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domenica 4 aprile 2010

Il karakiri della destra in Puglia

Una volta gli dei, per compassione, facevano uscire di mente quelli che erano destinati a perdersi; per evitar loro la consapevolezza della tragedia. Così deve essere stato per i responsabili della sconfitta del centrodestra in Puglia, i quali si sono comportati in maniera incredibilmente dissennata.
Dei a parte, in cui non crede più nessuno, era talmente scontato che il centrodestra di Rocco Palese avrebbe perso le Regionali in favore del centrosinistra di Nichi Vendola che a momenti veniva il sospetto che si cercasse proprio la sconfitta.
Non perché il medico di Acquarica del Capo fosse un personaggio piuttosto grigio, con l’aria del ragioniere, dall’eloquio poco spigliato, ma semplicemente perché i numeri parlavano chiaro. Ma come? Neppure unito il centrodestra era sicurissimo di vincere contro il centrosinistra, figurarsi sottraendogli un buon 9 %, formato dall’Udc e da Io Sud di Adriana Poli Bortone. Sì, il sospetto che c’era gente nel centrodestra che ad una vittoria con la Poli Bortone preferisse una sconfitta senza di lei è più che fondato. Et voilà, accontentati!
Non era stato messo in conto che la sconfitta, per le circostanze in cui sarebbe maturata, avrebbe aperto una gravissima crisi nello schieramento, dalla quale difficilmente si uscirà di qui a diversi anni. I responsabili? Sono stati i nuovi “signori” della politica, qualcuno più esposto come Raffaele Fitto, qualcun altro più defilato come Alfredo Mantovano; altri rampanti, che, dalla candidatura di Palese a Presidente, pensavano che avrebbero tratto maggiori chances di elezione. E lasciamo stare la caterva di avvelenati “missini”, che, in tutta la loro vita, non sono mai riusciti ad andare oltre l’astio e il livore per piccoli miserevoli risentimenti personali.
Berlusconi ha respinto, come di prammatica, le inutili dimissioni di Fitto, presentate, per atto dovuto, all’indomani della sconfitta. Ma Berlusconi che si comporta come un politico qualsiasi, come un fondo di magazzino doroteo, dà la misura di un mutamento in progress. Il vero Berlusconi le dimissioni a Fitto gliele avrebbe fatte firmare prima ancora dell’esito elettorale. Ma, al limite, avrebbe avuto ragione di dire: “caro Raffaele, d’accordo, la colpa è anche di altri, ma perché non hai fatto capire ai tuoi che senza l’unione del centrodestra si sarebbe perso? Non mi risulta che tu o altri abbiate minimamente preso in considerazione questa pacchiana evidenza. E se tu, personalmente, non te ne sei accorto, allora, riposati!”.
In verità le cose sono andate diversamente. Già all’indomani delle elezioni del 2008 Berlusconi aveva cercato di decantare la situazione in Puglia offrendo alla Poli Bortone un posto di ministro nel suo governo. Ma già fin d’allora fu messo il veto: Fini volle Ronchi a quel ministero e per gli equilibri geopolitici non c’era altro dopo il sottosegretariato agli Interni a Mantovano. Sicché le responsabilità di Fitto, dimissioni o non dimissioni, restano come un macigno sulla sua strada.
Certo, in questo disastro è difficile salvare qualcuno. Lo spettacolo offerto da Io Sud, per esempio, il movimento politico della Poli Bortone, non è stato davvero decoroso, non solo e non tanto per la problematicità delle prospettive politiche, quanto per la “fuga” di molti suoi rappresentanti. Sarebbe bastato che quanti avevano aderito alla Convention di Bari del 14 febbraio 2009, appena un anno prima, fossero rimasti al loro posto, allora altro che quattro per cento! Invece si sono defilati uno dopo l’altro quando hanno incominciato a temere che per la propria personalissima posizione non c’era nessuna sicurezza di successo e quello che poteva essere un risultato temuto per sondaggio è stata la premessa di una sconfitta certa.
Ora, di fronte allo sfacelo politico della destra in Puglia, occorre avviare un nuovo processo, le cui modalità e i cui esiti sono tutti da pensare e da scoprire. Gli sconfitti di oggi non avranno più la parte di protagonisti, questo è certo. Ma in assenza di uomini di un certo valore e di una certa credibilità si corre il rischio che vengano fuori dei berlusconini, soggetti dalle idee anarco-liberali, spregiudicati arrampicatori senza un minimo di cultura sociale, individualisti in cerca di affermazione, secondo il modello brianzolo.
