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domenica 5 marzo 2017

Diritti civili: verso nuove "normalità"


In una recente puntata di “Otto e Mezzo” su “La Sette” il giornalista Paolo Pagliaro, fece il “punto” sull’attività di questa ormai declinante legislatura, concludendo che essa aveva approvato tante importanti leggi sui diritti civili e di bioetica quante non ne avevano approvate tutte le precedenti a partire dal dopoguerra. I tre governi che si sono succeduti, Letta-Renzi-Gentiloni, avrebbero fatto più di tutti i loro predecessori messi insieme. E le elencò: unioni civili, maternità assistita, matrimoni gay, adozioni da parte di coppie gay e via di questo passo.
L’affermazione di Pagliaro è vera in parte, perché tutte queste leggi hanno trovato l’approdo nel corso di questi quattro anni, ma sono partite da legislature precedenti; il che non è di poco conto. Esse hanno solo trovato di recente le condizioni favorevoli, come dire l’accelerata vincente, per tagliare il traguardo. Due sono state le condizioni che le hanno favorite, entrambe legate ad altrettante vacatio: è mancata la politica, nel senso che essa nelle sue forze tradizionalmente operanti, quella cattolica dei democristiani o postdemocristiani e quella delle sinistre, è da anni in crisi, alla ricerca di se stessa e di nuove definizioni. A destra le varie fazioni non si accordano nemmeno su una scampagnata; a sinistra non hanno mai smesso di contrastarsi, come dimostrano le risse nel Pd conclusesi – si fa per dire – con la scissione postreferendaria.
E’ mancata anche la chiesa, che da sempre in Italia ha una grande forza ora persuasiva ora dissuasiva sulle scelte della politica. La Cei (Conferenza episcopale italiana), a parte qualche sommessa protesta, ha lasciato fare, se non addirittura favorito, probabilmente per non acuire il dissidio col Papa, che c’è e si fa sempre più fatica a nascondere.
Nel vuoto di ideali e di contenuti politici forti, nella distrazione generale insomma, hanno avuto la meglio le minoranze più agguerrite del Pd, quelle che hanno capito che finalmente si poteva approfittare. In questo hanno avuto un alleato formidabile e forse anche inconsapevole, il Movimento di Beppe Grillo. I parlamentari grillini, che costituiscono un importante gruppo di potere decisionale, hanno contribuito a far passare leggi promosse da quelle minoranze. Vedi il caso della Cirinnà sulle Unioni Civili, approvata col voto di fiducia e con l’astensione dei 5 Stelle. 
Tutte queste leggi hanno a che fare, direttamente e indirettamente, con la famiglia. Essa ha subito nel corso di questa legislatura colpi micidiali, devastanti ancorché silenziosi, complice la chiesa che ha taciuto. Anzi, se si riflette meglio, ci si accorge che è stato proprio il Papa a indicare il bersaglio. Non solo papa Francesco non ha detto mezza parola di fronte al dissolversi della famiglia, ma addirittura ha operato nella stessa direzione, predicando misericordia e vicinanza alle coppie divorziate e a tutti i conviventi, comu suntu suntu.
Una chiesa screditata, letteralmente privata di credito, ovvero esautorata, ha ben poco da dire ai cittadini. La conseguenza politica è che oggi non solo non c’è più un partito dei cattolici – non ce ne sono proprio di partiti – ma non ci sono più nemmeno i cattolici come soggetti militanti, tesi a difendere i propri valori o a propugnarli.  
Ora, dopo il caso del dj Fabo, morto volontariamente in Svizzera, è la volta del suicidio assistito. A rafforzare una propaganda già eccessiva in partenza, si è aggiunto il radicale Marco Cappato, il quale ha accompagnato Fabo in Svizzera e per questo rischierebbe dodici anni di carcere. In verità non rischia niente. E’, la sua, un’operazione mediatica, per propagandare quanto più possibile l’ottenimento di una legge sulla morte volontaria assistita. La leggenda metropolitana secondo la quale i radicali rischiano anni di carcere dura da troppo tempo e, a quanto pare, come propaganda, funziona ancora. Cappato non farà mai un solo giorno di carcere per aver accompagnato il povero Fabo in Svizzera a suicidarsi.  
Intendiamoci, le problematiche inerenti a tutta la disciplina dei diritti civili possono incontrare in tutto o in parte il consenso del singolo cittadino. In verità non sono questioni da nulla, pongono interrogativi drammatici, complessi e complicati, di fronte ai quali qualunque risposta si dia, che si sia d’accordo o meno, lascia ampi spazi interiori di dubbio e di sofferenza. Ciò non toglie che si debba dire con franchezza la verità. Leggi così importanti sul piano dei valori individuali e sociali prima di tutto riguardano pochi individui rispetto all’incomparabile maggioranza dei cittadini. In secondo luogo esse sono passate con autentici colpi di mano: voti di fiducia ed astensioni. Esse, invece, dovevano vedere tutte le forze politiche impegnate a fondo sui principi e sulle conseguenze delle innovazioni legislative ad esse inerenti. Sicché pochissimi individui hanno prevalso sulla stragrande maggioranza dei cittadini. Questa, purtroppo, è controdemocrazia; accade quando la democrazia è dormiente e lascia che a prevalere sia la minoranza.

Ma l’aspetto più preoccupante è che in prospettiva o la gran parte degli individui si troverà nelle condizioni di chi oggi costituisce una minoranza, dando vita ad una nuova normalità, o ci sarà una reazione per il recupero dell’unica normalità, ossia della tradizionale, frutto di millenni di storia. Allora si porranno nuovi problemi, forse assai più gravi. Una società, quale potrebbe essere in conseguenza di queste leggi, imploderà sicuramente. Non si possono tenere insieme tanti elementi quanti sono gli esseri umani sulla terra, individuali e collettivi, senza un minimo di collante. Allora sarà molto, ma molto difficile ricostruire. Demolire, infatti, è stato sempre più facile e sbrigativo del costruire. E ciò non solo nella società laica, nella politica, nelle istituzioni, ma anche nella chiesa. L’opera ricostruttrice della chiesa durerà molto più tempo di quello impiegato da Papa Francesco nel demolirla.     

