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domenica 8 ottobre 2023
La scuola e la dignità degli insegnanti
Lo diceva Aristotele: nomina sunt consequentia rerum. I nomi conseguono alle cose. Sarà stato anche per questo che per secoli e secoli le cose sono state chiamate coi loro nomi. È una questione di comunicazione. Oggi si tende a cancellare anche questa verità. Così quella che una volta si chiamava delinquenza minorile oggi si chiama bullismo. Si parte dal presupposto che un minore non possa delinquere, proprio perché minore. Quella che prima si chiamava pena oggi si chiama rieducazione, comunque niente di afflittivo, perché l’afflizione non educa ma incattivisce la persona. Qui il discorso diventa più complicato perché ripropone l’antico dilemma: si rieduca con la punizione o con la persuasione?
I due ragazzi che in una nostra scuola hanno sparato al loro professore di Diritto con una pistola ad aria compressa sono stati “puniti” con quattordici giorni di sospensione e cinque in condotta. Una punizione che può tradursi in niente, perché la sospensione è un non frequentare la scuola e per dei ragazzi che sparano ai loro professori è un mezzo premio mentre il cinque in condotta è ipotetico. Le nuove disposizioni infatti lo prevedono non sulla base di un episodio ma su tutto il comportamento dell’alunno nel corso del quadrimestre o dell’anno intero. Se i due ragazzi non daranno adito ad altri provvedimenti “rieducativi” riscuoteranno a fine anno il loro bell’otto o nove in condotta. A poco vale sostenere che l’atto dei due ragazzi è dovuto alla voglia smodata di esibizione, di far parlare gli altri di sé, di uscire dall’anonimato in un modo qualsiasi, meglio se in maniera clamorosa. L’importante è che gli altri ne parlino. Va da sé che chi non può o non sa far parlare bene di sé può senz’altro far parlare male, che è cosa assai più facile e alla portata di tutti.
Fin qui l’alunno. E il professore? Sembra che per uno stipendio da fame, addirittura umiliante se paragonato a quello che guadagna un qualsiasi artigiano, il professore debba esporsi a tutti gli insulti e le vessazioni dei ragazzi, fino a subire veri e propri attacchi fisici o da loro o dai loro genitori. Il professore, quando la pena era pena, era rispettato, almeno formalmente. Se voleva sapere che pensassero i suoi alunni di lui poteva solo chiederlo alle pareti dei bagni, dove fra epigrammi e vignette scopriva quanto fosse amato e stimato.
Oggi sembra che il professore non abbia più una sua dignità, non abbia più diritti, che nel suo stipendio da fame e umiliante siano compresi anche gli insulti e gli attacchi pubblici. È stato detto che il professore di Diritto vittima del bullismo di due suoi alunni sbagliava a chiedere l’espulsione degli stessi e alla fine ha rinunciato perfino a ricorrere alla giustizia ordinaria. Tutti in Italia lo possono fare, tranne l’insegnante, che, per essere un educatore, per come oggi si intende questa figura, deve avere nei confronti dei suoi educandi una disposizione senza limiti a subire di tutto. Sfregi alla sua auto, ingiurie scritte a caratteri cubitali sulle pareti della sua scuola, sberleffi in classe, pareti di bagni trasferite sui social, se occorre perfino mazzate dai genitori dei suoi alunni. E lui, niente: non può, non deve, non vuole. Si dice: non è opportuno. E perché? Perché un insegnante deve dare l’esempio. Nel momento in cui diventa un insegnante finisce di essere un cittadino come tutti gli altri, di avere una sua dignità, per dare l’esempio. Ma di che? Di non smettere mai di dimostrare che l’educazione è sempre e soltanto fatta di clemenza, di comprensione, di persuasione. Sembra quasi che un buon insegnante è quello che passa attraverso esempi di rinuncia a difendersi, di ambire quasi ad essere preso a pubbliche umiliazioni per dimostrare di essere un educatore di vaglia, uno che rinuncia a rivalersi. Non è scritto da nessuna parte, ma è universalmente accettato che tra alunno e professore c’è una presunzione di ragione sempre in favore dell’alunno. E se pure questi commette un atto di delinquenza o come si dice di bullismo nei suoi confronti, deve essere sempre capito, perché lui ha il diritto di essere educato e tu, professore, il dovere di educarlo.
