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domenica 9 marzo 2014

L'insostenibile vaghezza di essere italiani


“La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino premiato con l’Oscar quale miglior film straniero, è uno di quei racconti che si possono leggere in molti modi per ricavare altrettante impressioni o certezze. Lo stesso titolo può essere riferito o alle immagini di Roma, alcune veramente bellissime e inedite, o inteso nel significato antifrastico del termine. Alle suggestive “cartoline” romane fa riscontro nel film una carrellata di caricature, di trovate barocche, vuote di contenuto ma sorprendenti e meravigliose nell’aspetto esteriore, in una parola di “bruttezze”. Come dire a qualcuno: è la vita, bellezza!, dopo che gli hai rifilato una fregatura. Sorrentino ha voluto stupire, sorprendere, meravigliare.
“E’ del poeta il fin la meraviglia / chi non sa far stupir, vada alla striglia” diceva il suo conterraneo Giambattista Marino nel Seicento. Un secolo e una cultura terribilmente oggi di ritorno, attuali, come provano i tanti fenomeni privati e pubblici, individuali e collettivi di questa Italia di inizio millennio.
In Europa questo genere di messaggio non incanta più nessuno. Al Festival di Cannes il film di Sorrentino è stato quasi snobbato. Ma l’America è l’America! E gli ha assegnato l’Oscar.
La stampa e la televisione italiane hanno esultato, quasi l’Italia avesse rovesciato lo spread rispetto alla Germania e fossimo noi a dettar legge economica; come se la Nazionale di Calcio avesse battuto il Brasile in finale e pareggiato il conto dei titoli mondiali.
Le istituzioni si sperticano ancora  in attestati di riconoscenza al regista napoletano, nuovo salvatore della patria: “quindi trarrem gli auspici…”.
Di preoccuparci, invece, non ci passa per la mente. Ed è proprio questo il punto. Rappresenta la “bellezza” di Sorrentino la situazione italiana di oggi? L’Italia della debolezza politica, della crisi sociale, dei suicidi per fallimenti e disoccupazione, della privazione dei giovani di un avvenire esistenziale, della perdita dei valori morali e civili, del degrado in cui versa la vera grande bellezza italiana dei beni culturali? Rappresenta l’Italia che non riesce a farsi rispettare dall’India e lascia marcire colà due militari italiani colpevoli di aver fatto il loro dovere? No, assolutamente.
Allora il film di Sorrentino è solo una maschera grottesca in sé e nell’uso, soprattutto nell’uso che si vuole fare e che si sta facendo. Una maschera assolutamente inopportuna, degradante, offensiva. Può essere che quell’Italia rappresentata esista davvero; ma se pure fosse, sarebbe un’Italia da tenere nascosta, come si nascondono i quadri e gli specchi nelle case segnate dal lutto. 
L’America, premiando il film, ha voluto premiare gli italiani, il nostro modo di reagire alla gravissima crisi che ci tormenta ormai da anni e ci tormenterà per altri decenni. Ha voluto premiarci per il nostro modo di essere e di vivere, tra il superficiale e il leggero, lo svagato e “alla me ne fotto”. Mentre l’Italia delle bellezze passate cade a pezzi, noi, invece di preoccuparci di arginare il fenomeno, facciamo film per mostrare al mondo quanto siamo decaduti e decadenti.
Ancora una volta ha trionfato il becerume incartato di bello e di luci, per farlo piacere. Siamo nella scia dei grandi registi italiani, alla Monicelli più che alla Fellini o alla De Sica, che propone il nostro modo di riderci addosso e con ciò  di far ridere gli altri anche nelle tragedie e nell’epica delle guerre. Come a voler ribadire che noi italiani, in qualunque situazione ci troviamo, siamo sempre quelli di “Amici miei”. Quelli che Churchill disse che affrontano una partita di calcio come una guerra e una guerra come una partita di calcio.
Tra tutti i nostri film premiati con l’Oscar  questo è di sicuro il più mortificante, anche perché oggi non c’è neppure l’entusiasmo di altri tempi. Penso al dopoguerra di De Sica o al miracolo economico degli anni Sessanta di Fellini, quando crearono capolavori di alta rappresentatività italiana. Tempi di sofferenza e di speranza, di realizzazioni da raggiungere (De Sica) o raggiunte (Fellini).
