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sabato 2 agosto 2025

Ma governare si può in questo paese?

Ancora una volta dei giudici, questa volta della Corte di Giustizia Europea, sono intervenuti per dire che è legittimo che sia un giudice a stabilire se un Paese è sicuro o meno. Per loro è sicuro quel Paese in cui non ci sono guerre, in cui nessuno corre il rischio di subire discriminazione e persecuzione. Stando così le cose e conoscendo quanto accade nel mondo, nessun Paese è sicuro “in assoluto”, compresi gli Stati Uniti d’America, compresa l’Italia. In ogni parte del mondo si può dimostrare che ci sono dei perseguitati, che esistono condizioni di pericolo. Sicché quanti ne vengono vengono in Italia di migranti, fossero pure milioni, dovrebbero essere ben accolti perché provenienti da paesi “insicuri”. E a dirlo non è il Governo, a cui spetta il dovere di assumersi ogni responsabilità dell’azione politica ma il primo giudice che si alza la mattina e pontifica su quel che quel giorno più gli aggrada. Sicché, mentre il governo è responsabile di quel che accade nel nostro Paese, a decidere se una cosa si deve o non si deve fare, sono altri, in questo caso i giudici. I quali, forti dell’obbligarietà dell’azione penale, possono intervenire dove vogliono o ritengono opportuno. Alla pronuncia della Corte Europea ha gioito anche l’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per i migranti, il quale è andato oltre con affermazioni indegne di un prelato. A suo dire il governo italiano in maniera subdola mette in essere degli atti illegittimi nei confronti di migranti ritenuti non in regola, in riferimento al Cpr di Albania. L’alto rappresentante della Chiesa è del parere che qualunque migrante, per il fatto di essere un migrante, viene da un paese in cui non si sente al sicuro. Altrettanto forte è giunta la replica del Governo. La Presidente Meloni ha risposto a muso duro sia alla Corte di Giustizia, accusata di competenze indebite, sia all’arcivescovo Perego. Anche i leader della maggioranza governativa, Salvini e Tajani, hanno risposto con determinazione, ribadendo che il Governo continuerà ad andare avanti con le sue politiche per combattere i trafficanti di esseri umani e per difendere i confini italiani. Quel che ancora una volta emerge da questo intrecciarsi di competenze è che ormai non si può più governare. Qualsiasi atto, a giusta o ingiusta ragione, capziosamente o razionalmente, viene impugnato dalle opposizioni politiche, dalla magistratura, dalla Chiesa, dai sindacati, dagli oppositori di strada, pur di impedire al Governo di governare. Viene di ricordare quanto disse Mussolini negli ultimi tempi della Repubblica di Salò: in Italia non è né facile né difficile governare, è inutile. Ma forse lui pensava ancora da dittatore, avendo potuto governare per vent’anni. Oggi governare è semplicemente impossibile. Hai a che fare con una caterva di nemici, i quali se pure è legittimo che ti combattano, non è accettabile che per farlo vadano contro gli interessi del comune Paese di appartenenza. Vedi con quanta iattanza e soddisfazione i vari Schlein, Conte, Renzi e compagni parlano del miliardo di euro speso dal governo italiano per costruire il Cpr in Albania, pur fingendo di dolersene; sarebbero doppiamente “contenti” se i miliardi spesi fossero stati due. È la democrazia, bellezza! È pur vero che molto spesso a legarsi le mani sono gli stessi governanti, i quali aderiscono ad astratte iniziative internazionali, senza considerare tutte le conseguenze. Vedi la Corte Penale Internazionale dell’Aja che ha condannato alcuni uomini politici, come Putin e Netanyahu, sui quali pesa un mandato di cattura internazionale. Sicché se oggi si decidesse di fare in Italia un incontro per la pace tra Russia e Ucraina non sarebbbe possibile per l’obbligo che scatterebbe di arrestare Putin. Un inghippo del genere è già successo con il Generale libico Almasri, che condannato dall’Aja e arrestato a Torino, invece di essere consegnato alla Corte Penale dell’Aja per i dovuti provvedimenti, fu messo su un aereo di Stato e riportato in Libia. Un chiaro atto eversivo, che si spiega con la ragion di Stato, ovvero per evitare che, consegnando Almasri all’Aja, ci fossero ritorsioni nei confronti dei nostri connazionali che lavorano in Libia. Purtroppo con molta leggerezza i politici si legano le mani da sé con lacci e lacciuoli, che poi devono o spezzare, contravvenendo alle convenzioni, o rispettare rimanendo fermi nell’inazione. Politici più lungimiranti, proprio per non crearsi problemi, non aderiscono a simili istituzioni internazionali, che sono buone e nobili nelle intenzioni ma complicate nella fattualità.

