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domenica 27 settembre 2015

Papa Francesco è comunista? Forse. Politico senz'altro!


Il primo a porre la questione è lui, Papa Francesco. “Dicono che io sia comunista – ammicca sornione – e aggiunge: io sono solo col Vangelo”. Anche nel corso della sua visita negli Stati Uniti ha riproposto il quesito e questa volta è andato più in là con la risposta. “Io penso – ha detto sillabando – che mai ho espresso pensiero che non sia stato quello della dottrina sociale della Chiesa”.
Probabilmente ha ragione. La riserva è perché più di una volta, in maniera informale, celiando, come fa lui, ha detto delle cose assai discutibili anche sul piano dottrinale. Ricordiamo ancora il pugno che darebbe a chi gli offendesse la mamma, come disse dopo la strage parigina di Charlie Hebdo, che quasi la giustificava.
E’ proprio questo suo far passare la dottrina sociale della Chiesa, il Vangelo, una mascherata professione di comunismo, non nominale ma sostanziale, che taglia il nodo. Non so se ha mai votato un partito di sinistra o se lo voterebbe. Di certo non ha votato partiti di destra e mai li voterebbe. Il suo stare coi poveri e per i poveri lo inchioda a quello che è e che altro non potrebbe essere. Ma il suo francescanesimo è a metà. Francesco, quello di Assisi, era l’altra sponda del cristianesimo, l’altra rispetto a quella romana. E Papa Bergoglio, l’alter Franciscus, è a Roma.
Ora non c’è chi non sia disposto ad aiutare un povero, ma non credo che ci sia una sola persona a questo mondo che si auguri la povertà sulla terra come obiettivo della sua esistenza. Se così dovesse essere sarebbe un percorso all’indietro della storia. L’uomo che non cerca di migliorarsi e migliorare, che non cerca il progresso e il benessere, ma il regresso e la sua comunione con le cose della terra al loro stato primigenio, è un assurdo storico. Immaginiamo un Benedetto Croce che parafrasasse la sua ben nota formula della storia come processo di libertà e dicesse la storia è processo di povertà.  
Ma – si dice – ovunque vada si muovono maree di gente, di fedeli, non solo di cristiani. Noi lo sappiamo e lo sa pure lui che le folle oceaniche, migliaio in più migliaio in meno, hanno omaggiato anche i suoi predecessori. Per lui, in particolare, si stanno rivelando delle cortine fumogene per non far apparire un dissenso nei suoi confronti che non è soltanto del clero, anche se paradossalmente è l’unico che lo manifesta, sia pure con tutte le modalità del caso. 
Il suo papato, che fa tanta gioia delle sinistre, lascerà una Chiesa diversa da quella da lui ereditata, nel bene e nel male. Perché Papa Francesco non fa il papa, fa il politico e lo fa sapendo di favorire in Italia e nel mondo una visione della politica, che è tipica delle sinistre. Non è comunista? Di sicuro è per una politica di sinistra. La sua è una missione politica mascherata di spiritualità trasandata, informale, alla buona.
Ha liquidato il suo esercizio pastorale, di pontefice, di guida spirituale della gente, con due battute. Chi sono io per giudicare? Il Signore perdona tutti, non si stanca mai di perdonare. Ha sostituito, sia pure non esplicitamente, l’orate fratres con un peccate fratres, che manda in visibilio peccatori sistematici, oltre agli occasionali. Ha rottamato il decalogo, che se non è seguito da opportune pene per chi ne viola i comandamenti è pura carta da parati.
Più terra terra in Italia Papa Francesco si colloca politicamente al fianco delle sinistre variamente rappresentate al governo e nelle sue immediate vicinanze. Lo fa come una terapia medica intensiva: almeno dieci volte al giorno, se non di più, esce in televisione e dà una mano a Renzi e compagni, dicendo le stesse cose che dice il governo in materia di unioni civili, di divorziati, di omosessuali, di immigrati. Si capisce perché un Dario Fo va in brodo di giuggiole e con lui le schiere di sinistri di tutto il Paese. Si capisce perché un Mons. Galantino alza la voce e minaccia, insulta i politici che non la pensano come il Papa in certe materie.
La presenza e la predicazione di Papa Francesco pongono nel sistema politico italiano un problema serio, di alterazione degli equilibri nella competizione politica. Chi della predicazione del Papa si avvantaggia, gode di un potentissimo mezzo che gli altri non hanno. Si può obiettare dicendo che già altri papi nel passato si sono resi utili, predicando sempre il Vangelo, ma ciascuno a modo suo, a certi partiti invece che ad altri; ma nessun papa si è spinto a tanto come questo, nessuno ha avuto la visibilità di questo, che non manca mai, dalla mattina alla sera, a nessun notiziario televisivo. Se l’osservatorio di Pavia ci quantificasse il tempo delle sue apparizioni avremmo un quadro esatto della sua forza dirompente a vantaggio della parte politica da lui privilegiata.
Né si capisce la ragione per la quale i mezzi di informazione di massa privilegino un papa politico, pacchianamente a favore di una certa politica. Se all’astensione elettorale, all’antipolitica, alla crisi dei partiti, allo sbando postideologico, aggiungiamo la massiva propaganda papale, l’Italia presto diventerà uno Stato teocratico imperfetto, in cui, pur con le consuete diversificazioni politiche, tutte le parti si riconoscono in un capo, che, apparentemente di politico non ha nulla, essendo un capo religioso, ma di fatto è il dominus indiscusso e incontrastato.
Sarebbe ora che chi non si riconosce negli obiettivi politici di questo papa si ribellasse e incominciasse a trattarlo da politico, costringendolo a rientrare nel suo ambito religioso. Non dice “unicuique suum” l’Osservatore Romano in un suo sottotitolo? Bene, si cominci di lì.  