Né in questo processo avranno presenza e ruolo uomini capaci di portare avanti quelle istanze sociali che furono già del Msi e che ancora oggi costituiscono i valori di un socialismo del bisogno e del merito da coniugare con gli interessi dello Stato e della Nazione. Nell’area politica “missina” o socialnazionale, davvero maledetta, sono stati buttati uno dopo l’altro tutti gli agganci ideologici ed ora si è come sospesi nel vuoto. Si è partiti con Mussolini e il Fascismo “male assoluto”, si è passati ad orpelli e coreografie del Ventennio – via simboli, via tutto – ma poi è toccato alla dottrina sociale e quel che è peggio a quelle sensibilità di giustizia, di correttezza, di legalità, di assistenzialità, che erano l’anima del partito, sola per cui si aveva rispetto anche per cose meno condivisibili. Tutto quel patrimonio di idee è stato lasciato alla sinistra. E chissà che a rimpinguare Vendola non abbiano concorso anche quei missini che a quelle idee di giustizia sociale erano sinceramente legati!
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domenica 21 febbraio 2010

Destra: che sia almeno l'ultima...resa dei conti!

Studio storia e politica da quando avevo nove anni e mio padre mi obbligava a leggere i discorsi del Duce, le arringhe di De Marsico, le orazioni di Cicerone, perché voleva fare di me un avvocato. Le cose sono andate diversamente, ma ho tratto profitto lo stesso da quelle letture perché mi hanno dato la base per i miei successivi studi della politica in tutte le sue manifestazioni. Mi sono laureato, infatti, in Storia delle Dottrine Politiche con una tesi su Giuseppe Maranini e la partitocrazia e per quarant’anni ho insegnato Italiano e Storia negli Istituti superiori e Italiano e Latino nei Licei.
Mi perdonino i lettori la premessa, che ritengo funzionale a quanto sto per argomentare. Non ho mai trovato in nessun luogo e in nessun tempo una legge in base alla quale un soggetto politico, ad un certo punto della sua vita, spontaneamente si metta da parte per favorire un altro.
Da che mondo è mondo, premesso che la politica è servizio per la polis e nella polis, nel suo farsi percorso per giungere a servire la polis diventa lotta per vincere la concorrenza di altri che hanno lo stesso intento. Le ricadute di quel servizio conferiscono prestigio e qualche volta ricchezza, in una parola: potere. Chi, dunque, quel potere ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha cerca di conquistarlo, ognuno mettendo in campo le sue risorse fisiche, morali e intellettuali. Ci saranno state pure delle eccezioni, che, per essere tali, confermano la regola. Cincinnato, si dice; ma per carità! Nell’oceano dei politici romani è stato una goccia, se non vogliamo considerare che la dittatura nella repubblica romana era a tempo determinato: finiva con la fine dell’emergenza per la quale a lei si era fatto ricorso.
Sicché non capisco da quale dottrina i signori del Popolo delle Libertà mutuino la convinzione che, nella fattispecie, la Senatrice Adriana Poli Bortone doveva mettersi da parte per favorire un altro, nella circostanza Rocco Palese, alla presidenza della Regione Puglia. Dicono: ha avuto tutto, è stata parlamentare, eurodeputato, ministro, sindaco di Lecce, era tempo di sentirsi sazia e di dare anche qualcosa agli altri. Un parlare da elettore qualsiasi, che della politica coglie sì e no la pelle.
Questi signori tradiscono un pessimo concetto della politica; la considerano un dare a me e un dare a te, con un basta ad un certo punto, nell’armonia generale. Non già come capacità di giungere alla cosa pubblica e di amministrarla in un progress di esperienza, di competenza, di autorevolezza; no, semplici concessioni, da parte di chi poi non si capisce.
In uno stato di diritto è la legge che decide; in una democrazia è il popolo elettore. In difetto di una legge, che specificamente preveda un limite qualsiasi, d’età o di numero, alle candidature, e in presenza di un soggetto ancora vivo e vegeto e ancor più capace di prima, tanto più che con la sua candidatura si potrebbe più facilmente vincere mentre senza la sua candidatura si potrebbe più facilmente perdere, questo soggetto dovrebbe essere candidato tranquillamente, salvo che a monte non si fosse deciso di eliminarlo definitivamente dalla scena politica a costo anche di perdere le elezioni. A questo punto, però, non sarebbe in gioco il governo della Puglia, ma la condanna a morte politica di un soggetto. A parte ogni altra considerazione, ne valeva la pena? Il PdL ha detto di sì ed è salito sul treno di “Cassandra crossing”.
