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sabato 16 dicembre 2023

Veneziani e gli intellettuali di destra

Recentemente su “La Verità”, quotidiano dove abitualmente scrive, Marcello Veneziani ha preso le distanze dalla locuzione “intellettuale di destra”, sostenendo che se ha avuto un senso considerarsi nel lungo periodo in cui essere di destra significava essere escluso da tutto, non ha più senso oggi con la destra al potere. Cosa ha voluto dire Veneziani? Forse che essere di destra non è compatibile con lo stare al governo? Forse che essere di destra vuol dire essere disorganico a qualsiasi partito, a qualsiasi governo? L’intellettuale di destra è tale perché è sempre contro? Il suo pezzo lo concludeva dicendo che la locuzione “intellettuale di destra” contiene due diffamazioni. È diffamante per un intellettuale essere considerato di destra ed è diffamante per la destra essere associata agli intellettuali. Quale che fosse stato il motivo dell’esternazione, Veneziani non vuole più essere considerato un intellettuale di destra. Basta! Ho avuto poche volte l’occasione di incontrare Veneziani. Ma lo conosco da quando entrambi molto giovani avevamo casa giornalistica a “Voce del Sud”, il settimanale leccese di Ernesto Alvino, che nei confronti dei giovani aveva particolare predilezione. Pugliesi entrambi, lui di Bisceglie, io di Taurisano. Credo di avere tutti i suoi libri, o quasi tutti. Uno dei primi, una monografia su Mussolini, lo recensii su “Voce del Sud”. È stato prolifico in questi anni. La sua produzione è ricchissima e spazia per diversi ambiti. Credo che oggi sia il nome più importante di una certa intellighenzia, se lui me lo permette, di destra. Tuttavia Veneziani, che non è nuovo a provocazioni, con questa sua ultima sparata, rientra perfettamente, che gli piaccia o meno, nella tipologia tradizionale dell’intellettuale di destra. Si pensi a quanti superfascisti, da Curzio Malaparte a Indro Montanelli, finirono antifascisti, proprio per quella idiosincrasia che ha un certo tipo di intellettuale verso l’intruppamento o l’asservimento alla truppa. Di me, per esempio, Ernesto Alvino diceva che rientravo nella tradizione degli anarchici di destra, per quella mia propensione a dire oggi bene dell’operato di un partito relativamente ad un fatto e domani male dello stesso partito relativamente ad altro fatto. Ecco, prediligere il fatto e non il partito distingue l’intellettuale di destra da quello di sinistra, che è sempre – come si sa – gramscianamente anima e corpo funzionale al partito. Veneziani dal partito ha avuto a suo tempo una certa considerazione. Ricordo che è stato anche Consigliere della Rai e Consigliere di Cinecittà in quota An durante i governi Berlusconi. Legittimamente avrebbe ambito a qualche incarico più importante nel governo Meloni o in qualche istituzione pubblica, in considerazione anche del fatto che Fratelli d’Italia, partito al quale Veneziani, per storia sua personale, è più vicino, non ha molti grandissimi nomi da spendere. Se è così, non ho difficoltà alcuna a comprendere i motivi della sua “ira”. Ma la mia è un’ipotesi, della quale, se non ha riscontro, chiedo scusa a Veneziani. Molto più probabile è che egli abbia voluto rivendicare la libertà di esprimersi sui fatti odierni relativi al partito o al governo. E bene ha fatto allora a dirlo pubblicamente sul giornale, per fugare dubbi o malintesi. La chiarezza non è solo forma ma anche contenuto Conviene che oggi, se si vuole essere credibili, non si abbiano etichette. In un ambiente ormai falsificato e polarizzato, o si è di destra o si è di sinistra, diventa difficile fare un’analisi dei fatti ed essere creduto. Ciò a cui un intellettuale libero tiene più che a qualsiasi altra cosa. Nella situazione in cui ci troviamo un intellettuale si trova né più né meno come in una duplice dittatura senza libertà di uscita. Se dice bene del governo è perché etichettato di destra, se dice male è perché etichettato di sinistra. Non esiste più per sé. E questo è applicabile a qualsiasi altro soggetto di osservazione critica, opposizione compresa. L’etichetta è una maschera che non consente di essere visto nel proprio vero volto. Liberarsi di ogni etichetta è perciò oggi assolutamente salutare per la propria credibilità. Veneziani ha voluto lanciare un’altra delle sue provocazioni. Ma temo che saranno pochissimi a raccoglierla, perché è molto difficile, quando si è in un sistema di comportamenti, rinunciare alle convenzioni. Che, a volte, possono essere prebende. Ma già stiamo parlando di altri, a cui la maschera o l’etichetta che dir si voglia è ricercata e curata.

