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sabato 14 maggio 2011

Ai signori Giacinto Urso e Giorgio De Giuseppe - lettera

Egregi Signori, perdonatemi se mi rivolgo a Voi in solido, chiamandoVi semplicemente signori. Modo laico non solo, ma anche parola qualificativamente aggettivale. Lo faccio perché siete gli unici democristiani di una certa età e di una certa esperienza, ma soprattutto di una certa educazione politica, in grado di curare la transizione di alcuni importanti basilari valori.
Voi, On. Urso, commentate puntualmente ogni domenica su “Quotidiano” i fatti della settimana, ed avete svolto in maniera eccellente per più mandati la funzione di Difensore Civico della Provincia; e Voi, Sen. De Giuseppe, svolgete quel compito ora con la stessa discrezione ed efficacia.
Avete entrambi occupato cariche politiche ed istituzionali per lunghi anni senza mai un incidente di percorso. Avete diretto il partito, avete amministrato la cosa pubblica, avete rappresentato le istituzioni anche ad alti livelli. Lo avete fatto nel rispetto di un galateo degno del miglior pensatore umanistico-rinascimentale alla ricerca di ideali di vita da rappresentare a precetto.
A voi mi rivolgo non già per un omaggio, che pur meritate – come dire? – alla carriera; ma per una richiesta, per una sommessa preghiera. Siete gli unici oggi sopravvissuti ad un mondo che non è ancora scomparso del tutto ma è sul punto di scomparire. E’ il mondo della politica, quale sintesi di educazione e rispetto degli avversari interni ed esterni, degli uomini e delle istituzioni, nel perseguimento del bene pubblico e nella compostezza privata. Essa, infatti, non è solo questione di stile, ma proiezione etica, nella consapevolezza che la competizione è lo spazio pubblico in cui si esercitano le virtù individuali. In essa l’uomo e l’istituzione sono l’estensione l’uno dell’altra, né l’uno contamina l’altra coi suoi vizi, né l’altra lo tenta con le sue opportunità.
A voi mi rivolgo sapendoVi anche uomini di una certa destra moderata, oggi in sofferenza per le incontinenze di tanti suoi rappresentanti.
Ma, vengo alla mia preghiera. Voi oggi vedete che cosa combinano gli uomini politici, dirigenti di partito e amministratori della cosa pubblica, in qualche modo e variamente riconducibili alla destra pugliese. Sono all’interno del loro schieramento gli uni contro gli altri in maniera scandalosa e dissennata. Voi vedete come per colpa dei loro litigi, delle loro ripicche, dei loro dispetti, consegnano regione e provincie, comuni ed enti, ai loro avversari politici. Voi vedete come mortificano coi loro eccessi verbali e personalistici l’elettorato.
La Puglia poteva essere amministrata dalla Sen. Poli Bortone e invece è amministrata dal comunista Vendola per colpa dei veti di Fitto, di Mantovano e di Perrone; la Provincia ha rischiato di fare la stessa fine per i tentativi guastatori della Sen. Poli Bortone. Correrà lo stesso rischio, con gli stessi protagonisti e per gli stessi motivi, il Comune di Lecce. Un decennio di illuminata amministrazione cittadina della Poli è continuamente deturpato dalle cattiverie dei suoi stessi ex collaboratori. In provincia molti comuni rischiano di essere regalati agli avversari per i litigi continui. Per il loro esclusivismo politico, che ha contagiato i loro referenti periferici, in diversi comuni non sono state presentate le liste per questa campagna elettorale ed in alcuni la destra si è divisa in più liste.
Io credo – e vengo finalmente al motivo di questa mia – che tutta questa gente abbia bisogno di andare a scuola di educazione politica. Credo che nessuno meglio di Voi, per le ragioni anzidette, potrebbe fare un corso, anche accelerato, di comportamenti politici a questi sciagurati, che si stanno comportando come i peggiori democristiani e i peggiori socialisti di una volta.
Spero, se pure questa mia preghiera dovesse cadere nel vuoto ed essere intesa come un inutile esercizio polemico – spero, ripeto – che almeno Voi ne capiate fino in fondo il senso e siate d’accordo con me che simili soggetti alla fine meritano una lezione, preferibilmente da Voi, realisticamente dagli elettori.
Con tutta la stima e l’affetto di uno che non ha mai lesinato critiche al Vostro partito né ha cambiato giudizio, ma ha sempre cercato di distinguere e di imparare.
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domenica 6 febbraio 2011

Amici di destra, ripensiamoci!