domenica 13 luglio 2014

Dopo la processione sacrilega, Mezzogiorno "sospeso a divinis"


A Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria i fanti, leggi Carabinieri, si sono stancati di scherzare coi santi, leggi Madonna delle Grazie. Quando la processione del 2 luglio si è fermata davanti alla casa di un anziano boss della ‘ndrangheta per il rituale inchino di rispetto, i carabinieri si sono allontanati. E che diamine! I santi – si sa – sono infinitamente misericordiosi, ma i fanti! Sono militari e rappresentano lo Stato, che dispone di  misericordia limitata.
Posta così, la questione sembra quasi una cosa da don Camillo e Peppone in salsa calabra. Ma così non è. La cosa rischia di aprire o di riaprire vecchi contenziosi tra Stato e Chiesa, rischia di creare questioni nella Chiesa stessa.
Che cosa è accaduto, infatti, quest’anno a Oppido Mamertina che già non fosse accaduto negli anni precedenti o che non accada abitualmente in tanti altri paesi del Mezzogiorno d’Italia? Niente. La processione, cui partecipano tra le tante autorità anche i Carabinieri, si è fermata davanti alla casa di un anziano malato, bisognoso di assistenza e di preghiere, che si dà il caso essere anche un vecchio boss, ergastolano, agli arresti domiciliari per motivi di salute. Si è ripetuta un’usanza tra devozione e costume popolari che si perde nella notte dei tempi. Ci si chiede: in questo caso verso il malato o verso il boss? Probabilmente verso entrambi, dato che questa usanza vuole che la processione di un Santo particolarmente generoso di grazie, come è la Madonna eponima, si fermi davanti alla casa del sofferente per intercedere in suo favore presso il Padreterno. Come a dire: «vedi, signor Domineddio, noi qui sulla terra ci inchiniamo a questa persona perché la riteniamo meritevole di rispetto umano e di grazia divina».
Ma quest’anno il maresciallo dei carabinieri della locale stazione ha detto “non ci sto” e ha abbandonato la processione coi suoi sottoposti, riprendendo la scena “crimine”.
Un bel gesto, che, nell’anno in cui si celebra il bicentenario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri acquista un significato particolare, anche se si presta ad una serie di considerazioni.
Domanda: lo Stato ha voluto prendere le distanze dalla Chiesa, con cui non può condividere atti di misericordia infinita, o lo Stato si è assoggettato alla Chiesa che di recente, col Papa e con alcuni vescovi calabro-siciliani, ha assunto nei confronti delle organizzazioni mafiose una posizione di ferma condanna? Non si può non collegare l’episodio, infatti, alle recenti parole di scomunica del Papa nei confronti dei mafiosi.
Domanda che ne gemma un’altra: chi comanda in Italia, la Chiesa o lo Stato? Deve essere chiaro che le Forze Armate dello Stato non devono farsi coinvolgere in usanze di devozione popolare della Chiesa che possono sconfinare in reati di oltraggio alle istituzioni. Nelle processioni i Carabinieri non possono essere solo di parata; se hanno anche una funzione di ordine pubblico allora devono entrare nella gestione dell’evento. Nel caso i due aspetti, parata-ordine, non sono conciliabili, i Carabinieri non devono partecipare. Si incominci finalmente a concretizzare la separazione netta tra Stato e Chiesa, anche in simili aspetti marginali, ma non meno importanti e significativi. 
I cittadini italiani laici non possono che plaudire di fronte al gesto del maresciallo dei Carabinieri se è stato compiuto per protesta nei confronti di una Chiesa che ha esigenze diverse da quelle dello Stato; essi, però, hanno ragione di querelarsi se i Carabinieri, sempre per ordine ricevuto, hanno preso le distanze in linea con le decisioni del Papa, dando l’impressione di dipendere dalla Chiesa. Il problema, infatti, prima non si era mai posto.
I cittadini italiani cattolici devono fare un esame di coscienza. Devono decidersi da che parte stare: dalla parte della legge di Dio e delle usanze religiose, che portano perfino ad omaggiare un boss, o dalla parte della legge dello Stato che colpisce i boss, sani o malati che siano, e li condanna?
La chiesa, locale e romana, deve interrogarsi sul fenomeno nella sua dimensione tradizionale e sulle ultime esternazioni del Papa e di alcuni vescovi siciliani e calabresi. E qui il problema si complica. La Chiesa non può sovrapporsi allo Stato, altri sono i suoi compiti; e ciò sia nel bene che nel male. In specifico, l’interruzione temporanea del cerimoniale relativo ai sacramenti del battesimo, della prima comunione, della cresima e del matrimonio, per evitare che con padrini e compari si rafforzino i legami sociali mafiosi, e la sospensione delle processioni potrebbero fare più male che bene alla tenuta sociale, alla Chiesa stessa.

Sarebbe, infatti, come cedere alle organizzazioni mafiose tradizioni di grande civiltà, di convivenza, di solidarietà. Cos’altro resterebbe da cedere alla mafia, i cortei funebri? Si strapperebbe il tessuto sociale proprio in quel doppiofondo di robusta tela che maggiormente tiene. Qui non è più lo Stato che rischia – peraltro è già abbondantemente sconfitto se riesce a malapena a compensare l’acqua malavitosa che imbarca attraverso le falle con quella che riesce a buttar fuori col secchiello della magistratura – ma la Chiesa. Essa, infatti, con questo Papa si sta ponendo più come autorità secolare che come guida spirituale. Il Papa, che scomunica i mafiosi, che non perdona i corrotti, che danna i ricchi, finirà per essere un partito politico, che per definizione è parte di un tutto e divide invece di unire, disgrega invece di aggregare. Esattamente il contrario di quel che deve fare la Chiesa. Ci riecheggiano ancora nelle orecchie le parole di Giovanni Paolo II ai mafiosi in Sicilia: pentitevi! Verrà un giorno il giudizio del Signore!  Questo è parlar da Papa. 

