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domenica 16 aprile 2017

Renzi tra guai e lai


Renzi è cambiato? Chi lo sostiene dice di sì, ma è un sì a sé stesso, trovandosi nella sua stessa barca e sa che se affonda vale per tutti. Il passaggio, tanto propagandato, dall’io al noi del “Lingotto” è una semplice trovata. In realtà un certo cambiamento lo si nota in superficie. Renzi non è più sarcastico, adesso è arrabbiato, violento, minaccioso; lancia dei lai urbi et orbi, che vorrebbe fossero mazzate. Qualcuno lo sentirà. Tanto per convincere sé stesso, dice che il tempo della tolleranza è finito, che ora passa alle querele e alla richiesta dei danni. Era più convincente con le sue smorfie e con le sue battute. E’ irato con Grillo e con Travaglio, che di Grillo è la voce cartacea e televisiva. Travaglio, ospite di Lilli Gruber, lo ha definito un “teppistello” (La Sette, Otto e Mezzo, 14 aprile 2017).
Il caso Consip, col coinvolgimento di suo padre Tiziano e del suo amico Lotti, sul piano politico è una cosa assai più grave della pur gravissima scoppola referendaria del 4 dicembre 2016. Può anche venir fuori la sua completa estraneità, ma ci crede più? In Italia lo sanno anche i bambini delle scuole materne che c’è una bella differenza tra la verità processuale e quella reale. Tiziano Renzi può essere messo fuori da ogni coinvolgimento dalle carte processuali, ma non lo sarà mai dai fatti.
La gente – non dico popolo – è scaltrita per una sua innata predisposizione rafforzata dalle esperienze di vita. Sa perfettamente che se uno viene coinvolto in un affare non edificante, quanto meno è stato incauto pur nell’ipotesi della sua innocenza. L’essere incauti, a certi livelli, quando si è genitori di un capo di governo, non è reato ma è qualcosa che gli somiglia molto.
Tiziano Renzi, già noto alle cronache giudiziarie per una sua precedente questione, dalla quale uscì assolto, ha voluto ritagliarsi uno spazio di influenza politica, sfruttando la posizione del figlio. Non capiva che così facendo avrebbe potuto danneggiarlo? E il figlio non sapeva dei comnportamenti del padre? Si dirà: sono toscani. E non è un pregiudizio. Di recente la televisione ha tirato fuori la storia dei Medici, i quali nel bene e nel male costituiscono tanta parte della fiorentinità. Probabile, dunque, che Renzi-figlio poco o nulla potesse fare per tenere buono e lontano Renzi-padre.  
Ora è venuto fuori che c’è stato il tentativo di depistaggio da parte di un capitano dei carabinieri, che avrebbe, trascrivendo le intercettazioni, scambiato la voce di un tal Bocchino con quella di un tal Romeo, in relazione ad incontri compromettenti nell’ambito dei tentativi di corruzione e dazioni alla bella compagnia di toscani, al centro della quale non troviamo Matteo Renzi, ma il padre Tiziano e il ministro Lotti, a Renzi vicinissimo. 
Viene un po’ da ridere; e in effetti la comicità c’è tutta. Ma come, un ufficiale dei carabinieri compie un’operazione tanto maldestra quanto grave? E poi, perché? Lo scambio dei nomi, in definitiva, cambia di poco la questione nella sua sostanza. La posizione di Tiziano Renzi era quella che era, come pure quelle del ministro dello sport e del presidente della Consip, i quali dicono due cose opposte, per cui o mente l’uno o mente l’altro.
Renzi, insomma, si trova in un mare di guai. Ciononostante ha la maggioranza nel Pd. Emiliano, l’altro incauto, è stato praticamente tolto di mezzo dalle primarie del partito a causa di una storta mentre ballava la tarantella. Siamo sempre nel comico. L’altro, Orlando, attuale ministro di giustizia, gira percentualmente al largo. Renzi vincerà e sarà nuovamente segretario del partito, arricchendo la serie, tutta italiana, dei casi del più ne combini e più vieni premiato.
Al momento i tre schieramenti politici italiani, che valgono pressappoco lo stesso numero di voti, hanno molti problemi, compreso il Movimento 5 Stelle. Non si sa ancora con quale sistema elettorale si andrà a votare. Ma ipotizziamo che si adotterà l’Italicum o qualcosa che gli somigli anche per il Senato. Cosa potrebbe accadere?
E’ probabile che nel centrodestra non si trovi un accordo per una coalizione competitiva e che a prevalere per il ballottaggio siano il Pd e il M5S. Chi appoggerà il centrodestra, ancora una volta berlusconiano? Sicuramente il Pd di Renzi. Allora si riproporrà il problema in uno scenario leggermente diverso. Ma il vero problema resta Renzi, che, dopo le recenti ambasce “familiari” e toscane, è meno credibile di quello dei suoi tre anni al governo.Il che è tutto dire!

