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domenica 12 febbraio 2017

La chiesa dei poveri non è chiesa


A Roma la mattina del 4 febbraio i romani potevano leggere affisso sui muri della città un manifesto anonimo con accuse a Papa Francesco. A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato i Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?”. Una pasquinata, i contenuti della quale però rivelano una fonte più alta, in quanto riferiscono provvedimenti relativi ai piani alti della chiesa: congregazioni, ordini religiosi, cardinali. Per stare nello schema della comunicazione, popolare non è il messaggio, ma il mezzo e il destinatario. La protesta anti Bergoglio è passata dalle sale e dai corridoi dei palazzi vaticani alle strade di Roma.
Da tempo si parla di opposizione al verbo bergogliano tra teologi, ecclesiastici, gerarchie vaticane. Conservatori e reazionari, come vengono chiamati dai progressisti coloro che difendono l’ortodossia, scontenti delle cosiddette aperture del papa sudamericano, considerate vere e proprie svendite dottrinali: gay, divorziati, unioni civili, aborti e via permettendo dietro il carro che in Italia è tirato da radicali, sinistra estrema e centri sociali, hanno deciso di portare nelle piazze le ragioni del dissenso.
Quale la materia del contendere? E soprattutto che cosa lega le cosiddette aperture di Bergoglio coi suoi provvedimenti nei confronti di congregazioni e ordini? 
Fatti salvi gli aspetti marginali del modo di essere e di apparire di Papa Francesco, che riguardano la sfera caratteriale, questo papa, nella sua politica inclusiva di peccatori, sacrifica punti cardine della dottrina cattolica, fino a mettere in discussione perfino il concetto di peccato. E va oltre quando afferma che la sua è la chiesa dei poveri, con ciò dandole una connotazione esclusiva. Ne consegue che i ricchi, solo per essere tali, sono esclusi dalla sua chiesa. E così quelli che ricchi non sono ma vorrebbero esserlo. Ma una chiesa di parte non può rappresentare la chiesa che, per definizione, è “assemblea”, perciò di tutti. Bergoglio vuole una chiesa-partito. Il suo proclama sembra fare il paio con quello engels-marxista “poveri di tutto il mondo unitevi”; anzi “peccatori di tutto il mondo unitevi, purché siate poveri”, la chiesa vi accoglie, in nome della misericordia. I peccati dei poveri non sono peccati.
Papa Francesco, fin dal suo primo pantofolato ingresso nel mondo dell’ecumene cristiana, “buonasera”, si è proposto come il capo dell’internazionale dei poveri, non per far loro cambiare condizione ma per esaltarne le virtù. Il suo atteggiamento mentale è di esaltazione della povertà. In lui la condizione di povero non deve essere considerata fase da superare verso la ricchezza secondo un ordine naturale e universale – gli uomini da sempre tendono a vivere meglio – ma uno stato di felicità da conservare e coltivare. In contrasto, chi è ricco e soprattutto chi cerca di essere ricco, per Papa Bergoglio è un malvagio. Rispetto all’elogio della povertà del poverello d’Assisi, che non esecrava chi era ricco o chi cercava di esserlo, Papa Bergoglio si pone come un autentico leader politico o sindacale. Viva la povertà, morte alla ricchezza! E’ qui il corto circuito.
I suoi continui attacchi al capitalismo, in quanto pensiero e prassi dell’accumulo e dell’investimento a fini economici per migliorare e potenziare le strutture del sistema, in cui trovano miglioramenti di vita il singolo e la società, mettono fuori della chiesa persone che, fino a prova contraria - basterebbe una lettura più critica della storia - hanno dato vita ad un progressivo benessere individuale e sociale. Il capitalismo si è realizzato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ha provocato guerre e devastazioni. Questo è indiscutibile, ma ha anche promosso la civiltà di cui tutti nel mondo, sia pure in maniera e misura diversa, godono i benefici.
Quando si combatte il capitalismo per i suoi effetti negativi, per i suoi eccessi e le sue storture, occorre tener presente che nessun progresso sarebbe stato possibile senza il suo formarsi, senza il suo esercizio. Sarebbe come se davanti ad una grande e meravigliosa opera d’arte ci si soffermasse esclusivamente a considerare la fatica fisica costata al suo artefice e ai tanti lavoratori che hanno contribuito a realizzarla. Se non ci fosse stato lo sfruttamento, perfino animalesco, di quei lavoratori, evidentemente non ci sarebbe stata l’opera bella e meravigliosa. Sono considerazioni banali, che dovrebbero essere capite già alla prima elementare. Invece abbiamo ancora oggi colti e finissimi storici dell’arte e critici d’arte, che mentre si estasiano davanti alla bellezza di un’opera d’arte, predicano contro la ricchezza che quell’opera ha prodotto.
Chi critica e maledice la ricchezza e il capitalismo ha ragione di farlo purché sia consequenziale. Nessuno può beatificare l’effetto maledicendo la causa. La povertà è una condizione che va superata. In questo la ricchezza ha un ruolo fondamentale, in quanto è l’unica che possiede i mezzi per aiutare i poveri a soffrire di meno le conseguenze della povertà o a farli diventare meno poveri o addirittura ricchi. Ma tutto ciò è secondario, non è lo scopo precipuo dell’economia, che, come la politica, è autonoma con le sue leggi. La carità non può essere lo scopo dell’economia; essa si basa e tende al profitto; la carità rende ancor più importante e nobile la funzione. 
Un papa, chiunque esso sia, deve saper rappresentare tutti i cristiani, poveri e ricchi, dicendo ai primi di non rassegnarsi e di impegnarsi ad uscire dalla loro condizione e convincere i ricchi a fornire ai poveri tutti gli aiuti di cui hanno bisogno. “Chi ha avuto in copia – dice il Manzoni ne “La pentecoste” – doni con volto amico / con quel tacer pudico / che lieto il don ti fa”. Ai tempi del Manzoni si poteva parlare di “dono”, oggi quel dono va inteso come condizione che lo Stato e la Società pongono al servizio del cittadino per migliorarsi.

Il comunismo di Bergoglio è viscerale e si pone fuori da ogni dialettica. La sua cultura qui da noi è stata ampiamente superata, non sui libri ma nella realtà della vita. A ben riflettere la sua posizione di apologeta della povertà e di iconoclasta della ricchezza, a lungo andare penalizza i poveri e favorisce i ricchi. Negli uni spegne ogni forza di guardare oltre la propria condizione; negli altri rafforza le loro difese mettendoli al riparo da quelle minacce che la storia ha sempre prodotto col pensiero, la volontà e la forza dei poveri e dei bisognosi. 