Il film di Sorrentino ci condanna ad essere visti come gente che affronta tutto con ignavia, che si compiace dei propri fallimenti, che gode del suo essere nulla, che inneggia al più infame dei nichilismi: a quello che fa del nulla piacere e vanto.
L’Oscar assegnato ad un film simile contiene un messaggio inaccettabile: noi americani vogliamo salvare gli italiani così come sono, ci servono per svariare il tempo, per dimenticare le cose serie, per stordirci. Italiani, conservatevi: siete belli, stupendi. Voi, non i vostri beni, che vanno in malora, siete il vero  patrimonio dell’umanità.

Avremmo voluto dire: no, grazie!

domenica 13 marzo 2011

Loredana Capone: se la gentilezza si trasforma in prepotenza

Mi scuserà la Vice-presidente della Regione Puglia, Loredana Capone, se può sembrare un attacco ad personam. Non lo è. Tutto nasce da qualcosa. Anche le leggi e le denunce giornalistiche hanno bisogno di un dato concreto, di cronaca, per andare evidentemente oltre. Lei, in questo caso, offre lo spunto; ma al di là dell’episodio c’è il fenomeno. E al fenomeno qui si punta, come a bersaglio grosso.
Il fatto. Venerdì sera, 11 marzo, si era al Castello di Copertino per un convegno di studi per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, dal titolo “Risorgimento oscurato. Il contributo del Salento all’unificazione nazionale”, organizzato dalla Società di Storia Patria per la Puglia. Sezione di Lecce. Ben otto interventi in calendario, oltre ai convenevoli. Raccomandazione preliminare del Presidente della sessione Prof. Giancarlo Vallone ai relatori di stare nei tempi per rispetto reciproco e del pubblico. La grande aula del Castello oltre tutto era freddissima, inopportuna alla salute dei conferenzieri e della gente, peraltro non numerosa, ma ad hoc per assaggiare i morsi delle torture ambientali, cui furono sottoposti tanti martiri del Risorgimento incatenati nelle galere di vecchi castelli. Il pensiero andava al Duca di Cavallino, Sigismondo Castromediano, che di quei soggiorni ne provò diversi stando per più di dieci anni nelle borboniche galere e del quale si sarebbe parlato quella sera in ben due interventi.
Fra coloro che avrebbero dovuto porgere un saluto inaugurale, anche il Presidente della Regione Puglia, che però non venne. Si era al terzo intervento, quello della Prof.ssa Maria Sofia Corciulo della “Sapienza” di Roma, quando arrivò la Vice-presidente della Regione Loredana Capone. Con molta cortesia la Prof.ssa Corciulo si interruppe e le offrì la parola; ma con altrettanta eleganza la Capone disse che avrebbe aspettato che la professoressa finisse.
Così avvenne, ma le buone maniere della donna politica, versione femminile dell’uomo politico, evidentemente si erano esaurite nelle atmosfere del cinquecentesco maniero dei Granai Castriota, se prese la parola per un saluto e se la tenne per mezz’ora per un comizio, profondendosi in questioni che niente avevano a che fare con l’argomento in epigrafe. Femminismo, fasonismo, fotovoltaico, nucleare, in chiaro stile politico-polemico. Ora mezz’ora di tempo, per cose che in quella sede erano come i proverbiali cavoli a merenda, è un tempo lunghissimo. Per capire, ad ognuno degli otto conferenzieri erano stati riservati venti minuti, che, dopo l’intervento della Capone, si ridussero a quindici, da considerare peraltro come la statistica del Trilussa, dato che i primi interventi erano durati il doppio, ossia quaranta minuti ed oltre ciascuno.
Con straordinario aplomb il Prof. Vallone lasciò che la Capone finisse l’intervento, che commentò perfino con un flash di cortesia. Ovviamente la Capone salutò e se n’andò.
Ora lo dico con la massima sincerità – non avrei difficoltà a dire il contrario, dato che coi politici in genere non sono tenero e tutti mi riconoscono una discreta dose di coerenza – il comportamento della Capone non è ascrivibile a deliberata prepotenza o ancor peggio a personale volontà prevaricatrice. Ma il fatto in sé resta grave. Ed è grave perché anche una persona cortese e a modo, come è la signora Capone, diventa prepotente e prevaricante nel momento in cui agisce da uomo politico, pardon, da donna politica, come se la politica fosse il commutatore delle azioni degli uomini, una specie di trasformatore da alta a bassa tensione.
