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domenica 21 ottobre 2018

Tre giorni surreali e tre uomini in barca




Mi è venuto di pensare in questi giorni di comiche politiche nazionali ad un romanzo del 1889, a Tre uomini in barca dello scrittore inglese Jerome K. Jerome. E’ un libro umoristico con qualche episodio esilarante.
Che c’entra con le nostre cose? C’entra, pur con una piccola variante, siccome andare in barca da noi è anche una metafora, significa andar d’accordo. E mi viene di pensare subito per l’uno e l’altro significato, il letterale e il metaforico, ai nostri tre uomini al governo: Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, rispettivamente due vice-presidenti e un presidente del consiglio, i quali, appunto, vanno in… barca. Lo hanno dimostrato di recente nella comica faccenda del decreto fiscale.
Nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri del pomeriggio del 20 ottobre, in cui è stato trovato l’accordo su questo decreto, detto della “pace sociale” e invece stava per essere motivo di guerra politica, Salvini ha esordito definendo surreali gli ultimi tre giorni. Nel corso dei quali, ancora una volta, Di Maio ha fatto la figura molto simile a quella di Renzo nei Promessi Sposi, quando se la prese con don Abbondio e col suo latinorum. E’ di tutta evidenza che Di Maio avverte una certa inadeguatezza nell’esercizio politico relativo al ruolo che si è ritagliato. Altrimenti non avrebbe minacciato di rivolgersi alla Procura per un documento da lui stesso vergato, sua ipsa manu.
Mettiamo che abbia avuto ragione nel merito – il che sarebbe tutto da dimostrare – nella faccenda della manina del peccato, della mano cioè che avrebbe, a suo dire, manipolato il testo in direzione condono generalizzato a tutti gli evasori fiscali, ci chiediamo: perché non chiamare subito Salvini per chiedere spiegazioni e trovare una composizione?
Le risposte sono due. La prima, potrebbe essersi sentito preso per il culo da Salvini – volgariter – e, arrabbiatosi, ha pensato: mo ti mostro io di che sono capace!
La seconda potrebbe essersi accorto di non aver seguito come doveva il testo del decreto e, non volendo ammettere di essere stato quanto meno leggero, l’ha buttata sull’acido.
Nell’uno come nell’altro caso, emerge la sua malafede e dalla figura del pirla o, come noi al Sud diciamo, della testa di cazzo, non si salva. E’ vero, può presentarsi davanti ai suoi e menar vanto: volevano fotterci, ma noi ce ne siamo accorti e abbiamo reso pan per focaccia.
Ma quanti si accontenteranno della pezza a colore? E’ la seconda volta che Di Maio grida alla manina! alla manina! La prima volta insinuò alludendo alla manina di qualche funzionario del Ministero; la seconda è andato oltre, dicendo da subito che la questione era politica. Almeno in questo ha dimostrato – se è stata sua l’idea di metterla sul politico! – di far capire che non intendeva impelagarsi in questioni di chi è stato a manipolare il testo e che tagliava corto. Questo decreto così com’è non lo vogliamo. Dunque o lo si corregge o nada!
Tante parole sono volate in questi tre giorni. Alcune le ha dette di Maio, altre Salvini. Il capo dei leghisti in un primo momento ha preso in prestito una frase di Curzio Malaparte: cosa fatta capo ha! dalla celebre Ballata dell’Arcitaliano. Come dire: ormai è andata così e non se ne parli più. Ma quando ha capito che l’altro, Di Maio, avrebbe creato problemi al governo, ha lasciato che la "cosa" perdesse il "capo". Resta tuttavia che nulla accade a caso e nulla passa senza lasciare conseguenze.
La prima conseguenza è che fra i due è finita la fase delle smancerie, non si fidano più l’uno dell’altro. E quando due soci in affari non si fidano gli affari vanno in malora.
Intanto a rendere sempre più surreale l’ambiente politico italiano è il diffondersi di un’epidemia che si ha ragione di definire di tipo psichiatrico. Alcuni giornalisti e intellettuali – vedi Andrea Scanzi e Maria Giovanna Maglie – difendono  a spada tratta il governo Di Maio-Salvini, ma solo dopo aver premesso di non appartenere a quei partiti e di non condividerli. E, allora, perché li difendono?
O si vergognano di dire di condividerli, perché taluni comportamenti sono oggettivamente e universalmente da condannare; o li difendono, pur non condividendoli, per fare un dispetto a quanti del Pd o di Forza Italia rappresentano i falliti d’antan, responsabili del disastro in cui versa il Paese.
Ma sembra cosa sensata? Per non parlare del cane diceva il titolo del romanzo di Jerome. Noi potremmo dire: per non parlare dei cani.