venerdì 16 marzo 2018

16 marzo, quarant'anni dopo




Ci sono fatti nella vita che ti segnano profondamente al punto che ti bloccano l’orologio dell’esistenza come accade ad un contachilometri quando lo schianto dell’auto contro un ostacolo lo inchioda all’ultima velocità. Il rapimento di Aldo Moro del 16 marzo 1978 è uno di quei fatti.
Quella mattina, ero appena uscito dal Caffè Italia a Taurisano, avevo messo in moto la mia 126 e mi accingevo a fare marcia indietro per uscire dal parcheggio quando un amico di lontano mi fece segni come a volermi parlare. Abbassai il finestrino.
“Il giornale radio ha appena detto che a Roma è stato rapito Aldo Moro e uccisi gli uomini della sua scorta”. Rimasi incredulo e istintivamente accesi l’autoradio: tutto vero! Erano le 10 ed io dovevo andare a scuola, prendevo servizio alla terza ora.
A scuola, Professionale Femminile di Taurisano, in via Roma, già sapevano tutto. Si sospesero le lezioni. Le ragazze furono riunite in una stanza grande che fungeva da palestra coperta e lì, secondo quanto aveva disposto il Preside della sede centrale di Nardò, si parlò del tragico evento.
Per quanto scioccante, la notizia era nelle atmosfere tragiche di quegli anni. La sorpresa fu tanta solo perché riguardava un personaggio così alto e importante. Da almeno dieci anni l’Italia viveva una situazione incandescente. Dopo il Sessantotto studentesco con tutto il disordine provocato, ci furono gli scioperi degli operai e poi le stragi, da quella del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, alle successive, e poi ai rapimenti e ai ferimenti di giudici, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, funzionari, in un crescendo di angoscia e di paura.
Le Brigate Rosse avevano dichiarato guerra allo Stato borghese e imperialista, servo degli americani. Come sempre accade in situazioni del genere, l’una parte genera quella opposta. Le sigle di associazioni terroristiche di sinistra e di destra si moltiplicarono, mentre si percepiva, sia pure confusamente, il ruolo che avevano i servizi segreti in molte imprese criminali che venivano attribuite agli anarchici e ai fascisti. Insomma si aveva il sospetto che ci fosse in Italia il tentativo di impedire una svolta a sinistra, che avrebbe potuto avere conseguenze internazionali, cambiando i rapporti di forza nell’ambito della “guerra fredda” fra i due blocchi americano e sovietico, attraverso la destabilizzazione del potere, apparentemente fatta dalle forze eversive di sinistra e di destra, in sostanza dal potere politico attraverso i servizi di sicurezza, che, quando non fu più possibile negare, furono detti “deviati”.
Il rapimento di Moro non fu un evento-chiodo, nel senso che accadde e finì lì, ma continuò per 55 giorni, fino al 9 maggio con la restituzione del suo cadavere, chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma, tra la sede del Pci e quella della Dc, simbolicamente in mezzo. Furono 55 giorni di stillicidio, con le lettere che Moro scrisse ai più importanti dirigenti del partito per convincerli a cedere alle Brigate Rosse, usando argomentazioni in forme che dall’altra parte si ostinavano a considerare come estorte o come frutto di una mente che ormai non era più compos sui. Fino al tragico epilogo.  
