stato deve fare lo Stato? E che quel che deve fare lo Stato non è esattamente quello che vuole fare la Chiesa? Non è difficile capirlo. Ma la Chiesa ha dei flussi di memoria, che le creano illusioni di cesaropapismo; diventa arrogante e minacciosa; soprattutto ricattatoria. Sa che i politici italiani pendono da sempre dalle sue labbra. Sa che la politica italiana è in crisi, che non ha un solo suo rappresentante autorevole e credibile. Ne approfitta per ricattare l’azione del governo, del parlamento, delle istituzioni. Cerca di sfruttare il momento suo buono; dopo, chissà che cosa può accadere. Perfino Salvini che aveva ragione di rispondere al papa per come avrebbe meritato si è astenuto per non sentirsi a quell’altezza – così ha detto – e a Galantino ha risposto in modo morbido, da mezzo chierichetto.
Si può essere favorevoli o contrari alla politica del governo italiano verso l’immigrazione. Non è questo il punto. Nessuno può essere favorevole senza condizioni, a parte il Papa, che parla senza cognizione temporale. Ma è un fatto che né la maggioranza di governo né l’opposizione elaborano uno straccio di rimedio a quella che è un’autentica invasione, i cui effetti devastanti si vedranno di qui a qualche tempo.
Certo, non è solo una questione italiana. Ben lo vediamo. E’ una questione europea e mondiale, di non facile soluzione. In altri tempi si sarebbe già tentato di risolverla con la forza, non respingendo i barconi dei migranti, ma creando nelle loro terre le condizioni perché questi potessero vivere in pace e nel progresso, mettendo fine alle lotte tribali, alle dittature e dando concreti aiuti di ogni genere a quelle popolazioni. Ma  dopo settant’anni di pace e di rifiuto della guerra non è opzione neppure da considerare alla lontana. Vediamo che perfino a quattro passi da noi le soldataglie dell’Isis, in Libia, spadroneggiano, uccidono, distruggono sotto gli occhi della comunità internazionale. Le ambasciate chiudono. Gli Europei scappano con la coda tra le gambe, come cani bastonati.
La grande illusione delle democrazie occidentali è che la guerra per non volerla è sufficiente conoscerla. Invece la guerra, che lo si voglia o meno ammettere, è un’opzione da tenere sempre pronta. Si tratta casomai di gestirla nella maniera più opportuna.
Ci chiediamo fino a che punto dovranno arrivare i signori della guerra per provocare la giusta reazione dell’Occidente. Dobbiamo aspettare attentati sulla Cupola di San Pietro, alla Porta di Brandeburgo, a Westminster, alla Torre Eiffel? Dobbiamo aspettare stragi su stragi nel cuore delle nostre città, delle nostre stazioni, delle nostre metropolitane, dei nostri musei, delle nostre chiese? Dobbiamo aspettare che si arrivi a tanto?
La Chiesa non può predicare guerre, ma non può favorire le politiche di chi le guerre le fa in maniera ricattatoria e con prospettive di conquista di civiltà. C’è da rimanere trasecolati dalla noncuranza della Chiesa cattolica all’invasione islamica dell’Italia e dell’Europa. Di qui a non molto i cattolici finiranno per sentirsi discriminati in casa loro. E se una prospettiva del genere la si vuole considerare benzina sul fuoco della propaganda di destra, allora terra-terra ci chiediamo: che fanno qui tante moschee, parafrasando il manzoniano dell’Adelchi “che fan qui tante pellegrine spade?”.

A noi laici la questione della fede può interessare poco o punto; ma purtroppo non è solo questione di fede. Qui ci stanno cambiando tutto, ci stanno facendo diventare altro, non per buoni motivi, non per farci crescere, non per prospettive di miglioramento; ma per pusillanimità, per viltà, per quel poltronismo borghese che tanti guasti ha provocato nel passato all’Europa quando non affrontava i problemi con tempestività e determinazione e lasciava che diventassero enormi e catastrofici, come le due guerre mondiali hanno dimostrato. Ci avviamo al peggio!    

domenica 2 agosto 2015

Renzi mentos cool


Da qualche giorno la Rai manda in onda la pubblicità di “Mentos Cool”, la marca di una caramella per l’alito fresco. Un ragazzino, dal volto buono, assume una caramellina “Mentos Cool” e si trasforma subito in una specie di superman, che sa fare tutto, acrobazie in bicicletta, suonare il sax, spezzare dei mattoni con un colpo di karatè e cadere in una piscina dall’alto di un trampolino impattando un materassino gonfiato, che sta lì quasi ad attenderlo; il tutto nel tripudio di donnette che lo applaudono estasiate. Un guappetto, intorno al quale tutto sembra esistere e ruotare funzionalmente per servirlo.
Non ci vuole molto per associare il ragazzino-guappetto di Mentos Cool a Matteo Renzi e il pubblico che lo segue ammirato al suo governo. Uno spot un po’ maschilista, a dire il vero, con tutte quelle stupide di donne che sembrano svenire ammirandolo. Una macchietta formidabile. Irrita un po’ meno dell’originale a cui si è ispirato l’autore (o l’autrice?), ma non si può pretendere tutto.
Come e perfino peggio che nella dittatura fascista, l’unica opposizione al regime democratico viene dalla satira e dalla pubblicità in forma di satira: ieri Petrolini, oggi gli imitatori e gli autori di spot televisivi.
Qualche tempo fa Sabino Cassese, ex giudice costituzionale, sul “Corriere della Sera” paragonò Renzi al comico Jacques Tati. A me, francamente, ricorda, per come lo fa Maurizio Crozza, Jerry Lewis de “Il nipote picchiatello” nel film con Dean Martin.
Insomma, facciamola corta. Solo un paese come il nostro, aperto a tutto e a tutti, avrebbe consentito e mantenuto al governo uno come Renzi. Un capo del governo che in Italia fa ridere, qualche volta irrita; quando s’affaccia in Europa non lo caca nessuno. Perché in Europa ti considerano e per il paese che rappresenti e per la personalità politica e culturale che sei. Monti e Prodi, ma perfino Enrico Letta, erano personalità molto più serie ed autorevoli.
Va bene – si potrebbe obiettare – in un paese come ormai è ridotta l’Italia pure un cachiello come Renzi è passabile. Un paese, il nostro, dove stiamo ormai per essere lessati senza neppure accorgercene; ci passa sopra tutto. Un paese dove un Denis Verdini si stacca da Berlusconi e fonda una specie di formazione politica, Ala, col chiaro compito di appoggiare il governo Renzi. Il quale continua a proporre minchiate più e peggio di Berlusconi. E i frutti dell’ennesima acrobazia trasformistica non si fanno attendere: il Sen. Azzzollini del Ncd viene “graziato” dall’aula di Palazzo Madama dopo che la Commissione Parlamentare per le Autorizzazioni a Procedere lo aveva condannato all’arresto su richiesta dei pubblici ministeri.   
A Roma c’è un sindaco, Ignazio Marino, che nessuno vuole; e mentre si avvicina l’importante scadenza del Giubileo, nulla è stato ancora fatto. In Sicilia il governatore regionale, Rosario Crocetta, si comporta in modo tale da ipotizzare provvedimenti clinici prima ancora che politici. A Fiumicino un incendio doloso manda in tilt il più importante aeroporto d’Italia e si scatena il disordine generale. A Roma le vetture delle metropolitane non hanno l’aria condizionata; molte sono fuori uso e la gente deve spintonarsi e aggredirsi per rimediare un posto, mentre per il caldo si lasciano aperte le porte dei vagoni. Per le strade di Roma cumuli di immondizie si lasciano fotografare come nuovi souvenir. Qualche settimana fa non funzionò, sempre a Roma l’ascensore della metropolitana e morì un bambino. A Pompei sciopera il personale degli scavi con centinaia e migliaia di turisti impediti dal visitarli.
Cazzullo, a cui affiderei la revisione in senso moderno del libro “Cuore”, in un fondo sul “Corriere della Sera” – ma ha ancora un direttore? – piativa comprensione: in fondo l’Italia non è poi quello che gli Americani e i Francesi dicono sui loro giornali; un paese che noi non avremmo difficoltà a definire di merda. Ma è mai andato Cazzullo in Svizzera, in Austria, in Germania, in Francia, in un paese dell’Europa vera per vedere come vivono gli abitanti di quei paesi? Di che…cazzullo parla? In un paese serio e moderno ogni cittadino è il poliziotto di se stesso e ogni poliziotto è il cittadino di se stesso. Questa è la grande differenza tra noi, abituati a sorbirci tutto, e gli Europei centro-settentrionali. Non è questione di episodi, è questione di mentalità, di cultura, di costume, di abitudini; posso dire di razza? Lo dico!       
Sappiamo tutti che cosa fece l’Italia di Prodi per aggiustare le cose e consentire all’Italia di entrare in Europa con le cose apposto, coi conti in ordine. E tutti contribuimmo perfino con una tassa, che poi ci fu in parte restituita. Sappiamo tutti che cosa ci impone l’Europa con le sue normative, perfino sulla misura delle vongole, e ci costringe a pensarla su molte cose come la pensano a Bruxelles o a Copenhagen. Ma  come si fa ad essere Europei con tante associazioni criminali che imperano sul territorio, ormai nazionale; come si fa ad essere Europei con una mentalità cialtrona, i cui effetti si vedono ogni giorno e in tutti i settori della vita locale e nazionale.

