sabato 21 dicembre 2024
Ucraina, la guerra non è stata inutile
Chi ancora sostiene, come fa il giornalista Marco Travaglio, che la guerra Russia-Ucraina è stata inutile, un’orrenda strage di uomini, donne e bambini, tanto scontato era l’esito, mi ricorda un tale del mio paese che la sera, di ritorno dalla bottega di fabbro, non si lavava perché era inutile farlo tanto il giorno dopo si sarebbe nuovamente sporcato. Un paese ne aggredisce un altro, scopo conquista, e l’altro deve starsene zitto e quieto tanto l’aggredito non può competere con l’aggressore e finirà comunque col doversi assoggettare. E zitta e ferma doveva starsene la comunità internazionale per le stesse ragioni. Secondo questo allegro modo di sragionare, la pace precedente e quella susseguente rendevano inutile la guerra.
Cose del genere nella storia ne sono accadute rarissimamente. Quando c’è stata un’aggressione, c’è sempre stata una reazione da parte dell’aggredito, la quale, il più delle volte, ha avuto la sua importanza nella determinazione finale. Si dirà: ma la pace è un bene che viene prima di tutto e di tutti. Se l’esito della guerra è tale da non poter scongiurare la sconfitta, perché farla? È presto detto: perché l’aggressore russo, in questo caso, sarebbe passato ad imprese anche più facili nei confronti di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia, Moldava e via continuando con tutto l’ex impero sovietico. Putin, il neozar, non si è neppure peritato di nascondere le sue intenzioni.
Chi viola le regole internazionali va fermato possibilmente nei modi che non siano di peggioramento della situazione. Mi spiego: non si doveva arrivare alla terza guerra mondiale subito dopo che i carri armati russi erano entrati in territorio ucraino. Ma, evidentemente, neppure starsene fermi a guardare, in attesa che la cosa fosse finita col ritorno alla pace, che per l’uno, l’aggressore, sarebbe stata di vittoria, per l’aggredito di sconfitta. La pace non è un bene perimetrabile nello spazio e nel tempo, è qualcosa di assai più ampio. L’Ucraina ha fatto bene e fa bene a battersi e la comunità internazionale fa bene a sostenerla fattivamente. Battendosi si difende la pace vera, la pace dei giusti. Può essere che l’Ucraina abbia commesso degli errori. Può essere che la Nato si sia avvicinata troppo alle porte della Russia. Può essere tutto, ma un dato è incontrovertibile: da una parte c’è stato un aggressore e dall’altra un aggredito.
Davvero la guerra è stata inutile? Nel frattempo, con la guerra, un po’ di cose sono cambiate. Svezia e Finlandia hanno chiesto di entrare nella Nato dopo la loro tradizionale neutralità e i paesi che stanno intorno alla Russia sempre più convintamente vogliono entrare nell’Unione Europea. Il piano di ricomporre la vecchia Unione Sovietica, riveduta e corretta, non sembra più tanto praticabile. Tutto questo sarebbe avvenuto se l’Ucraina avesse accettato l’invasione e se la comunità internazionale se ne fosse stata per i fatti suoi in difesa della pace e del quieto vivere? C’è da dubitare. A volte il tempo aiuta a far nascere situazioni nuove. Senza scomodare Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore anti Annibale, la guerra dell’Ucraina ha consentito che maturassero certe situazioni politiche, che rendono oggi la Russia meno spavalda e più conscia delle difficoltà a voler togliere la libertà e la pace ad altri paesi.
Ora, dopo due anni di guerra, pare che le due parti vogliano cercare una soluzione. L’ucraino Zielinski ha detto di non avere risorse belliche per recuperare il Donbass e la Crimea. La dichiarazione potrebbe essere letta come un segno di resa e una disponibilità all’accordo, ma anche come una nuova richiesta agli alleati di armi e di mezzi. Dall’altra parte il russo Putin ha detto che è disposto a trattare con tutti anche con Zielinski a condizione che in Ucraina questi venga eletto in maniera regolare. Si sa da sempre che la carica di presidente dell’Ucraina di Zielinski è stata contestata da Putin come irregolare. Anche questa dichiarazione può essere intesa come una disponibilità a trattare, forse Putin conta sul condizionamento del voto in Ucraina o forse, come si dice, mena il can per l’aia. È da ingenui non pensare che Putin abbia “suoi” uomini in Ucraina pronti a fare dell’Ucraina un’altra Bielorussia.