Quella mattina il governo Andreotti doveva ricevere la fiducia alla Camera e per la prima volta i comunisti l’avrebbero votata, un altro passo, dopo quello della non sfiducia, verso la loro entrata nel governo. L’incontro Dc-Pci era considerato una sorta di mostro politico, ideato proprio da Moro, il quale, come già aveva fatto nel 1964, quando convinse i suoi che era giusto e importante fare il centrosinistra coi socialisti, ora li aveva convinti che era giusto e importante allargare ai comunisti. Perplessità e paura da una parte e dall’altra. I democristiani si erano lasciati convincere ancora una volta dal loro profeta. Ad essere maligni, che in politica, è del tutto normale, la gran parte dei democristiani cedeva volentieri alle lusinghe del potere, specialmente quando si paventava una imminente perdita dello stesso. Moro li convinse che era, questa, una eventualità non proprio remota, come dimostravano i risultati nelle ultime elezioni, che avevano ridotto il distacco a soli quattro punti di percentuale. I comunisti, da parte loro, non si fidavano e già avevano minacciato di non votare la fiducia in presenza nel governo di ministri dei quali non avevano stima alcuna.  
Ma più di tutti contrari all’apertura al Pci erano gli Stati Uniti d’America, che già in precedenza, col loro segretario di stato Henry Kissinger, avevano avuto modo di manifestare la loro contrarietà. Agli americani Moro non piaceva. Ma anche la Russia sovietica guardava con sospetto questo avvicinarsi del partito comunista all’area di governo e lo valutavano come una sorta di tradimento, dal quale sarebbe derivato loro un danno politico nel confronto con lo storico avversario americano.
La fine tragica che avrebbe fatto Moro ha rimosso nei politici e negli osservatori, per una sorta di pietas nei suoi confronti, quello che egli ha rappresentato realmente nella Dc e nel Paese. Si è molto discusso se annoverarlo fra gli statisti o considerarlo un politico molto abile nel condurre la sua parte politica al potere e farla restare il più a lungo possibile. Distinzioni oziose, probabilmente, visto che gli statisti sono dei politici; meno oziose, se considerando lo specifico, ci accorgiamo che in lui il senso dell’individuo e della società ha prevalso sul senso dello Stato.
Va detto tuttavia che quando il proprio Stato è inserito in un’alleanza all’interno della quale occupa un posto secondario e la sua politica estera è per la massima parte dettata dalla potenza leader, nel nostro caso quella americana, si può anche spendere la propria abilità di politico in contesti più interni. La situazione italiana presentava delle anomalie, una di queste era proprio Moro, con la sua politica verso l’inclusione dei comunisti nel governo. I quali da qualche tempo, con Enrico Berlinguer, l’omologo rosso di Moro, rivendicavano libertà da Mosca. In Italia si cercava un incontro politico malvisto da entrambe le potenze antagoniste. Era necessario interrompere il processo.
Una delle affermazioni morotee più famose era che a succedere alla Dc sarebbe stata la Dc stessa. E questo, a ben vedere, era possibile solo se si fosse evitato un confronto diretto ad excludendum – o noi o voi – e si fosse riusciti ad attrarre nell’area del potere l’avversario più forte del momento: noi e voi. In questa maniera la Dc poteva succedere a se stessa.
A quarant’anni da quel tragico giorno-evento la situazione dell’Italia, in rapporto con l’esterno, non è cambiata di molto; è molto cambiata all’interno. Del mondo partitocratico, di cui Moro era protagonista indiscusso, non c’è più niente. A far parlare ancora di quel mondo sono proprio i misteri della sua tragica fine.   