domenica 8 giugno 2014

Benedetto-Francesco, la strana diarchia


Gli ultimi due papi, Benedetto XVI e Francesco I, hanno posto alla chiesa cattolica una serie di problemi non di poco conto. Probabilmente gli storici di là da venire registreranno radicali cambiamenti nella nostra epoca, che noi avvertiamo soltanto come timori o speranze, a seconda dei punti di vista.
L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI rinunciò al soglio pontificio e, benché qualcosa l’avesse fatta trapelare da tempo, il suo gesto colse il mondo di sorpresa; non così il Vaticano, in cui chi doveva sapere sapeva. Vedemmo tutti in televisione le gerarchie che ascoltavano la lettura delle  dimissioni papali come se stessero ascoltando un banalissimo Pater noster. Sapevano, sapevano!
Il primo problema è: Benedetto XVI rinunciò sua sponte o fu indotto o costretto? Porre la questione non significa di per sé essere favorevoli o contrari ad una di queste ipotesi. Chi è aduso a trattar di storia la questione se la deve porre, mettendo da parte le categorie politiche dell’immediato e ragionando sulla base di consuetudini millenarie e di testi non smentibili. Agostino, a cui non andava giù l’accusa al cristianesimo di essere stato causa della decadenza dell’impero romano la metteva sul generale e sosteneva che ogni forma di civitas terrena prima o poi rovina perché si discosta dal modello della Civitas Dei. Per questo la chiesa cristiana conforma la sua civitas a quella celeste: un solo Papa nella terrena perché un solo Dio nella celeste. Come Dio non può abbandonare, così neppure il Papa può. Si tratta di “verità” indiscutibili. Ma il Papa, in quanto uomo, può essere indotto o costretto a lasciare e dare l’impressione di averlo fatto spontaneamente e per il bene della Chiesa. Si dice per un verso che Benedetto XVI fosse vecchio, stanco, malato, deluso, incapace di far fronte ai tanti impegni e che perciò pensò bene di lasciare, per un altro che col suo gesto rivoluzionario ha compiuto la riforma iniziata da Paolo VI di svecchiamento della gerarchia ecclesiastica mettendo un limite di età: 75 anni ai vescovi, 80 ai cardinali, ad libitum il Papa. Paolo VI, infatti, introdusse l’ipotesi dimissioni papali nel diritto canonico.
Ma il Papa, benché pure vescovo e cardinale, è il Papa, è ciò che nessun altro è, per il quale non valgono le leggi che invece valgono per gli altri. Il Papa che lascia perché fisicamente o mentalmente incapace vuol dire che non ha una curia all’altezza della situazione per continuare la missione pastorale, che a volte anzi è riottosa e infedele. Chi insiste nell’incapacità di Benedetto XVI dichiara incapace la stessa Chiesa e per ragioni ben più gravi dell’insufficienza fisica o mentale del Papa.
Il secondo problema che si sta ponendo da qualche tempo, non si sa per ora quanto collegabile all’esercizio pontificio di Francesco I, è quale ruolo ha oggi nel Vaticano Benedetto XVI. Si sa che il Papa argentino non gode, dentro e fuori del Vaticano, degli entusiasmi coltivati ed esibiti dai mass media, per via di certi suoi comportamenti e di certe sue affermazioni. Se i progressisti ridono, i conservatori si preoccupano. «Dicono che io sia comunista – ha affermato di recente – ma io sto solo col Vangelo». Una risposta non innocente, perché non si può pensare che così dicendo non si sia reso conto di aver equiparato comunismo e Vangelo. Non a caso il comunista, marxista-leninista, ateo e materialista Dario Fo – così si pregia di qualificarsi – grida a pie’ sospinto che questo Papa è straordinario e affettuosamente lo chiama, come l’altro Francesco, lu Santu Jullare.
La scelta di campo del Papa ha aperto nella chiesa cattolica un fronte che diventa sempre più ampio. Ci si chiede: ma se il Papa rifiuta e combatte una società in cui ci sono i ricchi e ci sono i poveri, vorrebbe forse una società di soli poveri o una società di soli ricchi? La risposta è banale: il Papa dovrebbe non volere, ma prendere atto che la società è fatta di ricchi e di poveri e che i problemi degli uni e degli altri vengono affrontati in altra sede, con altri soggetti e con altri strumenti. Il Papa dovrebbe limitarsi a mitigare le sofferenze, quali esse siano e a chiunque toccassero. Invece Francesco I sembra preso da un delirio di onniscienza, mascherata da comportamenti umili e francescani. E meno male che, dopo un goffo iniziale tentativo di fare perfino l’esorcista, ha messo da parte il confronto diretto con Satana.  Di recente si è proposto come mediatore tra israeliani e palestinesi. Muore dall’esibirsi!
La Chiesa, di fronte alla deriva pauperistico-comunista, di pretto stampo sudamericano, incomincia a prendere le misure…forse! In un articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 28 maggio scorso Vittorio Messori, rifacendosi ad uno studio di Stefano Violi, docente di diritto canonico presso le facoltà di Teologia di Bologna e di Lugano, sostiene che «Benedetto XVI non ha inteso rinunciare al munus petrinus, all’ufficio, al compito, cioè, che il Cristo stesso attribuì al capo degli apostoli e che è stato tramandato ai suoi successori. Il Papa ha inteso rinunciare solo al ministerium, cioè all’esercizio, all’amministrazione concreta di quell’ufficio» e conclude che ci sono due papi «chi dirige e insegna e chi prega e soffre, per tutti, ma anzitutto per sorreggere il confratello nell’ufficio pontificale quotidiano». Fuori dalle complicatissime questioni teologiche e giuridiche, par di capire che Benedetto XVI non abbia rinunciato ad essere papa, ma solo a fare il papa; di conseguenza il governo della Chiesa con compiti integrati è nelle mani dei due papi.  La qualcosa ci fa tornare al punto di partenza, e cioè al modello agostiniano della civitas celeste, per escludere che essa possa consistere nella diarchia Benedetto-Francesco.
Sta di fatto che sarebbe questa la tesi che una parte del mondo cattolico vorrebbe far passare. Il punto di domanda è: per quale ragione? Rassicurare i fedeli che non si riconoscono nel progressismo di Francesco I, con ciò tenendo unita la Chiesa? O avvisare Francesco I che c’è un’altra Chiesa, quella di Benedetto XVI, che in questa fase prega e soffre?