In una società in cui contano il potere e il successo in ogni loro forma o declinazione l’insegnante è l’unica figura di cittadino che deve presentarsi come l’elogio della debolezza e della frustrazione. Non si creda che i casi di bullismo come lo sparare al professore in fin dei conti sono rarità. La vita dell’insegnante, nella sua routine è spesso un far finta di non vedere, di non sentire per non dover parlare, per il quieto vivere. Non è così tutta la scuola, per fortuna; ma è anche così la scuola!
domenica 10 maggio 2015
Scuola: dagli obblighi scelti all'obbligo imposto
La scuola italiana, prima
dell’istituzione della scuola media unica, era una scuola selettiva. Il che non
deve far pensare subito che era riservata esclusivamente a chi proveniva da
famiglie di abbienti o di professionisti, anche se era avvantaggiato per una serie
di fattori. Da quella scuola sono usciti fior di professionisti e uomini di
cultura di estrazione sociale modesta.
Alla scuola media si accedeva
attraverso esami di ammissione, che erano abbastanza impegnativi e selettivi. La
selezione non era ancora una parolaccia, lo è diventata dopo. Con l’ingresso
dei socialisti al governo – siamo agli inizi degli anni Sessanta del secolo
scorso – si realizzò un loro vecchio sogno, quello di mettere in condizioni
tutti di raggiungere le più alte quote del sapere, di conseguire titoli di
studio, di accedere alle professioni, partendo dal presupposto ideologico che
tutti sono uguali. Nobilissimo fine, sancito peraltro dalla Costituzione (art.
3), anche se, a questo punto, essa non è chiara se tutti possono salire per
raggiungere le vette del sapere o se l’altezza delle vette del sapere deve
essere adeguata a tutti e dunque abbassata. Punto di vista aperto: se al governo ci sono i
meritocratici il sapere resta alla sua altezza e sale chi può; se invece ci
sono gli egualitari il sapere scende al livello di tutti. La realtà sociale e
dei singoli provvede poi ad una selezione tanto spontanea quanto inevitabile e
necessaria; ma intanto alla scuola pubblica il danno è fatto.
La scuola media divenne unica e
aperta a tutti (1962). Unica perché fu eliminata la sorella, ossia la scuola di
avviamento professionale, che esisteva dal 1928, a cui finivano quelli
che o non si sentivano portati a certo impegno scolastico o non riuscivano
a superare gli esami di ammissione. I programmi della nuova scuola media furono
solo in parte adeguati alla bisogna; furono eliminate alcune discipline
ostative come il latino, considerato peraltro inutile, e furono introdotte
altre come applicazioni tecniche; mentre tutte le altre materie rimasero
pressoché inalterate, solo un po’ svuotate a seconda della sensibilità e
preparazione dei docenti. La norma della promozione a tutti non fu mai
formalizzata, ma provvedevano i presidi e l’ideologia degli insegnanti ad
applicarla a quasi tutti. Lo scopo era di tenere i ragazzi a scuola, di limitare se non
proprio di eliminare la dispersione scolastica, di far conseguire a tutti il diploma
di scuola media, che in seguito sarebbe stato indispensabile per ogni attività
privata o accesso a posto pubblico.
La crisi della scuola, che ha poi
dato il via ad una serie interminabile di riforme, una peggio dell’altra, una
più velleitaria dell’altra, nacque proprio dalla scuola media unica. L’errore
principale fu di non creare un doppio binario, anzi di non lasciarlo, dato che
c’era. Con uno si sarebbe garantito a tutti l’obiettivo, anche facilitato, del
diploma di scuola media; con l’altro si sarebbe garantito una scuola in grado
di formare professionisti capaci e preparati. Uguaglianza e selezione potevano
trovare compatibilità, come in alcuni paesi europei. Chi scrive ha avuto la
fortuna di frequentare per un anno la scuola pubblica in Svizzera, in una
classe che da noi corrispondeva alla seconda media, e può assicurare che era molto
più facile e gradevole da frequentare della pur svuotata scuola media italiana.
Essa, divenuta unica, conservava in buona sostanza i programmi della vecchia
scuola media con tutte le loro difficoltà.
L’errore secondario fu di non
rivedere i programmi come andavano rivisti. La causa di quest’errore rimanda
all’errore primo, quello di non aver previsto una scuola media per chi avesse
voluto in seguito continuare gli studi per il conseguimento di un diploma o di
una laurea. Modificare i programmi in una scuola di tutti e per tutti voleva
dire compromettere gli apprendimenti necessari per affrontare la scuola
secondaria superiore e l’università. Sicché si preferì l’equivoco, fondato
sull’abbaglio ideologico egualitarista,
di una scuola buona per tutti, in teoria, per nessuno in pratica. Per alcuni, infatti, era troppo pesante, per
altri troppo leggera.