domenica 4 settembre 2016

Brava Lorenzin: fare figli è un dovere


L’umanità si perpetua attraverso le nascite di esseri umani. Se non si fanno figli l’umanità va ad esaurirsi e a scomparire. Non fare figli è come fare una guerra infinita fino all’annientamento di tutti gli esseri viventi. L’umanità, infatti, può scomparire in due modi: o non mettendo al mondo altri esseri umani o uccidendo quelli esistenti. A saldo zero, questo significa.
Confesso che a fare un ragionamento del genere provo vergogna perché è di una banalità assoluta. Eppure in Italia solo perché il Ministero della Salute, con la ministra Lorenzin, ha lanciato una campagna sulla fertilità di uomini e donne, è successo l’ira di Dio. Una campagna, a dirla tutto, non necessaria ma indispensabile, vista la condizione igienica, soprattutto mentale, di tanta parte della società, ormai allo stato animalesco. Si consideri quel che succede nei cosiddetti droga-party.
Gli indignatos nostrani hanno tirato fuori millanta ragioni, tutte fuori tema, come gli asili nido che non ci sono e i soldi che le famiglie non hanno. Quanto all’accusa che gli spot insultano chi non ha figli, è da ridere. Stiamo veramente cadendo nell’assurdo, sarebbe come se un professore andasse in classe e dicesse: nessuno studi, nessuno faccia niente, guai a chi dimostra di essere bravo, perché così facendo offende chi non può, non sa o non vuole studiare. Ci sono coppie che non hanno figli? Che non escano di casa quelle che li hanno!
Ma quando finirà questa ubriacatura democratica, stupida e ottusa, quanto e più della peggiore ubriacatura antidemocratica? Quando finirà questo terrorismo ideologico, che ha annientato nelle persone il minimo senso di capacità critica? 
Che cosa hanno detto le cartoline della Lorenzin, ritenute offensive e inopportune? “La bellezza non ha età. La fertilità sì”. E non è forse vero? Dove sta il motivo di tanta indignazione? Ogni tanto il governo fa qualcosa di buono e subito arrivano condanne senza precedenti. Una cattiva informazione produce l’effetto di mettere al mondo figli in età avanzata col risultato di gravi patologie del nascituro. Invece di dire: “brava la Lorenzin”, vorrebbero crocifiggerla.
“Datti una mossa, non aspettare la cicogna”. Qui il suggerimento è più cogente. Non aspettare che il figlio arrivi per caso, magari non voluto e, se non buttato via per aborto, accettato come un fastidio o addirittura una calamità. I figli bisogna volerli. Che c’è di male a ricordarlo a tante coppie italiane, che, all’età di quarant’anni e passa, di fare figli non ne vogliono sapere? E’ sconveniente ricordare loro, che, pur in difficoltà economiche, fare dei figli è dovere umano e sociale? In Italia evidentemente sì.
“La fertilità è un bene comune”. Giusto, la coppia che può generare figli possiede una risorsa importante i cui benefici ricadono sull’intera società, sull’intera nazione, sull’intera umanità. Ne è responsabile, la deve saper gestire. Chi ha un bene lo deve mettere a disposizione della società. Tanto vale sia per i beni materiali (economia) sia per quelli naturali e personali come la possibilità di dare un contributo al genere cui si appartiene, in questo caso il genere umano, o al paese di cui si è cittadini, come il paese di appartenenza nazionale.
“La Costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”. Negli artt. 29-31 la Costituzione, anche se non nella formula esplicita della cartolina del “Fertility day”, favorisce il formarsi della famiglia, “come società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29) e “protegge la maternità” (art. 31). E’ sconveniente ricordarlo agli italiani, che hanno la Costituzione “più bella del mondo”? Che poi anche in questo settore le cose non funzionino alla perfezione, è un altro discorso. Ma che cosa funziona alla perfezione in Italia?
“Infezioni sessualmente trasmesse? Anche no. Difendi ogni giorno la tua fertilità”. Questa è forse la cartolina meno coerente, perché invita a fare sesso ma a premunirsi di preservativo per non riumanere contagiati e mettere a rischio la propria fertilità. L’uso del preservativo mette al riparo da infezioni ma è un invito a non fare sesso per procreare. E’ un dettaglio di incoerenza, che si può capire nel contesto di una campagna mirata non all’aumento demografico ma alla fertilità.
“Non mandare gli spermatozoi in fumo”. L’invito è rivolto agli uomini, i quali, fumando, impoveriscono la propria potenzialità procreativa. Anche qui non si tratta di una campagna contro il fumo – in tal caso dovrebbe coinvolgere anche le donne – ma in favore della fertilità.
Qualcuno di questi messaggi, che dovrebbero essere discussi come problematiche familiari e sociali al “Fertility day” del 22 settembre, crea qualche perplessità, ma in buona sostanza l’iniziativa è positiva. Lo è soprattutto in altro senso. Essa ha messo allo scoperto le vere ragioni delle donne a non volere figli. Finora hanno detto, ma continuano a dire, che non possono per ragioni economiche e sociali: il lavoro, la precarietà, il disagio di conciliare più ruoli, l’insufficienza di un solo stipendio, l’obbligo di fatto del lavoro e via di seguito. In realtà la ragione è che c’è una tendenza femminile, ma supportata dai maschi, al rifiuto della maternità come ingiustizia di genere, come una “condanna” della quale le donne si vogliono emancipare. Il modo come hanno reagito alla campagna del governo la dice lunga sulle vere ragioni. Rifiuto di genere ma anche diffusa insensibilità politica e culturale. A nessuno importa più di dare una continuità alla civiltà italiana, a perpetuare quel tipico essere italiani che nella storia ha prodotto quello che tutti sappiamo o dovremmo sapere. Non si tratta di neorazzismo. Non siamo fessi! Si tratta di rispondere produttivamente e convenientemente ad una eredità ricevuta. La vogliamo dissipare? Accomodiamoci.
Intanto, si è fatto marcia indietro. Le cartoline sono state ritirate, anche se la campagna “Fertility day” continua in altro modo. Che vogliamo? Siamo in democrazia, tutto passa attraverso il filtro del consenso. I voti sono come il carburante, si può avere una Ferrari, ma se non c’è benzina non si fa un passo. Renzi si è dissociato. L’uomo di plastilina teme di perdere altro consenso.

E il Papa? Non pervenuto. Non si occupa di queste cose. Anzi, ricordiamo quel che disse: donne, non fate figli come conigli! Altro che crescete e moltiplicatevi.           