A corollario di simile poco appassionante questione c’è che la Chiesa rischia davvero con questi ultimi due papi di cadere nel disordine. Di recente, infatti, Papa Francesco non ha escluso che ci possano essere altri papi emeriti. A questo punto il Vaticano rischia davvero di trasformarsi in una sorta di Confraternita degli Emeriti, un ordine composto di papi in pensione. 

domenica 27 aprile 2014

Due Papi, due Santi, una Chiesa


Si può scherzare coi Santi? Io credo di sì, perché i Santi sono buoni, capiscono e non sono vendicativi. Invece non conviene scherzare coi fanti, che per stare nel motto sono i loro seguaci, che non capiscono, sono permalosi e se possono te la fanno pagare. Mettiamola così, allora: dai Santi mi guardo io; dai fanti mi guardi Iddio!
Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II oggi, domenica 27 aprile 2014, sono canonizzati, santi a tutti gli effetti. Ora bisogna chiamarli San Giovanni e San Giovanni Paolo, meglio San Gianpaolo per economia di fiato. Il Cardinal Martini, dal luogo in cui si trova, deve parlare con rispetto del papa polacco, nei confronti del quale, chiamato a dare la sua testimonianza nel processo di santificazione,  espresse un parere negativo. A suo dire, non meritava di diventare santo perché nel corso del suo lungo pontificato avrebbe fatto degli errori e non avrebbe saputo tenere rapporti e distanze con talune personalità del secolo poco raccomandabili – il dittatore cileno Pinochet, tanto per fare un nome –; insomma si sarebbe distinto di più come uomo di politica e di potere che come uomo di chiesa e di santità. Ma un santo-santo, per la causa santa, deve anche avere rapporti con Satana. E siccome la santificazione è come una sentenza passata in giudicato, il Cardinal Martini, se pure avesse ragione, dovrebbe tener conto della inappellabilità delle decisioni di Santa Romana Chiesa, ispirata dallo Spirito Santo.
Giovanni XXIII, il Papa buono, nonostante il breve pontificato, 1958-1963, impresse una svolta decisiva alla Chiesa, non solo con il Concilio Vaticano II, continuato dopo la sua morte da Paolo VI, ma anche con una serie di gesti di chiara significanza politica. Fu il Papa che ruppe una certa consuetudine. Si avvicinò alla gente, alla quale seppe sempre parlare con parole di tenerezza e di poesia – celebre il discorso della carezza e della luna – in un modo semplice, di immediata comprensione. Si definì un “sacco vuoto” che poi lo Spirito Santo avrebbe riempito. La gente lo sentì vicino, come mai in precedenza era accaduto ad un papa. Tanto più che il suo predecessore, Pio XII, era stato la rappresentazione della distanza anche quando scendeva dal soglio per incontrare la gente, come in occasione dei bombardamenti al quartiere di San Lorenzo a Roma il 19 luglio 1943. Quando Pio XII apriva le braccia e guardava al cielo sembrava volesse assumere la posizione del Crocifisso o giungere da un capo all’altro del mondo in un gesto ecumenico grandioso. Era coltissimo, parlava una dozzina di lingue. Avrà faticato lo Spirito Santo a trovare un po’ di spazio per metterci qualcosa. Era distante dal cuore della gente. Ma sarà santo pure lui, perché i papi seguono la tradizione degli imperatori romani, ascendono alla gloria dei cieli come i Cesari a quella dell’Olimpo. 
Ma fu anche Giovanni XXIII un papa politico, non meno politico di Pio XII, benché di orientamento decisamente opposto. Dove uno si era caratterizzato per cultura e diplomazia, l’altro si caratterizzò per il suo modo di fare alla buona nell’immediatezza del problema da risolvere, fosse un conforto ai carcerati o un appello ai potenti della Terra per scongiurare la guerra. A Russia – gli disse la figlia di Kruscev che andò a fargli visita dopo la crisi di Cuba – ti chiamano il Papa contadino. Doveva proprio piacere ad uno come Kruscev Giovanni XXIII; come doveva piacere a John Kennedy, il presidente americano della Nuova frontiera. Questi tre uomini ebbero la ventura di vivere e di operare per qualche situazione insieme, tutti e tre funzionali ad un nuovo rapporto tra gli Stati e tra le classi sociali, capaci di rompere col passato.
Giovanni Paolo II è stato il grande papa che ha traghettato il Novecento dall’uno all’altro secolo, non solo e non tanto in senso temporale, 1978-2005, ma anche e soprattutto in senso politico. E’ stato l’iniziatore della serie dei papi stranieri. Lui, polacco, ha contribuito ad abbattere il regime comunista, a mettere in crisi l’impero sovietico, a restituire all’Europa quell’unità geopolitica che la spartizione di Jalta nel dopoguerra aveva fortemente messo in discussione. Non solo la riunificazione tedesca con l’abbattimento fisico e assai più simbolico del Muro di Berlino, ma anche il recupero all’Europa di terre cristiane ed europee in un processo che è tuttora in corso come i fatti drammatici dell’Ucraina dimostrano.
Questi due papi, ora santi, pur nella loro distanza ideologica, l’uno più spostato a sinistra, l’altro più spostato a destra, per usare categorie profane, hanno reso all’umanità in momenti diversi dei servigi straordinari. La visione della Chiesa che ha bisogno di scelte, apparentemente opposte, ma sempre votate all’unico bene comune, si è affermata con questi due pontefici, a riproporre quella bellissima immagine di San Francesco e di San Domenico, celebrati nel Paradiso da Dante Alighieri. Santi diversi, ordini diversi, fanti diversi, ma tutti utili alla chiesa e al mondo.
Spesso si dice che il Papa non fa politica. Recentemente Francesco ha respinto l’accusa di comunismo, ma non v’è dubbio alcuno che la politica la fanno, sanno di farla, per raggiungere obiettivi che nel momento in cui la fanno ritengono importanti per gli uomini e per gli stati. Forse non condividono il linguaggio comune: loro operano per il bene senza porsi dei problemi di etichettatura; fanno quello che noi chiamiamo politica.

