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domenica 16 dicembre 2018

Matteo Renzi: divulgatore allusivo




Matteo Renzi, ex sindaco di Firenze, ex presidente della provincia di Firenze ed ex presidente del consiglio, il rottamatore-rottamato, sorprende ancora. La sera di sabato, 15 dicembre sul Canale Nove, il canale di Crozza, è andata in onda la prima puntata del documentario “Firenze secondo me”. E’ un percorso che Renzi, alla maniera di Alberto Angela, fa nella sua Firenze, per spiegare “che cosa questa città ha ancora da dire e da dare a noi cittadini del presente”.
I risultati Auditel dicono che è stato un flop perché a seguire il programma sono stati 367mila spettatori (1,8 dello share).
A me francamente è piaciuto e non lo dico perché mi ritrovo in quella parte di share che lo ha seguito, ma soltanto perché quello che pensano gli altri m’interessa solo per ragioni di studio.
Mi spiego.  Renzi è un politico che non fa mai niente per niente e neppure per quello che dice di fare. Dunque è legittimo pensare che, mostrando Firenze e dicendo che cosa questa città ha ancora da dire e da dare”, egli abbia voluto riferirsi allusivamente a se stesso, per dimostrare che lui ha ancora tanto da dire e da dare. Fin qui la lettura è abbastanza scoperta. La scuola italiana, soprattutto attraverso la storia della letteratura e dell’arte rende gli italiani un po’ fiorentini, nel senso che  c’è in ogni professionista che esca da indirizzi umanistici una componente di toscanità e in specifico di fiorentinità. Ognuno in quel che vede e sente cerca di vedere e di sentire altro: per visibilia ad invisibilia. E’ la formula già del simbolismo medievale, di cui Firenze è specchio, fin dal maestro Brunetto Latini.
Renzi maestro di retorica. Ma Renzi è anche allegoria del politico, che, accusato ed emarginato, cerca di riconquistare la scena e lo fa prima di tutto emarginendo gli altri a sua volta – vedi il suo ostentato disinteresse per il congresso del suo partito – e poi dando loro una lezione di cultura e di colloquialità.
Egli sa che oggi come oggi in Italia, su questo piano, ci sono davvero pochi competitors. Chi? Salvini o Di Maio? Fico o la Castelli? La Lezzi o Toninelli? Via, siamo alle scuole di recupero o alle serali!
Firenze non è solamente molto bella ma è un’enciclopedia del dìscere e del docère. A noi interessa, in questa sede, soprattutto la chiave politica, non certo per Firenze ma per la sua insolita e straordinaria guida: Renzi, appunto.
Due gli episodi particolarmente significativi di questa prima puntata. Il primo si lega ad un dipinto del Botticelli, che si trova negli Uffizi, intitolato Calunnia. In questo dipinto ogni figura rappresenta allegoricamente un vizio umano, nella fattispecie sono rappresentate per figure tutte le componenti che producono la calunnia: ignoranza, sospetto, rancore, invidia, frode. Chi giudica è Re Mida, che allegoricamente ha le orecchie d’asino. Renzi non ha dubbi: quel quadro descrive come meglio non si potrebbe la realtà politica dei giorni nostri, quando per danneggiare una persona si ricorre alle cosiddette fake-news. Come non vedere nella rappresentazione botticelliana la vicenda sua, personale e famigliare, di Renzi dico e della sua sodale Elena Boschi, anche lei calunniata negli ultimi tempi del suo governo?
Renzi rivendica orgogliosamente la sua fiorentinità, ergo la sua superiorità culturale. Io posso dirvi chi siete, cari avversari, nei modi e nelle forme che più mi piacciono, mentre voi siete condannati all’insulto diretto e al turpiloquio. Viene di pensare al Marchese del Grillo: io so’ io e voi non siete un cazzo!
L’altro episodio, edificante, politicamente fondato è quello della cosiddetta Elettrice Palatina, ovvero Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743), figlia del Granduca Cosimo III e moglie del Principe Elettore del Palatinato Giovanni Carlo Guglielmo I. Questa, alla sua morte, donò alla città di Firenze la sua immensa collezione artistica col vincolo della inalienabilità. Renzi vede in quel gesto un grande progetto politico, quello che oggi chiamiamo di turismo culturale, che è fonte di ricchezza. I tempi hanno dato ragione all’ultima discendente dei Medici. Un monito – secondo Renzi – ai politici di oggi (gli altri, ovviamente!), i quali non solo non sanno vedere nel futuro ma neppure conoscono le risorse culturali del passato, rimasti all’irridente carmina non dant panem.  
Un discorso intelligente, quello di Renzi, fatto da una persona abile, che in ogni caso non ci fa superare tutte le nostre riserve sul personaggio arrogante e presuntuoso. Un simile discorso non poteva piacere a più di quanti è piaciuto. Vedremo alla seconda puntata che ci dirà.