La scuola selettiva era una
scuola di scelta e di obblighi per l’alunno: frequenza, applicazione, profitto,
rispetto. La scuola dell’obbligo è una scuola imposta dalla legge, che
paradossalmente ha provocato negli alunni un senso di inutilità ed un equivoco:
tu Stato mi obblighi a frequentare la scuola quando potrei avviarmi ad un
mestiere, ma io faccio quello che mi pare: frequento se voglio e studio se voglio;
peraltro questa tua scuola è pesante, a tratti è una tortura quando mi espone
ad un confronto con gli altri che mi umilia e mi penalizza. Tu Stato vuoi che
io frequenti la scuola con profitto? Bene, rendimela interessante e piacevole,
consona ai miei obiettivi esistenziali.
Non è un sentimento o
ragionamento campato in aria. Già Gramsci metteva in guardia: la legge è
un’imposizione: può importi di frequentare la scuola, non può obbligarti a
imparare, e, quando tu abbia imparato a non dimenticare.
La scuola degli obblighi degli
studenti, scuola scelta, cedeva alla scuola dell’obbligo che era imposta. Era
inevitabile che il processo avviato con la scuola media unica giungesse alla
scuola secondaria superiore, licei compresi e poi università. Il ’68 esplose in
Italia certamente per molte cause, nazionali e internazionali, ma trovò terreno
fertile nella scuola, soprattutto superiore e università, dove si viveva una
contraddizione insostenibile. Il sei politico e la promozione garantita erano
la risposta di chi allo Stato chiedeva una scuola di cui si vedesse l’immediata
utilità e fosse alla portata.
Da allora in poi sono state
tentate tantissime riforme – come giù si diceva – alcune delle quali
inevitabili per adeguare i percorsi scolastici alla realtà che cambia sempre
più rapidamente e tumultuosamente. L’ultima, quella renziana, la “buona
scuola”, come tutte le cose renziane, è annunciata con criterio da marketing;
ma si propone come la peggiore e la più velleitaria. Peggiore, perché non
migliora la condizione degli alunni e degli studenti, mentre peggiora quella
degli insegnanti, ridotti a burbe in balia di caporali (dirigenti). Velleitaria,
perché non affronta minimamente il problema vero e centrale della scuola, che è
quello dei programmi. Questi andrebbero ristrutturati in tutte le scuole, a
partire dalla media, fino ai licei, dove ancora – per fare un esempio – si
leggono “I promessi sposi” e si perdono due anni di tempo per brani antologici
di autori dalle origini ai giorni nostri e si riserva allo studio sistematico
della storia della letteratura italiana al
solito triennio, concepito circa un secolo fa. Secoli importantissimi, come il
Settecento e il Novecento, sono mortificati quando non proprio ignorati, a
tutto vantaggio – per carità meritato – del Quattro-Cinquecento e Ottocento. Ma
se si iniziasse a partire dal primo anno delle superiori ci sarebbe tempo per
uno studio più esteso e approfondito di tutti i secoli. Questo per quanto
riguarda l’Italiano; ovvio che similari necessità si avvertono anche nelle
altre discipline, che andrebbero perciò svecchiate e adeguate ai tempi e al
tempo.
domenica 17 aprile 2011
Cambiare i libri di storia o la storia?
Recentemente esponenti politici, anche qualificati, del centrodestra sono tornati alla carica coi libri di storia, in particolare i manuali scolastici, che, a loro dire, sarebbero di sinistra e veicolerebbero propaganda contro la destra. Una propaganda tanto più efficace quanto più rivolta a giovani e spesso integrata da insegnanti di sinistra.
A me sembra un problema serio posto però in modo sbagliato. Anzitutto distinguerei il racconto storiografico dalle problematiche politiche e sociali attuali. Occorrerebbe mettere un limite al racconto storiografico, oltre il quale non è più storia ma attualità politica. Ma si può? Le case editrici, d’accordo con gli autori, specialmente in questi ultimi vent’anni, hanno voluto, invece, allungare il racconto storiografico “fino ai giorni nostri”, formula per legittimare incursioni nel dibattito politico attuale. Il vero problema è questo. E non mi sembra un gran problema.
Quando si insiste sugli storici di sinistra o sui manuali scolastici di sinistra si abbaia alla luna. Non si può negare che con la sconfitta dei regimi totalitari, spesso degenerazioni dei governi liberali e borghesi dell’Ottocento, si è imposto nel mondo un indirizzo per così dire latamente di sinistra, recepito dal racconto storiografico. Simile racconto ha in sé dei messaggi educativi, tendenti a non far ripetere ai popoli e agli individui le stesse esperienze che caratterizzarono la prima metà del Novecento e furono sconfitte con la Seconda Guerra Mondiale. Sentiamo spesso elevare il valore della memoria ad impedimento a non commettere certi errori del passato, nella formula umanistica di historia magistra vitae. C’è una mobilitazione in questo senso, degna, in verità, di qualsiasi regime politico che voglia difendersi e perpetuarsi.