sabato 11 maggio 2024

Colpevoli? No, sereni

C’è da trasecolare. Un cittadino perbene, rappresentante delle più alte istituzioni e di enti pubblici, viene dall’oggi al domani arrestato con accuse pesantissime, corroborate da intercettazioni inequivocabili, e come se ne esce? Sono sereno, confido nella magistratura. Come se a farlo arrestare non fosse stata la magistratura ma una banda di sequestratori. Ma come si fa? Se un tale è davvero innocente ma viene arrestato, come minimo si dispera, si macera dentro, invoca il Padreterno e tutti i santi del paradiso, minaccia di uccidersi, se gli riesce lo fa. Come può essere sereno? Non si chiede perché? Non cerca di fare un esame del suo passato per vedere se ha commesso qualcosa di illecito, magari non volendo? No, la prima cosa che dice è che lui è sereno. Ormai è un ritornello. Salvo poi ad avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice. Nel corso di Tangentopoli ci furono suicidi. Alcuni eccellenti. Non so se erano colpevoli o innocenti. Bruciava il fatto che se avevano preso soldi lo avevano fatto per il partito e si sentivano fottere che a pagare fossero soltanto loro, mentre altri, non meno colpevoli, continuavano ad essere insospettabili. Il cruccio di Craxi e compagni fu proprio quello. E il senso del suo storico discorso alla Camera sulla correità resta il testo più importante di tutta la vicenda di Tangentopoli. Alcuni si suicidarono perché avevano ancora il senso della vergogna. Io non dico che ogni arrestato per malversazione sia, ipso facto, colpevole, ma non capisco neppure perché si sente sereno. Forse perché ha saputo fare le “cose” così bene da sentirsi in una botte di ferro. Sa che non risulta da nessuna parte che è colpevole. Non ci sono prove. Come se dei ladri avessero rubato senza lasciare impronte digitali perché avevano indossato prima dei guanti di lattice. E i soldi che se li ritrovano sui loro conti come sono arrivati e perché? E che significa: mi devi dare una mano, c’è la campagna elettorale; dobbiamo ritrovarci per festeggiare l’avvenuto favore? Questi, a differenza dei mafiosi, che hanno tutto un loro modo di comunicare e hanno un lessico colorito, chiamano le cose col loro nome, non hanno la fantasia dei ladri del popolo. Ormai si rivendica perfino la tracotanza come forma di resistenza alla giustizia. A Genova come a Bari, in Piemonte come in Campania. Qui l’autonomia differenziata non attacca, qui sono tutti uguali come chiodi. A Genova, al netto di ogni speculazione politica, sono state arrestate figure pubbliche importanti. I loro amici di partito o di coalizione fanno il tifo per loro: tenete duro. Non si può dimettere ogni indagato. Così si ferma il Paese. C’è da non credere. Una posizione del genere significa che coi tempi della giustizia italiana gli arrestati possono fare sonni tranquilli. Chissà quando arriveranno le sentenze! Nel frattempo i “sereni” tornano a fare le cose che hanno sempre fatto; al limite saranno i loro stessi amici politici a farli fuori prima ancora delle sentenze. Il capo della Lega Salvini, che dirige un partito nato contro “Roma ladrona” e contro tutte le ruberie, oggi è contrario a che un indagato si dimetta. E che dire di Gasparri, che viene dal partito di Almirante, anche se trasbordato in Forza Italia, e che oggi è sulla linea di Salvini? Sono diventati tutti garantisti, impiccatori pentiti. Hanno dimenticato di aver agitato il cappio in Parlamento, di aver fatto grandinare monetine sulla testa di un Craxi incredulo e spaventato. E lasciamo stare quelli di Forza Italia, che si dicono garantisti da sempre: nascono dal Serenissimo. Il popolo, chiamato a breve a votare, è sconcertato, non sa più che fare, non sa più a chi rivolgersi, è tentato di non votare. Ma che risolve? Tanto gli eletti, o hanno avuto mille voti o diecimila, sempre eletti sono e continuano a comportarsi allo stesso modo. Si dovrebbe fare una rivoluzione. Ma non si può, non ci sono le condizioni, non c’è la volontà. Le rivoluzioni non si fanno, sorgono quando è il momento. Allora non resta che votare, insistere a votare sempre per le persone che in quel momento ti sembrano più credibili, anche se sai, per esperienze pregresse, che posti nelle condizioni di poter rubare anche questi rubano come tutti gli altri, come sempre. L’appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fatto insieme agli omologhi Frank-Walter Steinmeier (Germania) e Alexander Van der Bellen (Austria), è importante. La democrazia è un sistema politico che si basa sul voto. Disattenderlo è darla vinta a tutti i “sereni”, siano o meno colpevoli.

