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domenica 27 novembre 2016

Renzi e l'insalata postreferendaria


Lo spettacolo offerto da Matteo Renzi nei dibattiti sostenuti per il referendum del 4 dicembre ha dato l’idea di quanto ormai il “trumpetto” fiorentino sia cotto. Non è riuscito una sola volta a scartare il malloppo della sua riforma, quasi avesse paura di far vedere cosa nasconde nel cartoccio. Slogan e slogan, ripetuti come mantra: chi vuole che tutto cambi, voti sì; chi vuole che nulla cambi, voti no. Ha ammesso di aver sbagliato a personalizzare il voto referendario. Il che, se per un verso gli fa onore – è sempre bene ammettere gli errori – per un altro dà ragione a quanti avevano visto in lui un nuovo temerario Fetonte. E, del resto, a trent’anni, cosa poteva aver appreso dalla vita e dai suoi saperi? Tanti ne aveva quando è saltato sul carro del Sole. Ha fatto il presidente della provincia e il sindaco di Firenze – cose non da poco, intendiamoci – ma assurgere a capo di governo, senza passare dall’esperienza elettiva, è un’altra cosa. Lo dimostra nel suo essere rimasto un provincialotto che ancora non crede dove si trova. Spesso “sculetta” con la faccia e si volta indietro per vedere se qualcuno lo guarda, come una ragazza civettuola e stupida. L’altro errore marchiano è aver appoggiato la Clinton alle elezioni americane. Non è stato un errore di valutazione, ma di metodo, tipico di chi non ha esperienza.  
La questione dell’età per un politico non è senza conseguenze. A proposito della riforma, in particolare del Senato e della sua riduzione risarcitoria per politici di serie inferiore, è inevitabile che la questione si ampli. Il Senato – lo dicono la storia e la filologia – è l’assemblea degli anziani o dei saggi, come una volta si diceva, comunque di persone mature che per età ed esperienze possono dare all’azione amministrativa di un paese contributi di saggezza, di prudenza e di equilibrio. Il fatto che per essere eletti, secondo la Costituzione, occorra avere un minimo di quarant’anni ne spiega la ratio che è alla base. Il Senato bilancia la Camera dei deputati, un’assemblea formata da persone più giovani, eleggibili con un minimo di venticinque anni. L’equilibrio sta tutto qui, oltre al rapporto numerico, 315 senatori contro 630 deputati. E lasciamo stare camera alta, una volta di nomina regia, e camera bassa elettiva. In passato l’età era fondamentale per tutto.
Oggi è il trionfo del giovanilismo. Gli anni non compiscono più i panni, ma aggiungono malanni e …danni. Questa sembra essere oggi la nuova valutazione della vita. L’età non solo non conta ma addirittura è un fattore negativo. Si ritiene che l’esperienza, che una volta non poteva venire che dagli anni, oggi sia come un decoder incorporato; non viene dalle prove della vita, ma dalla fabbrica, ovvero dalla nascita. Per cui, o ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai, va sempre più scemando man mano che passano gli anni. Insomma: Vae senioribus!  E’ un’autentica rivoluzione: la Camera alta diventa Camera nana e la Camera bassa diventa Camera unica.
Ma – si dice – a che serve un Senato che fa le stesse cose della Camera? Un doppione che quando va bene è inutile e quando va male frena l’azione del governo, anzi ne può provocare la fine, gettando il paese nella precarietà? Oggi le condizioni sono assai diverse da quelle del 1946; anche se ci sarebbe da dire assai sulle cause delle lungaggini italiane. Allora, via il bicameralismo perfetto. Si scopre che perfino i Padri Costituenti erano dello stesso parere e che a questo sistema si piegarono per paura che il Pci vincesse le elezioni a danno della Dc e del paese.
Ora, ci sta pure che il Senato venga addirittura abolito; a questo punto sarebbe anche meglio. Non ci sta che venga mortificato e fatto scadere in non si capisce che ruolo. Basti considerare che poiché i senatori per effetto della riforma vengono nominati tra i consiglieri regionali, per i quali basta avere diciotto anni per essere eletti, potremmo ritrovarci con senatori con un’età addirittura inferiore a quella dei deputati. Sarebbe come se i padri fossero più giovani dei figli; come se i figli nominassero i padri. Ma, quando si capita in mano a ragazzini – dice un noto proverbio dialettale – si finisce “o cacati o pisciati”. E i luminari del diritto costituzionale favorevoli al Sì dove stanno?
La demolizione del Senato si carica perciò di valenze simboliche importanti, che afferiscono una visione della vita assai più complessa. Il Senato poteva rimanere, semmai ridotto di numero, ma con un compito preciso e importante. Si poteva privarlo del voto di fiducia al governo, ma era importante lasciarlo elettivo. Invece si è pensato di invalidare la volontà sovrana del popolo privandolo del diritto di eleggere i senatori che vuole. Essi, in quanto persone di quarant’anni, non devono contare: questo è il punto. E se si osserva che i quarant’anni di oggi sono i trenta di ieri, a maggior ragione la dirigenza politica non va affidata, senza contrappesi, a persone di trent’anni, che corrispondono a chi prima ne aveva venti. Questa mania di azzerare tutto, di uniformare tutto, sta sconvolgendo la società: non ci sono più maschi e femmine, non ci sono più giovani e anziani; tutti sono tutto. E’ un arricchimento o è un impoverimento? Ai posteri – direbbe Manzoni – l’ardua sentenza. Noi, che difficilmente saremo posteri, lo diciamo oggi: è un gravissimo impoverimento. Chi vivrà, vedrà. Di avere torto non si deve aver paura. La società ha bisogno di ritrovare il suo equilibrio di diseguaglianze, di dissimiglianze, di generi, di età, di competenze e di ruoli, su una base di diritti universali, condivisi. Il caos può essere il ritorno all’inizio; ma passa sicuramente dalla fine.