Berlusconi deve o non deve, prima o poi, lasciare? E’ una domanda che a destra ci si pone in maniera sempre più incalzante. Si tratta di trasformarla da muta in sonora. La nostra opinione è che deve lasciare. Non tanto per ragioni politiche, che in parte possono essere condivise e in parte no, quanto per ragioni complessivamente di opportunità nazionale.
Anzitutto la destra da cui parliamo e a cui ci rivolgiamo è quella ex missina ed ex aennina; anzi, per essere precisi, è il radicalismo di destra, quello che una volta faceva capo a Rauti. La nostra storia ci obbliga a non dimenticare i nostri padri e le nostre vicende patrie. Non è nostalgismo, ma consapevolezza che dietro le scelte ci sono sempre valori da difendere ed obiettivi da raggiungere.
Non siamo stati mai dell’avviso che le idee politiche siano come i vestiti che indossiamo e che cambiamo col cambiar delle stagioni e col cambiar delle mode. Per questo non abbiamo condiviso il modo come nel 1995 si chiuse un glorioso partito il Msi e si diede vita ad An, che pur conservava qualcosa della precedente esperienza. E meno ancora abbiamo condiviso lo scioglimento nel 2008 di An nel Popolo della Libertà, che di fatto ha precluso qualsiasi presenza politica, non tanto di uomini, quelli ci sono, quanto di idee a livello di governo.
La fase che stiamo attraversando è di confusione, ma non di smarrimento. Ci auguriamo, pertanto, una riorganizzazione, per ripartire finalmente sui nostri abbandonati binari. Per questo ci vuole un leader, che al momento neppure si intravede. Purtroppo!
Quello che c’era e che rappresentava la destra, per la lunga marcia effettuata, Gianfranco Fini, si è miseramente suicidato, con comportamenti non meno gravi, sotto il profilo politico ed etico, di quelli di Berlusconi. Ricordiamo a tutti, ed ai preti in particolare, che i vizi capitali sono sette, non uno. Alcune scelte ed alcune azioni di Fini hanno immiserito l’uomo e delegittimato il politico. Il suo trasformismo in direzione liberalradicale ha tradito la sua e la nostra storia ed ha rivelato un uomo arrogante e cinico, che ha una visione medievale della politica, in cui il capo fa e disfa e gli altri lo seguono. Il tradimento nei confronti degli elettori che lo avevano votato dimostra come l’uomo non ha seri convincimenti politici ed opera a seconda delle sue convenienze di carriera, convinto che solo i leader hanno una coscienza mentre i cittadini elettori no. Il suo cambiamento di schieramento e di programma ha svalutato e svuotato di significato il voto che è l’espressione stessa della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Lo scarso senso delle istituzioni che ha dimostrato rimanendo incollato ad una carica che lui non è più oggettivamente in grado di onorare nella sua istituzionalità, ha dimostrato che l’uomo è culturalmente rozzo ed intimamente dispotico e prepotente. Il modo come ha alienato a beneficio del cognato una casa, che una generosa signora aveva donato al partito “per la giusta causa”, lo ha rivelato un meschino profittatore di quart’ordine o un povero turlupinato da osteria. Credere ancora in quest’uomo vuol dire essere allo sbando spirituale e mentale prima ancora che politico. Ma la sua uscita di scena pone seri problemi di leadership alla parte politica che rappresentava, ossia alla destra, cui sentiamo di appartenere.
Per noi la giustizia, l’etica, la legalità, il decoro sono valori non negoziabili, qualunque sia la stagione. Lo Stato, la Nazione e la Società sono le grandi sintesi che devono guidarci nell’operare quotidiano sia nel nostro esercizio professionale sia nel nostro agire politico. La nostra vita privata non deve in alcun modo condizionare quella pubblica. Non abbiamo mai creduto negli effetti benefici del tramonto delle ideologie; anzi ne vediamo gli effetti devastanti prodotti a tutti i livelli, anche in quelli non sospettati. Assistiamo ad una deriva antropologica da lambire scenari biblici.
Amiamo la libertà, ma non siamo liberali. Crediamo nella iniziativa privata ma siamo fermamente convinti che il ruolo dello Stato, specialmente in alcuni settori vitali per la nazione e per la società, non sia surrogabile. Ci riconosciamo nell’art. 41 della Costituzione, che riteniamo sia di preziosa irrinunciabile impostazione sociale. Nessuna impresa privata può essere tollerata se produce manifestamente danno sociale e mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini.
