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sabato 9 novembre 2024

Politicamente scorretti non significa essere maleducati

Ogni tanto a bordo strada incontri qualche signora che non ci metti molto a capire che si tratta di una prestatrice d’opera. Se ti fermi e a lei ti rivolgi chiamandola per l’attività svolta, quella, che pure sta lì apposta, ti può querelare o spaccarti la faccia. E avrebbe ragione nell’uno come nell’altro caso. Il politicamente scorretto non può essere mai maleducazione. La parola “politicamente” lo preserva in un preciso contesto che è quello della politica. Fuori da quel contesto è violenza verbale, variamente punibile. Di recente Elon Musk, il presidente della Tesla, l’uomo più ricco del mondo, che progetta di andare e venire da Marte, sostenitore di Trump nella campagna presidenziale vincente negli Usa, ha chiamato Olaf Scholz, il cancelliere della Germania, «scemo». In altri tempi la cosa poteva risolversi come minimo con un duello. Oggi, semplicemente non si risolve, la si lascia sospesa. E meno male, perché Musk sarebbe capace di infilzare il povero Scholz al primo assalto, data la differenza d’età e di indole. Scholz, probabilmente, aspetterà l’occasione per servirgli la risposta. C’è oggi in Italia un deciso attestarsi sul politicamente corretto, che, per dirla con un termine immediato e diretto, potremmo chiamare ipocrisia. In politica l’ipocrisia non è un difetto, è un pregio perché tende a sdrammatizzare e a far passare una cosa brutta per qualcosa che non ha niente a che fare né col bello né col brutto. Purché non si usi l’ironia, perché in questo caso salterebbe subito all’occhio la scorrettezza. La frase con cui Berlusconi si rivolse a Rosy Bindi, «lei, signora, è più bella che intelligente» fu doppiamente scorretta. L’avesse detta ad una bella donna, l’offesa sarebbe stata semplice; ma lo disse ad un’anziana signora che certo non brillava per bellezza, dunque se non brillava per bellezza meno ancora brillava per intelligenza. Purtroppo il politicamente corretto ha invaso ogni campo in maniera anche esagerata, contravvenendo alle più elementari regole della comunicazione, che impongono di essere rapidi, essenziali e sintetici, usare il minor numero di parole possibile. In nome del politicamente corretto c’è un sovvertimento generale nella comunicazione. I portatori di handicap, ciechi muti sordi disabili in genere, premesso che a loro non ci si rivolge con questi termini, perché si sarebbe maleducati. Essi diventano non vedenti, non parlanti, non udenti, diversamente abili; e va da sé che a loro non ci si rivolge direttamente neppure in quest’altra forma. Il discorso vale nel discorso indiretto, dove non si offende nessuno in specifico e l’una forma vale l’altra. Dire cieco o dire non vedente è la stessa cosa, solo nella seconda forma si impiegano due parole invece di una. Ma non è solo questione di quantità di parole. Ci sono proverbi, “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”, per esempio, che vengono privati della loro forza semantica se riproposti in politicamente corretto. Se dici “chi va con un diversamente abile impara ad essere un diversamente abile”. Così “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” perderebbe trasformandolo in “non c’è peggior non udente di chi non vuol non udire”. Oppure “il figlio muto la mamma lo capisce” trasformato per il politicamente corretto “Il figlio non parlante la mamma lo capisce”. La buona educazione vuole che in presenza di un portatore di difetto non si citi quel difetto. Comunque nel corso dei secoli le cose sono mutate. Pensiamo ai romani, i quali conferivano i tria nomina (tre nomi: prenomen, nomen, cognomen) alle persone importanti. Il cognomen era il soprannome, un privilegio. Cicerone (Marco Tullio) era così chiamato perché aveva un grosso porro in faccia a forma di cece. Il poeta Orazio (Quinto Orazio Flacco) aveva per cognome Flaccus (molliccio) perché era basso, grosso e flaccido. L’imperatore Claudio fu così detto perché era zoppo (da claudico). In realtà il politicamente corretto ha impoverito la nostra lingua, ha burocratizzato la comunicazione e non risolto minimimente il problema, giacchè è parimenti offensivo rivolgersi direttamente ad un sordo chiamandolo non udente. Ad una persona, quale che sia la sua condizione, ci si rivolge con educazione senza nessuna intitolazione né in positivo né in negativo. La nostra era si sta caratterizzando sempre più per una sorta di diffuso pietismo. Niente a che fare col Pietismus, corrente culturale-religiosa in Germania tra Sei-Settecento, ma tendenza a smussare, addolcire, eliminare tutto ciò che appare duro, avvicinare gli esseri umani verso un punto condiviso che non segni differenze. Tutto questo è positivo purché non si esageri e impoverisca il lessico, in una fase in cui peraltro la nostra lingua viene sempre più mortificata e perfino greco e latino vengono letti all’inglese. È uno sproposito sentire conduttori e conduttrici in televisione pronunciare il grecissimo «bio» bai e il latinissimo «plus» plas. Che onomatopeicamente fa pensare ad un tonfo rovinoso.

sabato 20 aprile 2024

Meloni rifiuti il prezzo dell'onore

Nel corso della mia lunga carriera giornalistica, accompagnata sempre dall’etica scolastica di docente, che mi rende diverso dai giornalisti-giornalisti, sono stato querelato più di una volta come direttore di un periodico locale per diffamazione a mezzo stampa. In tanti anni di esercizio, ben 39, può capitare. Il più delle volte la denuncia era speciosa. Il querelante, che era sempre il partito comunista, per decisione dei suoi dirigenti locali, non era per niente convinto, ma si costituiva parte civile lo stesso. Salvo poi a proporre la remissione di querela davanti al giudice. Accettare voleva dire comunque pagare l’avvocato e le spese processuali, che in lire potevano raggiungere il milione. Perché un simile incomprensibile atteggiamento? Per la semplice ragione che lo scopo dei querelanti era di infliggere al giornale un danno economico, che voleva dire la crisi del giornale e la chiusura. Si dirà, ma che c’entrano simili piccolezze a fronte di una querela, per esempio, della leader di un partito e poi premier nei confronti di un mostro sacro della cultura? Si parva licet… Veniamo al dunque. Giorgia Meloni, quando ancora non era premier, fu definita dal professor Luciano Canfora “neonazista nell’animo”, “poveretta”, “pericolosissima” e “mentecatta”. Qui non c’è niente da dimostrare, né da interpretare. Si tratta di ingiurie, violente, categoriche, giunte alla destinataria come mazzate. Diffamanti? Non lo ha creduto gran parte degli italiani che l’ha voluta Presidente del Consiglio dei Ministri. Alla faccia di Canfora. Meloni non è accusata di aver compiuto qualcosa di disdicevole che lei non ha compiuto, allora sì che ci sarebbe stata diffamazione, è stata solo ingiuriata da un avversario politico, benché di lusso. Buon senso vuole che ognuno si astenga dal suggerire alla Meloni le parole giuste, posto che ne abbia bisogno, per saldare il conto con Canfora sullo stesso piano, occhio per occhio, dente per dente. Che si può fare, allora, di fronte a simili offese? Penalmente, mettere in carcere un vecchio ultraottantenne? Non lo vuole la legge e non lo vuole neppure la Meloni. Civilmente, fargli sborsare 20mila euro? Tanto vale in Italia l’onore del capo del governo in carica? La questione potrebbe essere risolta nel più banale dei modi: Canfora si rende conto di aver sbagliato, chiede scusa e dichiara solennemente che non pensa affatto che la Meloni sia quella da lui sconsideratamente definita; Meloni, da parte sua, ritira la querela e alla fine un bel selfie e applausi da tutti e per tutti. Ma Canfora probabilmente non ci sta, forte del suo rango culturale e di tutta la claque che gli sta attorno, fatta di comunisti mai pentiti ma non più gradassi e spocchiosi. I comunisti vanno capiti. Hanno goduto in Italia di importanti privilegi, tenuti in gran considerazione, grazie al fatto che avevano sconfitto il fascismo e il nazismo. Erano quasi lì lì per mettere le mani sul potere quando sono precipitati giù come il disgraziato Sisifo. Di qui la rabbia che acceca perfino persone di elevato rango culturale come Canfora. Purtroppo c’è poco altro da fare, per non dire che da fare non c’è un bel niente. Questo, come tanti altri similari episodi, ricorda un raccontino del filosofo greco del II sec. d. Cristo Luciano di Samosata. Toh, ha lo stesso nome di Canfora. Narra il filosofo che Menippo di Gadara muore e si presenta davanti al guardiano del regno dei morti. Come di prassi questi gli chiede la monetina per farlo passare dall’altra parte, ma quello non ce l’ha. E, allora, gli risponde agitato il guardiano, senza monetina non ti faccio passare. Ah no? gli replica quello. E allora, benché morto, resto da questa parte coi vivi. Quale il senso di questa storiella? Che ci sono situazioni che la legge stessa impedisce di risolvere. Luciano Canfora-Menippo si rifiuta di pentirsi, tanto non gli si può far nulla. E alla Meloni non resta che lasciar perdere con tutte le ingiurie ricevute. Ma su Luciano Canfora, onorato e colto cittadino, non è finita. Resta da chiedersi perché un paese come l’Italia, che ha tanta bella gente come lui, ha poi una Presidente del Consiglio come Giorgia Meloni. La quale, per fortuna, è ben lontana dall’essere come i Canfora e gli a lui assimilabili la considerano. Se fosse quel democratico che dice di essere, Canfora dovrebbe avere più rispetto per la volontà del popolo espressa come la legge ha voluto. Socrate per coerenza e rispetto della legge preferì bere la cicuta. A Canfora non si chiede di bere neppure un po’ di rosolio se gli resta sullo stomaco, ma di ammettere che certe cose non si dicono, non solo e non tanto perché non sono vere, ma principalmente perché offensive di un intero paese.