domenica 26 luglio 2015

L'immigrazione e le due Italie


Si può dire che l’immigrazione sia una crisi? O si offendono il Papa e i suoi sottoboccali, perfino laici, ovvero i politici italiani che alla benevolenza cattolica affidano le loro fortune elettorali, le loro carriere governative e dirigenziali?  Va bene per il Papa, che considera l’immigrazione un dono di Dio; ma per lo Stato?
Questa crisi in Italia ha operato una sorta di operazione sociale che in chimica si chiama dialisi, ossia la scomposizione sempre più netta della società italiana nelle sue componenti fondamentali: la classe politico-intellettuale e il popolo.
Per la verità le componenti dovrebbero essere tre, la terza purtroppo, quella  degli intellettuali, fa tutt’uno con quella politica, tradendo una missione che è istituzionale, per etica e funzione. Essa, invece di stare col popolo e contro il potere, è in difesa del potere e svolge il compito di rabbonire il popolo che recalcitra, spiegandogli che immigrazione è bello, è fatale, è ineludibile, rappresenta la ricchezza del paese. Gli italiani non fanno più figli? Nessuna preoccupazione, li fanno gli immigrati, che mantengono così il trend delle nascite. Grazie ai contributi dei lavoratori stranieri l’Inps potrà pagare le pensioni agli italiani. E sempre grazie agli stranieri in Italia si continua a consumare e a tenere in piedi la produzione. Insomma, gli intellettuali, che non vedono oltre il naso o vedono benissimo oltre quel che c’è ma tacciono, vanno in soccorso dei politici e non ipotizzano nemmeno alla lontana il danno che deriverà all’Italia dall’invasione immigratoria. Il loro imbonimento in realtà è un inganno; è un delitto contro il proprio Paese.
Il paragone che si fa tra l’immigrazione assorbita dai tedeschi di popolazioni euroasiatiche, contigue per civiltà, e l’immigrazione nostra di popolazioni africane che con l’Europa non hanno niente a che fare, è segno di malafede. L’integrazione costà è un fatto, già avvenuto. Qua da noi è solo l’inizio di una tragedia che abbiamo visto e vediamo in Inghilterra, in Olanda, negli stati Uniti d’America. Con gli africani e gli islamici non ci può essere integrazione alcuna. Chi oggi sostiene questa invasione afro-islamica si assume responsabilità storiche ben precise. Gli intellettuali dovrebbero insorgere, porsi alla testa del popolo, e invece seminano fandonie col chiaro scopo di renderlo insensibile e innocuo.
Ma torniamo alle due componenti. La prima, per convinzione, scelta o obbligo, sostiene che l’immigrazione va gestita non potendo essere respinta. Falso! Altri paesi, come Francia, Inghilterra e Ungheria, la respingono. La posizione italiana del resto è equivoca: per un verso l’immigrazione è un male e infatti si arrestano gli scafisti che trasportano in alto mare gli immigrati, per un altro è un bene perché ci consente di dimostrare la nostra solidarietà cristiana, più le già citate ingannevoli profende. Il governo ha mobilitato le prefetture per trovare edifici dove ospitare gli immigrati, per risolvere i problemi d’impatto socio-ambientale.
Ma non è solo questione tecnica, di spazi, di organizzazione. Il popolo è contrario, ormai non tollera l’invasione e ovunque i prefetti sistemino gli immigrati scoppiano tumulti ed incidenti; e dove i prefetti cercano di mediare, sensibili alle rimostranze popolari, vengono trasferiti dal ministro dell’interno perché incapaci e inadempienti. Ormai è chiaro: il potere politico e il popolo sono entrati in rotta di collisione.
Che il popolo non capisca, che non sia in grado di cogliere nei suoi giusti termini il fenomeno dell’immigrazione, come politici e intellettuali vogliono sostenere, è quanto di più antidemocratico possa pensare una classe politica sedicente democratica. Qui è in gioco il contratto sociale: i rappresentanti (classe politica) lo stanno tradendo, così legittimando la ribellione dei rappresentati (popolo). Tornano a scontrarsi la visione ideologica e la visione pragmatica. Il popolo può sbagliare, può non capire, può essere che nella sua ignoranza preilluministica abbia bisogno di essere guidato o spinto con la forza verso una direzione, può essere che sia perfino utile ingannarlo, secondo una vecchia teoria di stampo paternalistico; ma è un fatto indiscutibile che esso è sovrano. Ad un certo punto può ribellarsi. E’ legittimo che si ribelli. Le condizioni per una rivolta popolare crescono sempre più anche per altri fattori.
In Italia stiamo vivendo una fase di pre-democrazia. Abbiamo un governo che nessuno ha votato, che governa come se non dovesse mai sottoporsi a giudizio alcuno, che ha fatto della riforma elettorale la nuova tela di Penelope per ingannare i proci, leggi gli elettori. Percorsi simili nella storia hanno sempre portato a disastri.
Ancora. L’Italia è lo zimbello del mondo. Altro che l’Italietta di fine Ottocento, contro cui si levavano i nazionalisti! Son tre anni che due nostri militari, appartenenti ad un corpo di grande prestigio, come il Battaglione San Marco, sono tenuti in India sotto minaccia di processo e di condanna a morte, mentre le autorità italiane non sanno far altro che tentare vie che portano a lunghi percorsi che terminano in un vicolo cieco. Mettiamo pure che i due fucilieri di marina abbiano ucciso i due pescatori scambiandoli per due pirati, hanno fatto semplicemente il loro dovere. Se no non si capisce che ci stanno a fare sulle navi se non possono intervenire laddove è richiesto o pare che sia richiesto il loro intervento.
Ancora. L’Europa continua a penalizzare i nostri prodotti agricoli con assurde e comiche normative, come il fare formaggio senza latte, fare cioccolato senza cacao, tenere rigorosamente la dimensione delle vongole entro parametri europei; e noi continuiamo a fare i compitini a casa come scolaretti.
Può essere che per stare in Europa occorra rinunciare a pezzi di sovranità; ma proprio per questo occorre una classe dirigente all’altezza, di carattere e non di una manica di yes-man, sempre pronti a indecorosi e lesivi “obbedisco”.