domenica 21 febbraio 2016

Papa Francesco: sbavature messicane


Papa Francesco dà l’impressione di non saper mettere sempre in conto le conseguenze delle sue parole e dei suoi gesti, tradendo una inadeguatezza di fondo all’importantissimo ruolo che occupa. Egli appare come un artigiano che, abituato a lavorare con martello e scalpello, si trova improvvisamente davanti ad un sofisticatissimo macchinario computerizzato. Il mondo non è l’America Latina, è qualcosa di più, è qualcosa di meno, è qualcosa di peggio ed è qualcosa di meglio. Pretendere di gestire le anime dell’intera ecumene, avendo una visione parziale di essa, potrebbe portare ad esiti discutibili, forse perfino rovinosi. Il tempo lo dirà.
In aereo, di ritorno dal Messico, incalzato dai giornalisti, ha detto due cose che ne rafforzano il profilo di uomo pubblico un po’ trasandato. La prima è che “chi costruisce solo muri non è cristiano”; l’ha detto chiaramente contro Donald Trump in piena corsa per la candidatura repubblicana alla Casa Bianca. Il candidato repubblicano ha promesso che se eletto presidente farà costruire un muro tra Messico e Stati Uniti lungo tutto il confine, per impedire che i messicani sconfinino nel suo paese e lo invadano coi loro portati di violenza, di droga e di ogni altra nefandezza sociale.
A mio modestissimo avviso, senza avere la furia mistica di uno Jacopone da Todi esercitata contro Bonifacio VIII, dico che ha sbagliato; e non per un motivo soltanto. E’ vero che il Papa ha tutto il diritto di dire, oltre che il dovere, che chi costruisce solo muri non è cristiano – peraltro condivisibilissimo pensiero – ma dirlo in quel momento e in quella circostanza lo ha inchiodato ad una polemica, dalla quale un personaggio di così elevata statura spirituale dovrebbe tenersi lontano. E difatti Trump, un miliardario già noto per le sue sparate contro gli avversari politici e più in generale contro chi lo critica, ha risposto da par suo: “mettere in dubbio la fede di una persona è vergognoso; Francesco è un papa che fa politica”. Sicché papa Francesco si sarebbe comportato in maniera vergognosa; farebbe il politico. Questo e non altro è l’esito della sua dichiarazione, buona e doverosa in sé, ma detta in un momento e in un luogo sbagliati, con una chiara allusione deformante per aggiunta, “solo muri”, come se Trump volesse solo costruire muri e non altro. Va da sé che un politico deve sapere ed essere pronto a costruire muri quando occorrono i muri e a costruire ponti quando occorrono i ponti.
La seconda dichiarazione improvvida papa Francesco l’ha fatta sulle unioni civili; più o meno di questo tenore: “il papa non si immischia nelle faccende politiche italiane”. Giusto! Anche questa affermazione ha in sé del buono. Il papa deve pensare al mondo e non soltanto al paese in cui c’è la sede di Pietro. Quante volte la chiesa in Italia non è stata attaccata per le sue intrusioni, più o meno fondate, nella politica? L’ultima, quella del Cardinale Bagnasco a proposito dell’opportunità di usare il voto segreto per l’approvazione della legge sulle unioni civili, trattandosi di una legge ad alta tensione coscienziale.
Ma in questa sua affermazione di principio c’è del pilatesco. Se la vedano i vescovi, io mi lavo le mani. E no, cara Santità! Lei non può fare il messicano in Messico e l’italiano in Italia. Lei è sempre lo stesso, in Messico e in Italia. Qui è in gioco qualcosa di assai più importante di un principio di pratica pontificale.
Con l’approvazione della legge sulle unioni civili è in gioco la stessa visione della vita che da duemila anni sostiene la Chiesa. La società che si vuole costruire è decisamente anticristiana, antispirituale in senso ampio; è la devastazione dei valori millenari, fondati sulla natura e sulla ragione. E ciò a prescindere dal proprio credo religioso.
Mettere al mondo dei figli ed educarli in una cornice sociale di ordine mentale e spirituale non è la stessa cosa che allevarli nel disordine di generi, di genitori, di pratiche esistenziali considerate da sempre, da ben prima del cristianesimo, innaturali e irrazionali. Battersi contro le unioni civili o comunque vogliano chiamarle con tutti gli annessi e i connessi, acquisto di bambini e uteri a noleggio, significa battersi per garantire ai propri figli e più in generale a tutti gli esseri umani di crescere in una famiglia, che è una ed una soltanto. Non è una battaglia quella delle unioni civili; è la guerra della civiltà contro il ritorno alla giungla, unico luogo in cui ognuno fa quello che vuole e che può senza limitazioni di sorta.
La ragione per la quale papa Francesco tace su una questione così importante afferisce – e qui torniamo al punto di partenza – alla sua inadeguatezza a capire le ragioni del singolo all’interno di una società ordinata ed evoluta. Lui – per banalizzare – è fermo alle esigenze di una società, quella latino-americana, che non ha ancora risolto i problemi della fame; mentre non sa che dire ad una società che si trova alle prese con la digestione.

La sua visione francescana della vita riporta la società al medioevo, con tutto quello che significa: rifiuto di ogni principio di profitto, che è alla base della società capitalistica ed industriale, il denaro essendo lo sterco del diavolo; elogio della povertà, non superamento della povertà; vita da vivere secondo bisogni e desideri naturali, quali che essi siano, senza che nessuno si erga a condanne: chi sono io per giudicare?; lotta alla corruzione, al lusso e alla carriera; disprezzo di tutto ciò che non serve ai bisogni materiali e immediati degli uomini. Chiese, musei ed altre strutture – secondo papa Francesco – possono servire ma devono rispondere alle priorità materiali e immediate di chi ha bisogno. Se questo è un papa, viene di farsi turchi.          