domenica 29 gennaio 2017

Renzi e il resto di niente


Matteo Renzi è tornato. Ed è subito guerra. Lo ha fatto a Rimini il 28 gennaio, all’assemblea nazionale del partito di cui è ancora segretario. A sentirlo, sembra non si sia mai allontanato dalla politica. Stesse ciarle, stesse faccette, stessa presunzione, stessa arroganza. Si sarebbe dovuto ritirare a far altro se avesse perso il referendum della riforma costituzionale. Lo aveva detto lui stesso. E’ rimasto, forse perché non ha trovato altro da fare. Nei primi giorni del dopo dimissioni da presidente del consiglio si è fatto riprendere in un supermercato col carrello della spesa. Una versione domestica che, in regime di maschilismo, lo avrebbe condannato senza appello, quale homo inutilis; oggi, in regime di pari opportunità al rovescio, è come una medaglia al valore.
Riparte. Come tutte le ripartenze, anche la sua deve mostrarsi veloce, grintosa, determinata, per prendere gli avversari in contropiede. Come nel calcio. Non poteva perciò dimostrarsi dispiaciuto, contrito; non è nel suo dna, del resto. Perciò si è mostrato dimentico; come se dalle sue performance fossero passati anni. Si sta comportando come chi davvero non c’è mai stato. Renzi non pare il resto di qualcosa che c’è stata, pare il resto di niente.
Ecco, un altro che non potrebbe più barare. Oggi gli italiani sanno perfettamente chi è. O forse ci illudiamo che lo sappiano. Allo stesso modo lui si illude di essere nuovo.
Dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum si è detto soddisfatto. Che fa, il fesso? No. Soddisfatto perché, a suo dire, si avvicinano le elezioni. Lo hanno detto tutti i renziani che la sentenza della Corte ha “confermato” che l’Italicum ha un fondo importante di costituzionalità. Ma che si aspettavano, che la Corte mandasse loro i Carabinieri per arrestarli tutti? Quella legge, oltre che incostituzionale, è stupida.
Se Renzi non fosse quel’immemore o sfrontato che si sta rivelando si sarebbe dovuto nascondere per un bel po’. La sentenza è stata l’ennesima bocciatura delle sue "meravigliose" riforme. Dopo quella della pubblica amministrazione (ministra Madia) e della costituzione (ministra Boschi), ecco quella dell’Italicum, la legge elettorale, così perfetta che dava per scontata una cosa non ancora avvenuta, la riforma del Senato. La classica pentola senza il coperchio: cose del diavolo o semplicemente di fessi allegri.
Le sue mance, come sono state chiamate, ottanta euro ai redditi bassi, cinquecento euro agli insegnanti per aggiornarsi ed altri cinquecento a tutti i diciottenni, hanno creato difficoltà nei conti dello Stato che ora rischia guai seri da parte dell’Europa, così il ministro dell’economia Padoan ha chiamato la procedura di infrazione minacciata da Bruxelles.
Insomma, l’uomo nuovo della politica italiana, giovane e grande comunicatore, brillante e rottamatore, che dava pacche sulle spalle ai potenti del mondo come a dei compagni di classe, in buona sostanza, dopo circa tre anni di governo, non ha lasciato niente. Dietro di sé macerie, anche in campo internazionale. Hanno perso tutti quelli per i quali lui tifava, tra cui Cameron e la Clinton. Al niente va aggiunta la sfiga, che si porta dietro, piuttosto contagiosa. Per un enfant prodige è grave.
Con quali prospettive si ripropone? Certo, non è mica fesso a dire: io sono quello di prima, non è cambiato niente. Ma non dice neppure che, consapevole degli errori e dei fallimenti, si propone di cambiare. Non dice niente che lo riguardi personalmente. Dice che vuole cambiare il partito, come se la sua esperienza al governo è finita come è finita per colpa del partito. Nelle prossime settimane vedremo come lo vorrà questo partito. Intanto si cerca una via d’uscita mentre ognuno si mette sulla porta per non far né entrare né uscire. La proposta di Pisapia o quella di trovare un nuovo leader giovane di un nuovo Ulivo sono nate morte. Prodi giustamente ha commentato con qualche preoccupazione le stranezze o le stravaganze che circolano nel Pd.
Da Roma - stessa data, altra assemblea - D’Alema ha agitato lo spettro della scissione. Non ha torto quando dice che per andare a votare subito, come vorrebbe Renzi, non ci sono le condizioni. Chiede il congresso prima, che non dovrebbe essere conta di voti ma confronto di idee, di progetti, di formazione di gruppi dirigenti.
Ad allontanare le elezioni non è tanto la mancanza di una legge elettorale omogenea tra Camera e Senato, che pure è fondamentale, quanto la mancanza sia a destra che a sinistra di intese solide e di progetti politici. Il congresso nel Pd servirebbe, appunto, a delineare una progettualità politica. Insomma, per votare subito non ci sono i mezzi (legge elettorale) e non si vedono i fini (che cosa si vuole fare). Renzi, col suo solito sarcasmo, strappando qualche applauso, ha detto che non intende rispondere a chi di lontano, da altra assemblea, minaccia. Invece di avvicinarsi i leader della sinistra o del centrosinistra si allontanano.
Si può essere d’accordo con chi dice che chi non vuole il voto subito lo fa per calcoli suoi. In politica è normale che ciò accada. Ma ai cittadini importa poco il tornaconto politico personale di questo o quel personaggio. Quel che importa loro è che scomodarli a votare ne deve valere la pena, ci deve essere un motivo importante, che è avere progetto di governo e governabilità.

Renzi non ha in questo momento né l’una né l’altra cosa. In verità non ce l’ha nessuno, né a sinistra né a destra. E figurarsi i 5 Stelle! Ma sia a sinistra che a destra c’è chi suggerisce di procedere con prudenza, che non è lentezza: è un attrezzarsi per giungere preparati a fare qualcosa una volta giunti a destinazione. 
Chi, invece, ha fretta di votare – e Renzi ce l’ha – vuole solo una rivincita personale, che potrebbe essere, però, una riperdita per il Paese.     