Per ora cerca di rifarsi il look, come una vecchia pirandelliana Donna Poponica. A vederlo, fa ridere; a rifletterlo fa tristezza.   

domenica 11 dicembre 2016

Renzi Uno: il tirocinio


Matteo Renzi ha subito il 4 dicembre scorso una delle più nette e umilianti sconfitte che politico italiano, Mussolini a parte, abbia mai subito. Berlusconi, tanto per fare il primo paragone che ci viene a tiro, anche per la vicinanza temporale, è stato cacciato per congiura di Palazzo, tutto compatto alla bisogna, compresi giannizzeri e maggiordomi; non è stato mai sconfitto davvero dall’elettorato, nemmeno quando è stato “battuto” da Prodi con percentuali irrilevanti e sospetti di brogli. Renzi, invece, è stato così battuto come nessuna nerboruta massaia batte i propri panni impolverati e sporchi.
Netta, la sconfitta, lo dice il risultato con tutti gli annessi e i connessi (percentuale di votanti, giovani contrari sui quali faceva affidamento, un diffuso astio popolare). Si è avuta l’impressione che ci fossero elettori disposti perfino a pagare pur di votargli contro.
Umiliante, la sconfitta, la rendono i suoi atteggiamenti, dal “se perdo lascio la politica perché io non sono come gli altri”, continuamente ripetuto, all’occupazione delle televisioni, alle elargizioni di danaro, alle bugie, alle sue bombarde contro l’Europa, a quel suo proporsi come un vecchio saggio davanti a scolaretti che fa tanta irritazione. Del resto così aveva esordito in Senato: con le mani in tasca e con un fare da vecchio condottiero della politica, lui che puzzava di “trovatello” lontano un miglio.
In nessun politico italiano era apparso mai così stridente lo scarto tra ciò che era e ciò che voleva sembrare. No, non si tratta di un caso di maleducazione; Renzi non è maleducato, soffre di un evidente complesso di superiorità, una specie di convinta predestinazione ad essere e a fare cose straordinarie nella vita. Non a caso si è proposto come il “rottamatore”.
Il giorno successivo alla tremenda scoppola subita la televisione lo ha ripreso per strada mentre se la fischiettava come un operaio che aveva appena smesso di lavorare e andava a prendere la metro per tornare a casa. Perché lui se si comporta come un grand’uomo davanti a platee importanti; poi si comporta come uno spazzacamino dopo aver scapolato. Il giorno successivo ancora, alla direzione del suo partito, ha continuato ad ostentare disinvoltura coi suoi tipici atteggiamenti di grand’uomo, rivolgendosi all’assemblea con “oh, ragazzi”, “boni”, e via apostrofando. Che non è linguaggio da sedi istituzionali ma da bar o da stadio.
La batosta avuta non si capisce se non si tengono in considerazione anche questi elementi, che saranno pure marginali ma servono a capire l’uomo. Si racconta che ad Achille Starace Lecce, che pure era la sua città e si era in regime fascista, non perdonò mai l’essersi presentato in pubblico col frustino in mano.
Naturalmente ce ne sono altri, di motivi, che spiegano la sconfitta di Renzi, innegabili come l’aria che respiriamo. Primo, la sua nomina, ovvero la sua investitura, avvenuta secondo modalità feudali, da parte di Napolitano. Secondo, un parlamento considerato “illegale” perché votato con una legge incostituzionale (e qui le virgolette non c’entrano!). Terzo, il mettere continuamente il voto di fiducia per far passare leggi non condivise nemmeno dal suo stesso partito. Quarto, la spregiudicatezza nel violare intese con gli alleati. Quinto, il fallimento delle sue riforme, proposte come fiori all’occhiello. Sesto, la prepotenza di sbattere fuori dalle commissioni parlamentari quelli che non gli erano ubbidienti e i direttori di testate giornalistiche non in linea. Il caso de Bortoli in testa. Si fa male a non parlare. In Italia oltre al linguaggio, c’è il silenzio politicamente corretto. Quello dei giornalisti è reticenza.  
Nei giorni di consultazioni da parte del Presidente della Repubblica, lui ne ha fatte altre in parallelo da Palazzo Chigi, poco curandosi di apparire quanto meno irriguardoso. Se potesse rottamare Mattarella, forse voluto da Napolitano, di sicuro lo farebbe.
Ora, se non vuole che la gente lo fischi e lo spernacchi per la strada, deve uscire di scena. Se ne deve stare buono-buono per un po’ di tempo; deve mettersi a disposizione della causa del proprio partito e della nazione, con umiltà. Né farebbe male se trovasse il modo per chiedere scusa a quanti in questi due anni e mezzo ha offeso o umiliato, incominciando dal popolo italiano.
La situazione che lascia è davvero ingarbugliata e grave. L’elettorato ha detto chiaramente che vuole votare, che vuole recuperare finalmente una condizione di paese normale. Resta tuttavia l’inghippo del sistema elettorale, che non c’è o non è uniforme per Camera e Senato. E già! Anche qui si nota l’improntitudine di Renzi, ha dato per certo che il referendum l’avrebbe vinto e che il Senato sarebbe stato eletto con le Elezioni Regionali. Conclusione: se si dovesse votare coi sistemi vigenti, sarebbe un’altra porcata. Per fare una legge elettorale uniforme è necessario fare prima un governo. E qui è il punto. Quanto durerà? Il tempo per la legge elettorale o per far maturare il vitalizio ai tanti parlamentari che ci sono nelle due Camere? E se, per non farla sporca, si decidesse di portare fino a conclusione la legislatura, fino al 2018? Sono domande che i cittadini si pongono e che forse troveranno una qualche risposta nei prossimi giorni. Sarebbe auspicabile che la cosiddetta casta desse prova di onestà, facendo una legge elettorale quanto prima per evitare il fondato sospetto di mischiare interessi personali e meschini ad interessi generali e nobili.   