domenica 22 novembre 2015

La Chiesa tra Jerusalem celeste e Babilonia infernale


Con papa Francesco non doveva accadere; invece è accaduto. Lo scandalo dei documenti trafugati e pubblicati in due libri è come un treno che viaggia su un binario predisposto per l’alta velocità. Sono documenti riservati che riguardano le attività amministrative del Vaticano. Ma il profano dei soldi si intreccia col sacro dei sacramenti ed è difficile separare le due cose.
Le anomalie incominciarono durante il Sinodo sulla famiglia. Da noi – disse papa Francesco in apertura – non è come nel parlamento, qui non si fanno compromessi.
Chiara l’antifona: metteva le mani avanti il Papa perché tutto si svolgesse nell’ordine da lui desiderato e sortisse il risultato da lui sperato; un risultato che tutti sapevano qual era, che in tanti però erano intenzionati a non fargli raggiungere.
Il Sinodo per la famiglia ha di fatto spaccato la Chiesa. Si è visto quel che è successo, mentre il Sinodo era in svolgimento, un prete omosessuale ha esibito il suo compagno, tredici cardinali hanno scritto una lettera al Papa facendola conoscere alla stampa perché non si transigesse sui sacramenti, poi la rivelazione di una presunta – presunta? – malattia del Papa. Insomma, non è accaduto nel Sinodo quel che accade in parlamento; è accaduto di peggio.
Alla fine Francesco l’ha spuntata con un solo voto in più della maggioranza richiesta, facendo ricordare agli italiani certi voti in Senato durante i governi Prodi e Berlusconi, quando il governo aveva l’anima tra i denti e aveva bisogno di un voto in più e alcuni senatori a vita, ancorché moribondi, con tutto il rispetto, si presentavano in aula per darglielo.
Diciamola tutta. Che dei cattolici divorziati possano accedere ai sacramenti pare anche a noi, miscredenti, cosa buona. Che colpa può avere un coniuge se l’altro è un fetentone, al punto da rendere impossibile la convivenza? Perché, allora, non consentirgli di avvicinarsi al Signore, nel quale crede e nel quale ripone la speranza di una vita più serena? Ma sappiamo tutti che i sacramenti per la religione cristiana non sono disponibili a revisioni, come lo sono i regolamenti condominiali. Concedere la comunione ad un divorziato o ad una divorziata sarebbe come se il vescovo di quella diocesi pronunciasse per l’uno una sentenza di assoluzione  e per l’altra di condanna; o viceversa.
Lo scandalo cosiddetto Vatileaks 2 è una cosa diversa, ben più seria e ben più grave, come lo ha ammesso perfino il Presidente della Cei cardinal Bagnasco. I due libri usciti in contemporanea, Avarizia di Emiliano Fittipaldi, e Via Crucis di Gian Luigi Nuzzi, che pubblicano e spiegano i documenti trafugati, veicolano mali così gravi che è improbabile si possa dire di loro che non tutti vengono per nuocere. Questi mali nuocciono, altro che.
Il Papa, pur visibilmente amareggiato, ha ostentato sicurezza. Ma se è vero che rappresenta la tanto attesa rivoluzione della chiesa cattolica, una sorta di Fidel Castro o di Che Guevara della situazione, dove sono i barbudos? Se avanza – se è vero che avanza – perché i suoi vescovi, i suoi cardinali non lo seguono? Si ha l’impressione che tutti abbiano paura di seguirlo forse perché incominciano a credere che la sua esperienza pontificia possa volgere al termine a breve o che la sua più volte conclamata riforma non porti a nulla.
Lui, da quel politico che è – lo è per istinto, come ogni buon politico – l’ha messa sul… politico. Vogliono impedirmi di portare a termine la riforma della Chiesa, ma non mi fermeranno. Sembra Renzi quando se la piglia coi gufi.
Non so se questo Papa sia colto o meno, raffinato o meno. A vederlo e a sentirlo non si direbbe. Lo si sente poco citare i padri della Chiesa. Mai che citi Paolo, mai che citi Agostino o Tommaso. Agostino soprattutto gli sarebbe utile, in particolare il De Civitate Dei. Dove Agostino spiega che l’impero romano non cade per colpa dei cristiani, come pure si diceva, ma perché qualsiasi struttura che non si conformi alla Civitas Dei è destinata a finire, prima o poi. Se la Chiesa di Pietro o di Francesco, di Benedetto o di Giovanni, di Paolo o di Pio o di chiunque altro non finisce, è perché rispetta le due dimensioni, si conforma alla Jerusalem celeste per gli affari spirituali ma fa i conti con la Babilonia infernale per quelli materiali. Nel momento in cui Francesco riduce la Chiesa  ad una sola dimensione, nell’illusione di trasferire sulla Terra la Città celeste, avvia un processo di disfacimento della Città terrena, che è condizione dell’altra. E’ mondano il lusso dell’attico del cardinal Bertone esattamente quanto Santa Marta di Francesco, quanto la Porziuncola di Francesco, quello d’Assisi, l’uno, l’altra e l’altra indulgono alla materialità: o per il fasto e il lusso, o per la povertà e l’indigenza.
Non è peccato sedere su un trono d’oro, è peccato distruggere quel trono, se questo è utile alla salvezza materiale e spirituale degli uomini tutti.
Quel che si percepisce, propaganda a parte, è che il papato di Francesco non è la correzione di un cammino sbagliato concluso da Benedetto XVI con le sue dimissioni – fatto estremamente grave! –  ma un’altra fase di travaglio per la Chiesa. Ad un papa dimissionario è seguito un papa missionario; ma il Papa non deve essere né l’uno né l’altro. Una missione peraltro tutta politica. Francesco non parla di peccati, ma di reati. Il suo orizzonte è sindacale, se si mettesse in tuta sarebbe da preferire alla Camusso. L'ultima è di questi giorni: gli insegnanti sono operai malpagati, lo Stato non ha interesse per l'educazione. 
Ci ritroviamo con un papa che ha trasferito nel cuore dell’Occidente europeo e cristiano le arretratezze sudamericane, da intendersi non solo nella loro dimensione materiale, ma anche e soprattutto spirituale.

Lo slogan “una chiesa povera per i poveri” è un colossale nonsense. Per essere utili ai poveri bisogna essere ricchi. Io in Chiesa non vado, ma vado con la Chiesa quando aiuta concretamente i poveri, ammonisce i potenti, tuona contro i violenti, condanna i malvagi e dice chiaramente all’individuo ciò che è peccato da ciò che non lo è. La Chiesa deve fare la Chiesa. Per questo le destino il mio otto per mille; nonostante i tanti abati di Montecassino!   