domenica 14 giugno 2015

Contrismo e pensiero unico: il coraggio delle idee


Io credo che l’attuale società italiana, ma più in generale europea ed occidentale, stia vivendo una crisi di respiro, di autosoffocamento, nel senso che non riesce a far entrare aria di ricambio nel suo bunker di certezze. Domina il pensiero unico, fondato sull’accettazione incondizionata di una serie di “valori” che vestono la vita in bianco e nero: da una parte c’è il bene, dall’altra il male. Paradossalmente il pensiero dominante non è condiviso convintamente che da una piccola parte del pubblico; la stragrande maggioranza è obnubilata dalla propaganda o dalla convenienza di non dispiacere agli altri, secondo un istinto di condivisione comune di ciò che appare, perché propagandato come unico comune bene. Se non si è d’accordo si viene confinati nel male; ciò che a nessuno piace. Questo pensiero si fonda sulla legittimazione dell’assioma “è lecito ciò che mi piace e perciò mi sia consentito”. Tanto, per il presupposto che gli individui sono tutti eguali e tutti hanno gli stessi diritti, a prescindere da ogni condizionamento storico o necessità sociale. Alcuni esempi:
- Un maschio vuole diventare femmina e viceversa? Glielo si conceda.
- Una coppia vuole che i figli prendano il cognome della mamma piuttosto che del padre o di entrambi, alla spagnola? Glielo si conceda.
- Gli omosessuali vogliono sposarsi e adottare bambini? Lo si conceda.
- Milioni di individui lasciano la loro terra e si riversano nella terra altrui? Lo si conceda.
- Una donna non può concepire secondo processo naturale? Le si conceda di farlo secondo le tecniche odierne.
-  Due coniugi vogliono un figlio con gli occhi azzurri e i capelli biondi? Lo si conceda se c’è una tecnica adeguata.  
- Una donna non vuole partorire se già incinta? Le si conceda di abortire.
- Un coniuge non vuole più l’altro coniuge, indipendentemente dal motivo? Gli si conceda il divorzio a prescindere.   
- Una donna vuole diventare prete? Pardon, pretessa? Lo si conceda.
-  Una persona vuole ammazzare un’altra per una ragione qualsiasi? No, questo no, ma se già l’ha fatto, venga compresa nel suo individualissimo bisogno e la si metta in libertà dopo un periodo di rieducazione.
- Una persona vuole soddisfare un desiderio o un bisogno e non ha i mezzi? La si comprenda e se ricorre al furto, alla rapina o all’omicidio, le si prepari una via d’uscita comoda e tranquilla.
Si potrebbe continuare in questo processo di deregulation, di abbattimento cioè di modelli e di regole da osservare.
Chi si oppone a tutto questo in nome di altri modelli etici, famigliari e sociali, è l’unico a non avere diritto alla comprensione e alla legittimazione. Costui è un reprobo, un malvagio, indegno di stare nella società dei buoni, degli eguali; è un fascista, è uno da mettere alla gogna, che ha sempre torto con chiunque abbia una lite o un semplice dissenso. La persecuzione del dissenziente o del contrista è sistematica, terroristica. Chi si oppone ha cucita sul petto la stella che lo espone alla pubblica persecuzione.
E’ per questa discriminazione di base che la gran parte degli esseri si guarda bene dal pronunciarsi contro l’andazzo imperante e a condannarsi all’ostracismo. Così, pur avendo forti e convinte riserve o addirittura avversione per certe cose, dice che è d’accordo, esprime consenso, addirittura entusiasmo. Un consenso del genere può diventare invasivo e opprimente come accade nei regimi totalitari. Si verifica l’assurdo che un simile consenso, se pure di facciata, porta la società verso il suo annientamento. Pochi vogliono giungere ad un porto, ma tutti prendono l’unica nave che a quel porto fa approdare.
Contro una simile deriva è necessario essere contro, dirlo apertamente, battersi perché certe cose non passino, opporsi con tutti i mezzi; e occorre farlo anche provocatoriamente, esageratamente, perché come in natura così nella società ad una forza occorre contrapporsi con un’altra forza uguale e contraria.
Chi non vuole che la nostra Italia venga invasa da immigrati africani e asiatici, che in prospettiva muteranno e annienteranno la nostra civiltà, oltre che crearci danni nell’immediato, lo deve dire forte e chiaro, strafottendosene del papa, del presidente della repubblica, del presidente del senato, del presidente della camera e di qualsiasi altro presidente o persona per così dire di alto profilo o di riguardo. Tra tutti i diritti di cui un individuo deve godere quello di essere contro è il più naturale.
Oggi la società ha bisogno di anticorpi, ha bisogno di eroi. Questi anticorpi e questi eroi sono i contristi, quelli che non hanno difficoltà a dirsi e a farsi contro tutto ciò che guasta l’appartenenza culturale, l’identità civile, il modello sociale in cui si crede.
A chi ti dice: ma a te che importa se due gay si sposano, occorre rispondere che importa assai perché si sta parlando della comune società. Non esistono due società: la tua e quella dei gay. Esiste una sola società: o la tua o la loro.
A chi ti dice che accogliere i bisognosi è un principio indiscutibile, risponderai che l’accoglienza deve essere sempre razionata, da ratio (ragione) e che nessuna accoglienza può mettere in crisi la propria esistenza, l’equilibrio sociale. Non esistono due Italie: la tua e quella di chi vuole ibridare una civiltà di tre millenni; dunque o la tua o la loro.
A chi ti dice che così non concedi libertà agli altri, risponderai che è tutto il contrario, sono gli altri che non danno libertà a te, perché essi intendono costruire una società che non concede di esistere a chi non la pensa come loro; risponderai che la libertà va intesa entro una cornice di cose condivise e che fuori di questa cornice non ci può essere che lo scontro.

domenica 6 luglio 2014

Caro Vendola, creda a me, il Medioevo è un deodorante


Nichi Vendola è una persona eccessiva. Non è estremista e neppure radicale. Semplicemente incontinente. Lo è in ogni sua manifestazione pubblica, dalla politica alla cultura. Del suo privato non dico; non è lecito dire. Sono fatti suoi.
Sabato, 28 giugno, nel corso del Gay pride a Lecce, un mezzo flop con poco più di un migliaio di manifestanti, si è esibito in una serie di eccessi verbali contro chi non aveva ritenuto opportuno, magari anche non condividendo, partecipare alla sfilata degli omosessuali in festa. Li ha chiamati ignoranti, intolleranti; ha detto che queste persone puzzano di medioevo.
Premesso che il Medioevo – io lo scrivo con la lettera maiuscola – non puzza, anzi è uno straordinario deodorante giunto fino a noi e andrà oltre in saecula saeculorum, come non puzza nessun periodo della storia, è aberrante pensare che chi non condivide un modello di vita, un modello sociale debba, solo per questo, meritarsi ogni sorta di contumelia. Per di più da un uomo pubblico. E’ aberrante che non si voglia riconoscere ad altri di avere nei confronti degli omosessuali un rapporto di stima e di affetto personali ma di non condivisione delle loro aspirazioni che vanno a modificare una concezione della vita semplicemente diversa e che ognuno ha il diritto di avere e di coltivare. Insomma chi non è con gli omosessuali in tutto e per tutto merita la gogna. Se il trand continuerà, in un futuro non molto lontano, chi non è omosessuale è un troglodita da tenere chiuso in qualche gabbia che elementi come Vendola immaginano di poter realizzare.
Non sono le grandi epoche storiche a puzzare, men che meno il Medioevo, dieci secoli in cui si viveva, pur nelle difficoltà storiche, nell’ordine costituito dalla natura e dalla storia. Certamente c’erano uomini che puzzavano; così come ci sono ancora oggi persone che puzzano, come ci sono state e ci saranno in ogni epoca. Queste persone sono riconoscibilissime. Non sono quelle che hanno una concezione della vita fondata su dei valori da difendere coerentemente in confronto aperto e leale con gli altri; ma sono quelle che hanno la pretesa di essere depositarie dell’unico e solo giusto e che dimostrano, ove ne avessero la forza, di imporlo agli altri in tutti i modi possibili: con l’offesa diretta (intollerante, ignorante, puzzone), col ricatto ideologico (se tu avessi un figlio gay che diresti?),  con la discriminazione e l’emarginazione (chi non la pensa in un certo modo non è degno di essere considerato una persona civile) e via di questo passo. Persone simili puzzano, sono sempre puzzate dalla preistoria ad oggi.
Vendola e i tipi come lui – non intendo riferirmi agli omosessuali tout court – non vivono il rapporto con se stessi in maniera tranquilla; sono disperati. Ostentano sicurezza, orgoglio di essere quello che sono, cercano di mistificare, ce l’hanno coi diversi, in questo caso i normali (si può dire? lo dico solo per esigenza comunicativa). In realtà si odiano, si disprezzano; vorrebbero contagiare gli altri, giungere ad eliminare ogni sorta di differenza; si comportano come lebbrosi che non tollerano che altri non abbiano la lebbra. Ecco perché non possono accettare che altri non partecipino alle loro sfilate e li minacciano e ingiuriano.
Quando Vendola fu eletto per la prima volta alla presidenza della Regione Puglia si ebbe ragione anche di esserne soddisfatti. Un omosessuale dichiarato può anche giungere alla presidenza della repubblica. Che male o che bene c’è? E’ un fatto normale. Ma un omosessuale che voglia violare l’esistenza di un bambino adottandolo per divenirne padre innaturale è cosa che si può anche non condividere, senza per questo essere esposto a pubblico ludibrio. Che non si condivida l’omosessuale che si esibisce in pubblico in atti osceni è un fatto normale. Che non si condivida il Gay pride è un fatto decisamente normale. Perché lo devono condividere tutti? Che ci siano quelli che considerano i Gay pride delle indecorose manifestazioni è perfettamente normale. Per quale ragione devono essere tutti d’accordo? C’è gente a cui non piace il carnevale, altra a cui non piace il calcio, altra ancora a cui non piace la ricotta forte. E, allora? Si vuole ridurre l’umanità ad una sorta di gregge?
Se Vendola non fosse così disperante e disperato dovrebbe apprezzare le persone coerenti, ancorché con lui in disaccordo. Piuttosto dovrebbe avere delle riserve nei confronti di altre che, come l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano, si dicono sulla strada della conversione. Per carità, ognuno può convertirsi quando e come vuole, ma se poi ci sono sufficienti motivi – e quelli elettorali sono più che sufficienti – per ritenere la conversione strumentale, finalizzata, allora quanto meno bisogna nutrire un minimo di diffidenza. La democrazia non può essere la Tav di ogni pretesa socialmente nefasta, ancorché appagante sul piano individuale o delle minoranze; e se lo è o lo diventa, peggio per lei. Rinunciare a qualcosa nella vita è una prova di forza, non di debolezza: naturae non artis opus est.