Per tornare a Renzi, che un po’ di simpatia la fa con quell’aria di chi avverte la batosta, si può dire che abbia già perso, perché comunqe il paese dal referendum uscirà spaccato. Non dice cosa farà all’indomani del voto; ma è ormai di tutta evidenza che dovrà recarsi dal Presidente della Repubblica, a prescindere dall’esito, per essere o mandato a casa o reincaricato per fare un nuovo governo. Ecco, questo sì dipenderebbe da chi vince. Ma, a quel punto, ridotto ormai ad una patata lessa, Renzi può esser buono solo per un’altra insalata, alla nazarena.

domenica 15 maggio 2016

Renzi, il Vangelo e la Carta


Matteo Renzi ha ragione di ricondurre tutto a sé, sia nella buona che nella cattiva sorte, al punto che se la sua più importante impresa, la riforma costituzionale, non dovesse passare al referendum confermativo di ottobre, lascerà la politica. Ipse dixit.
Ovviamente non lascerà nulla. Il suo è il tipico modo di comportarsi dello spaccone. Ce ne sono di due tipi, di spacconi. Uno è quello che sa di valere poco e bluffa, si ostenta forte per far colpo sugli altri e far crescere il suo credito sociale. Se va, va; se non va, non ha perso niente. L’altro è quello che effettivamente ha una smisurata autostima e tiene a farlo sapere. Renzi appartiene al secondo tipo. Ma ha un difetto, che lo tradisce. Non riesce a gestire lo scarto tra ciò che è e ciò che rappresenta e teme che gli altri glielo contestino; è, come si dice, il suo complesso.
Come presidente del consiglio viene, nell’Italia repubblicana, dopo uomini come De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi, Berlusconi, per citare i più noti e importanti. Mai, neppure lontanamente, questo scarto è stato tradito da quei presidenti. E come loro: Togliatti, Nenni, Saragat, Einaudi, La Malfa, Scalfaro, Berlinguer, Almirante. Erano, quelli, assai più importanti, come uomini, di ciò che rappresentavano come politici. E stiamo parlando anche di presidenti della repubblica e di grandi leader, tanto più valorosi quanto più se la dovevano vedere con altri uomini della loro vaglia e in situazioni anche assai più difficili e drammatiche.
Si dirà: non si possono fare simili paragoni; e infatti non li facciamo. Vogliamo solo mettere in evidenza quello scarto caratteriale che c’è in ognuno di noi tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di essere. Scarto che nelle persone mature e colte non traspare; in Renzi colpisce come un raggio laser negli occhi.
Dopo l’approvazione delle Unioni civili, modo di dire per nascondere i modi di fare, Renzi ha detto, come a rispondere alle critiche della Chiesa, che lui non ha giurato sul Vangelo ma sulla Carta. La sua solita smargiassata. Si liscia l’asso come al tressette, perché sa che la carta più forte ce l’ha il compagno. Lui l’asso se lo liscia con tutta quell’umanità che dalla legge sulle Unioni civili trae vantaggio; ne capta la benevolenza.
