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domenica 20 febbraio 2011

Fini verso la sua reale dimensione

Il cognome indurrebbe alla battutaccia, scontata, e a fare un titolo così: “La fine di Fini”. Ma onestamente non credo che Fini sia finito. E perciò la battuta me la risparmio.
La crisi che sta vivendo in questi giorni la sua formazione politica, il Fli, sicuramente è grave e darebbe ragione a chi gliela aveva divinata con largo anticipo di tempi. Continua a perdere pezzi, anche importanti. Al Senato non ha più il gruppo. Lo ha lasciato, tra gli altri, il vecchio Sen. Pontone, il suo tesoriere, quello dell’affare della casa di Montecarlo. Il che lambisce anche il Fini chiacchierato, quello della moglie, del cognato, della suocera e della famiglia allargata. Una beffa per il Presidente della Camera: si allarga la famiglia anagrafica e si assottiglia quella politica. Chiedo perdono se cedo a qualche battuta alternativa. Lo stesso fenomeno di abbandoni alla chetichella si sta verificando in periferia. Ci sono autentici e sofferti ripensamenti, ma anche opportunistici calcoli di convenienza. E’, questo, nel centrodestra, un momento di morti, di nascite e di rinascite. Vedremo quel che accadrà di qui a non molto.
Certo, lui ha sbagliato a metterla sulla solita solfa del Berlusconi che compra tutto. Non si può dire che ogni sgarbo a Berlusconi sia un atto di coraggio, quasi eroico; e ogni favore, diretto o indiretto, un atto di prostituzione politica. Né può passare senza annotazione critica il comportamento suo e di alcuni suoi fedelissimi quando di fatto essi si comportano allo stesso modo rinfacciato a Berlusconi, di decidere senza discutere e di mettere alla porta chi non ci sta.
Al di là di ogni considerazione, pur comprensibile, di malumori per cariche non ricevute – sarebbe il caso, per esempio di Urso – o per paura di non essere più rieletti, c’è un dato politico, enorme e perciò ineludibile. Il personale politico che aveva seguito Fini nell’avventura del Fli è fondamentalmente di destra, di destra vera, non di destra camuffata da modernità e da europeità, e a destra vuole restare, mentre Fini tende a tagliare in maniera definitiva con quella parte politica, per approdare su lidi opposti. Se gli dovesse riuscire – e non c’è motivo per non augurarglielo – finalmente si potrebbe parlare di lui a destra come di un avversario politico, punto e basta; senza parlare di tradimenti e di derive. Ognuno va dove vuole e chiama le cose come vuole, salvo a fare i conti con gli altri. E’ un delitto, infatti, presentarsi agli elettori con un volto politico e poi, ottenuto il voto, cambiarlo. A mio avviso un comportamento simile dovrebbe essere ascritto a reato, il dimettersi sarebbe solo un’attenuante.
Brutti colpi per lui quelli delle sue ex teste d’uovo, come una volta si chiamavano i consiglieri del leader, mi riferisco ad Alessandro Campi e a Sofia Ventura, che lo criticano per certi atteggiamenti e per certe scelte. Ma ancor più doloroso, per l’autorevolezza della provenienza, il giudizio di Piero Ignazi, studioso tra i più attrezzati dell’universo missino e postmissino. Il quale sul Corsera di venerdì, 18 febbraio, alla domanda del giornalista Andrea Garibaldi “Qual è la caratteristica del politico Fini?”, ha detto: “In una parola, direi il galleggiamento. Evita di prendere decisioni definitive. E per quelle poche che prende sbaglia il momento. Vedi l’adesione al Pdl, il suo abbandono, la sfida in Parlamento…”. Escluso che Ignazi volesse alludere al Re Travicello del Giusti: “Là là per la reggia / Dal vento portato, / Tentenna, galleggia, / E mai dello Stato / non pesca nel fondo…”, bisogna ammettere che gli somiglia molto.
Io all’analisi di Ignazi, farei una premessa. Vero che Fini “tentenna e galleggia”, ma questo accade quando pensa di valere più di quello che effettivamente vale. Davvero poteva scontrarsi con Berlusconi senza conseguenze? Fini si è sopravvalutato. Ora, però, le cose stanno diversamente. Scoppola dopo scoppola, ha capito che deve indursi a più miti consigli.
Ha capito che deve recuperare il rapporto con Adolfo Urso. Si è dimostrato accorto quando ha detto, per esempio, che le perdite di oggi possono non avere quell’importanza che potranno avere le conquiste elettorali di domani.
Perché ha ragione di dire questo, indipendentemente se le attese saranno o meno soddisfatte? Perché oggi ha a che fare con gente che è stata votata per essere e per fare cose precise all’interno di una maggioranza presieduta da Berlusconi. E’ comprensibile che questa gente, dopo una sbandata, pensi di tornare alla “diritta via”. Domani, invece, Fini si troverà con un personale votato da un altro tipo di elettorato, per essere e fare cose diverse.
Il punto semmai è un altro. Dove e con chi starà Fini domani? Per non finire Fini – chiedo scusa per l’allitterazione continua – dovrà mettersi come minimo con l’Udc di Casini e con l’Api di Rutelli, dovrà entrare cioè in una coalizione, una sorta di Ufi, dove non potrà che avere un ruolo marginale e non potrà fare quelle cose che lui dice di voler fare, perché non consone alla cultura e alla politica di un cattolico, sia pure laico, come Casini, che di quell’alleanza sarebbe il naturale capo.
A questo punto, valeva la pena abbandonare il suo mondo politico, rinunciare ad opportunità quali sarebbero state se fosse rimasto, sia pure in veste critica ma corretta, nel Pdl? Peggio ancora sarebbe per lui se fosse tentato dalla sirena Vendola, con cui, poste le ultime scelte di Fini in tema di diritti individuali, andrebbe più d’accordo.
No, non credo che Fini si stia avviando alla fine; ma sono convinto che ormai per lui è tramontata ogni possibilità di stare ad un livello politico di prestigio e di potere. Dopo venticinque anni deve accontentarsi della seconda linea. Continuerà a fare politica ma senza quella visibilità che ha avuto finora, a livello sia di partito che di governo.
E’, questo – certo – un ragionamento che potrebbe essere smentito da un qualche avvenimento straordinario e perciò imprevisto. Ma in genere i conti si fanno con le cose viste e previste. L’imprevisto, che imprevisto sarebbe se solo si potesse ipotizzarlo?
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domenica 26 settembre 2010