domenica 14 ottobre 2018

Governo: dopo il voto di scambio, il ricatto




In Italia, da sempre luogo di sperimentazioni politiche, si sta affermando in maniera continua e pacchiana un nuovo modo di far politica. Intesa, questa, non come soluzione dei problemi del Paese, ma come processo di conquista di consenso elettorale. Il cosiddetto populismo nasce proprio di qui. Se tu vuoi il consenso dell’elettore devi parlare e agire come l’elettore parla e se potesse agirebbe pure. Tante espressioni volgari, arroganti, tracotanti, continuamente ripetute da Salvini e in maniera più soft da Di Maio, lasciano cogliere lo scarto tra le parole e il perché del loro uso. Come se chi le pronuncia volesse far capire che, pur potendo usare un modo diverso di esprimersi, usa quello apposta perché di maggiore effetto con la gente.
Ovvio che dietro le parole ci sono i fatti, ci dovrebbero essere i fatti. Le tre grandi promesse del governo pentaleghista sono abrogazione della legge Fornero sulle pensioni, abbassamento delle tasse con la flattax e il reddito di cittadinanza. Tre obiettivi che, stando al far di conto, come da sempre funzionano le cose, sono irraggiungibili, salvo che non si voglia far precipitare il Paese nel disastro di qui a poco. Ma – dice Salvini, il più ostinato a volere l’abrogazione della Fornero – più dicono che questa legge non si tocca e più io la tocco.  Che ricorda il ritornello di quella canzoncina del bambino discolo: ma io che sono Carletto, la faccio nel letto, per fare un dispetto a mamma e papà. Mamma e papà siamo noi, paese Italia.
A dire il vero un po’ di infantilismo in quel Salvini c’è. Forse bisognerebbe prevedere per il futuro un’équipe di psicologi nei più importanti palazzi del potere.
Di Maio fa lo stesso: più si cerca di far capire che il reddito di cittadinanza, oltre che impossibile per mancanza di soldi, è una grandissima minchiata e più lo pone come condizione per non far cadere il governo e tornare al voto. Che, secondo lui, significherebbe un autentico plebiscito per il suo partito.
Siamo in presenza, almeno dai modi usati, di autentici boss della malavita: o fai questo o per te è la fine. Dopo il voto di scambio di massa, ora il ricatto di massa.
Il buon Bernardone – se è lecito un riferimento colto in questo mondo di barbari felicemente incolti – era un mercante di Assisi; pagò un riscatto a quei tempi importante per riavere il figlio Francesco che era stato catturato dai perugini, ma quando si accorse che questo prendeva soldi e merci dalla bottega per distribuirli a quanti si trovavano a passare di lì, lo cacciò via, per evitare il fallimento. Perché delle due l’una: o il lavoro, fonte di crescita e di progresso, o lo sperpero che è l’inizio del disastro. L’esempio riporta al XII secolo, ma non è cambiato nulla. Dare denari, che peraltro non ci sono, a persone per non farle lavorare, in nome di un malinteso senso di giustizia distributiva, è una serie di dannosissime balordaggini. Dice: ma lo ha promesso in campagna elettorale. E, allora? Siccome deve mantenere la promessa è lecito buttare il Paese in una rovina, che inevitabilmente finirà per coinvolgere in primis proprio quelli che si era voluto favorire? Se così dovesse accadere questi due signori si stanno candidando al Premio Masaniello.
Ci sono poi, ma il poi non ha affatto significato temporale, quelli che, pur oggi in minoranza, non ne vogliono sapere di fare la fine che si paventa. Siamo in democrazia, è vero, e dovremmo rispettare le regole del gioco. Se hanno vinto degli scellerati, dovremmo accodarci alle loro scelleratezze? Ma qui è in gioco la sopravvivenza di un Paese che ha raggiunto da tempo un buon livello di progresso e di benessere, a cui legittimamente non si vuole rinunciare. Quando è in gioco il benessere conseguito si ha ragione anche di non essere pedissequo osservatore di leggi suicide.
La situazione non è per niente facile. Si tratta di salvare la faccia a chi si vanta di averla messa per ottenere certi risultati e nello stesso tempo salvare la condizione generale del Paese, che non può rinunciare ad alcune condizioni acquisite: l’Europa e l’Euro, garanti della nostra condizione di Paese avanzato.
E’ una difficile impresa, nella quale le persone più autorevoli, ad iniziare dal Presidente della Repubblica Mattarella, si preoccupano anche di salvare la faccia alla democrazia mentre cercano di esercitare la loro moral suasion nelle due direzioni. 
L’obiettivo è di stemperare le tre grandi mete di questo governo: aggiustare e non abrogare la legge Fornero, estendere la flattax che già esiste per alcune categorie, rimpinguare il reddito di inclusione. Non sarebbe una sconfitta per il governo, ma mezza sì; mentre per il Paese sarebbe una mezza vittoria. 
Chiudere questa prima partita con un pareggio non sarebbe male. Per vincere o per perdere c’è sempre tempo.         