domenica 15 febbraio 2015

Il negazionismo come reato è controproducente


Da poco sono state celebrate due date importanti, il Giorno della Memoria 27 gennaio, nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, e la Giornata del Ricordo 10 febbraio, per commemorare le vittime delle Foibe e per ricordare l’esodo delle popolazioni istriano-giuliano-dalmate.
A mio avviso sarebbe augurabile che le due “tragedie” venissero celebrate insieme, per evitare una distinzione che sa tanto di politica par condicio. Non è un caso che la Giornata del Ricordo sia stata istituita con la legge del 30 marzo 2004, stante un governo di centrodestra, pur votata quasi all’unanimità sia alla Camera che al Senato, per fare il pari col Giorno della Memoria, in cui si è sempre riconosciuta la sinistra.
Di più. Si dovrebbe istituire una sola giornata nel mondo per ricordare le persecuzioni e i genocidi consumati in ogni parte del pianeta. Sarebbe decisamente più efficace mettere insieme perseguitati appartenenti a popoli, a razze, a religioni, a situazioni diversi, per far risaltare ancor più l’abominio del gesto persecutorio e criminale in sé chiunque lo compia.
Le due tragedie, della Shoah e delle Foibe, in sé non sono paragonabili, ma hanno una componente comune, che è quella dello sterminio sistematico, nell’ordine di milioni in un caso, di migliaia nell’altro, di persone solo per la loro appartenenza ad una razza, ad un’etnia, ad una religione o ad una nazionalità.
Non sono purtroppo solo queste le barbarie; ce ne sono state altre, anche più recenti, ce ne sono all’ordine del giorno. Penso alle ultime nell’ex Jugoslavia e a quelle che si consumano ai danni dei cristiani in regioni controllate dai musulmani, vedi Nigeria e Pakistan; ci sono le lotte tribali in Africa. Il fatto però che di persecuzioni e di stragi ce ne siano purtroppo tante non lenisce minimamente lo sdegno pubblico nei confronti delle più grandi tragedie del Novecento, quelle che sono diventate emblematiche della ferocia umana, ed anzi deve tenere desta l’attenzione di chi ha i mezzi per intervenire per prevenire o per punire simili aberrazioni. Non sono paragonabili perché mentre la persecuzione nazista fu una pianificazione per sterminare gli ebrei (soluzione finale, in tedesco Endlösung der Judenfrage), le foibe furono un fatto, altrettanto grave, ma insorto in circostanze impreviste, una sorta di crimine paragonabile ad un delitto d’impeto, secondo una codificata distinzione giuridica.  Non sono paragonabili anche per la loro dimensione nello spazio e nel tempo. La questione degli ebrei è planetaria e storica; la questione degli italiani in Istria e nella Dalmazia riguarda l’Italia e la Jugoslavia in un segmento temporale circoscritto.
Altro discorso è il negazionismo. Tra tutti gli ismi è il più abominevole specialmente quando è riferito a fatti acclarati, a prescindere dai loro dettagli. Negare il vero è un atto di autolesionismo gravissimo che espone chi lo compie ad una dura condanna sociale.
Non sono d’accordo tuttavia che il negazionismo sia reato. Come tale tradisce quasi la preoccupazione che possa produrre effetti lesivi non sulla persona che lo esercita ma sulla conoscenza generale, nel senso che possa produrre opinione. E’ peraltro un limite alla ricerca storiografica. Un rischio, questo, che uno storico non dovrebbe correre. Lo storico ha il dovere di non fermarsi mai davanti alla verità acquisita, ma cercare sempre oltre e sempre animato dalla stessa spinta deontologica di chi cerca il vero. Perciò non si possono porre limiti alla sua libertà di approfondire la ricerca per giungere al più vero possibile, in un percorso che non deve conoscere interruzioni e limiti. La verità storica, finora conosciuta della shoah o delle foibe, nel momento in cui la si vuole imporre come statica e immodificabile equivale ad un vero e proprio dogma.
Un mio amico, che stimavo molto, voleva convincermi un po’ di anni fa, che la shoah è un’invenzione, che sì c’erano state delle vittime, ma che non erano lontanamente paragonabili alle cifre di cui si parlava e che alla fine era diventata una forza culturale da esibire ed esercitare contro tutti coloro che fossero di opinione diversa. Fu un vulnus nella stima che avevo sempre avuto per lui e perfino l’amicizia si incrinò. Non solo e non tanto per le ragioni maldestramente esibite quanto per il retropensiero, per ciò che motivava quelle ragioni. Che fossero sei milioni gli ebrei trucidati o che fossero solo sei, il giudizio di condanna non cambia, perché non si può accettare né il fatto né tanto meno l’idea che uno venga ucciso senza aver fatto nulla di male, ma solo per la sua condizione naturale.
Si può capire perché si sia giunti in alcuni paesi del mondo a considerarlo reato, ma gli effetti, mentre non vanno a colpire gli esaltati e i fanatici, più o meno ignoranti, i quali poco si preoccupano di non incorrere in reati, pongono problemi agli intellettuali, ai ricercatori, agli storici. I quali possono rischiare di travalicare un limite facilmente travalicabile tra una verità acquisita e la ricerca che vuole che si continui comunque a ricercare la verità.

Il negazionismo, inteso come tendenza o metodo per la negazione di verità universalmente accettate, è da condannare come manifestazione di ignoranza e di turpitudine, ma non può essere reato in quanto afferisce, comunque sia, la sfera della libertà di opinione. Le verità imposte inoltre producono sempre effetti negativi anche alla parte che si vuole difendere e preservare. Chi gode di certi “privilegi” e difese finisce per essere invidiato e odiato. Caino uccise Abele quando si accorse che il Signore aveva un occhio di riguardo per lui.