Certo, occorre ammettere che oggi essere gay non è un fatto scandaloso e drammatico come anni fa, grazie alle battaglie fatte da tante associazioni e da persone coraggiose, ma bisogna anche considerare che la prospettiva incomincia a preoccupare. Non è la prima volta nella storia che gli eccessi finiscono per azzerare importanti conquiste. Oggi nei confronti dei gay si è tolleranti, si può e si deve giungere a non considerarli neppure come diversi, ma se si spinge per la totale condivisione di ogni loro pretesa fino a considerare chi dissente da matrimoni e adozioni un reprobo la reazione potrebbe esplodere di qui a qualche tempo. Ci sono dei valori irrinunciabili, che appartennero al Medioevo e apparterranno al futuro dell’umanità. Chi pensa che la partita dell’umanità si giochi nell’arco di una vita o che certe conquiste o perdite siano definitive non ha capito niente della storia.

domenica 4 maggio 2014

Non si applaude la polizia che uccide, ma...


L’assemblea sindacale di polizia che riserva una standing ovation di cinque minuti all’ingresso di alcuni colleghi poliziotti processati e condannati per aver ucciso di botte un ragazzo a Ferrara qualche anno fa (caso Aldovrandi) è stata una dimostrazione di rivolta, un ammutinamento diversamente ambientato. Nella nave dello Stato una consistente parte dell’equipaggio si è ribellata contro i comandanti. Una cosa allarmante. Vergognosa, indegna non direi, perché nella circostanza queste parole non vogliono dire nulla. Ma le hanno dette in coro! E, allora? Nel coro si gracida come le rane nello stagno; fuori dal coro si ragiona. E qui occorre ragionare.
Vogliamo intanto chiederci per quale ragione un’assemblea di poliziotti si è comportata in questo modo. Ci rifiutiamo di pensare che in Italia la Polizia di Stato recluti delinquenti, irresponsabili, gentaglia che si diverte a menare le mani e all’occasione a uccidere ed altra che applaude.
Lo spettacolo offerto da quell’assemblea è sicuramente la spia di un malessere assai grave che va oltre l’episodio del giovane ucciso e dei poliziotti processati e condannati. Già qualche anno fa altri poliziotti avevano manifestato in difesa dei loro colleghi per lo stesso episodio proprio davanti alla casa dove abitava la famiglia di quel giovane. Qui siamo in presenza di una contrapposizione tra una parte della Polizia, che non si sente adeguatamente tutelata, e un’altra parte della società colpita dalle reazioni spesso spropositate e sproporzionate della Polizia. Una contrapposizione pericolosa che denota la situazione di crisi diffusa delle nostre istituzioni e della società nel suo complesso. Se il poliziotto è visto come un nemico da dileggiare e da colpire e se il poliziotto ritiene il cittadino che lo dileggia e lo colpisce un delinquente da eliminare sul campo vuol dire che lo Stato non è più in grado di imporre a nessuno il rispetto della legge e a garantire il mantenimento dell’ordine.  
Non è una novità che in Italia nei confronti di quanti operano nelle strutture dello Stato, dai poliziotti agli insegnanti, c’è una sorta di avversione; spesso i rappresentanti dello Stato sono considerati target sociali da colpire impunemente, nella convinzione diffusa che non possono e non devono difendersi. Un poliziotto nel migliore dei casi è considerato uno che ha il posto sicuro e che vive coi soldi della collettività senza nulla dare di produttivo; nel peggiore, uno che è servo del sistema, posto a difesa dei privilegi dei ricchi e degli sfruttatori. Una simile opinione non trova eguali in nessun paese moderno e democratico, dove il rappresentante dello Stato gode di un ben diverso rispetto ed è ben diversamente tutelato nell’esercizio delle sue delicate funzioni.    
E’ questa la ragione del ripetersi di casi in cui dei poliziotti eccedono contro dei cittadini colti in flagranza di reato; e per questo sono giustamente processati e condannati. I fatti del G8 di Genova con l’assalto alla Caserma Diaz e il pestaggio di quanti erano dentro costituiscono il punto più grave perché fu una sorta di spedizione punitiva pianificata, che è cosa inconcepibile per chi opera nei ranghi dello Stato e indossa una divisa che obbliga a comportamenti canonici.
Le regole d’ingaggio sono precise: i poliziotti sono mandati sulle piazze per proteggere certe zone o certi edifici, ma lo devono fare secondo regole che impediscono di battersi con gli assalitori alla pari; devono limitarsi a disperdere coi mezzi che sono loro in dotazione: lacrimogeni da lontano e manganelli da vicino. Dall’altra parte, invece, squadre di manifestanti con caschi e passamontagna, armati di tutto, non pongono limiti all’uso di armi, che vanno dalle bottiglie incendiarie, alle pietre, alle spranghe di ferro e ad ogni altro mezzo contundente. Lo scontro è sempre diseguale e asimmetrico. Chi ne paga le conseguenze maggiori sono i poliziotti e i cittadini che capitano in mezzo, i quali si vedono bruciare l’auto, distruggere il negozio, e spesso subire aggressioni personali.
Cosa fanno le istituzioni per tutelare sia i poliziotti, operativamente limitati nello scontro, sia i cittadini che subiscono danni? Nulla, non fanno nulla. Le manifestazioni di piazza sono contenitori di violenze impunibili. Se qualche manifestante viene preso, pur con prove inoppugnabili di aver compiuto reati contro persone e cose, viene immediatamente rilasciato e condannato a pene di nessuna entità persuadente a non commettere più quei reati o a convincere altri di astenersi dal commetterne.
E qui è il punto più importante. Si condanni pure il poliziotto che è passato materialmente sopra il corpo di una ragazza già stesa per terra, si condanni il poliziotto che ha dato qualche manganellata non proprio necessaria; ma condannate anche i delinquenti che si infiltrano in manifestazioni pacifiche per saccheggiare, distruggere e uccidere. Se lo Stato non vuole punire i delinquenti che attaccano i suoi rappresentanti e i cittadini inermi per non passare per Stato di polizia, allora non può uscirsene con un «vergognoso» o «indegno» se il sindacato di polizia lancia un messaggio di legittima protesta, sicuramente sbagliata nella forma ma efficace.
Il problema delle manifestazioni di piazza incomincia a diventare un problema serio non solo in Italia. Lasciar fare a degli scalmanati significa fare la fine dei regimi politici come quelli di Tunisia, Egitto, Libia. La Siria, per difendere lo Stato, ha scatenato una guerra civile. La Turchia ha usato le maniere forti per evitare il peggio. L’Ucraina si trova sull’orlo di un’altra assai più grave e coinvolgente guerra civile in seguito ai movimenti di piazza che qualche mese fa misero a ferro e a fuoco piazze ed edifici di Kiev costringendo il legittimo presidente a fuggire. Sulle piazze vanno delle minoranze, che, sebbene motivate da buoni e nobili propositi, possono solo rappresentare una parte della popolazione. Il che non significa che l’altra parte, la maggioranza moderata, sia d’accordo. Può essere – e il caso dell’Ucraina lo dimostra – che non lo sia affatto e che quando ritiene di non poterne più passi al contrattacco.