domenica 18 dicembre 2016

L'età renziana continua coi proconsoli


Bisogna convincersi, farsene una ragione: Renzi non è un episodio della politica italiana, non è un Goria o un Letta; è l’inizio di un’età, che gli storici chiameranno renziana. Così come per Giovanni Giolitti.
Renzi ha poco di paragonabile al grande politico di Dronero; Giolitti veniva dagli alti ingranaggi dello Stato, più simile a Ciampi; il Nostro è un politico di professione, viene dal nulla. Ha una laurea in giurisprudenza, punto e basta. A quarant’anni aveva già fatto il presidente della provincia, poi il sindaco di Firenze e infine il presidente del consiglio dei ministri. Prima di essere il rottamatore, è stato il propositore di se stesso. Si è proposto in tutto, perfino ai giochi di Mike Bongiorno. Dai boy-scout ha preso il senso del gruppo e del capo; uno destinato a primeggiare anche quando subisce una sconfitta. Come dire? Se perde la guerra vince la pace.
E’ stato letteralmente defenestrato dal voto popolare del 4 dicembre. Ma è caduto senza farsi niente, la finestra era a piano terra, non si è neppure ammaccato. E, infatti, il governo che è stato varato subito dopo è lo stesso di prima. Non c’è lui, ma, come faceva Giolitti, ha messo due suoi proconsoli: Gentiloni a capo del governo e la Boschi a sottesegretario alla presidenza del consiglio.
C’è da chiedersi perché. Non c’erano altri? Gentiloni, specializzato in successioni in corso d’opera, faceva proprio al caso? E la Boschi, la cui riforma costituzionale è stata subissata sotto una valanga di NO, non meritava una messa a riposo? Perfino la Finocchiaro, relatrice di quella riforma, è stata premiata col Ministero per i rapporti col Parlamento. Renzi, insomma, ha voluto far capire che chi comanda è ancora lui, che si è messo da parte per dimostrare che è ancora più forte di prima, premiando gli elementi chiave di una riforma che il popolo ha rabbiosamente bocciato. Una sfida, la sua, che ha del temerario.
E’ un bel dire da parte delle opposizioni: andiamo subito a votare, questo governo è la fotocopia del precedente, è un governo Renzi senza Renzi e via di questo passo. Cosa che ha avuto un’eco anche nella satira. Giannelli, sul “Corriere della Sera” di venerdì, 16 dicembre, ha messo nella sua vignetta la Merkel, Juncker e Hollande che, guardando Gentiloni, commentano “In Italia hanno cambiato parrucchiere”, alludendo alla diversa pettinatura dell’attuale premier rispetto a quella del precedente. Dunque, nessun dubbio che Renzi è vivo e vegeto e pronto a tornare più forte e – ahilui – più arrogante di prima.
Egli rientra in una tipologia di furbi che non si accontentano della furbata a danno di altri, ma  vogliono anche compiacersene esibendola. Questo è il vero motivo della Boschi e della Finocchiaro al governo. Avete bocciato la riforma? Ecco, io metto nel governo chi l’ha redatta e politicamente rappresentata. Perché io – quasi emulando Alberto Sordi del Marchese del Grillo – so’ io e voi non siete un cazzo!
Ma la furbizia è intelligenza imperfetta; magari consente di ottenere nell'immediato grossi risultati ma poi spinge ad andare oltre e li fa perdere. L’intelligente non si esibisce mai, neppure in politica; anzi, soprattutto in politica, deve saper simulare e dissimulare. Renzi avrebbe dovuto o dovrebbe trarre una lezione dalle randellate referendarie, dare una spiegazione al fatto che è diventato così odioso a tanta gente, a tanti giovani soprattutto. C’è chi si sorprende che i giovani lo detestino; invece è assolutamente normale. I giovani non amano i migliori della classe, specialmente quando sono sfacciatamente fortunati e protetti. Parola di professore. Renzi non se ne rende conto o forse non riesce ad essere diverso e continua nella sua arroganza, come se, indispettito, la vuol far pagare a chi gli è stato contro.
Ma, dettagli caratteriali a parte, egli sta costruendo il suo ritorno per dare un seguito alla sua “età”. Questo governo, con molte probabilità, durerà fino alla scadenza del 2018; salverà perciò il vitalizio di tanti parlamentari. La qual cosa esaspererà la rabbia dei cittadini contro i politici.
Con troppa fretta alcuni commentatori nei giorni scorsi hanno parlato del fenomeno del bandwagoning, cioè del salto sul carro del vincitore. Hanno sbagliato. A parte che non c’è un carro del vincitore per saltarvi su, ma se pure intendessero alludere ai voltagabbana – quanto è più bello servirsi dell’italiano! – non credo che ce ne siano tanti ad aver abbandonato Renzi. Certo, alcuni commentatori politici oggi dicono di Renzi – penso a Paolo Mieli – quello che non dicevano fino al voto del 4 dicembre.
La durata del governo Gentiloni è credibile – altro discorso se anche auspicabile – perché è in corso la guerra di logoramento al Movimento 5 Stelle. Se le cose a Roma continueranno ad andare con la sindaca grillina Raggi come sono andate finora, ossia malissimo, c’è da credere che il Movimento arriverà alla fine della legislatura logoro. Chi ha interesse a mettere fine ai cunctatores? Il Movimento 5 Stelle fa paura a tutti; e chi non avverte il rischio di una vittoria dei grillini vuol dire che è proprio un irresponsabile o un avventuriero, un sostenitore del tanto peggio tanto meglio. I grillini hanno dimostrato finora di essere anche simpatici e puliti, ma hanno anche evidenziato spiccate incapacità di gestire situazioni di comando, di governo, di potere.

Per tutte quante queste ragioni Renzi probabilmente vincerà le primarie del suo partito e si proporrà candidato premier, in barba alla Costituzione de jure che non lo prevede, alle successive elezioni. Per le quali manca una legge che sia la stessa di Camera e Senato; ma questa si troverà, magari piano piano, senza fretta, perché il tempo deve passare e produrre situazioni di favore a chi è più furbo e forse anche più forte di altri. In questa gara Renzi non ha rivali.  