Berlusconi deve lasciare perché i suoi comportamenti privati non sono assolutamente tollerabili, non solo nel merito ma anche e soprattutto per gli effetti collaterali, per quel che creano nel paese e nel mondo. Pur riconoscendo che la magistratura, in questi ultimi sedici anni, è stato il braccio giudiziario dell’opposizione o come tale si è comportata, riteniamo che la condanna nei suoi confronti debba essere assoluta e inappellabile. E se pure, ancora una volta, Berlusconi dovesse dimostrare di aver ragione dei giudici “politicizzati”, noi dobbiamo andare avanti sul piano politico a far sì che se ne vada e lasci la conduzione a persone più credibili e più presentabili. Non ultimo dei danni provocati, infatti, è che in Italia abbiamo una magistratura politicizzata e un Presidente del Consiglio giudiziarizzato.
Ma se è certo che debba lasciare è altrettanto certo che ciò deve accadere in maniera naturale, attraverso un passaggio elettorale e previa preparazione di una successione. I cambiamenti rapidi e traumatici portano male. E’ grave che i tanti leader dell’opposizione non l’abbiano capito. Il Paese ha bisogno sempre e in ogni circostanza di un governo. Il peggiore governo, il più tirannico, è sempre meglio della vacatio che produce disordine ed anarchia.
La destra, cui ci pregiamo di appartenere, non può – non è realistico pensarlo – assumere da sola la guida di una maggioranza tale da esprimere un esecutivo coeso. Ce ne rendiamo conto. La stagione missina, relegandoci fuori del sistema, ci esimeva dal problema di inserimenti e di alleanze. Oggi sappiamo che alla guida del Paese possiamo arrivare con altri, che con noi condividono solo alcune cose. Quel che è importante è che la nostra politica non dimentichi di far valere le nostre istanze nelle sedi decisionali. Esse erano, sono e saranno sempre di una concezione politica in cui l’iniziativa privata venga favorita ma sempre negli interessi superiori dello Stato, della Nazione e della Società; che il merito venga premiato compatibilmente con la soddisfazione dei bisogni; che la libertà venga sempre dopo la legge, come una volta si leggeva nei manifesti col bando di arruolamento nella Polizia di Stato, quando era un corpo militarizzato: Sub lege libertas! Che non è una deminutio di libertà, ma la consapevolezza che la legge è condizione di libertà.
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domenica 29 agosto 2010

Fini e l'equivoco dei rautiani

Si chiama “Futuro e Libertà” il gruppo parlamentare creato da Gianfranco Fini, tornato leader di partito e “incompatibilmente” presidente della Camera. A settembre – dicono – si ufficializzerà la nascita del partito con questo nome. E’ soprattutto la parola “Futuro” che ha fatto rievocare un linguaggio politico già noto negli ambienti della destra; ma più che quello marinettiano, precisamente quello rautiano.
Pino Rauti, nel 1976, per fronteggiare il moderatismo retro di larga parte del partito che spingeva ad inserimenti nel sistema, che avrebbe portato di lì a poco alla scissione di Democrazia Nazionale, e per arrestare il lento declino del Msi-Dn (nelle elezioni del 1976 era sceso dall’8,68 al 6,12), fondò una corrente che chiamò “Linea Futura”. Lo fece con un documento molto articolato dallo stesso titolo, che presentò in Comitato Centrale, con chiare intenzioni di rilanciare il partito su basi politiche nuove. Un paio d’anni più tardi la corrente assunse il titolo “Andare oltre” e nel marzo 1979 Rauti fondò “Linea”, il quindicinale che avrebbe dibattuto e veicolato i nuovi contenuti.
Quali le novità di Rauti? Anzitutto va detto che il Msi, fin dalla sua nascita, dicembre 1946, si era occupato di grandi problemi social-nazionali (politica estera, sicurezza, sanità, previdenza sociale, lavoro, forze armate, scuola e soprattutto storia in chiave di difesa del fascismo). Dei problemi sociali più diffusi e minuti, direi frammentati e individuali, quelli, per intenderci, di ogni giorno e della nuova cultura (politiche giovanili, comunicazione, ambiente, tempo libero, ecologia, spettacolo, arte, cinema, musica, intrattenimento, narrativa, fumetti, poesia, teatro ecc. ecc.) nemmeno a parlarne, quasi fossero frivolezze e distrazioni dalle quali tenersi lontani. Si correva il rischio che gli anziani ti accusassero di debosciamento, di esserti appiattito su posizioni borghesi o peggio ancora di sinistra. In quegli anni, per intenderci, un Luigi Tenco o un Bruno Lauzi, due cantautori notoriamente di destra, non trovavano nel partito né attenzione né protezione. Non così per quelli di sinistra, che nel partito e dal partito traevano successo e guadagni.