Si tratta comunque di spiragli che in una situazione molto complessa potrebbero aprirsi ad una soluzione o a rendere sempre più ingarbugliata la matassa. Pensare che tutto possa risolversi “francescanamente” – con tutto il rispetto! – o alla “Travaglio” è utopia bell’e buona. Finora si è evitato il peggio con soluzioni partecipi e dilatorie; diamo tempo al tempo.
sabato 14 dicembre 2024
Fratelli d'Italia, che c'è da buttare
Recentemente Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento per Fratelli d’Italia, ha adombrato l’opportunità di togliere la Fiamma dal simbolo del partito. Nulla di propositivo ma un passaggio nel corso di un’intervista. Ciriani non è uno qualunque, è un personaggio del partito di Giorgia Meloni che si è sempre contraddistinto per la sua moderazione e per l’immagine che offre di sé, di persona misurata e a modo. Non potevano mancare le reazioni della componente postmissina del partito, essendo la Fiamma uno dei bersagli preferiti degli avversari. La polemica, molto soft e breve, rimanda all’immediato dopoguerra, quando fu scelta dal neonato MSI quale suo simbolo. Se ne sono dette tante sui suoi significati. Agli avversari piace sostenere la leggenda che essa rappresenti la luce e il calore che emana il corpo di Mussolini dalla sua bara, su cui erano le iniziali del partito MSI, letto in acronimo MuSsolinI. Tutte balle. La storia racconta ben altro. Quanto al nome Movimento Sociale Italiano ricalca l’esperienza politica di François de la Rocque in Francia del 1936 Mouvement social français. Questo era un movimento che cercava di unire le varie associazioni combattentistiche francesi dopo la guerra 1914-18, per costituire una grande forza politica. Quanto al simbolo, lasciamo la parola allo stesso Almirante, che ne fu l’ideatore.
«Ero segretario del MSI, nel 1947, quando, pochi mesi dopo l’avventurosa nascita del Partito, si profilò l’occasione di misurarci sul terreno elettorale con le votazioni amministrative di Roma. Ancora non avevamo un simbolo e bisognava pensarci in vista degli adempimenti tecnici per quel battesimo elettorale. Il fascio, ancorchè repubblicano, non si addiceva, evidentemente, a quella nostra prima battaglia democratica. Ci pensavo e ripensavo ma non veniva fuori nulla di soddisfacente. Un bel giorno, mentre scendevo le scale della nostra sede di Corso Vittorio, vidi venirmi incontro un giovane mutilato di guerra della Rsi che arrancava su una sola gamba e una stampella. Mi fermò – qualcuno aveva già imparato a conoscermi e a riconoscermi – e mi disse ‘Tu sei Almirante? Bene. Ma com’è che sulla porta di questo partito non c’è un’insegna? Non ce l’avete?’. Non ancora, risposi imbarazzato. E quello: ‘ Ma non è il Partito dei combattenti? E allora perché non gli metti il simbolo dei combattenti, la fiamma?’. Il giorno dopo chiamai un amico disegnatore e lo misi al lavoro, sino a quando, dopo una serie di schizzi, tracciò i segni di quel fortunato simbolo che da quarant’anni, nei giorni lieti e nelle ore buie, caratterizza la nostra esaltante esistenza». (Intervista di F. M. D’Asaro ad Almirante del 1986).