domenica 30 ottobre 2016

Renzi e l'incredibile Italia dei furbi e dei fessi


Renzi finirà per cuocersi nel suo brodo. Lo sta così allungando che alla fine resterà a galla lesso. Ce ne sono stati altri, peggio e meglio di lui che hanno fatto quella fine. Ce ne sono altri con lui.
Non parla che per slogan, per frasi fatte, per giochi di parole, per bugie neppure tanto imbellettate. I suoi sostenitori, a furia di ripetere le stesse cose, hanno il volto catatonico. Guardate la Boschi! Solo qualche mese fa era bellissima, la più amata dagli italiani; oggi sembra una statua di cartapesta, inespressiva, statica, catatonica appunto!
Parafrasando Plinio il Giovane, che disse “sono tanto abituato a dire la verità, quanto voi ad ascoltarla”, Renzi dà l’idea di uno che è tanto abituato a dire bugie quanto gli altri ad ascoltarle.
Un po’ non ha torto e per questo non tradisce il benché minimo disagio morale; sa che il mercato politico domanda bugie e lui bugie offre. Basta fare mente locale su tante persone che, pur giudicando negativamente la riforma, votano Sì. Per dare un messaggio di cambiamento, dicono. Ma quale cambiamento? Quello di mettere fuoco alla casa che brucia? Via! E’ frustrante sentire persone di indiscutibile valore appiattirsi sulle baggianate di un furbetto impunito. Non si tratta di gentucola, si tratta di personaggi come il filosofo Massimo Cacciari e l’architetto Massimiliano Fuksas, quello della Nuvola.
Questa è l’Italia! Dei furbi e dei fessi; dei furbi sempre più furbi, dei fessi sempre più fessi. E se quelli che per natura e cultura fessi non sono ma si comportano come tali, i fessi-fessi che devono fare?
Come non dare ragione a Renzi, allora, anche quando si compiace delle performance burlesche? Dalla sceneggiata americana con Obama alla copertina della rivista musicale “Rolling Stones”, in atteggiamento papale, attraverso tutte le reti televisive, non fa che propaganda, continua, pervasiva, asfissiante. Perfino le disgrazie naturali, come i terremoti nel centro Italia, sembrano andare in suo soccorso; e lui le accoglie come manna dal cielo. Salta da un paese terremotato all’altro a portare la presenza del governo, ovvero la sua.
Anche quando si confronta per il voto referendario, con chiunque parli, non deflette: spara minchiate senza ritegno. Sa che dietro di sé ha la grande caterva di idioti che ripetono come pappagalli il mantra della riforma: non riduce la democrazia ma la burocrazia, si taglia il costo della politica, si risparmiano cinquecento milioni di euro, si abbatte il sistema bicamerale paritario, si snellisce la procedura delle leggi, altri non sono riusciti mai a farla la riforma e noi invece l’abbiamo fatta, e via di questo passo, senza mai entrare nel merito della questione. A De Mita è giunto a dire che non ha il diritto di impedire finalmente la riforma di un’Italia che i tipi come lui hanno portato alla rovina. Ha detto proprio così: non avete il diritto!
I grillini, che sul piano delle sparate grosse non scherzano, hanno detto: vogliamo ridurre davvero i costi della politica? Dimezziamo gli stipendi dei parlamentari! La risposta? …per rispondere, dovrei scomodare un organo di letto e di diletto. Dico che non s’è fatto niente alla Camera, perché su certe cose si può fare anche propaganda ma fino a quando non diventano serie. In Italia basterebbe non rubare e poi si potrebbero pure strapagare i politici, perché la politica, come sa chi la fa seriamente, ha i suoi costi.
Certo, non si può fare politica seria da pellegrini o da turisti, come purtroppo se ne vedono tanti in giro tra i palazzi romani, che sembrano sempre come appena scesi dal pullman e si si apprestano a visitare la città. Allora a quelli non si tratta di dimezzare gli stipendi, ma di mandarli a casa e stare bene attenti alle elezioni prossime a non sceglierne di simili.
Ora, io non dico che nella riforma renziana della Costituzione non ci siano aspetti condivisibili – ci sono! – dico che non vengono spiegati razionalmente. Dico che i sostenitori del Sì si rifiutano di dare risposte ragionate alle obiezioni dei sostenitori del No. Per quale ragione se non perché neppure loro hanno le idee chiare o ce l’hanno fino al punto da non dirle perché sarebbe controproducente? 
Con mezza bocca dicono che quale che sia la risposta referendaria non accadrà nessuna catastrofe; e con l’altra mezza sparano biblici disastri. Dire che se non passa il Sì l’Italia non avrà più riforme, è una grandissima stronzata, che offende chi ha un minimo di intelligenza. Perfino un bambino delle materne impara e sa che dopo il lunedì viene il martedì; c’è sempre un giorno dopo, che è come dire che la storia continua. Con Renzi e senza Renzi, si capisce!
L’apparizione in video di questo onnipresente non scandalizza più nessuno. Ai tempi di Berlusconi, al Cavaliere contavano i minuti secondi di televisione Oggi neppure si accorgono che cambiando canale nel giro di pochi minuti si ritrovano sempre con la faccia del furbetto fiorentino a pontificare su tutto. Sembra che parli sempre a rete unificate. Se mancava un riscontro di quanto gli italiani siano per il consenso a chi comanda, eccone la prova.

Per stare sempre sui media si è perfino inventato la “lotta continua” con l’Europa e con gli europei. Non c’è giorno che non spari a zero sulla Commissione europea o su qualche leader di altra nazione, ora per i migranti ora per la flessibilità. E per tenere dalla sua parte la pancia del paese assume toni da nazionalista. Provoca frizione all’esterno per tenere buono l’interno. Un vecchio trucco della politica. Renzi probabilmente sa poco o nulla di storia, ma è un politico d’istinto e riesce anche a dare l’impressione di sapere. Non piace ai giovani, perché essi vedono in lui un culorotto, come si dice in gergo salentino culiruttu per indicare uno che ha fortuna sfacciata, uno che ha approfittato di un concorso di circostanze positive per emergere in maniera eccessiva. Piace agli anziani, i quali vedono in lui ciò che ognuno avrebbe voluto essere in gioventù, senza riuscirvi. Frustra le speranze di chi le ha; ravviva la nostalgia di chi non ha più niente in cui sperare. Il suo obiettivo è esserci: sempre, finché popolo non lo separi!    