Contro un simile indirizzo storiografico non si può fare nulla. Non i libri, infatti, si tratterebbe di cambiare, ma la storia stessa; la qual cosa è assurda oltre che impossibile. Semmai dovrebbero essere gli insegnanti ad educare le giovani menti all’esercizio critico. Cosa che non accade, che anzi accade al contrario, perché la gran parte degli insegnanti di storia, essendo di sinistra, si appiattiscono su quello che racconta il libro ed anzi utilizzano i fatti dell’attualità per stabilire improbabili rapporti con gli eventi del passato. La domanda di attualizzare il racconto storiografico fino ai giorni nostri viene proprio da docenti militanti. In questo senso manuali ed insegnanti trasformano la disciplina della conoscenza storica in indottrinamento vero e proprio.
L’obiezione che ci sono anche insegnanti di destra è debole, perché, a parte che ce ne sono pochi, perché la stagione dell’uva non è la stessa del grano, voglio dire che se nella prima metà del Novecento erano di più quelli di destra, nella seconda metà sono diventati di più quelli di sinistra, quei pochi che ci sono devono stare attenti perché le leggi dello Stato in materia di fascismo, nazismo, razzismo, shoah e quant’altro, impediscono libertà di critica. Anche qui, benché in democrazia, sono stati predisposti strumenti giuridici di difesa né più né meno di qualsiasi altro regime politico.
Si dice: ci sono autori di storia che sconfinano nella politica. Questo è vero. “Guida alla storia” di Giardina-Sabbatucci-Vidotto, per esempio, della Laterza, spiega Berlusconi come uno che lega la sua popolarità “ai suoi successi di imprenditore fattosi da sé e sull’appoggio esplicito e implicito delle sue reti televisive”, al fatto di essere proprietario del Milan, “la società di calcio più forte del momento”, e subdolamente illustra la pagina con un Silvio Berlusconi che guarda Silvio Berlusconi mentre si rivede in uno spot televisivo. Tecniche di propaganda pura. “Codice storia” di De Luna-Meriggi-Tarpino (Paravia) insiste sul fatto che Forza Italia è il “partito istantaneo…costruito con stupefacente rapidità da Silvio Berlusconi, proprietario della Fininvest (il più grande gruppo editoriale e televisivo italiano)”, che nel 1994 ben 50 parlamentari berlusconiani vengono da Publitalia “l’azienda del gruppo Berlusconi che gestiva le entrate pubblicitarie”. Non sono che degli esempi. Non tutti, evidentemente, nascondono la propaganda nelle informazioni. “I giorni e le idee” di Feltri-Bertazzoni-Neri (SEI), pur allungando il racconto ai giorni nostri, si limita ad un’esposizione assolutamente asettica e lineare, in cui il lettore non trova nulla né di compiacente né di irritante.
Qui non si tratta di verificare se le notizie fornite dal manuale sono vere o false. Sono vere, ma selezionate, impaginate e proposte in modo strumentale. Su questo non c’è dubbio alcuno. Bisogna sempre diffidare delle ovvietà, delle apparenti inutilità. La domanda che occorre porsi, infatti, è perché uno strumento di studio, com’è un libro di testo scolastico, fa una cosa superflua, aggiungendosi ai tenta media che quotidianamente forniscono le stesse informazioni attingendole dal dibattito politico. La risposta è che attraverso un libro scolastico si amplia l’area di diffusione di certe argomentazioni politiche e nello stesso tempo si conferisce crisma di verità alle stesse.
E’ questo che il centrodestra contesta. Ma che cosa si può fare a parte il rumore, che già di per sé pone il problema? Nulla, perché non si può imporre né agli autori né alle case editrici né agli insegnanti limiti e modalità di trattazione della disciplina. Agli autori si può far capire che la storia non può essere ridotta ad ancilla ecclesiae, quale ne sia la natura. Agli insegnanti si può solo, o da parte degli studenti o da parte delle famiglie, chiedere che stiano attenti a non scegliere manuali a rischio, che in classe non si producano in discorsi propagandistici per non turbare la serenità del processo educativo e il rapporto di fiducia che hanno con gli studenti, che evitino di creare incidenti che vanno a nocumento della scuola. Per il resto le cose non possono andare che così. Ieri c’erano i manuali di Pietro Silva e di Gioacchino Volpe, oggi quelli dei Giardina e dei Camera-Fabietti. I signori del centrodestra fanno prima a cambiare la storia, come del resto hanno già iniziato a fare. E tra qualche anno saranno gli altri a lamentarsi.