giovedì 27 settembre 2018

Ma c'è ancora la legge in Italia?




A sentire Di Maio e Salvini sembra che in Italia non ci sia più legge. Di fronte al “popolo”, al suo bene, alla soluzione dei suoi problemi, cessa tutto. Ripetono la parola “italiani” in una breve dichiarazione di un minuto più di quanto non facesse Almirante in un comizio di un’ora.
Per leghisti e cinquestelle siamo in presenza di un “popolo-dio” e come nel medioevo i crociati gridavano deo lo vult, alle obiezioni che vengono loro mosse i due vice-presidenti rispondono: il popolo lo vuole, noi gliel’abbiamo promesso e guai a chi ci impedirà di farci mantenere la promessa! Come se il nuovo esecutivo, detto del cambiamento, non avesse l’obbligo comunque di muoversi e di agire all’interno di un quadro costituzionale e delle leggi vigenti.
E’ stato forse abolito in Italia il sistema politico-giudiziario, per cui dei gruppi politici al potere agiscono come truppe di occupazione, che rispettano solo le leggi del  “paese di provenienza”?  
Renzi rischia di essere stato l’ultimo fesso d’Italia. Tale appare oggi per aver chiesto due anni fa il referendum per una castigatissima riforma della Costituzione! Avrebbe potuto strafottersene, come stanno facendo ora Di Maio e Salvini.
Il loro modo di fare è tipico dei periodi di anarchia, quando non c’è più legge, non c’è chi la fa rispettare e comanda il più forte, sentendosi legittimato dal favore popolare, l’alfa e l’omega delle loro preoccupazioni.
I due hanno giurato davanti al Presidente della Repubblica di rispettare la Costituzione. Pensavano forse che fosse tutto uno scherzo, un atto puramente formale, un maquillage?
In una democrazia, quando un governo si accorge di non poter mantenere le promesse elettorali fatte dai suoi esponenti politici, benché fatte in un sistema di macroscopico voto di scambio, non deve sentirsi colpevole di uno sgarro, ma responsabilmente ridimensiona il suo programma, fa quello che può fare o semplicemente lascia. Insistere a voler fare a tutti i costi quanto promesso non è concepibile. Ci sta che un politico o un governo si sbagli, si faccia male i conti, fallisca in tutto o in parte. Quel che conta non è l’interesse del singolo politico o di una classe politica, ma del Paese nel suo insieme.
Crolla il ponte Morandi a Genova. La colpa è subito di Autostrade, a cui si vuol togliere subito la concessione, obbligarla a pagare la ricostruzione del ponte ed escluderla dal parteciparvi. Un’esecuzione sul posto! Quante volte abbiamo sentito persone nei bar ragionare in questo modo? Se fossi io gli toglierei le concessioni e li costringerei a pagare tutto; così imparano! Di Maio e Salvini sono come gli avventori del bar dello sport, né più né meno.
Noi, che i bar li frequentiamo per il caffè o il gelato, ci chiediamo: ma non c’è più una legge che regola simili situazioni?