E Renzi? Resta una risorsa importante per il Paese, a condizione che faccia tesoro degli errori commessi, che consideri questo suo primo governo un periodo di tirocinio, di prova per vedere che cosa è andato bene e che cosa è andato male. Se pensa, come purtroppo sembra voglia fare, che era nel giusto e che è rimasto vittima di chi non vuole che in questo Paese cambi mai niente, ovvero del partito grigio della conservazione, come si diceva una volta, e persevera nei suoi atteggiamenti di parvenu della politica, un incontinente dello strafare e dello stramostrare, allora il suo destino è segnato. 

domenica 4 dicembre 2016

Renzi, dagli insulti al ragionamento


A Firenze i tipi come Mattero Renzi, alla Pimpinella la sbruffoncella, la vignetta settimanale del “Grand’hotel” di tanti anni fa, li chiamano bombardini. Se mancava un’immagine plastica di questa nuova maschera nazionale, con Renzi ce l’abbiamo. Da noi, nel Salento, i tipi come lui li chiamiamo semplicemente cachielli, giovinotti supponenti che si atteggiano a grandi, che posano e sparano palle. Paese che vai, maschere e nomi che trovi. Ma mettiamo da parte gli “insulti”, ormai ingredienti insostituibili del dibattito politico. Del resto, quando a casa seguo i vari telegiornali e sento dire da Renzi e dalla renzaglia delle colossali minchiate, un po’ insultato e offeso mi sento.
Ma veniamo al punto. Renzi ha fatto una lunga serie di errori in quest’ultimo anno. Incominciò col voler far approvare a colpi di maggioranza una riforma costituzionale che avrebbe portato diritti-diritti al referendum con la conseguente spaccatura del paese. In questo, discepolo di Berlusconi! Quanto si è verificato in questo mese di campagna referendaria lo dimostra e avanza, tanto che le massime cariche dello Stato, da Mattarella alla Boldrini, preoccupate, invocano la cucitura del paese. Si vanta di essere riuscito a fare quello che altri non sono riusciti. Gli altri semplicemente non hanno voluto fare quello che ha fatto lui. D’Alema, per esempio, con la Bicamerale la riforma la fece, ma siccome si trattava di imporla in Parlamento a forza di maggioranza, dopo che Berlusconi si era sfilato, preferì desistere. Come Renzi oggi fece Berlusconi ieri – l’ho appena detto – nel 2005: riforma fatta, referendum e sconfitta nel 2006. Dunque, dove sta l’impresa di Renzi? Sta nel fatto che con lui c’è il famigerato establishment, come dimostrano i tanti Mieli e Prodi, Pera e Urbani, Casini e Benigni, e compagnia teatrante; ai tempi di Berlusconi l’establishment faceva crociate contro.
Il secondo errore fu quando legò la riforma alla sua persona. Se non passa mi ritiro dalla politica – disse – trasformando un referendum su un quesito di ampia portata politica e costituzionale in uno specifico personale: pro o contro la sua persona. O non capiva la grandezza della cosa o gonfiava la sua piccolezza fino a confondere la Costituzione tra i pupazzi di via San Gregorio Armeno. Oggi riconosce di aver sbagliato e prende atto che c’è tanta gente in questo paese che gli è avversa, visceralmente avversa. Diceva sempre che lui metteva la faccia. Lui non si ritira più, ma ha già ritirato la faccia; la faccia lui l’ha persa. Per cavarsela è costretto a mangiare pane altrui, guarda caso dei suoi rottamati o tali presunti. Di qui i tanti appoggi ricevuti, come di sopra citati. Fino agli impazziti, come Prodi, il quale critica la riforma per mesi e poi annuncia che voterà SI. Ma presto il rottamatore si accorgerà di essersi in parte rottamato da solo, perché quando si mangia pane altrui, si finirà per accorgersi “sì come sa di sale”, secondo i versi di quell’immortale suo conterraneo, che fu esule per l’Italia.