Il motto che si dice coniato da Augusto De Marsanich, primo segretario nazionale del Partito, “Non restaurare non rinnegare”, ben s’accorda alla Fiamma. Essa per sua natura è qualcosa che finché arde c’è, che è fondamentalmente presente. Non restaurare, infatti, taglia corto, ove ce ne fosse bisogno. Dopo 76 anni il Partito, senza restaurare e senza rinnegare, è giunto al governo ed è proiettato verso il futuro. La Fiamma lo ha accompagnato per tutto il lungo e accidentato percorso. Bisogna prendere atto che i dirigenti del Partito hanno voluto ribadire, lasciando la Fiamma sulle loro bandiere, che il Partito è nato nel 1946 e nel corso degli anni si è sempre attualizzato. Neppure l’Italia di oggi è l’Italia di Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi, ciò nondimeno ha conservato tutta la sua dimensione, politica, morale e patriottica. Non è tanto per una sorta di nostalgia o di romanticismo che si deve continuare ad averla nel proprio simbolo, ma per dare sempre l’idea ai giovani che tutto viene dal passato, da un passato fatto da altri giovani con sudore e sangue. Conservare i segni della propria identità è potente, significa che in ogni momento si ha a disposizione una grande forza di attrazione, una squilla che chiama a raccolta. Quando Fratelli d’Italia si è proposto poco più di dieci anni fa dalle rovine del sistema partiti aveva appena il due per cento. Era la raccolta. Negli anni successivi ha saputo dire agli italiani: noi siamo quelli che vengono da lontano e non hanno nulla di cui vergognarsi. Gli italiani hanno capito.
Che cosa i Fratelli d’Italia possono buttare perché non serve più e anzi è dannoso? Quel modo ruvido e compiaciuto di far pesare sugli altri l’alterigia di chi escluso e pestato per anni ha saputo rialzarsi e battersi con successo. Ecco, questo con gli anni non ha più ragione di esistere, perché le esperienze dei giovani di Fratelli d’Italia di oggi non sono le stesse dei giovani missini di ieri. Ne è “testimone” proprio la Fiamma, che ha “visto” gli uni e sta “vedendo” gli altri.
sabato 7 dicembre 2024
La democrazia possibile. Accontentiamoci
La democrazia, diceva Churchill, è la più brutta forma di governo, eccetto tutte le altre. Non è uno dei soliti paradossi che fanno storcere il labbro e la mente. Basta pensare per un attimo alla assurdità democratica. Una parte, la maggioranza, governa e l’altra, l’opposizione, fa di tutto per non farla governare, per farla fallire. Danneggiato è il Paese. Nessuna opposizione in democrazia è disposta ad ammetterlo, ma è innegabile che sia così. Ben lungi dal governare insieme ciascuna dal posto e dalle ragioni che occupa esse sono in “guerra”. Anche questa è vera: la guerra – diceva Von Klausewitz è politica continuata con altre armi. Anche all’interno delle due parti si riproduce in sottomultipli il dualismo, per cui, come diceva Carl Schmitt, in politica ciascuno è amicus hostis dell’altro. Ciò che conferisce dignità alle parti è lo scopo, ovvero l’ideologia, vera maschera che copre tutto, perfino le turpitudini più nefande. La vera educazione politica è quella di insegnare ai giovani come scoprire gli inganni e le frodi, atteso che, però, non è tutto frodi e inganni. Ci sono le componenti buone, che, a seconda del valore di chi le esprime, possono risultare vincenti.
La democrazia, come tante altre belle cose inventate dall’uomo, non esiste se non come sollecitazione a muoversi verso una direzione nel rispetto della legge comune, che ora si chiama Statuto ora Costituzione. Che tanto sia vero lo dicono le affermazioni dei tre più affermati dittatori del Novecento. Per Mussolini il fascismo era democrazia, così il nazismo per Hitler, il comunismo per Stalin. Pertanto essa ha bisogno di una sua precisa identità, che la distingua da ogni dittatura, ed è la ricerca continua di se stessa, il suo farsi nella libertà di tutti gli individui di una nazione. Né il fascismo, né il nazismo, né il comunismo erano democrazia per due motivi: primo, durante il loro imperio non c’era ricerca di inclusione; secondo, non c’era libertà di partecipazione. Ciò detto, non esiste un grado massimo di compiutezza della democrazia, oltre il quale non è possibile andare. Esiste una democrazia possibile, un farsi della democrazia.
Quando si parla di riforme, che è l’obiettivo di ogni governo, si dimentica che la politica non può darsi dei limiti di tempo per realizzarli. Se ci fosse una scadenza – che so, un cataclisma che ponesse fine a tutto – si avrebbe ragione di dire affrettiamoci a realizzare ciò che ci preserva dai pericoli. Ma questo limite non c’è e allora occorre accontentarsi della democrazia possibile. Il che non significa che non è democrazia quella che procede lentamente e realisticamente nel suo farsi. Nel percorso democratico ogni tappa è democrazia, se in essa si ravvisano le sue spcificità suddette.
