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domenica 1 novembre 2015

Due-tre cosette su Pasolini


Carlo Lucarelli ha scritto un libro su Pasolini in ricorrenza del quarantesimo anniversario della tragica morte dello scrittore, PPP Pasolini, un segreto italiano (Rizzoli, 2015). Tra le tante rievocazioni apparse quest’anno sull’argomento da me intercettate è quella che ritengo la più significativa. 220 pagine in cui l’autore riflette su Pasolini e su tante altre gravi e misteriose vicende italiane del secondo dopoguerra. Per capire, però, il suo punto di vista nei tornelli dei suoi tanti ragionamenti, espressi nel suo stile di venditore di sensazioni, bastano otto righe a pag. 180.
“Ci sta che in quegli anni, che dai pugni e gli schiaffi ai comizi e alle manifestazioni sono passati rapidamente, attraverso le bombe, alle spranghe e ai coltelli e stanno andando ancora più velocemente verso le pistole, uno così, uno come Pasolini, frocio, comunista e pure intellettuale (nessuna cosa esclude l’altra), si ammazzi  con la furia e la ferocia di un agguato premeditato”.  
Ecco: ci sta. Due gocce di parole che spiegano il mare di una narrazione infinita. La penso anch’io così, ma senza entrare ed uscire da supposizioni varie, che fanno pensare al delitto politico perché Pasolini dava fastidio, come dava fastidio Enrico Mattei, come dava fastidio Mauro De Mauro, come dava fastidio Aldo Moro e via di seguito nella lunga scia di misteri o piuttosto, come suggerisce Lucarelli, segreti italiani.
Sono del parere che, fatta salva la verità processuale, secondo la quale, terzo grado di giudizio, fu il solo Pino Pelosi ad uccidere Pasolini nel corso di un rapporto omosessuale degenerato, altre verità, cosiddette storiche, non ne esistano in difetto di prove o di argomentazioni serie, organiche e consequenziali; sono altresì convinto che la verità processuale non esaurisce né chiude la vicenda, che si presta sia alla soluzione semplicistica del delitto d’impeto in seguito ad un alterco sia all’agguato di più persone per odio politico o razziale. Chi può dire come siano andate veramente le cose?
A quei tempi – siamo alla fine del 1975 – essere omosessuale non è lontanamente paragonabile all’essere omosessuale oggi. Ricordo, se serve a dare l’idea che si aveva degli omosessuali all’epoca, che quando della morte di Pasolini parlai con un anziano signore di Taurisano intento a spazzare davanti al suo negozio – hai sentito? Hanno ammazzato Pasolini, quel grande intellettuale – quello, senza minimamente sorprendersi, continuando a spazzare, commentò testualmente: “sì, ma dice che faceva le porcherie con la parte di dietro”, come se ciò potesse giustificare il suo assassinio. La cosa faceva ridere gli amici quando gliela raccontavo, quella castigatissima “parte di dietro” soprattutto.
Io Pasolini lo conobbi così. Leggevo abitualmente “Il Borghese”, settimanale di destra diretto da Mario Tedeschi, un ex repubblichino, e da una terribile Gianna Preda, una giornalista tosta, esperta ed intrigante. Era proprio costei a tenere le polemiche più violente nei confronti di Pasolini, che peraltro era stato espulso qualche anno prima dal Pci proprio per motivi di omosessualità con ragazzini. Insomma Pasolini, già scrittore e regista affermato, era particolarmente nel mirino della stampa all’epoca definita tout court fascista.