Che poi per farli santi si abbia bisogno di inventarsi dei miracoli, senza cui non ci può essere santificazione, è un fatto che riguarda la percezione mondana, popolare, che parla un linguaggio e capisce quel linguaggio, fuori del quale non c’è santità né antisantità. I veri miracoli questi due papi li hanno fatti non guarendo da malattie chi per la scienza medica doveva morire senz’altro, ma dando al mondo la speranza di una prospettiva, aprendo sentieri nuovi, contribuendo con altri grandi della Terra a risolvere dei problemi. I veri miracoli sono questi. E per questi non c’è bisogno di scomodare testimoni, postulatori o avvocati del diavolo. Basta vedere cosa hanno lasciato dietro di sé. E più il tempo si allontana dalla loro esperienza terrena e più gli effetti dei loro “miracoli” si accendono, perché il tempo è olio alla lampada dei grandi. 

domenica 30 giugno 2013

Francisco Primero, el Caudillo de Dios


Qualcuno dovrebbe dire a Papa Francesco che essere il Pontefice della Chiesa di Roma non è esattamente come essere un aspirante caudillo in un paese dell’America Latina. Lo dico col massimo rispetto per i popoli sudamericani, in particolare per quello argentino, che per metà è di origine italiana.
Per come questo Papa si comporta sembra che abbia non poche difficoltà, fra cui la paura, tanta paura. Di che, non si capisce. Ci viene, però, in mente la fine di due papi degli ultimi tre; di Papa Luciani, morto in circostanze non chiare, e di Papa Ratzinger, dimissionario, o, come s’incomincia a sospettare, dimissionato. Egli parla di una potente lobby gay, che si aggira nei palazzi del Vaticano. Che lo abbia detto in privato, come ha tenuto a precisare padre Lombardi, suo portavoce, e non in pubblico conta poco: la verità non abbisogna di aggettivi. Anzi, la verità che si rivela a pochi – lo insegnava Gesù Cristo – è più forte di quella che si riserva a molti.
Vada che non vuole abitare nel Palazzo Apostolico, preferendo Santa Marta; vada per questo suo neofrancescanesimo che piace tanto anche come folklore; vada pure per il suo pauperismo che si traduce nel gesto plateale di lasciare la poltrona vuota ad un concerto musicale, peraltro programmato ai tempi di Benedetto XVI, perché lui – pare abbia detto – non vuole passare per un principe del Rinascimento. Ora, però, incomincia a fare discorsi meno passabili. Dire ai giovani, già sazi – e non da ora – di libertà: non abbiate timore di andare controcorrente, in pratica, disobbedite, è come farsi fomite di qualcosa che forse in Argentina o in qualsiasi altro paese del Sud America potrebbe starci, ma in Europa è come piantare l’albero di Pancho Villa a Piazza San Pietro. Altro che l’abbeverarsi dei cavalli dei cosacchi nelle fontane di quella piazza; qui siamo in presenza di un personaggio fuori tempo e fuori luogo, avendo egli scambiato il Pincio per la pampas.
I suoi estimatori cercano una pezza al giorno per giustificare affermazioni e comportamenti, ma questo lavoro di vulcanizzazione incomincia a diventare sempre meno sostenibile.
Partiamo dal suo francescanesimo. Lo sa Papa Bergoglio che se la Chiesa fosse stata quella di Francesco d’Assisi sarebbe finita mille anni fa? Lo sa che per la Chiesa come lui la intende non c’è futuro alcuno? E che una Chiesa in crisi è preferibile ad una chiesa che non esiste? La prima, infatti, può sempre riprendersi, la seconda no. Io credo che la Chiesa debba incominciare a preoccuparsi di questo commissario liquidatore. Il quale, dietro il fuoco pirotecnico di dichiarazioni ad effetto, con metafore da parroco di campagna – per fortuna, non siamo ancora a Papa Galeazzo – nasconde i veri problemi della Chiesa di oggi.
La Chiesa oggi deve rispondere ad una serie di domande provenienti da individui che sono cristiani e che tali vogliono rimanere senza regredire a Francesco d’Assisi o a Jacopone da Todi. Cristiani alle prese con problemi che nel medioevo di Papa Francesco non si ponevano proprio. Risposte sulla fede, sulla vita, sulla famiglia, sulla società, sui comportamenti individuali, su come rispettare i dieci comandamenti di Dio in una società postmoderna.
Su questi problemi Papa Francesco tace; direi, colpevolmente. Avrà pure letto Dante! Conoscerà i canti del Paradiso (XI-XII) in cui un domenicano, San Tommaso, fa l’elogio di San Francesco, e un francescano, Bonaventura da Bagnoregio  fa l’elogio di San Domenico, per sostenere che Dio “a sua sposa soccorse / con due campioni, al cui fare, al cui dire / lo popolo disviato si raccorse”! La Chiesa, nei suoi momenti di crisi, ha avuto ed ha bisogno dell’esempio sia della spiritualità di San Francesco sia dell’intelligenza di San Domenico. 
Un cristiano può divorziare continuando a credere nel suo Dio? Può scegliere di avere un fine-vita assistito se dovesse cadere in uno stato di coma irreversibile? Può usare precauzioni nei rapporti sessuali per non contagiarsi? Può ricorrere ai ritrovati della scienza per la procreazione quando essa non è procurata da modalità tradizionali? Può ricorrere all’interruzione di gravidanza quando questa comporta danni alla salute e all’esistenza di madre e figlio? Può un sacerdote sposarsi per evitare o comunque ridurre il fenomeno della pedofilia? Possono due omosessuali convivere e continuare ad essere cristiani?