venerdì 2 novembre 2012

Pino Rauti, l'ultimo grande del Novecento, è morto

Pino Rauti è morto stamattina, 2 novembre, giorno dei morti, all’età di quasi 86 anni. Era nato il 19 novembre 1926. Credo che l’aver “scelto” il giorno dei morti per morire sia stata l’unica data puntuale della sua vita. Le altre, le tante, le molte altre, lo hanno visto paradossalmente in anticipo e in ritardo, non alcune volte in anticipo e altre in ritardo, ma in anticipo e in ritardo insieme. Basti pensare alla sua scelta di arruolarsi giovanissimo, a diciassette anni, nella Repubblica Sociale, aderendo ad un fascismo che per certi aspetti lo vedeva precocemente suo e allo stesso tempo in ritardo rispetto al regime ormai finito il 25 luglio 1943.
Sentii per la prima volta il suo nome, come di un mito, quando avevo quattordici anni e frequentavo a Maglie il Ginnasio “Capece”. Fu uno studente più grande a parlarmi di lui, un liceale del terzo anno, uno di quelli che organizzano scioperi e manifestazioni; e quel giorno si doveva manifestare per gli attentati terroristici in Alto Adige. Era l’autunno del 1958. Allora le frange studentesche più sensibili e organizzate erano di destra. Sulla posta interna di partito si stampigliava buste la scritta “I confini della patria non si discutono, si difendono”. Tutti in corteo dietro la bandiera al Monumento dei Caduti.
Il nome di Rauti è stato legato allo stragismo di destra. Da Piazza Fontana a Milano 1969 a Piazza della Loggia a Brescia 1974. Ne è uscito sempre pulito. Ma non ha escluso, con l’onestà che lo caratterizzava, che elementi della destra missina ed extra potessero essere stati strumentalizzati dagli strateghi del terrorismo politico, nazionale ed internazionale, che non erano certo del Msi.
Il suo percorso politico lo esponeva a sospetti ed accuse. Era stato tra i fondatori del Msi nel 1946. Fondatore dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria) tra gli anni Quaranta e Cinquanta, nel 1951 fu arrestato e processato insieme a molti altri, fra cui il filosofo Julius Evola. Fu assolto, ma voltò pagina, privilegiando da quel momento la riflessione e lo studio, pur senza trascurare la militanza politica sempre da posizioni radicali. Nel 1954 fondò “Ordine Nuovo”, un movimento politico e una rivista. Nel 1956, con la segreteria Michelini, uscì col suo gruppo dal Msi. Prese le distanze da “Ordine Nuovo” quando si accorse che il movimento era usato da elementi non controllabili, come il gruppo padovano di Freda e Ventura. Tornò in carcere accusato della strage di Piazza Fontana, poi assolto e scarcerato. Nel 1969, col ritorno alla segreteria di Almirante, rientrò nel partito, di cui fu deputato per vent’anni, dal 1972 al 1992. Parallelamente scrisse e pubblicò opere storiografiche importanti, fra cui “Le idee che mossero il mondo” e la “Storia del fascismo” in collaborazione con Rutilio Sermonti.
Nei primi anni Settanta non condivise la politica di apertura di Almirante alla grande destra; non poteva sopportare – lo scrisse – che certi elementi della destra monarchica e conservatrice, salottiera e massonica, storcessero le labbra davanti ai ritratti fascisti delle sedi missine. Si mise a capo del gruppo degli intellettuali più moderni e spregiudicati del partito, per lo più giovani, tra cui Marco Tarchi, e organizzò la sua corrente intorno alle riviste “Civiltà” e “Presenza”. La prima più teorica e legata al fascismo pagano, filogermanico ed evoliano, la seconda più funzionale all’attualità politica e alle sue problematiche. Verso la metà degli anni Settanta, in risposta alla crisi del partito che avrebbe portato alla scissione di Democrazia Nazionale, incominciò ad elaborare una linea che dalle proposte di “Linea Futura”, “Spazio Nuovo” e “Andare Oltre”, documenti programmatici e strategici di grande intuizione politica, lo portò alla segreteria politica del partito nel 1990.