Per entrare nel merito, la Senatrice Adriana Poli Bortone non è poi tanto vecchia e sazia, come si vuol far credere, ed è più anziana di battaglie che di trionfi, venendo da un partito, il Msi, che fino al 1993 era fuori da ogni gioco di potere e perseguitato in ogni modo. Né risulta che in seguito ad un incidente – facciamo scongiuri – la Senatrice sia rimbambita; anzi, è in un’età che in Italia è di normale assoluta maturità.
E allora, perché mai si sarebbe dovuta fare da parte? E sia! Nella logica, se vogliamo cinico-realistica, della politica, intesa come lotta per il potere, nulla quaestio nei confronti di chi vuole eliminarla; ma perché non capire anche le sue ragioni?
Valutiamo serenamente le due candidature: quella della Poli Bortone e quella di Rocco Palese, astenendoci per buon gusto dal fare importanti ma antipatiche differenze sulle persone e limitandoci alla loro rappresentatività. La Poli Bortone viene dal Msi e da An, partiti che sono finiti nel PdL; essa pertanto rappresenta tutte le componenti dello schieramento: dagli ex missini agli ex aennini ai conviventi di Forza Italia. Chi oggi si trova nel PdL ha avuto modo, per appartenenza o età, di fare un tratto di strada insieme a lei. Rocco Palese viene dalla Dc e da Forza Italia; per appartenenza ed età rappresenta il segmento finale del PdL. E mentre la Poli Bortone rappresenta anche quella parte di missini irredenti, Palese da quei missini è considerato un estraneo, se non ancora un avversario. Sottrazione: chi dei due rappresenta di più – lasciamo pur stare il meglio – il variegato mondo del PdL? Per ragioni d’anagrafe, se proprio non vogliamo dire altro, certamente la Poli Bortone.
Io sono un tifoso juventino, e solo per la Juventus mi rifiuto di ragionare e di calcolare. Per ogni altra cosa antepongo sempre la ragione e il calcolo. Mi piacerebbe, perciò, che a certe conclusioni si arrivasse attraverso un percorso razionale e non per risposte all’ingrosso e alla buona.
L’augurio che a questo punto viene di fare, per il bene del popolo del centrodestra, è che questa campagna elettorale per le Regionali, a mio avviso già compromessa, che segue quella per le Provinciali del 2009, sia l’ultima e definitiva resa dei conti all’interno di quel che resta di un partito e dello schieramento. Il risultato elettorale del 28-29 marzo, infatti, potrebbe significare per una delle due destre a confronto la cassa integrazione politica, preludio al licenziamento.
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domenica 14 febbraio 2010

Io Sud, un anno dopo

Bari, 14 febbraio. Un anno dopo la nascita del Movimento “Io Sud” di Adriana Poli Bortone. Allo “Sheraton Nicolaus” è aria di festa. Si festeggia il primo compleanno, con tanto di torta ed una candelina. L’organizzatore è il prof. Umberto Salinas, docente di Demografia e statistica aziendale all’Università di Bari, coordinatore del programma del movimento per le Regionali del 28-29 marzo. Protagonisti la Senatrice Adriana Poli Bortone, candidata alla Presidenza della Regione per “Io Sud – Udc – Mpa”, gli altri candidati, il Coordinatore regionale di “Io Sud” Rosario Polizzi e i rappresentanti della Basilicata, della Campania, della Calabria. Gli invitati, in tanti da riempire l’enorme sala congressi dell’Hotel, sono i sostenitori del Movimento provenienti da tutta la Puglia, elettori e simpatizzanti dell’Udc e di altri movimenti territoriali.