L’Europa ti minaccia di espellerti dalla Comunità per debiti, ma non fa nulla, a parte qualche minaccia e qualche condanna, per patenti violazioni nel costume di vita politica e sociale. E lascia che il “giardino d’Europa”, così lo chiamavano Dante e Petrarca, stia in mano ad un giardiniere che non capisce nulla se non quello di pavoneggiarsi, di minacciare gratuitamente, e di porsi come modello per la satira e il cazzeggio.   

domenica 7 giugno 2015

Renzi alla prova della legalità


Ci sono tre importanti opportunità per la politica di dimostrare che si vuole veramente cambiare per quanto riguarda il rispetto della legalità, che le parole spese in campagna elettorale non sono le solite chiacchiere, tante volte propinate ai cittadini.
La prima è la questione De Luca, neo governatore della Regione Campania, che, in base alla legge Severino, deve essere sospeso. La seconda è il rispetto della sentenza della Corte Costituzionale sul rimborso ai pensionati per il blocco della indicizzazione voluto dal governo Monti. La terza è la gravissima questione di “Mafia capitale”, che sta rivelando un marcio ben oltre quello che in un primo momento si pensava che fosse.
Nel primo caso non ci sarebbe nulla da obiettare. C’è la legge, deve essere applicata. Ha detto di recente Massimo Cacciari: “Allo stato la legge è chiara: non capisco come possano sfangarsela con l’elezione di De Luca o presentando persone che sono chiaramente incompatibili con le norme approvate. Se la Severino è sbagliata, Renzi la cambi; ma finché è in vigore, siamo in una situazione di illegittimità”. (“Corriere del Mezzogiorno”, 5 giugno).
La cambia, professore? Così, di punto in bianco, siccome a subirne le conseguenze è il suo partito? Eh, no. In ragione della legge Severino, Berlusconi perdette il seggio al Senato; e non fu certo solo questo il danno, ma anche e soprattutto l’umiliazione subita da un personaggio così importante da lambire le istituzioni che aveva rappresentato. Berlusconi fu fatto fuori con estrema disinvoltura da quattro (il riferimento è alla Commissione che ne decretò la cacciata) parlamentari che se pure moltiplicati per se stessi non raggiungono una unità considerevole del livello dell’ex Cavaliere. Perciò, De Luca deve essere sospeso o, in caso contrario, non è la legge Severino che impera in Italia ma la legge Pulcinella. Solo la sua applicazione sistematica può nobilitare la grande cacciata dal Senato di un più volte Presidente del Consiglio. Va dato atto che Renzi ha dichiarato che non ci sarà nessun aggiustamento della legge in favore di De Luca. “Noi – ha detto – non facciamo leggi ad personam”. Ma non si può tacere sul comportamento truffaldino del Pd, di cui Renzi è segretario nazionale. Il Pd ha fortemente voluto De Luca a candidato, pur sapendo che per la legge Severino non poteva fare il governatore, per poter vincere le elezioni, strappare un’altra regione al centrodestra. E De Luca ha vinto, sia pure di poco e soprattutto coi voti di transfughi di destra. Una storiaccia, che nessuna sospensione di De Luca può cancellare. Una storiaccia scritta anche da Renzi.
Nel secondo caso, la questione è ancor più dirimente: lo Stato deve applicare le sue leggi anche quando gli costano dei soldi importanti. E’ inutile entrare nel merito della sentenza della Corte Costituzionale, appigliarsi al danno finanziario derivante dall’applicazione di quella sentenza, recriminare per una sentenza diversa che non c’è stata. Cosa fatta – diceva Malaparte – capo ha. Anche qui se il governo pensa di uscirsene con il “bonus” del primo di agosto e solo per alcune fasce di pensionati, come Renzi ha fatto sapere, dimostra di essere il primo a non avere rispetto delle leggi.
Quanto al terzo caso, quello di “Mafia capitale”, la via d’uscita è obbligata: il sindaco di Roma Marino deve dimettersi, per poter azzerare tutto e iniziare un percorso nuovo, sperando che gli addentellati emersi con la Regione, governata dal dem Zingaretti, e con lo stesso governo per via del sottosegretario Ncd Castiglione, siano poco rilevanti. La tesi secondo cui tutto il marcio è incominciato col Sindaco Alemanno e che col Sindaco Marino è iniziata l’operazione bonifica è smentita dai nomi dei coinvolti e dalle date che rimandano a precedenti amministrazioni, tra cui quella di Walter Veltroni. Ma c’è una ragione che dovrebbe convincere tutti a che Marino lasci ed è quella paventata dal Prefetto di Roma Gabrielli, il quale potrebbe sciogliere il Consiglio Comunale romano per mafia. E questo sarebbe veramente il massimo dello scorno nazionale.  
E’ soprattutto sul fronte della legalità che il sistema Italia rischia di precipitare. Ormai è acclarato che la corruzione è diffusa a tutti i livelli, che non c’è luogo della pubblica amministrazioni dove non si lucri. E’ un dato di fatto che la politica non ha gli anticorpi per uscire da questa sua caduta verticale.
Sbaglieremmo se dicessimo, però, che tutti i politici e a tutti i livelli sono corrotti. E’ sui pochi o molti politici onesti e determinati che il Paese conta di superare la difficile congiuntura morale. Il rispetto della legalità è prioritario al punto che concedersi anche la più innocente e insignificante delle flessioni può mettere in dubbio la limpidezza dei propositi.
Ecco perché la difesa della giunta Marino a Roma da parte del Pd è assolutamente inopportuna e nociva. Qui non si tratta di procedere al rispetto della legalità senza venir meno agli interessi di parte, ma al contrario è necessario dimostrare di anteporre agli interessi di parte il trionfo della legalità, senza sotterfugi e calcoli.
Renzi, dopo il voto alle Regionali, al di là dei suoi consueti toni trionfalistici e della riduzione del risultato politico alla stregua di una partita di calcio, ha subito una battuta d’arresto, che non è sfuggita all’inglese “The Economist”, che ha commentato: Renzi “ha perso smalto” e non può davvero fare in Italia quello che la Thatcher fece ai suoi dì in Inghilterra.

La prova della legalità perciò è fondamentale non solo per Renzi ma per tutta la politica italiana se si vuole riportare nel Paese quell’entusiasmo partecipativo della Prima Repubblica, se si vuole far recuperare agli italiani la fiducia nelle istituzioni.          