Fini: una condanna senza appello

Non c’è dubbio alcuno che lo schifo che sta facendo la destra politica oggi in Italia non ha precedenti e non può avere comprensioni o tolleranze. Dire, però, che è tutta la politica a fare schifo non è giusto, perché non è vero. Se dici tutti, dici nessuno. E non è giusto neppure colpevolizzare tutti a destra allo stesso modo. Se tutti hanno colpa, nessuno ne ha. Proprio nei momenti di peggiore crisi della politica, senza nulla nascondersi e nascondere, bisogna avere fiducia.
Esiste in Italia da anni una questione Berlusconi, nei confronti della quale c’è stata e c’è una durissima presa di posizione da parte delle sinistre di ogni ordine e grado. E in tutta onestà non si può dire che facciano male a denunciare continuamente quanto accade nel paese e che secondo loro non dovrebbe accadere. Esse svolgono un compito essenziale in una democrazia. Si può obiettare sulla giustezza delle critiche e sulla fondatezza delle denunce, ma questo è un altro discorso. Conflitto di interessi, inadeguatezza a rappresentare le istituzioni, processi per corruzione, ripetuti scandali finanziari e sessuali, leggi ad personam, pubbliche beghe famigliari balzate alla cronaca nazionale, gaffe internazionali con esibizione di corna e battute inopportune e stravaganti sono critiche e denunce assai fondate. Potremmo continuare. Berlusconi ne ha fatte di tutti i colori, senza mai dirsi pentito o contrito, ma esibendole come un modo nuovo di far politica, a dimostrazione che lui non viene dal mondo del dire ma da quello del fare. Il popolo italiano, almeno quello che da sempre lo segue, non lo ha sempre condiviso, ma lo ha sempre tollerato, perché poi i suoi governi sono riusciti a dimostrare che un conto sono le stravaganze comportamentali, un altro è il governo.
E’ un fatto innegabile che la politica, anche a livello governativo, grazie a Berlusconi ha rinnovato il suo personale. Ci sono tante donne che prima non c’erano e se si escludono maliziosità di bassa lega nei loro confronti, indegne di un paese civile e incoerenti per chi le fa, hanno dimostrato di essere all’altezza. Ci sono quadri giovanili che si sono rivelati capaci e importanti. Ci sono ministri come Tremonti, Maroni, Frattini, La Russa, Sacconi, Gelmini, Brunetta, Carfagna, Brambilla, tanto per rimanere al governo in carica, che hanno dimostrato che in Italia il governo c’è e che sa anche operare, pur in un periodo di gravissima crisi finanziaria internazionale.
Va bene, dunque, criticare Berlusconi; va male, invece, circoscrivere a lui tutto quello che si può dire della politica e del suo governo.
E veniamo al dunque. La destra ex missina ed ex aennina ha sempre approvato senza fare una grinza l’operato di Berlusconi, a volte anche indecorosamente e venendo meno al suo compito oserei dire storico prima ancora che politico di caratterizzare di più e meglio l’azione del governo. La storia di questo partito avrebbe imposto a Fini e compagni un ruolo di controllo, di pungolo e di condizionamento soprattutto sul fronte dell’etica pubblica, fiore all’occhiello di sempre della destra italiana. Il Msi non era soltanto corporativismo, neofascismo, squadrismo, violenza; ma era anche legalità, giustizia, rispetto dello Stato, stato etico e stato sociale, senso di patria, compostezza istituzionale, etica pubblica.
Fini è stato il traghettatore di questa destra dal Msi al PdL nell’arco di sedici anni. Se c’è una persona chiamata a rispondere nel bene e nel male della metamorfosi della destra politica italiana è lui e in subordine i cosiddetti colonnelli, che lo hanno sempre seguito e assecondato, compreso quello Storace, che ne ha tratto benefici personali divenendo Presidente della Regione Lazio e Ministro della Sanità, prima di prendere le distanze per motivi mai del tutto chiariti.
L’opposizione di Fini e di alcuni ex missini ed ex aennini a Berlusconi è una questione recente. Da che cosa è nata? Lo hanno visto tutti. Fini, divenuto presidente della camera dopo il voto del 2008, non ha tardato a dare segni di irrequietezza, alternando esternazioni e picconate, a volte nobilitate da una nuova sensibilità politica (testamento biologico, cittadinanza agli immigrati, omosessualità), che nulla hanno a che fare con la destra, e a volte svestite di qualsiasi compostezza formale (attacchi fuori onda a Berlusconi e a rappresentanti della maggioranza). In un primo momento si è pensato ad una eccessiva identificazione da parte di Fini con la terza carica dello stato, che obbliga ad avere nei confronti di certi problemi un atteggiamento meno politico di parte e più istituzionale. Ma poi è apparso chiaro che lui mirava al bersaglio grosso, in un crescendo sempre più duro, attaccando ora Berlusconi senza mezzi termini ora uomini di quella maggioranza che pur lo aveva eletto presidente, facendosi apripista delle opposizioni, in un misto di dipietrismo e grillismo. La sua incominciava a configurarsi come opposizione bella e buona: all’interno reclamava libertà di dissenso, allo scopo di dimostrare che Berlusconi non ne concede; all’esterno facendo causa comune con le opposizioni. Mentre, in maniera incredibilmente cinica e sfrontata, confermava la sua fiducia al governo per rispetto di chi lo aveva votato. Il gioco era chiaro: mettere in crisi il governo per trarre poi dalle votazioni successive il massimo profitto; dimostrare che non la destra aveva fallito, ma Berlusconi, che andava perciò sostituito; per accreditarsi pertanto come unico legittimo erede. Lui, vessillifero di legalità, il nuovo Catone: Caiman delendus est.
Ma ahimè si era scordato che Berlusconi non era il re e che lui non era il principe ereditario gratia dei. La legge salica non vale in repubblica, dove nascono e muoiono gerarchie nel volgere di poco tempo. Inoltre non si era ben guardato addosso e intorno. Se lo avesse fatto si sarebbe accorto di non avere proprio le carte in regola. La questione della casa di Montecarlo non è una cosa da niente, come i suoi nuovi “amici” vogliono dare ad intendere. E’ oggettivamente grave; è soggettivamente gravissima, se si considera che il soggetto è quel partito nato nel 1946 sulle ceneri del fascismo, di cui fino al 1992 non ha mai nascosto l’eredità politica e morale. I suoi nuovi “amici” non sanno cosa significhi essere stati missini, e forse non lo sa neppure lui; ma gli altri, soprattutto quelli della base, che non sono tutti morti ancora, lo sanno. E perciò, senza essere berlusconiani e anzi subendo Berlusconi, lo condannano senza appello.
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domenica 29 agosto 2010