lunedì 27 giugno 2016

Renzi e la fine d'un idillio


Renzi ha riconosciuto di essere stato battuto nelle elezioni amministrative di domenica, 19 giugno.  Non è sufficiente a capire cosa sta succedendo in questo paese, dove ormai ogni elezione, anche quella per eleggere l’amministratore di un condominio, è un voto politico pro o contro Renzi. Vuol dire che votare per il sindaco di Taurisano equivale a votare per il presidente del consiglio? 
Il caso Torino è emblematico. Piero Fassino, sindaco uscente, ha governato bene una delle più importanti città d’Italia, per quasi unanime riconoscimento; ma, dopo aver vinto al primo turno, è stato battuto al secondo dalla grillina Chiara Appendino.
“L’alternativa è Chiara” era lo slogan dei suoi sostenitori, giocando sulla duplice categoria grammaticale di nome-aggettivo di chiara. Banale e da quotidiano sportivo, come quello della romana Virginia Raggi, altra grillina che ha vinto nella capitale con lo slogan “Su Roma Raggi di luce”.
Sia! ormai la politica è ridotta a battute, più o meno felici e più o meno efficaci. E’ la realtà; ma è una realtà che non rassicura. Il Movimento di Grillo è un salto nel vuoto.
Ma quando lo si capisce in questo cazzo di paese? 
I grillini si autoproclamano onesti. Ma fino a prova contraria tutti lo sono. E, posto che lo siano davvero, basta per governare?
Lo squallore del momento lo colpisci come una sagoma da tiro a segno.
Cosa accadrà adesso, nelle città ingrillettate e nel governo centrale? I sindaci avranno i loro problemi concreti e presto si accorgeranno che non è per niente facile governare il popolo italiano, a nessun livello. Senza esperienza, poi! Con un’azienda alle spalle – la Casaleggio Associati – che sembra una fornitrice di servizi statistici e mediatici a banche e ad industrie più che un esperimento politico.
A sentirli i grillini, tutti, nessuno escluso, a qualsiasi domanda venga loro rivolta rispondono con una lunga sequela di accuse alle vecchie classi dirigenti, nazionali e periferiche, come un disco, nella più bella tradizione di chi in Italia sta all’opposizione, e ricordano certo massimalismo e catastrofismo di comunisti e missini del lungo dopoguerra italiano.
Beati gli immemori, che campano meglio!
Ma, quanto a proposte, a parte il famoso reddito di cittadinanza, non sanno dire altro. Zero assoluto su immigrazione, su modernizzazione dello Stato, su politiche ambientali, su scuola e cultura, su politica estera, su problematiche economiche. Il loro, quando non è silenzio, è uno sfarfallare oggi in una direzione domani in un’altra. 
Davide Casaleggio, figlio del de cuius, assicura che non si candiderà mai e che il suo sogno è di realizzare la democrazia diretta con la rete (Corsera del 21 giugno). E vorrei vedere! Nella sua prospettiva terrebbe sotto controllo tutta la partecipazione politica.
Sarà che appartengo ad altra epoca e non capisco l’attuale, ma se la sua non è un’onesta utopia, e sarebbe meno peggio, è un modo consapevole per sottrarre ai cittadini i buoni e semplici metodi di controllo del potere attraverso il voto. Casaleggio dice: ogni cittadino è in rete e può esprimere il proprio parere in tempo reale su ogni cosa che riguarda il pubblico governo. Già il presupposto è discutibile, è come tornare all’Ottocento quando avevano diritto al voto solo gli alfabetizzati. La rete come la firma. Ma vorrebbe dire che alla fine, senza nessuna possibilità di verifica e senza nessun dibattito fisicamente partecipato, ci si può ritrovare con scelte volute da una sorta di oracolo, l’oracolo di Casaleggio. L’oracolo, presso greci e romani, era il responso profetico degli dei, ma in realtà a “parlare” era il re che in quel momento aveva in pugno il potere e poteva interpretare a suo piacimento la risposta ambigua che gli dei “davano”.
Figurarsi, gli dei!
In realtà il Movimento di Grillo sta rivelando tutta la dabbenaggine della gente, tanto più grave oggi quanto meno essa è veramente acculturata. Alfabetizzato è altra cosa da acculturato. La gente che vota sull’onda dell’emozione mette in crisi la forza della democrazia. La gente che vota con la pancia mette al pari in crisi la forza della democrazia. Quando essa non si basa sulla ragione porta di filato verso esiti che finiscono per negarla. La storia non insegna niente, ma qualche volta può essere letta come un diario dell’umanità o di un paese. 
Quanto al governo centrale, non v’è dubbio alcuno che ora Renzi sia giunto alla resa dei conti coi suoi avversari interni. Dovrà lasciare la segreteria del partito? Se perderà il Referendum sulla riforma costituzionale dovrà lasciare anche la presidenza del consiglio? Vedremo. Intanto tutti gli danno addosso, come fecero gli achei al troiano Ettore ucciso sotto le mura di Troia “Né vi fu chi di fargli una ferita / Non si godesse…”. Leggere Omero.
Nel suo partito, il Pd, la vecchia guardia (Bersani, D’Alema), la sola componente che ancora ragiona, insiste per rivedere un po’ di cose, sia nell’organizzazione del partito, sia nelle strategie politiche e sia nell’immediato nella cosiddetta riforma elettorale (Italicum) e costituzionale. Si è ormai in stato d’allerta. La piena – aggiungasi di grillini – è ormai arrivata al livello di guardia. Se non si interviene subito sull’Italicum e sulla riforma costituzionale si consegna il paese al Movimento di Grillo, il Movimento – non si dimentichi – nato da infiniti e strombazzati “Vaffanculo”, ripresi e propagati dalla televisione, il più potente, idiota e micidiale mezzo di distrazione di massa. Il combinato disposto dell’una e dell’altra cosa doveva servire a consolidare il potere di Renzi, ma per come le cose si sono messe potrebbe produrre l’esatto contrario. E hai voglia poi a ripetere: te l’avevamo detto noi! L’apprendista stregone si brucia la faccia.