Lo Stato deve recuperare il senso di sé e difendere senza complessi di torto o di colpa le istituzioni e la gente. Se non lo fa, è il disordine generalizzato; è, come sta accadendo in Italia, la rivolta di chi è stanco di andare a difendere la legge e l’ordine da chi la legge e l’ordine li attacca impunemente. Se non si sana questa disparità è ridicolo, non vergognoso, strillare ogni qualvolta che la parte più colpita trovi il modo, sia come sia, di protestare.

mercoledì 9 ottobre 2013

Dramma di Lampedusa: dolore sì vergogna no


A volte si ha l’impressione di non riuscire a comprendere il mondo che ci circonda, anche nelle sue manifestazioni più banali.  
Da alcuni anni le coste italiane sono la meta agognata di migliaia e migliaia di profughi africani e asiatici. L’isola di Lampedusa è diventata un simbolo planetario. Si vorrebbe che le fosse assegnato il Nobel della Pace. Migliaia di profughi riescono a raggiungere le nostre coste, altre migliaia  finiscono inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, autentico cimitero per tanti poveri disgraziati. Secondo le stime di Fortress Europe sarebbero circa 6.200 le vittime di naufragi nel Canale di Sicilia dal 1994.
L’ultima tragedia, con centinaia di morti, verificatasi il 3 ottobre, ha riproposto il problema in una dimensione diversa, corrispondente alla portata del disastro; una tragedia che per i tempi in cui si è svolta ha dato da pensare di più delle precedenti. Ma nulla ha aggiunto alla gravità di un fenomeno che dura ormai da vent’anni.
Siamo di fronte ad un esodo senza precedenti in epoca contemporanea. Che fare? Il Presidente del Consiglio Letta e il suo vice Alfano hanno ribadito che le nostre coste sono sì italiane ma anche, in quanto tali, europee, dato che facciamo parte dell’Europa; dunque è l’Europa che si deve fare carico del problema. Lasciamo stare le parole di circostanza, “vergogna”, “orrore” e chi più e meglio ha potuto dire, più e meglio ha detto. Le parole nascondono l’incapacità di affrontare il problema nei modi e nei termini più concreti. Le parole “vergogna” e “orrore” valgono né più né meno di “non vogliamo o non possiamo fare nulla”. E tuttavia queste sono preferite ad una onesta dichiarazione di impotenza.
Mi sono chiesto in questi giorni, più volte, ascoltando il Papa, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, ma se non riesco a vergognarmi, sono proprio un caso disperato di insensibilità? Devo perciò preoccuparmi? Poi, ho ragionato. Mi son detto: lasciamo stare, questa gente recita a soggetto. Lo fa per mestiere. In greco antico gli ipocriti erano gli attori.
L’Europa ha semplicemente calcolato il fenomeno e ha stabilito senza nemmeno farlo con convegni e atti approvati di gestire il fenomeno in maniera spontaneistica, con un pizzico di cinico laissez faire, nella migliore tradizione del vecchio continente. Ogni paese alle prese con gli sbarchi se la veda da solo. Se è capace di fronteggiarlo con successo, ben gli sta; e se no, mal gli sta. Ognuno pensi da sé e per sé. Del resto in Europa arrivano dall’Asia migliaia e migliaia di profughi o di clandestini dai paesi dell’Est attraverso le frontiere di Germania, Polonia e regioni balcaniche.
Per quel che ci riguarda nessuno in Europa si preoccupa quanto meno di contenere o di ridurre il fenomeno con una più attenta e opportuna informazione. Nessuno ha il coraggio, per esempio, di attivare mezzi e modi di informazione per scoraggiare tanta gente ad avventurarsi in mare e raggiungere paesi che non sono quelli della loro immaginazione. Al contrario, accade che un malinteso senso della globalizzazione o di solidarietà, saputo propagandare, incoraggia questa gente a venire. In questo modo si alimenta la criminalità degli organizzatori dei viaggi e si espone questa povera gente ad ogni rischio, compreso quello di morte.
Se la politica dell’Europa non fosse alla me ne fotto, allora dovrebbe procedere in un’altra maniera. Chiedersi preliminarmente se è giusto che tanti abitanti dell’Africa e dell’Asia vengano in Europa, senza che rischino la vita, senza che noi per questo ci dobbiamo vergognare. Se sì, allora mandiamo in alcuni scali africani o del Medio Oriente le nostre navi e stabiliamo un servizio di linea per svuotare il continente africano dei suoi abitanti e riempire con gli stessi quello europeo; costruiamo centri di accoglienza moderni e confortevoli; assicuriamo loro un posto di lavoro, servizi ed ogni altro bene. Se non possiamo far questo – ed è di tutta evidenza che coi problemi che abbiamo, non possiamo farlo – è inutile parlare di vergogna e di orrore.
Ancora, se si vuole impedire lo svuotamento dell’Africa e il sovraffollamento dell’Europa, fenomeni che comporterebbero disastri inimmaginabili,  chiediamoci perché questa gente lascia o fugge dalla sua terra. Se alla domanda rispondiamo: per fame, per guerre, in cerca di un mondo migliore – come effettivamente è - allora dobbiamo procedere di conseguenza, affrontare il problema alla radice. Così come noi europei nei secoli scorsi abbiamo colonizzato i loro paesi per sfruttarli, allo stesso modo torniamo oggi per neocolonizzarli, questa volta per restituire loro quel che abbiamo preso. Si sensibilizzino inglesi, francesi, belgi, spagnoli, portoghesi, che si sono arricchiti sfruttando le colonie, invece di rimanere indifferenti ed estranei al fenomeno, come se non li riguardasse, perché sono più lontani. Tornare noi europei nei loro paesi significa dover mettere fine alle loro stupide e ferocissime guerre, tribali e selvagge; e poi costruire le premesse per avere in loco condizioni di vita basate sull’ordine e sul benessere, magari sotto la guida dei nostri esperti e sotto la protezione delle nostre forze armate. Dico nostre per dire sempre europee. Se neppure questo è nelle possibilità o volontà dell’Europa, allora smettiamola di esibire la nostra millenaria capacità di piangere con un occhio e di strizzare con l’altro.
Noi italiani non abbiamo nulla di  cui vergognarci. Da anni accogliamo quanti si presentano sulle nostre coste. Lo facciamo alla meglio, perché diversamente non siamo in grado di fare. Se la vergogna è un sentimento personale, intimo, allora è un altro discorso. Ad ognuno capita, mangiando o stando al caldo, di provare un senso di dispiacere per chi in quel momento sta soffrendo la fame e il freddo. E’ umano che ognuno di noi di fronte a qualsiasi sofferenza altrui si senta stringere il cuore. Vorrebbe fare qualcosa. Ma se può fare poco o nulla, non si vergogna, semplicemente si dispiace.