domenica 24 maggio 2015

Renzi vuol farsi il bello sulla pelle degli altri


Il rimborso delle pensioni è un affare politico e non economico. Cerco di spiegarlo. I membri della Corte costituzionale con la sentenza n. 70 del 30 aprile 2015 sul rimborso dell’indicizzazione delle pensioni  bloccata dal governo Monti nel 2012 hanno detto chiaramente che quell’atto era illegittimo. Con ciò hanno dimostrato di non essere dei cortigiani della politica, come pure c’è chi in questi tristi anni li ha sospettati, ma dei giudici indipendenti, a prescindere da quanti di essi hanno votato in un senso o nell’altro.
Quella sentenza ha avuto l’effetto di una tracheotomia in un paziente che stava per soffocare, non potendo respirare normalmente. I cittadini italiani, al di là di qualche centinaio o migliaio di euro che potranno riavere, hanno ottenuto di più, hanno recuperato la fiducia nelle istituzioni. Cazzo, se non è più importante di una manciata di euro!
A fronte di una simile sentenza, che costringe il governo – non parliamo di Stato, che è un’altra cosa – a restituire ai cittadini depredati quanto di loro spettanza, Renzi ha risposto da guappariello, quale non si stanca di dimostrare di essere.
Primo, ha fatto la solita polemica coi soliti nemici, quelli che la legge Fornero l’avevano pur votata, come se l’aver ragione in una polemica significa essere nella ragione reale. Secondo, ha preso i soldi del tesoretto, due miliardi circa, per dare il 1° agosto di quest’anno un bonus, una tantum, a quattro milioni di pensionati che percepiscono una pensione al disotto di circa millecinquecento euro lordi (tre volte la pensione minima), facendo sembrare un grazioso omaggio ciò che è invece solo la restituzione di una parte del “furto” o, se non vogliamo chiamarlo così, dell’indebita ritenuta perpetrata ai loro danni. Gli altri son figli di puttana, si dice al paese mio.
Si eccepisce: ma se il governo dovesse restituire tutti i diciotto miliardi di euro, l’Italia andrebbe oltre il rapporto deficit/pil con conseguenze disastrose. L’Europa non lo permetterebbe. A parte la questione Europa, che ha già tolto agli Stati membri parte di sovranità, senza neppure un buongiorno o una buona sera, ed ora sta erodendo alla chetichella parte anche di giustizia, non è esattamente così. Renzi potrebbe benissimo tagliare qualche spesa, magari tra quelle che lo rendono popolare; potrebbe aumentare le tasse e restituire i soldi ai legittimi creditori.  I quali non sono cittadini di serie B solo perché hanno una certa età e sono pensionati rispetto ai più giovani e ai non pensionati, e non sono neppure cadaveri in attesa di sepoltura; ma è gente viva e vegeta che di andarsene all’altro mondo non ci pensa minimamente, capaci anch’essi di “trattar il ferro e dar la morte, / e a dritta e a manca …girar lo scudo / e infaticat[i] sostener l’attacco, / e a pié fermo danzar nel sanguinoso / ballo di Marte”. Grande Omero!
Ma se Renzi ciò facesse, ossia restituisse tutti i soldi – e qui la questione diventa politica – non potrebbe vantarsi di aver fatto questo e quest’altro, di non aver aumentato le tasse e via propagandando. In altri termini Renzi vuole costruire e rafforzare consenso coi diritti degli altri, coi soldi degli altri, passando sul cadavere dello Stato di diritto.
Sulla questione di chi la famigerata legge Fornero sulle pensioni la votò c’è da fare qualche considerazione. In quel momento si aveva a livello politico la percezione che fosse necessaria per evitare il disastro economico del Paese. Ricordiamo la metafora montiana dell’Italia sull’orlo del  baratro salvata un attimo prima che cadesse?
Sarebbe stato più ragionevole che il governo dicesse fin d’allora: signori, il Paese ha bisogno dei vostri soldi, ora li prendiamo e poi ve li restituiamo in un momento più felice. Invece, no. Presi d’autorità, come bottino rimediato da banditi che entrano in un negozio, vanno alla cassa, si prendono i soldi e via. Si può vivere così in uno Stato di diritto?
E il Presidente Napolitano? Perché non bloccò il provvedimento che la Corte costituzionale ha poi sentenziato essere illegittimo? Risposta muta perché scontata e perciò superflua: perché da almeno quattro anni in Europa c’è una lobbie politica che fa e disfa come vuole. Una lobbie che aveva in Napolitano la referenza italiana. Fu lei che buttò giù il governo Berlusconi nel novembre del 2011, che rielesse Napolitano nel 2013, che chiamò al governo prima Letta (Enrico) nel 2013 e poi Renzi nel 2014. Ovvio, che le cose potrebbero non essere andate esattamente così, non è la sceneggiatura di un film, questa, è un ragionamento politico; i dettagli contano poco.
Tra gli episodi poc’anzi citati non figura la trombatura di Romano Prodi al Quirinale quando ormai la sua elezione sembrava cosa fatta. Ebbene, lo sanno tutti che Prodi era inviso alla lobbie cui si è accennato prima. E lo era perché da qualche tempo aveva espresso giudizi critici nei confronti della politica europea, fra cui la guerra alla Libia. La sua elezione avrebbe rappresentato uno strappo con l’Europa. Basta leggere il suo libro “Missione incompiuta”, di recente pubblicazione, per convincersene.

Per tornare a Bomba, come si dice, se il governo non restituisce ai pensionati il maltolto o il provvisoriamente bentolto si infligge un vulnus alla credibilità dello Stato – qui è proprio il caso di parlare di Stato e non più di governo – perché c’è di mezzo un’importantissima istituzione, la Corte costituzionale, che è garanzia di giustizia. Al momento potrebbe non accadere niente, ma chi ha dimestichezza con la storia sa che certe ferite non si rimarginano mai completamente e possono costituire un colpo piuttosto grave al progressivo processo di indebolimento generale del sistema.

domenica 1 febbraio 2015

Renzi ha stravinto con una mattarellata


Sergio Mattarella è il dodicesimo presidente della repubblica italiana. Alla vigilia dell’elezione ha detto: «sarei onorato dell’elezione, ma non ho fatto nulla per meritarmela».
Basterebbero queste sue parole per meritarsi la simpatia e l’apprezzamento di tutto il popolo italiano, che si riconosca o meno nei suoi rappresentanti che materialmente lo hanno eletto. Dunque non sulla sua elezione si vuole qui eccepire, ma su ciò che l’ha preceduta, su chi l’ha voluta e imposta, sulle conseguenze che inevitabilmente ci saranno.
In verità non è successo nulla che non fosse nell’ordine delle cose, poste già su un piano inclinato. Solo uno come Berlusconi, ormai incapace di valutare le situazioni fuori dai suoi più immediati interessi, poteva non prevedere; poteva illudersi che ad un certo punto il piano si riequilibrasse.
E’ bensì vero che tante cose in Italia non si potrebbero spiegare se non in un contesto di assurdità politica. Renzi, un uomo che non è neppure parlamentare e che è presidente del consiglio solo perché segretario di un partito, il Pd, che ha raccolto il 25,42% dei votanti alle elezioni del 2013, qualcosa in meno del Movimento 5 Stelle (25,55%), ha imposto il nome di Sergio Mattarella, annunciando che non avrebbe accettato veti da nessuno, sicuro che avrebbe avuto il consenso di tutta la compagnia di sinistra, sufficiente per eleggerlo al quarto scrutinio.
Così è stato. Il nome che Renzi avrebbe dovuto  concordare coi suoi “alleati” del centrodestra (Ncd) nel governo e per le riforme (Fi) non è stato neppure sussurrato. Il bidone è stato colossale. Il centrodestra è stato escluso in maniera netta. Mattarella è stato votato, a parte qualche voto in libera uscita, dalle forze politiche di centrosinistra e col torcicollo dai grandi elettori del Nuovo centro destra, convertiti all’ultimo minuto per mera opportunità istituzionale. Non lo hanno votato Fi (scheda bianca), il M5S (Imposimato), Fratelli d’Italia e Lega Nord (Feltri).
A parte la scontata e banale affermazione del “presidente di tutti gli italiani” è vero che non tutti gli italiani lo hanno scelto per presidente.
Una furbata, quella di Matteo Renzi, che nell’immediato paga; ma dopo, chissà. In genere certe cose piacciono solo al maligno. I tentativi di rimediare perfino in itinere, sia con Alfano che con Berlusconi, dimostrano che la coscienza Renzi non se la sente pulita, che la paura di quanto potrà accadere al suo governo, alle sue riforme, di qui a non molto l’avverte. I suoi fedelissimi cercano di sfumare, i suoi avversari di partito gongolano per il successo conseguito, i suoi “alleati” fanno buon viso a cattivo gioco, si attaccano alle ragnatele del “metodo” e meditano vendette.
Tutti nel Pd, renziani e non, pensavano e dicevano che presidente della repubblica doveva essere uno qualsiasi, purché non fosse quello del patto del Nazareno. Mattarella, simbolicamente ha sintetizzato “quell’uno qualsiasi” materializzandolo. Così è stato, anche se gli sforzi per trasformarlo nell’unico ideale, nel migliore possibile, sono stati fatti. La Rosy Bindi, la più bella che intelligente, secondo l’indecente battuta di Berlusconi, ha abbracciato l’inviso Renzi e se l’è sbaciucchiato. Sono soddisfazioni anche personali indimenticabili.
Chi esce con le ossa rotte e la pelle squartata è perciò Berlusconi; per lui e con lui l’intero popolo italiano di destra. Non che le sue ossa e la sua pelle non fossero già abbondantemente compromesse, ma mai prima erano state così oscenamente messe a nudo. Se avesse un minimo di consapevolezza, lascerebbe finalmente il campo per gestirsi meglio e in maniera più dignitosa il suo funerale politico.
Ora qualcuno, con le buone o con le cattive, dovrebbe dirgli finalmente le cose come stanno. E stanno così: se pure fosse stato eletto Giuliano Amato, che era l’uomo voluto da lui nella convinzione che gli avrebbe restituito la cortesia graziandolo e restituendolo all’agibilità politica piena,  non gli avrebbe mai dato più di quello che gli ha dato in questi due anni Napolitano. Nessuno al mondo può restituirgli quello che non ha più, nemmeno il Mefistofile che restituì giovinezza al dr. Faust. Abituato a pensare che ogni cosa ha un prezzo, Berlusconi non vuole convincersi che non è così, che ci sono cose che non si possono acquistare.
Qualcuno dovrebbe dirgli che per colpa sua l’elettorato di destra è depresso, che potrebbe non accontentarsi più di astenersi dal voto, che potrebbe cercare altri approdi, magari più dignitosi, più terapeutici, più partecipativi. Non si può continuare a stare in uno schieramento politico frammentato e politicamente confuso, di assoluta indecenza, di assoluta impotenza, di assoluta incapacità di ragionare fuori dagli interessi di un leader, ormai tale nella sua immaginazione.
Renzi può continuare anche a fargli credere di essere il suo interlocutore per le riforme, può anche lusingarlo facendogli credere di contare ancora, ma lo fa solo perché gli conviene farlo.
E il nuovo Presidente della Repubblica? Mattarella dicono che sia un uomo forte e determinato, anche se a vederlo non si direbbe; di poche parole; un custode rigoroso della Costituzione. Tra le sue credenziali sono state elencate la legge elettorale dal suo nome detta Mattarellum, le sue dimissioni da ministro del governo Andreotti in dissenso per il riassetto delle televisioni pro Berlusconi; la sua legge per l’abolizione del servizio militare obbligatorio. Questo si è sentito e qualche altra cosuccia, oltre ad essere stato un giudice della Corte Costituzionale. In verità Mattarella era un politico dismesso, scaduto da un po’ di anni e congelato in uno dei freezer-dispensa di lusso della repubblica in attesa di essere rietichettato. Certo, la sua figura un po’ grigia e silenziosa, pur parendo un’ombra, ombra non ne farà a Renzi, la luce del momento. Si spera che almeno riesca a contenerlo entro le finite della decenza comportamentale, finora abbondantemente scavalcate. L’ultima furbata, più che da politico, è da fiera paesana.    