Stessa data – San Valentino – stesso ambiente entusiasta e festoso; ma è decisamente diverso rispetto all’anno scorso quanto a compostezza. Pur in un clima di festa e di spettacolo con la comicità di Antonio Stornaiolo e i componenti della “Rimbamband”, straordinari interpreti di canzoni classiche contaminate da inserti comici, magnificamente interpretati dal gruppo che in queste settimane è di scena a “La Sette” nello spettacolo “Barbareschi Shok”, non ci sono striscioni e urla da stadio, che caratterizzarono invece la manifestazione di esordio. Meno rabbia, ma tanta consapevolezza in più del ruolo che il Movimento ha in questo frangente, della delicatezza anche del momento. “Io Sud” è cresciuto, ha alle spalle la prova delle “Provinciali 2009” con un successo notevole (ben 120.000 voti); invece di sgonfiarsi, come si auguravano i suoi avversari, ha la tenuta di un vero partito, ha allargato le alleanze, ha un programma politico di assoluta competitività e soprattutto una leader che se la può giocare da pari a pari con gli altri candidati, che scherza, ride, è ottimista e si esibisce alla pianola, mandando in visibilio la folla che l’ha seguita fin qui.
Ma è anche vero che la prova del 28-29 marzo è decisiva non solo e non tanto per i risultati della competizione in sé, ma per le prospettive. Si vuol dimostrare anche che non sono operazioni elettorali e basta, episodiche e di corto respiro. Il Movimento è ambizioso, intende dare le risposte ai problemi del Sud che i governi finora non hanno dato.
“Non è vero – ha detto la Poli – che per un posto di sottosegretario avrei lasciato il Movimento. Figurarsi, dopo che ero già stata ministro”. E, pur nel rispetto dei suoi concorrenti, nei confronti dei quali ha parole di stima personale, chiede agli elettori pugliesi di votare direttamente per il candidato presidente, senza porsi altri problemi, di voto utile o di voto disgiunto, di meccanismi e calcoli. La partita si gioca fra i quattro candidati. Il resto è secondario. “Gli elettori votino il candidato presidente – dice – sarà il vincitore a portarsi dietro la maggioranza dei consiglieri”. Scherza: “Quest’anno ci sono pure io, ed io so pure suonare”.
Prima il Prof. Salinas e poi il Coordinatore Polizzi hanno spiegato le ragioni di questo nuovo impegno. Non c’è recriminazione alcuna in nessuno, nessuna rabbia, nessun tono di battaglia, nessun risentimento, ma ragionamento sulle cose fatte e su quelle da fare. Nucleare, certo! Sanità certo! Ma – dice la Poli – questi due argomenti non devono essere il tormentone della campagna elettorale. La Puglia si è già espressa 25 anni fa contro il nucleare e noi – aggiunge – c’eravamo a condurre la nostra battaglia all’Avetrana; della sanità dico il peggio che si può dire, ma parliamo anche di altre importanti cose, come il lavoro, la famiglia, l’università”.
Ancora una volta la Senatrice ha dimostrato di essere una leader matura ed equilibrata, attenta alle parole e capace di lanciare messaggi di benevolenza a tutti. Quando la band ha attaccato per scherzo “Meno male che Silvio c’è” lei non ha fatto una grinza, si è messa a ridere, ha applaudito ed aggiunto: “Berlusconi è una cosa, gli altri sono un’altra”.
L’impressione che si è avuta è che finalmente qualcosa di nuovo c’è nel panorama politico del centrodestra meridionale; qualcosa che non ha niente a che fare con lo spirito nostalgico-revanscista dei tempi passati, ma neppure col mondo dell’attuale centrodestra, sempre più preda di nuovi boiardi e di profittatori che agiscono nelle retrovie del potere, ma soprattutto niente a che fare, neppure a livello di intese separate con la Lega Nord.
La Poli – in questo in linea con l’Udc di Casini – ha rivendicato la giustezza di mettere fine ad un bipartitismo che finora ha avuto un corso forzoso, come una moneta debole.
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domenica 31 gennaio 2010

Il caso Puglia dimostra che Berlusconi è in declino

L’erroraccio del PdL di rinunciare alla candidatura regionale pugliese di Adriana Poli Bortone, l’unica vera esponente del centrodestra in grado di raccogliere tutte le anime del composito schieramento, dagli ultimi nostalgici del Msi ai più avanzati sostenitori di una destra aperta e capace di tener testa a Niki Vendola, giunge dopo una serie di cedimenti di Berlusconi ai vari capi e capetti del suo vasto e disarticolato schieramento. L’impero politico berlusconiano sta cedendo alle varie satrapie locali.
Al Nord Berlusconi ha ceduto alla Lega di Umberto Bossi, in Sicilia ha ormai perso carisma e potere in favore del Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo, in Campania non è riuscito a difendere Nicola Cosentino, in Puglia ha ceduto ai vari Fitto e Mantovano, prepotenti e rancorosi leader di periferia. Al posto degli interessi comuni ci sono gli interessi personali, a volte autentiche rese dei conti.
