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sabato 4 ottobre 2025
La Flotilla ha fatto putsch
Alla fine non c’è più niente da scoprire. I manifestanti Pro Pal, scatenati nel loro “blocchiamo tutto” in accompagnamento dell’avventura della Flotilla, hanno rivelato la loro vera finalità: “Meloni dimissioni”. Il governo deve cadere! Lo gridano nei loro slogan mentre sciamano per le vie cittadine di gran parte delle città italiane. Sarà pure che la Flotilla era globale, con quarantaquattro nazioni rappresentate, ma la nutrita componente italiana aveva scopi ben diversi dagli altri compagni di avventura. In nessun paese europeo si è verificato quanto sta accadendo in Italia. Mobilitazioni spontanee e massicce in ogni città, sciopero generale, scene da guerriglia urbana in tutto il Paese, attacchi dell’opposizione al governo, come mai in precedenza.
All’indomani dell’ennesimo successo del centrodestra, questa volta nelle Marche, i suoi nemici hanno colto l’occasione di Gaza per tentare la spallata e mettere in crisi il governo. Desiderare non è reato, specialmente in politica, dove tutto si può chiedere e pretendere nella convinzione che è sempre troppo poco. Così si diceva nel ’68, anno che sembra avvicinarsi a salti tripli.
Dove non arrivano col voto “lor signori”, i democratici!, cercano di arrivarci con la violenza, col disordine, col caos. Roba vecchia, saputa e risaputa. Che quella di Gaza fosse una scusa, ghiotta, lo si era capito da tempo. I flotillanti sono stati costretti ad ammetterlo dopo gli interventi del Presidente della Repubblica Mattarella e del Cardinale Pizzaballa, primate di Gerusalemme, che suggerivano come far recapitare gli aiuti ai palestinesi di Gaza senza forzare il blocco navale degli israeliani. Senza volerlo, i saggi consigli di questi due santi uomini hanno rotto le uova nel paniere dei flotillanti costringendoli a dichiarare le loro vere finalità politiche.
Ah, perché – hanno detto – davvero quelli pensano che noi vogliamo portare gli aiuti ai palestinesi e poi tornarcene come se avessimo fatto una scampagnata? Il nostro ha un obiettivo politico con tutte le conseguenze che ne possono derivare. In Italia, soprattutto, paese che più di ogni altro al mondo ha adottato la bandiera della Palestina come la propria bandiera politica. I bambini che muoiono, la fame, il genocidio c’entrano, c’entrano; ma intanto servono alla causa italiana. Non è un caso che nella Flotilla c’erano quattro parlamentari dell’opposizione; di ogni componente, del Pd, del M5S e dell’Avs. Una presenza più che simbolica, qualificante, di appropriazione degli esiti quali fossero stati. E se nel mare operavano i nuovi ulissidi, sulla terra ferma operavano i loro omologhi. I parlamentari dell’opposizione continuavano a bersagliare il capo del governo, accusato di essere complice di genocidio, mentre Landini, segretario generale della Cgil minacciava lo sciopero generale. Il resto, i soliti a scatenare il terrore urbano. Tutto concertato.
La tecnica è sempre la stessa: occupazione delle università, assalto alle stazioni, agli aeroporti, invasione delle piazze, sfascio di tutto ciò che capita. Pensano: il governo sarà costretto a mostrare il suo vero volto, quello repressivo. È o non è fascista questo governo? E allora la cosa è fatta! Se poi resta con le mani in mano, tanto peggio per lui, dimostra di non essere in grado di garantire l’ordine e la sicurezza e perderà la faccia nei confronti dei suoi sostenitori e del mondo.
Il governo, invece, coi suoi ministri di competenza, Taiani e Crosetto, Esteri e Difesa, ha svolto un compito irreprensibile, tutelando i flotillanti nostri connazionali, col solo limite di non provocare incidenti diplomatici. Che più? Taiani è rimasto continuamente in contatto col suo omologo israeliano per avere informazioni e rassicurazioni. Crosetto ha inviato una nave della Marina Militare per quanti avessero voluto desistere ove la situazione fosse degenerata.