domenica 25 gennaio 2015

Renziani e berlusconiani: gli allegri trasformismi


Il trasformismo, malattia endemica della politica italiana, è stato sempre argomento di studio da parte di politologi, storici e politici più virtuosi. Oggi non lo è da meno rispetto al passato. Quel che cambia è che mentre prima era considerato unanimemente un vizio o una necessità, cui si faceva ricorso nella consapevolezza di compiere comunque un’azione poco commendevole, oggi lo si considera un modo come un altro di stare in politica. Tanto per la semplice constatazione che non ci sono più i partiti, non ci sono più le ideologie; tutto è più liquido. E questo è un altro aspetto della grave crisi morale – anzi, preferisco dire culturale – che stiamo attraversando.
Come si fa a non dare ragione alla fronda dem, capeggiata dallo storico Miguel Gotor, che si ribella al più allegro e sfacciato trasformismo di Renzi? Come si fa a non dare ragione alla fronda forzista, capeggiata da Raffaele Fitto, che si rivolta contro il più cinico e arrogante trasformismo di Berlusconi? Già, come si fa? Eppure si fa, si deve fare. Perché esse sono le due ridotte, dalle quali respingere gli assalti sconsiderati di politici geneticamente trasformati, che sarebbe già più dignitoso considerare venduti anziché stupidi e incapaci di collocarsi in un cammino di civiltà politica. Fossero venduti, infatti, starebbero ancora nelle categorie tradizionali e sarebbe poco male; sono, invece, convinti assertori di nuove categorie, ancorché non ancora definite. Ma quali?
Sono figli del vuoto lasciato dalla borghesia. Secondo una lettura sociologica di Giuseppe De Rita. «Il vuoto borghese ha lentamente trascinato la società italiana verso una deriva antropologica, caratterizzata da pulsioni individuali, anche le più sfrenate, interessi personali o di singola categoria sempre più frammentati» (L’eclissi della borghesia). Sono figli del nulla, orfani delle tanto vituperate ideologie, cachielli di facile e vuota parlantina, maturati nelle scuole della didattica modulare, priva di logica consequenziale, di ordine temporale, di finalizzazione di un gesto, di un’idea, di una proposta. Sono sconosciuti in cerca di tutto ciò che li possa far conoscere. Sempre De Rita scrive: «Una prova empirica, ma molto indicativa, del fenomeno dell’eclissi borghese la si può ricavare partendo da uno sguardo attento alle liste dei candidati durante le elezioni… migliaia di nomi di aspiranti consiglieri, tutti sconosciuti. Non sappiamo se cercano pubblicità, potere, affari».
Sappiamo sappiamo! Cercano tutte queste cose; e se ce l’hanno, non le vogliono perdere. Sia i renziani che i berlusconiani sono capaci di fare colazione, pranzo e cena a base di gnocchi chiodati pur di essere ricandidati alle prossime elezioni. Non hanno altro di più importante, di più dignitoso. Sono come i cosiddetti “cornuti contenti” di una volta, i quali, pur di avere qualche beneficio dal signore del paese o di non perderlo se già ce l’avevano, erano capaci di prostituire moglie e figlie.
Per il presidente del Pd Matteo Orfini, renziano dell’ultima o della penultima ora – faccia lui! – è perfettamente normale che una trentina di senatori del Pd, renitenti all’adesione cieca alla proposta del loro segretario premier, di questo nuovo feudatario, venga sostituita, per far passare la legge elettorale, da una trentina del partito di opposizione guidato da un altro feudatario, un uomo che per la vergogna del paese è ancora in auge, dopo non solo e non tanto le condanne della magistratura, ma lo schifo dei suoi comportamenti pubblici e privati. Con quella sua faccia di cospiratore ottocentesco Orfini ha il coraggio di dichiarare: si è sempre detto che per le riforme istituzionali non contano maggioranza e opposizione, e nel momento in cui ciò accade si grida allo scandalo. Come se si trattasse del principio dei vasi comunicanti in versione politica: posti due partiti comunicanti è normale che si verifichi un passaggio di liquami, pardon di liquidi, politici ad un unico livello.
E in Forza Italia, non vanno tutti in brodo di giuggiole i berlusconiani, che si masturbano all’idea che Berlusconi sia tornato al centro del dibattito politico? Come se il fine ultimo del loro impegno politico sia il ritorno di Berlusconi, il suo pieno recupero politico, la sua restituzione a nuove porcherie! 
Il vuoto lasciato dalla borghesia per certi aspetti è causa ed effetto insieme della trasformazione antropologica di cui parla De Rita. C’è una deriva assai più complicata e grave, che ha diverse altre cause. Lo stato della politica italiana dipende sì dai cattivi esempi degli anni passati, dalla corruzione diffusa,  che fu quasi sul punto di avere un suo statuto; ma anche dall’impotenza politica di cambiare il corso di questa slavina devastante, così la chiamò agli inizi degli anni Novanta il politologo socialista Luciano Cafagna (La grande slavina. L’Italia verso la crisi della democrazia).
L’altro grande vuoto è la perdita nazionale di sovranità, seguita dalla convinzione che ormai nulla dipende dalla nostra volontà, dal nostro impegno.  E’ la conseguenza del nostro essere ormai sottomessi a dei poteri sovranazionali che ci impediscono di pensare, di riflettere e di agire secondo prospettive, di avere dei sogni politici da realizzare. Quando tutt’intorno non ci sono che muraglie insormontabili, che si chiamano Europa e globalizzazione, a cui si è aggiunto il terrorismo islamico, che ci tiene tutti in ambasce, come si può aspirare a qualcosa? Nella condizione in cui non si hanno più sogni da realizzare, mete da raggiungere, prospettive, subentra una sorta di spleen politico che annichilisce. Allora monta il sommerso. Così emergono i furbi, gli spregiudicati, i Girella del Giusti, quelli che facilmente perdono “la bussola e l’alfabeto”, o i senza memoria storica, i depurati da ogni forma di ideologia. Quanti renziani e berlusconiani non sono riconoscibili nelle categorie citate? Direi moltissimi.

Per tornare alle ragioni di quelle minoranze che non ci stanno a svendersi, ad accodarsi alle mutazioni genetiche che hanno aggredito la politica di questi ultimi vent’anni, devono prendere atto che vanno incontro alla sorte dei perdenti, di quelli, che, pur avendo ragione, sono sconfitti e mortificati dalla congiura dei tempi. Non è un caso che sia nel Pd che in Forza Italia i dissidenti gridano, urlano, minacciano, ma poi regolarmente stanno al loro posto. Come ad aspettare che passi l’eduardiana nuttata o, magari, che arrivi Godot. 

domenica 18 gennaio 2015

Il Presidente che ci vuole? Scalfitano!