Facciamo un esempio: Oggi nei confronti della cosiddetta comunità Lgbt+ c’è una considerazione sociale e istituzionale che non c’era venti anni fa. Si può dire che venti anni fa in Italia non c’era democrazia, perché questa comanità non era considerata come lo è oggi; che oggi non c’è democrazia perché l’obiettivo massimo non è stato ancora raggiunto? Evidentemente no. La democrazia di ieri e quella di oggi sono democrazie possibili, perché in esse si ravvisa la ricerca del raggiungimento di una condizione di libertà e di partecipazione senza fughe in avanti che spesso compromettono il processo. Accanto alla sigla Lgbt c’è un + indefinito che indica proprio la continuità della ricerca e della libertà, l’inclusività senza limiti. Ieri questa umanità era segregata, oggi è alla luce del sole, pur con le inevitabili resistenze, che non senza importanza oggi ognuno tiene per sé. Può accadere domani o dopodomani che il processo compia un altro passo e poi un altro ancora.
Può accadere anche che alcune conquiste oltre che segnare il passo facciano registrare dei passi indietro. Anche questo rientra nella democrazia possibile. Si tenga conto che la democrazia ha valore universale e paradossalmente comprende anche chi è contrario a certe inclusività. Nel dibattito politico ci sono i conservatori legati a valori diversi da quelli dei progressisti. Può accadere che i conservatori diventino in un paese la maggioranza e inseguano ritorni all’antico. Essi vanno combattuti con le stesse armi con le quali i conservatori sono riusciti da minoranza che erano a diventare maggioranza. Nessuno pensi di poter cristallizzare ciò che è fluido. In politica e ancor più in democrazia, che, per tornare a Churchill, della politica è la realizzazione più brutta a prescindere da tutte le altre, tutto è fluido e prende la forma che gli uomini sanno imprimere nei luoghi e nei tempi che consentono.
sabato 30 novembre 2024
Violenze: e se ricominciassimo daccapo?
Sì, va bene, i femminicidi! Ma qui non manca giorno che non si uccida qualcuno in maniera più o meno feroce. Si dirà: il mondo è andato sempre così. Vuol dire pure qualcosa se la storia inizia con un delitto, quello di Caino che uccide Abele. Vuol dire che la vita ha iniziato con due grandi peccati. Uno, l’originale, per così dire di disobbedienza e di piacere; l’altro, il primo in assoluto, di potere e di dolore. E il mondo, così avviato, non finisce di macinare morti ammazzati. Lasciamo stare le guerre, che vengono fatte proprio per uccidere quanto più è possibile per poi, contando i morti, valutare quel che si è vinto.
C’è nella società odierna una sorta di inflazione della violenza mortale. Non è più tempo di schiaffi, di pugni, di scazzottate. I ragazzi, una volta, prima di affrontarsi stabilivano se lo dovevano fare a pugni o a lotta e chi trasgrediva perdeva la stima degli amici. C’era lealtà perfino nei comportamenti negativi. Oggi si va direttamente a colpire per uccidere, in tutte le età, in tutti gli ambienti. È quanto vediamo in Italia, il nostro beneamato Paese, dove ormai si uccide per niente, dove si è perso qualsiasi valore per la vita. Spesso chi uccide dice di non sapere perché lo ha fatto. Che così, gli è scappato il colpo per gioco. Forse sarebbe il caso di introdurre a scuola dei corsi per spiegare le armi, l’uso e le conseguenze. Non sapere perché si spara e non conoscere le conseguenze del gesto è inquietante. Corriamo tutti dei pericoli quotidiani. Non ci sentiamo più all’interno di una società, che ci protegge; ma in un campo sparso di automi, dove ognuno va per conto suo e non vede neppure l’altro per rivolgergli un sorriso o un saluto, convinto di non dovere niente a nessuno.
Tutti puntiamo dritti alla felicità propria, individuale, che mal s’accorda con quella degli altri, siano gli altri grandi o piccoli, famigliari o forestieri. I giovani non vogliono figli per non doversi sacrificare per essi. I figli, appena possono, scappano per non doversi sacrificare per i genitori. Il sacrificio è bandito come condizione di obbligo morale. Molte costituzioni, figlie del pensiero illuministico, dicono esplicitamente che lo scopo della vita è la felicità. Il sacrificio è l’opposto, l’altruismo, a partire da quello interno alle famiglie, è l’opposto. C’è cultura in questa condizione, non è solo stortura, degenerazione.