sabato 6 aprile 2024

Sul caso Ilaria Salis...i soliti italiani

Ilaria Salis è un’insegnante di Monza, comunista di trentanove anni. Amava passare i weekend andando in giro per l’Italia e l’Europa a menar le mani dove c’erano fascisti o nazisti da pestare. Lo faceva in maniera professionale, con un manganello retrattile che teneva nello zainetto e con l’equipaggiamento dei picchiatori nomadi. Era già finita nelle attenzioni della polizia italiana ed era stata già condannata per quei reati tipici degli scontri di piazza, resistenza a pubblico ufficiale et similia. L’anno scorso, con altri comunisti italiani, arrivò fino a Budapest, in Ungheria, dove ogni anno si svolge una manifestazione patriottica, il «Giorno dell’Onore», per ricordare la fermata dell’Armata Rossa da parte di alcuni reparti nazisti nel corso dell’ultima guerra mondiale. L’Ilaria fece quel ch’era andata a fare. Aggredì il corteo dei neonazisti e si azzuffò con loro. Fu arrestata dalla polizia intervenuta per riportare l’ordine pubblico. Da allora è in carcere. Quando va in udienza, una poliziotta la tiene al guinzaglio, mani e piedi incatenati. Lei guarda di qua e di là come incredula e smarrita; a tratti accenna un sorriso, con l’aria non di una sofferente ma di una compiaciuta per trovarsi al centro di tanta attenzione. La popolarità, si sa, piace e si comprende benissimo che possa piacere anche a lei, a cui lo starsene quieta quieta in casa, con tutto quello che c’è da fare, compresa la preparazione delle lezioni se, come si dice, è un’insegnante, non piace proprio. Ma, fatti suoi! Ognuno cura i suoi hobby. Di fronte al caso l’Italia si è divisa tra salisiani (attenzione alla i) e antisalisiani. I primi in gran parte li trovi negli studi televisivi, indignati d’ordinanza, a disquisire sui diritti umani; i secondi nei bar a sparare, tra un caffè e uno spritz, bordate contro la Salis, che se l’è andata a cercare. I primi sono incazzati perché il governo non fa niente per liberarla e ricondurla trionfalmente a casa, onusta di gloria; i secondi sono indifferenti ed anzi non disdegnano l’idea che se la possano tenere in carcere fino alla condanna e alla pena. Ça va sans dire, i primi sono di sinistra, i secondi di destra. Poi c’è un padre, che sembra una gran bella persona, dicono, di idee diverse da quelle della figlia, tanto per stare nella forbice. È disperato perché le autorità ungheresi non ne vogliono sapere di concedere all’Ilaria gli arresti domiciliari. Si è rivolto al governo, presieduto da Giorgia Meloni, che è in gran simpatia col suo omologo ungherese Orban, convinto che se la premier italiana gli chiede un favore quello glielo fa, come se si trattasse di una questione tra due capetti della Magliana. Il governo ha fatto i suoi passi nell’assoluta correttezza. I salisiani lo rimproverano di stare più con quelli del bar che con quelli della televisione e di non fare nulla di concreto per liberare l’Ilaria. Il padre si è poi rivolto al Presidente della Repubblica, il quale ha promesso di interessarsene ma sempre attraverso il governo. La situazione non sembra smuoversi, almeno per ora. Tutto quello che si è riusciti ad ottenere sono migliori condizioni igieniche del luogo di detenzione e la possibilità di telefonare a chiunque. Questi, più o meno i fatti. Li conoscono tutti, si dirà, ma repetita juvant. Quel che dovrebbe mettere tutti d’accordo in Italia non è tanto la liberazione di una connazionale detenuta in Ungheria ma il rispetto delle norme europee in materia di detenzione dal momento che all’Ungheria fu concesso l’ingresso in Europa previa conformazione alle sue norme anche in materia di diritti civili. Non è per questo che la Turchia è tenuta fuori? Ci può pure stare che per un tafferuglio metti in prigione una persona, non è ammissibile che quel detenuto venga trattato come un animale, lo esibisci in catene e dopo un anno di detenzione gli neghi gli arresti domiciliari per un reato, la scazzotatura, che in Italia non viene nemmeno rubricato. In un qualsiasi altro paese europeo la Salis sarebbe stata espulsa il giorno dopo e nel frattempo avrebbe organizzato qualche altra spedizione, sempre a pestare fascisti e nazisti. In compenso nel Pd si parla di candidare la Salis e di farla eleggere al Parlamento Europeo. La Schlein per ora dice che la cosa non è in campo. E se mantiene il punto fa bene. Un partito come il Pd non può puntare su candidati improvvisati, come faceva il Partito radicale di Pannella. Già ha perso la tramontana. Se continua sulla strada del candidato alla “Cucchi” dà al suo elettorato un messaggio negativo. I suoi elettori, salisiani o meno, non gradirebbero e sarebbe per il Pd l’ennesimo errore di valutazione della natura degli italiani. Quale dote porterebbe la promessa sposa Ilaria Salis? Il manganello nello zaino. Ma il manganello non era di destra?