Di lui mi feci un’idea diversa. Avevo letto “Le ceneri di Gramsci” e “Poesia in forma di rosa”; lo seguivo sul “Corriere della Sera” all’epoca diretto da Piero Ottone. I suoi film no, non mi piacevano. Troppo sesso, troppa degenerazione, troppa pornografia ed etica del porcile. Nei confronti del mondo dei poveri, dei brutti, degli ignoranti, degli sconfitti sociali Pasolini aveva una sorta di mistica.
Negli anni Settanta i giudizi su Pasolini incominciarono a cambiare, anche negli ambienti di una certa destra, per quella sua difesa della tradizione, delle persone e delle cose di una volta, trasformate con l’omologazione borghese e progressista, piatta e consumistica. Certo, non era la stampa di destra più immediatamente politica e propagandistica, ma una destra più attenta e attrezzata culturalmente. Ne nacque una questione: Pasolini di sinistra o di destra?, che ancora oggi appassiona. E se uno rilegge i suoi “Scritti corsari” o le sue “Lettere luterane” di dubbi che Pasolini fosse lentamente scivolato su posizioni culturalmente, non politicamente, reazionarie ne ha più di uno.
La vicenda Pasolini ha un qualche legame con Taurisano, che è il mio paese, nel più profondo Salento, perché l’avvocato Rocco Mangia che difese il suo assassino era originario di Taurisano, uno dei tanti giovani professionisti meridionali che avevano scelto la strada dell’emigrazione verso il centro e il nord dell’Italia. E noi, come accade in tutti i paesi, seguivamo i suoi successi forensi nei processi di risonanza nazionale, il più delle volte facendo il tifo per lui.
Rocco Mangia difese il Pelosi con la solita passione che metteva, come del resto fanno tutti gli avvocati – è il loro mestiere, a volte odioso; ma è il loro mestiere! – nei confronti dei loro assistiti. La sua difesa fece uscir bene il pur reo confesso assassino, ma fece trionfare una verità mai accettata da tanti intellettuali, giornalisti e perfino avvocati di sinistra. Per questo hanno decretato nei suoi confronti una specie di damnatio nominis, assolutamente incomprensibile specialmente da parte dei suoi colleghi. Che doveva fare l’avv. Mangia, pilotare la difesa del Pelosi verso la difesa contemporanea di Pasolini, posto che l’una fosse compatibile con l’altra? Sarebbe assurdo semplicemente pensarlo. Un avvocato deve fare gli interessi del suo assistito, non di altri, chiunque essi siano e quali che siano le motivazioni, anche le più nobili. Nel film di Marco Tullio Giordana “Pasolini, un delitto italiano”, dell’avv. Mangia viene fatta una caricatura, come a voler vendicare un torto subito: tu hai tanto infierito contro Pasolini e noi, suoi grandi e irriducibili estimatori, infieriamo su di te; così impàri!
Pasolini è stato un grande della nostra cultura. Poliedrico e radicale in tutte le sue manifestazioni: letteratura, giornalismo, cinema, impegno civile. Il che non significa che non sia anche criticabile per certe sue posizioni, e non mi riferisco alla sua omosessualità, che, peraltro, stando alle testimonianze di chi lo conosceva bene, viveva con grande sofferenza. Mi riferisco a quel suo aristotelismo dell’ipse dixit, che in termini moderni si sintetizza in quel “io so, perché sono un intellettuale”. Un intellettuale sa soltanto una cosa, che la verità, quale prodotto finito e confezionato, non esiste; esiste come ricerca della verità. Tanto vale per gli stessi giudici e storici. Dire “io so perché sono un intellettuale” significa negare in radice la verità nel suo essere ricerca. Fuori dal suo essere ricerca la verità non esiste.