I femminicidi sono stati eletti ad unico obbrobrio, ma c’è tanta altra barbarie diffusa. Una mamma, che, per non privarsi del piacere di passare un po’ di giorni in allegria col ganzo, lascia la figlioletta di pochi mesi sola in casa per cinque-sei giorni di fila e la ritrova morta. Un’altra giovanissima donna partorisce e seppellisce in giardino i neonati senza che nessuno se ne accorga. Un’altra ancora uccide la sua piccola di pochi mesi e non sa dare una spiegazione. Per converso ci sono giovani che uccidono la mamma e le strappano il cuore con le mani. Ragazzi e ragazzini che sparano e si accoltellano come una volta risolvevano i bisticci con una semplice spinta e caduta per terra, qualche graffio al massimo e la maglietta strappata. Com’è possibile che il mondo non si renda conto del precipizio in cui è caduto?
Ovvio che la colpa non è del singolo ma della situazione nel suo complesso. Il che non significa deresponsabilizzare l’individuo, non punirlo per quello che ha fatto. La punizione è conditio sine qua non per la rieducazione. Ma si deve poi passare ad affrontare la questione in maniera più comprensiva per prevenire, per indirizzare la società verso una vivibilità con meno problemi e più stimoli.
Le agenzie educative tradizionali hanno perso la loro autorevolezza, conseguenza della perdita di autorità. I genitori degli alunni a scuola organizzano spedizioni punitive nei confronti dei professori, che in ogni caso sono soggetti a sanzioni disciplinari ove si comportino male con gli alunni. I ragazzi, invece, sfregiano le auto dei professori, gli rivolgono ingiurie e minacce sui muri, li aggrediscono in ogni modo con armi e oggetti. I professori possono aver torto come tutti gli esseri umani ma non possono essere violati nella loro dignità e purtroppo anche fisicità. I professori possono e devono essere puniti se sbagliano, ma a punirli lo devono fare le istituzioni e le leggi, non i boss o i figli dei boss o addirittura direttamente gli alunni.
In matematica, quando non si trova il risultato di un problema, inutile cercare dove si è sbagliato, lo si rifà daccapo. Così nella vita. Del resto Pasolini lo disse cinquant’anni fa: «La bacchetta, papà, la bacchetta…un po’ di bacchetta!» (Lettere luterane).
sabato 23 novembre 2024
Ma esiste ancora il Pd?
Una delle più celebri ballate di François Villon chiude le strofe col refrain: ou sont les neiges d’antan? (dove sono le nevi dell’altro anno?).
C’era in Italia una volta un partito che si chiamava Pd (Partito democratico). C’è ancora, ma quanto è lontano dalla sintesi Dc-Pci, quale era agli inizi! Di fronte alla crisi che lo attanagliava di dirigenza e di voti decise qualche anno fa di riordinarsi per ripartire. Elesse un suo nuovo segretario, che fu Stefano Bonaccini, un uomo di ceppo, voglio dire solido, bravo presidente della Regione Emilia Romagna, un politico che sembrava cadere a fagiuolo per un partito un po’ allo sbando dopo molte strenzate.
Ma quando nelle cose entra il verme del male non c’è verso. Il verme fu il marketing. Il Pd volle ri-contarsi con una nuova elezione del segretario, andando a chiedere il voto non solo agli iscritti questa volta ma a tutti gli “aderenti” ad un supposto altro Pd diluito nella società. Questa volta venne eletta una segretaria, la Elly Schlein, il cui nome molti italiani, benché istruiti, neppure sanno pronunciare correttamente: benestante, omosessuale, poliglotta, multipassaporto, ebrea. Erano i tempi di Giorgia Meloni, che, a destra, faceva mirabilia; era necessario che a sinistra si rispondesse di conseguenza. S’ode a destra uno squillo di tromba, dice il Manzoni nel primo coro del Carmagnola, a sinistra s’ode uno squillo.