Il Cavaliere è stanco, ma ancor più deluso da un mondo, che, nella sua incredibile ingenuità, doveva sorridergli per dato naturale. In poco meno di un anno gli è precipitata addosso una serie di colpi terribili, in parte privati e in parte pubblici: il divorzio dalla moglie, la sua prima accusatrice – quoque tu, Veronica… – lo scandalo delle minorenni, il caso D’Addario, i processi Mills e Mediaset che lo hanno costretto a gettare la maschera e cercare a tutti i costi un salvagente legislativo per non finire nei gorghi di una magistratura che non molla, la bocciatura del Lodo Alfano e la conseguente frizione col Presidente della Repubblica, il tormentone dei suoi rapporti con Gianfranco Fini e infine l’attentato di Milano seguito da migliaia e migliaia di evviva di giubilo da parte dei suoi avversari in tutta Italia. Si credeva amato e inviolabile. Si è dimostrato odiato e alla mercé di ogni “squilibrato” d’Italia.
Forse proprio quest’ultima offesa, la meno grave sul piano politico ma sicuramente la più devastante sul piano psicologico, perché colpito e commiserato coram populo, lo ha danneggiato di più. Se non ha ceduto di schianto è perché veramente ha una fibra fortissima. E tuttavia qualcosa ha perso sul piano della volizione, della sicurezza di sé, della capacità di padroneggiare i rapporti, della forza di imporre le sue scelte quasi sempre vincenti.
E’ per questo che negli ultimi tempi hanno incominciato a prendere piede le mezze figure, gli eterni provinciali della politica, quelli che sarebbero capaci di ammazzare il gemello nel comune utero materno se ne avessero contezza e capacità, pur di sbarazzarsi di uno che s’alimenta allo stesso cordone.
Il caso Puglia è esemplare. Berlusconi era preparato, sapeva. Sapeva che tra Fitto-Mantovano e la Poli Bortone era in corso una guerra all’ultimo sangue, iniziata molti anni prima. Per questo aveva cercato di farla entrare nel governo; ma gli si erano opposti con forza gli stessi implacabili nemici. Per lui la candidata migliore era la Poli Bortone. Ha ritentato fino all’ultimo di convincerli, ma non c’è stato niente da fare. Alla fine ha perso la pazienza, mostrando ormai la corda della sua tenuta nervosa, svalutando pubblicamente con motivazioni da gossip Rocco Palese, il candidato scelto dai suoi proconsoli pugliesi.
La mossa di Berlusconi era intelligente, ma non rispondeva all’odio mortale dei due, che la Poli la volevano e la vogliono annientare, cancellare una volta per tutte, dovesse costare anche la sconfitta regionale del 29 marzo. Con lo schieramento di centrodestra diviso Vendola vincerà a mani basse. Ma a Mantovano non importa nulla che il PdL perda le votazioni purché si allontani definitivamente l’incubo Poli Bortone. A Fitto addirittura non dispiace neppure perdere le elezioni regionali per non dover ammettere che un altro è riuscito dove a lui non era riuscito cinque anni fa.
Berlusconi in Puglia paga per colpe non sue, ma certamente per la sua debolezza. Già altre volte il Cavaliere è sembrato sulla via del tramonto e poi è riuscito a riprendersi, a riconquistare terreno ad imporsi più forte di prima. Ma questa volta è difficile che egli riesca a riprendersi completamente da quello stato che in gergo pugilistico si dice groggy, colpito da avversari e purtroppo per lui da amici ed alleati. Una volta tanto non traditori, ma rissosi e inconcludenti.
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mercoledì 27 gennaio 2010

Vendola Palese Poli: una partita asimmetrica

Come volevasi dimostrare: Niki Vendola ha sconfitto ancora una volta il suo antagonista interno al centrosinistra Francesco Boccia, sponsorizzato da tutto il Pd (D’Alema, Bersani, Franceschini); Adriana Poli Bortone è stata ancora una volta messa da parte dai capi territoriali del centrodestra, che non hanno esitato a mettere perfino la propria faccia pur di esorcizzare qualsiasi suo ritorno nella di lei casa naturale. Il popolo di centrodestra avrebbe preferito stare unito, pazienza!