L’impresa per certi aspetti, all’inizio, mostrava di essere suggestiva. Si trattava di forzare un blocco navale su barche in festa di bandiere e di sventolii. Gaza sembrava una specie di Fiume, la città conquistata nel 1919 dai legionari d’annunziani, tanto che anche tra i giovani di destra serpeggiava qualche simpatia. Si è risolta in un esito scontato. I flotillanti si sono pacificamente arresi ancor prima di entrare in acque territoriali controllate dagli israeliani, appena i militari della stella di David hanno loro intimato di alzare le mani e di lasciarsi arrestare. Il resto è grigio protocollo, burocratico iter, fino al ritorno di ognuno a casa sua sano e salvo, come volevasi che accadesse. O forse no! Resta in Italia tra i “palestinesi” la delusione per non essere accaduto nulla di importante che giustificasse l’assalto alla nazione, come già se ne vedono le imprese.
domenica 7 settembre 2025
Ucraina, volenterosi e non
Volenteroso o volontaroso è chi è di buona volontà, diligente, desideroso. Dunque l’accezione è positiva, ma nello stesso tempo fa pensare a qualcosa di limitato, come a uno che vorrebbe ma non può perché non ha i mezzi. Ad uno studente bravo non si dice che è volenteroso, stante la bravura una condizione che va oltre la volontà e la comprende. In politica ha la stessa accezione. I volenterosi in genere conducono battaglie perse. Così in Italia furono detti quelli che volevano salvare il governo Conte dopo la crisi pandemica. Essi non avevano né le politiche né i numeri per farlo, avevano però la volontà. Il loro ragionamento era, prescindendo da tutto, trovare i voti sufficienti in Parlamento per approvare un Conte-ter. Come è noto, non riuscirono, perché in politica i volenterosi fanno pensare ai profeti disarmati di cui parlava Machiavelli, destinati a “rovinare”, cioè ad essere inevitabilmente sconfitti.
Con lo stesso termine, Volenterosi, sono oggi chiamati i capi di stato o di governo europei, che, rimasti orfani dell’America trumpiana, per difendere la causa ucraina ricorrono alla volontà, non bastando evidentemente i loro soldi e le loro armi. In genere chi può fa, chi non può è volenteroso; vorrebbe fare. L’idea dei volenterosi è venuta al francese Macron e all’inglese Starmer, estesa poi ad altri, Meloni compresa, in Europa e fuori nello schieramento occidentale come Canada e Australia. Il progetto consiste nel garantire all’Ucraina una serie di tutele, dal foraggiamento militare, all’applicazione dell’art. 5 della Nato nell’ipotesi che venisse nuovamente attaccata dopo la fine della guerra, all’invio di truppe anglo-francesi in territorio ucraino a garanzia degli accordi raggiunti. Si ipotizzano cioè situazioni che al momento sono ben lontane dall’essere. Putin, infatti, di cessare il fuoco non ne vuol sapere e il ripetuto invito a Zelensky di incontrarsi a Mosca ha tutta l’aria di ribadire che le cose si decidono nella casa madre e che l’Ucraina è in fondo la figlia ribelle da ricondurre all’obbedienza, da riportare a casa. Accogliere l’invito di Putin per Zelensky sarebbe come riconoscersi sottomesso ad una volontà superiore; e difatti ha già risposto picche. Di fatto il Presidente ucraino si muove come un membro dell’Europa e della Nato senza farne parte, né dell’una né dell’altra: un ospite di riguardo, ma anche di fastidio.
Intanto dall’altra parte del mondo si è ricompattato l’asse Russia-Cina con l’India e la Corea del Nord. Cosa curiosa e preoccupante è che anche la Turchia, che fa parte della Nato, era a Pechino per partecipare ai festeggiamenti per gli 80 anni dalla liberazione della Cina dai giapponesi. Lì, altro che volenterosi! Stanno cogliendo l’occasione della crisi dei rapporti dell’America trumpiana con l’Europa e la Nato per ostentare forza e per proporsi come padroni dei destini del mondo. Una situazione non incoraggiante per noi europei, che ci ritroviamo con una guerra alle porte e con la crisi delle vecchie alleanze, con zero prospettive che dipendano da noi.