Rauti, che pure aveva dedicato diversi anni della sua vita ed importanti iniziative di studio alla grande storia, alla grande politica, ai grandi ideali dello spirito, con “Linea Futura” volle iniziare un percorso nuovo. Quello dei problemi della gente e soprattutto dei giovani per contendere palmo a palmo il terreno alla sinistra, che delle riferite problematiche per anni aveva avuto il monopolio. L’approccio doveva essere metodologico prima di tutto. Bisognava creare strutture parallele, formalmente staccate dal partito, sostanzialmente però ad esso funzionali ed organiche. Questo non solo perché nel partito, fortemente ancorato alla grande politica d’ispirazione almirantiana, simili iniziative non trovavano sostegno, ma perché in questo modo era più facile l’azione di conquista di spazi sociali nuovi. Queste strutture dovevano appunto occuparsi dell’universo politico giovanile e dimostrare che c’era una destra che non parlava soltanto di Stato e di Nazione, di storia e di fascismo, di Gentile e di Evola, ma anche di musica, di ambiente, di comunicazione, di disagio e via di seguito. Come Gramsci, Rauti riteneva che il potere politico si conquista dopo aver conquistato quello culturale. E’ per questo, più che per altri aspetti, che Rauti è passato nel linguaggio giornalistico, sempre ad effetto ed esemplificativo, come il “Gramsci nero”. In buona sostanza, se Almirante contendeva il terreno politico alla Democrazia cristiana, con la sua politica moderata e rassicurante, nei palazzi della nobiltà romana e nelle piazze del popolo, Rauti quel terreno lo voleva contendere al Partito comunista nei luoghi della società minuta. A sinistra si accorsero della minaccia e Giorgio Galli su “la Repubblica” del 16 gennaio 1979 parlò di “Fascisti in camicia rossa”. Sicché nel primo numero di “Linea” Rauti gli rispose con un lungo articolo: “Non ci mettiamo in camicia rossa, ci riprendiamo quello che è nostro” (1° marzo 1979); in cui indicava, esemplificando, il “popolo”, ma alludendo chiaramente a quelle aspettative popolari che già il fascismo aveva saputo soddisfare e che il comunismo non era più in grado di farlo.
Chi furono i rautiani? Occorre riflettere prima di concludere, come oggi con leggerezza si tende a fare, che i finiani di oggi sono i rautiani di ieri solo perché con Fini, dopo l’espulsione dal Popolo della Libertà, si sono schierati alcuni che allora fecero la scelta di Rauti. In Fini e “amici” deve regnare la confusione totale se “Generazione Italia”, che è un po’ l’organizzazione sul territorio del loro costituendo partito, ha preso come simbolo quello di “Democrazia Nazionale”, di quel partito cioè che nel dicembre 1979 fece la scissione proprio perché non sopportava il radicalismo di Rauti.
A “Linea Futura” e successivamente ad “Andare oltre” aderirono soprattutto giovani. Alcuni in maniera acritica, suggestionati dalla novità e dal fascino che esercitava allora Pino Rauti, politico “immeritatamente” coinvolto nel terrorismo nero, reduce di Salò, ma soprattutto intellettuale sottile, moderno e quadrato. Aderirono quelli che solitamente cercano spazio politico ed opportunità di carriera politica. Questi, a rigore non potevano dirsi rautiani, come poi dimostrarono approdando altrove. Altri furono rautiani veri. Ma anche qui va fatta una distinzione, fra quelli che si limitarono al rautismo tattico (occuparsi di problematiche sociali e attuali) per conquistare gli spazi lasciati vuoti dalla sinistra in crisi, e quelli che rautiani lo furono fino in fondo, anche a livello strategico. Mi spiego: occuparsi di ambiente o di cinema non era di per sé rautismo; era rautismo se a simili problematiche si dava il taglio indicato dalla linea rautiana, che gli osservatori politici hanno sempre rubricato come radicalismo di destra.