domenica 1 luglio 2018

Governo L-5S: dai buoni a nulla ai capaci di tutto




Due dei tanti cavalli di battaglia cavalcati da Leghisti e Cinquestelle erano in campagna elettorale i migranti e i vitalizi degli ex parlamentari. Sui migranti Salvini, nel dopoelezioni, ha costruito la sua egemonia mediatica pour cause, essendo il problema dei migranti urgente, continuo e a costo zero. Sui vitalizi i Cinquestelle stanno cercando di recuperare visibilità. Sulla tassa piatta (Lega) e sul reddito di cittadinanza (Cinquestelle) per ora si soprassiede; sono cose che costano l’iradidio.
Intanto la benzina sta per raggiungere quota due euro a litro; sono aumentate le tariffe di luce, gas e acqua. Aumenta la sofferenza dei bilanci famigliari, ma nessuno dice niente! La nostra è una società affetta da immunodeficienza acquisita.
La politica è una corte medievale con al centro un buffone che si diverte a prendere per il culo il sovrano, ossia il popolo, con le sue minchiate, delle quali non finisce di compiacersi. E niente; anzi, peggio! Alle sue trombate mentali si scatena un putiferio di dotti che si mettono a fare chiose ed esegesi, quasi a parlare fosse stato Ratzinger. Machiavelli s’ingaglioffiva giocando a tric-trac all’Albergaccio di San Casciano; i suoi omologhi di oggi s’ingaglioffiscono al seguito di Beppe Grillo.
C’è un governo, cosiddetto legastellato o pentaleghista – cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia – che sia in campo nazionale che in quello internazionale si comporta come se non ci fossero né princìpi giuridici né leggi. Così voglio e così faccio.
Sui migranti per anni abbiamo rispettato i trattati con gli altri paesi europei, anche se questo ci ha danneggiati. Colpa dei nostri governi che avevano stipulato e rinnovato il Trattato di Dublino, che ci obbligava ad accogliere in Italia quanti ne arrivavano, mentre gli altri paesi europei facevano finta di non vedere il grande complotto di scafisti e navi Ong che d’accordo facevano servizio di linea dalle coste africane all’Italia e intanto respingevano alle loro frontiere quanti, per gli accordi Schengen, avevano diritto di lasciare l’Italia per un altro paese europeo a loro scelta. Come dire: ci portavano i migranti che dovevamo accogliere in quanto primo paese di approdo, mentre loro li respingevano. Si fossero almeno astenuti dalle loro ipocrite missioni filantropiche! Invece, doglia e cazzinculo. Machiavelli avrebbe dettto: conviene allo Stato rispettare Dublino, Schengen? No! E allora pacta non sunt servanda.
E come abbiamo reagito col nuovo governo? Alla Machiavelli! Dublino o non Dublino, voi in Italia non attraccherete più con le navi cariche di migranti. Al cinismo degli altri abbiamo risposto da teppisti di mare e di terra. Intendiamoci, bisognava mettere fine alle false lacrime degli altri nei confronti di un’Italia lasciata sola a salvare l’onore dell’Europa. Sti cazzi!
In questo siamo riusciti almeno a creare una situazione nuova, dalla quale se non verrà fuori la soluzione ideale dei migranti, potrebbe essere l’inizio di un miglioramento.