sabato 23 marzo 2024

Ci stiamo sottomettendo

A Pioltello, nell’hinterland milanese, un istituto scolastico inferiore ha deciso di chiudere la scuola per un giorno per festeggiare la fine del Ramadan (digiuno) secondo tradizione islamica. La ragione è che in quell’istituto la popolazione scolastica è divisa quasi fifty-fifty tra islamici e cristiani. Il ministro Matteo Salvini, leader della Lega, ha fatto l’ennesimo tweet indignato e ha rimediato gli ennesimi insulti. Il ragionamento che vien fatto è di una semplicità elementare: gli islamici nel corso dell’anno osservano tante tradizioni cristiane: Natale, Pasqua e feste comandate; è giusto che i cristiani almeno una volta all’anno osservino quelle islamiche. Che siamo in Italia e non in un paese arabo è un dettaglio di nessun conto. Gli islamici hic sunt et hic manebunt optime. Lo dico senza ironia o doppio senso: che sia giusto non so, che così è ormai è fuori discussione. C’è una slavina ideologica che vien giù e volerla fermare con le mani, come fa Salvini, è ridicolo oltre che pericoloso. Dico slavina perché se Salvini si guarda intorno non vede che gente indifferente, che anzi ritiene normale se non auspicabile che il Paese vada verso una direzione multiculturale, multietnica, multitutto. E poco o pochissimo conta che anche un Giovanni Sartori, politologo illustre, era contrario alle multicose. I grandi cambiamenti iniziano sempre così. All’inizio si dice: ma cosa vuoi che sia qualche islamico in Italia! A te personalmente che fastidio o danno ti fa se due maschi o due femmine, coppie di fatto, adottino un bambino? E così via con altre aperture o licenze, permessi e tolleranze, a volte contrarie alla legge. Ma, siccome il cervello è fatto per pensare, a volte bene a volte male, sono sempre punti di vista, mi chiedo se per caso di qui a qualche anno, sempre per il principio che ognuno ha diritto al rispetto delle proprie tradizioni, lo stesso non accada per tante altre tradizioni islamiche, compresa la bigamia, compresi i matrimoni combinati e tante altre abitudini che non solo sono diverse dalle nostre ma con le nostre confliggono. Allora si dovranno fare due costituzioni, una per gli italiani e l’altra per gli stranieri. Perché qui, in Italia, non è consentito avere due mogli, massimo qualche amante, mentre per gli islamici è a disposizione l’harem se se lo possono permettere. A Monfalcone, provincia di Gorizia, a due passi dal confine con la Slovenia, si ha l’impressione andando in giro di trovarsi a La Mecca, tanti sono gli arabi, regolarmente vestiti all’araba, che s’incontrano per strada, in piazza o nei locali pubblici. Già qualche italiano incomincia a vivere un po’ di disagio vestito alla europea. Ci sono luoghi di grande aggregazione, come piazze e stazioni ferroviarie, che sono talmente piene di gente di colore (termine lessicalmente modificato) che tu pensi, come primo impatto di essere in Africa, come successe a me qualche anno fa uscendo dalla stazione di Brescia per andare a fare il commissario alla maturità in una scuola di colà. Lo spettacolo è indecoroso: persone di colore sdraiate sotto gli alberi, altre sui muretti, altre affaccendate in non si sa quali confabulazioni. Nel bel paese, famoso nella storia e nel mondo, per il gusto estetico e le opere d’arte, passano come situazioni normali scene che deturpano, a prescindere da ogni altra considerazione, il paesaggio urbano. Il processo di deidentificazione non si ferma per ora, non è neppure contrastato, anzi. Chi accenna a qualche flebile lamento è tacciato di razzismo, di fascismo e di non so quanti altri reati d’opinione. Si va verso un paese completamente diverso, che diverrà, se già non lo è, estraneo alla nostra storia, alla nostra civiltà. C’è voluto del tempo, tante tragedie nazionali, tante resistenze, ma alla fine siamo sulla strada giusta, in direttiva d’arrivo. Non è solo l’Italia in gioco, evidentemente, ma l’intera Europa occidentale. L’Europa laica, da anni ormai soggiogata alla cultura francese, che rifiuta le radici cristiane, sta facendo tabula rasa delle peculiarità nazionali, della bellezza delle sue contrade, sta svendendo il suo immenso patrimonio di civiltà alle economie globalizzanti e in cambio di merci e di soldi punta a fare un solo mondo. Ci dobbiamo tenere tutti gli stranieri nei nostri paesi, quanti ne arrivano arrivano, per gli interessi che abbiamo noi europei nei paesi della loro provenienza. Ora, quando si è davanti a fenomeni del genere, si può anche essere per il quieto vivere. E mo’, le cose vanno così, pazienza! Eh no. La storia dice, non insegna, perché non insegna un bel nulla, che tutti i fenomeni degenerativi, prima o poi, esplodono nel disastro.

sabato 9 marzo 2024

Imprese d'Italia: dossieranti e dossierati

A parti invertite, cosa avrebbero detto le sinistre a proposito del dossieraggio su personalità prevalentemente di centrodestra se i dossierati fossero stati prevalentemente di centrosinistra? Non sappiamo, ma possiamo immaginarlo. Avrebbero gridato all’avanzato stadio di autoritarismo fascista da parte del governo Meloni, tra spionaggio e manganellismo, e avrebbero gridato all’Ovra e ai tribunali speciali. Invece si sono limitate a dire, un po’ imbarazzate, che non si tratta di dossieraggio. Nooo? E allora, di che si tratta, di raccolta di figurine Panini? La famosa casa editrice sta lanciando una nuova raccolta, quella dei politici e dei personaggi del centrodestra? Se è così, mi prenoto per un album da riempire. Le spiate risalgono a pochissimi anni fa, quando si profilava per la destra una crescita importante. Fino a quel momento il centrosinistra si era sentito al sicuro. Era bastato l’antifascismo a renderlo invulnerabile. Ma quando si accorse che Annibale era alle porte, pensò subito di correre ai ripari. Il mezzo più collaudato per fermare il centrodestra, contro cui l’arma dell’antifascismo era spuntata, era lo spionaggio, lo scandalo, l’inchiesta giudiziaria. Il resto sarebbe venuto da sé. In quest’operazione, oltre alla solita talpa, si è particolarmente distinto il quotidiano “Domani” dell’ing. Carlo De Benedetti, il quale ad un certo punto licenziò il troppo molle Stefano Feltri e ingaggiò alla direzione il duro Emiliano Fittipaldi, esperto giornalista d’inchiesta. Chissà perché De Benedetti ce l’ha tanto con la destra da investire un po’ di soldi per fondare un giornale destinato a scomparire entro…domani. Fu nell’ambito dell’odio debenedettiano che uscirono alcune indiscrezioni sulla mamma e il papà di Giorgia Meloni, poi finite in un nulla di fatto. Chi sa di politica non si sorprende più di tanto. La politica è guerra senza armi. E un detto francese vuole che “à la guerre comme à la guerre”. Quando a scuola si studiava la storia lo sapevano tutti che era così da sempre e nessuno si stupiva di un colpo scorretto, di una promessa non mantenuta, dell’uso dei giornali, della propaganda, non per informare ma per malformare. Oggi non ci sono in Italia grandi leader politici. Ogni tanto ce ne ricordiamo. Ci sono i surrogati. I veri leader sono le Gruber, le Berlinguer, i Floris, i Porro, i Giordano, gli Amadeus, i maestri del fumo e dei fumogeni. Ma guai se glielo dici o glielo fai lontanamente capire. Sono talmente permalosi da scatenare una rissa in diretta, arroccandosi dietro la libertà dell’informazione e della loro neutralità adamantina, perché questa gente è davvero convinta che gli altri sono così allocchi da non capire con chi hanno a che fare. Ora, raccogliere notizie sui singoli cittadini è normalissimo compito degli organi preposti in una cornice di legalità. Lavorano per la sicurezza dello Stato e dei cittadini. A maggior ragione sono attenzionati i politici, i quali, nel bene e nel male, quel che fanno interessa l’intera nazione. Niente perciò di cui meravigliarsi se si scoprono i dossier. Ma si dà il caso che nella fattispecie i mandanti a spiare gli uomini del centrodestra non sono proprio quelli dell’intelligence di Stato, ma forze politiche avversarie, e le notizie non le raccolgono per la sicurezza nazionale, ma per colpire avversari politici. E allora, pur senza farci venire mal di cuore per la rabbia, osserviamo che quando la lotta politica arriva a questo punto la situazione è grave. Matteo Renzi, vittima del dossieraggio in parola, ha evocato, come fece Giacomo Matteotti cento anni fa alla Camera per ben altri soprusi, le metodiche in uso delle dittature sudamericane. Non è ammissibile che in democrazia si possa colpire un avversario politico con armi improprie come la delazione e la diffamazione realizzate attraverso attività illecite. Quando ciò accade gli argini stanno per cedere. L’Italia, che troppo spesso cita le sudamericanate per stigmatizzare certi comportamenti, farebbe bene oggi a prendere di petto questo problema prima che il poco gradito marchio d’eccellenza passi dal Sud America a lei. I cittadini devono sentirsi al sicuro dalla vigilanza delle forze di sicurezza e non esposti a sempre possibili sputtanamenti o ad accuse il più delle volte inventate che, però, prima di dimostrarlo che sono inventate, producono guasti. Che tra gli spiati ci fosse anche qualche sparuto personaggio non riconducibile all’area politica di destra e alcuni rappresentanti del mondo dello spettacolo e dello sport, che nulla c’entrano con la politica, può far pensare ad un tentativo di depistaggio. E infatti Giuseppe Conte, tra i pochi “attenzionati” non di destra, ha detto: e allora io?