E’ a queste domande che la Chiesa deve dare risposte, perché è per queste problematiche che molti si sono allontanati da essa e continuano ad allontanarsi. L’insistenza sulla povertà davvero è uno sproposito quando non è fatta nell’ambito della carità e dei provvedimenti per ridurla. Farla passare addirittura per un bene grida vendetta al cospetto di Dio. Povertà significa sofferenza e Dio non può volere che gli uomini soffrano. L’aspirazione di Papa Francesco non sembra essere la salvezza della Chiesa, da lui disprezzata per come essa si è finora proposta, ma una sorta di ruolo da caudillo, sia pure de Dios, fatto di atteggiamenti populistici e demagogici, del tutto privi di finalità pratiche e caratterizzati da un estetismo affettatamente sciatto.

mercoledì 12 giugno 2013

Francesco piace alle sinistre perché è un non-Papa


Perché Papa Francesco piace tanto alle sinistre? In un primo momento ho pensato alla sua duplice appartenenza ad una famiglia di poveri emigranti italiani dell’Ottocento e ad un continente povero. Poi ho pensato al suo populismo, fatto di calore e vicinanza ai malati, ai bambini, ai sofferenti; e soprattutto di ostentato rifiuto del Palazzo e dei suoi privilegi. Insomma, per il suo porsi in discontinuità coi papi che lo hanno preceduto. Quel suo esordio, “buonasera”, dopo una pausa quasi imbarazzante, esaltato dai media fino all’inverosimile, tradiva un forte imbarazzo, tipico del “come comincio”, che tanto ha angustiato generazioni e generazioni di studenti davanti alla traccia di un tema. Tutto ciò non mi convinceva del tutto. Doveva esserci altro, qualcosa che lì per lì mi sfuggiva.
Finora Papa Francesco non ha mai fatto trapelare nulla di nuovo sui cosiddetti valori cristiani non negoziabili, come li definiva Benedetto XVI. Nulla sull’aborto, nulla sul divorzio, nulla sul  sacerdozio delle donne, nulla sul celibato dei preti, nulla sull’uso di anticoncezionali, nulla sul testamento biologico, nulla sul matrimonio gay, nulla sulla procreazione assistita, nulla di nulla. Eppure piace alle sinistre, le stesse che su queste problematiche hanno scatenato una guerra feroce sul povero Papa Ratzinger, ribattezzato Papa Pazzingher, inducendolo a rassegnare le dimissioni.  
Poi, finalmente, l’illuminazione. Come non pensarci prima? Piace perché non fa il Papa, Francesco è un non-Papa. La sua teologia della nonna, metaforicamente declinata ora col sudario che non ha tasche, ora col funerale mai seguito da un carro traslochi, ora con San Pietro che non aveva conti in banca e pagava le tasse col pesce che andava a pescare, non può essere linguaggio di papa. Il quale ha sì a cuore i poveri, ma non può predicare la povertà come un bene, mentre la gente si uccide perché non ha lavoro e perciò neppure i beni di sostentamento minimi per sé e i propri cari.
E se tutti quelli che danno l’8 per mille alla chiesa cattolica lo prendessero in parola? Se la chiesa di Francesco fa l’elogio della povertà, Francesco non ha che da dire pubblicamente: signori contribuenti, l’8 per mille datelo a chi volete, non alla mia chiesa, a cui i soldi fanno schifo.
Un giorno dice che il politicamente corretto è il linguaggio degli ipocriti e dei corruttori e che tutti gli uomini dovrebbero esprimersi con la semplicità dei bambini. Ma il giorno successivo dice che i cattolici devono “immischiarsi nella politica” per portare con la loro presenza i valori cristiani. Sono messaggi enfatizzati dai media, come se contenessero chissà quale pensiero straordinario. Se gli adulti devono regredire e far politica come i bambini, allora si eleggano direttamente i bambini, a partire dai consigli comunali per finire ai due rami del parlamento.
Il fatto è che questo Papa non sa quando usare il linguaggio dei fanciulli e quando quello degli adulti, quando quello dei poveri e quando quello dei ricchi, quando quello delle donne e quando quello degli uomini, quando quello dei peccatori e quando quello dei virtuosi, quando quello dei preti e quando quello dei laici. I suoi fedeli non hanno sesso, non hanno età, non hanno condizione; sono come esseri privi di profilo umano.
Dice che lui non voleva essere papa. Figurarsi! Con ciò offende due volte Dio: la prima, perché dice una bugia; la seconda, perché non riconosce allo Spirito Santo giustezza di vedute. Chiacchiera Francesco, senza mai dire nulla di politica cattolica in difesa dei valori che pur potrebbero essere, se non negoziati per ottenere qualcosa, ridefiniti nei termini comportamentali per non creare nei fedeli quel senso di inadeguatezza  che li angustia e li fa sentire indegni.
Aspettiamo. Forse non è ancora tempo. Qualcosa, prima o poi, Francesco la dirà di finalmente cattolico. Povertà a parte, il suo cavallo di battaglia, l’altro tema sul quale insiste è che i preti rinuncino ad inseguire carriere e posti di potere. Anche qui, ci vuole tanto ad azzerare tutto? Niente gerarchie: todos caballeros! E così nessuno prevarica nessuno.
Si può immaginare l’obiezione del cattolico difensore ed estimatore di questo papa: ma le cose che dice non vanno prese tutte alla lettera! Colpito. Ma, quando fornisce a chi lo ascolta lo strumento critico per sapere finalmente quel che va preso alla lettera e quello che va preso per il suo senso morale?