Parole chiave:  Lampedusa   naufragi   Europa   vergogna

Argomento: immigrazione clandestina

domenica 9 giugno 2013

Identità nazionale e famiglia non sono bagattelle


Aveva ragione Indro Montanelli quando diceva che in Italia una politica di destra la può fare solo un governo di sinistra e, viceversa, una politica di sinistra la può fare solo un governo di destra. Ora che destra e sinistra sono insieme al governo, che faranno? Io farò una cosa a te e tu farai una cosa a me? Vedremo.
Fino ad ora hanno fatto alcune cose importanti, non importantissime, diciamo a livello di quel vivere inteso come campare. Non è poco, dati i tempi. In situazioni di carestia bisogna accontentarsi anche di un tozzo di pane raffermo. Si tratta di cose perciò che non riguardano specificamente né la destra né la sinistra. La sospensione dell’Imu sulla prima casa, il finanziamento della cassa integrazione in deroga, il pagamento dei debiti degli enti pubblici alle aziende creditrici, riguardano tutti gli italiani.
Dunque, per il “vivere” tutti d’accordo; e sul fronte del “filosofare”? Qui si capisce poco che cosa si stia facendo di destra e che cosa di sinistra. O, per lo meno, si vede qualcosa di sinistra; non si vede nulla di destra. Nelle more di qualche apparizione, è lecito sospettare che qualcosa di grosso si stia rimuginando. Che Berlusconi la faccia franca nei processi? Che passi il presidenzialismo e il Cavaliere punti alla presidenza della repubblica? Che Alfano speri di liberarsi di lui se dovesse essere condannato? Insomma, in qualcosa si spera, qualcosa però che per motivi diversi è inconfessabile; che soprattutto non esce dalla logica della lotta politica personale, che vede Berlusconi e Alfano fare i loro propri conti politici. Dalle loro elucubrazioni, il popolo di destra – ammesso che ancora ce ne sia uno – è del tutto assente.
La destra si è sempre caratterizzata per la difesa delle grandi sintesi collettive – Stato, Società, Nazione – e dei valori ad esse collegati. E’ la destra che si può anche non condividere, ma è la più nobile. Essere di destra significa sentire sotto e sopra la pelle l’idea di un certo modello di Stato e di Società. In questo modello, per l’individuo c’è posto solo se è capace di sacrificare certi diritti e certi bisogni. Se non è capace o non è disposto vuol dire che è decisamente di sinistra, che ha altra cultura ed altra sensibilità. In una società democratica è perfettamente normale che gli individui coltivino sensibilità diverse, si battano per diritti diversi, per modelli diversi. L’Italia è un paese democratico. La democrazia, nella sua essenzialità, è il campo ben squadrato con le sue regole dove si confrontano le due squadre.
Ora, sul tavolo ci sono due grossi problemi, collegati all’identità nazionale e alla famiglia. Chi li considera bagattelle evidentemente si sbaglia o fa il furbo. Per un verso lo jus soli, che riguarda la cittadinanza italiana per tutti coloro che nascono sul territorio italiano, senza nessuna distinzione; e il riconoscimento agli omosessuali di tutti i diritti di cui godono i cittadini italiani, matrimonio e adozione di figli compresi. Questi due punti stravolgerebbero, ove passassero, la società italiana. Sono, come ognuno può vedere, obiettivi della sinistra, perché è la sinistra, almeno qui in Europa, che si batte per i diritti individuali di un certo tipo. Il fatto che ci sia anche qualcuno di destra a sostenerli non significa che ipso facto diventano obiettivi di destra. Bondi farebbe bene a grattarsi da sé i propri pruriti o tornarsene a farlo nella sua antica dimora, che era appunto la sinistra.
Il governo Letta ha due ministri, entrambi del Pd, posti al perseguimento del diritto di cittadinanza generalizzato (jus soli) e del diritto degli omosessuali a vivere pienamente la cittadinanza italiana (pari opportunità). Sono i ministri, di italianità acquisita, Kyenge e Idem. Entrambi donne. Essi perseguono con serietà e coerenza i loro obiettivi. E’ appena il caso di ricordare che in un primo momento ministro alle pari opportunità era la Biancofiore del Pdl, poi trasferita perché non gradita ai movimenti di sinistra o, per dirla papale papale, era un ostacolo ai loro obiettivi.
La Kyenge e la Idem hanno annunciato, insieme alla Presidente della Camera Boldrini (di sinistra) che il 15 giugno andranno al gay-pride di Palermo. Una scelta assolutamente coerente. Ci mancherebbe altro che non andassero! Ma allora questo governo si assumerebbe la responsabilità – ovvio, responsabilità grave per uno di destra, grandissimo merito per uno di sinistra – di far compiere passi avanti importanti a questi due obiettivi.
E che dovrebbe fare la componente di destra del governo? Mandare tutto all’aria? La risposta non è nell’umore immediato di chi ancora si considera di destra. Sarebbe poco male. Ma potrebbe essere nei comportamenti di una destra che oggi prende atto di essere scolorita e confusa, per non dire del tutto assente, ma che, come l’acqua che scava il suo corso, potrebbe di qui a non molto giungere tumultuosa a rivendicare il suo spazio di sfogo. Vediamo ormai che masse di gente si riversano sulle piazze e danno vita ad autentiche rivolte di popolo anche per motivi inizialmente da poco. L’ultimo caso in Turchia, dove si è iniziato per difendere un parco e si è finiti per difendere un modello di vita.