La sua era la tipica linea dell’intellettuale prestato alla politica, del rivoluzionario e magari del militare se ce ne fossero state le circostanze. Il suo modello era in verità più Trotzki che Gramsci. Era convinto che il Msi dovesse essere un partito di solide radici ideologiche, con un forte ancoraggio al passato ma di pensiero e di azione nel presente. Perciò indusse i suoi a tagliare col nostalgismo, spinse i giovani a invadere campi fino a quel momento appannaggio delle sinistre per mettersi in concorrenza con esse. Furono quelli gli anni in cui i giovani del Msi ebbero nel quindicinale “Linea” lo spazio delle loro idee, incominciarono ad occuparsi di ambiente, di cultura popolare, di tradizioni, di fumetti, di satira politica, di musica leggera e di canzonette, di letteratura fantastica, facendo scoprire autori come Tolkien. La qual cosa sconcertò per certi aspetti il vecchio ambiente missino. Nelle Amministrative del 1991 se ne videro i risultati, mai così bassi nelle percentuali. I frutti del nuovo non erano ancora maturati; gli anziani erano quasi indignati di un futuro dal quale si sentivano esclusi. Nell’estate di quell’anno il Comitato Centrale credette che l’esperimento “di sinistra” di Rauti fosse fallito e riprese la vecchia strada del conservatorismo moderato, destituendolo da segretario nazionale, in favore di Gianfranco Fini.
A Fiuggi, nel 1994 non accettò la fine del partito e la nascita di Alleanza Nazionale. Fondò il Msi-Fiamma Tricolore e fu eletto Deputato al Parlamento Europeo. Ma il partito, tra cambiamenti e convulsioni interne, finì per essere una testimonianza sempre più anacronistica e ingestibile, mentre sorgevano altri gruppi come “Forza Nuova”, “la Destra” di Storace, e “Casa Pound” più radicati nella realtà odierna. L’età incalzante e la parentela con Gianni Alemanno, marito della figlia Isabella, ministro e poi sindaco di Roma per An, gli hanno fatto vivere gli ultimi anni nel ruolo del vecchio saggio, ritirato, ma capace sempre di letture critiche puntuali e profonde dell’attualità politica e di intuizioni importanti.
Felice il suo giudizio sul fascismo. «Il fascismo non è più ripetibile. E’ solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa attingere».
La mia esperienza rautiana risale al 1974, quando divenni suo collaboratore alle riviste “Civiltà” e “Presenza”, con saggi, recensioni e traduzioni. Peraltro gli unici soldi avuti dalla mia attività pubblicistica me li ha dati lui. Finì nel 1976, due anni dopo, quando per ragioni professionali e per scelta di vita pensai di dedicarmi alla scuola e allo studio, fuori e lontano dal partito. Nel 1976 mi chiese di valutare la possibilità di creare a Lecce e nel Salento la corrente di “Linea Futura”. Gli risposi che non avevo interesse politico attivo, ma che avrei contattato alcuni elementi. Poi altri, fra cui Mario De Cristofaro a Lecce, Ennio Licci a Ruffano, Roberto Tundo a Melissano risposero all’appello. Quando seppe qualche anno dopo che avevo fondato un periodico locale mi fece sapere con garbo ed ironia che non avevo fatto una gran bella scelta, lasciando la nazione per il villaggio. In verità non ho mai lasciato la nazione e qualche anno fa tornai a scrivere per l’ultima sua “Linea” qualche articolo di politica.
Rauti resta uno dei più grandi pensatori ed operatori politici di destra del secondo Novecento, un maestro per tante generazioni. Se oggi esiste una destra giovane e moderna, capace di fare l’analisi critica di un fatto, di saper intercettare i problemi del paese, della gente, di ragionare in prospettiva, lo si deve a lui; a quell’operazione che lui iniziò proprio negli anni Settanta. Ma va detto anche che il suo modo di intendere la politica, come mito e come realtà, come un universo di valori da coltivare e una moltitudine di problemi da risolvere, oggi ha perso entrambi i corni. Nessuno ha più la cultura e la sensibilità di avere un mito e di coltivarlo pur nella pressione quotidiana di molteplici problemi, mentre la realtà fa registrare ogni giorno di più una degenerazione della politica. Quei giovani che, nell’ultimo decennio, si sono invaghiti dello yuppismo berlusconista e finiano, sono vuoti e snervati, privi di capacità e sensibilità politica.
Un grido, perciò, secondo tradizione, può giungere in questo momento a Rauti solo da chi in lui e con lui ha creduto e crede nella politica, sul campo o sui libri, come impegno nobile. Da quei giovani, oggi prossimi all’anzianità anagrafica, parta allora il saluto che gli si deve, in un ultimo ritrovarsi idealmente insieme: Onore a Pino Rauti!