E’ un malcostume diffuso. I politici hanno invaso le televisioni, hanno invaso i giornali. Lo hanno fatto per la vocazione al servilismo dei titolari dei massmedia o forse per il bisogno di appoggi per finanziamenti e concessioni. Il risultato non cambia. Il tutto va a scapito di commentatori ed opinionisti, che sono i veri intermediari delle esigenze del pubblico. Così hanno trasformato il luogo della politica in uno spazio di corte, dove i domini sono loro, deputati e senatori, consiglieri ed assessori. La gente se vuole esprimere le proprie opinioni lo deve fare in piazza, in manifestazioni, che, per le loro caratteristiche, si trasformano in spettacoli, in cui non c’è spazio per la discussione e il confronto.
Se ora i politici invadono anche gli spazi della cultura, allora diventa necessario e urgente che si prenda qualche provvedimento. In extrema ratio si potrebbe anche non invitarli affatto. E’ evidente che questo segnerebbe una frattura tra le varie istituzioni, dato che oggi gli uomini di cultura non sono i chierici vaganti del Medioevo, sono in genere integrati nelle istituzioni dello Stato, che per un buon funzionamento devono operare in sinergia. Frattura, perciò, da scongiurare.
Ma è altrettanto necessario che la cultura recuperi un suo spazio, dove la politica non arrivi a condizionare, perché di lì la cultura può lanciare sia alle istituzioni che alla società valori e principi sui quali da sempre ha messo le basi la civiltà.
Mi pare davvero sconveniente che in un periodo in cui i corporativismi – e tra questi, due veramente enormi, quello della politica e quello della giustizia, in lotta di reciproca sopraffazione – occupano spazi sempre più ampi, a volte con la violenza degli tsunami, gli uomini di cultura, cui è affidato da sempre il ruolo di testimoni e di fustigatori dei cattivi costumi, si adeguino invece ai tempi e ai modi, senza nulla dire e senza nulla fare. Non si tratta di essere corporativisti tra corporativismi. La cultura è per gli altri in quanto è per se stessa; ha bisogno di essere libera per rendere liberi gli altri.
Per tornare a Bomba. La Vice-presidente della Regione Loredana Capone a Copertino la sera di venerdì, 11 marzo, non si comportò bene. Lo scrivo perché lei se ne avveda, più che da politica da quella squisita ed educatissima persona che è.
Chi quella sera rappresentava la cultura, invece, fece bene a non venir meno all’affabilità e all’urbanità. Ma fuori dall’episodio, in sé increscioso, occorre anche preoccuparsi di difendere i propri spazi dalle incursioni dei politici e far capire loro che la libertà in cui vive la cultura e che la cultura mette anche a disposizione degli altri non è campo per scorribande inopportune quando non addirittura irrispettose.
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domenica 31 ottobre 2010

Berlusconi è malato. E gli altri?

“Famiglia Cristiana” ha detto che Berlusconi è malato, riprendendo la vecchia tesi dell’ex moglie del premier Veronica Lario, che, ai tempi della Noemi, così diagnosticò. Lo ha detto dopo l’ennesimo caso di sex-gate che lo ha coinvolto, quello relativo a tale Ruby, ragazza marocchina minorenne-maggiorata, che il Presidente del Consiglio avrebbe avuto sua ospite ad Arcore. In verità l’aspetto sexy è complicato dal fatto che Berlusconi sarebbe intervenuto presso la Questura di Milano a togliere dai guai la ragazza accusata di furto. Il profilo privato si è intrecciato così a quello pubblico. E se già quello privato non era edificante, quello pubblico è estremamente grave. Berlusconi ha rilanciato: “è spazzatura mediatica e comunque io amo la vita e le donne e non intendo cambiare”, aggiungendo così alla matassa un terzo filo, quello appunto della “salute”.