A chi obietta a Di Maio e Salvini che Autostrade potrebbe fare ricorso al Tar, la risposta è di un’arroganza degna del peggior modo di essere mafiosi. Dicono: lo faccia, intanto paghi e taccia! Non diversa la risposta per i ricorsi per il taglio dei vitalizi ai parlamentari. Intanto glieli abbiamo tagliati, facciano pure ricorso!
Il Ministro dell’Economia Tria dice che non ci sono i soldi per fare tutto quello che i due neogiacobini vogliono. Tria è un signor professore universitario di economia. Di Maio è un signor nessuno. Neppure se dovesse avere il cento per cento dei voti sarebbe mai qualcuno. Ma intanto dice: un Ministro dell’Economia serio deve saper trovare i soldi. Dunque Tria non è serio; si metta da parte! Il portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, laureatosi all’Università del Grande Fratello, ha detto che i funzionari del Ministero dell’Economia boicottano le iniziativfe del governo.
Ma dove stiamo? In quale organizzazione di evasi ci troviamo? Qui non si tratta di essere pro o contro il populismo, che è solo un modo di pensare e di operare ma sempre nel perimetro della legge, bensì di una sistematica e pragmatica ignoranza dei comportamenti politici e delle procedure amministrative. Preoccupa non la loro presunta sicurezza di essere nel giusto, inteso come legale, quanto il loro non voler considerare che le questioni nel nostro Paese si devono regolare con le leggi esistenti. Non si chiedono neppure se una cosa la possono fare o meno. E se qualcuno glielo dice, è pronta la risposta: non possiamo fare questo? beh, noi intanto lo facciamo; poi si vedrà.
Questo percorso potrebbe portarci fuori strada. Attenzione, per ora è solo una parte politica che intende muoversi a prescindere dalle leggi! Nel momento in cui altri si rendono conto della bagarre, allora potrebbero ricorrere tutti a sistemi e a metodiche più politicamente spicciative e redditizie. Il che, fuor dal linguaggio più castigato, vorrebbe dire che ai loro modi disinvolti di ignorare la legge si potrebbero contrapporre modi altrettanto disinvolti, per non dire del tutto illeciti. A la guerre comme à la guerre!
Prima o poi questi due signori si troveranno a dover fare una duplice serie di conti. Immancabilmente con le leggi dello Stato da una parte e col loro “popolo-dio” dall’altra. Il quale – lo sappiamo per tantissimi precedenti avvenuti nella storia – quando si sente tradito o raggirato o si accorge che il leone a cui credeva di essersi affidato è solo un asino allora si trasforma in un mostro di ingratitudine e di ferocia.
Non vogliamo evocare scenari apocalittici, peraltro improponibili per una lunga serie di motivi, ma questo governo ci sta abituando ad un modo di far politica del tutto fuori dalle regole e per certi aspetti dalle leggi. Dove potremmo arrivare ce lo dobbiamo chiedere.
L’arroganza di Di Maio e la prepotenza di Salvini, al di là se possono o meno nel breve termine sortire effetti positivi, stanno producendo guasti alla politica e alla società che potrebbero essere assai gravi per la credibilità dello Stato di diritto e della democrazia. 