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domenica 19 dicembre 2010
Se lo Stato si lascia umiliare la democrazia è morta
Le immagini di guerriglia urbana del 14 dicembre scorso a Roma hanno dell’incredibile. Carabinieri, agenti di polizia, finanzieri presi a sassate, a sprangate, a bottiglie incendiarie, selvaggiamente colpiti. Mezzi militari dati alle fiamme, con colonne di fumo che s’innalzavano fino al cielo. Auto, negozi, vetrine colpiti, incendiati; tutto in un’orgia di distruzione. Da una parte i manifestanti, che cercavano di uccidere; dall’altra, gli uomini dello Stato, che cercavano di non farsi e di non fare del male. Uno spettacolo ignobile, sconvolgente. Tutto quello che avevano ordine di fare le Forze cosiddette dell’Ordine era di subire per evitare il peggio, non per se stessi, né probabilmente per i manifestanti, ma per l’establishment politico, che si sarebbe trovato a dover gestire qualcosa di diverso di un voto di sfiducia o di fiducia in Parlamento. E difatti il cordone di uomini e di mezzi delle Forze dell’Ordine era intorno a Palazzo di Montecitorio per impedire che i manifestanti, fra cui i soliti professionisti del crimine sociale, gratuito e garantito, infiltrati o semplicemente aggregati, irrompessero nell’Aula sacra della democrazia, dove c’erano altri scalmanati, i signori politicanti, nell’inutile liturgia della conta.
A Roma, come ad Atene, come a Parigi e a Londra. D’accordo. Si vive in tutta Europa un momento terribilmente serio. Ognuno rivendica diritti, chiede sicurezza di lavoro e di reddito, di prospettiva sociale, di studio e di formazione. I giovani hanno più ragione di tutti. Ha detto il filosofo polacco Zygmunt Bauman che “C’è senza dubbio nei giovani studenti una grande rabbia, che è una mistura esplosiva di paure verso il futuro – certamente giustificate – e di una disperata ricerca – altrettanto giustificata – per scaricare l’ansia che hanno dentro” (Il Messaggero, 18 dicembre). Diventa drammatica la situazione quando si riconoscono le ragioni ma ad impossibilia nemo tenetur. Le risorse finanziarie scarseggiano, mentre la crisi sociale viene da molto lontano. In dittatura il sospetto che altri si stiano fottendo le cose che spetterebbero a te resta un sospetto; in democrazia è certezza e diventa il carburante del pensiero e dell’azione. Male io, male tutti!
In Italia non si sta né peggio né meglio di altri paesi. Le forze politiche di opposizione, fra cui gli incredibili esponenti di un vuoto “futuro” e di un'altrettanto vuota “libertà”, che per sedici anni sono stati come culo e camicia con quello che oggi definiscono il tiranno, non fanno che gufare; sperano nel tanto peggio tanto meglio. Ma non dicono che se in Italia dovesse arrivare la crisi greca o irlandese, come loro vorrebbero, i primi a venir colpiti sarebbero i cittadini che vivacchiano con uno stipendio di fame e con una pensione d’estrema unzione; gli stessi che in qualche modo sostengono i loro figli disoccupati o precari. Se lo Stato ha bisogno di soldi va sul sicuro e prende da chi non può neppure opporsi, e cioè dai lavoratori a reddito fisso.
Proprio per la gravità della situazione tutte le forze politiche avrebbero dovuto da tempo mettere da parte gli egoismi di partito e le maniacali, irrazionali, fanatiche avversioni al governo, per dare una dimostrazione di serietà e di responsabilità al popolo. E’ penoso starli a sentire tutti parlare di responsabilità e pretendere che altri facciano quel che loro per primi non fanno. Non c’è forza politica, di maggioranza e di opposizione, che non sia lacerata, spaccata, in guerra con se stessa, prima ancora di esserlo contro le altre. E pur, nel disaccordo generale, c'è chi nelle opposizioni invoca la formazione di un Cln (Comitato di liberazione nazionale) contro il governo Berlusconi.
Pazzi e criminali! Evocano bande partigiane e formazioni salodiane, in un momento in cui abbiamo bisogno di stringerci insieme per affrontare la crisi, senza farci più male di quello che già abbiamo.
A Roma lo Stato è stato insultato, mortificato, irriso, umiliato e danneggiato e non solo per colpa dei cosiddetti dimostranti. Certo, la loro è la rappresentazione più fisica e immediata. Ma ancor più colpevoli sono quelli che erano dentro il Palazzo a trastullarsi nei giochi di chiama e conta.