Inutile negarlo: i suoi comportamenti provocano disagio a tutto il Paese, probabilmente non a tutti i suoi elettori. Per ora i suoi sostenitori più razionali fingono una netta distinzione tra ciò che Berlusconi fa per così dire nei “fatti suoi” e ciò che fa nell’azione politica e governativa. Ma la finzione potrebbe venir meno e la verità snebbiarsi, anche per ragioni politiche, economiche e sociali, in cui il Paese sempre più gravemente si dibatte. Allora per coloro che non vogliono guardare ad un inguardabile centrosinistra, fatto di relitti della vecchia partitocrazia, che Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, irriguardosamente ma giustamente dice di voler rottamare, il problema di un nuovo o diverso punto di riferimento si porrebbe. E, al pensiero, non c’è da stare allegri. Ci sarebbe Fini, potrebbe dire qualcuno. Ma Fini è fluido, liquido, assume la forma del contenitore dei suoi più immediati interessi; e quasi sempre sono interessi di carriera personale. Probabilmente non è neppure per calcolo consapevole. Gli è che non ha altro con cui sostanziare la sua azione politica. Per queste ragioni, non volendo giungere alla conclusione che è meglio non votare, dato che il voto è troppo importante per passarlo a sciacquone, il centrodestra deve cercare soluzioni coerenti e credibili, per il Paese prima di tutto e per i suoi sostenitori.
Ma, per tornare a Berlusconi e alle sue mattane, allo scopo di capire l’uomo e il politico, ma anche per capire perché nonostante tutto goda del favore di tanti italiani, bisogna riflettere su una vecchia categoria del politico. E’ la “dissimulazione onesta” dettata da Torquato Accetto nel ‘600. Consiste nel comportarsi in pubblico come è lecito (foris ut licet) e in privato come piace (intus ut libet). In questo sono stati maestri impareggiabili nella storia i Gesuiti e nel secolo i democristiani, ma in verità tutti gli esponenti della partitocrazia uscita dai Cln resistenziali sia di destra che di sinistra. Essi ne hanno combinate che ne hanno combinate! Ma lo hanno fatto nel chiuso, nel privato, protetti il più delle volte da un silenzio complice della stampa in una sorta di tacita intesa, solo raramente violata. E’ la prassi di tutti i politici di tutti i tempi e di tutti i luoghi della Terra, tranne che per tiranni e despoti. Imperatori ed imperatrici a Roma, per esempio, uscivano nottetempo con le loro scorte e travestiti si recavano nei lupanari, i postriboli di quei tempi, e si abbandonavano a schifezze irriferibili. Alla luce del sole, divinità smaglianti di simboli regali; al buio della notte lordure umane. Se sia giusto o solo conveniente comportarsi in questo modo lo dice la storia. L’etica lo impone. Chi viola la categoria della dissimulazione onesta è un “malato”. Berlusconi la viola. E’ dunque malato? Premesso che dovrebbero guardarsi dentro un po’ tutti, dall’ex attricetta Veronica Lario al direttore di “Famiglia Cristiana”, all’insegna del dettato evangelico, non si commette reato a voler capire i fatti e le persone.
Berlusconi non ha fatto gavetta politica, non ha perciò adeguata educazione. Per quanto il suo consigliere Gianni Letta somigli più ad un mandarino cinese che ad un viveur da riviera romagnola, è rimasto il milanese tipo: brillante, ottimista, affarista, vantoso e vanitoso, pronto ad esibire i suoi piaceri, sapendo di avere l’approvazione degli italiani, che nei suoi vizi e vezzi si riconoscono. Lui vuole far sapere di avere molti soldi, molte ville, che può realizzare tutti i sogni proibiti di tanti suoi connazionali e non solo, avere cioè ville di lusso in lusso, sedicenni di bellezza in bellezza. Avere tutte queste cose e non farlo sapere, secondo lui, non è da uomo normale, soprattutto da italiano medio, ma da politico, come lo teorizzava il Castiglione o il Della Casa, l’Accetto o il Mazzarino, che pur italiano era. Berlusconi è “malato” per questo. Se non amasse esibire i suoi piaceri sarebbe normale; sarebbe un vecchio democristiano, un ciellenista appena dismesso il fazzoletto al collo e il mitra a tracolla.
Altro discorso è quello dei suoi dichiarati avversari o nemici, i quali è da sedici anni che gridano “al lupo! al lupo!” anche quando in giro c’è solo un barboncino o un coniglio, una capretta o una gallina. Da sedici anni Berlusconi è assediato da avversari accaniti, arrabbiati, di ogni categoria: politici in primis e collateralmente magistrati, confindustriali, giornalisti, registi, attori e comici, e in fine famigliari e amici. Un altro sarebbe scoppiato. Lui resiste. Certo, il tradimento della moglie, che scrive a “la Repubblica” per accusarlo e dar ragione ai suoi avversari, e quello di Fini, che gli si è messo alle costole per meglio pugnalarlo, hanno lasciato in lui il segno e lo hanno peggiorato.