Volenterosi noi europei lo siamo per condizione, non essendo capaci di incidere in qualche modo con chiarezza e risolutezza. Abbiamo una visione molto chiara della situazione ma non abbiamo i mezzi per gestirla. Sappiamo che con la Russia non possiamo cedere, perché è chiaro a tutti che essa ha in progetto di riportare tutti i territori una volta dell’Unione Sovietica sotto il dominio di Mosca. L’allargamento dell’Europa, fino comprendere alcuni stati che sono stati in passato nell’Unione Sovietica, ci obbliga ad intervenire direttamente ove uno o più di essi venissero attaccati. Cedere oggi con l’Ucraina significa aspettarsi altre aggressioni. L’Europa non può accettare che si cambi la sua carta geografica con la forza delle armi. Questo lo ha detto e ripetuto. Ma finché l’America non tornerà ad essere l’”America” che abbiamo sempre conosciuto, da più di un secolo a questa parte, siamo come immobilizzati, incapaci di affrontare il nemico russo in maniera decisa e sperabilmente risolutoria. Possiamo solo prendere qualche iniziativa ai margini del campo in cui si muovono le grandi potenze mondiali. L’iniziativa dei volenterosi, che oggi conta sulla disponibilità di ventisei paesi a sostegno dell’Ucraina, segna la strada da seguire ma esprime anche l’incertezza del modo più efficace per percorrerla. Fino ad oggi si è parlato di cose da fare nelle ipotesi di un cessate il fuoco che in questo momento è ancora lontano dal verificarsi. La guerra in Ucraina continua mentre i Volenterosi pensano al dopo e Putin non sembra avere né fretta né volontà di finirla.
sabato 30 agosto 2025
Trump, quel che non t'aspetti
Viviamo tempi incredibili, inimmaginabili, grotteschi. Chi mai poteva pensare che alla presidenza dello Stato più forte del mondo arrivasse uno come Donald Trump, perfino peggiorato rispetto al suo primo mandato? Abituati a pensare all’America come alla grande sorella dell’Europa, quella più fortunata e più potente della famiglia, garanzia di sicurezza e di ordine mondiali, che ci aveva tirati fuori per ben due volte dai nostri pasticci europei, non ci raccapezziamo in balia di un soggetto, il suo presidente, che parla e agisce come un boss creato dalla penna di Mario Puzo, come “Il padrino” di Franzis Ford Coppola. Le sue prime dichiarazioni furono su eventuali annessioni di Groenlandia, Canada e Canale di Panama, facendo un po’ irritare e un po’ ridere il mondo. Ma è bastato poco perché tutti nel mondo ne accettassero le mattane e tutti stessero al gioco. È pur il Presidente degli Stati Uniti d’America!
L’assurdo è diventato normale. L’incontro dei sette europei alla Casa Bianca il 18 di agosto aveva tutta l’aria di una sceneggiata di nessuna credibilità, perfino offensiva per certi aspetti. I sette sembravano rendersene conto e tuttavia come tanti scolaretti si compiacevano di ricevere il giudizio positivo dal maestro in cattedra dopo aver ciascuno recitato la sua particina. E lui, il maestro, a dispensare pagelline a tutti, perfino al francese Macron che ogni tanto maltratta con apprezzamenti a dir poco disdicevoli.
Ma non erano lì gli europei per sapere che cosa il Presidente americano si era detto con Putin in Alaska qualche giorno prima? Non si doveva parlare di una sorta di road map per arrivare alla pace?
Non doveva essere l’inizio di un cessate il fuoco? Niente di tutto questo. L’incontro in Alaska si è rivelato una presa in giro senza precedenti. Che cosa si siano veramente detti i due leader mondiali per tre ore non lo sapremo mai. Dalle dichiarazioni seguite si poteva ritenere cosa fatta un incontro bilaterale Zelensky-Putin, cui sarebbe seguito breviter un trilaterale. Si trattava di stabilire la sede e il giorno. Circolavano ipotesi: Roma, Vaticano, Istanbul, Ginevra. Non c’è stato niente di tutto questo, anzi a quanto ha poi riferito il ministro degli esteri russo Lavrov in Alaska non si era parlato affatto del bilaterale “fantasma” tra Zelensky e Putin. La verità è che Putin non vuole vedere Zelensky né oggi né mai. Non lo riconosce come suo interlocutore. Finché l’ucraino resta in carica la guerra continuerà sempre più intensa. Putin mira alla sua liquidazione e solo quando non ci sarà più e al suo posto ci sarà uno a lui gradito allora sarà disposto a mettere fine alla guerra.