Fini e l'equivoco dei rautiani

Si chiama “Futuro e Libertà” il gruppo parlamentare creato da Gianfranco Fini, tornato leader di partito e “incompatibilmente” presidente della Camera. A settembre – dicono – si ufficializzerà la nascita del partito con questo nome. E’ soprattutto la parola “Futuro” che ha fatto rievocare un linguaggio politico già noto negli ambienti della destra; ma più che quello marinettiano, precisamente quello rautiano.
Pino Rauti, nel 1976, per fronteggiare il moderatismo retro di larga parte del partito che spingeva ad inserimenti nel sistema, che avrebbe portato di lì a poco alla scissione di Democrazia Nazionale, e per arrestare il lento declino del Msi-Dn (nelle elezioni del 1976 era sceso dall’8,68 al 6,12), fondò una corrente che chiamò “Linea Futura”. Lo fece con un documento molto articolato dallo stesso titolo, che presentò in Comitato Centrale, con chiare intenzioni di rilanciare il partito su basi politiche nuove. Un paio d’anni più tardi la corrente assunse il titolo “Andare oltre” e nel marzo 1979 Rauti fondò “Linea”, il quindicinale che avrebbe dibattuto e veicolato i nuovi contenuti.
Quali le novità di Rauti? Anzitutto va detto che il Msi, fin dalla sua nascita, dicembre 1946, si era occupato di grandi problemi social-nazionali (politica estera, sicurezza, sanità, previdenza sociale, lavoro, forze armate, scuola e soprattutto storia in chiave di difesa del fascismo). Dei problemi sociali più diffusi e minuti, direi frammentati e individuali, quelli, per intenderci, di ogni giorno e della nuova cultura (politiche giovanili, comunicazione, ambiente, tempo libero, ecologia, spettacolo, arte, cinema, musica, intrattenimento, narrativa, fumetti, poesia, teatro ecc. ecc.) nemmeno a parlarne, quasi fossero frivolezze e distrazioni dalle quali tenersi lontani. Si correva il rischio che gli anziani ti accusassero di debosciamento, di esserti appiattito su posizioni borghesi o peggio ancora di sinistra. In quegli anni, per intenderci, un Luigi Tenco o un Bruno Lauzi, due cantautori notoriamente di destra, non trovavano nel partito né attenzione né protezione. Non così per quelli di sinistra, che nel partito e dal partito traevano successo e guadagni.
Rauti, che pure aveva dedicato diversi anni della sua vita ed importanti iniziative di studio alla grande storia, alla grande politica, ai grandi ideali dello spirito, con “Linea Futura” volle iniziare un percorso nuovo. Quello dei problemi della gente e soprattutto dei giovani per contendere palmo a palmo il terreno alla sinistra, che delle riferite problematiche per anni aveva avuto il monopolio. L’approccio doveva essere metodologico prima di tutto. Bisognava creare strutture parallele, formalmente staccate dal partito, sostanzialmente però ad esso funzionali ed organiche. Questo non solo perché nel partito, fortemente ancorato alla grande politica d’ispirazione almirantiana, simili iniziative non trovavano sostegno, ma perché in questo modo era più facile l’azione di conquista di spazi sociali nuovi. Queste strutture dovevano appunto occuparsi dell’universo politico giovanile e dimostrare che c’era una destra che non parlava soltanto di Stato e di Nazione, di storia e di fascismo, di Gentile e di Evola, ma anche di musica, di ambiente, di comunicazione, di disagio e via di seguito. Come Gramsci, Rauti riteneva che il potere politico si conquista dopo aver conquistato quello culturale. E’ per questo, più che per altri aspetti, che Rauti è passato nel linguaggio giornalistico, sempre ad effetto ed esemplificativo, come il “Gramsci nero”. In buona sostanza, se Almirante contendeva il terreno politico alla Democrazia cristiana, con la sua politica moderata e rassicurante, nei palazzi della nobiltà romana e nelle piazze del popolo, Rauti quel terreno lo voleva contendere al Partito comunista nei luoghi della società minuta. A sinistra si accorsero della minaccia e Giorgio Galli su “la Repubblica” del 16 gennaio 1979 parlò di “Fascisti in camicia rossa”. Sicché nel primo numero di “Linea” Rauti gli rispose con un lungo articolo: “Non ci mettiamo in camicia rossa, ci riprendiamo quello che è nostro” (1° marzo 1979); in cui indicava, esemplificando, il “popolo”, ma alludendo chiaramente a quelle aspettative popolari che già il fascismo aveva saputo soddisfare e che il comunismo non era più in grado di farlo.
Chi furono i rautiani? Occorre riflettere prima di concludere, come oggi con leggerezza si tende a fare, che i finiani di oggi sono i rautiani di ieri solo perché con Fini, dopo l’espulsione dal Popolo della Libertà, si sono schierati alcuni che allora fecero la scelta di Rauti. In Fini e “amici” deve regnare la confusione totale se “Generazione Italia”, che è un po’ l’organizzazione sul territorio del loro costituendo partito, ha preso come simbolo quello di “Democrazia Nazionale”, di quel partito cioè che nel dicembre 1979 fece la scissione proprio perché non sopportava il radicalismo di Rauti.
A “Linea Futura” e successivamente ad “Andare oltre” aderirono soprattutto giovani. Alcuni in maniera acritica, suggestionati dalla novità e dal fascino che esercitava allora Pino Rauti, politico “immeritatamente” coinvolto nel terrorismo nero, reduce di Salò, ma soprattutto intellettuale sottile, moderno e quadrato. Aderirono quelli che solitamente cercano spazio politico ed opportunità di carriera politica. Questi, a rigore non potevano dirsi rautiani, come poi dimostrarono approdando altrove. Altri furono rautiani veri. Ma anche qui va fatta una distinzione, fra quelli che si limitarono al rautismo tattico (occuparsi di problematiche sociali e attuali) per conquistare gli spazi lasciati vuoti dalla sinistra in crisi, e quelli che rautiani lo furono fino in fondo, anche a livello strategico. Mi spiego: occuparsi di ambiente o di cinema non era di per sé rautismo; era rautismo se a simili problematiche si dava il taglio indicato dalla linea rautiana, che gli osservatori politici hanno sempre rubricato come radicalismo di destra.
Rautiani veri o integrali – per capirci – non ce ne sono più in circolazione, spazzati via dalle variabili della politica che hanno trasformato soggetti e strumenti di questi ultimi vent’anni, compresa la destra, ex missina ed ex aennina. Mentre ci sono alcuni che rautiani lo furono solo per tattica. Essi, come Adolfo Urso, Silvano Moffa, la Flavia Perina, stanno con “Futuro e Libertà” ovvero con Fini. L’essere stati rautiani ieri e finiani oggi induce a pensare che rautiani e finiani siano la stessa cosa. Nulla di più approssimativo. E’ completamente cambiato il teatro politico, la società, le aspettative della gente, se non vogliamo proprio dire che essi stanno con Fini, nella convinzione di avere un futuro che nel Popolo della Libertà pensano di non poter avere. La Perina, poi, direttore de “Il Secolo d’Italia”, non può mettersi contro il suo editore.
Quanto a Fini, a parte ogni specifica considerazione, che sarebbe di cattivo gusto, è l’esatto contrario di Rauti. Rauti cercava di conquistare spazi politici contendendoli alla sinistra; Fini cerca di conquistare la sinistra per sottrarre spazi alla destra e a chi oggi, degnamente o indegnamente, la rappresenta. Rauti non cercava di conquistare spazi politici semplicemente sostituendosi agli altri, ma scacciando le idee degli altri con le proprie. E’ di tutta evidenza che il caso Fini attiene a quel profilo della politica che si esaurisce nella conquista del potere personale, che è il profilo più feroce, irrazionale e fanatico. Ma la politica, per fortuna, nonostante i cambiamenti e le variabili, ha altri profili, che si esprimono e si esercitano sempre in senso plurale e sociale.
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domenica 8 agosto 2010