Nulla da dire allo sconfitto del Pd e al candidato scelto per rappresentare il Popolo della Libertà Rocco Palese. Entrambi sono persone degne del massimo rispetto. Il primo è un economista di belle speranze, forse nel centrodestra sarebbe stato già valorizzato meglio; il secondo è un politico di provata esperienza, ambivalente, buono al governo (con Fitto), buono all’opposizione (con Vendola).
Non è di loro che qui si vuol parlare, ma del mondo politico che i due rappresentano e del modo con cui sono giunti l’uno alla sconfitta da parte della base, l’altro al successo da parte del vertice; l’uno che esce dal campo con l’onore delle armi, l’altro che rischia di fare la figura del missus dominicus non gradito.
Nelle due modalità c’è tutta la differenza fra due modi di intendere la partecipazione politica. Lo vede perfino un cieco: nel primo caso, la base ha chiesto di contare e nonostante le iniziali resistenze dei vertici è riuscita nel suo intento; nel secondo caso, la base non è stata interpellata minimamente, chiusa negli stazzi della grande fattoria. Nel primo caso la base è stata soggetto dell’operazione e per le elezioni si sentirà coinvolta in prima persona a difendere una sua scelta; nel secondo, la base, fino al giorno delle elezioni negletta, andrà alle urne per soddisfare una scelta fatta da altri e con criteri a lei ignoti. La differenza non è irrilevante, è la stessa che passa fra chi combatte per difendere la propria casa e i propri cari e chi fa finta di combattere per trovarsi dietro il carro del presunto vincitore.
Nel centrosinistra i cittadini fanno ancora politica, discutono, si confrontano, votano; nel centrodestra sono ridotti a comparse, sospettano, malignano, litigano.
Il successo di Niki Vendola è straordinario. Vincere col 73 % non è vincere, è bastonare, è rovesciare una gragnuola di colpi sulle teste di chi ti voleva mettere da parte in nome di un potere usurpato. La sua vittoria è la vittoria della sua gente, che ha rivendicato il diritto di decidere, che ha stabilito un punto fermo in politica: non è vero che o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra, ma è vero che puoi buttare sia la minestra sia chi te la vuole cacciare in gola. E’ la vittoria di chi intende la politica come partecipazione, passione, rivendicazione anche identitaria. Quel 73 % di cittadini che hanno votato Vendola lo hanno fatto anche per difendere il proprio mondo politico da contaminazioni alambiccate in laboratorio.
A fronte di questo universo politico, di sinistra, ci doveva essere il suo omologo avverso, ossia l’universo politico della destra, che oggi solo Adriana Poli Bortone incarna e rappresenta. Palese ha un altro vissuto, che esclude l’anima sociale. A destra non vogliono le primarie non solo e non tanto perché non rientrano nella tradizione, ma soprattutto perché, nello specifico pugliese, esse avrebbero dato ragione a lei. La Poli Bortone è oggi il solo esponente del centrodestra in grado di coniugare i valori della tradizione con le esigenze del nuovo senza barattare il proprio vissuto e senza fughe in avanti per paura di perdere il posto in prima fila. Il mondo missino, non ancora del tutto estinto, ha ragione di guardare a lei come al suo candidato naturale; ma anche il mondo di An, se vuole difendersi dal tentativo fagocitante di Forza Italia e della Lega, ha ragione di scegliere lei per lanciare un messaggio forte. L’apporto, poi, politico ed elettorale dell’Udc dimostra che lei gode del favore dell’elettorato cattolico e moderato ed aumenta le sue chances di successo.
Per altre strade, insomma, la politica è giunta a proporre agli elettori il vero confronto, quello che doveva essere scontato fin dall’inizio, che è tra Niki Vendola, uomo di sinistra, governatore uscente, e Adriana Poli Bortone, donna di destra, capace di governare, di suscitare entusiasmo, di interpretare quell’elettorato che l’ha seguita per più di quarant’anni.
Vendola sembra avvantaggiato potendo contare su tutto l’elettorato di centrosinistra; non così per Palese e Poli, i quali devono giocare una partita in cui l’avversario più subdolo è proprio quello più vicino. Ma, nella casa del centrodestra, c’è chi potrà perdere qualcosa di più delle regionali.