La lotta mediatica per apparire meglio e di più, fomentata dalle opposizioni contro Lega e Cinquestelle, ha indotto Roberto Fico, Presidente della Camera, a riproporre la questione dei vitalizi degli ex parlamentari e di lì forse a rivedere tutta la normativa delle pensioni pregresse. Incredibile! Anche la tua, vecchio pensionato, che hai votato Cinquestelle per tenere contento tuo figlio o qualche tuo nipote e che pensavi di essere al riparo.
In un paese, che si è sempre vantato patria del diritto, parte proprio dalla fonte del legislativo, il Parlamento, un provvedimento che viola uno dei più forti e indiscussi principi, quello della non retroattività delle leggi. Che i Cinquestelle lo facciano, come si dice, per propaganda politica in vista delle Europee del 2019 o perché effettivamente convinti di fare giustizia di alcuni privilegi poco conta.
Le pensioni quantificate col sistema retributivo erano perfettamente legali e riguardavano tutti i lavoratori. Quindi, privilegio perché? C’erano forse categorie che non godevano dello stesso sistema? Ora, la situazione economico-finanziaria del Paese è cambiata. E’ stato introdotto il sistema contributivo. Ma l’introduzione di una novità non può far rivedere la situazione ante quem. E’ contro il più elementare principio giuridico.
Siamo nelle mani di autentici filibustieri. I Cinquestelle dicono: quello dei vitalizi non è un diritto acquisito ma un furto a cui bisogna mettere fine. E come? Pulendosi il culo con la legge? I masaniello in Italia hanno fatto sempre una brutta fine. A questi guappi bisogna ricordare il monito liturgico adattatto alla bisogna: Memento, homo, quia Rentius es et in Rentium reverteris!
Non c’è una sola voce autorevole che abbia il coraggio di assumere una posizione in difesa dei principi giuridici e delle leggi in vigore. Tutti fanno il calcolo dell’opportunità o meno di intervenire. Una volta gli anziani sedevano in consiglio, oggi non solo sono stati estromessi ma non riescono neppure ad immaginare di poter svolgere un ruolo fuori. Autentici analfabeti funzionali, perfino i più illuminati sono schiavi del politicamente corretto. Magari se ne stessero zitti! Parlano per aggiungere danno al danno.
E’ vero che gli educatori oggi se la passano male – vediamo continuamente professori derisi e svillaneggiati dagli studenti e picchiati dai genitori – ma la dignità del proprio Status non dovrebbe mai essere messa da parte. Quando mai un vegliardo ha avuto paura di farsi sentire?
Finora i nuovi governanti, che hanno fondato il loro successo sulla credenza popolare che i vecchi erano dei buoni…a nulla, nel senso che erano persone perbene e competenti ma incapaci di risolvere alcunché, hanno dimostrato di essere discoli e incompetenti ma capaci …di tutto, nel senso di violare perfino le più elementari regole della buona educazione e dell’etichetta e di fare strame del diritto e delle leggi.
Se dovessi scegliere l’icona del nuovo ordine di cose, sceglierei Fico, il Presidente della Camera, che ascolta l’inno nazionale con le mani in tasca. A me da bambino dissero che stare con le mani in tasca davanti ad una persona di rispetto era comportamento da facchino; oggi, che non si deve offendere più nessuno, non dico questo a Fico, mi limito a dirgli almeno di non soffiarsi il naso con le mani in una prossima circostanza.