Il terzo errore è stato di appoggiare apertamente la Clinton nella campagna elettorale americana per le presidenziali, ritrovandosi con un Trump vincitore e certamente non “amico”, per lo meno suo. Il già “isolazionista” Trump non avrà certo per l’Italia un occhio di riguardo. Poi vedremo quali saranno le conseguenze.
Il quarto errore, in continuità di tempo, è quello delle regalìe: 800 Euro a chi ha un reddito inferiore a 1.200 euro, 500 Euro una tantum ad ogni diciottenne, aumenti alle pensioni più basse e via elargendo. Sono soldi buttati perché improduttivi, autentici regali che, salvo il reato di voto di scambio, ricorda la vendita delle indulgenze; qui indulgenze di voti.
Il quinto errore lo sta facendo in questi giorni: continua a sparare palle contro l’Europa, che lui dice di voler riformare. Dopo l’Italia riformerò l’Europa. Bum! Il sospetto che si renda conto di dire stronzate è legittimo; ma se così è gli italiani avrebbero ragione di sentirsi quotidianamente offesi da uno che li considera dei rincoglioniti. Chiedo scusa per il turpiloquio, ma come si fa a fare il pulitino in una fossa di letame? Certe sparate di Renzi ricordano il Mussolini di ottanta anni fa, in una situazione completamente diversa da quella odierna. E tuttavia anche per il Duce risultarono smargiassate, assolutamente prive della minima possibilità di concretizzare alcunché: le “reni della Grecia”, la “battigia” siciliana. Si dice che a degli universitari, che, in visita a Palazzo Venezia nel 1943, chiesero “ma Duce perché stiamo perdendo dappertutto?”, Mussolini finì con l’ammettere che “perfino Michelangelo con certa creta avrebbe fatto solo dei càntari”. Renzi impari almeno l’arte figula. Qui nel Salento abbiamo ottimi maestri.
Il sesto errore è di voler cambiare la legge elettorale detta Italicum dopo averla fatta votare ponendo il voto di fiducia e dopa averla definita un capolavoro immodificabile. La parola di Renzi, per sue stesse prove, non vale niente. Ma non è della parola che qui si tratta, bensì degli effetti politici. Lui dice che deve piegarsi alla volontà della maggioranza, sicché il capolavoro dell’Italicum, entrato in vigore il 1° luglio di quest’anno, viene abolito senza mai essere stato messo in moto. E questo sarebbe il grande messìa della politica italiana? Fa a luglio ciò che disfa a novembre. Come la  sua Firenze dei tempi di Dante?: “fai tanto sottili / provvedimenti,  che a mezzo novembre  / non giugne quel che tu d’ottobre fili”. Così nella celebre invettiva.
Ma il furbastro fiorentino coglie la palla al balzo e rottama l’Italicum perché è un sistema elettorale che si pensa favorisca alle elezioni il Movimento 5 Stelle. E vi pare una cosa corretta cambiare i sistemi elettorali a convenienza? Qui viene meno la divisione dei poteri. E’ un fatto di estrema gravità, perché se passa l’idea che in Italia non puoi vincere le elezioni secondo leggi e sistemi vigenti, allora occorre prendere il potere diversamente. Catilina, prima di ricorrere alla congiura e all’aperta sfida militare contro Roma, tentò tre volte di diventare console con le buone, ma quel manipolatore di Cicerone glielo aveva sempre impedito con vari discutibili cavilli. 

Molti, in questi giorni, mi hanno chiesto per chi voto. Ho risposto secco e seccato: voto per il NO. E quando mi hanno chiesto perché, ho risposto: per principio, perché la Costituzione nel XXI secolo non la concede e non la trasforma un governo. Se tanto accade vuol dire che non è poi passato tanto tempo da quando nel 1848 lo Statuto lo concedevano, per grazia loro, i sovrani, Ferdinando II di Napoli, il Granduca di Toscana, Carlo Alberto di Sardegna. Un regresso di quasi due secoli. Ma di questo se ne accorge solo chi conosce la storia. Gli altri sono semplicemente beati.  