La beffa è che Trump in Alaska, a quanto si può dedurre, più che prendere le parti dell’ucraino, in sintonia con tutto l’Occidente, ha rassicurato Putin sulla sua amicizia, come se fosse il russo la vittima. Le strette di mano tra i due, seguite da rassicuranti gesti di amicizia, con la mano sinistra di Trump a poggiarsi più volte sulle mani strette a rinsaldarle, dimostravano una scelta di fedeltà, quasi di protezione. Come a dire: coraggio, ci penso io. Un rovesciamento delle parti che avrebbe del ridicolo se non fosse tragedia piena. Trump, infatti, ha ripreso ad insultare Zelensky perché si rifiuta di cedere alle pretese di Putin senza se e senza ma. È irritato con l’ucraino perché la sua tenacia a difendere il suo paese rischia di rovinargli i buoni rapporti con Putin. Dice che lui non sta né con una parte né con l’altra, ma di fatto ammicca a Putin. Minaccia di non dare più soldi né armi all’Ucraina. Nei confronti dell’Europa e della Nato non fa che prendere le distanze. Mai visto un uomo politico di tale importanza comportarsi in maniera contraddittoria, capricciosa, del tutto fuori dai più consolidati canoni della politica e della diplomazia.
L’uomo che doveva riportare la pace in Ucraina in ventiquattr’ore dà in escandescenze al solo pensiero di dover rinunciare al suo messianismo. La sua inadeguatezza diventa ogni giorno di più intollerabile. La vicenda dei dazi, che pure poteva avere una sua ragion d’essere, nella sua gestione è diventata occasione per esercitare un autentico bullismo nei confronti di amici e alleati storici, da lui considerati parassiti e imbroglioni. Essi per ora hanno scelto in parte di assecondarlo e in parte di ignorarlo, scegliendo l’attesa che noi italiani conosciamo molto bene: ‘a da passà ‘a nuttata. Bisogna vedere quali danni avrà prodotto la politica di questo energumeno al termine del suo mandato facendo scongiuri che non venga riproposto un’altra volta. Sarebbe per l’Europa e il mondo una iattura.
sabato 23 agosto 2025
Ucraina, soluzione sempre più lontana
Da una parte la Russia, che dell’Ucraina vuole perfino l’anima (lingua e religione), dall’altra l’Ucraina che alla Russia non vuole cedere neppure le frange territoriali che in genere ai confini sono sempre contese. In mezzo il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che non capisce niente né di Ucraina né di Russia, che non conosce neppure la storia dell’Europa e definisce «stupida» la guerra tra i due paesi. L’Europa, che dovrebbe occupare una posizione centrale, è di lato e parla quando è …interrogata. A sottolineare quanto conti poco in questa crisi.
Per certi aspetti Trump ricorda un altro Presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, che, alla fine della Grande Guerra, 1918, s’illuse, dettando i famosi 14 punti, di risolvere le varie controversie tra gli stati, con l’autodeterminazione dei popoli, in base alla quale tutte le città e le regioni contese dovevano decidere liberamente da sé con chi stare. Così venivano a cadere molti dei motivi della guerra. Neppure Wilson, nell’occasione, dimostrò di capire l’anima degli europei.
La guerra russo-ucraina non può essere staccata da un disegno che è nella testa di Putin e che molto probabilmente consiste nel “recuperare” alla Russia tutti i paesi che avevano fatto parte dell’Urss e della cintura dell’Europa orientale, dalle repubbliche baltiche alla Romania, attraverso la Polonia, l’ex Cecoslovacchia e l’Ungheria, i paesi cioè del Patto di Varsavia. Pensare, come pensa Trump, che la guerra è scoppiata per futili motivi per imperizia del suo predecessore Biden, significa non volersi neppure sforzare di capire. Ci fossi stato io alla presidenza americana la guerra non avrebbe avuto mai inizio, ha ripetuto più volte Trump, volendo dare l’impressione di essere convinto di quel che diceva. Le cose, evidentemente, non stanno come pensa lui. La Russia si annesse la Crimea nel 2014. Si capì allora che non si trattava solo di Crimea, per la quale Putin poteva tirar fuori ragioni perfino plausibili, ma di un disegno più ampio. Si è detto più volte che alla base dell’aggressione russa all’Ucraina c’era la sua sempre più stretta vicinanza con l’Europa e la Nato. Troppo si era avvicinata la Nato alle porte della Russia. Ma che cosa poteva fare l’Ucraina, privata della Crimea e minacciata dalla Russia, se non contare sull’Europa e la Nato? Il carattere difensivo dell’Ucraina appariva chiaro, era un cercar di scoraggiare la Russia da successive aggressioni. Cosa, questa, che purtroppo non è accaduta. Putin ha trasformato il carattere difensivo dell’Ucraina in carattere offensivo, quasi una minaccia alla sicurezza della Russia stessa. Un pretesto, che ha trovato credito anche in Europa. Troppo la Nato si era avvicinata ad abbaiare alle porte della Russia, disse Papa Francesco, con quel suo linguaggio semplice ma fortemente evocativo.