sabato 24 febbraio 2024

La dittatura del politicamente corretto

Vige oggi in Italia la “dittatura” del politicamente corretto. Che cos’è? Vittorio Feltri ha scritto un libro per spiegarlo, “Fascisti della parola”. Fascisti, ovviamente gli altri. Più che cosa è, è interessante sapere dove sta: sta a sinistra, a destra neppure per l’anticamera. È l’osservanza del galateo politico affermatosi nei lunghi anni di dominio del centrosinistra. Esprime una cultura pretenziosamente igienizzante. Mai pane al pane e vino al vino. Parole, espressioni, che sostituiscano la realtà delle persone e delle cose, neutralizzandone i caratteri. Dopo la morte di certi valori del passato, affogati nella Stigia antiideologica, il vuoto è stato riempito da una sorta di piatta, mortifera e sciapa ideologia del nulla. Che non è nichilismo, ma artificiosità. Questa si è diffusa come la gramigna, erba infestante che non consente altra vegetazione tutt’intorno. Così il pensiero unico del politicamente corretto non consente la nascita di altri pensieri e di altre parole. È un linguaggio artificiale, con cui si vuole riportare tutto in una sorta di formulario, come una volta nelle curie. Una regressione incredibile se si pensa che per il padre Dante – per carità, nessuna allusione ad avi della destra – l’italiano elaborato settecento anni fa nel suo “De vulgari eloquentia”, doveva essere illustre, cardinale, aulico e curiale, adatto ad ogni ambito e forma di comunicazione. Col politicamente corretto siamo ridotti al solo curiale. Ne ha subito il danno più grave la scrittura. Essa una volta tirava fuori l’anima dello scrittore e descriveva la realtà vera, libera, creativa, brillante, vivace, con tutti i suoi infiniti colori e le tante sfumature. Oggi è ridotta al tristissimo grigio del monotono e scontato. Ci immaginiamo i Papini, i Prezzolini, i Montanelli, i Malaparte, i Longanesi, i Flaiano, i Pasolini, la Fallaci scrivere tutti in politicamente corretto? Non c’è più un giornale che abbia gli elzeviri, un articolo che informi e diverta, uno scrittore che sappia esprimere un concetto fuori dall’ordinario. Un nuovo Concilio di Trento si è abbattuto sulla cultura, che deve osservare le rigide disposizioni dei nuovi Bellarmini. Quel che è più grave non è la sorveglianza di chi deve scovare l’eretico e colpirlo ma la spontanea pratica del conformista che punta i reprobi che non ci stanno e li guarda in cagnesco. Si dice che è esagerato parlare di dittatura, che è addirittura offensivo per tutti quelli che la dittatura l’hanno vissuta davvero sulla loro pelle, col carcere, con la deportazione, con la tortura e con la morte. Io l’ho messa tra virgolette. Ci mancherebbe altro! Esagerato anche parlare di Trento e della Santa Inquisizione. Nessuno oggi corre il rischio del rogo. Ma resta che disattendere le “verità” indiscutibili della nuova ideologia comporta, a seconda dei casi, perfino il codice penale e sempre la discriminazione delegittimante di fascismo, di razzismo, di sessismo, di patriarcato, a tutti i livelli, in tutti gli ambienti, in tutte le circostanze, ovunque ti trovi. Guai ad esprimersi con parole o concetti che possano essere lontanamente diversi, critici o eretici. Bisogna stare attenti attenti (due volte). Meno male che da professore sto in pensione, se no come me la caverei a scuola col dolce stilnovo, il sessismo pseudoangelicato? Che direi della scorrettezza dell’imperatore Carlo che voleva assegnare Angelica al paladino che più si fosse distinto in battaglia? E che cos’era l’Angelica, una decorazione? Ma andiamoci piano pure col Decalogo. Onora il padre e la madre è fascismo puro, è patriarcato. Non desiderare la donna d’altri è maschilismo. Vuoi scherzare? La donna non è di nessuno. E poi, perché non vale anche non desiderare l’uomo di altre? Non osservare il politicamente corretto si è maleducati? Maleducati proprio no, ma qualche problema si pone. Una cosa è comunicare all’interno delle istituzioni un’altra è comunicare liberamente in ogni altro luogo. Nelle istituzioni il linguaggio deve essere gessato per non prestarsi ad equivoci, fuori deve rispondere ai criteri di sempre, essere utile e piacente e soprattutto saper essere personale pur nella primaria funzione di comunicare chiaro e comprensibile. Ovvio che non si tratta tanto di parole, si sa che verba sunt consequentia rerum, ma di persone, di cose e di fatti, che le leggi stabiliscono come esprimerli, per cui una cosa, un fatto, una persona non puoi che indicarli in una codificata maniera. Più aumentano le cose, gli spazi, i fatti e le persone che devi indicare come impone la legge e più si riduce la libertà di pensiero e di parola dell’individuo.