domenica 12 giugno 2016

Renzi tra fischi e fiaschi


Matteo Renzi dà l’impressione di non preoccuparsi dei fischi, che sempre più spesso riceve dal pubblico di una sala-conferenze o dalla gente in piazza o per strada, meno ancora dei fiaschi. Dà ad intendere che i fischi per un politico sono la quotidianità, perché, come dice un proverbio, chi ne fa ne sbaglia. Quanto ai fiaschi, è abile per nasconderli. Certo, lui non ammette di sbagliare; e finge di rispettare la percezione dei cittadini, sui quali evidentemente ricadono le conseguenze degli errori di chi governa.
Ma le cose stanno un po’ diversamente da come le pensa e le presenta lui. I fischi ricevuti per il Jobs act o per la riforma scolastica erano di persone interessate che non condividevano i due provvedimenti. I fischi, che sta ricevendo da qualche tempo, sono più di massa, indistinti, provenienti da un pubblico meno settoriale. Sono fischi che fanno male, perché nascono da fiaschi veri e diffusi e lo colpiscono su quella faccia che lui ci mette da sempre.
Come reagisce Lorenzi il Magnifico? Lamenta che i suoi oppositori interni, per intenderci la sinistra del suo partito, lo contrasta a prescindere e lo evidenzia sottolineandone le contraddizioni e a volte le incongruenze. Ha buon gioco a dire: prima votate una legge e poi siete contro; non volete che le feste dell’Unità siano feste del governo, ma poi pretendete che lo siano di una corrente del Pd; prima mi accusate di aver personalizzato delle riforme importanti e strutturali, di ricaduta nazionale, e poi siete voi che personalizzate i risultati elettorali di elezioni locali; mi rimproverate i voti di Verdini, ma Verdini vota con noi da sempre, perché le elezioni del 2013 non le abbiamo vinte e abbiamo bisogno di “integratori”. Integratori lo dico io.
Insomma, Renzi si rivela, come al solito, molto abile nel districarsi polemicamente tra attacchi esterni e sgambetti interni, che sono, secondo tradizione italica, i più pericolosi. Ma la scaltrezza dialettica, basata nel rilevare le contraddizioni degli altri, rivela anche la pochezza delle proprie posizioni. Come la lezione evangelica: la pagliuzza nell’occhio mio non è un male dato che a dirmelo che ce l’ho sei tu che hai una trave nel tuo. No, Renzi dovrebbe spiegare piuttosto che è un male avere la pagliuzza nell’occhio, e basta.
In realtà Renzi gode di una serie di circostanze fortunose, la prima delle quali è che i suoi avversari, tutti, interni ed esterni, non hanno mai un’alternativa seria da proporre. Essi sono la sommatoria di debolezze e di incertezze. Le debolezze, sommandosi, non fanno una fortezza; idem per le incertezze.
In una situazione del genere uno come lui, scaltro nella parlantina, salvo qualche periodica caduta di stile, imperdonabile ad altri, ma non a lui riesce sempre a cavarsela alla grande, al punto che alla fine chi lo aveva fischiato gli stringe la mano e lo abbraccia. Ma l’attaccare i contrari all’abolizione del Senato, per esempio, con la battuta dell’eliminazione di un politico su tre, “uno, due, muori; uno due, muori”, è francamente infelice. Sembrava avesse un mitra in mano ed un berretto col teschio in mezzo sulla visiera.
Parole e parole a parte, due sono le realtà indiscutibili. La prima è che i suoi avversari, non avendo alternative serie da proporre per la loro debolezza, finiscono per piegarsi "felicemente" ai suoi diktat, vedi i tanto vituperati voti di fiducia, che fanno salvare la faccia a tutti. La seconda è che, nonostante la propaganda da regime, la situazione in Italia è negativa e che le tanto osannate riforme non hanno prodotto nulla di veramente importante, compresi i famosi ottanta euro per i percettori di redditi inferiori ai millecinquecento euro mensili.
Al confronto appare sempre più chiaro che l’esperienza di Monti, pur con tutte le sue “imposizioni”, è stata più decisiva nel far uscire l’Italia da una situazione nella quale si era ritrovata per non mai chiarite situazioni nazionali ed europee. Il sorrisetto d’intesa o di complicità tra il francese Sarkozy e la tedesca Merkel resta l’icona più significativa di quel periodo.
Il vero guaio di Renzi incomincia a delinearsi ed è quello proveniente dalla gente, non dagli oppositori della “casta”. Se ne rende conto. La faccia è molto più sensibile delle spalle; e Renzi uomo di faccia è.
L’immigrazione non è un’invasione - dice - l’Italia è presente in tutto il mondo in missioni politiche di pace, le tasse scendono; ma intanto la gente non può non collegare i tanti tagli a servizi essenziali (ospedali, treni, tribunali, scuole, pubblici servizi) all’enormità di spese che l’Italia sopporta quotidianamente per raccogliere emigranti in mare, per sistemarli, anche se in maniera vergognosa e barbara, per tenere in giro nel mondo tanti nostri militari. Siamo il secondo paese dopo gli Stati Uniti d’America a tenere tanti militari in missione fuori dal territorio nazionale.
Il Jobs act non ha ancora prodotto effetti rassicuranti, un giorno si parla di effetti miracolosi e un altro del contrario, mentre i nostri giovani stanno svuotando il paese per sistemarsi altrove. Quanto alla diminuzione delle tasse, è una vera presa per quella neonobilitata parte anatomica che non decet nominare: per ogni tassa diminuita o eliminata dal governo, altre la compensano con imposizioni comunali e regionali. Sicché, nel dare e avere del cittadino, è sempre di più il dare che l’avere.