L’Europa emarginata tuttavia non demorde dalle sue posizioni. Il principio è inviolabile: non si cambiano i confini degli stati con le guerre. La Russia deve lasciare i territori dell’Ucraina e convincersi di poter avere solo rapporti di buon vicinato. Nessuno la minaccia. È ridicolo pensare che i paesi europei dell’ovest e dell’est abbiano in mente di aggredire la Russia. Non si vedono i motivi, gli interessi. Una simile preoccupazione è senza fondamento. La Russia deve convincersi che la storia si è lasciato indietro un tempo non replicabile neppure per parodia.
L’incontro in Alaska del 15 agosto fra Trump e Putin ha mostrato, al di là di ciò che veramente è stato detto nelle tre ore di colloquio, che dal punto di vista politico c’era da una parte un Putin che appariva perfino beffardo nella sua sicurezza di politico navigato e dall’altra un Trump che dava l’impressione di non avere ancora capito qual era la posta in palio della partita.
La guerra in Ucraina ha difatto innescato tutti i casi bellici successivi, compresi Iran e Israele, e potrebbe aprire a nuovi sconvolgimenti. Che cosa in verità si siano detti Putin e Trump in Alaska lo sanno solamente loro; ma non si è molto lontani dal pensare alle pretese americane sulla Groenlandia e sul canale di Panama. Tutto può accadere quando si dà il via ad un processo di illegalità, quel che segue è imprevedibile.
L’incontro alla Casa Bianca del 18 luglio tra Trump, Zelenski e alcuni leader europei, tra i quali Giorgia Meloni, con la telefonata di Trump a Putin, ha spettacolarizzato la situazione ma non offerto nessun concreto spunto per giungere ad una soluzione. Da una parte c’è chi continua a volere tutto, dall’altra chi continua a non voler cedere nulla; da una parte chi si rifiuta perfino di sospendere il fuoco, dall’altra non ben precisati garanti dell’Ucraina. Non c’è che attendere.
sabato 1 marzo 2025
Trump come Brenno: guai ai vinti!
Quel che è accaduto il 28 febbraio 2025 nello studio ovale della Casa Bianca a Washington merita di essere memorabile. Un Presidente che zittisce l’ospite, presidente di un altro paese, lo caccia via e gli dice di tornare quando si sente preparato, è fuori dalla più incredibile eventualità. È una bolla di acqua ghiacciata caduta sul mondo. Una volta ho assistito ad una scena del genere. Un professore all’Università invitò uno studente in sede di esami ad andarsene e a ritornare quando si fosse sentito preparato. Né più né meno.
Ma Trump è andato oltre, si è comportato come Brenno, il re dei Galli, che, dopo aver conquistato Roma chiese un riscatto in oro e ai poveri romani che si erano accorti che la bilancia era truccata disse di tacere e sbattendo la sua spada su uno dei due piatti urlò: guai ai vinti! Il presidente ucraino Zeleski non è Marco Furio Camillo e perciò non ha detto l’Ucraina si conquista col ferro non con l’oro. Però il presidente ucraino è stato fermo nelle sue argomentazioni, ha tenuto duro e ha predetto che prima o poi gli americani si accorgeranno dei guai che li attendono se continueranno a credere nella Russia. Probabile che ad irritare Trump siano state proprio queste parole, considerate velleitarie e irrispettose. Che tali però non erano, se le intenzioni erano quelle di mettere in guardia l’alleato protettore dai pericoli di un nemico comune. Ma ad uno come Trump, che si comporta come un barbaro avvinazzato, non si può mettere in dubbio la sua strapotenza, la sua posizione di padreterno in terra, è sembrata lesa maestà. E poi, quale nemico comune? Trump ha rivendicato la sua terzietà, che lo rende, a suo dire, più avvantaggiato nelle trattative.