domenica 31 maggio 2015

Nozze gay: la società paccottiglia


C’è un nesso tra la dichiarazione di papa Francesco sui gay “chi sono io per giudicare?”, che a me sembra il massimo dell’ignavia, e la vittoria delle nozze gay in Irlanda di domenica 24 maggio? Un po’ sì e un po’ no. Un po’ sì, perché se il Papa è il vicario di Cristo sulla terra, vuol dire che, imitando Pilato, una vecchia conoscenza di Cristo, è come se avesse detto la questione non è di mia competenza e dunque “mi lavo le mani”. Un po’ no, perché il Papa oggi può dire quello che vuole, di lui la gente, a parte turisti domenicali a San Pietro e pinzochere abituali, se ne frega.   
Il voto irlandese, proprio nella domenica di Pentecoste, sembra essere disceso con lo Spirito Santo sulla terra. Il Segretario di Stato Pietro Parolin si è detto molto triste, aggiungendo “è stato una sconfitta per l’umanità”. Non è dello stesso avviso il cardinale Walter Kasper, che nelle alte gerarchie ecclesiastiche e nelle sfere teologiche rappresenta il concessionario di tutto, ha detto che “la Chiesa ha taciuto troppo” e che “bisogna discuterne”.
Paradossalmente, rispetto a come la penso nel merito, credo che abbia ragione Kasper. Concedere l’assenso alle nozze gay fa parte dell’umanità, non mi sembra una sua sconfitta, anche se lo ritengo nel disordine delle cose. Kasper, invece, ha detto bene: la Chiesa finora ha taciuto, deve discuterne. La discussione, diversamente dalla dottrina Renzi – chiedo scusa per aver mischiato il sacro col profano – contiene sempre qualche concessione. Vedremo presto come la Chiesa saprà adeguarsi alla società deregolarizzata, dove tutto è consentito e l’ordine non è né punto di partenza né di transito né punto d’arrivo.
Detto questo, esprimo sommessamente il mio punto di vista. Esso si articola in due momenti diversi.
Primo. La realtà vuole che ci siano i gay, i quali hanno tutti i diritti riconosciuti e concessi ad ogni individuo, non solo perché così vogliono il diritto positivo e il diritto naturale, ma anche per una forma di sincero rispetto dell’altro, starei per dire evangelico, quale che sia la sua dimensione corporea e spirituale. Se dovessimo accettare o meno l’altro per la sua pelle, per la sua statura, per le sue opinioni, staremmo freschi, torneremmo al punto zero della società. Anzi, a quel punto non potremmo neppure parlare di società, perché essa si caratterizza per essere un “luogo” dove c’è posto per tutti.
Secondo. Qui occorre mettersi d’accordo: vogliamo accettare la realtà nel suo stato di natura, la qual cosa sarebbe assurda e irrealizzabile, non potendo azzerare diecimila anni di storia, o vogliamo ordinarla secondo i suoi stessi principi (juxta propria principia) formula che rimanda per lettura epistemologica a Bernardino Telesio? Mi spiego: come si riconosce alla natura avere dei suoi principi in base ai quali spiegarla così va riconosciuto alla società avere i suoi principi in base ai quali ordinarla. E’ di tutta evidenza che mentre la natura può essere solo spiegata, ma non ordinata, poiché essa ha un suo ordine immutabile, la società deve essere necessariamente ordinata in base a mutevoli situazioni. Dunque, la seconda che ho detto: la società va ordinata; senza ordine non c’è società.
Oggi – lo vediamo tutti – i gay rappresentano un movimento emergente; essi perciò vogliono tutto ciò che la società (la legge viene dopo: res facit legem) concede ad ogni individuo. Sposarsi tra di loro, adottare bambini, accedere in tutto e per tutto al diritto di famiglia, eredità di beni e reversibilità di pensione comprese. Fin qui il ragionamento è matematico. I gay ci sono, in quanto individui hanno tutti i diritti, dunque se ogni individuo ha diritto di sposarsi con chi vuole, col permesso di Aristotile e della logica, essi possono sposarsi tra di loro. La Chiesa che c’entra? Già, chi è la Chiesa? verrebbe di dire con papa Francesco. Chi è la Chiesa per dire che è una sconfitta per l’umanità?
Discorso chiuso, allora? No, c’è sempre la società, il contenitore all’interno del quale s’inserisce la questione dei gay e pone una domanda: come s’immagina una società con i gay ai quali si concede tutto quello che si concede agli individui?
Non è il caso di scomodare formule abusate: società aperta (Popper) o società liquida (Bauman), con le quali si potrebbe pure stabilire un nesso, perché sia l’una che l’altra non escludono la regolarizzazione della società, pur con tantissime difficoltà sopraggiunte col moderno e soprattutto col post-moderno.
Qui non si tratta di ragionar per anni, ma per visioni di vita temporali sebbene a lunghissima prospettiva. Due, perciò, le ipotesi avveniristiche.
Prima. In una simile società i gay aumenterebbero vertiginosamente, dato che essi non sono tali solo per strutturazione fisica ma anche per condizione morale e per scelta. Se prima sono stati contenuti nel numero è perché sono stati socialmente repressi. La società del futuro sarebbe una società sempre più gayzzata, con la famiglia disintegrata, con le figure di padre e madre vaporizzate, con figli di nessuno, prodotti in tantissimi modi che la scienza provvederebbe a trovare. Sarebbe una società “paccottiglia”, in cui i diversi sarebbero proprio quelli che prima erano i normali. Essi potrebbero essere addirittura perseguitati e repressi, in una sorta di rivoluzione antropomorfica.
Seconda. La società potrebbe sviluppare degli anticorpi sociali capaci di difendersi e addirittura giungere ad una reazione fagocitando tutto ciò che nella società è fattore di disordine e ristabilire l’ordine compromesso, proprio come i fagociti nel sangue.

Ci sarebbe una terza ipotesi, più presentista. Sarebbe quella di vedere tutti recuperare il senso dell’equilibrio e della responsabilità, incominciando da papa Francesco, il quale dovrebbe smettere di fare il segretario dell’Onu aggiunto, “pensando a Cui somiglia”, che non è Ban Ki moon, ma Gesù Cristo. A proposito di “Pentecoste”, grazie a don Lisander!

domenica 6 aprile 2014

La Chiesa di Francesco tra il dire e il fare


Oggi, a distanza di poco più di un anno dall’elezione al soglio pontificio si può tentare di vedere Papa Francesco oltre quello che appare. Finora i media ci hanno mostrato: Santa Marta, Piazza San Pietro, giri in papamobile, baci e abbracci di bambini, invalidi, vecchiette, borse portate personalmente a mano, uso di utilitarie, immagini in varietà di posizioni – l’ultima inginocchiato di spalle al confessionale – politici convocati a messa, conti pagati di tasca propria e tutto quell’insieme di ostentazioni che hanno creato in pochi mesi il mito del Papa innovatore. 
La prima impressione è che Papa Francesco abbia sempre una gran voglia di apparire e di piacere (verbo). Vanità che è rubricabile come peccato di lussuria. Il buon Papa Ratzinger ha detto che il Signore ha voluto questo e che lui per questo era inadeguato e dunque ha fatto “il gran rifiuto”. Possibile che il Signore volesse un Papa lussurioso? Bah!
C’è poi un altro genere di ostentazione, che è quello delle affermazioni clamorose, del consenso subito. «Chi sono io per giudicare?»; «L’essere umano è per la chiesa come un malato per l’ospedale: che fai ad un ricoverato, gli chiedi la sua fede o non intervieni subito a curarlo, a guarirlo?»; «Dicono che sono comunista perché sto coi poveri, ma i poveri sono il cuore del vangelo». Frasi che non possono passare inosservate. 
Così anche coloro che non sono in regola coi sacramenti trovano spalancate le porte del Signore. Di fronte a simili prese di posizione, come prima cosa, si deve onestamente riconoscere che è in atto non direi una riforma ma una revisione dottrinale, così alla buona, a spizzichi e mozzichi. Che, aggiunta all’ormai acquisita consapevolezza che tutte le religioni sono uguali, espone il cattolicesimo a traguardi importanti ma incerti.
In seconda battuta non si può non rilevare che anche qui c’è da parte del Papa una gran voglia di stupire. Quando si pensa al rifiuto di giudicare da parte della chiesa, che da sempre si è posta come magistero, viene di pensare ad un professore che a scuola mette a tutte le verifiche scritte e orali dei suoi alunni un bel dieci e al Preside che gli chiede ragione dice: e chi sono io per giudicare? In terza battuta, si coglie l’inevitabile ricaduta politica di certe affermazioni, che vanno in direzione della sinistra, sia a quella operaia, dei poveri e disoccupati, sia a quella radical-chic che vuole tutta una serie di liberalizzazioni: matrimoni gay, eutanasia, procreazione assistita, sacerdozio femminile, abolizione dei sacramenti attraverso un loro progressivo e indolore svuotamento. 
Insomma, questo Papa ha un confine mobile tra ciò che è il compito tradizionale e istituzionale della Chiesa e quello che lui si pone, per cui ogni volta ti sorprende. Difficile dire fino a che punto sia del tutto spontaneo e incurante delle ricadute o consapevole degli effetti religiosi e politici delle sue affermazioni e dei suoi comportamenti. Certo è che sta riposizionando la Chiesa, in conseguenza di un’idea della Chiesa fondata su una parte, non più in rappresentanza di tutto il corpo sociale ed ecumenico. La Chiesa dei poveri dice. E che vuol dire: che vorrebbe un’umanità di morti di fame?
La storia, che è sempre il riferimento ineludibile per trovare ragioni e spiegazioni, ci dice che la Chiesa non si è mai schierata con una parte sociale. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha dimostrato di essere dei poveri e dei ricchi, dei deboli e dei forti, degli ignoranti e degli intellettuali. Ed ha avuto ragione, perché senza i ricchi-forti-intellettuali, i poveri-deboli-ignoranti sarebbero stati molto peggio e mai si sarebbero mossi dalle posizioni preistoriche. E’ la storia che produce le differenze sociali. Il vangelo vale per tutti; nei suoi contenuti il ricco e il povero si ritrovano purché obbediscano alle leggi del Signore Gesù Cristo figlio di Dio. Se i poveri sono il cuore del vangelo, i ricchi quale organo anatomico occupano?
Chi sceglie di stare da una parte, con una parte, lo fa o in buona fede o per calcolo. Escludo che un Papa lo faccia in buona fede; lo fa per calcolo. Ma chi ragiona e opera per calcolo è il politico, che calibra la sua azione in difesa di una parte piuttosto che di un’altra, nella consapevolezza di una necessaria dialettica per raggiungere degli equilibri. Chi si prefigge di portare una parte a prevaricare sull’altra non sta col vangelo, non sta con la democrazia. Non so se Papa Francesco sia o meno comunista – non mi sorprenderebbe se lo fosse – ma dovrebbe sapere che una sola ideologia nella modernità ha esplicitamente dichiarato di proporsi come obiettivo la dittatura di una parte sull’altra; e questa è la dittatura del proletariato. Sappiamo tutti che cosa è stato.
Ma Papa Francesco non stupisce solo per quello che dice e per quello che fa; stupisce anche per quello che non dice e per quello che non fa. Per esempio, non convince i sacerdoti ad indossare l’abito talare e ad uscire dalla chiesa per stare tra la gente, nella società, come una volta. Se è veramente convinto di quello che dice a proposito di povertà e di Chiesa povera, si liberi dello Ior, che è una banca e come tale deve rispondere, più che al Dio uno e trino della fede cristiana, al dio uno e quattrino della fede finanziaria. Se fosse veramente convinto della povertà della Chiesa dovrebbe rinunciare all’otto per mille.