Lo stravolgimento della società dai suoi caratteri tradizionali è materia importante e incandescente. La destra non può riconoscere come suo né come con-suo un simile stravolgimento. Berlusconi e Alfano, Letta e tutta la sua corte di destra e di sinistra sono avvisati. 

domenica 5 maggio 2013

Italia tra guerriglia politica e disagio sociale



Vero o non vero, esagerato o meno, la guerra tra centrodestra e centrosinistra è momentaneamente sospesa; perciò non facciamoci illusioni e soprattutto non scomodiamo Moro e Berlinguer. La tregua – dice Veltroni – è un’anomalia, “una fase di assoluta e inedita emergenza, dovuta all’intreccio tra una devastante crisi istituzionale e una devastante crisi sociale”. Il governo Letta non è né una formula, né una scelta virtuosa, è una necessità. (Corriere della Sera, 4 maggio). Più chiaro di così! Intanto, come in tutte le guerre di conquista, è iniziata la guerriglia sul territorio conquistato. Imu no, Imu sì. Presidenza della Convenzione a Berlusconi no…a Berlusconi sì. Renzi e Fassina, i dioscuri del Pd non vogliono che Berlusconi la presieda. Difficile dire fino a che punto siano convinti di quel che dicono, l’importante è creare scontri, dissapori, fastidi. Come quello dell’amazzone Biancofiore, la sottosegretaria dirottata per proteste delle femministe dalle Pari opportunità alla Pubblica amministrazione.
Letta raccomanda: “Siamo una squadra di governo, fate attenzione alle cose concrete e attenti alle parole”. Sembra l’allenatore juventino Conte, che prima della partita arringa i suoi: “Siamo la Juve, mi raccomando, poche parole e concretezza!”. Letta è consapevole che in Italia ci si squarta per le parole, per il cavillo. Tra ragazzi, una volta, i bisticci diventavano mazzate non quando c’erano offese concrete ma quando l’uno toccava il naso dell’altro, allora si scatenava la rissa furibonda. Sì, per una toccata di naso!
Pare che anche nella compagine governativa si cerchi la toccata di naso per mandare tutto all’aria. Anche qui il pretesto fa aggio sul motivo. Pare a chiunque che la presidenza della Convenzione sarebbe più opportuno affidarla ad una persona garante di terzietà, che onestamente Berlusconi non potrebbe essere. E chi potrebbe essere, allora, Rodotà? Speriamo che Grillo non si sogni di proporlo, sarebbe la toccata di naso temuta.
Ma la guerriglia non è solo sul territorio fisico, anche su quello mediatico, ovvero sulla rete. La Presidente della Camera Boldrini riceve insulti, ingiurie e minacce di fuoco e di schifo. Chi gliele può fare? Se volessero i carabinieri lo scoprirebbero in men che non si dica (dixit Severgnini). E perché non lo fanno?
Alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle sono stati sputtanati sulla rete con la pubblicazione di corrispondenza elettronica privata. Sarà che io col computer so appena fare uso della videoscrittura che non riesco ad immaginare come facciano questi Arsenio Lupin ad entrare nella posta privata, protetta da password a volte fantasiose e inimmaginabili, prendere le lenzuola ed esibirle come facevano una volta gli sposi novelli dopo la prima notte di nozze per rassicurare genitori e suoceri della verginità della pulzella “sacrificata”.
Qualcuno dice che cambiano i tempi e i mezzi, ma le verità del Vangelo restano: chi di spada ferisce, di spada perisce. Il Movimento 5 Stelle si è gonfiato tramite la rete. Chissà che ora altri esperti dell’arnese diabolico non trovino la valvola giusta per sgonfiarlo! Ma, così facendo, aumenta il processo di forestazione, che ormai ha inghiottito vaste zone di civiltà.
Altro aspetto di questa sempre più estesa guerriglia sociale è il proliferare di delitti non legati alla malavita. Come questi possano connettersi alla crisi che stiamo vivendo è difficile dirlo. L’esplosione di omicidi-suicidi in tutta Italia sta colpendo in particolar modo le donne, tanto che si è coniato di fresco il neologismo “femminicidio”. Ma vittime sono anche le famiglie, i figli. Sarebbe estremamente grave se queste forme di giustizia fai da te nascessero dalla sfiducia sempre più diffusa e radicata nella giustizia. Si sa che nei vuoti di potere, nell’anarchia, attecchiscono e allignano erbacce e piante infestanti di ogni tipo.
Nella mitica età dell’oro, cantata dai poeti, la prima divinità a lasciare la Terra, a significare la fine di quell’età, fu proprio Dike la dea della giustizia. In Italia, pur nella realtà dei tempi, non c’è da diversi decenni. C’è una convinzione diffusa che essa non serve a rendere ragione a chi ce l’ha, ma a premiare chi della giustizia fa un uso strumentale. Il governo Letta, che pure ha spaziato in lungo e in largo sulle cose da fare, poco o niente ha detto sulla giustizia.
Uno dopo l’altro sono in discussione in questo Paese i presupposti della vivibilità. Se vengono meno i capisaldi del contratto sociale, allora la situazione diventa davvero ingestibile. Non sappiamo, infatti, che cosa stia accadendo nel governo della mafia, in questo periodo di distrazione da parte dello Stato. Si ha motivo di temere che la tregua, questa volta forzatamente concessa alle organizzazioni criminali, possa servire alla loro riorganizzazione, dopo gli smacchi subiti negli ultimi due-tre anni.