Ora, dopo il patatrac, cosa accadrà? Noi europei, con qualche piccola eccezione, l’ungherese Orban si è detto filorusso, abbiamo ribadito di stare con Zelenski, continuando nella nostra opera di aiuti in tutti i modi per arrivare ad una pace giusta, che non può essere identificabile con la sconfitta dell’Ucraina, ma con un accordo che tenga conto degli interessi delle parti in causa. Ma non possiamo ignorare o far finta di non capire che la sparata trumpiana non è stata solo contro Zelenski ma contro tutta l’Europa. Siamo in presenza di qualcosa di improvviso che ha spiazzato tutti. Del resto che Trump ce l’abbia pure con l’Europa è notorio, l’accusa è di aver stravivacchiato a spese degli Stati Uniti d’America. L’aumento dei dazi sulle merci provenienti dall’Europa dimostra quanto Trump sia convinto delle sue elucubrazioni.
Il Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, data come particolarmente vicina a Trump, da considerarla addirittura pontiera tra Usa ed Europa, si trova in imbarazzo, perché se è vero che finora c’è stato una sorta di idillio col presidente americano, è anche vero che è stata fin dall’inizio dell’invasione ucraina la più convinta e fervida sostenitrice del popolo ucraino. Le opposizioni in Italia battono su questo punto; ma in Italia si capisce, appena gli oppositori vedono la possibilità di mettere in difficoltà la premier italiana si lanciano come avvoltoi sulla preda.
Veniamo ai fatti. Quali carte in concreto ha in mano l’Europa per risolvere il caso ucraino? Non ne ha, se le avesse avute se le sarebbe giocate prima. Ora addirittura la situazione è peggiorata. Purtroppo la sua scelta fin dall’inizio era di far causa comune e compatta con tutto l’Occidente. Ora che l’Occidente è diviso l’Europa si trova in acque difficili e il caso ucraino le rende ancor più torbide e innavigabili. L’Europa non è in grado di far giungere i due Stati in guerra ad una pace giusta. Gli Stati Uniti certamente possono di più, possono indurre la Russia, in cambio di consistenti guadagni, a mettere fine alla guerra. Ma sarà una pace giusta per l’Ucraina quella ottenuta con l’intesa russo-americana? E l’Europa l’accetterà? L’Europa, per quel che è stato prima e dopo l’invasione, fa tutt’uno con gli interessi dell’Ucraina. Difficile dire che cosa avrà alla fine l’Europa da tutta la vicenda. Poteva saperlo nella situazione pretrumpiana, non oggi più.
Ma proprio nell’America pretrumpiana l’Europa ha ragione oggi di sperare. Non è possibile che in America non conti nessuno all’infuori del Presidente. Ci sono forze tradizionalmente filoeuropeistiche che potrebbero agire e costringere Trump a più miti consigli.
Trump ha rimproverato a Zelenski di voler giocare con la terza guerra mondiale, ma se qui non cambia l’atteggiamento americano si andrà molto vicino; e Dio non voglia che si arrivi proprio dove non si deve mai arrivare.
domenica 5 luglio 2015
L'Europa e la Grecia; qualcuno finge di non capire
La crisi greca ha sbattuto in
faccia a tutti, italiani compresi, una verità tanto concreta quanto difficile
da riconoscere e da accettare: in Europa – nella tanto decantata Unione Europea
dei popoli liberi e sovrani – i Paesi membri hanno perso progressivamente la
loro sovranità nazionale. Beninteso, essi sono liberi di darsi il governo che
vogliono, ma questo o si riconosce nel supergoverno europeo o deve mettersi da
parte pena la cacciata del suo Paese dall’Unione attraverso la porta
economico-finanziaria. Non è imperialismo nella forma, lo è nella sostanza.
Come ogni impero che si rispetti l’Europa non può tollerare che nessuna sua
“provincia” abbia politiche contrarie agli interessi generali o, per essere più
realistici, agli interessi del paese egemone, nel nostro caso la Germania. Il IV Reich non è solo la battuta di un giornalista brillante (Vittorio
Feltri, 2014); è qualcosa di più.