Rautiani veri o integrali – per capirci – non ce ne sono più in circolazione, spazzati via dalle variabili della politica che hanno trasformato soggetti e strumenti di questi ultimi vent’anni, compresa la destra, ex missina ed ex aennina. Mentre ci sono alcuni che rautiani lo furono solo per tattica. Essi, come Adolfo Urso, Silvano Moffa, la Flavia Perina, stanno con “Futuro e Libertà” ovvero con Fini. L’essere stati rautiani ieri e finiani oggi induce a pensare che rautiani e finiani siano la stessa cosa. Nulla di più approssimativo. E’ completamente cambiato il teatro politico, la società, le aspettative della gente, se non vogliamo proprio dire che essi stanno con Fini, nella convinzione di avere un futuro che nel Popolo della Libertà pensano di non poter avere. La Perina, poi, direttore de “Il Secolo d’Italia”, non può mettersi contro il suo editore.
Quanto a Fini, a parte ogni specifica considerazione, che sarebbe di cattivo gusto, è l’esatto contrario di Rauti. Rauti cercava di conquistare spazi politici contendendoli alla sinistra; Fini cerca di conquistare la sinistra per sottrarre spazi alla destra e a chi oggi, degnamente o indegnamente, la rappresenta. Rauti non cercava di conquistare spazi politici semplicemente sostituendosi agli altri, ma scacciando le idee degli altri con le proprie. E’ di tutta evidenza che il caso Fini attiene a quel profilo della politica che si esaurisce nella conquista del potere personale, che è il profilo più feroce, irrazionale e fanatico. Ma la politica, per fortuna, nonostante i cambiamenti e le variabili, ha altri profili, che si esprimono e si esercitano sempre in senso plurale e sociale.
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domenica 4 aprile 2010

Il karakiri della destra in Puglia

Una volta gli dei, per compassione, facevano uscire di mente quelli che erano destinati a perdersi; per evitar loro la consapevolezza della tragedia. Così deve essere stato per i responsabili della sconfitta del centrodestra in Puglia, i quali si sono comportati in maniera incredibilmente dissennata.
Dei a parte, in cui non crede più nessuno, era talmente scontato che il centrodestra di Rocco Palese avrebbe perso le Regionali in favore del centrosinistra di Nichi Vendola che a momenti veniva il sospetto che si cercasse proprio la sconfitta.
Non perché il medico di Acquarica del Capo fosse un personaggio piuttosto grigio, con l’aria del ragioniere, dall’eloquio poco spigliato, ma semplicemente perché i numeri parlavano chiaro. Ma come? Neppure unito il centrodestra era sicurissimo di vincere contro il centrosinistra, figurarsi sottraendogli un buon 9 %, formato dall’Udc e da Io Sud di Adriana Poli Bortone. Sì, il sospetto che c’era gente nel centrodestra che ad una vittoria con la Poli Bortone preferisse una sconfitta senza di lei è più che fondato. Et voilà, accontentati!
Non era stato messo in conto che la sconfitta, per le circostanze in cui sarebbe maturata, avrebbe aperto una gravissima crisi nello schieramento, dalla quale difficilmente si uscirà di qui a diversi anni. I responsabili? Sono stati i nuovi “signori” della politica, qualcuno più esposto come Raffaele Fitto, qualcun altro più defilato come Alfredo Mantovano; altri rampanti, che, dalla candidatura di Palese a Presidente, pensavano che avrebbero tratto maggiori chances di elezione. E lasciamo stare la caterva di avvelenati “missini”, che, in tutta la loro vita, non sono mai riusciti ad andare oltre l’astio e il livore per piccoli miserevoli risentimenti personali.
Berlusconi ha respinto, come di prammatica, le inutili dimissioni di Fitto, presentate, per atto dovuto, all’indomani della sconfitta. Ma Berlusconi che si comporta come un politico qualsiasi, come un fondo di magazzino doroteo, dà la misura di un mutamento in progress. Il vero Berlusconi le dimissioni a Fitto gliele avrebbe fatte firmare prima ancora dell’esito elettorale. Ma, al limite, avrebbe avuto ragione di dire: “caro Raffaele, d’accordo, la colpa è anche di altri, ma perché non hai fatto capire ai tuoi che senza l’unione del centrodestra si sarebbe perso? Non mi risulta che tu o altri abbiate minimamente preso in considerazione questa pacchiana evidenza. E se tu, personalmente, non te ne sei accorto, allora, riposati!”.
In verità le cose sono andate diversamente. Già all’indomani delle elezioni del 2008 Berlusconi aveva cercato di decantare la situazione in Puglia offrendo alla Poli Bortone un posto di ministro nel suo governo. Ma già fin d’allora fu messo il veto: Fini volle Ronchi a quel ministero e per gli equilibri geopolitici non c’era altro dopo il sottosegretariato agli Interni a Mantovano. Sicché le responsabilità di Fitto, dimissioni o non dimissioni, restano come un macigno sulla sua strada.