Gioca sul velluto, intorno non ha che rottamati e di fronte dei velleitari da rottamare. Neppure la Chiesa ha oggi granché da opporre all’ex sindaco di Firenze. Il quale si esprime per frasi fatte e ripetute fino alla noia. Del resto, che cultura ha mai potuto maturare? Le sue battute sembrano il punto d’approdo di tutto il suo sapere e operare, come se più che per la cosa in sé operasse per confezionarsi la battuta da esibire. Poco importa se sono soltanto delle banalità da bar dello sport. Questa me la preparo per la Chiesa – avrà pensato da tempo – et voila: non ho giurato sul Vangelo ma sulla Carta.
Ma la Carta è sicuro di conoscerla? O ha giurato su una qualsiasi? L’approvazione è passata, infatti, con l’ennesimo voto di fiducia, il nr. 53 in poco più di due anni, dal febbraio 2014 al maggio 2016, una media di 2,2 al mese che rende questo governo, ancor più dei precedenti, pur abusanti di questo “eccezionale” istituto, un’autentica dittatura. Sarà pure alla camomilla, ma sempre dittatura è. Io detto – dice Renzi – e voi eseguite.
Ora il voto di fiducia non significa che il governo è forte, caso mai evidenzia la sua debolezza; significa che non ha o che non controlla una maggioranza. La minaccia di passare allo scioglimento delle Camere, nell’eventualità di un voto negativo, spaventa i parlamentari che all’idea cadono in depressione. Sicché, non è un voto alla cosa in sé, neppure un voto al governo, ma un voto a se stessi: il seggio come psicofarmaco. Questa è la triste considerazione che va fatta. Un parlamento votato da una legge, bocciata come incostituzionale dalla Consulta, e perciò, se non formalmente, sostanzialmente composto di abusivi, vuole rimanere a dispetto di Dio e degli uomini fino all’ultimo. Renzi ne è il garante; Renzi è il forte di una masnada di deboli e depressi.   
I suoi presunti avversari, interni ed esterni, paventano derive autoritarie. Ma quando mai! Intanto non ci siamo coi tempi, perché la deriva autoritaria è già in atto, senza manganelli, polizia segreta, tribunali speciali, confini di polizia ed altro armamentario tipico delle dittature che non si vergognano di mostrarsi e di dirsi tali. Quella di Renzi è una dittatura, bella e buona.
Ma torniamo alla Carta, che, come uso, attraversa tutto il corpo umano, metaforicamente parlando, con grande disinvoltura. Al suo articolo 72, a proposito di approvazione di leggi, dice: “Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza”. Quale urgenza c’è mai stata in tanti voti di fiducia? Il voto di fiducia consente di scavalcare tutto l’iter dell’approvazione di una legge articolo per articolo, cancella gli emendamenti e impedisce il dibattito; una sorta di taglio del famoso nodo di Gordio con un colpo di spada.. Renzi ha posto la questione di fiducia perfino per leggi, come quella sulle Unioni civili, che incideranno anche antropologicamente sulla società italiana. Ha trattato un problema così complesso e grave come l’intervento per il crollo di un cavalcavia. Prepotenza o ignoranza?
Ma Renzi ha un’idea tutta sua dell’urgenza. Prima le cose non si facevano mai e, avendo egli capito perché non si facevano, ricorre al voto di fiducia che fa sfrecciare il governo sul traguardo come un bolide di Formula Uno. Ma, allora, per governare questo paese ci vuole la dittatura? La Carta non prevede nessuna dittatura, anzi è decisamente contro. Ma la Carta non poteva neppure prevedere uno come Renzi.