domenica 24 aprile 2016

Davigo versus Cantone


Il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Piercamillo Davigo ha dichiarato guerra all’universo mondo italiano della politica e della corruzione. Procede come una pala meccanica. L’avevo già sentito a “Otto e Mezzo” dalla Gruber su “La Sette” prima di leggere la sua intervista sul “Corriere della Sera” di venerdì, 22 aprile.
Difficile dargli torto. Un buon cittadino sta dalla sua parte, che è quella della giustizia impegnata contro la corruzione di tutti, politici in primis. Direi che con lui sta l’uomo qualunque, qualunque non in senso deleterio, ma il cittadino che lavora e vuole che le cose funzionino e che i ladri, chiunque essi siano, vengano messi nella condizione di non rubare. Come? Fate voi, dicono i cittadini agli operatori della giustizia; siete voi gli esperti di delitti e castighi.
Senonché Davigo attacca anche i magistrati e getta qualche sospetto perfino su Raffaele Cantone, il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, nominato da Renzi nel marzo del 2014, magistrato pure lui. Dice: “Lo capisco. E non aggiungo altro”, in relazione al fatto che prima Cantone sosteneva che coi politici corrotti bisognerebbe fare “come si fa coi trafficanti di droga o di materiale pedopornografico: mandando i poliziotti ad offrire denaro ai politici, e arrestando chi accetta”. L’allusione di Davigo è agli amoreggiamenti politici di Cantone.
Cantone in Italia è invocato come un santo taumaturgo. Ognuno lo vorrebbe al vertice di tutto; perfino della chiesa se si potesse. Non c’è che lui. L’attacco di Davigo è suonato come una bestemmia. All’ex dottor sottile del pool milanese di Mani Pulite evidentemente non piacciono i magistrati che poi vanno a finire per fare i ministri o addirittura i presidenti delle Camere, come Grasso che è l’attuale Presidente del Senato. Un magistrato, che miri a fare il politico, difficilmente sa fare il magistrato fino in fondo coi politici corrotti. L’ira funesta di Davigo s’impernia proprio qui. Perché – a suo dire – mai come oggi imperversa la corruzione; e c'è bisogno di magistrati-magistrati.   
Per lui i politici “non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto”. Se ciò è vero, è gravissimo. Saremmo di fronte a vera e propria tracotanza.
Davigo è uno che ha buona memoria. Ricorda perciò che prima che esplodesse il processo di Mani Pulite c’era stato il tentativo da parte di alcuni ministri e grossi esponenti del Psi di legalizzare le tangenti. Che è come legalizzare la camorra, dato che essa si riserva una quota dei guadagni da ogni attività lavorativa sotto forma di protezione o copertura.   
Ma l’aspetto grave e gravissimo della corruzione pubblica in Italia è che neppure se si arrivasse alla legalizzazione della tangente, il fenomeno corruttivo cesserebbe. Abbiamo l’età per ricordare come prima della legge del finanziamento pubblico dei partiti (Legge Piccoli del 1974) si diceva esattamente che la corruzione dei politici nasceva dal fatto che la politica costa denaro e che in difetto di una legge che ne regolasse il finanziamento era giocoforza prenderlo dagli imprenditori. Fatta la legge, si continuò a prendere soldi, in modo più o meno mafioso o camorristico. Ti do l’appalto se mi dai il tot per cento. E così andarono per anni le dazioni, fino a quando non diventarono ambientali; quando cioè non c’era più bisogno neppure di chiederla la tangente; partiva da sola. La politica oggi in Italia è la lupa dantesca che “mai non empie la bramosa voglia, / e dopo il pasto ha più fame che pria”.
A distanza di tanti anni – è passato quasi un quarto di secolo – siamo perciò punto e daccapo. Anzi, stando a quanto dice Davigo – e a quanto vediamo e sentiamo – le cose sono peggiorate; stiamo a due punti e aperte virgolette. E’ come se un coniuge fedifrago, che prima tradiva di nascosto, ad un certo punto pretenda di farlo coram populo, magari perfino davanti ai figli, perché imparino come si fa.
Contro Davigo si è sollevato gran parte del mondo giudiziario, perfino la stessa associazione di cui ha la presidenza e che probabilmente dovrà lasciare. La partita è importante, si gioca su due tavoli: uno è quello della corruzione, l’altro è quello dei magistrati in politica.
Sul tavolo della corruzione fra Davigo e Cantone chi ragiona più da magistrato è Davigo; chi ragiona più da politico è Cantone. Il quale sembra avviato a finire tra qualche anno ad una altissima carica istituzionale, non si esclude la presidenza della repubblica; già se ne parlava all’ultima elezione. Si esprime come un politico di grande equilibrio e cerca di accattivarsi le simpatie dei politici. “Non si risolve tutto con le manette” dice e riconosce che del marcio anche nella magistratura.
Sul tavolo della politica Davigo ha detto: “Secondo me i magistrati non dovrebbero mai fare politica”. Non così Cantone, che, a stretto giro di stampa, gli ha replicato: “E’ sbagliata l’idea che un magistrato non possa fare politica; è sbagliato semmai che dopo aver fatto politica torni a fare il magistrato” (“Corriere della Sera” del 23 aprile). E se uno facendo il magistrato si costruisce l’esito politico, come la mettiamo?
Sta di fatto che ora Cantone è in una posizione ibrida. In quanto presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, fa il magistrato o fa il politico o fa entrambe le cose? Formalmente, come magistrato è in aspettativa e ha dichiarato che al termine del suo mandato, 2020, tornerà a fare il magistrato. La sua posizione non sembra proprio molto comprensibile e lineare.
Ne sentiremo ancora tra questi due magistrati, che ce l’hanno con la politica, uno per troppo disprezzarla, l’altro per troppo amarla. 