Papa Francesco si è troppo secolarizzato e politicizzato, dimostra di aver appreso l’arte tutta italiana degli annunci ad effetto: a dire le cose che poi non fa e a fare le cose che non dice. 

mercoledì 5 giugno 2013

Papa Francesco e il politicamente corretto


Nell’omelia pronunciata nel corso della messa dalla Cappella della Domus di Santa Marta, la mattina di martedì, 4 giugno, Papa Francesco ha detto, come sempre, parole chiare e spoglie. Cosa, questa volta? Che il Vangelo condanna il politicamente corretto, in quanto ipocrisia e linguaggio di corruzione, teso a trarre vantaggi personali. Un messaggio non specificamente rivolto ai politici, giacché per politicamente corretto s’intende quel parlare in modo tale da non irritare o offendere qualcuno e favorire l’incontro e il dialogo. Il che può accadere in ogni settore e circostanza del vivere politico ed economico, civile e sociale. Ovvio che i politici siano i più esposti e i più esperti in questa ars dictandi.
Non si può dare torto a Papa Francesco. In genere è così. Il capo della chiesa cattolica non può fare distinguo, parla sempre erga omnes. Non esistono per lui comportamenti buoni in un luogo e cattivi in un altro; buoni come mezzi e cattivi come fini o viceversa cattivi come mezzi e buoni come fini. Nessun relativismo della comunicazione. Il politico, dunque, come il prete, il commerciante come il diplomatico, il militare come il giornalista: tutti devono “parlare con la semplicità dei bambini”.
Ma con chi ce l’aveva Papa Francesco? Escluso che egli sia un sempliciotto, che è cosa diversa da semplice – peraltro viene da formazione gesuitica – le sue parole sono rivolte soprattutto al popolo dei fedeli, in cui sono compresi tutti gli uomini nelle più varie circostanze di professione sociale. Lo spirito del parlar diretto e semplice, senza edulcorazioni e rivestimenti truffaldini, è quello di non venir meno all’ottavo comandamento di Dio: non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Chi non dice la verità per come la conosce commette peccato, alla stregua dell’ammazzare e del rubare. Ma il Papa sa anche che non tutti gli uomini e non in tutte le circostanze possono usare il linguaggio della verità per come lui lo intende. Davvero crede che gli uomini tutti possano parlare con la semplicità dei bambini? E’ come pensare all’età dell’oro che una volta vagheggiavano i poeti affetti da mitologia.
Le ragioni del suo dire possono essere diverse. Esclusa quella di fede, secondo cui non bisogna mai dire una menzogna per non incorrere nel peccato del citato ottavo comandamento – è fin troppo ovvio – le altre sono esse stesse politiche.
La prima è che lui vuole rimarcare la distanza della chiesa dal mondo della politica. Sembra voglia dire: io sono il Papa e considero il mondo della politica il regno di Satana. Come il demonio si traveste per essere ben accetto, così voi politici vi travestite per catturare la fiducia della gente. I politici, infatti, usano il linguaggio dell’ipocrisia per coprire delle verità scomode o contrarie all’interesse personale o della propria parte politica. Tradizionalmente i papi sono stati autentici politici, non solo nel tempo del loro regno temporale ma anche dopo; in quanto tali si sono piegati anche loro non tanto al politicamente corretto quanto al politicamente utile. Ogni chiesa nazionale ha contribuito e contribuisce come può alla vita politica della propria nazione. Il Papa provvede anche politicamente alla vita dell’umanità sparsa in tutto il mondo. Il messaggio di Francesco I è particolarmente importante nel momento in cui in Italia la politica ha toccato livelli allarmanti di degenerazione, in cui l’uso dell’ipocrisia non è un rimedio cui si ricorre per necessità ma una sorta di virtù, per cui più si finge, più si edulcora, più s’inganna e più si eccelle.   
La seconda ragione è l’offerta di un mezzo di decodificazione della comunicazione politica. I cittadini sappiano che i politici non dicono la verità, mentono per vizio, allo scopo di catturare la loro fiducia. Va da sé che il politicamente corretto, cioè l’ipocrisia, non ha come contrario il linguaggio di Beppe Grillo, tanto per intenderci. Il quale stravolge anche lui la verità, l’avvolge in  panni laceri e sudici quanto gli altri l’avvolgono in bei vestiti; anche lui per scopi che niente hanno a che fare col bene cristianamente inteso.