Forse qui s’innesta il principio di quella “malattia”, provocata e aggravata dai suoi avversari. In lui emerge sempre più la sindrome di quegli imperatori romani, per capirci alla Caligola e alla Nerone, che finirono per diventare, come ci ha tramandato Suetonio, esattamente quello che i loro nemici volevano che diventassero: despoti, folli e sanguinari.
Nulla di tutto questo per Berlusconi, per fortuna. Berlusconi è l’uomo di lusso ipotizzato dal Verga nel suo “Ciclo dei vinti”; e sarà anche lui un vinto. Ma è pur sempre un uomo di valore, un produttivo, uno che fa la ricchezza di un Paese. Lui è un buono e un generoso. Ma ciò detto, va aggiunto che i suoi vizi umani piuttosto che vigilarli, come sarebbe giusto e opportuno, non solo li aggrava in progressione, ma li ostenta in pornografico piacere. Come a dire: e la prossima volta, toccherà ad una quindicenne! Che, date le sue condizioni fisiche e anagrafiche, sarebbe come dire: e la prossima villa me la farò sulla Luna!
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domenica 12 settembre 2010

La politica non può essere la sentina degli italiani

Nel corso di questa settimana, 6-12 settembre 2010, cinque episodi, quasi uno al giorno, hanno mostrato il livello di degrado in cui è precipitata la politica in Italia.
L’attore-regista Michele Placido, irritato per le critiche al suo film “Gli angeli del male”, in cui narra le imprese del bandito Renato Vallanzasca, criminale pluriomicida negli anni Settanta, ha detto che in Parlamento c’è di peggio.
L’on. Angela Napoli di Futuro e Libertà ha detto che alcune parlamentari del PdL, nelle elezioni del 2008, pur di essere inserite in lista con la sicurezza di essere elette, si sono prostituite.
Il Presidente della Camera Gianfranco Fini, rispondendo ad Enrico Mentana, nel corso di un’intervista su "La 7", ha detto che in politica non si tradisce, si cambia.
Il Senatore a vita Giulio Andreotti, nel corso della trasmissione “La storia siamo noi” su Rai Due di giovedì 8 settembre, ha detto a Gianni Minoli a proposito dell’avv. Giorgio Ambrosoli, ucciso l’11 luglio 1979 da un sicario di Michele Sindona, che in fondo quella morte se l’andava cercando.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalla Russia, dove partecipava ad un convegno sulla democrazia, ha insolentito la magistratura italiana e Gianfranco Fini.
Cinque episodi di cinismo e spudoratezza che hanno investito la politica. Le parole di Michele Placido sono passate quasi inosservate, come se fosse di pubblico e accettato dominio che in Parlamento ci siano o ci possano essere elementi peggiori del pluriomicida Renato Vallanzasca, il quale con due-tre colpi di pistola in fronte si sbarazzava del malcapitato che gli capitava davanti. A qualche debole rimostranza Placido ha risposto che lui fa il regista come altri fanno i giornalisti: racconta la realtà italiana. E no! Raccontare la criminalità è un dovere del cronista, e nell’esercizio di questo dovere sono caduti tanti giornalisti, sotto il fuoco della mafia e del terrorismo politico; ma esaltarne le gesta, con racconti accattivanti, giocando con l’artifizio della retorica, è un’altra cosa. Dire poi che in Parlamento c’è gente peggiore di Vallanzasca è un oltraggio all’istituzione, a prescindere da qualsiasi altra considerazione.
La sortita dell’on. Napoli è sconcertante. Subito dopo le elezioni, quando Beppe Grillo accusò che in Parlamento era arrivata qualche zoccola, lei fu una delle diciannove risentite che querelarono il comico. Dunque in Parlamento, oltre a criminali peggiori di Vallanzasca, secondo il Placido pensiero, ci sono anche zoccole, secondo il Grillo pensiero, condiviso in ritardo da una che, essendo parte in causa e non essendo davvero appetibile, come zoccola voglio dire, non si sa di chi parla.