Nell’autunno del 2011 toccò a
Berlusconi mettersi da parte perché il suo Paese era travolto da una strana
crisi finanziaria, per il tramite di uno spread
artatamente provocato dai mercati, come ormai è stato ben dimostrato
(Alan Friedman, 2014). Perché Berlusconi fu preso di mira? Per le sue mattane,
che avevano irritato perfino la regina Elisabetta , e per le sue puttane che avevano irritato i
vertici della chiesa cattolica? Diciamo che questo bastava e avanzava per
dirgli: amico, così non ci si comporta quando si è a capo del governo di un
paese importante come l’Italia. Ma la verità politica è un’altra. La verità è
che l’Europa, l’America, la Nato non potevano tollerare un capo di governo
occidentale così stretto amico del dittatore libico Gheddafi, con cui faceva
buoni affari per il proprio paese, e del quasi dittatore russo Putin, con cui
addirittura c’era affinità elettive nel pubblico e nel privato. “Berlusconi
deve essere distrutto”, dissero i nuovi Catone europei, ripetendo il mantra
anticartaginese “Carthago delenda est” del senatore romano Marco Porcio Catone.
E così fu. Vi provvide Napolitano, il saggio comunista convertito alla
liberaldemocrazia, che incominciò a manovrare fin dall’estate del 2011 con quel
grande commis europeo che è Mario Monti e con altri dello Stato sgheo. Ed è
una.
Ci siamo mai data una risposta
all’ignobile figuraccia che facemmo nei confronti di Romano Prodi, quando,
candidato alla presidenza della repubblica nell’entusiasmo generale di una
consistente maggioranza, fu poi dalla stessa miseramente impallinato nella
votazione? E quando si fermano a raccontarcelo i grandi pensatori politici
italiani, i politologi, gli scienziati della politica, che sull’argomento
scivolano come abili pattinatori sul ghiaccio?
Prodi non era accetto all’Europa
né all’America né alla Nato dopo le continue e serrate e brillantemente
spiegate critiche fatte alla guerra in Libia e alla cacciata di Gheddafi; e non
solo a questo. Prodi presidente della repubblica italiana era un rischio che
l’Europa non poteva correre. Era necessario che Napolitano, l’abile manovratore
pro domo europea, rimanesse al suo
posto per garantire la continuità europeistica. E così fece il “grande vecchio”.
Rieletto – caso unico nella storia repubblicana del nostro paese – chiamò al
governo prima Enrico Letta e poi Matteo Renzi, entrambi graditi a Bruxelles.
Matteo Renzi soprattutto faceva al caso: giovane, chiacchierino, senza un
trascorso politico, né democristiano né comunista né partitocratico in senso
lato, inefficacemente critico a parole, obbediente nei fatti.
Il Movimento 5 Stelle non è nel
torto quando rivendica, dopo le elezioni politiche del 2013, quel ruolo che
Napolitano gli negò, preferendogli il Pd, che vincente con la lista era
perdente come partito; per non dire della legge elettorale, il Porcellum, dichiarata incostituzionale
dalla Consulta. Il povero Letta, che tanto ce l’ha con Renzi, dovrebbe
prendersela con Napolitano e coi suoi referenti europei. Il suo governo in
verità non ebbe né meriti né demeriti, era un espediente e serviva a rendere
meno traumatico l’incarico a Matteo Renzi, uno che non era stato neppure eletto
parlamentare della repubblica; uno che non aveva neppure un numero di matricola
politico pur che fosse. Grillo al governo avrebbe riproposto in Europa lo
stesso problema di Berlusconi, un governo cioè disorganico agli interessi
europei. Il Movimento 5 Stelle non aveva nascosto i suoi propositi
antieuropeistici, gridati tra vaffanculo e minacce di processi sommari in
piazza.
Dati questi precedenti, il caso
greco del governo Tsipras conferma la politica europea di intolleranza nei
confronti di chi non si riconosce negli interessi superiori dell’Unione,
ovverossia del paese egemone. Non è un caso che l’anti Grecia non è l’Europa, è
la Germania. E
ciò indipendentemente dal merito della questione.
Va da sé che la Grecia ha delle responsabilità sue proprie per la crisi
che sta vivendo. Egemonia germanica o imperialismo europeo a parte – non che
non contino, come si è detto – si capisce che in una qualsiasi società non si
può tollerare che un suo associato pretenda di vivere al di sopra delle sue
possibilità puntando sul lavoro e il sacrificio degli altri associati. I
governi precedenti a Tsipras questo lo avevano capito e avevano iniziato un
percorso di riabilitazione delle finanze adottando misure tali da garantire nel
volgere di alcuni anni di sacrifici la ripresa e nello stesso tempo onorando i
debiti che la Grecia aveva contratto con gli altri membri europei. Le misure di
rigore adottate, per certi aspetti proibitive per il popolo greco – questo va
riconosciuto! – hanno fatto perdere le elezioni ai governi di centrodestra a
vantaggio del partito neocomunista di Tsipras, che ha promesso orgoglio
nazionale e allegria sociale. Pensava evidentemente, Tsipras, di avere a che
fare con fessi; non avendo capito quello che ormai tutti sanno in Europa, e
cioè che la sovranità di ogni paese membro è limitata e condizionata.
venerdì 21 ottobre 2011
Onore al combattente Gheddafi!