Sono del parere che in questo momento più che indicare nomi per la Presidenza della Repubblica occorre indicare profili politico-istituzionali, che il futuro Presidente dovrebbe saper interpretare. Per anni abbiamo sentito che in Italia il Presidente della Repubblica non conta nulla, è poco più di un simbolo dell’unità nazionale. Gli ultimi Presidenti, direi a partire da Pertini e fino a Napolitano, hanno dimostrato che non è così. O, per lo meno, così è stato fino a quando i Presidenti sono appartenuti allo stesso partito che dominava le maggioranze governative, ossia la Democrazia Cristiana (Gronchi, Segni, Leone), o a qualche suo satellite, come il Partito liberale (Einaudi) e il Partito socialdemocratico (Saragat). Poi le cose sono cambiate.
Fu il socialista Pertini che consegnò ad un socialista, Bettino Craxi, per la prima volta nella storia della Repubblica, la Presidenza del Consiglio, sia pure con l’inganno della staffetta col democristiano Ciriaco De Mita, promessa e poi tradita dal segretario socialista con machiavellica disinvoltura. Una svolta avvertita come una scossa tellurica, specialmente dai partiti moderati e di destra. Fu il democristiano Scalfaro che non ridiede l’incarico al socialista Craxi non già per ritorsione per l’inganno subito dal suo partito ma per l’avvio di quel processo cosiddetto di Mani Pulite, che trovò Craxi con le mani sporche. E fu sempre Scalfaro a colpire il governo Berlusconi, con l’inganno del governo Dini, anticamera del governo Prodi. Fino ai giorni nostri, con l’autentica “dittatura” istituzionale di Napolitano, che di fatto è stato il domino assoluto della situazione, con scelte forti e discutibili, ma volte a tirar fuori dalle gravissime difficoltà il paese: dimissioni imposte a Berlusconi, governo Monti, governo Letta, governo Renzi. Chi può dire più che il Presidente della Repubblica in Italia è poco più di un simbolo? Credo nessuno, e nessuno più lo dice.
Il sistema politico italiano è passato dalla prima alla seconda repubblica ed è oggi in mezzo al guado verso la terza senza aver cambiato né in maniera formale né in maniera sostanziale l’assetto della Costituzione. Per cui oggi potremmo avere un Presidente appena-appena simbolo dell’unità nazionale o un Presidente decisore di scelte importanti. Tutto dipende da lui. I suoi spazi di manovra sono direttamente proporzionali alle esigenze del momento e alle sue capacità.
La posizione della destra o di quello che di essa rimane è per un Presidente di garanzia, che rappresenti l’intera nazione, che è come dire qualcuno che non c’è. La  destra che si è sempre connotata per concretezza e pragmatismo, oggi tradisce Aristotele per Platone. Dove vai a trovarlo un Presidente espressione della Nazione? Nell’Iperuranio, probabilmente; ma l’Iperuranio non esiste. In buona sostanza non sanno chi o che cosa indicare. Quando si sentono nomi come Riccardo Muti o Renzo Piano o non so chi altri, addirittura un imprenditore, sono pure scemenze. A Presiedere la Repubblica deve essere una persona prima di tutto moralmente inattaccabile, esperta di politica e di diritto, capace di intervenire con tempestività e decisione, come appunto hanno saputo fare Scalfaro e Napolitano, in presenza di crisi piuttosto gravi. Occorrerebbe uno Scalfitano. Che deve fare Muti, intonare il Nabucco? Che deve fare Piano, progettare una torre alta quanto il cielo? Ci vuole un politico, possibilmente con gli attributi, se evocarli non è un oltraggio al femminismo. Si è anche ipotizzata una donna al Quirinale. Perché no? Ma di donne all’altezza della situazione ne vedo poche; donne voglio dire che già abbiano dato prova di essere capaci di un ruolo così importante e dipendente dalle doti personali di chi lo occupa.        
Il filosofo Cacciari ha detto che il prossimo Presidente della Repubblica sarà uno di questi tre: Prodi, Amato o Mattarella. Cacciari è un uomo di grossa cultura e di notevole esperienza politica; se si è spinto ad una profezia, quanto meno ha degli elementi. Non è il caso di esprimersi né sull’uno, né sull’altro, né sull’altro ancora di questi tre. In questo momento sarebbe più la simpatia o l’antipatia a dettare un nome, oggettiva difficoltà a parte.
Un fatto appare certo: il prossimo Presidente lo designerà Renzi, il quale gioca nel Pd; e fuori del Pd oggi non c’è partita a nessun livello. Berlusconi con le sue uscite anti-comuniste si gioca gli ultimi residui di reputazione, ma non determinerà nulla. Dovrà sorbirsi l’ennesimo Presidente espresso dalla sinistra, che continuerà a tenerlo alla porta, come Gregorio VII tenne Enrico IV a Canossa. Renzi tiene Berlusconi al Nazareno. Avrebbe dovuto pensare prima, quando aveva tanto consenso da creargli imbarazzo, come lui stesso disse in un comizio dopo le elezioni del 2008. Quanto a Salvini, le sue cafonate, in continuità con Bossi, non dicono nulla di concreto. Di fatto Forza Italia e Lega sono fuori dai giochi per il Quirinale. Dovranno accontentarsi – Berlusconi almeno – di non peggiorare la propria posizione.

Il Presidente che ci vuole, dunque, deve essere un politico di lungo corso, ma dalla tenuta ideologica solida, che sappia almeno che significa “presidente di garanzia”. Questi può anche non trovare sempre il consenso degli avversari della parte politica dalla quale proviene, ma può farsi apprezzare nel suo esercizio presidenziale, quando i suoi atti vanno a beneficio di tutto il paese. Poi, può accadere che certe scelte possano coincidere con gli interessi di una parte politica piuttosto che di un’altra, ma questo è tanto inevitabile quanto non intenzionale. Se non vogliamo dire che è anche abilità di chi subisce scelte avverse di saperle tramutare a proprio favore o comunque di non tribolarsene più di tanto e guardare avanti.   