Forse Papa Francesco, non fosse altro che per completezza di “lezione”, avrebbe dovuto mettere in guardia i cittadini anche da chi usa un linguaggio licenzioso e violento per ottenere per diversa via quello che altri si propongono di ottenere con un linguaggio gradevole e accattivante. Nello spazio della politica la comunicazione del Papa diventa, che lo si voglia o meno, essa stessa politica.

domenica 12 maggio 2013

La Chiesa di Francesco stenta a decollare



Per ora è la Chiesa di sempre. Stesse scene di Piazza San Pietro. Più passeggiate del Papa tra la folla dei fedeli. Più episodi popolari e confidenziali, scambi di zucchetti, baci e abbracci coi bambini, coi malati. Più messe fuori da San Pietro, a Santa Marta, eletta dimora papale. E’ la Chiesa che ci viene mostrata tutti i giorni. Una propaganda degna di regime, continua, noiosa perché ripetitiva. E’ la Chiesa di Francesco I. E’ la Chiesa della televisione di Stato, dello Stato italiano.
A vedere le scene sanpietrine si ha l’impressione che essa goda di ottima salute. Lo stesso se si scorrono le classifiche dei libri più venduti, con due-tre di Papa Bergoglio tra i primi dieci; cinque-sei tra i primi venti. Accade da diverse settimane. Un duello editoriale avvincente, il suo, con Andrea Camilleri, che ha trovato pane per i suoi denti. Sappiamo che è fumo negli occhi.
La Chiesa resiste nei continenti dove ancora è la società in ritardo, come nel continente sudamericano. Dove invece la società è più avanti rispetto a lei si registrano ritardi su ritardi. Un’antica usura del clero alto, un alienato e a volte abbrutito clero basso, un sempre crescente distacco dalla società cambiata, che continua a cambiare, avevano indotto Benedetto XVI a compiere un gesto rivoluzionario, dimettendosi. Forse nemmeno da lui condiviso nell’intimo delle sue convinzioni teologiche, ma reso necessario per far sentire una voce diventata fioca. L’uscita di Papa Ratzinger dalla scena aveva ed ha, nonostante tutto, il significato di una cesura netta col passato e di un ricominciamento forte e deciso nel presente. Sembra abbia voluto dire: mi sacrifico perché finalmente vi rendiate conto della gravissima situazione in cui ci troviamo.
Non è forse questo il significato del suo salire sulla croce? Uno stare sulla croce diverso da quello toccante, estremo del suo predecessore Giovanni Paolo II. Papa Ratzinger è un grandissimo intellettuale e il suo vocabolario è raffinato e difficile. Ha inteso sacrificare la teologia alla storia. Se lo ha fatto, chi gli è succeduto dovrebbe trarne le conseguenze.
Invece, novità, cambiamenti, per ora nada. Sicuramente è presto per dire qualcosa, men che meno per ipotizzare un bilancio. Qualche giorno fa un dubbio di Francesco I: ma lo Ior serve a qualcosa? Che potrebbe essere l’avvio per un’attesa trasformazione del sistema finanziario del Vaticano. Le gerarchie per ora non si muovono.
Francesco I insiste su due punti, entrambi riconducibili alla povertà. Ma non si capisce bene se intesa come condizione socio-economica o condizione morale. Nell’un caso o nell’altro è lontana dalle esigenze e dalle aspirazioni della società di oggi, almeno da quella europea. Se è solo amore per i poveri, che pure esistono, è un altro discorso; meglio sarebbe parlare di carità.
Il primo punto sul quale insiste è l’invito al clero, alto soprattutto, a non inseguire il potere, le cariche, le promozioni; a non sgomitare, spingere, mettere sgambetti agli altri per arrivare primi. Vuol dire che tutto quello che si diceva prima delle dimissioni di Benedetto XVI, dal caso Boffo a Vatileaks, era vero; anzi, che era solo una parte del malessere reale. L’altro punto è l’appello a conservarsi poveri. Lo dice con le sue metafore della nonna: il sudario non ha tasche; mai visto un corteo funebre seguito dal carro dei traslochi. Forti, efficaci; ma anche queste decisamente antiche, espressione di buon senso contadino. Del resto, la nonna per un uomo che è prossimo agli ottanta anni rimanda al Piemonte contadino dell’Otto-Novecento.
Solo di recente ha sfiorato il problema della pedofilia nel clero. Lo ha fatto con discrezione, quasi con difficoltà a trattare un argomento di per sé brutto, untuoso, scabroso sicuramente.
Il vero problema della Chiesa cattolica è lungi dall’essere considerato nella sua realtà e nella sua evidenza; è quello del suo dover dare ragione a chi cinquecento anni fa fece la riforma. A riflettere, la situazione di Roma è andata precipitando da quando non si volle inserire nel preambolo della Costituzione europea le radici cristiane. Non lo si volle fare nonostante le lamentele del Papa perché la Chiesa cattolica non rappresenta il cristianesimo quale si è evoluto nell’Europa fin dal Cinquecento. IL vero problema è questo. Se il cristianesimo in Europa fosse uno ed uno soltanto, le radici cristiane, peraltro innegabili, probabilmente sarebbero state accolte nel testo eurocostituzionale. Ma tra il cristianesimo cattolico, il luterano e il lefebvriano, e fermiamoci pure qui, ci sono differenze importanti sul modo di concepire i rapporti tra cittadini e Stato, tra cittadini e società. L’etica protestante, che oggi vuol dire Europa, è qualcosa di diverso dalla morale cattolica, che oggi vuol dire terzo mondo, di profondamente diverso dal tradizionalismo del vescovo Lefebvre, che oggi vuol dire medioevo.