Ma dietro a Fini chi c'è?

Berlusconi può piacere anche per l’insistente e ottusa persecuzione, cui è sottoposto da tanti anni e da tanta gente, anche – a dire il vero – rispettabile, uomini d’onore per dirla col Marco Antonio del “Giulio Cesare” scespiriano. Nei giorni in cui si consumava il divorzio con Fini, Giovanni Sartori – e dite voi se Sartori non è un uomo d’onore! – scrisse sul “Corriere della Sera” che sarebbe iniziato lo shopping di Berlusconi per accaparrarsi quanti più deputati possibile. A quanto pare, non solo non c’è stato shopping da parte sua, ma addirittura lo shopping lui l’avrebbe subito.
L’ultima ad involarsi per altri lidi, non si sa come e non si sa perché, è stata Chiara Moroni, trentaquattresimo parlamentare finiano. Poteva dire la Moroni: signori, amici, onorevoli colleghi, il discorso che fa oggi Fini mi persuade di più, me ne vado con lui. Nessuno avrebbe avuto da obiettare. Invece ha cercato di nobilitare una patacca con un’argomentazione, che, oltre ad essere di cattivo gusto – non è mai una bella cosa servirsi dei morti, neppure quando sono i tuoi – non sta né in cielo né in terra. “Per mio padre – ha detto non ci furono garanzie di sorta; per Caliendo tante, mi astengo e me ne vado”. In buona sostanza questa la sua giustificazione. E che c’entra? Proprio perché non si ripetessero tragedie simili a quella di suo padre, il PdL si è schierato a difesa di un uomo che al momento ha solo ricevuto un avviso di garanzia. La Moroni, proprio per questo, avrebbe dovuto votare in favore di Caliendo, sapendo di votare in favore di suo padre e onorarne la memoria.
Ma il caso Moroni è di quelle lampadine che illuminandosi permettono di vedere anche in quelle zone d’ombra dove prima non si riusciva a vedere. Intanto nessuno ha dato atto a Berlusconi che non ha fatto shopping, nessuno gli ha chiesto scusa per l’ingiusto sospetto, ed anzi si sono tutti compiaciuti che il furbastro, questa volta, è stato ingannato dai suoi servetti, i quali fanno come i cortigiani ricordati dall’Ariosto, pronti a dirgli che ha ragione “se ben dicesse c’ha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole”. Essi gli avevano assicurato che con Fini c’erano soltanto quattro gatti.
Dunque, niente scuse. Berlusconi è uno di quei personaggi che giustificano qualsiasi cosa gli venga detta o fatta contro, tutto e più di tutto l’odio infinito, immotivato, senza se e senza ma, come direbbe l’on. Casini dopo aver premesso che lui è una “persona seria”. Ingannato Berlusconi? Che goduria e ben gli sta!
Ma è stato davvero ingannato Berlusconi? Non pare. Quattro gatti erano i finiani, ed erano anche troppi, perché dirsi finiano non è un bell’affare, è come dirsi seguace del nulla, una sorta di nichilista taroccato in Cina. Se è arrivato a contare ben trentaquattro deputati e dieci senatori – 44 gatti in fila per sei col resto di due… sfotticchiava qualche giorno fa Gian Antonio Stella sul “Corsera” – è perché c’è qualcun altro che ha fatto shopping per lui. Proprio l’immotivata scelta della Moroni fa pensare che dietro questo andare dietro al nuovo pifferaio ci sono le pressioni, le lusinghe, le promesse di chi sa chi e chissà perché. I tempi che verranno non saranno lontani e soprattutto non saranno avari di informazioni o di rivelazioni.
Fini dice di avere le idee molto chiare. Può essere che lo dica per farsi coraggio, come quando si canta al buio per darsi un tono. Lui lo fa spesso, ora toccandosi il bordo della giacca o la cravatta, ora guardando il cellulare, ora stringendo la bocca in un gesto di contegno psicologico. E’ la sindrome di chi sa di trovarsi in un posto sproporzionato alle sue capacità. E’ una storia vecchia. Certe situazioni si ripetono. Fu Almirante a metterlo in un posto immeritato. E’ stato successivamente Berlusconi. In crescendo, chi vorrebbe oggi metterlo in un posto che certamente, come i precedenti, è regalato? Penserei a Benedetto XVI se Fini fosse un ecclesiastico; ma non lo è…ancora! Può essere perciò che lui sia al centro di una macchinazione politica, di quelle molto importanti che in genere si mettono in essere per impedire che accada qualcosa o per farne accadere un’altra altrettanto importante, una macchinazione alla grande.
Su Berlusconi grava oggi qualche Catone importante, a parte le caterve di figuranti che si agitano e si contorcono nell’opposizione, il quale non ha il coraggio o forse non può esordire in Senato: Berlusconus delendus est.
Facciamo un’ipotesi. E se si volesse fermare un processo che sta portando pericolosamente il Paese verso la divisione proprio nell’anno del 150° anniversario dell’Unità? Non è tanto il federalismo, che, se applicato nella condivisione e nel rispetto di tutti, potrebbe anche sortire effetti positivi; è il clima che è stato creato nel Paese di feroce – vorremmo dire antipatica, ma forse il termine sarebbe inadeguato – contrapposizione tra il Nord della Lega, che Berlusconi cavalca per ragioni di stabilità governativa, e il Sud di quasi un nuovo ciellenismo, in cui ci sono proprio tutti. Al centro di questa operazione, che è assai più arrischiata di quella che potrebbe scaturire da un normale lasciar fare verso un esito federalistico perseguito da anni, potrebbe esserci lui, il Fini. Se così fosse – e per la verità stento a crederci – lui avrebbe l’opportunità di diventare nientepopodimeno un padre della patria. Dite voi, vi sembra possibile? No, dico: un Fini, padre della patria? E che patria sarebbe mai?
Torno in me e mi dico: forse hai passato gli anni della tua formazione a mitizzare anche le mediocrità. Non sarà che ora gli anni e le cose che hai visto ti portino a dissacrare anche le divinità? Non lo so. Ma uno che, per aver perso il ruolo di “successore di Cesare”, si scopre l’alfiere della questione morale mentre, per sé, ha comportamenti immorali – e non penso solo alla casa di Montecarlo – è credibile? No. Ma se c’è ancora chi crede in lui, vuol dire che qualcosa si muove nell’ombra. Dove è arrivata la luce della lampadina accesa involontariamente dalla Moroni, che, per onorare suo padre, avrebbe voluto vedere il sottosegretario Caliendo appeso ad una corda, morto suicida per la disperazione. No, non è possibile!
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domenica 1 agosto 2010