domenica 29 aprile 2018

Cinquestelle-Pd: politica è parlare, ma non per nulla




Tanto tuonò che piovve? Hanno tanto sollecitato il Pd a sedersi a parlare coi Cinquestelle che presto lo faranno? Sì, ma se piove e nessuno si bagna; se Pd e Cinquestelle s’incontrano e non succede nulla, che piove a fare, che s’incontrano a fare?
Ora si fa strada una nuova strategia. Parliamo! Parliamo! Perché nessuno ci possa dire che non volevamo parlare. Tanto, parlare non costa nulla. E intanto il tempo passa. E – chissà ! – può essere che la base dei vari partiti incominci a stancarsi. Soprattutto che si stanchi la base dei Cinquestelle, che aspetta redditi di cittadinanza e profende varie, che vuole vedere i vecchi privilegiati dei vitalizi all’angolo di strada col cappello rovesciato a chiedere l’elemosina.
Ma intanto aumentano i soliti scettici, che hanno sempre ragione. Te lo dicevo io, che questi non sono diversi da tutti gli altri! Finora si sono lasciati guidare da un comico e da un neobottegaio. Ora non sanno dove andare. Figurarsi se sanno cosa andranno a fare!
Il presidente del Pd, Matteo Orfini, ospite della Gruber, venerdì sera, 27 aprile, ha escluso nella maniera più assoluta qualsiasi ipotesi di accordo coi Cinquestelle. Invano Travaglio lo incalzava con sorriso beffardo e parola tagliente. Aho – ha sbottato ad un certo punto Orfini – ci siamo incontrati tante volte, che ce dobbiamo di’ ancora noi due?
Semmai stupisce l’insistenza con cui Cinquestelle e seguitanti cercano di trovare il modo per portare Di Maio a Palazzo Chigi, come non ha importanza, dovesse addirittura arrivare a pezzi per un improbabile rimontaggio in loco.
E’ l’ennesima farsa italiana. I Cinquestelle dovevano rivoluzionare la politica, non dovevano fare maggioranze con nessuno, dovevano governare da soli. Duri e puri. Dovevano! Oggi sono disposti a mettersi con chiunque accetti di far loro da seguito, come se si trattasse di una processione. Oggi non riescono neppure a correggere l’interlocutore che continua a chiamarli onorevoli, quando per statuto devono farsi chiamare cittadini. I cachielli dello struscio!
Ora tutti se la prendono con la legge che ha favorito il proporzionale. E perché? Non potevano i Cinquestelle raggiungere il 40 % come sostenevano? A quel punto avrebbero fatto da soli o quasi il governo, senza piatire compagnie, che una volta consideravano lebbrose. Se l’elettorato, che pure li ha premiati, li ha inchiodati ad un inutile 32 % vuol dire che perfino un popolo, che in quanto soggetto plurale è irresponsabile, mette un limite alla fessagginità.
Di Maio ora è nervoso. Minaccia Berlusconi dopo averlo insultato e ingiuriato per anni. Continua a preoccupare i probabili partner, non per paura ma per incapacità di stare in politica da cristiano. Per quello che questa parola significa nella comunicazione popolare, di persona seria e assennata! 
La settimana prossima ci sarà la Direzione Nazionale del Pd. Per decidere cosa? Vedere le carte dei Cinquestelle? Andiamo, qui si prende per il culo la gente e sé stessi.
La politica non dovrebbe mai rinunciare alla sua funzione pedagogica. I Cinquestelle vanno puniti per quello che stanno dicendo e facendo da dieci anni a questa parte. Bisogna finirla di considerarli come dei ragazzi discoli. Hanno sbagliato e quel che è peggio i loro sbagli gli hanno fruttato caterve di consensi. E’ giunto il momento di far perdere loro il mal credito che in questi anni si sono procurato.
Se i Cinquestelle non sono disposti a fare un governo col centrodestra, come risultato elettorale comanda, non c’è altra soluzione. Allora è giusto che si vada in direzione di un governo d’emergenza nazionale, che onori le scadenze italiane in Europa e nel mondo e intanto approvi una legge elettorale maggioritaria, in modo che la notte stessa dello spoglio si sappia chi ha vinto e chi ha responsabilità di fare il governo.
Il Paese, a questo punto, deve sapere di chi è la colpa. Deve provvedere ad emendarsi da ogni fumisia e torni a votare per processi politici fattibili, per camminare coi piedi per terra, magari tra mille difficoltà. Ormai è chiaro a tutti che i Cinquestelle hanno fallito. Non perché non siano riusciti a fare quanto hanno promesso; ma perché non sono riusciti neppure ad essere quello che dicevano di essere. Sono impreparati, ben al di là dell’essere senza arte né parte. Non sanno come stare in politica, come comportarsi. A questo punto insistere con loro significa mettere a repentaglio il Paese, significa creare un clima di scontro che non porta nulla di buono. 

sabato 10 marzo 2018

4 marzo 2018: non ha vinto nessuno!