Matteo Renzi può dire quello che vuole – con quella faccia! – ma la realtà è che l’Italia è un paese con due valvole: una di entrata, che fa aumentare il numero degli stranieri, fino a raggiungere il preoccuante numero di sei milioni (10%); e l’altra di uscita, dalla quale partono le nostre risorse umane più importanti; giovani laureati brillanti in ogni settore della scienza e della tecnologia. Se il trend non cambia, tra una decina d’anni o due, l’Italia sarà un’altra cosa rispetto a quella che abbiamo conosciuto. Beati allora coloro che non l’hanno conosciuta! Non si guasteranno il fegato.     

domenica 31 gennaio 2016

Renzi, il fastidioso, e gli altri


Il vento – si sa – cambia direzione; ancor più, di questi tempi, quando è metafora politica. Onestà intellettuale impone di registrare i suoi cambiamenti. Abbiamo più volte stigmatizzato che nei confronti di Renzi la stampa moderata ha avuto sempre un occhio di riguardo, non riprendendone mai gli eccessi offensivi quando non comici e caricaturali. Allo stesso modo registriamo l’inversione di tendenza, che sta prendendo consistenza dopo le intemerate di Juncker.
Paolo Mieli, sul “Corsera” di lunedì, 25 gennaio, è stato abbastanza esplicito nell’editoriale d’apertura “La politica (sbagliata) dei toni alti”. Un excursus storico, che, dopo aver toccato la questione scottante dei giorni nostri, a proposito dei vanti che Renzi butta come coriandoli di carnevale, conclude: “per quel che riguarda i nostri successi, il ruolo nuovo che abbiamo conquistato nel consesso internazionale, aspettiamo che siano gli altri a prenderne atto. Le lodi che ci diamo da noi, valgono poco, anzi niente”. 
E sempre sullo stesso giornale Paolo Valentino riferisce di un diplomatico Ue, rimasto anonimo, che pur riconoscendo a Renzi di aver “probabilmente ragione sul 70 % delle cose che dice”, sbaglia a fare la guerra a tutti, perché essa non paga e usare con i partner europei lo stesso linguaggio che usa coi suoi avversari in Italia è del tutto improprio e crea problemi di comprensione e conclude che “Renzi non ha un pensiero strategico sull’Europa, che considera quasi altro da sé”.
Anche Massimo Cacciari e in parte anche Ezio Mauro, ospiti di Lilly Gruber a “Otto e Mezzo”, lunedì, 25 gennaio, hanno avuto parole di critica per Renzi, rottamatore di uomini ma non di pratiche politiche (Cacciari).
Perfino dopo l’incontro Renzi-Merkel di venerdì, 29 gennaio, i commenti non sono stati benevoli nei confronti del nostro presidente del consiglio; e anzi più di uno ha adombrato qualche rischio per l’Italia, che potrebbe rimanere isolata in Europa.
Insomma, s’incomincia a parlare di Renzi seriamente, senza piaggerie e senza silenzi. Se si continuerà, si vedrà; per ora prendiamone atto.  
Apripista di questa inversione critica nei confronti di Renzi non c’è dubbio che è stata l’Europa. Dove l’«unto» di Napolitano si è fatto riconoscere per quello che è: un “noisy boy”, un ragazzo chiassoso, rumoroso, invadente; in una parola, fastidioso. A Firenze, nella sua Firenze, i tipi come lui li chiamano “bombardini”. Lo sanno anche i suoi vicini di casa. Voglio dire, non è che in Italia non è stato capito subito chi è; ma è stato un po’ assecondato e un po’ giustificato. Quanto colpevolmente è un altro discorso. In fondo, a chi giova mandare tutto a carte quarantotto quando nei paraggi non c’è nulla in alternativa?  Renzi è quello che è, un bombardino, ma intorno a lui non c’è altro.
Renzi non è Berlusconi, odiato a morte da democratici di ogni risma, in Italia e in Europa. L’odio che si è attirato finora Renzi, paradossalmente dai suoi stessi compagni di partito, almeno quelli di sinistra, è tutto in quel suo essere una sorta di caricatura di capo di governo, una sorta di peluche che però morde e graffia. Non si sottovaluti l’immagine in politica. Renzi, nonostante ostenti disinvoltura, tradisce un certo impaccio; come chi si trovi in una certa situazione e avverta una certa inadeguatezza. A questo aggiungasi quel modo di essere tipico dei toscani, i quali sono convinti di essere dispensati dal comportarsi secondo un modello condiviso e pensano che debbano essere gli altri ad adeguarsi a loro; un po’ come fanno con la lingua, che è l’italiano perché è il toscano.  
Quelli che gli stanno attorno, in una sorta di cerchio magico, lo sanno meglio degli altri, ma lasciano fare e dire perché sono interessati ognuno alla propria carriera; hanno capito di essere una cordata e che se cade lui trascina tutti gli altri.
Ormai lo hanno capito anche quelli che non sono del suo partito, del cosiddetto centrodestra e, ultimi ma non ultimi, i verdiniani di Ala. Tenerlo in piedi e fingere di essere d’accordo conviene.  
Renzi dice che se fallirà con la sua riforma elettorale, abbandonerà la politica. Altra minchiata! Viene di chiedersi: e che farà? Non risulta di aver abbandonato un’attività lavorativa, né piccola né grande; non risulta essere un professionista in carriera. Risulta davvero difficile trovare tra i tanti capi di governo dall’Unità d’Italia in poi uno culturalmente e professionalmente come lui. Abbiamo espresso sempre fior di intelligenze e di capacità; e perfino i politici di professione, quelli che non venivano dalle università o dalle istituzioni, alla Craxi, per esempio, erano di ben altra statura.
Il problema politico del momento purtroppo s’avvita intorno a Renzi. Ci sono tanti, oggi in Italia, dai trenta ai quarant’anni, che non hanno conosciuto il dibattito vero della politica, che in Renzi vedono un modello, uno che finalmente le cose le dice e le fa, e snocciolano le riforme e perfino le riformette e gli slogan. Dicono: finalmente! Non hanno termini di paragone, non conoscono il passato, né prossimo né remoto. Lo esaltano per aver detto che i furbetti del cartellino saranno licenziati entro 48 ore, ma non ricordano che quando solo pochissimi anni fa una legge contro i fannulloni la fece Brunetta Renzi e compagni oltre che dirsi scettici, oltre che ad irriderla, la osteggiarono e votarono contro.