Ma la politica non è letteratura. L’operazione dei due segretari a rincorrersi non ha funzionato. La politica, ridotta ormai a immagine, si è preso il suo e ha fatto capire che non si deve puntare ad una donna siccome il nemico vincente è guidato da una donna. Bonaccini peraltro aveva dimostrato qualità nient’affatto trascurabili. Un partito deve sempre mettere in campo il meglio che ha. La Schlein neppure era iscritta al partito.
Ma dal momento che la Schlein si è insediata a capo dei lanzichenecchi del centrosinistra – absit iniuria – non si sente più parlare di un’intera classe dirigente del Pd, todos desaparecidos. Dove sono i Rosato, i Franceschini, i Del Rio, gli Orlando, gli Speranza? Ou sont les neiges d’antan? Un’intera classe dirigente si è squagliata. Fa ridere e piangere allo stesso tempo Pierluigi Bersani quando sostiene che ha torto De Luca in Campania a chiedere il terzo mandato. «De Luca – dice – dovrebbe fare quello che faccio io», cioè andare da una trasmissione all’altra a fare propaganda contro la politica del “Bar Italia”, una sorta di pensionamento attivo. Conta poco per lui mantenere la Regione o perderla. L’importante è il punto. Beninteso, il principio del limite ai mandati è un buon principio, ma perché voler buttare una macchina quando ancora va? Se la posta in palio è la presidenza di una Regione, buon senso vorrebbe che si continuasse con quello che al momento sembra “l’usato sicuro”.
Le sinistre di tutto il mondo subiscono sconfitte e sconfitte. Certo, obietterà qualcuno: ha da passà a nuttata, come diceva Eduardo. Prima o poi cambierà il vento e la sinistra – questo almeno nei voti di chi è a sinistra – tornerà a brillare in tutti i consessi, dai cittadini a quelli europei. In Europa, peraltro c’è una curiosa situazione. Nei vari paesi europei avanzano le destre, mentre in Europa resiste la roccaforte delle sinistre, al punto che fanno la voce grossa: questo sì e questo no, come è accaduto nella nomina dei vicepresidenti esecutivi della Commissione.
La sinistra in Italia continua a non capire che la gente preferisce i politici pragmatici, poco ideologizzati, magari un po’ volgari e privi di bon ton, ma capaci di risolvere i problemi. Se, come pare che stia accadendo in ogni parte del mondo, le politiche migratorie e quelle dei diritti civili, per come le propone la sinistra, non incontrano il favore della gente, buonsenso vorrebbe che si cambiasse registro. Mosè non è ancora tornato sul Sinai a far rivedere le leggi a Domineddio. Dove è scritto, in quale tavola, che si devono favorire le derive migratorie e quelle sociali dei diritti civili per una minima percentuale della popolazione contro il parere della maggioranza? La risposta è che la democrazia richiede un simile atteggiamento, poiché la marcia del progresso va in quella direzione. Ma così si pone un grosso problema, che investe la stessa democrazia, la quale non ha una sola dimensione. Impedire che sbarchino in Italia tutti i migranti di questo mondo e contenere i diritti civili entro il possibile non è antidemocratico, è quanto la democrazia può offrire in questo momento. La democrazia è anche gradualità.
sabato 16 novembre 2024
Mattarella, quando ci vuole ci vuole
Succede a chi segue la politica per conoscere e far conoscere, per apprendere e far apprendere – compito della pubblica informazione – che oggi ci si deve perfino arrabbiare di fronte a gesti e parole dei politici e dei rappresentanti delle istituzioni e domani dover riconoscere la giustezza di un intervento, di un provvedimento degli stessi. Apparentemente può sembrare una contraddizione da Girella, il famoso personaggio del Giusti, una confusione di idee. Non è così. Quel che conta, da cui si deve partire, è il fatto. Solo il fatto è realtà, il resto è ciò che si può valutare e non è contraddirsi su un uomo politico se oggi gli dici bravo se agisce bene e domani lo critichi se agisce male. Anzi, proprio nell’apparente contraddizione c’è il succo dell’onestà intellettuale, la credibilità di una persona.
Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica del bis, dopo quello di Giorgio Napolitano, ha compiuto un gesto importante nei giorni scorsi invitando Raffaele Fitto al Quirinale. Le parole e i gesti del Presidente vanno saputi interpretare, qualcosa di più della semplice interpretazione, che è ovvia. Mattarella si è complimentato col Ministro per il bell’esame sostenuto davanti alla commissione che doveva saggiarne la preparazione e l’adeguatezza a ricoprire l’alto e prestigioso incarico di vice-Presidente esecutivo della Commissione Europea. A Fitto non è stata ancora ratificata la nomina e da quel che si dice molto dipende anche dalla decisione di Elly Schlein, segretaria Pd e capo dell’opposizione al governo di Giorgia Meloni, di cui Fitto è parte.
Cosa ha voluto dire Mattarella col suo gesto? È sicuramente un caso di moral suasion, che, cambiato in moneta politica sonante, vuol dire che sarebbe opportuno che la Schlein favorisse la nomina di Fitto in Europa. A questo genere di “presenza” Mattarella ricorre spesso, anzi va sempre più caratterizzandosi come il Presidente che dice sempre la “sua” senza minimamente mancare di rispetto alle altre.
Ma Mattarella ha anche detto parole molto importanti in questi ultimi giorni, sia nel corso delle sue visite all’estero, in Cina soprattutto, sia in Italia. Argomento: la democrazia. All’estero Mattarella ha voluto far conoscere la qualità della nostra democrazia, senza per questo offendere minimamente quei paesi, fra cui la Cina, dove la democrazia è fatta di altro metallo, per così dire.
In Italia, mentre si discute nelle sedi istituzionali e ci si aggredisce nelle piazze come cani arrabbiati, Mattarella ha tenuto una bella lezione sul ruolo del Presidente della Repubblica, che è sempre di arbitro e di “guardiano” della Costituzione. Evidente che lui parlasse di sé riferendosi agli altri. Ha tenuto a dire che lui non sempre condivide le leggi del Parlamento e del Governo, ma siccome esse sono state votate liberamente lui non può rifiutarsi di promulgarle, salvo che non vadano contro la Costituzione. Chi ha voluto capire a che cosa si riferisse ha capito. La legge sulla maternità con l’utero cosiddetto in affitto, che la rende reato universale, è stata da lui promulgata, probabilmente, però, senza condividerla. Bella e plastica la metafora dei fortilizi. Le istituzioni non possono essere postazioni di combattimento e di potere, col tentativo continuo di invadere il territorio nemico. Ciascuno al suo posto dovrebbe comportarsi non come il difensore di un potere ma come l’espressione democratica di una struttura operante per l’intera Nazione. Impossibile non ricorrere col pensiero allo scontro tra magistrati e politici, che hanno esposto il Paese a intromissioni dall’estero, verso cui Mattarella si è rivolto con parole dure ma appropriate. Un caso di moral suasion ai giudici, a cui, non piacendo le politiche del governo in materia di immigrazione clandestina, ricorrono alle loro “armi” per ostacolarne il funzionamento? O ai politici, che pensano di poter applicare le loro leggi senza nessun controllo da parte della magistratura? Probabilmente per entrambi i fronti.
In Italia c’è necessità di tante cose, materiali e morali. Di una in particolare c’è bisogno da sempre ed è la cultura democratica. Essa consiste nel riconoscere le ragioni della parte avversa, ma non nel senso negativo - è pure giusto che tu ti opponga dato che sei all’opposizione – ma in positivo; è lodevole che tu approvi un provvedimento del governo pur essendo all’opposizione. Questa è cultura democratica. Tutto il resto è chiacchiericcio, spesso inutile, più spesso dannoso. Nelle parole di Mattarella occorre cogliere quel che c’è: il frutto e il seme di questa cultura.
sabato 9 novembre 2024
Politicamente scorretti non significa essere maleducati
Ogni tanto a bordo strada incontri qualche signora che non ci metti molto a capire che si tratta di una prestatrice d’opera. Se ti fermi e a lei ti rivolgi chiamandola per l’attività svolta, quella, che pure sta lì apposta, ti può querelare o spaccarti la faccia. E avrebbe ragione nell’uno come nell’altro caso. Il politicamente scorretto non può essere mai maleducazione. La parola “politicamente” lo preserva in un preciso contesto che è quello della politica. Fuori da quel contesto è violenza verbale, variamente punibile.