sabato 26 dicembre 2015

L'Italia: un paese sospeso


L’incarico di Renzi a formare il governo, frutto di una serie di circostanze di derivazione elettorale e politica, ma voluto dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano, fece pensare di primo acchito ad una sospensione della democrazia. Per quanto tutto fosse stato fatto in ossequio alla Costituzione – non è scritto in nessuna parte che il Presidente del Consiglio incaricato deve essere un eletto dal popolo – si avvertì un deficit di dibattito e di confronto, in considerazione che la nostra è una repubblica parlamentare e una democrazia rappresentativa. Parlamentare perché il ruolo del Parlamento è centrale; esso elabora soluzioni politiche al suo interno e non si limita a ratificare scelte fatte fuori. Rappresentativa di che? Di quelle forze politiche elette dal popolo in regolari elezioni. Esse poi pensano e decidono coi loro uomini più rappresentativi, coi loro leader, in maniera collegiale. Ora, quella di Napolitano fu una scelta singola, di cui egli si è assunto la responsabilità di fronte al paese e alla storia, nel bene e nel male. Duo non faciunt collegium dicevano i latini, figurarsi uno!
L’interventismo di Napolitano parte dall’estate del 2011, come ormai è acclarato da testimonianze mai smentite, con le dimissioni “indotte” di Berlusconi, già politicamente esautorato e moralmente screditato, con l’incarico a Mario Monti, col tentativo Bersani, con l’incarico a Letta e infine con l’investitura di Renzi. Dopo le elezioni politiche ci fu l’intermezzo della rielezione di Napolitano al Quirinale. Apparve subito pertanto che si trattava di un’operazione di vertice, gestita in più fasi, una volta si sarebbe detto “congiura di palazzo”, garantita dalla continuità istituzionale e politica di Napolitano. E di golpe strisciante si parlò all’epoca dei fatti. Se non fu un golpe sotto il profilo tecnico, lo fu sotto il profilo politico.
Dopo circa due anni di governo Renzi, appare di tutta evidenza che non solo la democrazia è sospesa, ma anche la politica in senso più ampio; e quando la politica è sospesa è come un motore che si spegne e la macchina non va né avanti né indietro. Ecco, l’Italia è un paese sospeso. Lo è politicamente, economicamente, culturalmente, eticamente. Il dibattito politico è congelato, lo zero virgola della crescita è insignificante, la classe dirigente non ha idee precise sulla sua identità culturale, la caduta di tensione nell’etica del ruolo, specialmente per certe professioni, è segno di spaesamento diffuso e crescente.
Non sono tanto le esibizioni di Renzi, parodisticamente mussoliniane e berlusconiane, che confermano questa percezione. Ora Renzi si mette anche a parlare di potenza dell’Italia, di prestigio nel mondo, di puntualità nel portare a compimento le opere pubbliche, come faceva Mussolini quando dal balcone di una nuova città appena inaugurata prometteva la data dell’inaugurazione della successiva; e attacca la Merkel in maniera solo meno pacchiana e volgare di Berlusconi.
Lo stato di incertezza e confusione lo si evince soprattutto dai commentatori politici che non sanno che pesci pigliare e dalla stampa tutta che li segue in una condizione di sostanziale autocensura, ormai conclamata. I più onesti non fanno proclami, ma lo dicono; e se non lo dicono, lo ammettono.
E’ una cosa molto grave la condizione in cui operano i giornalisti. Molti di essi, fior di firme, sono stati prepensionati e vivono in uno stato di “disoccupazione mentale”, nel senso che la loro intelligenza critica non trova gli spazi adeguati per esprimersi e incidere nella formazione dell’opinione pubblica. Ché quello è il ruolo di un intellettuale, di un commentatore critico. Vediamo l’affollamento di firme celebri nel “Fatto Quotidiano”, autentica area di parcheggio di menti rottamate. Altri, se non vogliono fare la stessa fine, si guardano bene dal criticare il potere e vivacchiano dicendo e non dicendo. Autocensurandosi, evitano al potere politico di mostrare la sua vera faccia, che è quella della repressione sia pure morbida; e salvano il posto di lavoro. I due maggiori quotidiani italiani la dicono lunga con la sostituzione di Ferruccio de Bortoli al “Corriere della Sera” e con quella, annunciata, di Ezio Mauro alla “Repubblica”. I due direttori sostituiti non erano renziani, sia pure per motivi diversi; Fontana e Calabresi lo sono. Ogni cosa ha il suo posto, ogni posto ha la sua cosa, si diceva saggiamente una volta nella bottega di un artigiano. De Bortoli e Mauro erano ormai al posto sbagliato.
L’aspetto più grave è il messaggio che passa da simili operazioni: si va verso un renzismo più sistematico e organico, si va verso il partito della nazione, che – facciamoci caso – ricorda tanto il partito nazionale fascista. Non contano i dettagli e i modi con cui l’uno si fece strada nel dopoguerra e l’altro si sta facendo strada nel dopocrisi – ma è davvero dopocrisi? – conta che oggi come allora si avverte la necessità di un partito che impedisca la dialettica politica e abbracci in un solo organismo tutta la nazione. Basta con le chiacchiere e chi non ha fiducia nel governo è un gufo. Non è un caso che il gufismo di Renzi si sta affermando come metodica, che travalica la battuta polemica e s’impone come cifra di comunicazione e di lotta politica. I gufi, nella visio di Renzi, sono gli avversari, malvagi perché sperano che le iniziative del governo falliscano a danno dell’intera nazione pur di dimostrare di essere loro i più adeguati a governare. Come fatto non è nuovo, un po’ è fisiologico in una democrazia; ma solo con lui o da lui in poi è diventato un’arma propagandistico-mediatica.
Nessun grido di allarme, nessun “al lupo, al lupo!”. Il partito della nazione non potrà mai calcare le orme del partito nazionale fascista; ma risponde come quello ad una volontà di creare in Italia un sistema politico a democrazia ridotta, in modo che chi lo rappresenta al massimo livello possa prendere i provvedimenti che occorrono in tempi brevi e rispondere all’Unione Europea senza tante incertezze e lacerazioni interne.

La domanda che è lecito porsi è: ma il renzismo è una fase del processo d’uscita dalla crisi politica, cui ne seguiranno altre fino al ritrovamento di un nuovo assetto politico-istituzionale, o è la risposta finale alla crisi? A ragionar politico, verrebbe di dire che è la risposta finale. A ragionare storico si ha qualche legittimo dubbio.