Fini verso l'ultima camicia

E’ davvero strano che si continui ad accreditare Gianfranco Fini come uno che ha una precisa idea di democrazia e che per questa idea, assolutamente diversa da quella di Berlusconi, ha tanto fatto che alla fine è riuscito a rompere il capolavoro politico che lui stesso aveva contribuito a creare.
Di quale idea si tratti non è dato saperlo. Se lo chiedono, incerti, politologi e osservatori vari. Una democrazia parlamentare, dice qualcuno, in opposizione alla democrazia plebiscitaria di Berlusconi (Michele Ainis, La Stampa del 31 luglio). Ma non convince, è una risposta che sta più nell’astratto di un’ipotesi di favore che nella realtà della storia di questi ultimi vent’anni.
La verità è che nessuno sembra più ricordare la vicenda politica di Fini e tirare il filo della matassa. Non si tratta di amnesia spontanea; è che nessuno, magari anche per non mortificare quello che oggi sembra il più forte antagonista dell’onnipotente, vuole far passare il Presidente della Camera per quello che è: un opportunista che non indugia minimamente a cambiare, rinnegare e tradire, pur di fare un passo avanti verso le “magnifiche sorti e progressive” del suo io politico. Le idee politiche per lui sono camicie che cambia come l’occasione suggerisce. Uno, che mentre accusa Berlusconi di cacciare dal partito chi dissente, ai suoi dice: se qualcuno di voi dirà una parola fuori posto lo caccio via. Che sembra una barzelletta. Uno che, eletto da una maggioranza politica alla Presidenza della Camera, non avverte il dovere morale e politico di dimettersi quando quella maggioranza lo ha sfiduciato, in quanto non più al di sopra delle parti, ma pars in partibus.
Perché, allora, ha cambiato l’ultima camicia? Semplice: pensava due anni fa che la successione a Berlusconi nel partito unico e nel governo fosse scontata, commettendo un errore di valutazione incredibile, perché poi,  attribuisce a se stesso meriti che il più delle volte sono frutto di fortunate coincidenze. Un buco nella cuffia per uscirsene lo trova sempre. Le cose, in realtà, non si sono messe come lui pensava. La Lega ha fatto man bassa dei voti di An, dopo che questo partito era stato sciolto nell’acido del PdL, e addirittura del Pd; ha conquistato posizioni nel Parlamento e perciò nel governo. L’uomo forte e in predicato di succedere a Berlusconi è Tremonti, l’indiscusso ministro dell’economia, competente e capace, apprezzato in tutto il mondo, blindato dalla Lega, una risorsa del Paese, del governo e dello stesso Berlusconi. Fini si è visto chiuso in una istituzione dorata, politicamente fuori gioco, e ha incominciato così a menare calci. Ha riscoperto la questione morale, si è ricordato di essere stato missino e giustizialista, ha sfruttato ogni occasione per assumere posizioni contrarie al partito di appartenenza; ha rivendicato visibilità politica; ha sparlato di Berlusconi e poi dei berlusconiani, per mettere in difficoltà la maggioranza. Ha creato, insomma, una situazione dalla quale non si poteva uscire se non con una rottura. E rottura è stata, nella logica del tanto peggio tanto meglio.
Mi piacerebbe pensare, con quel vizio tutto italico di fare analisi dietrologiche, che l’operazione di Fini venga da più lontane e nobili motivazioni. Penso a chi vorrebbe frenare la corsa della Lega verso un federalismo pericoloso per la tenuta dello Stato unitario, proprio nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Penso a chi vorrebbe travolgere Berlusconi con un'onda anomale, per fargli chiudere una volta per tutte la sua esperienza politica. Mi piacerebbe che fosse così. Magari così potrebbe anche risolversi se dovesse cadere il governo o se si dovessero determinare eventi che oggi è impossibile prevedere. Ma mi è difficile crederci davvero, aderente come sono e come bisogna essere a quel che è stato e a quel che è, senza supposizioni e senza fughe in avanti.
Quest’ultima impresa di Fini probabilmente si spiega in un contesto politico di disordine, in cui in difetto di idee e di programmi, prevalgono logiche di capi e capetti, che organizzano autentiche bande in attesa di entrare in qualche transitoria coalizione. Come spiegare l’esistenza dell’Udc, quell’organizzazione politica guidata da quella “persona seria” di Casini? E l’esistenza dell’Api di Rutelli? Ed oggi l’esistenza di “Futuro e Libertà”, che sembra pari pari l’opposto della storia politica dalla quale proviene Fini “Passato e Dittatura”? Nessuno vuole essere secondo e perciò si crea una sua piccola banda.
C’è, tuttavia, un’ipotesi da tenere in considerazione, a voler essere buoni, che in qualche modo corregge l’ipotesi negativa di un opportunista voltagabbana. Si dice che quella di Fini sia una destra moderna ed europea. Diamogli pure credito. Ma in che cosa questa destra si differenzierebbe dalla sinistra altrettanto moderna ed europea? Se andiamo a vedere, al di là del profilo di potere in cui sembrano sciogliersi i contrasti, i grandi dibattiti che sono sorti in questi ultimi anni su questioni che attingono e attengono la coscienza individuale, troviamo un’area politica indistinta, dove destra e sinistra sono sulle stesse posizioni: rifiuto di inserire le radici cristiane nella costituzione europea, riconoscimento delle coppie di fatto, procreazione assistita sottratta a qualsiasi riflessione morale, uso della pillola cosiddetta del giorno dopo, testamento biologico, riforme nella chiesa cattolica in direzione di matrimonio dei preti e sacerdozio femminile, liberalizzazione delle droghe. Un complesso di posizioni che nel corso degli anni passati, dai Cinquanta in poi, sono state battaglie dei radicali. La storia – si sa – non inizia ogni giorno, ma segue i giorni passati, in un continuum che non s’arresta. Fini era decisamente contrario ad ognuna di queste cose e al complesso di pensiero dal quale erano prodotte.
Ma è un’ipotesi di servizio, questa. Fini, per un suo congenito modo di essere, potrebbe solo avviarsi verso l’ultima camicia, quella che non potrà più cambiare, perché difficilmente ne avrebbe un’altra da indossare. Ma, a saperla!
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domenica 25 aprile 2010