domenica 4 gennaio 2015

Renzi balla coi lupi


Piuttosto che al monologo di Al Pacino nel film “Ogni maledetta domenica”, Matteo Renzi meglio avrebbe fatto a riferirsi all’Erwin Kostner di “Balla coi lupi”. In un passaggio di questo film, di fronte alla mancanza di piogge e al pericolo siccità, il protagonista suggerisce di ricorrere ad una danza propiziatoria. Noi meridionali le sappiamo queste cose. Non piove? Imploriamo il santo con una bella processione; e magari con la promessa di un ex voto. Le religioni, in fondo, si somigliano tutte.  
Or non è ancora un anno dal suo insediamento a Palazzo Chigi che Renzi ha già fatto ricorso più volte, in presenza di scandali romani tipo “mafia capitale” o assenteismo dell’ottantatré per cento dei vigili nella notte di capodanno, alle solite battute propiziatorie: “non deve accadere più”, “occorre cambiare il regolamento”. Brutto segno quando uno si ripete, ancor più brutto se si ripete continuamente. Vuol dire che ha ben poco da dire, ancor meno da fare. Se le sue parole fossero fondate, dovremmo dedurre che in Italia non ci sono leggi che combattano la corruzione, che contrastino l’assenteismo di “lavoratori” così importanti e strategici come sono i vigili urbani in una grande città, anzi nella città per eccellenza, l’Urbe, nella notte più importante dell’anno.
Non apparteniamo all’italica genìa di chi gode delle nefandezze pubbliche quando al governo c’è una forza politica avversaria. Tra Mussolini che voleva spezzare le reni alla Grecia e i tanti che ridono al fatto che non riuscì a farlo, noi stiamo sempre con Mussolini. Sicché ci dispiace che certe cose accadano, a prescindere da chi c’è al governo. Non diversamente sarebbe accaduto se ci fossero stati elementi di destra. Berlusconi, Alemanno, Polverini, se ci siete battete un colpo con una mano e con l’altra prendete un sasso e battetevi il petto.
Vero è che certi fenomeni di cialtronismo e di criminalità organizzata hanno avuto in Italia una lievitazione e proliferazione spaventose a partire dal secondo dopoguerra, in coincidenza della democrazia repubblicana, al punto che s’incomincia a dubitare se mai saremo in grado di recuperare una condizione da cristiani; nel senso di cittadini normali. La democrazia, che è una gran bella cosa, forse la migliore organizzazione politica di un paese, ha prodotto in Italia una serie di guasti, facendo perdere addirittura le coordinate della legalità, della correttezza, del senso del dovere, ad ogni livello, all’interno della famiglia, nell’ambito del lavoro, nella società, nella stessa chiesa. Tutti pretendono tutto, senza obbligo alcuno nei confronti di nessuno. A riflettere – e ogni tanto dovremmo farlo – c’è veramente da allarmarsi. Incomincia a venir meno perfino la fiducia in  noi stessi, pur critici arrabbiati di certi fenomeni.
Per tornare a Renzi, è di tutta evidenza ormai che le scoppole più forti non gli sono giunte finora dalle opposizioni politiche, da ridere sia quelle di destra che quelle di sinistra, ma dalla gente, appunto da quelli del “mondo di mezzo”, magnifica trovata per indicare quella terra di nessuno tra i poveracci (mondo di sotto) e i nababbi (mondo di sopra), conquistata da chi ha capito che in questo paese le leggi, l’etica, i sentimenti sono optional, che servono ad operare meglio per il male. Renzi non ha nulla da temere da Berlusconi, che finge di stare all’opposizione, nulla dai suoi alleati del Nuovo centro destra, che non stanno nella pelle per questa indiscussa loro posizione; nulla dai suoi rivali del Pd, dai Bersani, dai Cuperlo, dai Fassina, dai Civati, i quali da buoni cani che abbaiano, poi non mordono. E difatti ogni tanto sbraitano contro ma poi regolarmente votano la fiducia al governo di chi il giorno dopo si prende beffe di loro.
I veri lupi, coi quali Renzi deve ballare senza farsi divorare, sono gli italiani. Come quelli che popolano le selve del malaffare tinto di volontarismo filantropico, di buonismo sociale, di volontà rifondatrice dell’Italia. Come i vigili urbani di Roma ma non solo – magari si trattasse solo di Roma! – i quali, per protesta per essere stati trasferiti da un rione all’altro, o per cialtroneria congenita, mettono a rischio-disordine la capitale d’Italia. Come quelli che chiudono le rovine di Pompei alle migliaia di turisti accorsi da tutto il mondo per ammirarle. E si potrebbe continuare all’infinito.
Che devono pensare gli stranieri di questo nostro disgraziato paese? Dove neppure chi siede più in alto si accorge del degrado anche culturale in cui si è precipitati?
A giorni si apriranno le danze per la successione a Napolitano. Il quale, nel suo messaggio di Capodanno, si è detto soddisfatto perché la riforma delle istituzioni è stata avviata, alludendo alla riforma del Senato. Ma si è ben guardato dal dire che forse la più importante di tutte le riforme istituzionali è quella dell’elezione del Presidente della Repubblica, se non altro per evitare che accadano spettacoli indecorosi, come la sonora trombatura di Romano Prodi da parte di 101 parlamentari del Pd. Pubblica nefandezza che Renzi ha promesso che non accadrà più, della serie delle danze propiziatorie. Dimentico che quei 101 lupi che sbranarono il povero Prodi erano guidati da lui. Sì, proprio da lui!

domenica 28 dicembre 2014

Un sogno: Francesco al Quirinale


Ho fatto un sogno. Non alla Martin Luther King, nel senso di massimo desiderio cui si aspira. Il mio è stato un sogno vero, fatto mentre dormivo, in piena regola e già mentre lo facevo ero cosciente della sua stravaganza. Ora racconto.
In Italia siamo alle prese col toto-presidente. Napolitano ha detto che le sue dimissioni sono imminenti. Napolitano è uomo d’onore, per dirla con Shakespeare.
La condizione in cui ci troviamo è del tutto inedita in Italia, come inedita è stata la riconferma di Napolitano al Quirinale giusto due anni fa. Inedita perché Napolitano potrebbe pure continuare ad oltranza, come si fa coi calci di rigore, se la partita dovesse finire in parità.
Trovare un presidente non è facile, non perché manchino i candidati. Mi sovviene Dante del sesto del Purgatorio a proposito di Firenze, che ormai è tornata ad essere capitale d’Italia: «Molti rifiutan lo comune incarco; / ma il popol tuo solicito risponde / sanza chiamare, e grida: I’ mi sobbarco!». Sabino Cassese alla Grüber, che gli chiedeva se avrebbe accettato la candidatura, rispose che quando si tratta di “comune incarco” non bisogna mai proporsi a nulla ma che non bisogna mai sottrarsi a nulla. Chiara l’antifona.
L’idea è stravagante! Consiste nell’offrire a Papa Francesco la Presidenza della Repubblica Italiana. Chi legge penserà ad una boutade. Anche l’idea delle dimissioni di un papa poteva essere considerata una boutade; e invece è accaduto. Non lo è. Spiego perché, difficoltà oggettive di realizzare la stravaganza a parte, sarebbe una buona soluzione. 
Papa Francesco ama fare il politico, il diplomatico, stare sempre alla ribalta, la più ampia e la più alta possibile. Come i politici, ama il protagonismo, l’esibizionismo, la scena, l’applauso. Come i politici è contraddittorio: ora dice una cosa, ora un’altra, a seconda dell’uditorio, col vantaggio di non doversi mai correggere; come invece fanno i politici: volevo dire che…, sono stato frainteso. Un papa non vuole dire, dice; non può essere frainteso.
Ha rifiutato gli appartamenti pontifici perché li ritiene piccoli per la sua ipertrofica considerazione di sé, convinto che sono gli uomini a rendere piccole le cose grandi e grandi le cose piccole. Santa Marta, grazie a lui, è assurta a grandezza planetaria.
Cerca sempre il plauso dei molti e, avendo capito, che il plauso dei molti nasce dall’inimicizia dei pochi, specialmente se potenti o tali considerati, continuamente bacchetta questi ultimi. Per un potente che colpisce, migliaia di deboli in Piazza San Pietro lo osannano.
Di recente ha parlato di quindici piaghe della Curia, che non è come parlare di astrattezze: si guardava attorno e vedeva nei cardinali e nei vescovi che lo attorniavano i portatori di queste piaghe. I malcapitati si guardavano alle accuse del Papa come allo specchio. Alcuni si sono risentiti, soprattutto quelli che, dichiarandosi favorevoli a lui, pensavano di mettersi al riparo dai suoi attacchi. Papa Francesco li ha spiazzati.
Non so quante potrebbero essere le piaghe della politica italiana. Ma uno che le metta in mostra, che non sia il solito Marco Travaglio o la solita Milena Gabanelli, starebbe proprio a fagiuolo.
Ci sarebbe Renzi che, somigliandogli come figlio al padre, potrebbe fargli ombra e creargli fastidi. Ma Renzi sta al governo e lui, Presidente Francesco, starebbe al Quirinale. Non avrebbero modo di pestarsi i piedi. E poi chi ha detto che Renzi non potrebbe diventare papa? In fondo quando Bergoglio era cardinale Renzi faceva le medie. Col mantra delle “medie” Renzi è diventato capo del governo. Non si sa mai.
Con Papa Francesco alla Presidenza della Repubblica sarebbe anche un felice ritorno di un papa alla sua sede usurpata, dopo 145 anni. E questa non sarebbe l’ultima soddisfazione di Papa Francesco: aver riportato un papa al Quirinale.    
L’ostacolo più difficile sarebbe di natura giuridica: come potrebbe un capo di stato diventare capo di un altro stato? Potrebbe essere capo di due stati? Decisamente no. Ma qui siamo in presenza di uno Stato, quello del Vaticano, che ha una sua eccezionalità. Dunque potrebbe accadere. Anzi potrebbe accadere perfino che Francesco continuasse ad essere Papa mentre fa il Presidente della Repubblica. Una sorta di teocrazia che non riuscì nemmeno a Bonifacio VIII nel 1300.
Né mancano altri felici risultati ove la stravaganza si concretizzasse. Per esempio: uno stato teocratico non avvicinerebbe il cristianesimo all’Islam? E il duplice ruolo di Papa Francesco non potrebbe tirar fuori dalla naftalina Papa Benedetto, l’Emerito, a cui si potrebbe dare il titolo di Co-papa?
A Riflettere, i vantaggi di una presidenza della repubblica di Papa Francesco, che peraltro è di origini italiane, sarebbero tanti, tanti i previsti, tanti i prevedibili, tanto gli imprevisti. Con l’aiuto del Signore chissà quanti altri benefici potremmo avere, non ultimo quello di bonificare la politica italiana e restituirla alla sua naturale funzione. E questo è proprio il sogno alla Martin Luther King, raggiungimento di un obiettivo utopico.