La crisi della Chiesa è la crisi dei suoi preti, dei suoi vescovi, dei suoi cardinali, dei suoi uomini. Quando Papa Francesco si rivolge loro con un messaggio chiaro e inequivocabile? Non si accorge che la società sulla spinta delle sinistre sta diventando ogni giorno di più indifferente ai valori, negoziabili o meno, della Chiesa? No, non si accorge; o fa finta di non accorgersene. E nel frattempo quel processo di scristianizzazione continua. Piace Francesco alle sinistre perché finalmente le lascia agire indisturbate.    

domenica 31 marzo 2013

Pasqua per Francesco Primo e Napolitano ultimo


Una pausa pasquale è d’obbligo, anche per quel comandamento di Dio che ricorda di santificare le feste. Ce la concediamo, ma non senza qualche utile riflessione sul nostro essere cittadini, credenti, a prescindere dalla fede religiosa di ciascuno, nella bontà della Chiesa e dello Stato. In tempi assai difficili per l’una e per l’altro.
Ho appena finito di leggere un libretto di Vittorio Messori, fresco fresco di stampa “La Chiesa di Francesco”, ovvero la Chiesa che il papa argentino ha ereditato e quella verso la quale egli vuole andare. I credenti sono in calo un po’ dappertutto nel mondo. In Europa si è passati dal 45 % agli inizi del Novecento al 35 % della fine. Perfino nelle Americhe la Chiesa è erosa da numerose sette tra il superstizioso e il folkloristico. Messori è fiducioso nella ripresa, ripone molte speranze nel nuovo Papa, che, senza togliere nulla ai suoi due predecessori, di grande carisma e valore, ha impresso una sterzata, per ora coi suoi gesti e coi suoi comportamenti.
Non ci vuole molto a rendersi conto che qualcosa si vuole cambiare. Sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno interpretato la missione di Cristo sulla terra in maniera tradizionale, come fino al Novecento era intesa.
Di quel modo sicuramente il primo e maggiore interprete è stato Pio XII, solenne e ieratico. Quando apriva le braccia sembrava toccare i due poli della Terra. Un Papa anche molto criticato per certi suoi silenzi, per certe sue simpatie, per un certo modo aristocratico e distaccato di intendere la figura del pontefice. Giovanni XXIII, suo successore, volle proporsi in discontinuità. Lo aiutava la sua immagine di uomo più schiacciato sulla Terra, mentre Pio XII sembrava proiettato, con la sua figura alta e slanciata, verso il cielo. Un papa alla buona Angelo Roncalli, parlava un linguaggio poetico, ma sapeva essere anche diretto. Seppe uscire fuori da San Pietro  e soprattutto concepire una svolta col Concilio Vaticano II. Ma una svolta in buona sostanza fallita, dopo il tentativo di darle concretezza di Paolo VI, a cui passò per la testa perfino di dimettersi. Sua la norma nel diritto canonico delle dimissioni papali.
Oggi si tende a limitare l’importanza di Giovanni Paolo II alla caduta del comunismo, di considerarlo un pontificato di scopo. Quanto a Benedetto XVI, si può dire che è stato un grande teologo, un Innocenzo III dei nostri tempi, ma per certi altri aspetti una sorta di Celestino VI. E’ proprio vero che la frase che si pronuncia alla morte di un papa, “sic transit gloria mundi”, vale anche per la fama che essi si lasciano dietro. Grandi papi ai loro tempi, si sono come dissolti nella posterità. Un piccolo e quasi insignificante eremita, come Pietro dal Morrone, è rimasto nell’immaginario collettivo come un “povero cristiano”, come ebbe a definirlo il suo conterraneo Ignazio Silone, ma anche un papa che compì un gesto storico.
Questo nuovo papa, che abbiamo visto il giovedì santo lavare e baciare i piedi ad alcuni giovani detenuti, è capace di trasmettere messaggi importanti. La sua è una scommessa e una sfida. E’ un papa che porta con sé il crisma del continente da dove è venuto, che non è quello dell’Europa, ma neppure quello dell’Africa o dell’Asia. Il rischio che si perda l’universalità del messaggio cristiano, che deve saper giungere a tutti gli uomini della Terra, in qualunque condizione essi vivano, c’è tutto. Potrebbe Francesco I inaugurare i pontificati geopolitici, oggi l’America del Sud, domani la Cina. Messori li prevede come in serie: oggi un papa latino-americano, domani  un papa cinese.
Personalmente sono rimasto colpito dal gesto papale “dei piedi”, ma non ho saputo trattenere un moto di indignata incomprensione di fronte a tanti, pur sfortunati giovani, che si son lasciati lavare i piedi da un uomo di quasi ottant’anni. E’ un gesto che incomincia a non essere più compreso qui in Europa. Non erano malati quei giovani. Non erano impossibilitati di lavarsi da sé. Il gesto è simbolico, d’accordo, ma anche il simbolo deve avere un fondamento di concretezza. Ogni cambiamento passa da fatti e non solo da gesti simbolici, peraltro non più comprensibili come una volta.
Napolitano ha formulato a Francesco I gli auguri pasquali senza nascondere il grave momento politico dell’Italia, al bivio di grandi cambiamenti nella nostra democrazia. Quasi abbia voluto gemellare il nostro Paese alla Chiesa, nella comune congiuntura, Napolitano è uscito dalla convenzionalità augurale e ha trasformato un gesto di cortesia in un messaggio estremamente significativo.
Pare che agli irresponsabili politici, che non sanno trovare la quadra di un governo, abbia minacciato le dimissioni. Se lo ha fatto, vuol dire che è proprio stanco più degli uomini che delle cose. Ha ragione, ma non a tutti gli uomini è consentito avere ragione. La ragione è banale.
Figure diverse, il Capo dello Stato e il Capo della Chiesa, ma in questa congiuntura si trovano entrambi a sperare davvero che i loro popoli sappiano recuperare la condizione per iniziare un nuovo cammino. In entrata o in uscita dal mondo, “navigare necesse est”. Buona Pasqua a tutti.