I magistrati hanno fatto bene, a prescindere dalle loro intenzioni ideologiche, purtroppo ormai acquisite, a scarcerare quella ventina di ragazzi presi durante i disordini. Probabilmente non erano questi neppure i peggiori responsabili di quanto era accaduto. Dovevano prenderne alcuni e magari hanno preso i meno furbi e scaltri. Sarebbe stato cinico e ingiusto trattenerli in carcere e magari processarli e condannarli, mentre chi veramente si era scatenato nella furia devastatrice era riuscito a farla franca, solo per dire che lo Stato c’è e che funziona. No, quei ragazzi andavano liberati e restituiti alle loro famiglie, come è stato fatto. Lo Stato ha dimostrato che non c’è, proprio perché non funziona.
Uno Stato che non riesce a prevenire, che non sa reprimere difendendosi sul campo, che non sa fare giustizia di quanto è accaduto è uno Stato ostaggio di gente incapace, che si gingilla con le parole, che passa il suo tempo a tramare per personali ambizioni; più che uno Stato giuridicamente inteso, è una condizione di degrado e di disfacimento.
Se questo governo, chiaramente inadeguato – non c’è davvero bisogno d’altro per capirlo – ma non sostituibile nell’immediato, per evitare che la situazione peggiori, meritasse di essere dimissionato lo è proprio per quanto è accaduto a Roma il 14 dicembre.
Non c’è cittadino che di fronte a dei selvaggi che col volto coperto e con la spranga in mano colpivano dei poveri poliziotti o finanzieri già a terra con tutte le insegne dello Stato sotto i piedi, non c’è cittadino, dicevo, che non abbia invocato ben altre giustizie, ben altre metodiche politiche, ben altre atmosfere. E forse se quei giovani esagitati fossero riusciti ad entrare nelle sacre stanze del potere infingardo per dargli una lezione non sarebbe stato più grave dell’averglielo impedito. Anche l’indignazione vuole la sua parte.
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domenica 5 dicembre 2010
Scuola: una riforma che non s'ha da fare!
“Mio caro, ho ricevuto, finalmente, oggi, la tua amatissima cartolina, alla quale m’affretto a rispondere prima che tu parta per Torino. Qui a Napoli, noi, studenti Universitari, siamo in sciopero da circa una settimana…”.
No, la cartolina sulla quale si leggono queste parole non è stata spedita in questi giorni di recrudescenza studentesca. In prosieguo di testo, si legge: “…per la Riforma Gentile, che va mano mano applicandosi. Sono successi parecchi incidenti tra studenti fascisti e non fascisti: ci sono stati 5 o 6 feriti. Non saprei dirti il giorno della riapertura: oggi il Rettore convoca il Senato Accademico per prendere qualche disposizione a riguardo”.
La data è il 20 gennaio1925, diciassette giorni dopo il fatidico discorso alla Camera del 3 gennaio, quando Mussolini si assunse tutte le responsabilità del delitto Matteotti e diede inizio alla dittatura fascista. Non so se mi spiego! Gli studenti universitari manifestavano anche durante il fascismo, benché non ancora regime, e sempre per una riforma. E che riforma!
Nei miei cinquant’anni di scuola, da studente e da insegnante, non ricordo ministro della pubblica istruzione che non sia stato bersaglio degli studenti e della stampa avversa, spesso con epiteti gratuitamente e sommariamente ingiuriosi. Ricordo, tra i primi che mi vengono a mente, Riccardo Misasi trasformato in Misasino, Franca Falcucci in Falciucci, lo stesso Luigi Berlinguer in copertina di un settimanale di destra con le orecchie d’asino, il povero Tullio De Mauro in pubbliche lacrime, fino alla Gelmini nell’immaginetta della “Santa Ignoranza”, forse per quel volto di santarellina. Le riforme, poi, sempre ferocemente avversate. Il ’68 in Italia ebbe la sua causa scatenante nella riforma del Ministro Luigi Gui. Inutile tirarla oltre: lo sanno tutti, in Italia non si può fare mai una riforma, men che meno quella della scuola o dell’università. Gli italiani si sentono tanto commissari unici della nazionale di calcio quanto esperti di cultura e di organizzazione dell’istruzione ad ogni livello e grado. Hanno bisogno di criticare, essere contro. E’ per loro imprescindibile. Allora, guai a toglier loro la materia dell’avversare!
Tutti sono riformisti a chiacchiere, poi sacrificano ogni importante riforma alla ragion politica del momento; un po’ perché non si dicesse che la riforma l’ha fatta la parte politica avversa e un po’ perché sono nella sostanza decisamente conservatori. Intendiamoci, lo fanno sia quelli di destra nei confronti dei governi di sinistra, sia quelli di sinistra nei confronti dei governi di destra.