Si continua e si continuerà sempre a sostenere la tesi di Pasolini ucciso da nemici politici, con sempre nuove presunte prove; ma sono fiori, che si portano ad un morto per affetto e perenne ricordo. Queste mie riflessioni non sono fiori, ma all’eretico Pasolini forse sarebbero piaciute. 

domenica 2 maggio 2010

Pasolini: il dubbio e la verità

Premesso che ci sono cose nella vita talmente grandi che finiscono per non appartenere più ai loro “proprietari”, materiali o morali che siano, non si può mai rinunciare alla difesa della più piccola verità e al rispetto di tutti i suoi protagonisti.
Facciamola breve: la morte orribile di Pasolini nella notte tra l’uno e il due novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia, i processi che ne seguirono e soprattutto le polemiche sulle strategie difensive e sui presunti complotti, hanno adombrato, a volte anche pesantemente, non meglio definite accuse nei confronti dell’avv. Rocco Mangia, difensore unico del giovane allora diciassettenne Pino Pelosi, detto “la rana”, reo confesso del delitto. Accuse non esplicitate ma sospese nella “dispositio” dei servizi giornalistici e televisivi, con informazioni e domande efficacemente rivolte verso una verità come rigagnoli d’acqua verso il canale di gronda.
Da allora, periodicamente si torna sul caso Pasolini, in specifico sulla sua morte, per avvalorare l’ipotesi del complotto, sempre esclusa dalla verità processuale, e per chiedere la riapertura del caso, benché la sentenza definitiva sia stata chiara: “E’ estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici”; e benché il caso, più volte riaperto, sia stato chiuso senz’altro, l’ultima volta nel 2008.
Alla ciclicità di interesse per il caso Pasolini si giunge per due motivi: primo, il fatto che Pasolini, essendo quel grande intellettuale che indiscutibilmente fu, non poteva morire in maniera così banale, vittima delle sue stesse avventure erotico-esistenziali; secondo, ad affacciare l’attendibilità di una tesi diversa da quella uscita dai processi concorre il continuo ritorno dell’unico accusato e condannato, il Pelosi appunto, che cerca quasi di mungere attenzione mediatica e probabilmente qualcos’altro con rivelazioni, che finora sono rimaste sempre indimostrate.
Sul primo motivo si spese fin dal primo momento tutto l’ambiente politico-culturale di sinistra, da Alberto Moravia, il quale disse pubblicamente che un poeta come Pasolini non poteva fare la fine che gli veniva attribuita, ad Oriana Fallaci, che in aula affermò di avere le prove del complotto, rischiando di essere arrestata quando si rifiutò di esibirle. Quanto al secondo motivo, sono i mass media ad insistere, per comprensibili motivi, a rifare il processo nelle aule di giustizia perché poi questo alimenterebbe il processo nei loro salotti.
Di recente – e siamo a quasi trentacinque anni da quel disgraziato 2 novembre del 1975 – si è tornati sul caso, con alcuni importanti interventi. Tra cui, per citare i più recenti, quello di Walter Veltroni con una lettera al Ministro di Giustizia Alfano per chiedergli di riaprire il caso (“Corriere della Sera” del 22 marzo); e quello della trasmissione “Chi l’ha visto?” di lunedì, 19 aprile su RaiTre. A parte quello di Veltroni che con molto garbo chiede di riaprire il caso perché “la scienza oggi può dirci la verità” su alcuni non irrilevanti dubbi mai definitivamente e completamente fugati, gli altri tornano ad insinuare che l’avv. Mangia, già difensore dei mostri del Circeo e di altri imputati dell’estrema destra, fosse stato proposto al Pelosi per impedire che gli avvocati d’ufficio impostassero la sua difesa non sulla sua dichiarata esclusiva colpevolezza ma sull’ipotesi del complotto, come gli avvocati di parte civile, Calvi e Marazzita, volevano. Insomma, per far passare l’idea che quella dell’avv. Mangia non fu un impegno deontologicamente ineccepibile, ma un’operazione politica per evitare che si giungesse ad una verità scomoda al Palazzo, siccome il penalista salentino apparteneva all’ala più conservatrice della Democrazia Cristiana romana. Fin dal primo momento, dunque, sul corpo martoriato di Pasolini s’ingaggiò una violenta battaglia politica “a prescindere”, dall’ipse dixit di Moravia all’io so ma non dico della Fallaci.
Da allora l’avv. Mangia, nel frattempo scomparso (ottobre del 2000), originario di Taurisano e all’epoca del delitto Pasolini già celebre penalista a Roma, viene attaccato in maniera subdola per aver fatto esclusivamente il suo dovere professionale senza farsi condizionare dalla grandezza del personaggio e dall’enorme clamore del caso. Fermo restando che ognuno è libero di avere le sue idee e coerentemente osservarle nel rispetto delle situazioni e degli uomini. Se questo vale per Calvi e Marazzita, perché non dovrebbe valere per Mangia?
Ora, è sicuramente condivisibile che non si smetta mai di cercare la verità su Pasolini. E’ perfino comprensibile che, per l’enormità del personaggio in questione, non si smetta mai di nutrire dei dubbi. Ma non è ammissibile che si debba continuare a gettare discredito su chi ha fatto, nel caso in questione, solo il suo sacrosanto e civilissimo dovere. L’avv. Rocco Mangia lo fece con quella passione, che, come possiamo vedere ogni volta che un avvocato difende un accusato di un crimine orribile, lo rende inviso ad una parte dell’opinione pubblica. Così è stato in tempi recenti per delitti come quello del bambino di Cogne, della ragazza di Garlasco, della strage di Erba, della giovane Meredith Kercher a Perugia; e come accadrà tutte le volte che l’opinione pubblica è emotivamente partecipe di un processo. Nel caso Pasolini, poi, sono in gioco contrapposizioni ideologiche, tanto irriducibili quanto inestinguibili, come dimostra lo studio più completo ed obiettivo sul caso Pasolini fatto dallo scrittore americano Barth David Schwartz nel 1995 significativamente intitolato “Pasolini Requiem”.

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