Questa è l’Italia di oggi, fatta di soggetti senza memoria, né corta né lunga. Sono digiuni di informazioni come anoressici. Non sanno e non vogliono sapere, perché in tasca hanno tutte le risposte, una strisciata sul display dello smartphone e sanno vita, morte e miracoli di tutti, salvo a dimenticare tutto appena riposto in tasca l’apparecchio. Allora, perché studiare, perché imparare? Non c’è bisogno. Sono talmente sazi di nulla che non hanno capito che la cultura è qualcosa che va oltre l’erudizione, i saperi; la cultura sono i saperi lievitati. La cultura è ciò che resta dopo aver imparato tanto e dimenticato tutto. Non sanno neppure questo. E la memoria non l’hanno esercitata per nulla, ed ecco perché dimenticano il giorno dopo le cose sentite e viste il giorno prima. Questa gente rappresenta il futuro dell’Italia. E Renzi ne è il campione.     

domenica 17 gennaio 2016

Renzi e il liscio e busso di Juncker


Il Presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, fortissimamente sponsorizzato dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, perfino contro i veti e le minacce dell’inglese David Cameron, ha detto a Matteo Renzi di finirla di offendere i membri della Commissione, di non capire per quale motivo lo faccia e soprattutto di non attribuirsi meriti che non sono suoi, come quello di aver introdotto la flessibilità nei bilanci.
“L’ho introdotta io – ha ripetuto più volte Juncker – non lui: c’est moi, c’est moi”. Insomma, una bella lavata di capo, fuori dal politically correct, come non se ne vedeva una da tempi immemorabili. In diplomazia complimenti e salamelecchi non contano nulla; destano preoccupazione e fanno male le parole toste e dirette, proprio perché inusuali. In compenso mettono in chiaro molte cose.
Detta alla paesana, la sparata di Juncker contro Renzi suona così: smettila di parlare a cazzo e non fare la mosca cocchiera.
La qual cosa a noi italiani non piace. Juncker è pur sempre una sorta di Quisling, lì posto per eseguire ordini e fare gli interessi di altri; e Matteo Renzi è pur sempre il Presidente del Consiglio italiano che fa gli interessi del suo paese, sia pure in modi discutibili.
Si può legittimamente ipotizzare che dietro Juncker ci sia la Merkel, che di questi tempi non se la passa bene. Il Ministro italiano dell’Economia Padoan ha replicato, portando qualche elemento di chiarezza. Sì, è vero – ha detto – la flessibilità è stata introdotta dalla Commissione perché non poteva introdurla che lei, ma già se n’era parlato durante il semestre di presidenza italiana.
E Renzi? Ha replicato da par suo, offendendo, questa volta i suoi connazionali predecessori. “Non ci lasciamo intimidire – ha detto – l’Europa ha finito di telecomandare l’Italia”. Capito? Amato, D’Alema, Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, e perché no, Ciampi, Napolitano, tutti portaordini della Commissione Europea. Del resto, quando dice che l’Italia non si presenta più in Europa col cappello in mano, dà dell’accattone o del servo a quanti lo hanno preceduto. Cosa che ha costretto lo stesso Napolitano, giorni fa, a dirgli garbatamente che sbaglia ad offendere politici e tecnici italiani in Europa, i quali si sono sempre comportati con dignità ed efficienza.
Ma la lezione di Juncker ce la siamo strameritata anche noi; noi dico, popolo italiano. Da anni Renzi non fa che andare a ruota libera. A volte gioca con le parole, cerca la battuta come se stesse in un bar a litigare con tifosi avversari. Un modo disinvolto e stravagante di comportarsi di un Presidente del Consiglio; carica invece che dovrebbe sempre informarsi a compostezza di linguaggio e di comportamenti.