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martedì 1 dicembre 2009

Vendola e il busillis della ricandidatura

Per proseguire in un ragionamento occorre rimuovere l’ostacolo che si frappone fra un passaggio e l’altro o addirittura all’ingresso, esattamente come accade su una strada, stretta che non consente di aggirarlo. L’ostacolo è questo: in Italia qualsiasi governo, a qualsiasi livello, per l’opposizione è fallito in partenza; strada facendo si trovano poi le pezze per sostenere l’accusa. Non poteva fare eccezione la giunta regionale di Niki Vendola, personaggio che può piacere o non piacere ma che va giudicato esclusivamente per il suo essere e per il suo aver fatto politico.
Superfluo dire che fin dall’inizio per l’opposizione di destra, Vendola aveva fallito. Ora, però, vedo, a distanza di cinque anni, che anche per il suo stesso schieramento, il centrosinistra, Vendola non è ricandidabile. Ma non si capisce perché.Non v’è dubbio che grandi cose la sua amministrazione non ne abbia fatte e Vendola ha dovuto accorgersi che tra il dire, stando all’opposizione, e il fare, stando al governo, tra il suo forbito dire e il suo impacciato fare, c’è l’agitatissimo mare della realtà, in cui non solo gli avversari ma anche gli amici, compagni e alleati, brigano per disfare o vanno per fatti loro.
La sanità è stata oggettivamente un fallimento, da qualunque punto di vista la si guardi, ma soprattutto è stato un contenitore di scandali, a partire da quello di avere un assessore in palese conflitto d’interessi, il famigerato conflitto d’interessi, che esiste solo per gli avversari. Fallimento che è tralignato in una serie di storie indecenti. Vendola non ha saputo affrontarlo, se no non avrebbe messo Tedesco a quell’assessorato, ma ha saputo prendere di petto la situazione quando il rischio era il piatto alla puttanesca ed ha azzerato la giunta allo scopo di eliminare quegli elementi – facciamo nomi e cognomi, Sandro Frisullo, per esempio, vicepresidente – che si erano resi protagonisti di comportamenti disdicevoli.
In un paese in cui si procede “lento pede” su tutto, specialmente quando si tratta di rimuovere mele marce, il coraggio e la determinazione di Vendola basterebbero da soli ad accreditare l’uomo come un “vir bonus”, inteso alla latina, cioè un uomo onesto e probo, ma anche “dicendi peritus”. Egli ha saputo esibire, nella circostanza, un grande senso della cosa pubblica e dell’immagine che un uomo delle istituzioni deve avere e coltivare. Invece, proprio per questo suo, forse insospettato “puritanesimo”, ora viene punito. La parte politica degli “epurati” ora si vendica e lo fa in maniera subdola. C’è il Pd (partito di Frisullo) che propone Emiliano, sindaco di Bari, alla presidenza della Regione, sostenendo che con Emiliano si vince, con Vendola si perde e si regala la Regione al centrodestra. Non ci sono altre ragioni, quasi una questione di cabala. Non si dice: non ti candidiamo più perché hai sbagliato, hai fallito, non avresti dovuto fare questo e quest’altro; no, si dice: non hai sufficiente domanda sul mercato elettorale.
Da parte sua Emiliano si profonde in dichiarazioni “d’amore” per Vendola. “Caro Niki – dice – non riusciranno a metterci l’uno contro l’altro”. Altro che greci o cretesi, qui siamo al levantinismo più scoperto. Ognuno cerca di negare la parte che è per far piacere alla parte che deve recitare.
Poi c’è l’Udc, che non si capisce per quale ragione si ostina a dire: sì ad accordi col Pd, ma senza Vendola; quando si sente la puzza da un miglio che mente. Escludendo che l’avversione dell’Udc per Vendola abbia altre ragioni, il partito di Casini non si avventurerà mai in alleanze che potrebbero portare a guazzabugli di difficile e intricata soluzione. Ma perché, allora, si presta in questo gioco allo schiaffo contro Vendola?
A cinque anni di distanza dalla sua sorprendente elezione Vendola è messo in discussione da tutti: dagli avversari esterni per partito preso, dagli avversari interni per fargli pagare la sua scarsa disposizione alla convenienza di partito, e dai “neutri” dell’Udc per un incredibile gioco alla confusione.
Vendola, invece, meriterebbe, la ricandidatura, soprattutto per quello che ha dimostrato di essere. Sostenuto da collaboratori più leali e all’altezza della situazione, potrebbe fare quel che non è riuscito a fare nella scorsa consigliatura. Metterlo da parte è in-credibile.
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