Diversa ma non meno grave è la sortita di Fini, secondo cui il tradimento non riguarda la politica. Si sapeva che il Presidente della Camera fosse digiuno di libri. Rauti, ai suoi dì, glielo disse: caro Gianfranco il tuo problema è che hai letto meno libri di quanti io ne abbia scritti. Ora, con gli ultimi fatti che lo hanno riguardato e con la sua teoria sul tradimento, si sa anche che è digiuno di qualsiasi principio etico. Neppure Machiavelli si era spinto a negare il tradimento in politica, si era limitato a piegarlo agli interessi dello Stato. Fini è piuttosto l’uomo del Guicciardini, come Francesco De Sanctis lo desunse dai suoi famigerati “Ricordi”. L’uomo, cioè, che risponde alla più guicciardiniana delle categorie: il “particulare”. Che non è da intendersi in senso storiografico, dove ha una sua importanza metodologica, ma in senso politico, come ricerca del proprio esclusivo interesse.
Inqualificabile la battuta del Senatore a vita Giulio Andreotti, che, con cinica indifferenza, ha offeso una delle più illustri vittime del dovere civile in Italia. Che il più volte capo del governo democristiano fosse un ammiratore del mafioso Sindona lo si sapeva, ma che potesse arrivare al punto di offendere la memoria di una delle più limpide figure dell’impegno civile fino al sacrificio è davvero intollerabile. Claudio Magris gli ha augurato di dare conto a Dio di questo insulto; mentre altri, meno credenti, vorrebbero che gli fosse revocata la nomina di Senatore a vita per indegnità.
Berlusconi, ancora una volta dall’estero, dove bisognerebbe sempre esportare le immagini più belle dell’Italia – lo dice pure lui quando sta di aria – è tornato ad insolentire la magistratura e ad abbandonarsi a battute ironiche su Fini. A prescindere se a torto o a ragione, certo non era né la sede né il momento per sbattere sotto gli occhi di tutti i panni sporchi di casa.
Sembrerebbe una settimana particolare, purtroppo da un po’ di tempo in qua le settimane passano tutte così, tra insulti e diffamazioni della peggiore specie. La politica italiana non brilla certo di grandi esempi di onestà, di limpidezza, di lealtà, ma insultarla quotidianamente ad ogni occasione, in ogni luogo, impunemente, è un brutto segnale.
Lo Stato democratico si caratterizza per la libertà che riconosce ai cittadini, i quali possono esercitarla come meglio credono; ma se essi non dimostrano un minimo di maturità politica e civile non è improbabile che prima o poi da qualche parte si invochi lo Stato etico, quello che oggi processerebbe Michele Placido ed Angela Napoli per oltraggio alle istituzioni; Fini e Andreotti per indegnità a ricoprire cariche così esemplarmente importanti per la vita della nazione; e sanzionerebbe Berlusconi per aver danneggiato ancora una volta l’immagine dell’Italia all’estero.
Chi ricopre una carica pubblica, chi svolge un’attività pubblica o tesa al pubblico, non dovrebbe mai dimenticare quel profilo educativo che è la forza etica di chi ha responsabilità; dovrebbe sempre rendersi conto di dove si trova e dell’opportunità di dire o di non dire qualcosa. Se il buon esempio in Italia non lo danno le figure apicali, a qualsiasi livello, dal Presidente del Consiglio alla maestra di scuola materna, chi dovrebbe allora preoccuparsi di educare i giovani, di preparare una classe dirigente migliore? Se in Parlamento si è tra assassini e puttane – ed è considerato un fatto normale che qualcuno lo dica pure – se la politica è il refugium peccatorum, se il Presidente della Camera teorizza il tradimento come normale pratica politica, se un funzionario dello Stato ucciso perché ha voluto compiere fino in fondo il suo dovere di uomo e di cittadino, incurante perfino di avere moglie e figli, viene addirittura deriso da un mostro sacro della politica come Giulio Andreotti, se il Presidente del Consiglio esporta all’estero le magagne della nostra politica, allora dobbiamo preoccuparci seriamente.
Qui non si tratta più di centrodestra o di centrosinistra, di voto anticipato o di riforma elettorale, ma di vera e propria bonifica. La politica non è certo il salotto buono della nazione, ma non può essere nemmeno la sua sentina.
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