Di presidenti del consiglio più o meno della sua età l’Italia ne ha avuti altri e di certo non si comportavano come lui, che sembra giocare a fare per certi aspetti il Mussolini del XXI secolo e per certi altri il Berlusconi d’Oltrarno, producendo una caricatura da fare invidia a Checco Zalone e a Maurizio Crozza.
I nostri commentatori, invece di mettere in evidenza e perfino di stigmatizzare le esibizioni di Renzi, si profondono in complimenti, esaltando la sua abilità comunicativa. In Italia si chiama così l’offesa e l’arroganza: abilità comunicativa! Renzi è un genio della comunicazione - dicono. Insomma noi italiani copriamo di elogi chi ci insulta e ci raggira per giunta. Ma che bravo quel Renzi, ci ha fottuti! Salvo poi a distanza di anni a passare al dileggio e alla condanna. E’ il solito vizio italico dell’adulazione, che una volta trovava ragione nelle corti – “l’arte che qui da noi s’industria e cole” diceva l’Ariosto – e che oggi conferma che non c’è proprio niente da fare, peggio che voler raddrizzare le gambe ai cani.
Ma, parole a parte – Juncker in altra occasione aveva fatto l’elogio di Renzi – la presa di posizione del Presidente della Commissione Europea ha messo in evidenza i non buoni rapporti tra l’Italia e gli altri paesi dell’Unione Europea.  Qui occorre vedere se non sono buoni perché il governo italiano è mal rappresentato – cosa non del tutto peregrina – o se giustamente il governo italiano difende gli interessi del suo paese dalle spire soffocanti europee, nel sospetto che viga in Europa il principio del “due pesi e due misure”: quel che è possibile fare per la Germania, non lo può fare l’Italia. Gli esempi non mancano, dall’impossibilità di salvare l’Ilva ai tre miliardi dati alla Turchia per frenare il flusso di migranti verso la Germania, al gasdotto che dalla Russia porterebbe il gas in Germania lasciando fuori i paesi dell’Europa orientale, dalla Polonia alla Grecia.
Ma tutto questo c’entra relativamente col modo di comunicare di Renzi, che è compulsivamente offensivo e perciò inadeguato a garantire chiarezza di posizioni e di interessi in un ambiente così disarticolato e complesso come è quello europeo. Il risultato del suo linguaggio è di far passare dalla ragione al torto.
Che Renzi cerchi con certe battute di togliere terreno da sotto i piedi dei suoi avversari politici italiani, nell’ipotesi di un voto anticipato al 2017, non basta a giustificarlo.
D’altra parte, responsabilmente, bisogna riconoscere che ogni volta che ci dobbiamo adeguare alle direttive europee in Italia è il caos. L’ultimo lo fa registrare l’organizzazione del lavoro dei medici negli ospedali. Il nostro indiscutibile talento ad arrangiarci confligge con quello, tutto nordeuropeo, della pianificazione e del rispetto delle norme. Questo lo dobbiamo capire tutti in Italia, senza strumentalizzazioni.
Juncker, con la sua intemerata, ha comunque evidenziato alcuni altri aspetti, come il difficile momento che sta attraversando l’Europa e la crisi di consensi della Merkel in seguito alla sua infelice apertura illimitata ai profughi siriani. C’è del nervosismo, questo è certo, e Juncker lo ha dimostrato passando il liscio e busso all’incauto nostro Presidente del Consiglio. Renzi, da perfetto impunito, continuerà a parlare a cazzo e a fare la mosca cocchiera, tanto in Italia lo aspetta la solita claque di fottuti allegri.