La resistenza a Renzi ha imboccato la strada giusta. Per due anni ha morso ferro, ha inghiottito rospi; ora può passare al contrattacco. Gli assennati si conteranno nel seguito. 

lunedì 18 aprile 2016

Referendum: tutti nel taschino di Renzi


La preoccupazione che anche questo referendum, cosiddetto delle trivelle (17 aprile 2016), finisse come quello sull’acqua del 2011 c’era. Allora si raggiunse e si superò il quorum, anche se poi l’acqua, di riffa o di raffa, è andata a finire in parte in mano ai privati, che era quanto il referendum voleva impedire. La si avvertiva man mano che personaggi importanti, come i presidenti di alte e altissime istituzioni, compreso l’ex Presidente emerito della Repubblica Napolitano, si scomodavano a pronunciarsi sull’opportunità di andare a votare o sulla legittimità di non andare.
D’altra parte per votare l’abrogazione della norma che legittima lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e di gas esistenti entro le acque territoriali fino al loro esaurimento si erano pronunciati in molti: le nove regioni che avevano chiesto il referendum, pur con qualche successiva defezione (l’Abruzzo, per esempio), il Movimento 5 Stelle, Forza Italia, una parte del Pd, i socialisti nonostante Nencini, associazioni ambientaliste, vescovi. C’era obiettivamente di che preoccuparsi o di che sperare, a seconda dei punti di vista.
Il risultato, poco più del 32 % di votanti, è che il quorum non è stato raggiunto; assai al di sotto di paure e aspettative. E consideriamo che non tutti i votanti hanno detto SI, il 14 % ha detto NO.
Cosa è accaduto? Si potrebbero dare due risposte immediate. La prima è che in effetti il referendum era una follia pura dopo che la questione delle prospezioni e trivellazioni in acque territoriali erano vietate con la Legge di Stabilità del dicembre 2015. La seconda è che quella che sembrava l’invincibile armada referendaria si è dissolta come nebbia. L’impegno del Movimento 5 Stelle per la morte di Casaleggio è stato un po’ distratto dal referendum. I vescovi e non pochi enti e circoli della società civile sono venuti meno quando si sono accorti che la partita era stata caricata dai referendari di valenze politiche precise, contro il governo. In campo sono rimasti i soliti instancabili ambientalisti e i sinistri senza se e senza ma di Rifondazione, dei centri sociali, di Sel e via sinistreggiando. Troppo poco per far raggiungere comunque un risultato significativo. I 14 milioni di contrari alle trivelle sventolato da Emiliano e i 16 da Brunetta – si riferivano agli stessi – sono le classiche risposte di chi non vuole darla a vedere di aver perso; e perso male per giunta.
Non so se altrove di uno che riesce a spuntarla con più avversari si dice che se li mette nel taschino; beh, dispiace doverlo ammettere: ancora una volta Renzi se li è messi tutti nel taschino. Sembra proprio che ci sia una forza occulta che guidi i suoi avversari a comportarsi in modo tale da finire bastonati, regolarmente, da lui.
Il Referendum tuttavia ha dimostrato – ma serve ad un ciuco che non vuol sentire? – che è sbagliato puntare sul referendum quando non c’è una ragione forte e sentita dal popolo; sbagliatissimo quando si carica il referendum di significati impropri e truffaldini; risibile quando per convincere a votare in un certo modo si portano argomentazioni tanto ingannevoli quanto pedestri. Nel Referendum del 17 aprile molti elettori sarebbero andati a votare e avrebbero votato senz’altro SI se avessero avuto chiaro il fine e chiare le ricadute dell’esito. Invece i referendari hanno prospettato scenari apocalittici, del tutto fantasiosi e comunque lontanissimi dal verificarsi. Più concreti i sostenitori del NO all’abrogazione, i quali hanno detto che se non proprio nell’immediato ci sarebbe stata la perdita di posti di lavoro nell’ordine di diverse migliaia, oltre al bisogno del gas e del petrolio che non avremmo avuto dai nostri giacimenti.
Anche la cosiddetta trivellopoli per il noto scandalo del petrolio della Basilicata si è rivelata a chi ragiona sui fatti un pretesto, anche questo puerile. Che si fa, non si pianta un albero perché i ladri possono rubare i frutti? Non si estrae più petrolio perché ci sono i corruttori e i corrotti che ne approfittano per arricchirsi? Via, siamo al XXI secolo e si cerca di carpire un voto ad un referendum con simili patacche?

Questa tornata è stata vinta da Renzi; è perfino di cattivo gusto dirlo. La vera partita si giocherà a ottobre col referendum confermativo sulla riforma costituzionale. Allora non ci sarà bisogno del quorum e sarà un confronto all’ultimo voto. Allora sì che Renzi corre il serio pericolo di dover lasciare, per suo stesso impegno d’onore. Ma, attenzione, se i suoi avversari sono quelli visti finora, “rischia” di doversi dotare di una bisaccia; il taschino non bastando.