giovedì 14 marzo 2013

Francesco I, il Papa che fa sperare



Come tutti gli eventi straordinari, non poteva che avvenire in una data straordinaria, in questo caso palindroma, 13.3.13, dai significati oltre tutto bene auguranti, come il numero 13 dice da sempre. Papa Bergoglio è il primo papa in molte cose: il primo Francesco, il primo gesuita, il primo dell’America Latina. Aggiungerei il primo “italiano non italiano”. I suoi avi erano astigiani, emigrarono in Argentina nell’800. Bisogna sperare che tante novità producano a loro volta novità; buone, sperabilmente.
E subito, purtroppo, i sursum corda dei soliti sapientoni, occupati a tempo indeterminato su tutti i fronti. I quali l’hanno messa subito su vittoria e sconfitta, vittoria di un cattolicesimo evangelico, sconfitta di un cattolicesimo curiale, dietro cui non si sono risparmiati dall’indicare chi sono i vincitori e chi i vinti. Soprattutto i vinti, che, a loro dire, sono gli europei e in particolare gli italiani, Scola tanto per non fare nomi. Rei, questi, di aver appoggiato Berlusconi per tanti anni, che ora vanno incontro a inevitabili rese dei conti e a dei repulisti.
Io non credo sia il caso di metterla su questo piano. Certo, capisco la tentazione di dire che la chiesa italiana s’è meritata la bastonata, ma è sbagliato e rivela un dato, che se nella chiesa, con l’elezione di Francesco I, qualcosa può cambiare, in certi critici italiani della chiesa non cambierà mai niente. Acidi erano e acidi restano, inutilmente bellicosi, perché hanno con la chiesa un approccio sbagliato considerandola uno strumento che affianca e giustifica il potere politico.
La Chiesa ha da sempre una regola, che può non piacere, ma finora le ha consentito di attraversare millenni e sistemi di potere, crisi storiche e tragedie epocali, che è di stabilire con chi ha il potere politico una sorta di modus vivendi, basato sul reciproco rispetto. Ricordo la formula Bona mixta malis di Pio XI nei confronti del regime fascista. Quanto alla bontà dell’elezione di Francesco I, perché non considerare che ad eleggerlo è stato un conclave preparato dai pontefici precedenti, che pur europei erano? L’assemblea cardinalizia, che ha eletto papa Francesco I, era formata da cardinali in gran parte nominati dagli ultimi due pontefici, che per i signori militanti dell’antichiesa italiana oggi sono gli sconfitti. Essa ha interpretato una sorta di consegna, che, ad essere credenti, si riporta allo Spirito Santo, ad essere laici alle scelte e alle decisioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Cosa ci aspettiamo da questo Papa? Escluso di identificarci nei menzionati combattenti dell’antichiesa italiana, all’insegna del tutto a tutti – preservativi, matrimoni gay, procreazioni assistite, sacerdozio femminile, eutanasia e via liberalpensando – siamo laici, nel senso di non credenti, ma liberi. In quanto tali speriamo soprattutto in ciò che il Papa può fare, senza che debba togliere da sotto le fondamenta della Chiesa il terreno sul quale è costruita.
E’ di tutta evidenza che ci saranno dei cambiamenti nella curia. Accade in ogni passaggio per così dire di potere, senza per questo pensare a repulisti o a chissà quali rese dei conti. Ogni Papa deve avere i suoi uomini chiave. Forse un errore di Benedetto XVI, pagato a carissimo prezzo, è stato proprio di non aver saputo creare una governance intorno a sé, composta da uomini validi e fidati. Un governo pontificio come si deve saprà evitare gli scandali di vatileaks, i sospetti che la banca vaticana operi non proprio con modalità cristiane e legali, se mai è possibile manipolare danaro senza  diabolizzarsi, dato che – come si dice – il denaro per un verso è lo sterco del diavolo per un altro è capace perfino di accecarlo.
La speranza che riponiamo in questo Papa è che le grandi questioni che travagliano l’individuo e la società, cui si faceva prima riferimento, più la povertà, vengano affrontate con spirito francescano. Vale a dire con disponibilità ad attutire l’impatto esistenziale che questi problemi provocano, tra cui la concessione di far vivere in maniera meno liturgica il rapporto con Dio. Un percorso, in verità, già intrapreso dagli ultimi pontefici. Non è cosa di poco conto, anche se probabilmente lascerà l’amaro in bocca a quanti vorrebbero pubbliche dispense dagli obblighi di fede.
Sul fronte dei rapporti col potere politico, è appena il caso di ricordare ai tanti neofrancescani di occasione che Francesco, dico quello di Assisi, ebbe il permesso di fondare la sua regola prima da Innocenzo III e poi da Onorio III proprio perché, a differenza dei tanti moti pauperistici che aggredivano pubblicamente la chiesa, lui, il poverello di Assisi, la chiesa la lasciava nella sua grazia di Dio, volendo solo dare l’esempio di povertà coi suoi fraticelli. Certo, i tempi sono cambiati. Oggi non basta che il Papa francescano abbia modi da persona comune, ma deve operare perché il complesso mondo del potere non scarichi sui poveri tutto il peso del suo egoismo e del suo cinismo.
Lo Spirito Santo non lascia sul campo vincitori e vinti, non vittime sacrificali, ma uomini di buona volontà che fanno sperare.      

domenica 31 luglio 2011

Il Cardinal Martini e la questione etica

Il Cardinale Carlo Maria Martini, che era, alla morte di Giovanni Paolo II, uno dei papabili a succedergli, è intervenuto sul “Corriere della Sera” (31 luglio 2011) sulla questione dell’etica pubblica. Ha detto, come al solito, delle cose per certi versi scontate e per altre rivelatrici di un approccio alla vita pubblica piuttosto ambiguo. Ha detto, per esempio, che “Se tutti i politici si attenessero ai grandi principi etici, come quello del primato del bene comune insieme con il rispetto dovuto ad ogni persona, molte cose non succederebbero né sarebbero successe” (ovvio e scontato). Ha poi aggiunto: “…la Chiesa non ha come suo primo dovere quello di sostenere il comportamento morale degli uomini. Essa deve soprattutto proclamare il Vangelo, che ci dice che Dio accoglie tutti gli uomini, nessuno escluso. Essa deve proclamare il Vangelo della misericordia senza badare a chi ne approfitta per i suoi comodi. Essa fornisce quel tanto di più che ci vuole per fare dell’uomo onesto uno che si ispiri alla povertà di Gesù. Se uno non lascia (almeno interiormente) tutto ciò che possiede non può essere discepolo di Gesù” (ambiguo).
Lasciamo stare l’ovvio. Ci chiediamo, primo, perché la Chiesa non deve “sostenere il comportamento morale degli uomini…come suo primo dovere”? Secondo, perché si dice in premessa terrena che Dio, nella sua misericordia, accoglie tutti, cattivi e buoni, ladri ed onesti, assassini ed assassinati? Terzo, che significa lasciare, almeno interiormente, tutto ciò che si possiede per vivere da buon cristiano? E perché poi solo interiormente?
Con tutta l’umiltà e con tutto il rispetto, che si deve ad una personalità tra le più autorevoli di questa nostra poco esaltante contemporaneità, non possiamo dirci d’accordo.
Primo punto. La Chiesa è istituzione che opera sulla terra, è fatta di uomini e per gli uomini, dunque i comportamenti umani sono o dovrebbero essere il punto più importante della sua funzione. Non è il suo primo dovere, ma sarà il secondo, il terzo, il quarto o no? Se la Chiesa non si preoccupa di rendere gli uomini più buoni e più onesti, se non stabilisce un collegamento di premio o di pena coi comportamenti, incominciando proprio dalla terra, senza attese celesti, vuol dire che il suo compito è davvero svuotato. Non si può dire: buoni e cattivi saranno ugualmente accolti da Dio. O diciamolo pure, ma noi sulla terra non siamo Dio e abbiamo il compito di premiare i buoni e di punire i cattivi. Se a tanto la Chiesa non vuol provvedere vuol dire che è inadeguata a guidare gli uomini, che ha rinunciato a farlo in nome di generiche visioni, a causa di antistorici pentimenti, di una reductio dell’universalità, propria della Chiesa, ad una dimensione individuale, come se la Chiesa non fosse una grande istituzione, la civitas Dei sulla terra, ma una singola persona, che prega, si pente e si contrista. Ma la Chiesa non può pentirsi, pena la sua delegittimazione.
L’ambiguità più patente del ragionamento del Cardinal Martini è quell’invito al buon cristiano a rinunciare a tutto ciò che possiede, almeno interiormente. E che significa? Francesco d’Assisi non lo fece “almeno interiormente”. La rinuncia deve essere totale o non è. Sulla terra contano i comportamenti, le azioni. Non contano le intenzioni nascoste nel proprio animo. Non si può pensare una cosa e farne un’altra. Vorrei vedere un imprenditore, che ha a carico centinaia o migliaia di famiglie, che contribuisce alla vita economica del Paese, rinunciare interiormente a tutto ciò che ha. Tutto ciò che ha è frutto di intenzioni, di pensieri, di ambizioni. Non si può rinunciare al mondo mentre si è sul mondo. Ci sono paesi europei, dove politici e imprenditori sono di gran lunga più cristiani degli italiani, perché nel loro credo, spesso protestante, puritano o calvinista, legano le proprie azioni al successo del loro essere uomini pubblici e questo successo lo legano alla loro destinazione finale. La galera, tanto per capirci, o il fallimento sono già prove di insuccesso e dunque di perdizione. La gratificazione sociale, l’ingrandimento e l’arricchimento dell’azienda, costituiscono il successo, che è prova terrena di salvazione. E' su questa dicotomia, perdizione-salvazione, che si pone Dio.
Poco conta se queste credenze siano vere o false, frutto di timori o di speranze; quello che conta è che c’è gente che ci crede e coerentemente agisce ed opera. Sapere che alle proprie azioni, qualunque esse siano, non segue un premio o una pena è sul piano politico e sociale devastante.
Il Cardinal Martini insiste sul Vangelo, ma il Vangelo, inteso come lui lo intende, non è una guida verso Dio, dato che a Dio giungono tutti, con o senza Vangelo. Il Vangelo va osservato per come e per quel che serve sulla terra. Gli uomini, come diceva Kant la legge la devono avere dentro per osservarla; ma se dentro non ce l’hanno, allora è necessario che lo stato gliela fornisca dall’esterno, con tutti gli annessi e i connessi.