Con la riforma Gelmini è successo, però, un fatto nuovo o quasi. Buona parte della stampa, anche di quella che non fa sconti al governo in carica, l’ha valutata positivamente, sia pure senza molti entusiasmi. Ciononostante si sono viste cose turche, con leader anche attempati salire, tanto rischiosamente quanto comicamente, sui tetti a manifestare con gli studenti, dando chiara e netta la sensazione che la riforma universitaria era solo un pretesto.
Ora, le manifestazioni studentesche sono le più facili da organizzare. In genere vengono fatte da eserciti di ragazzi che partecipano in maniera acritica perché l’età e le circostanze fanno loro approfittare di giornate festose, graziosamente giustificate. Gli organizzatori sono sempre gli studenti più svogliati, quando non si tratta di agitatori che fanno le prime prove politiche a scuola. Le stesse che dal ’68 in poi sono state istituzionalizzate, attraverso assemblee di classe e di istituto, elezioni scolastiche, partecipazione ai consigli d’istituto, che hanno sottratto tempo prezioso alle attività didattiche, e alla fine, in virtù del loro ruolo gli organizzatori se la cavano con abbuoni vergognosi. Per dirla papale papale: c’è chi consegue il titolo di studio senza mai aprire un libro, per premio alla carriera. E’ accaduto che siano diventati perfino professori universitari.
Ciò detto, va aggiunto che gli studenti a volte hanno validi motivi predisponenti. Il più importante dei quali, oggi, è il difficile inserimento nel mondo del lavoro dopo aver conseguito la laurea. Questa difficoltà, che oggi più che in qualsiasi precedente situazione ha i caratteri della disperazione, crea negli studenti, specialmente in quelli più politicizzati o variamente ostili a Berlusconi, visto come un Paperon de’ Paperoni vizioso e sporcaccione, uno stato d’animo di rabbia, per cui non si riflette tanto sui contenuti della riforma quanto sull’inanità dello studio.
Ad essi si aggiungono i politici interessati e ovviamente i docenti, i quali dalla riforma Gelmini sono minacciati nei loro privilegi.
Non sono cose da poco. Spesso, nel regno dell’intellettualità, vivono contraddizioni spaventose. Volterriani a parole, di una intolleranza incredibile nei comportamenti e nei fatti. E’ inutile che io stia qui a citare le aberrazioni di sedi universitarie proliferanti di docenti che ricordano i nobili della corte di Versaglia, di cattedre inventate, di concorsi fasulli, di docenti senza alunni e produttori di nulla, di ricercatori che non ricercano e via di seguito, tutta gente che prende il suo bravo e congruo stipendio e si fregia dei simboli accademici. Questa gente a parole è per la riforma, perché riforma è bello. Come ogni brava persona è per il rispetto del padre e della madre, così non si bestemmia la riforma. Nei fatti, però, questa gente si arrocca e minaccia sfracelli appena sente il fiato sul collo di un qualche cambiamento.
Gli studenti avrebbero ragione di ribellarsi, di salire sui tetti e magari di sfondarli, ma non a difesa della conservazione, bensì contro. E invece, che fanno? Si lasciano strumentalizzare e inconsapevolmente fanno gli interessi dei loro parassiti. I mass media fanno il resto, esibendo nelle loro vetrine mediatiche gli improvvisati masanielli del libro e del libretto, i futuri Capanna, i quali durano la breve stagione delle cicale. Intanto i loro bravi benefici li avranno, mentre gli altri, gli anonimi, potranno sempre dire: io c’ero! Storie viste e riviste, senza che avessero insegnato mai nulla. La riforma non s’ha da fare, viva la riforma!
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domenica 16 maggio 2010
Due-tre cose sull'Università del Salento
Prima cosa. Una volta l’Università del Salento si chiamava Università di Lecce. Così è nel mio diploma di laurea conseguito nell’aprile del 1973; così fino a pochissimi anni fa. Quell’Università non esiste più. Sotto il profilo giuridico nulla da eccepire: il soggetto è lo stesso, ha solo cambiato nome. Sotto il profilo politico e culturale è un’altra cosa. Prima di tutto non è più di Lecce, ma del Salento; il cambio non è senza significato. La nuova dicitura indica una pluralità di sedi, con alcuni corsi di laurea espatriati, per ora solo a Brindisi, nel nome del Grande Salento. Entità, questa, che non si sa bene se geografica o politica. Peraltro, già a Lecce, l’Università è dispersa in tante sedi diverse, fatta a pezzi e sparpagliata. Inevitabile, del resto, data la crescita. Ma ha perso il suo fascino e la sua funzionalità. Molte di queste sedi sono in locali adattati e perciò inadeguate, dove invece di aule o uffici universitari potrebbero esserci uffici delle case popolari o della previdenza sociale. MacLuhan diceva che il mezzo è il messaggio. Mi piace dire, da insegnante, magari anche esagerando, che la sede è la scuola.