Certo, in questo disastro è difficile salvare qualcuno. Lo spettacolo offerto da Io Sud, per esempio, il movimento politico della Poli Bortone, non è stato davvero decoroso, non solo e non tanto per la problematicità delle prospettive politiche, quanto per la “fuga” di molti suoi rappresentanti. Sarebbe bastato che quanti avevano aderito alla Convention di Bari del 14 febbraio 2009, appena un anno prima, fossero rimasti al loro posto, allora altro che quattro per cento! Invece si sono defilati uno dopo l’altro quando hanno incominciato a temere che per la propria personalissima posizione non c’era nessuna sicurezza di successo e quello che poteva essere un risultato temuto per sondaggio è stata la premessa di una sconfitta certa.
Ora, di fronte allo sfacelo politico della destra in Puglia, occorre avviare un nuovo processo, le cui modalità e i cui esiti sono tutti da pensare e da scoprire. Gli sconfitti di oggi non avranno più la parte di protagonisti, questo è certo. Ma in assenza di uomini di un certo valore e di una certa credibilità si corre il rischio che vengano fuori dei berlusconini, soggetti dalle idee anarco-liberali, spregiudicati arrampicatori senza un minimo di cultura sociale, individualisti in cerca di affermazione, secondo il modello brianzolo.
Né in questo processo avranno presenza e ruolo uomini capaci di portare avanti quelle istanze sociali che furono già del Msi e che ancora oggi costituiscono i valori di un socialismo del bisogno e del merito da coniugare con gli interessi dello Stato e della Nazione. Nell’area politica “missina” o socialnazionale, davvero maledetta, sono stati buttati uno dopo l’altro tutti gli agganci ideologici ed ora si è come sospesi nel vuoto. Si è partiti con Mussolini e il Fascismo “male assoluto”, si è passati ad orpelli e coreografie del Ventennio – via simboli, via tutto – ma poi è toccato alla dottrina sociale e quel che è peggio a quelle sensibilità di giustizia, di correttezza, di legalità, di assistenzialità, che erano l’anima del partito, sola per cui si aveva rispetto anche per cose meno condivisibili. Tutto quel patrimonio di idee è stato lasciato alla sinistra. E chissà che a rimpinguare Vendola non abbiano concorso anche quei missini che a quelle idee di giustizia sociale erano sinceramente legati!
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domenica 17 gennaio 2010

La destra missina: dalle aquile agli aquiloni

Chi difende i cittadini dalle prepotenze delle lobbies politiche, che, senza modificazione alcuna della Costituzione, si sono sostituite ai partiti e impadronite delle decisioni che spettano ai cittadini; che decidono chi deve essere il candidato presidente della regione e chi della provincia, chi deve andare al Senato, chi alla Camera e chi in Europa?
Il “tiranno senza volto”, che, secondo Giuseppe Maranini, era il potere partitocratico, è figliato e ha partorito tiranni e tirannelli, incredibile a dirsi, ognuno con volto e didascalia.
La situazione è migliore? Almeno prima c’erano dei passaggi obbligati, che erano le decisioni dei partiti a tutti i loro livelli. Ora ci sono dei caporali, che, come quelli famigerati che assumono lavoratori a bassa mercede nelle campagne pugliesi, trasportano gli elettori da un fondo di coltivazione all’altro, fuori da ogni regola di mercato del lavoro e di ogni garanzia di legge.
Da mesi in tutta Italia non si parla che di ipotesi di candidature, in un vero e proprio festival di stranezze, di prepotenze e di spartizioni. La Puglia non fa eccezione, anche se si sono verificati degli episodi che depongono in favore della vivacità di questa regione, cui siamo orgogliosi di appartenere: a sinistra, la sollevazione dei vendoliani contro le decisioni dall’alto che volevano imporre un candidato diverso; a destra, la reazione dei consiglieri regionali alla decisione di Berlusconi di imporre come candidato un non politico, il magistrato Dambruoso.
Per restare alla destra, luogo politico di nostra pertinenza, osserviamo che la scelta di Berlusconi non era campata in aria, ma rispondeva ai desiderata di quegli esponenti pugliesi, i quali pensavano di vincere la partita in Puglia forti dell’autorevolezza del Cavaliere. Perché sarà pure vero che Berlusconi non si sente un dittatore, ma abbiamo il sospetto che gli italiani che gli stanno attorno vorrebbero proprio che lo fosse. Chi si è opposto, dunque, lo ha fatto contro chi, in Puglia, e non ad Arcore, è contro un candidato pugliese a lorsignori non gradito.