domenica 1 maggio 2011

Giovanni Paolo II, santo per cognizione di causa

Lo volevano fare santo subito i fedeli, sei anni fa. Giovanni Paolo II aveva vissuto gli ultimi anni in un calvario di sofferenza, che, se non aveva niente di miracoloso in sé – sicuramente c’è chi ha sofferto e soffre quanto e più di lui sulla faccia della Terra – aveva qualcosa che travalicava la condizione umana nella sua storicità. Qualsiasi altro essere umano si sarebbe dimesso dalla sua carica. Lui non poteva. Un Papa è tale usque ad finem.
La chiesa prevede che per essere beati e poi santi occorrono i miracoli, intesi soprattutto come guarigioni non spiegate dalla scienza e dunque per cause soprannaturali. Accadimenti riconducibili, per testimonianze vere, ad un personaggio preciso. Si è alzato ed ha camminato grazie all’intervento di Giovanni Paolo II. Stava per morire per un male progressivo ed irreversibile ed è poi guarito grazie alla preghiera di Giovanni Paolo II. Funziona così: ciò che la scienza non spiega è miracolo. La chiesa sancisce.
A volte c’è una componente di inconsapevolezza in questi fenomeni. Se un malato terminale si suggestiona al punto da credere che un tal uomo – nel nostro caso Giovanni Paolo II – lo può guarire, e guarisce, è miracolo compiuto da altri o piuttosto un miracolo autoprodotto? Comunque sia, l’attribuzione all’altro è legittima. Presentandosi un soggetto per ottenere qualcosa, non l’ottiene per sé ma grazie all’intermediazione, vera o solo esibita, di un essere superiore, al quale evidentemente nessuno può opporre un rifiuto, l’ottenimento non si può che ascrivere all’autorevolezza, ovvero al carisma, dell’intermediario. I miracoli, anche quelli per i quali si diventa beati e poi santi, sono faccende umane e solo umane, nel senso che accadono tra uomini nella realtà storica. E sono gli uomini a procedere nell’iter. Giovanni Paolo II è beato e sarà santo per simili miracoli.
Ma io credo in Giovanni Paolo II diversamente santo; credo nei miracoli come imprese, obiettivi che si raggiungono attraverso il coraggio, l’intelligenza e la forza, in continuità d’impegno umano; dove non c’è posto per autosuggestioni o per inconsapevolezze. Dove tutto è voluto e pianificato e le parti devono essere necessariamente due.
Credo nei miracoli che si spiegano. L’unificazione d’Italia fu un miracolo. Così ha detto Domenico Fisichella in un libro scritto per i 150 anni dell’Unità d’Italia, volendo significare la complessa e difficile situazione in cui essa era maturata; così intricata che solo un miracolo, qui inteso come iperbole, poteva sbrogliare. I santi di questo miracolo li chiamiamo padri della patria, eroi del risorgimento, martiri della causa. Il crollo del comunismo, in quanto sistema di potere, non di idee, è stato un miracolo. Ma il crollo non è avvenuto da sé. Qualcuno lo ha provocato. E non lo ha fatto con formule imperscrutabili, ma con la diuturna opera di scelte, di comportamenti, di gesti, di opere. Questo miracolo lo ha compiuto Giovanni Paolo II, la cui opera era tanto temuta dai sovietici quanto insperata dagli altri. Se pure non meritasse la beatificazione e poi la santificazione per altri miracoli, la meriterebbe senz’altro per questo.
Ne avrebbe potuti fare altri miracoli di questo genere? Ciò che non è accaduto non è conoscibile. Non c’è stata in Italia la guarigione dal male della mafia. Quel gran male che tormenta il nostro Paese e gli impedisce non solo di crescere ma di stare attore sovrano di civiltà fra altri nel mondo, contro cui Giovanni Paolo II si scagliò con anatemi divini, dopo l’attentato di Capaci, dura ancora. Qui il miracolo non c’è stato. Qui, per usare un’espressione dantesca, “la materia è stata sorda”. Prova che i miracoli sono possibili, anche i miracoli, quando a compierli si è in due: qui è mancato l’altro; è mancato il Paese.
Ma Giovanni Paolo II ne ha compiuti altri di miracoli. Un altro, soprattutto, meno palpabile ma altrettanto storicizzabile. Ha dimostrato che i calcoli politici degli adulti e degli interessati al confronto politico nel mondo non coincidono con le grandi aspirazioni giovanili. Accusato di aver in qualche modo legittimato l’immagine di Pinochet, mostrandosi insieme al dittatore cileno, sul balcone del Palazzo Presidenziale a Santiago, accusato di essere stato un conservatore e di aver impedito qualsiasi apertura in direzione di riconoscimenti in materia di bioetica, di coppie di fatto, di sacerdozio femminile, è stato comunque il primo papa dei giovani, il papa che ovunque andasse adunava folle sterminate di giovani osannanti in nuovi e fino a qualche anno prima inimmaginabili happening, da oscurare le grandi adunate degli anni Sessanta della beat-generation. I Papa-boys sono stati un autentico miracolo in un mondo sempre più secolarizzato e relativistico, ma anche sempre più problematizzato e sofferente. Li ha creati lui.
Ecco perché, al di là delle divergenze d’opinione, sempre lecite e sempre auspicabili, Giovanni Paolo II entra un po’ in tutti, credenti e non credenti, di destra e di sinistra, ricchi e poveri, perché egli si pone semplicemente come il Santo Patrono della Speranza e della Volontà.
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