giovedì 4 maggio 2017

Se il plagio non è più una vergogna


Questa volta il caso di plagio Le Pen-Fillon è clamoroso. Marine Le Pen, candidata alla presidenza della Repubblica Francese, ha copiato di sana pianta parti di un discorso che un paio di settimane prima aveva pronunciato il leader dei repubblicani Fillon, anche lui in corsa per la presidenza francese. I media si sono scatenati, proponendo la Le Pen e Fillon in contemporanea, una accanto all’altro, quasi fosse una gara di sci in parallelo, come i più anziani ricordano tra il nostro Thöni e lo svedese Stenmark.
Dallo staff della Le Pen si è ammesso il plagio, ma si è aggiunto “è stato voluto”, per dimostrare che il programma della Le Pen è lo stesso di Fillon e che dunque gli ex elettori di quest’ultimo avrebbero potuto fidarsi di lei e votarla “ad occhi chiusi” e magari anche “ad orecchi tappati”.
Sembrerebbe infantile come spiegazione, ma in un mondo come l’attuale, veramente una “gabbia di matti”, in cui la post-verità è più vera della verità, vale tutto e il suo contrario.
Fuori da infantilismi e mattane, il plagio è ancora da condannare? Forse a farlo oggi è solamente la scuola. Quando uno studente copia un compito in classe, in tutto o in parte, rimedia un “due” senza pietà e misericordia. Il professore non punisce solo l’incapacità dello studente di elaborare un tema con le sue sole capacità, come è normale che sia, ma anche la furbata. Nel voto stroncatorio scarica la sua rabbia perché costretto a perdere del tempo per trovare la fonte alla quale lo studente ha attinto. Glielo impongono in primis lo studente stesso, e poi il preside della scuola e la famiglia del ragazzo. Non più venti minuti per la correzione dell’elaborato ma a volte anche un’ora e più, per via del mare magnum di pubblicazioni che spesso circolano sull’argomento su libri, giornali e web.
Più sottilmente si sostiene che copiare parte di un testo non è plagio senz’altro, dato che lo si può utilizzare inserendolo in un contesto per fargli svolgere una funzione argomentativa diversa da quella originale. Sottigliezze in qualche modo fondate, a cui però non bisognerebbe mai ricorrere. In casi del genere, infatti, sarebbe d’obbligo indicare tra parentesi la fonte. Non facendolo, si compie un atto comunque disonesto.
Se a compierlo poi è un politico è estremamente grave. Già i politici sono, secondo la vulgata populistica, bugiardi e ladri; se poi si fanno scoprire in un modo così plateale, allora si danno la patente di fessi; che, in un paese come il nostro, è qualifica assai più infamante.
Utilizzare un argomento, già utilizzato da altri, ci sta, basta saperlo rielaborare dandogli una veste formale e stilistica propria. Non è originale ma neppure plagio.
Quando si verificano casi come questo, è di tutta evidenza che l’autore del plagio, che è quasi sempre un collaboratore del politico, è stato incauto, escludendo che lo abbia fatto apposta o per la ragione anzidetta o per dolo. Nel caso specifico, si ha l’impressione che chi ha preparato il discorso della Le Pen non ha copiato da chi aveva preparato il discorso di Fillon; più verosimilmente sia l’uno che l’altro, ovvero sia Le Pen che Fillon, potrebbero avere attinto alla stessa fonte; una fonte terza.
Comunque siano andate le cose, è certo che ormai a farla da padrona, perfino ai livelli alti della politica, è la sciatteria, che la facilità e la comodità di trovare testi bell’e pronti sul web, alimentano. E’ vero altresì che con altrettanta facilità si viene scoperti, perché basta digitare poche parole del testo galeotto, in sequenza compositiva, ed ecco l’indicazione della fonte.

Quel che fa impressione – ma si fa per dire – è che oggi neppure l’essere pubblicamente sbugiardati produce niente di particolare; e meno che niente produce nei politici. Essi, infatti, diventano sempre più sfacciati – non parlo solo dei nostri – ed anzi passare per dei “copioni” li riporta al loro essere ragazzi con tutta la simpatia che certi studenti discoli fanno.

domenica 25 ottobre 2015

Unioni civili, disgregazione sociale


I partiti – si fa per dire, dato che non hanno niente che li degni di questo nome – sono orientati a lasciare libertà di coscienza ai loro senatori e ai loro deputati per quanto riguarda l’ipotesi di adottare bambini da parte delle coppie gay nella legge che si sta discutendo in Parlamento sulle Unioni civili.
Ora, dico io, non c’è da pestarsi la coglia coi piedi per le risate? Ma di che coscienza parlano queste limacce, che tutt’al più sono capaci di qualche scia di bava? Vorrebbero dare ad intendere che hanno una coscienza! Queste anime vendute, che, per non staccare il loro schifosissimo culo dalla poltrona di parlamentari, stanno svilendo i connotati culturali e civili di tutto un popolo, peraltro ridotto al silenzio, parlano di coscienza! Un vecchio adagio delle mie parti diceva: cuscienzia e turnisi no sse sape ci l’ha (coscienza e quattrini non si sa chi ce l’abbia). Vada per i quattrini che oggi si sa benissimo chi li ha e chi non li ha, ma la coscienza! Da dove si vede se uno ce l’ha o non ce l’ha,  se ce l’ha pulita o se ce l’ha sporca, se non dai suoi comportamenti, dalle sue azioni, dalle sue opere? Via, Diogene non andrebbe da quelle parti neppure a cercare funghi!
Mettiamo pure che la coscienza ce l’abbiano, anzi che ne abbiano più di una, non viene loro il sospetto che proprio perché si deve decidere su certe delicatissime questioni dovrebbero essere tutti gli individui ad esprimersi? O pensano che solo loro hanno una coscienza o che la loro valga più di quella di tutti gli altri cittadini messi assieme?
L’ennesima beffa agli italiani da parte di questi loro malrappresentanti pone un problema non più differibile, quello del referendum propositivo. Di fronte a questioni che investono la coscienza e che in prospettiva potrebbero stravolgere la società e trasformarla in qualcosa di profondamente diverso, è necessario che tutti i cittadini esprimano il loro pensiero. Ecco, in questo caso gli italiani, pronunciandosi, darebbero ai loro legislatori indicazioni precise sul da farsi. Se si invoca il voto di coscienza, perché deve valere solo per i 630 fottuti deputati e  per i 315 fottutissimi senatori? Se veramente avessero una coscienza degna di questo nome quei signori direbbero: è giusto e necessario che della questione si occupi il popolo italiano direttamente.
Pretendere di introdurre cambiamenti che stravolgono la civiltà millenaria di un popolo con la presunta coscienza di meno di mille persone, è mostruoso non solo per un democratico, ma per qualsiasi persona con un minimo di passione civile.
Nel merito. Introdurre in Italia istituzioni sociali diverse dalla tradizionale famiglia vuol dire che di qui ad un paio di generazioni ci sarà lo stravolgimento completo della società. A quel punto la società stravolta potrebbe presentare dei guasti ancora più gravi di quelli che si era voluto evitare o riparare col nuovo modello. E’ certo, infatti, che ogni modello sociale prima o poi va incontro alla degenerazione, che il più delle volte non si conosce al momento della sua introduzione. Conosciamo i guasti delle cose reali; non conosciamo i guasti che potrebbero derivare dalle ipotetiche; per quelli bisogna aspettare che diventino realtà.
Siamo in un’epoca in cui l’individuo conta più dell’insieme, anzi conta soltanto lui se per riconoscergli qualche diritto si è disposti a bruciare l’insieme. Seguendo il trend dell’individualismo assoluto di massa, ovvero di sinistra, rovesciato rispetto a quello elitario di destra, si costruisce una società marmellata, in cui bianchi e neri, cristiani e musulmani, eterosessuali e omosessuali stanno insieme senza ordine alcuno, né naturale né legale. Sarebbe la foresta, dalla quale ripartire per ricostruire l’ordine perduto.
L’individualismo assoluto comporta la pretesa del soddisfacimento di ogni desiderio individuale rivendicato come diritto. Ma la natura a questa gente non ha insegnato nulla? Non ha insegnato che ogni individuo ha dei limiti e che perciò si deve porre delle rinunce, così come accade a chi fisicamente è impedito dal fare o dall’essere ciò che vorrebbe fare o vorrebbe essere? Non vorrebbe forse un piedistorti fare i cento metri piani in dieci secondi pure lui? E non vorrebbe forse un brutto deforme conquistare pure lui una bella donna? E’ forse possibile soddisfare ope legis siffatti desideri solo facendoli passare per diritti?
Gli omosessuali non sanno accettarsi in quanto tali e, sapendo di non potere o non voler procreare, sapendo che un bambino ha bisogno di avere un padre e una madre, non accettano la loro condizione e vogliono imporre violenze innaturali, a dispetto della stragrande maggioranza degli altri esseri umani. E tutto questo lo rivendicano come un loro diritto.