domenica 20 luglio 2014

Berlusconi: assoluzione piena e giustizia ubriaca


I giudici della Corte d’Appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi dalle accuse di concussione e di prostituzione minorile, nel cosiddetto processo Ruby, per le quali era stato condannato in primo grado a sette anni. Il fatto non sussiste per la concussione, il fatto non costituisce reato per la prostituzione minorile, peraltro non provata. Questo il succo della questione.
Mo’ – dico io – si può vivere in un paese dove la giustizia si propone con simili aberranti sentenze? Qui non siamo in presenza di un processo che nel secondo grado di giudizio ha avuto a disposizione elementi di giudizio che non aveva avuto nel primo grado; qui siamo con gli stessi elementi, né di più né di meno. Ne sapremo di più quando saranno pubblicate le motivazioni della sentenza.
Allora, che cosa è cambiato? Nel merito, niente. Lo stesso bicchiere, una volta è stato visto mezzo pieno; un’altra volta, mezzo vuoto, anzi vuoto del tutto.
Sono cambiate, però le circostanze, almeno tre: la situazione politica generale ormai avviata a destinazioni diverse da quella di un anno fa; l’accusato ormai politicamente fottuto; la corte composta non più da donne ma mista a prevalenza maschile. Se a tutto questo aggiungiamo che la Procura di Milano è in preda ad una guerra di tutti contro tutti, con accuse reciproche incredibili e inconcepibili in un paese civile, il quadro è completo.
Dice: e questo, che c’entra? C’entra. Nello spirito di Papa Francesco, anche i giudici devono osservare il Vangelo: non vedere perciò la pagliuzza nell’occhio dell’altro, quando nel proprio si ha una trave.
Chi ancora non aveva capito – la mamma dei ritardati mentali ormai è l’unica in Italia ad essere sempre incinta – beh, ormai ha capito che la giustizia nel nostro paese è un’arma politica, come neppure negli stati totalitari accade.
Ma una simile giustizia è veramente un’arma politica? Se lo è, qualcuno la deve impugnare. Oppure è semplicemente malata? Probabile che siano vere tutte le ipotesi, perché è difficile che un’ipotesi possa essere così prevalente sulle altre, c’è sempre in casi simili un concorso di cause.
Non è difficile, oggi come oggi, giungere a identificare chi brandisce la giustizia come un’arma. Ne sono pieni i giornali, specialmente i non allineati, come “Il fatto quotidiano”, “Libero” e “il Giornale”. E’ pure vero, però, che questa giustizia è affetta da tutte le manie tipiche di cui soffrono i soggetti megalomani, con sindromi di onnipotenza, compiacenti e compiaciuti di fare tutto e il suo contrario pur di dimostrare che al di sopra di sé non c’è nessuno. Si pensi ai Tar, che annullano interi esami di stato, mettendo in discussione il lavoro di professionisti, qualche volta anche seri e certamente non inferiori professionalmente ai magistrati, solo perché in un verbale manca una parola o una virgola. E’ appena il caso di ricordare che ormai in Italia i concorsi in magistratura spesso vengono annullati per una serie di vergognose irregolarità, fra cui la conoscenza delle tracce prima della stessa prova e l’evidente reato di plagio dei candidati “futuri padreterni” in quanto giudici.
Ora, questa giustizia non ha accertato, a proposito del processo Ruby, l’inesistenza dei fatti in rubrica, anzi li ha ribaditi; ha detto però che le sporcaccionate di Berlusconi non hanno avuto niente a che fare coi reati di concussione e di prostituzione.
Va da sé che i cittadini italiani sono sconcertati sia per la prima sentenza, sia per la seconda. Se valesse anche oggi la ragion politica – quella seria e coerente – Berlusconi dovrebbe essere sacrificato sull’altare della credibilità di uno Stato, che forse, a questo punto, ha più bisogno di credibilità che di Pil.
Cosa potrebbe accadere dopo questa sentenza après-saison? Berlusconi esce rafforzato. Potrebbe essere tentato di rialzare la testa, di ribadire la sua insostituibilità al vertice di uno schieramento politico che ormai si avviava ed è avviato al raggiungimento di una nuova dimensione politica, di recuperare addirittura sogni quirinalizi. La prima cosa che è stata sparsa ai quattro venti è che si va avanti con le riforme nello spirito del Nazareno, inteso come patto tra Renzi e Berlusconi.
Appare allora chiaro che la prima sentenza, di condanna, serviva a rottamare un politico ancora forte, mentre la seconda, di assoluzione, serve a restituire al rottame efficienza e forza, per continuare a sostenere lo stesso processo politico.
Tutto questo va a scapito di chi oggi, dentro e fuori la maggioranza di governo, tenta di percorrere una strada diversa. Soprattutto è penalizzato il centrodestra, ridotto al ruolo di valvassino nel neofeudalesimo politico italiano.
Bisogna avere una bella faccia tosta o vivere fuori dal mondo per dire, come ha fatto Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” di sabato, 19 luglio, che tutti dovrebbero essere contenti, perché la seconda sentenza, di assoluzione, ribadisce il principio-cardine dello Stato di diritto secondo cui si è innocenti fino a sentenza definitiva. E non dovrebbero «essere scontenti – secondo l’ineffabile uomo del “Corriere” – tutti quelli che hanno virtuosamente negato di aver voluto mischiare vicende giudiziarie e vicende politiche». Per Battista questa sentenza celebra, insomma, ancora una volta, i fasti della nostra giustizia. Incredibile!