Seconda cosa. L’intitolazione. Sembrava quasi che non ci fosse alternativa alla proposta del Prof. Pankievicz di intitolarla a Giuseppe Codacci Pisanelli, tra i fondatori e primo rettore dell’Università. E invece l’amico Mario Carparelli, ricercatore di filosofia, ha lanciato la proposta su facebook di intitolarla a Giulio Cesare Vanini (1585-1619), filosofo di Taurisano, condannato al rogo per ateismo dal Parlamento di Tolosa, uno degli autori salentini più famosi al mondo, proprio per la vicenda biografica che lo innalza ai livelli di Giordano Bruno e di altre eccellenti vittime del potere politico e religioso.
Benché Vanini sia mio concittadino e nel mio esercizio giornalistico io operi all’insegna del suo motto “Fraudes detegere – figmenta patefacere” (scoprire le frodi – svelare gli inganni), non mi dico d’accordo, per alcune considerazioni. Non mi sorprenderebbe se ora venissero fuori altre proposte, che so, Quinto Ennio, il Galateo, l’Ammirato, qualche bella figura degli Altavilla, e doversi bisticciare a difesa di un campanile o di un improbabile remoto riferimento politico. Credo, invece, che un’istituzione importante come l’Università debba avere il nome e i simboli del suo tempo. Giuseppe Codacci Pisanelli, pur con tutte le obiezioni del mondo, resta un nome a cui è difficile contrapporne un altro a saldo, per quanto meritevole possa essere l’altro.
Terza cosa. Lo spettacolo che Rettore e Presidi da una parte ed esponenti del governo nazionale dall’altra stanno dando in questi giorni a causa dei tagli finanziari, previsti in ragione dei criteri selettivi, lascia quanto meno perplessi. Il livello dello scontro è biasimevole per l’una e per l’altra parte, sia per toni che per argomentazioni.
Il Rettore Domenico Laforgia e alcuni Presidi, chiamati in causa (Strazzeri, Invitto, Dattoma), dicono che hanno già tagliato tutti gli sprechi tagliabili. Il ministro Raffaele Fitto e il sottosegretario Alfredo Mantovano ribattono, indicano le cattedre-doppioni e suggeriscono una politica universitaria di contenimento delle cattedre umanistiche, i cui laureati non sono richiesti nel mercato del lavoro, almeno non nel numero che quelle cattedre producono. Si controbatte dicendo che l’Università non è una scuola professionale e che deve dare a tutti l’opportunità di studiare in libertà d’indirizzo e di scelta a prescindere dal mercato del lavoro. Si controcontrobatte accusando chi difende una simile Università di essere fuori dal mondo e che chiedere soldi per soddisfare capricci personali è assurdo in un momento in cui le vacche sono più magre di quelle sognate dal Faraone d’Egitto e l’Europa attraversa una crisi finanziaria piuttosto grave.
E’ un dibattito serio, questo? Si assiste piuttosto non ad un concorso di forze per aiutare l’Università, che versa in cattive condizioni, non solo di soldi, ma ad un concorso di forze per danneggiarla, sia pure con intenzioni e metodiche diverse. Da una parte si vuole mantenere i rami secchi fino a quando non fanno seccare anche il tronco verde; dall’altra si vorrebbe colpire l’albero dove para-para, tanto un ramo vale l’altro.
E’ di tutta evidenza che non si può da un giorno all’altro azzerare tutte quelle situazioni ormai consolidatesi che hanno fatto dell’Università un luogo d’irresponsabilità culturale e finanziaria: cattedre fantasiose, insegnamenti con pochissimi studenti, altri con elargizioni di voti per intercettare il favore degli stessi, corsi corsini e corsetti “profumo”, che comunque costano danaro e via di seguito. Ma non si può neppure tollerare che un simile atteggiamento dai rappresentanti dell’Università venga considerato giusto anche in prospettiva nonostante i fallimenti prodotti.
Da parte loro i due autorevoli rappresentanti salentini del governo sbagliano a rapportarsi con chi rappresenta l’Università come se questi fossero degli avversari politici. Sembrerebbe quasi che gliela vogliono far pagare per qualche “torto” subito. La sconfitta alle Regionali?
Di certo c’è che né gli uni né gli altri intendono trovare un punto di accordo e che tutti puntano al commissariamento, palleggiandosi per ora le responsabilità.
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