Fini, dalla successione all'alternativa

Che il re possa nascere con corona in testa, scettro in mano e manto sulle spalle, oggi come oggi, non lo crede più neppure il più sciocco dei bambini. Semmai oggi si è convinti del contrario, che il re non è mai vestito. Sicché, quando Gianfranco Fini, giovedì, 22 aprile, alla Direzione Nazionale del PdL, ha gridato che il re è nudo, che – fuor di metafora – Berlusconi non è il signore indiscusso del suo governo e del suo partito, compiacendosene più che per la scoperta per il fatto di poterlo gridare agli altri e di farlo apparire ridimensionato per il piacere degli avversari, non ha fatto una bella figura. Ha fatto pena. Perché Fini non era il cavalier servente del re, che ad un certo momento trovava il coraggio di ribellarsi, Fini era stato a sua volta un re. Noblesse lo obbligava ad avere un comportamento più dignitoso. Se non altro per il popolo che rappresentava, che aveva rappresentato; per la carica di Presidente della Camera che ancora rivestiva.
Fino a qualche tempo fa Fini, politicamente parlando, era un pari di Berlusconi e di Bossi; era il capo di un partito, dell’unico che era uscito da Tangentopoli con una reputazione di tutto rispetto. Aveva un potere contrattuale importante, poteva, simmetricamente, condizionare Forza Italia al pari della Lega. Era uno dei leader più stimati dagli italiani. Come gradimento, stando ai sondaggi, era preferito perfino a Berlusconi.
Perché ad un certo punto ha commesso l’errore di sciogliere An per confluire nel PdL, il vituperato partito del “predellino”, da lui salutato con ironia e disprezzo con la frase “siamo alle comiche finali”? Qualcuno in vena di saggezza popolare potrebbe dire che tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Fini aveva già sciolto il Msi, aveva abiurato ad un’infinità di altre importanti cose. An, in fondo, era l’ultima cosa che buttava dalla finestra in quella che era la notte di San Silvestro del suo passato. Fini s’avvicinava ancora al lardo, anche facendo inversioni ad u su strade politiche a senso unico.
Va bene la scelta bipolare. Ma non va affatto bene cercare un’identità nuova, un’improbabile destra moderna ed europea che in Italia è appannaggio della sinistra, lasciando valori e sensibilità della destra parte alla Lega, parte a Berlusconi e parte – sissignori! – all’IdV di Di Pietro. Il patrimonio ideale e politico del Msi-An è stato miseramente devoluto. Oggi dietro a Fini non c’è più nessuno; come contenitore è vuoto.
Non è vero che ministri e sottosegretari, parlamentari e presidenti di enti e di commissioni, una volta di An, non lo seguano per opportunismo; il fatto è che non lo segue più la base, che si sente tradita dai suoi continui “voltafaccia”, dalle sue continue pose di saggio, d’improbabile patriarca.
Ecco, sono due gli errori pedestri che ha commesso Fini. Il primo è stato quello di privarsi del partito, che lo rendeva forte all’interno della coalizione e competitivo nel paese. Ha detto: mi sono pentito di essere entrato nel PdL. Il secondo di passare dalla successione all’alternativa a Berlusconi, cercando una nuova identità per la destra allo scopo di differenziarsene fino all’assurdo di sposare tesi di chiara sensibilità di sinistra appiccicando sopra l’etichetta “destra moderna ed europea”. Come se ciò bastasse. Ingessato ma nello stesso tempo impennacchiato sulla cattedra della Presidenza della Camera, per due anni ha fatto il controcanto a Berlusconi; ma ha anche mortificato la sua parte politica, la cui sensibilità, che non può essere cambiata come si cambia una camicia, è chiaramente di destra, facendola passare per retriva, inadeguata, culturalmente inferiore.
Come si può essere d’accordo sulla facile e breve concessione della cittadinanza e del voto agli immigrati; sull’uso della pillola abortiva; sull’eutanasia; sulla procreazione assistita; sui matrimoni gay e via di questo passo continuando a dirsi di destra? Intendiamoci, si tratta di posizioni assolutamente legittime, degne del massimo rispetto, ma esse appartengono inequivocabilmente a culture e sensibilità di sinistra. Altre sono le sensibilità di destra, esse s’inscrivono in quel pensiero conservatore che può anche rivedere qualcosa ma non abiurare alle proprie radici: la famiglia, lo Stato sociale, l’identità nazionale, la legalità, l’ordine, la sicurezza, l’orgoglio di appartenenza, la tradizione, il dover essere nella vita. Valori, questi, che non sono inferiori o superiori ad altri; semplicemente sono propri di una visione della vita, che per dirla con una parola sono di destra.
Qualche anima generosa, votata alla cause perse, potrebbe anche oggi essere tentato di andare in soccorso di Fini, in nome di antiche appartenenze o soltanto perché in effetti le cose in Italia stanno prendendo una piega decisamente contraria ad una visione dello Stato, della Nazione e della Società quale la destra ha sempre avuto e coltivato. Ma si pone un problema insormontabile: dove va Fini? E soprattutto, quali altri giravolte potrebbe fare, costringendo chi lo segue a comportarsi come chi mettendosi in viaggio domanda le previsioni meteorologiche?
Gli avversari del governo, del centrodestra, i mass media – ognuno per proprio interesse – cercheranno nei prossimi giorni di creare nel paese una sorta di rivalità tra Berlusconi e Fini che di fatto non esiste o è irrilevante. Ma, si sa, siamo tutti dipendenti dal battage pubblicitario, propagandistico, mediatico, per cui si farà di Fini una sorta di Robin Hood, di eroe che si batte contro il mostro, contro il minotauro per liberare il paese. Questo lo renderà ancora più prigioniero della finzione mediatica, fino a quando non commetterà l’errore di superare il limite di sopportazione e verrà cacciato dal PdL. Allora non potrà dire come disse Mussolini quando fu espulso dal Partito socialista ai suoi ex compagni: “voi mi odiate perché mi amate ancora”. Mussolini è un’altra storia!