Questo candidato potrebbe essere la Senatrice Adriana Poli Bortone, contro la quale da mesi c’è un’accanita battaglia da parte delle lobbies politico-economiche leccesi e salentine, quelle delle potenti famiglie della borghesia ex agraria ed oggi finanziaria e commerciale. I nomi di coloro che le sono ostili sono noti: Mantovano, Perrone, Congedo, Fitto, Palese; peraltro alcuni di essi, a diversi livelli, sono fra di loro imparentati. Presi uno per uno nessuno di essi reggerebbe il confronto con la consistenza del vissuto politico della Poli e col prestigio di cui gode in tutta la Puglia, l’Italia e l’Europa. Essa non ha eguali nel rappresentare il popolo di destra più autentico, dal più conservatore al più liberale. Senza mai rinnegare il suo passato di missina e anzi fregiandosene, ha seguito le evoluzioni del partito, dal Msi ad An e avrebbe continuato a seguirle fino al PdL se nel frattempo non ci fosse stata l’invasione barbarica dei sostenitori di una “destra che non esiste”.
Ebbene sì, in Italia c’è pure quest’altro curioso ossimoro. Da Montanelli in poi si può essere di una destra che non c’è, un’autentica sciccheria, una sorta di distintivo di nuova aristocrazia politica.
In realtà questa “psuedo-destra” ha ragioni meno nobili e snobistici. I suoi sostenitori, infatti, incapaci, perché non abituati al confronto e alla lotta, amano proporsi senza storia, perché solo così pensano di essere inattaccabili. I figli di nessuno non possono davvero rispondere di genitori ignoti. Sostengono il “futuro” perché il “futuro” è suggestivo e soprattutto non c’è. Il passato – si sa – pesa; e non tutti hanno spalle per reggerlo. Chi in politica ha un padre ed una madre – e magari anche i nonni – non solo è disposto a difenderli con le unghie e coi denti, ma ha anche il piacere di esibirli con orgoglio. Chi sta oggi a destra, a parte i berlusconiani, residui dei tradizionali partiti di governo della prima repubblica, si libera continuamente di qualsiasi peso nell’improbabile tentativo di prendere il volo. Certa destra – quella missina, per esempio – ha lasciato l’ideologia delle aquile per quella degli aquiloni. Si capisce, allora, perché cerca di prendere le distanze definitivamente da tutte quelle persone e cose che ricordano e ammoniscono che la destra vera è quella storica, reale, esistente, con irrinunciabili legami col passato, fortemente radicata nel presente e realisticamente in movimento. Al di fuori di una simile destra più che volare si può soltanto svolazzare.
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domenica 3 gennaio 2010

La destra recuperi la vocazione sociale

La destra italiana non si sa più cosa sia. Le varie sue anime sono confluite nel PdL come risucchiate da una vora. C’è come una sorta di spontaneo contrappasso nei loro interpreti e rappresentanti, i quali si sforzano di apparire diversi da quel che erano. Fanno un po’ come quei poveri che, arricchitisi, si vergognano del loro passato e cercano perfino improbabili ascendenze nobiliari. Fini non è il solo ad aver smarrito la “diritta via”. Probabilmente è l’istituzione che li rende “savi” – o piuttosto il potere – sicché se prima Fini non avrebbe mai accettato che un gay facesse l’insegnante, oggi, potendo scegliere, affiderebbe i propri figli ad una scuola di gay piuttosto che ad una scuola di insegnanti normali. Si può dire normali? Alemanno invoca pesanti condanne per chi scrive sui muri della “città eterna” slogan contro i “fratelli caldi”. Niente a che fare la massoneria! Convertiti in toto ai diritti civili, gli ex missini si sono calati tanto nella loro “vita nova” (mi perdoni il divin poeta) che davvero si emozionano davanti alle nuove “beatrici”, che sono l’eutanasia, l’eugenetica, il multiculturalismo, e vorrebbero “i miei dentro i tuoi e i tuoi dentro i miei”, per dirla con un’espressione dialettale salentina all’uopo adattata.
Ma la destra di cui essi si vergognano e in parte fanno bene – salvo che dovrebbero fare un’analisi critica del loro passato e non un’operazione di frettoloso nascondimento – non era solo rozza e istintiva avversione nei confronti di qualsiasi forma di diverso, di qualsiasi deroga all’autorità e alla tradizione, era anche sensibilità sociale, difesa dei lavoratori, preoccupazione per l’ordine pubblico e rispetto delle leggi.