Ma mentre Papa Francesco a Montecitorio, davanti al Parlamento in seduta plenaria, diceva: «E ricordatevi: il Signore perdona, io no» e i parlamentari tutti si spellavano le mani per gli applausi, un soprassalto. La sveglia non finiva più di suonare.      

domenica 14 dicembre 2014

Evviva la politica! Abbasso i politici corrotti!

Lino Patruno, già direttore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, ha scritto un fondo su questo giornale intitolato «La colpa della politica, le colpe di tutti noi» (12 dicembre, pp. 1 e 23). Tema: l’attuale crisi romana o, come la chiamano i giornali, della “mafia capitale”, con le vicende di Alemanno, Buzzi e Carminati, per un verso, di Marino, Orfini e compagni per un altro; per concludere che i politici hanno delle colpe e che delle colpe abbiamo noi.
Noi, chi? Probabilmente noi della società civile e, per essa, noi operatori dell’informazione. Le argomentazioni addotte le condivido da cima a fondo; ma questo non era neppure importante dirlo.
Quel che qui mi piace sottolineare, invece, è la questione che potrebbe definirsi di lana caprina, espressione che non si usa più per indicare qualcosa di banalotto e di nessuna importanza, ma che di lana caprina non è.
Quale? Quella che in qualche modo è stata attinta dal Presidente Napolitano nella sua allocuzione del 10 dicembre, quando ha condannato la “patologia eversiva dell’antipolitica” e quanti, anche del mondo dell’informazione, le danno spago. Proprio così.
Sono sicuro che Patruno è d’accordo col Presidente Napolitano, come lo sono io e come lo sono tantissimi cittadini e giornalisti. Ma Patruno ha involontariamente contribuito a screditare la politica con una piccola dose di veleno antipolitico col titolo del suo fondo, di cui in apertura. Probabilmente il titolo non è suo; sarà del titolista, come usano i giornali. Ma questo non cambia nulla al merito del discorso che qui si vuole fare.
Perché «Le colpe della politica»? L’obiezione è scontata: qui per “politica” s’intende “dei politici”. Ma non è la stessa cosa! Dire “colpe della politica” s’ingenera un equivoco, che andrebbe scongiurato. La politica, intesa come insieme di individuazione di problemi pubblici e loro soluzione attraverso il concorso elettorale per raggiungere i luoghi di dibattito e di decisione, non può avere che meriti; le sono talmente propri che metterli in discussione significa, come giustamente Napolitano ha detto, cadere nella patologia eversiva dell’antipolitica. Perché il ragionamento è semplice: le colpe sono della politica? Allora occorre l’antipolitica. Ma l’antipolitica è l’opposto dell’individuazione-soluzione dei problemi pubblici. L’antipolitica è solo destruens per definizione, mai construens.
L’equivoco non è tutto qui. Patruno lo ha detto chiaramente: ci sono colpe “di tutti noi”. Noi, infatti, piuttosto che chiamare in causa i singoli politici responsabili con nome e cognome, parliamo genericamente di politica, quasi che i meschini hanno avuto la disgrazia di cadere in una trappola, quella politica, come nelle sabbie mobili, dalle quali non è possibile uscire. Una sorta di fatalità. Nei confronti degli stessi perciò bisogna avere pietas, che di fatto si traduce in omissione, mascheramento, politicamente corretto – usiamo tutte le espressione che vogliamo – per significare quel detto cattolico: ti dico il peccato e non il peccatore. Bisognerebbe invece proporsi il contrario: ti dico il peccatore, che tu, conoscendolo, sai già il peccato. Ma siamo cattolici!  Che cerchiamo indulgenze nell’orto di Lutero? Tanto poi ci scateniamo in orge di condanne quando il tacere i nomi non è più possibile; e neppure allora ci preoccupiamo di non distillare veleno antipolitico. Torna anche qui la morale cattolica: non giudicare per non essere giudicato, il fuscello dell’occhio altrui e la trave nel mio, e via evangelando. Per pietas non facciamo nome e cognome del peccatore nel momento in cui veniamo a conoscenza del peccato compiuto, e sempre per pietas insistiamo prioritariamente sul peccato, la politica, come luogo dove non è possibile non peccare. Sono queste le colpe di tutti noi.
Non è solo questione formale. Si sa che dietro la forma c’è la sostanza. Noi dobbiamo recuperare il senso delle cose e delle persone, senza pietismi, cattolicesimi, umanitarismi, buonismi. Chi si occupa della cosa pubblica deve sapere che se “pecca” deve essere castigato. Non dico punito, dico castigato. E chi, vuoi da semplice cittadino vuoi da operatore dell’informazione, soprattutto da operatore dell’informazione, viene a conoscenza di un peccato e del suo peccatore, deve immediatamente denunciarli. Non deve aspettare che sia la Procura della Repubblica, la Guardia di Finanza o i Carabinieri a far esplodere il caso. Quando ciò si verifica non è più informazione corretta e produttiva, ma inutile pornografia e masturbazione.
Patruno chiama in causa – e fa bene – anche quei politici puliti e onesti, che vedono, sentono e sanno, ma restano in silenzio perché non è conveniente parlare, denunciare. Forse è proprio in questa identificazione silenzio-convenienza che s’incardina la fatalità secondo cui chi sta in politica fatalmente o pecca direttamente o pecca per omissione di vigilanza. Culpa in vigilando si dice in gergo forense. Nella sua brutalità espressiva Grillo ha rimproverato a Napolitano proprio questo: ma tu dove stavi quando tutto ciò accadeva, su Marte? E’ proprio questo che Patruno rimprovera ad Orfini, commissario del Pd romano con l’impossible mission di pulizia.

Se ben ricordiamo, alla vigilia dell’esplosione del caso romano, il Pd stava cercando di far fuori il suo stesso sindaco Marino. Allora non si capiva bene perché. Oggi si capisce fin troppo bene. Si cercava di salvare i politici per far cadere la colpa sulla politica. Già, more solito!           