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domenica 6 dicembre 2009

Fini la finisca, offende gli elettori di destra

Qualche anno fa alcuni colonnelli di An, parlando tra di loro in un bar nei pressi di Montecitorio, se non ricordo male “La Caffettiera”, ebbero ad esprimere delle valutazioni, non irridenti ma preoccupate, nei confronti di Gianfranco Fini, all’epoca Presidente di An. Un cronista del “Tempo” li sentì e il giorno dopo riferì tutto sul suo giornale. Uno immagina: Fini, il liberale, il rappresentante di una destra moderna, anzi del futuro, europea e laica, chiamò i suoi collaboratori, tutti membri della Direzione Nazionale, per un chiarimento. No, niente di tutto ciò. Fini, con un atto d’autorità, degno di uno zar, azzerò la Direzione Nazionale, “facendo fuori” tutti.
Oggi il suo cosiddetto “fuori onda”, irridente compiaciuto e ruffiano, avendo come spalla un magistrato, con dovizie di accuse contro Berlusconi, viene fatto passare come un normalissimo episodio di dovuta critica all’interno del PdL.
Sgombriamo subito il campo da due motivi di carattere generale. Il primo è che un politico non può prescindere dagli interessi della sua parte, della quale è responsabile. Tutto quel che dice e che fa deve rispondere ad un cogente “cui prodest”. Dunque: dire candidamente che Fini ha ragione nello specifico giudizio sul carattere di Berlusconi è del tutto fuori posto. Un conto è se certe cose le dice un suo avversario, un altro un suo alleato. L’altro motivo è che il suo comportamento, ruffianesco ed irridente nei confronti di un amico o di un alleato politico, è in sé disgustoso. E tale è anche in altri ambiti, come la famiglia, la professione, il circolo cittadino. Non si può parlare in quei termini della propria moglie con l’amante, del proprio marito o dei propri figli, del Dirigente del proprio Ufficio o del collega, del Presidente del proprio Circolo, dell’amico in genere.
I motivi più specifici e di merito sono altri. Se veramente Fini è convinto che Berlusconi è quello che lui dice “fuori onda” e “in onda”, allora lui deve trarne le conseguenze. Ciò lo può fare in un solo modo: prendendo le distanze, esattamente come seppero fare, or non è molto, Follini e Casini. Del resto, la sua critica a Berlusconi da “baruffe chiozzotte” è sostanziata da posizioni diverse da quelle del PdL in varie altre materie, fra cui immigrazione, testamento biologico, procreazione assistita, ecc.. In queste materie Fini è decisamente su posizioni di sinistra.
Verrebbe di pensare che i prodotti di sinistra, abbondantemente scaduti, siano da Fini ripresi e spacciati, con altra data di scadenza, per prodotti niente meno che di destra, anzi di una destra che ancora non c’è, tanto è ipotizzata nel futuro. Non è un caso che la sua Fondazione si chiami proprio “Fare futuro”. Anche nel lessico e nelle categorie culturali Fini è decisamente a sinistra, essendo l’utopia e il futuro categorie che niente hanno avuto mai a che fare col realismo e il pragmatismo tipici della destra. Condizionale per condizionale: verrebbe di pensare che Fini, vuoto com’è di esperienze culturali e di solide letture, neppure si renda conto dei sentieri ideologici che batte, seguendo il fiuto di un predatore.
Ma il comportamento di Fini è oltremodo oltraggioso degli elettori di destra che lo hanno votato e dei quali sembra si sia completamente dimenticato. Salvo che lui non abbia una concezione cinica della politica – e secondo me ce l’ha – non intende considerare che alla base di destra e sinistra – si legga almeno Bobbio – c’è soprattutto una diversa sensibilità. Non è tanto l’affrontare e risolvere certi problemi sociali in sè – oggi come oggi le differenze sono assai minime; quel che distingue è la sensibilità. E’ la sensibilità che fa la differenza. Chi vota a destra non lo fa perché il governo si comporti poi come un governo di sinistra, ma lo fa perché vuole e spera che si comporti secondo il comune sentire, legittimato e garantito dal programma elettorale. Se i politici eletti e giunti al governo non intendono muoversi secondo le loro promesse devono semplicemente andarsene.
Fini, con le sue prese di posizione e i suoi comportamenti, tradisce e offende il suo elettorato, che non è nel futuro della destra, ma è nella destra di oggi; una destra che trova linfa nella sua tradizione. Chi ama la politica sa perfettamente che allorquando si parla di sensibilità e di idee – e gli elettori nella loro stragrande maggioranza di altro non possono parlare, esclusi come sono dal potere politico ed economico – non offende e disprezza l’altrui sensibilità e le altrui idee, ma ritiene che ci sono momenti in cui valgono le une e momenti in cui valgono le altre. Un esempio è all’origine della nostra storia nazionale: quando nel 1876 lo Stato raggiunse con Quintino Sella il pareggio del bilancio, impresa che solo una sensibilità di destra poteva conseguire, si passò ad un governo dalla diversa sensibilità, perché c’era da affrontare una serie di problemi sociali. Non è questione di superiorità di una proposta nei confronti dell’altra, ma di opportunità. Al limite uno potrebbe anche invidiare una sensibilità che non ha, ma con coerenza deve portare avanti la sua e cedere a quella degli altri quando non è più tempo. Se Fini pensa che il suo tempo di uomo di destra sia finito, se si è scoperto una diversa sensibilità, chieda scusa ai suoi elettori, raccolga i ferri, se ne ha, e se ne vada. Il popolo “lo vult”.
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mercoledì 16 settembre 2009