Oggi infuria il maltempo sociale. Il ricco e il benestante, chiusi nelle loro case-fortezza, non sentono che il rumore della tempesta esterna; il povero e il disoccupato, invece, nelle loro stamberghe sentono sulla pelle ogni scàzzica di vento. Il prof. Luca Ricolfi, che insegna metodologia delle scienze sociali all’Università di Torino, su “La Stampa” del 27 dicembre scorso, ha detto che la crisi ha colpito più chi stava bene che chi stava male. Che è un po’ come sostenere che chi non aveva nulla continua a non avere nulla e chi aveva qualcosa, rispetto a prima oggi ha di meno. Probabilmente è così. Ma chi stava bene aveva un lavoro e riusciva ad arrivare se non proprio alla fine del mese nelle sue vicinanze. La crisi, che imperversa da più di un anno in Italia e nel mondo, ha colpito sicuramente di più quei ceti che vivevano del loro lavoro, dipendente o autonomo che fosse, e dal quale traevano una paga mensile con la quale potevano soddisfare le esigenze famigliari. Oggi sono più di 2 milioni i disoccupati, l’8 % secondo l’Istat. Per alcuni di essi e per alcuni mesi ci sono gli ammortizzatori sociali, l’indennità ordinaria e le pensioni dei parenti più prossimi. Ma il loro futuro è davvero preoccupante. Centinaia di migliaia di famiglie stanno già o stanno per cadere nel baratro della fame e della disperazione.
Una volta di esse si preoccupavano i partiti di sinistra, i sindacati e le correnti sociali di alcuni partiti, come la Democrazia cristiana e il Movimento sociale. Oggi chi si preoccupa di loro? La destra è al governo e la destra oggi è il PdL di Silvio Berlusconi, che – intendiamoci – cerca anche di risolvere i problemi di tante famiglie ma con dei palliativi sociali che lasciano il tempo che trovano. I partiti di sinistra, a parte i cosiddetti cespugli, si sono alquanto svaporati dal punto di vista sociale.
Il governo ha avviato, pur nella crisi, un percorso che privilegia il taglio della spesa pubblica e quindi la non assunzione di lavoratori neppure quando, per raggiunti limiti di età molti di essi vanno in pensione. Un esempio è la scuola. Il discorso che fa il governo – inutile prendersela con la Gelmini o con Tremonti in quanto singoli ministri – è di iniziare un percorso di rinnovamento scolastico, all’insegna dell’eccellenza e del risparmio. A parte che la formula ricalca un po’ quella della botte piena e della moglie ubriaca, potrebbe andare benissimo, ma se per questo migliaia e migliaia di precari che hanno un’età dai trentacinque ai cinquant’anni sono senza lavoro, non va più benissimo e nemmeno bene. Lo stesso vale per ogni altro settore della pubblica amministrazione. Ci sono categorie di lavoratori in via di estinzione, come i portalettere.
Un ex missino dovrebbe saperlo: non lavorare significa non solo non essere in grado di spendere e di dare un contributo alla produzione e al commercio, che hanno bisogno di consumo, ma crea le condizioni per turbative e disordini sociali. Se i disoccupati non vi toccano il cuore, cari ex camerati, vi tocchino almeno la mente. Finché uno solo su cento non sta bene, nessuno degli altri novantanove può stare tranquillo.
Perché i cosiddetti colonnelli di An non si ricordano di essere stati anche difensori dello Stato sociale e cercano o di fare quadrato intorno a Berlusconi o di mettersi in mostra sposando tesi finiane estranee alla loro cultura d’origine e alla loro storia?
In questi ultimi anni si è privilegiata la governabilità alla politica, scaduta a becera rissa e a trancianti anatemi. Il bipartitismo ha sicuramente garantito, specialmente da sponda di destra, la stabilità del governo, ma ha mortificato le politiche sociali, ha impoverito il dibattito e lasciato i ceti più deboli senza una valida rappresentanza politica.
L’anno appena iniziato dovrebbe essere fondamentale sia per il governo che per l’uscita dalla crisi. E’ necessario che il governo apporti qualche aggiustamento di rotta, aprendo ad una politica sociale più fattiva e percepibile, per evitare che la crisi traligni in qualcosa di peggio. La destra sociale degli ex missini s’impunti e faccia come la Lega.
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