lunedì 11 febbraio 2013

Benedetto XVI lascia come Celestino V



Se qualche volta anche lo Spirito Santo si sbaglia! Qualche segno premonitore c’era stato. La deposizione del pallio pontificio sulla reliquia di Celestino V nel 2009, per esempio! Un gesto simbolico. Ma nessuno poteva pensare ad un epilogo così improvviso. Dalle ore 20 del 28 febbraio 2013 Papa Benedetto XVI non sarà più il Vescovo di Roma, il Sommo Pontefice della Chiesa di Cristo! E’ stato comunicato così, come si comunica un provvedimento qualsiasi poco prima di mezzogiorno dell’11 febbraio nel corso di un concistoro che non annunciava nulla di straordinario. 11 febbraio, data storica per la Chiesa: 1929, conciliazione con lo Stato italiano. Pura coincidenza, e direi insignificante, a fronte dell’enorme importanza della declaratio pontificale.
Che, però, Benedetto XVI non fosse all’altezza del grave compito lo si era capito da tempo, si potrebbe dire dall’inizio. Da quando dovette rendersi conto che parlare da professore teologo è cosa ben diversa dal parlare da Papa. Ora, quel libro di Marco Politi, “Joseph Ratzinger crisi di un Papato” (Laterza 2011), che ripercorre tutti i momenti e gli aspetti dell’inadeguatezza di Benedetto XVI, è il riferimento più autorevole e documentato; per certi aspetti profetico. Politi era stato impietoso: grande rispetto per l’uomo, ammirazione per il teologo, ma perplessità sul pontefice, incapace di dominare l’ambiente nel quale per volontà dello Spirito Santo si trovava.  Si trattava di saper leggere in ciò che accadeva o di avere il coraggio di dirlo. Virtù rara nel mondo del pubblicismo italiano. Evidentemente qualcosa di assai più profondo agitava il Vaticano, la figura del Papa, il potere politico ed economico che ruota attorno a lui, fatto di uomini di ben altra tempra che quella di un mite teologo, “rotto dagli anni e dal cammino stanco”. Mi viene di usare le parole del Petrarca, il poeta e l’intellettuale che, dopo Celestino V, è da associare di più al Papa tedesco. Un Papa medievale, ma anche moderno, a questo punto, quanto altri mai.
L’epilogo dimostra soprattutto che Benedetto XVI non si è dimesso per ragioni di salute, in quanto non più in grado di garantire in pensieri, parole ed opere, il verbo cristiano, al cospetto dei fedeli sparsi in tutto il mondo, ma perché ha avvertito intorno a sé un ambiente ostile, di problematica gestibilità, soggetti gli uni contro gli altri armati, come hanno dimostrato i tanti scandali e i tanti  incidenti che hanno riguardato le alte gerarchie della Chiesa in questi otto anni di pontificato.        
Parliamo a caldo, colpiti anche emotivamente. Ma, già dai primi commenti dei politici, è possibile farsi un’idea delle conseguenze del gesto “celestiniano” di Benedetto XVI. Un gesto – hanno subito commentato da sinistra – onesto, da apprezzare, qualcosa che non potrà non avere conseguenze anche sui papi a venire, come a voler applaudire ad una sorta di indicazione laicizzante che il Papa avrebbe voluto dare, di immensa portata rivoluzionaria proprio perché fatta da colui che incarna e rappresenta il massimo dell’antilaicismo. Se così fosse davvero, Benedetto XVI avrebbe dato ragione ai critici della Chiesa, per non dire ai nemici, a coloro i quali la vorrebbero una semplice istituzione fra istituzioni; avrebbe inferto alla Chiesa uno dei colpi più duri; alla pari forse con quello del suo conterraneo Martin Lutero.
E’ presto per trarre conseguenze dal gesto papale. Ma non si può non considerare che molta parte dell’edificio della chiesa cattolica se ne cade, come per una scossa di terremoto, con le sue dimissioni. Quando mai nella storia ci sono stati due papi, come accadrà con l’elezione del nuovo pontefice, a parte il periodo della cattività avignonese e degli antipapi? Come si può pensare o dire che lo Spirito Santo si è sbagliato eleggendo un Papa inadeguato, che potrebbe perciò ancora sbagliarsi? E se lo Spirito Santo si sbaglia, si aggiorna, si ammoderna, come una qualsiasi istituzione secolare, che Spirito Santo è più? Sono semplici domande, che sembrano battute superficiali e poco intelligenti, ma vengono spontanee. Qualcosa si è certamente rotto nella Chiesa.
Celestino V fu vittima di uomini più scaltri di lui, di quel cardinal Caetani che divenne poi papa col nome di Bonifacio VIII. Ma Benedetto XVI è vittima di chi? Veramente si è dimesso per motivi di salute? Certo, quelli ci sono, sono innegabili. Ma se intorno avesse avuto uomini dei quali fidarsi, avrebbe potuto continuare come hanno fatto tanti prima di lui. Valga per tutti l’esempio di Giovanni Paolo II! No, Benedetto XVI si è dimesso perché non in grado di gestire una chiesa riottosa e sconcertata all’interno, aggredita all’esterno da una modernità imprevedibile e inarrestabile.