Fini, stop e ripartenza di Gigi Montonato

Da più di un anno e mezzo Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei Deputati, ha assunto un atteggiamento contrario a gran parte delle prese di posizione del governo, qualche volta usando toni offensivi nei confronti di alcuni importanti esponenti della maggioranza o ad essa vicini. Diede dell’irresponsabile a Gasparri, capogruppo del PdL al Senato, nella circostanza della vicenda Englaro; ha definito killeraggio il modo di informare di Feltri, direttore del quotidiano della famiglia Berlusconi, in occasione della questione Boffo. Ha preso le distanze dalla maggioranza sui temi etici (procreazione assistita e testamento biologico), ha chiesto che il governo conceda agli immigrati il diritto di voto. Ha perfino confessato, alla veneranda età di quasi sessant’anni, di non essere certo di credere in Dio, quando di solito, a quell’età, uno incomincia ad avvicinarsi.
Senza entrare nel merito di ciascun episodio, in cui Fini può avere ragione o torto, è questa la partita, per citare gli episodi più rilevanti, a cui tutti pensavamo di aver assistito. Giustamente alcuni commentatori, molto meno killer di Feltri, ed altri, addirittura titillanti, dello schieramento opposto, hanno osservato che Fini si riconosce più nella sensibilità della sinistra che non in quella della destra. Qualcuno, pietosamente, nel tentativo di tenerlo nel seminato, ha avuto la stravagante idea di aggiungere a destra l’aggettivo “moderna”.
Quando la rottura sembrava ad un punto di non ritorno, ecco che il Fini dissenziente su specifici e importanti problemi è scomparso. In campo ci sarebbe un altro Fini, il quale non sarebbe d’accordo con Berlusconi ma solo sul modo di intendere il partito. Fraintendimenti, insomma, superabili. Chiederebbe, per esempio, più dibattito e confronto interni. Vorrebbe che, in quanto cofondatore del PdL, si incontrasse sistematicamente con Berlusconi per decidere insieme.
Ma, se non si vuole solo prendere o lasciare certi prodotti mediatici e propagandistici e si vuole, invece, anche e soprattutto capire, occorre fare qualche punto.
Primo. An è ben rappresentata ai vertici del PdL da Ignazio La Russa. O il Ministro della Difesa è un incapace, che si lascia abbindolare da Berlusconi?
Secondo. Si vorrebbe che Fini tornasse a fare il capo di partito; ma questo – lo capisce perfino uno studentello delle medie – non è compatibile col ruolo istituzionale che ricopre.
Terzo. Il progetto PdL in pendant col Pd, nella logica bipartitica, si sta rivelando un fallimento. Si pensa sempre più “ad alta voce” negli ambienti più vicini a Fini che forse è meglio che An torni ad An, per contare di più; che, fuor di politichese, vuol dire avere più potere di ricatto.
Rebus sic stantibus, però, Fini vorrebbe essere ubiquo, un po’ come Dante che alla minaccia di Bonifacio VIII di far intervenire Carlo di Valois a Firenze, indeciso se andare a Roma o rimanere a Firenze, diceva: se non vado io a Roma a scongiurare il Papa, chi va? E se non resto io a proteggere Firenze, chi resta?
La verità è che Fini persegue, come ha sempre fatto, un disegno personale, che è di succedere a Berlusconi o alla guida del centrodestra o a probabile inquilino del Quirinale. Questa sua strategia, autoritariamente perseguita – ricordo l’azzeramento dei vertici di An quando alcuni dei suoi colonnelli in un bar furono “intercettati” ad esprimere dei dubbi sulla sua per così dire adeguatezza – oggi non è più tanto facile perseguirla, perché non c’è più il partito. Lo dimostra il fatto che la famosa lettera dei “cinquanta”, agitata come uno spauracchio per Berlusconi dal “suo” Bocchino, si è rivelata un’impresa farla firmare, con un “per questa volta!” da parte di alcuni importanti colonnelli, come La Russa e Alemanno. I quali hanno capito che se vogliono continuare a contare, oggi devono stare dietro a Berlusconi; come ieri dovevano stare dietro a Fini.
La bacchettata di Feltri, tuttavia, “che tanto reo tempo volse”, non è avvenuta invano. Fini è stato avvertito: basta sparate contro le iniziative del governo, che ha un programma e lo sta portando a compimento. Nessun problema per lui, che non dovrebbe avere difficoltà ora a dubitare della modernità della sua destra. E’ uomo di infinite capacità di adattamento, favorito dal non essere costituito di solidità alcuna; ma sbaglia chi crede ch’egli rinunci definitivamente alla sua strategia.

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