domenica 13 dicembre 2015

Renzi e la Leopolda


Alla VI edizione della sua invenzione politica, a Firenze, Renzi ha detto che senza la Leopolda non sarebbe diventato capo del governo, che non ci sarebbe stato quel cambio politico generazionale che è sotto gli occhi di tutti. L’orgoglio delle proprie imprese in politica è comprensibile. Quanto però un successo politico dipenda da esse o da un insieme di circostanze diverse è assai più complesso dimostrarlo; ma diamo a Renzi quel che è di Renzi. Oggi è l’uomo politico italiano più importante, con una prospettiva assai più importante del suo trascorso. La Leopolda - ha detto - è il futuro. La Leopolda, insomma, come il socialismo, il fascismo, il comunismo: un sistema di idee e di fatti epocale. Bum!
Renzi, però, esagerazioni a parte, sembra l’uomo giusto nel momento giusto. Se così non la pensassi non sarei quell’hegeliano che mi son sempre professato. Nell’era dei social, del chiacchiericcio mediatico, dei ciarlatani e degli uomini di plastica, Renzi è un simbolo prima ancora di essere un rappresentante; un prodotto più che un artefice.
Questo non significa che è positivo tutto quello che fa; piuttosto che non ha competitori, che è come un concorrente in pista senza avversari, che arriva primo e ultimo al traguardo. Fa quello che fa perché nessuno lo contrasta, lo condiziona, lo sminuisce, lo costringe al compromesso. D’Alema, Bersani, Cuperlo, Fassina, Civati, Vendola sono neige d’antan, per dirla col Villon, quello della ballata degli impiccati.
La Leopolda non è un partito e non è una corrente del partito cui Renzi appartiene. Lo ha detto chiaro e tondo. Ipse dixit. E, allora, che cos’è? Pare una bolla d’aria, una “trovata” propagandistica, tra il pubblicitario e il politico. Un altro segno dei tempi, prima o poi qualcuno le darà l’importanza che non ha. 
Passiamo al concreto. E’ la politica estera renziana – in verità evanescente fino alla mortificazione – che spiega ogni altra politica di questo governo, da quella economica a quella scolastica, da quella della sicurezza a quella delle stesse riforme. Quando Renzi si incontra coi suoi omologhi europei e mondiali lo vediamo in disinvolta conversazione con essi e in amichevoli pacche sulle spalle, sorrisi e scambi di battute. Sembra quasi che tutti lo cerchino; tutti gli sorridono, lo coccolano, come in genere si fa con l’ultimo arrivato, il figlio piccolo di famiglia. Si compiace a fare il cacanido. Ovvio, la televisione seleziona le immagini e mostra quello che conviene, che fa propaganda.
Quando torna in Italia fa la voce grossa: noi non bombardiamo e quelli che lo fanno sbagliano, non sanno neppure che cosa bombardano e perché; l’Europa non ha una strategia. L’Europa non ci deve dire quello che dobbiamo o non dobbiamo fare.
Beh, concediamogli pure il contentino. Non ci costa niente. Ma ammettiamo anche che uno come Renzi, il boy-scout nazionale, oggi come oggi fa al caso nostro: chi vuole la guerra in Italia? Ma stiamo scherzando? La posizione del governo esprime alla perfezione il punto di vista più diffuso nel Paese. Ma da qui a dire che l’Italia è in prima linea, come fanno Renzi e compagni, che dopo gli Stati Uniti è il Paese che ha più militari in missioni all’estero, ne corre. Il nostro disimpegno andrebbe spiegato, senza vergognarsi, senza pezze propagandistiche che fanno male, senza ruffianismi con i paesi da dove vengono i migranti, ai quali non si prendono le impronte come vogliono le norme europee. L’Italia è come papa Francesco la vuole: una chiesa da campo, prima accogliamo e curiamo e poi, se è il caso o se c’è tempo, certifichiamo l’identità.
La nostra politica estera è sostanzialmente ruffiana e mira ad un trattamento di favore perfino dai terroristi. Ai quali si dice o si fa capire che noi non siamo come i Francesi, come i Russi, come gli Inglesi, come gli Americani; noi siamo brava gente: basta che c’è la salute.
Renzi perciò fa davvero al caso. Non c’è che dire. La stampa lo asseconda. Perfino quella più ostile ormai tace e se pure accenna a qualcosa di spiacevole, lo fa col preservativo anti-Salvini, sparando in premessa contro la destra impresentabile.
Il decreto salva-banche, fatto per salvare le quattro banche fallite, è la prova più lampante di un Paese, che, senza o con Renzi, non cambia. Le banche semplicemente non dovrebbero fallire. C’è una legge del 1926 che le mette tutte sotto il controllo della Banca d’Italia. Se falliscono è perché qualcuno o più di uno ha delle responsabilità; e pertanto dovrebbe pagare. I risparmiatori, furbi o fessacchiotti, non dovrebbero essere truffati. In banca non si va come al Casino a puntare, se esce rosso vinco se esce nero perdo. In banca si va a mettere al sicuro i propri risparmi nell’eventualità di un bisogno, di un’esigenza, nella prospettiva di realizzare qualcosa per i figli. Che governo è quello che lascia alla mercé di ladri e truffatori i cittadini, provveduti o meno che siano? Il decreto salva-banche del governo doveva anzitutto tutelare gli interessi dei risparmiatori. Non devono essere sempre i cittadini ignari a pagare per le manchevolezze delle istituzioni. Invece, ancora una volta, propaganda: col decreto abbiamo salvato migliaia di posti di lavoro. Tra i posti di lavoro salvati ci sono quelli di quegli impiegati che hanno truffato i risparmiatori con le obbligazioni inadatte facendo perdere loro i risparmi di una vita.
Col decreto salva-banche è stata salvata, con le altre tre, anche la banca di cui è vicepresidente il padre della ministra per le riforme, Elena Boschi. Dove starebbe la panacea renziana se in Italia accadono esattamente le stesse cose che sono sempre accadute? Dove il nuovo uomo della provvidenza?
La “buona scuola” è l’altra solenne minchiata, per come noi salentini e siciliani intendiamo il termine; ossia una volgare presa in giro. Propaganda bella e buona: un provvedimento di tipo economico fatto passare per provvedimento educativo e formativo. E’ la più grande infornata di massa di insegnanti mai avuta in Italia. Gli effetti si vedranno a breve.
La politica economica del governo, nonostante il fiume di soldi che Renzi ha messo in circolo, non raggiunge neppure un punto in percentuale. Ha detto il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis, che l’Italia è sospesa, che è una cosa un po’ penosa dover valutare una ripresa economica fiacca basata sugli zero virgola.

Probabilmente questo governo durerà quanto vuole, paradossalmente anche oltre la normale scadenza, se lo vuole, perché la politica è morta e quei pochi politici che ancora sono in giro sono impresentabili, spaventapasseri in una landa deserta. Deserta perfino di passeri, dato che l’astensionismo degli elettori non sembra fermarsi.