Di recente Elon Musk, il presidente della Tesla, l’uomo più ricco del mondo, che progetta di andare e venire da Marte, sostenitore di Trump nella campagna presidenziale vincente negli Usa, ha chiamato Olaf Scholz, il cancelliere della Germania, «scemo». In altri tempi la cosa poteva risolversi come minimo con un duello. Oggi, semplicemente non si risolve, la si lascia sospesa. E meno male, perché Musk sarebbe capace di infilzare il povero Scholz al primo assalto, data la differenza d’età e di indole. Scholz, probabilmente, aspetterà l’occasione per servirgli la risposta.
C’è oggi in Italia un deciso attestarsi sul politicamente corretto, che, per dirla con un termine immediato e diretto, potremmo chiamare ipocrisia. In politica l’ipocrisia non è un difetto, è un pregio perché tende a sdrammatizzare e a far passare una cosa brutta per qualcosa che non ha niente a che fare né col bello né col brutto. Purché non si usi l’ironia, perché in questo caso salterebbe subito all’occhio la scorrettezza. La frase con cui Berlusconi si rivolse a Rosy Bindi, «lei, signora, è più bella che intelligente» fu doppiamente scorretta. L’avesse detta ad una bella donna, l’offesa sarebbe stata semplice; ma lo disse ad un’anziana signora che certo non brillava per bellezza, dunque se non brillava per bellezza meno ancora brillava per intelligenza.
Purtroppo il politicamente corretto ha invaso ogni campo in maniera anche esagerata, contravvenendo alle più elementari regole della comunicazione, che impongono di essere rapidi, essenziali e sintetici, usare il minor numero di parole possibile. In nome del politicamente corretto c’è un sovvertimento generale nella comunicazione. I portatori di handicap, ciechi muti sordi disabili in genere, premesso che a loro non ci si rivolge con questi termini, perché si sarebbe maleducati. Essi diventano non vedenti, non parlanti, non udenti, diversamente abili; e va da sé che a loro non ci si rivolge direttamente neppure in quest’altra forma. Il discorso vale nel discorso indiretto, dove non si offende nessuno in specifico e l’una forma vale l’altra. Dire cieco o dire non vedente è la stessa cosa, solo nella seconda forma si impiegano due parole invece di una. Ma non è solo questione di quantità di parole. Ci sono proverbi, “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”, per esempio, che vengono privati della loro forza semantica se riproposti in politicamente corretto. Se dici “chi va con un diversamente abile impara ad essere un diversamente abile”. Così “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” perderebbe trasformandolo in “non c’è peggior non udente di chi non vuol non udire”. Oppure “il figlio muto la mamma lo capisce” trasformato per il politicamente corretto “Il figlio non parlante la mamma lo capisce”.
La buona educazione vuole che in presenza di un portatore di difetto non si citi quel difetto. Comunque nel corso dei secoli le cose sono mutate. Pensiamo ai romani, i quali conferivano i tria nomina (tre nomi: prenomen, nomen, cognomen) alle persone importanti. Il cognomen era il soprannome, un privilegio. Cicerone (Marco Tullio) era così chiamato perché aveva un grosso porro in faccia a forma di cece. Il poeta Orazio (Quinto Orazio Flacco) aveva per cognome Flaccus (molliccio) perché era basso, grosso e flaccido. L’imperatore Claudio fu così detto perché era zoppo (da claudico).
In realtà il politicamente corretto ha impoverito la nostra lingua, ha burocratizzato la comunicazione e non risolto minimimente il problema, giacchè è parimenti offensivo rivolgersi direttamente ad un sordo chiamandolo non udente. Ad una persona, quale che sia la sua condizione, ci si rivolge con educazione senza nessuna intitolazione né in positivo né in negativo. La nostra era si sta caratterizzando sempre più per una sorta di diffuso pietismo. Niente a che fare col Pietismus, corrente culturale-religiosa in Germania tra Sei-Settecento, ma tendenza a smussare, addolcire, eliminare tutto ciò che appare duro, avvicinare gli esseri umani verso un punto condiviso che non segni differenze. Tutto questo è positivo purché non si esageri e impoverisca il lessico, in una fase in cui peraltro la nostra lingua viene sempre più mortificata e perfino greco e latino vengono letti all’inglese. È uno sproposito sentire conduttori e conduttrici in televisione pronunciare il grecissimo «bio» bai e il latinissimo «plus» plas. Che onomatopeicamente fa pensare ad un tonfo rovinoso.
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