domenica 7 dicembre 2014

Malapolitica urbi et orbi


Mi è capitato in questi giorni di parlare con amici di tutt’altro indirizzo politico del mio, che, come sa chi mi conosce e mi segue, è di destra, di quella destra sociale che per quarant’anni si è identificata nel Msi, partito neofascista tout-court. Si capisce: uso il lessico convenzionale. Né, a dire la verità, mi disturba più di tanto essere considerato fascista. Non mi omologo fra quanti oggi si schermiscono se chiamati comunisti. Posso coniugare i verbi della politica che mi riguardano al presente e al passato senza nessuna difficoltà; e non dico anche per il futuro, per un senso di pudore verso me stesso.
Oggetto delle discussioni è l’ennesimo schifo della politica, quello di Roma, che ha mostrato urbi et orbi – è proprio il caso di dirlo – un marcio spaventoso, scoraggiante, da depressione nazionale.  Con tutta la buona volontà di questo mondo questi miei amici, istruiti e direi anche un po’ colti – per carità, non si confondano le due cose – non riescono proprio a scorgere vie d’uscita. Un certo imbarazzo li porta a rimuovere le loro appartenenze e fa loro ipotizzare gruppi nuovi, partiti nuovi, uomini nuovi. Qualcuno cita i grillini, i quali, però, non si sono dimostrati all’altezza del compito e nemmeno all’altezza di un sub compito. Ovvio, si sfarfalla intorno alle cose, perché dopo tutto, imbarazzo a parte, è sotto gli occhi di tutti il fallimento delle loro idee, dei loro partiti, dei loro movimenti, democratici e antifascisti. Nessuno, infatti, dice: il mio partito ha fallito; anzi alcuni di loro continuano a bazzicarvi dentro o nei dintorni.
Né io sarei tanto avventato da pensare che il mio partito è stato l’unico a non fallire. Come potrei, di fronte ai casi che si sono susseguiti dal 1994 in poi? Chi ancora nutre dubbi su Gianfranco Fini, che non è riuscito nemmeno a sottrarsi alla miserabile appropriazione di una casa donata da una nobildonna per la causa missina? Chi ancora ha dei dubbi su Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, genero di Pino Rauti, indegno rappresentante di un partito che aveva tutto per proporsi, se non proprio come rinnovatore, come moralizzatore esemplare? Chi nutre ancora dubbi sulla Polverini, ex presidente della Regione Lazio? Si potrebbe continuare con tutta quella “bella” gente che prometteva palingenesi se mai fosse approdata al potere.
Dunque, ho votato e fatto votare gentaglia, ho contribuito anch’io allo schifo imperante oggi ad ogni livello. No, non mi pento – non ha senso pentirsi: il pentimento è dei pusillanimi – non mi dò con la pietra in petto; ma affermo di essere stato ingannato o piuttosto di essermi ingannato da solo.
C’è, però, una piccola luce in fondo al tunnel nel quale sento di essermi cacciato, insieme a tanti altri italiani: è la luce di quella riserva che abbiamo sempre avuto noi missini o fascisti nei confronti di una democrazia, che non era possibile non accettare. E’ la luce di quel fascismo che altro non era e non è se non ordine, legge, giustizia. Che è oggi l'unica forma di fascismo possibile.
Ricordo che una delle questioni più dibattute nel Msi, ai tempi felici degli Almirante e dei Rauti, era come comportarci noi fascisti in democrazia. E la risposta era chiara: dovevamo accettare la democrazia, non solo e non tanto perché non potevamo non accettarla, ma soprattutto perché attraverso il percorso democratico noi potevamo dimostrare di non essere quelli che gli altri dicevano di noi e di non essere come gli altri. Sissignori, una doppia sfida, che doveva concludersi non a randellate in testa ai nostri avversari, stile fascista, ma con un paio di schiaffi morali a chi ci aveva per anni e anni discriminati ed esclusi, stile neofascista, nel quale credevamo.
E’ accaduto, invece, che finalmente siamo stati accolti nel gran mercato dei democratici, noi confusi con tanti che avevamo avversato, i democristiani, i socialisti, i comunisti; e lo siamo stati non in ragione delle nostre sbandierate virtù ma per quei caratteri della loro democrazia: organizzazione di delinquenti, di malfattori, di ladri, di pendagli da forca.
Per cui oggi credo di non esagerare se invoco un po’ di quel fascismo che poneva al di sopra di tutto la legge, dura, con tutti quegli aspetti anche negativi, ma che sono necessari nei periodi di emergenza, come indubbiamente è l’attuale. L’età mi consente di ricordare che fino a qualche anno fa c’erano sfrontati giovinotti e inebetiti anzianotti, i quali quando ricordavi loro i benefici dell’ordine e della legge, anche per rispettare le più elementari regole del vivere civile, ti rispondevano stupidamente: e che ti credi, che siamo ai tempi di Mussolini?
Ecco, se avessimo la possibilità di trasferirci all’estero, in qualche paese dell’Europa centrosettentrionale, ci accorgeremmo che quella che in Italia è considerata repressione, fascismo, dittatura, in quei paesi è normale, spontanea, condivisa democrazia. Ci accorgeremmo che sarebbe più esatto dire: e che ti credi che siamo in Svizzera o in Austria, in Svezia o in Olanda? Proprio così. In questi paesi ci possono pure essere delinquenti, ma sono cani sciolti, non appartengono a culture e a pratiche malavitose, delinquenziali, criminali; a sistemi cupolari di malavita; non attingono la vita civile, sociale, politica.
E’ fascismo pensare ad un sistema di governo che metta da parte pietà e misericordia e castighi quanti attentano ad ogni forma di bene pubblico, fisico o morale che sia? E’ fascismo ripristinare l’uso corretto e rapido della legge, che faccia giustizia dei torti che il singolo cittadino o l’intero popolo italiano subiscono?  E’ fascismo far funzionare il paese come è accaduto in Italia fino alla disgraziata guerra perduta, magari chiamandolo con un altro nome per tenere contenti tutti, fascisti e antifascisti? Non so, me lo chiedo; e aggiungo: me lo auspico. 

Se non riusciamo a trovare la quadra di questa disfatta nazionale, va finire che sarà l’Europa a costringerci a trovarla. E già non so come abbia fatto finora a non mandarci via, a calci in culo.    

domenica 30 novembre 2014

Grillo che molla è la fine di un'idea della politica


Ha usato un diminutivo inusuale Grillo per dire che forse si è rotto le scatole; avrebbe potuto dire, suo solito, un’altra cosa. Ha detto: “sono stanchino”, lascio ad un Direttorio la guida del movimento. Con un ultimo gesto d’imperio l’autocrate ha nominato i cinque che lo compongono.
Gerolamo Savonarola, che aveva creato un partito nella Firenze della seconda metà del ‘400, quello dei Piagnoni, a forza di invettive e anatemi minacciosi perfino contro il Vicario di Cristo sulla Terra, finì per lasciare sul rogo le sue velleità. Grillo, che ha creato un movimento, quello degli Arrabbiati, con le sue esibizioni comiche e grottesche, non finirà sul rogo, finirà in pensione. Addio lo stesso sogni di gloria e… puzza di bruciato!
Al di là delle parole usate e del loro retropensiero, la sortita del fondatore di quello che è stato un originalissimo movimento politico nella pur fertile terra degli esperimenti politici, che è l’Italia, non si può non registrare una sorta di resa o qualcosa che precede la resa. Dopo meno di due anni dall’exploit elettorale (febbraio 2013), il Movimento è logoro, usurato, ridotto, incerto sia sul piano tattico che strategico.
Un passo indietro. Quando all’indomani del voto Bersani cercò invano di trovare un’intesa col Movimento di Grillo fu chiaro a tutti che il segretario del Pd cercava l’impossibile. E difatti fu spernacchiato in streaming, come ben ricordiamo, dagli scostumati e irriverenti grillini, che solo per poco non erano riusciti a fare il colpaccio di vincere le elezioni. Il Movimento risultò il primo partito, ma gli altri due erano coalizioni (centrodestra e centrosinistra).
A caldo il Movimento era euforico per lo straordinario successo. Chi poteva convincere la Senatrice Roberta Lombardi dall’astenersi dalla famosa battuta: «mi sembra di essere a Ballarò»? Era troppo presto forse perché il Movimento si rendesse conto che conveniva usare nei confronti del sistema politico italiano il bastone e la carota, non bastando il bastone, per così dire allitterando. L’Italia non era e non è un paese dove si possa veramente ipotizzare una rivoluzione in così breve tempo. L’ascesa al potere, da solo, del Movimento era una velleità; e resta tuttora una velleità.
Grillo ora sembra averlo capito. Le tante espulsioni di grillini, consumate per presunti o veri atti di insubordinazione, di dissenso politico o di atti non commendevoli all’etica del Movimento, come il profittarsi dello stipendio di parlamentare, si capiscono come vera e propria “fisiologica” erosione. Pretendere che le tre anime aristoteliche si riducano ad una, con l’abolizione della sensitiva e della vegetativa, è davvero troppo. I grillini intelligono, sentono, mangiano; come tutti, del resto. Sono uomini e nulla di umano può essere loro estraneo (Terenzio). Grillo lo ha capito tardi. Forse, stando alle illazioni e ai sospetti, che ora gli piovono sul capo come randellate, lo sapeva da sempre, ma era convinto che il possesso di più anime è privilegio di pochi.
Pur usando prudenza nel vendere anzitempo la pelle dell’orso, voglio dire del Movimento, la scelta di Grillo ha avuto un effetto disgregante. E’ tutto un fermento, perché sta venendo meno quel principio che aveva caratterizzato il Movimento, secondo cui ognuno non rappresentava che uno. Ora nella fattoria degli animali, in versione grillina, cinque rappresentano tutti gli altri, cioè una parte rappresenta il tutto. Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni, secondo la formula orwelliana, sono più uguali degli altri. Il Movimento si struttura in partito con una sua classe dirigente. E’ un bene, è un male? E’ normale.
La trasformazione non finisce qui. Ci sono processi nel corso dei quali ogni tappa produce la successiva. In politica  è inevitabile. Se non si porrà su questa strada, il Movimento è destinato a scomparire. Vada che non è più raggiungibile il potere da soli! Ma scomparire dalla scena francamente non è accettabile. Si salva sempre il salvabile. Tanto più vale per il Movimento di Grillo, che non nasce dalla tragedia, ma dalla commedia, all’italiana per giunta.
Per il Movimento sono più che mai importanti i prossimi mesi o forse le prossime settimane. Dove andranno a finire i parlamentari grillini e come si schiereranno per l’importante appuntamento dell’elezione del Presidente della Repubblica? E’ di tutta evidenza che, a parte le scatole di Grillo, che si sarebbero rotte, la scelta del Direttorio è un chiaro cambio di strategia. I grillini vogliono contare, vogliono eleggere il Presidente, vogliono prendere il posto di Berlusconi in un’ipotetica intesa col Pd. Poi, da cosa nasce cosa. E’ possibile che il Movimento trovi la quadra per stabilire percorsi politici meno velleitari e si accontenti di raggiungere traguardi più modesti e in compagnia.

Tutto questo, però, segna un punto importante: il tentativo di raggiungere il potere ponendosi fuori dal sistema è naufragato. L’idea della politica, secondo il verbo di Grillo-Casaleggio e della democrazia della Rete, si è dissolta. Il resto è un’altra storia.