domenica 3 maggio 2015

Renzi, nell'anno II dell'Era Renziana


A sentire Massimo Cacciari, Renzi sta facendo quello che avrebbe voluto fare Berlusconi. Lascia trasecolati la nonchalance con cui il filosofo lo dice. Appena qualche anno fa quello che voleva fare Berlusconi per tutte le sinistre dell’universo era ammazzare la democrazia. Letta (Enrico), uscendo dall’aula di Montecitorio per non votare il voto di fiducia all’art. uno dell’Italicum, ha detto: se una cosa del genere l’avesse fatta Berlusconi staremmo tutti in piazza. Dopo il terzo voto di fiducia ottenuto, Renzi, tanto per non smentirsi e con una buona dose di iattanza infantile, ha esultato: «Li abbiamo distrutti».
Renzi, dunque, vince. Per usare una terminologia calcistica, però, si potrebbe dire che vince ma non convince. La caterva degli ominidi che lo segue ragiona e si comporta ciascuno pro domo sua. Mica fessi, è in gioco il posto al Parlamento e per alcuni la carriera politica. Se fossi tu, che faresti? Io, ominide, che ha trovato il suo trascinatore, starei con Renzi! Io, uomo, che cammina con le sue gambe e il suo cervello, no.
Certo, non deve essere facile digerirlo per l’altra caterva di ominidi che negli anni berlusconiani hanno fatto sceneggiati su sceneggiati, per manifestare contro Berlusconi: sciopero delle toghe, girotondi, mobilitazione di registi, salvatori della costituzione più bella del mondo, pifferai vari, tutti insieme appassionatamente. Sembrava volessero scongiurare la fine del mondo. Mancavano le bandiere con la croce e con su scritto “Deo lo vult”. Provo ad immaginare un Andrea Camilleri, il vecchio comunista antiberlusconiano di platino, che ora è costretto a cacarsi la faccia, dato che Renzi – non lo dico io, lo dicono quelli della sua stessa parte politica – fa quello che avrebbe voluto fare Berlusconi. E sia! C’è sempre qualcuno che trova la pezza a colore per nascondere le impurità più sgradevoli. Franco Cassano, il teorico del pensiero meridiano, deputato Pd, per giustificare il suo voltafaccia a Bersani, ha detto: «i mutamenti dello scenario internazionale nell’epoca della globalizzazione impongono un passaggio nella direzione dell’Italicum [si deve] aumentare la capacità di decisione politica» (Corriere del Mezzogiorno del 1° maggio). E beh, e che diceva Berlusconi, soltanto tre anni fa, mica nell’era glaciale? Dello stesso avviso è Sabino Cassese, uno dei tanti presidenti della repubblica mancati, il quale ha detto: «Il governo del leader non è una minaccia  per la democrazia […], ma un tentativo di conciliare democrazia e capacità di decisione, nella consapevolezza che la vera minaccia della democrazia è la sua incapacità di decidere» (Corriere della Sera del 1° maggio). Democratici intelligenti e moderati o fascisti duri e puri?
Ma basta con queste indegne capriole! Le cose sono molto più semplici. Renzi vuol far passare la legge elettorale che gli consente lunga vita al potere. Il suo partito, stando alle previsioni, vince le elezioni, si prende il premio di maggioranza, 340 deputati su 630, il Senato non conta più niente e via per la sua strada chissà per quanti anni ancora. Gli altri 290 valgono meno delle oche del Campidoglio. Questo è il calcolo, neppure tanto difficile. E, diciamola tutta la verità, probabilmente Bersani e compagni al posto di Renzi farebbero lo stesso. Il punto è proprio che l’operazione la fa Renzi, che è di «brutta natura» (Bersani), che ha già dimostrato un’arroganza e una illiberalità che va oltre ogni nobile o necessaria incombenza.
Non è il fatto in sé che conta, ma chi lo fa. Renzi, il ragazzotto di Firenze, come lo definiva Piero Ostellino prima di essere cacciato dal “Corriere della Sera”, può essere assai più pericoloso per la democrazia di Berlusconi. Bisogna capirlo fin d’ora che animale è.
L’ex direttore del “Corriere della Sera” Ferruccio de Bortoli ha pubblicato il 30 aprile il suo commiato dal giornale. De Bortoli è un signore, anche a vederlo, così estraneo ad ogni ineleganza che sembra sempre lavato e profumato di fresco. Ha fatto capire di aver lasciato il “Corriere” perché “vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole…”. Ma da uomo d’onore e di confronto ha voluto esporre all’Italia e al mondo l’immagine di chi oggi incredibilmente fa il bello e il cattivo tempo. Renzi è «un giovane caudillo – ha detto – un maleducato di talento… uno che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche». E personalmente si augura che Mattarella non firmi l’Italicum, perché è una legge sbagliata.
Non mancano perciò elementi che fanno temere il peggio. E il peggio è, per capirci, non la tirannide, per usare immagini già usate dagli antiberlusconiani, ma una farsa di democrazia, non molto dissimile da quella che vediamo oggi: un governo personale, fatto da lacchè, che, non contento di far passare tutto quello che vuole, insulta e irride gli inutili impotenti capponi della stia. Il peggio è che l’Italia, ridotta ad una satrapia in un’Europa sempre più esigente per poter affrontare le sfide dei colossi del mondo, riduca a sua volta la partecipazione democratica a pura finzione scenica. E’, a quanto pare, un processo di autoritarismo necessario. Non è un caso che questa svolta l’abbia voluta un Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di formazione comunista. Egli fece le prove prima con Mario Monti, poi con Enrico Letta e infine, falliti i primi due tentativi, con Matteo Renzi, che sembra quello “giusto”.

I conti che si sta facendo Renzi potrebbero, però, non essere quelli che dovrà fare con l’oste, anzi con gli osti. Primo oste: le elezioni; potrebbe non vincerle e ritrovarsi a dover subire ciò che lui oggi progetta di far subire agli altri, potrebbe cioè mettere l’arma che sta allestendo per sé nelle mani di un suo competitore. Di qui al 2018 possono accadere molte cose e non è detto che tutte vadano in suo favore. Secondo oste, posto che vinca le elezioni, ci sarà una inevitabile ondata di opposizione interna, nei confronti della quale non avrà più le armi adeguate. E’ legge politica, infatti, che allorquando manchi un’opposizione esterna ne nasca una interna, che mina il potere fino a farlo passare di mano. Comunque sia, non mancano fin d’ora i motivi per avviare nel Paese una dura resistenza contro ogni forma di progressivo esproprio politico dei cittadini, così nell’Anno II dell’Era Renziana.