Giuro che alla lettura di simili untuose parole, mi son tenuto con due mani afferrato alla sedia per non ritrovarmi col culo per terra, scivolato per tanto profluvio di materiale oleoso.

domenica 26 maggio 2013

Il Paese delle leggi chewingum


“Le leggi son – diceva Dante ai suoi dì – ma chi pon mano ad esse?”. Storia vecchia in Italia: le leggi non mancano, ma non sempre vengono applicate. Si dirà: ma se applichiamo le leggi in maniera rigorosa e puntuale, che di per sé sono conservazione e staticità, dove va a finire la società aperta, la crescita sociale, il riconoscimento delle muove libertà individuali, la risposta alle sollecitazioni della realtà, che di per sé è mobilità, dinamismo, dialettica? Giusta osservazione.
Ma la risposta è semplice e immediata: il potere legislativo sta appunto per cambiare le leggi non più rispondenti alle esigenze della realtà, per introdurne di nuove nella prospettiva di favorire o semplicemente assecondare aperture e cambiamenti. Ma finché una legge è in vigore, essa va applicata. Questo vuole lo Stato di Diritto.
In Italia, invece, le leggi, ad incominciare da come le usano i magistrati, vengono interpretate, per cui per una stessa identica situazione un giudice condanna, un altro assolve, a seconda del suo personale convincimento ideologico. Non diversamente fanno i parlamentari, i quali hanno l’esercizio del potere legislativo. Addirittura delle leggi, che essi stessi hanno elaborato e approvato, ne fanno un uso “opportuno”. Se conviene le applicano, se non conviene le ignorano, oppure cavillano sulla loro giustezza, non le rispettano ma neppure le abrogano. Le masticano come chewingum e poi le attaccano sotto il tavolo o la sedia.
Quanto all’obbligatorietà dell’azione penale, un gran bel principio in astratto, in concreto è il campo dove i magistrati sono soggetti solo ai gradi della loro vista: qui vedo e qui no. L’Italia, patria del diritto è una bufala, fondata sul malinteso dell’eredità romana. E’ invece il Paese dell’arbitrio. Già Giuseppe Prezzolini sosteneva che gli Italiani non sono Romani. “I Romani – scrisse – lasciarono un’impronta nel mondo…per un alto concetto della legge; gl’Italiani son conosciuti…per il carattere, che vari han definito anarchico” (L’Italia finisce, ecco quel che resta, 2003).
Veniamo al dunque. Nel 1957, quando Silvio Berlusconi aveva vent’anni e faceva il cantante sulle navi da crociera, fu approvata una legge secondo la quale è ineleggibile alla carica di parlamentare chi abbia con lo Stato rapporti di interesse economico, come le concessioni governative. Ovvio il perché di questo: incompatibilità e conflitto d’interessi. Nel 1994 Berlusconi si trovava esattamente nel caso previsto da questa legge: non era eleggibile per via delle frequenze televisive. Da allora ad oggi sono passati quasi vent’anni. Berlusconi è stato eletto e rieletto, ha guidato diversi governi. La legge del ’57 è stata sempre interpretata in maniera non ostativa alla sua eleggibilità. Di punto in bianco la sinistra italiana, con la sindrome del Moscarda, si è ricordata della legge e la vuole applicare per far decadere Berlusconi da Senatore. Il giornalista de “la Repubblica” Giovanni