Non è questione di entità singole, slegate, di monadi; gli uomini o stanno insieme nell’ordine e nella legge o sono bestie. Non si può dire: ma a te, che importa se gli omosessuali creano delle famiglie diverse dalle tradizionali e adottano dei bambini? L’importante che tu possa fare quello che piace a te; lascia che anche gli altri facciano quello che piace a loro. Obiezione stupida, perché da che mondo è mondo, non c’è nulla nella società che riguardi un individuo che non coinvolga nello stesso tempo o in un tempo differito anche gli altri. Battersi per costruire un modello sociale o per conservarlo è un diritto – questo sì che è un diritto – che non si può negare a nessuno. Ri-obiezione: e allora perché neghi agli omosessuali di battersi per costruire il loro modello sociale? Obiezione accolta. Risposta: non si nega agli omosessuali di battersi per un loro modello sociale, si vuole impedire ad una classe politica di sbandati, di incapaci e di asserviti alla dittatura del monopensiero europeista, di far loro il regalo di omologarli nel nome del dio consumo e del suo profeta denaro, con ciò condannando al disordine e alla rovina l’intero impianto di civiltà.  

mercoledì 26 agosto 2015

Roma capitale...delle banane


Come volevasi dimostrare: per la sconcezza romana dei funerali rom-mafiosi non paga nessuno, ma – e non si vergognano di dirlo – da questo momento promettono che non accadrà più.
Non accadrà più? Ma siamo proprio dei coglioni! E che significa? I provvedimenti non riguardavano il futuro, riguardavano il passato; da sanzionare era l’accaduto. Che non debba accadere più è una minchiata, una frase fatta che non significa nulla.
Vogliamo che i responsabili paghino. In uno Stato, che voglia considerarsi tale, la punizione è terapeutica. Paghi il responsabile e non c’è bisogno neppure di dirlo, che non accadrà più. Se qualcuno paga, altri saranno bene attenti a non mettersi nelle stesse condizioni. Se, invece, mai nessuno paga, tutti si sentono autorizzati a strafottersene.
Ma lo assicura il Prefetto Gabrielli, lo assicurano tutti: sindaco, ministro, questore, comandante dei vigili urbani, tutti, ma proprio tutti, in un coro da far invidia a quello verdiano del Nabucco!
Roba da idioti. Idioti non quelli che le dicono e che le fanno queste cose; idioti noi, cittadini italiani, che le subiamo come tante pecore fesse.
In un paese dove la cialtroneria è diffusa al pari dell’arte e la delinquenza organizzata si confronta con la civiltà millenaria del diritto si esclude per scelta ideologica ogni e qualsiasi punizione. Qualunque cosa faccia uno, non è passibile di niente, a nessun livello. Siamo i talebani del cialtronismo, l’Isis della balordaggine, la Jihad del perdonismo. Gesù Cristo deve sembrare un boia implacabile al nostro confronto.
Dovrebbe montare una rabbia punitiva negli italiani da invocare punizioni esemplari e castighi chirurgici, solo per avviare un principio di sanatoria civile; e invece si continua imperterriti con la cultura dell’irresponsabilità, del non è successo niente, del mo’ faccia Dio, del non accadrà più. Assurdo e paradossale nel suo elementare infantilismo pensare di mettere le cose a posto con la nomina di un altro commissario all’ordine pubblico; come se finora tutto fosse stato lasciato al disordine e al fai da te. Non perché qualcuno non abbia fatto il suo dovere, ma perché nessuno sa cos’è il dovere, perché qui, in Italia, è vietato vietare, è proibito vigilare, è assolutamente esclusa ogni possibilità di chiedere un rendiconto, per il quale si è stipendiati e avviati a splendide carriere e spesso a laute pensioni. 
In questa incredibile deriva morale ci sono gli ideologi dell’imbecillità eretta a sistema culturale. Sono i professionisti dell’invettiva inutile, del colpo a salve, del tanto rumore per nulla, del paradosso per animare insulsi talk-show, con quel campione inossidabile che è Vittorio Sgarbi.  
E’ un paese irredimibile. A Natale ci sono dirigenti scolastici che non vogliono allestire il presepe per non offendere i musulmani. Ogni tanto qualcuno si rivolge all’Europa per togliere il Crocefisso dai locali pubblici. C’è gente che invoca per i marò italiani l’impiccagione. Ci sono preti che modificano inni e canzoni patriottici troppo spinti verso l’eroismo militare. In Alto Adige non si celebra la Grande Guerra per non offendere gli altoatesini che si considerano ancora sudtirolesi e cittadini austriaci. Non si studiano più quegli autori della letteratura italiana che risultano oggi dissonanti con lo spirito odierno.
E questo lo consideriamo un paese serio? Una nazione? Uno Stato? O non è, per caso, la repubblica delle banane, dove ogni tanto si fa finta di indignarsi per rivendicare un’improbabile dignità?
Quanto accaduto a Roma capitale – capitale delle banane – non doveva indignare nessuno, doveva semplicemente far scattare automatiche dimissioni dei signori ministro dell’interno, sindaco di Roma, prefetto, questore e comandante dei vigili urbani. In un paese serio quello che era accaduto non sarebbe accaduto ma se per remota ipotesi fosse accaduto ci sarebbero state automaticamente le autopunizioni. Ma aggiungo, in un paese serio – e il nostro non lo è – ci sarebbe stata una autorità superiore che sarebbe intervenuta per mettere le cose a posto. Ma in Italia parlare di autorità è apologia di fascismo, è negazione di democrazia, è offesa alla libertà.
Ora, a pagare – ma con un po’ di fumo negli occhi – sono solo i Casamonica, i quali un po’ per tradizione rom un po’ per jattanza mafiosa si sono fatto con le loro esagerazioni un colossale autogol. Intendiamoci, nemmeno loro pagheranno come dovrebbero; non si capirebbe perché finora nonostante gli arresti e i sequestri di beni e di soldi sono ancora lì a fare i re di Roma, sia pure in compagnia di altri tre o quattro loro pari. E’ probabile che qualche “reprimenda” la subiranno proprio dai loro consimili per aver rotto la pax mafiosa.
Vedrete, passata la festa, gabbato il santo. Tutto tornerà come prima, fino al prossimo sfregio civile. Accadrà, accadrà ancora di vedere in Italia spettacoli simili e peggio, perché in questo paese “cosa fatta capo ha” – diceva Malaparte, ma capo di che? 