Non si capisce davvero perché i media e gli stessi politici, presunti vincitori (M5S e Lega) e sicuramente sconfitti (Pd e sinistre varie), insistono a parlare di vincitori, ai quali spetterebbe il compito di fare un governo. Il Pd, partito sicuramente sconfitto, ha assunto un comportamento da grande offeso ed è profondamente dispiaciuto come chi si è finalmente reso conto di non essere stato capito e ingiustamente punito. Di qui il suo broncio e il tirarsi fuori: avete vinto voi, fatelo voi il governo, noi stiamo all’opposizione. Atteggiamento solo in parte condivisibile, perché tutti sanno, compresi gli stessi uomini del Pd, che gli altri non hanno vinto, hanno solamento aumentato il voto degli elettori e ingrossato la loro rappresentanza in Parlamento ma non sono in grado di fare un governo. E chi non è in grado di raccogliere il frutto di una vittoria non si può dire che abbia vinto. Non si può dire neppure che sia una vittoria di Pirro; semplicemente è una non vittoria.
Insistere da parte del Pd nel dire a M5S e Lega: unitevi, dato che avete dei punti in comune, è solo una trovata propagandistica, un po’ cinica, che dai partiti si estende al Paese. E’ di tutta evidenza che tra i due partiti, entrambi populistici, ci sono notevoli differenze ideologiche e programmatiche e si trovano in situazioni diverse. Il M5S è il solo responsabile di se stesso, la Lega è in una coalizione dalla quale non può prescindere.
Il Presidente Mattarella si trova a risolvere un bel busillis, senza avere la determinazione di alcuni suoi predecessori, tipo Scalfaro o Napolitano, i quali al momento debito seppero tirare fuori le doti necessarie. Così almeno si dice; io aspetterei prima di trarre conclusioni affrettate. Ammonisce Guicciardini che “quando sei in partiti difficili [in difficoltà di scelta] o in cose che ti sono moleste, allunga e aspetta quanto puoi, perché quello spesso ti illumina o ti libera”. Or si vedrà la nobilitate sua! Il momento è, infatti, molto delicato e difficile.
Quel che stupisce in questo paese è l’insistenza su certi errori. Un errore imperdonabile, che ancora si coltiva, è il considerare il M5S con benevola tolleranza, quale hanno certi genitori nei confronti del figlio piccolo un po’ discolo. Taluni suoi comportamenti se fossero compiuti da altri verrebbero censurati dalla mattina alla sera come inqualificabili gesti di antidemocrazia e riempirebbero le piazze di cortei antifascisti.
L’ultima trovata grillina è di mettere la museruola ai suoi nuovi parlamentari, i quali potranno parlare solo dopo essere stati “istruiti”. Pare, questo, un comportamento di forza politica libera e democratica? E dove stiamo? Non faccio paragoni sudamericani per non offendere quella gente, che ha un’altra storia e un’altra educazione politica. In Italia o si è liberi o si è schiavi.
Fin dal suo esordio, a suon di vaffanculo – già all’epoca doveva essere fermato – questo partito ha dimostrato di essere un’anomalia politica. Averlo tollerato è indice di impotenza oggettiva o di cattiva coscienza politica da parte dell’establishment, che si rende conto di aver procurato danni al paese e non ha la forza per reagire con fermezza. Se pure questa è la ragione della eccessiva tolleranza nei confronti di questo partito, ora che ha una dimensione preoccupante e una forza epidemica – la gente lo vota alla cieca – è giunto il momento di mettere le cose politiche in chiaro. O si adegua alla Costituzione o va combattuto con determinazione in ogni modo e in tutti i settori del confronto politico.  Se poi c’è gente in questo paese che si dice antifascista un minuto sì e un minuto no e poi nei fatti condivide e accetta la coazione etica e politica, le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi.
Ho l’impressione, tuttavia, che il M5S non abbia alcuna voglia di governare il Paese; neppure questa volta. Probabile che, propaganda a parte, non si sentano ancora preparati. Oggi non trova sponde. Ma c’era bisogno di molta intelligenza per capire che senza le sponde politiche non si va da nessuna parte? Il M5S paga per la sua stessa natura; quella natura che gli ha consentito di diventare il primo partito d’Italia. Che è come dire che la sua forza elettorale è la sua debolezza politica. Di Maio ha detto che se faranno un governo senza di loro, è un insulto alla democrazia e comunque tanto di guadagnato, perché aumenterebbero il consenso. Forse! Tanto accadrebbe se l’epidemia continuasse; ma la storia qualche volta insegna che anche le pestilenze più diffuse e longeve prima o poi si esauriscono e torna la salute.  
Azzardiamo anche noi una soluzione, sia pure provvisoria. Questo solo oggi è possibile, ciò che è destinato a scadere domani o dopodomani. Se il Presidente Mattarella non dovesse trovare la soluzione con una delle due forze politiche presunte vincitrici, allora potrebbe “commissariare” il governo, dare l’incarico ad un uomo da lui ritenuto all’altezza del compito per l’ordinaria amministrazione e nel frattempo fare una nuova legge elettorale, questa volta ad hoc, non per non far vincere nessuno, come il Rosatellum, ma per far vincere qualcuno.