Valentini, comunista, ha candidamente ammesso che le leggi sono soggette alle atmosfere politiche: oggi – ha detto – c’è una maggioranza in favore dell’interpretazione ostativa di quella legge, così come ieri ce n’era una concessiva. Sicché la forza della legge dipende dalla forza della politica! Molte cose accecano gli uomini, ma la più brutta di tutte è l’odio politico, perché a sua volta genera una serie di sconvenienze, fra cui l’esibizione involontaria della propria demenza. Quella legge andava applicata senz’altro nel 1994. Non più rispondente alla realtà del momento, come a loro volta sostengono i difensori di Berlusconi? Benissimo! Intanto non si elegge Berlusconi, poi la si cambia, la si emenda, la si abroga. Questo significa vivere all’insegna dello Stato di Diritto. Volerla applicare oggi, perché c’è una maggioranza che lo vuole fare è un obbrobrio, prima ancora di essere un arbitrio.
E passiamo al secondo punto. L’art. 49 della Costituzione vuole che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti politici per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Nessuno prima, se non a livello giornalistico e di pubblico dibattito, aveva mai sollevato l’incostituzionalità della partecipazione alle elezioni dei movimenti, come quello di Grillo, che non presentano i requisiti costituzionali. La proposta di legge della Senatrice Finocchiaro – che, non si dimentichi, è un ex magistrato – è un evidente attacco al Movimento 5 Stelle, che di mettersi sui binari della Costituzione non ne vuole sapere, perché il suo successo sta nel suo pazziare ora dentro ora fuori la Costituzione, secondo convenienza. Anche qui, perché decidersi di applicare l’art. 49 dopo 65 anni? Risposta: perché oggi si è posto il problema. O perché solo oggi conviene porselo?

Un terzo assurdo caso è quello della legge elettorale detta Porcellum, che la Cassazione ha di recente dichiarato incostituzionale interessando la Consulta, che perciò si deve esprimere. Ma come? Sono stati eletti parlamenti e governi, promulgate leggi, fatti accordi internazionali, e ora si dice che è incostituzionale. E i danni provocati chi li paga? A causa di quella legge sono stati eletti parlamentari invece di altri, fatti governi invece di altri, fatte cose invece di altre, sono state create condizioni politiche, economiche e sociali invece di altre, c’è stata una storia nazionale invece di un’altra. Ed oggi si dice: scusateci tanto, siamo stati disattenti: quella legge era incostituzionale. E prima, quando è stata approvata e resa esecutiva, gli organi di controllo dove stavano? Dove la Presidenza della Repubblica, la Corte Costituzionale? Quanto meno ci sarebbe l’accusa di culpa in vigilando. Già, ma chi accusa? Dovrebbe essere il popolo italiano a farlo, direttamente col voto e indirettamente con la sua classe dirigente. Ma non lo fa, perché in buona sostanza in Italia non esistono gli uni e gli altri, ma solo gli uni, in senso manzoniano parodiato, dove al posto di “arme, di lingua e d’altare, di memorie, di sangue e di cuor” possiamo mettere tutto il repertorio di stranezze e stravaganze cui quotidianamente assistiamo e nelle quali, a volte, ci capita perfino di essere protagonisti.