domenica 23 agosto 2015

Casamonica: il funerale del padrino non indigna nessuno


Ma davvero in questo paese si può essere così ipocriti da indignarsi per cose assolutamente abituali? I funerali di Vittorio Casamonica a Roma, giovedì, 20 agosto, sfarzosi e pacchiani, nel più vieto stile hollywoodiano, con carrozza trainata da sei cavalli, elicottero che dall’alto semina petali di rose rosse sulla bara all’uscita dalla chiesa, Roll Royce e tanti vigili urbani impegnati a deviare il traffico dalla zona per non intralciare la messinscena, sono la logica e perfetta conclusione di un modo di essere in Italia che chiama e coinvolge tutti (iperbole). Sicché la finta indignazione di giornalisti e politici, intellettuali e persone comuni, indigna – questa volta a ragione – quei pochi (realtà) che vedono ogni giorno e in mille cose che accadono in questo paese i segni di quei funerali, di quel potere ostentato, di quella sfida allo Stato.
Che cosa sono l’approssimazione, la noncuranza, l’abituale violazione dei regolamenti da parte degli italiani, di tutti gli italiani (ancora una volta iperbole), se non i presupposti di quell’insulso spettacolo? La spazzatura in pubblico, le buche per strada, i divieti di traffico e di velocità continuamente violati, gli ascensori pubblici che si fermano, i pass falsi, le carrozze delle metropolitane senza condizionatori d’aria, le spiagge abusivamente occupate, i muri cittadini imbrattati, la schifezza diffusa sono elementi che non solo appartengono alla stessa cultura di quei funerali ma ne costituiscono la premessa. Sono piccole cose d’immenso significato. Ma poi ci sono le cose immense, enormi di questo nostro incredibile paese, come la legittimazione del fatturato delle attività illecite considerate nel Pil del paese per poter stare nei parametri europei, dalla stessa Commissione Europea approvato. Il che significa che perfino l’Europa accetta ormai, come fenomeno ineliminabile, quel che non dovrebbe mai accettare, ossia quella parte di prodotto interno lordo di provenienza illecita, frutto di attività illegali e criminose.
Il modo di essere degli italiani, così condannato a parole dagli italiani – lo leggiamo nei giornali e nei libri, lo sentiamo alla televisione da politici e opinionisti – ma poi così difeso ed esercitato dagli stessi italiani quale inimitabile modo di essere nel mondo – liberi, tolleranti, creativi, buoni; ovvero sciatti, cialtroni, opportunisti, menefreghisti – porta, nel senso che produce, disamministrazione, mafia, delinquenza, degrado. E’ un fenomeno in cui le premesse sono allo stesso tempo conseguenze: l’effetto produce a sua volta la causa, in un ciclo in cui alla fine è quasi impossibile individuare i termini e i tempi della catena.
Si dice che Vittorio Casamonica fosse uno dei capimafia più potenti di Roma. Chi doveva saperlo, lo sapeva da anni. Nel 2012 furono circa quaranta gli arrestati di quel clan, con sequestro di soldi e di beni.
Domanda ai sigg. Ministro dell’interno, Sindaco, Prefetto e Questore di Roma: perché non si teneva sottocontrollo la famiglia, sia per gli aspetti legali che per quelli etici e di costume? Non si poteva immaginare che i funerali del capo si sarebbero potuti trasformare nell’occasione buona per far dire a questa gente: è morto il re di Roma, il potere continua ad essere nostro, qui comandiamo ancora noi? Risposta: sicuramente sì, se non fosse che in questo paese tutto scorre alla buona, nell’infingardaggine, spontanea e perseguita, di chi dovrebbe vigilare e provvedere e invece se ne fotte nell’irresponsabilità assoluta.
Domanda, questa volta al Papa, che è anche Vescovo di Roma: signor Papa, che a giorni alterni dici di voler scomunicare i mafiosi ma poi non scomunichi nessuno, che inviti a peccare, tanto il Signore non si stanca mai di perdonare, mentre i tuoi vescovi e i tuoi parroci non devono permettersi di giudicare, che pensi del Casamonica che nella gigantografia esibita sembra più papa di te, con la croce che gli pende sul petto, in abito bianco che sovrasta San Pietro e il Colosseo e si accinge ad approdare in paradiso? Risposta: in fede mia non so immaginare una risposta. Bisognerebbe venire dalla fine del mondo per immaginare cose dell’altro mondo.
Il tam tam delle indignazioni continuerà per qualche giorno, il tempo per parlare d’altro, del ritorno a casa dei vacanzieri, dell’inizio della nuova stagione lavorativa, della riapertura dell’anno scolastico all’insegna dell’ennesima minchiata governativa, la “buona scuola”: poi, più niente, come è successo tante altre volte.
Del resto vediamo in ogni parte d’Italia ormai, una volta nel solo Mezzogiorno, che mentre si inaugurano strutture con gli immobili sequestrati ai mafiosi, altri mafiosi o magari gli stessi, coperti da prestanomi, comprano e costruiscono altri immobili, in un giro che fa pensare, per la sua ripetitività, alle storie dei fumetti, coi personaggi fissi: coi Paperon dei Paperoni e la Banda Bassotti, Topolino e Zio Paperino, Gastone e i nipotini Qui Quo Qua. E’ mai cambiato niente in quelle storie di Walt Disney? Niente. Così in Italia: si arrestano capi e pericolosi latitanti – spesso perché non servono più a niente e vengono bruciati dagli emergenti – e si consente ad altri di imporsi al loro posto più forti e arroganti, più minacciosi e sfarzosi.
Ecco perché i funerali di Vittorio Casamonica, così esibiti e sbattuti in faccia agli italiani, in realtà men che indignare non sorprendono nessuno. Tranne i professionisti dell’indignazione. 

domenica 21 dicembre 2014

Italiani double face: Benigni di fuori, maligni di dentro


Certo che noi italiani non finiamo mai di stupire, pur ripetendoci con una coerenza degna di materia scientifica. L’esibizione di Roberto Benigni su Rai Uno nelle due serate del 15-16 dicembre sui Dieci Comandamenti ha fatto esplodere di entusiasmo gli esegeti dell’italica impudenza e impenitenza.
A sentirne alcuni, pare che il Decalogo lo abbia scritto Benigni o che lo abbia ricevuto lui non Mosè dalle mani del Signore, tanta è la lode in suo onore. E’ la fatica più recente del comico toscano dopo  la Divina Commedia, l’Inno di Mameli e la Costituzione della Repubblica, che per la vulgata dei “saputi” sarebbe “la più bella del mondo”. Quando ci si mettono, gli intellettuali italiani riescono a identificare tanto autori e interpreti da non saperli più distinguere. Ricordo l’identificazione Mussolini-Veltro dantesco ai tempi del Duce. Benigni diventa, volta per volta, Dante, Mameli e Padre costituente, anzi l’unico e solo autore della Costituzione. E, dopo tanto, Benigni Padreterno! 
A sentirli, gli apologeti della comicità pedagogica di Benigni, un popolo di dieci milioni di telespettatori è rinsavito, è pronto ad una crociata in difesa dei valori laici della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Perché, gira e rigira, sempre di questo si tratta, anche se si parla di Dio o del padre e della madre. Si sono tanto calati a glorificare Benigni che si sono dimenticati perfino di contestargli il fatto che non più di padre e di madre bisogna parlare al giorno d’oggi, ma di genitore uno e di genitore due, come essi sostengono. Sono gli stessi che propugnano libertà ad libitum e che ritengono la chiesa cattolica la più oppressiva e oscurantista del mondo perché non apre ai gay, alle famiglie allargate, all’eutanasia, ai preti-donne e ad ogni ritrovato del “ciò che piace è lecito”. Sarebbe stato interessante che Benigni relazionasse simili diritti rivendicati coi relativi comandamenti. Ma non attacchiamoci ai cavilli! Benigni ha compensato Buzzi, Carminati e via ingalerando. La reputazione dell'Italia è salva.
Di colpo, dunque, dieci milioni di italiani sono diventati franceschi e jacoponi. Alcuni si sono subito liberati del denaro che avevano in tasca, delle loro carte di credito, si sono spogliati, hanno gettato via cardigan e cachemir, rolex e gioielli, e si sono subito sposati con madonna povertà. Altri hanno incominciato ad invocare punizioni bibliche sui loro corpi colpevoli di godurie peccaminose: Oh Signor, per cortesia, manname  la malsanìa! Gli italiani, quando vogliono, non hanno che il problema della scelta: l’umiltà di Francesco o la furia di Jacopone. A chiacchiere, ovviamente.
Altri commentatori si sono limitati a denunciare la ridondanza di un eloquio sensazionalistico, in verità prolisso e ripetitivo, del predicatore toscano, già comico di vaglia. Per ogni comandamento Benigni ha scomodato superlativi assoluti e relativi: è il più importante di tutti, è quello che tutti gli altri riassume, e via superlativizzando, come a dimenticare quanto aveva già detto per il comandamento precedente.   
Le cose bisogna prenderle per quello che sono. Benigni è un grande del palcoscenico, rende tutto molto bello, chiaro e divertente. Lui sì che miscet utile dulci, come raccomandava Orazio. E’ un grande volgarizzatore, esemplificatore e chiarificatore anche di concetti difficili. Ha il grande pregio di aver fatto capire la Divina Commedia anche ad un pubblico semplice e illetterato; lo stesso ha fatto con l’Inno nazionale e la Costituzione. Gli siano perciò riconosciuti onore e merito.
Personalmente, in occasione dei Dieci Comandamenti, l’ho trovato logorroico; penso che una serata sarebbe bastata a spiegarli. Ma è un dettaglio che butto così, non avendo io la competenza di un critico televisivo, come Aldo Grasso o di un competente come Carlo Freccero.
Ma, detto questo e mi scuso per il poco che questo rappresenta nei meriti che sicuramente ha Benigni, aggiungo che altra è la considerazione critica che va fatta sugli italiani, intesi sia come cittadini qualunque, sia come intellettuali.
In Italia non c’è bisogno che qualcuno ricordi i Dieci Comandamenti. Qualche anno fa lo fece Enzo Biagi col Cardinale Ersilio Tonini, sempre alla Rai, “I Dieci Comandamenti all’italiana”, e lo spettacolo, quanto a qualità e a resa educativa, non fu inferiore a quello offerto da Benigni; anzi.
In Italia oggi c’è bisogno di giudici severi che colpiscano i trasgressori dei comandamenti. E, invece, che abbiamo? Un Papa, che pensa a fare il diplomatico mondiale, disinteressandosi completamente delle anime dei suoi credenti: chi sono io per giudicare? Già, chi è lui? Qualcuno glielo dovrebbe dire. Abbiamo un mondo politico ed educativo, ovvero politica e scuola, che definire permissivo è dire niente, dal momento che vuole depenalizzare tutto. Ai tempi del ’68 “era vietato vietare”; ma si era consapevoli che la si sparava grossa. Oggi vietato vietare è minimalismo.
Allora mi chiedo: davvero i dieci milioni di spettatori hanno tratto qualche insegnamento da Benigni? Non sono i soliti italiani che applaudono entusiasti a chi ricorda loro come dovrebbero comportarsi nella vita, per poi continuare a fare i propri comodi, dimentichi o indifferenti ai moniti? Ricordiamo tutti, fin dalla fanciullezza, il lupo che andò a confessare i suoi peccati contro le pecore e non ancora assolto dal prete gli chiese di sbrigarsi perché aveva sentito belare per strada. Non sono forse gli italiani tanti lupi, Benigni di fuori, divertiti e compiaciuti dei moniti, e…maligni di dentro, pronti a ricominciare a spettacolo finito? Non so. Me lo chiedo!