Gheddafi è stato catturato e ucciso a Sirte, suo ultimo rifugio e campo di battaglia. E’ morto come aveva promesso di morire: da martire. Fino all’ultimo, da autentico combattente, ha infuso ai suoi la certezza della vittoria, come fa un vero capo islamico. Non avrebbe mai chiesto ai suoi di morire solo per la bella morte, nella certezza della sconfitta, o per il dovere fine a se stesso. Bella morte e senso del dovere sono valori occidentali, di ragione, estranei al mondo arabo fatto di fede e di fanatismo. Le Termopili non sono cose da deserto.
Nei suoi 42 anni di potere non è stato un uomo moderato, bensì un esaltato, un terrorista e un assassino. Più che un dittatore è stato un tiranno, a volte buffonesco e grottesco, ridicolo e irritante, è apparso cialtrone e pidocchioso travestito da ricco, nella migliore delle immagini la spalla di un clown in un circo equestre. Ma era un membro dell’Onu, ascoltato più volte nel Palazzo di Vetro. E lì non si è mai presentato in giacca e cravatta.
Ha inferto all’Italia più di un’umiliazione e tante provocazioni. Ad altri paesi ha fatto cose anche più gravi. Non era amato da nessuno, ma non c’è stato leader internazionale che non lo abbia ricevuto con tutti gli onori e che non lo abbia lusingato per concludere affari economici. A noi ne ha fatto concludere molti e molto proficui. L’Italia era il primo partner commerciale della Libia. Ciò che non era tollerato dai soliti francesi, ravvivati nella loro grandeur dall’ennesimo immigrato: Sarkozy come Napoleone, un po’ più ridicolo. Nutriva odio e amore nei nostri confronti. Sapeva – perché non era fesso – che l’Italia in Libia aveva fatto cose buone e che il nostro colonialismo non era stato di rapina come gli altri.
Il suo sogno era di farsi capo di un continente per secoli al guinzaglio del potere occidentale, recuperarlo alla dignità dopo secoli di servaggio. Aveva consapevolezza di questo suo ruolo, forse smisurato e utopico; ma sapeva anche nella sua megalomania che non aveva un altro percorso se voleva restare nella storia come uno che aveva tentato qualcosa di originale e di grandioso. Non si è africani per caso!
Quando Agnelli ebbe bisogno di danaro, lui acquistò il 10 % della Fiat e successivamente entrò anche nella società della Juventus, di cui era tifoso. Forse aveva il complesso della sponda opposta. Ma era africano!
Non passerà alla storia in termini complessivamente positivi, ma chi davanti allo scempio della sua persona e del suo cadavere ha gioito e non ha saputo avere nemmeno una parola di pietosa comprensione e di riprovazione per le offese arrecategli, ha dimostrato di valere meno, ma molto meno di lui. Nella grande parata di ovvietà e nullità politiche internazionali, forse il miglior commento è stato quello di Berlusconi: sic transit gloria mundi. La formula che si usa alla morte di un papa. In quelle parole c’è tutto il pensiero e il sentimento di un uomo pragmatico come indubbiamente Berlusconi è: il rispetto dell’uomo, paragonato ad un papa, ossia ad un grande; la consapevolezza che tutto sulla terra è effimero e caduco; l’amarezza per le conclusioni dolorose della vita; il dispiacere per un amico sfortunato e segnato.
Nel 1969, quando cacciò gli italiani dalla Libia, gli avrei fatto guerra o comunque gli avrei dato una lezione; non avrei mai consentito che mancasse di rispetto all’Italia con le sue provocazioni e le sue ridicole prove di ostentata arroganza quando a passeggio per Roma esibiva la foto del padre fucilato dagli italiani nella guerra di Libia nel 1911. Ma ora, davanti alla sua fine non ingloriosa, in necrologio, da italiano non immemore, ritengo di dover dire: onore al combattente Gheddafi!
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