giovedì 9 maggio 2013

Ambrosoli, un gesto rivoluzionario ed incompreso



Umberto Ambrosoli non ha inteso partecipare al minuto di raccoglimento in omaggio a Giulio Andreotti osservato martedì, sette maggio, nel Consiglio Regionale lombardo, di cui è membro, dopo essere stato battuto dal leghista Maroni per la presidenza. Non ha fatto dichiarazioni. Semplicemente si è alzato ed è uscito dall’aula. Discreto ed elegante. Solo, senza neppure che un grillino lo seguisse, per simpatia o solidarietà o per condivisione del gesto. Eppure i grillini si dicono rivoluzionari, giudici implacabili dei politici del passato e del malaffare eretto a sistema! Una buona occasione, per loro, di dimostrare una coerenza che faticano ad avere. Non uno di quella destra almirantiana e del buongoverno e dei buoni sentimenti – ma ce ne sono più in circolazione? – ha avuto parole di comprensione per quel gesto umile e nobile insieme! Ah, sì, uno c’è stato. L’ex missino e poi vicesindaco Pdl del Comune di Milano Riccardo De Corato ha espresso rispetto e comprensione. Addirittura esponenti di una certa destra, che alcuni vorrebbero democratica moderna europea, lo hanno pubblicamente stigmatizzato. Gli stessi media, storditi dagli incensi e dai peana all’illustre scomparso, hanno cercato di nasconderlo, quasi si fosse trattato di uno sproposito. Non così i tifosi di calcio negli stadi, che mercoledì sera hanno subissato di fischi il minuto di raccoglimento, considerandolo per quello che era: una provocazione.
Il gesto di Umberto Ambrosoli, nell’Italia paludata degli ipocriti, dei gommosi e sinuosi spiriti plastilinati, sempre accomodanti e politicamente corretti, è risultato rivoluzionario, ben oltre le intenzioni di chi lo ha compiuto. Tutti gli italiani perbene avrebbero ragione di apprezzarlo, non solo quelli che la criminalità politica o comune ha reso orfani.
Umberto è figlio di Giorgio Ambrosoli, ucciso nel luglio del 1979 dalla mafia di Michele Sindona. Avvocato, era stato nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e, siccome non aveva ceduto alle lusinghe e poi alle minacce di aggiustare le cose come volevano i poteri politico-mafiosi del tempo, fu ammazzato. Morte, che, secondo Andreotti, se l’era cercata. Un’affermazione orribile, fatta da un politico proverbialmente freddo e riflessivo. Chiese scusa dopo, ma le scuse sono vernice che copre il fatto, non lo rende come mai accaduto.
A sottolinearne il carattere rivoluzionario è stata la condanna espressa da Roberto Maroni, che ha definito “non elegante” il gesto compiuto da Ambrosoli. Non elegante? Ma che dizionario consulta, se lo consulta, Maroni? Invece Ambrosoli è stato elegantissimo e superbo nella sua discrezione, se si pensa che richiesto dai giornalisti sul perché di quel gesto, ha perfino detto che capisce i doveri istituzionali, l’importanza del mondo politico di celebrare uno dei suoi massimi esponenti, ma che lui è un uomo che con quel signore che si onorava con un minuto di raccoglimento aveva una storia personale, famigliare, che non gli permetteva di comportarsi diversamente. Le istituzioni sono rappresentate da uomini – ha detto – e gli uomini hanno il dovere di rispettare sì le istituzioni, ma senza mortificare se stessi nell’inviolabilità della sfera intima e famigliare. A momenti chiedeva perfino scusa per un gesto del quale invece poteva essere fiero.
Avrebbe potuto dire altro. Ci stava pure. Ma l’educazione e la compostezza di Ambrosoli evidentemente sono doti di famiglia ed egli ha lasciato al mondo politico e culturale di gestire un episodio della Repubblica che non passerà davvero tra i più edificanti.
Si dice spesso che la politica è insopportabile per essere il regno delle finzioni, delle ipocrisie, delle menzogne, degli opportunismi. Lo si dice e lo si canta in mille spartiti. Ma poi, quando si presenta un’occasione – e avviene assai raramente – per dimostrare che essa è capace anche di momenti di sincerità, di chiarezza, di verità, ecco che si torna all’usato.
Si parla tanto di lotta alla mafia, si intitolano vie e piazze alle vittime dei mafiosi, ci sono magistrati che vanno in giro a propagandare i loro libri antimafia nelle scuole; ma poi quando giunge il momento di compiere un gesto sovrano contro la mafia, allora si ricorre ai surrogati della pietas cristiana e si delega al Padreterno di provvedere dall’alto della sua giustizia.
Del resto se in Italia nulla mai veramente cambia e tutto continua nell’andazzo dei fatti e nelle ipocrisie della forma vuol dire che non c’è assolutamente nulla da fare. Viene di pensare paradossalmente che perfino la mafia esista per consentire al potere politico di vantarsi dei suoi periodici ma effimeri successi nel combatterla. Come diceva Leonardo Sciascia, a proposito dei professionisti dell’antimafia.