sabato 26 luglio 2025

Tra genitori e figli ormai c'è il vuoto

Le trasformazioni sociali sono processi lunghi e lenti, all’inizio non fanno mai pensare agli sviluppi più estremi. Oggi noi viviamo le fasi avanzate di un processo che vede lo stravolgimento dell’istituto più antico, millenario, quello della famiglia. È crisi dell’insieme e dei singoli membri. Oggi i giovani, in età genitoriale, non vogliono fare figli, si rifiutano di essere padri. Per un altro verso i giovani, nella loro condizione di figli, dei genitori e della famiglia non ne vogliono sapere. Giunti all’età di essere indipendenti se ne vanno, prendono strade che li portano lontano. Insomma genitori e figli non sono più gli uni continuatori degli altri; non vogliono far parte della stessa catena. I primi non creando figli, i secondi, quando ci sono, allontanandosi dai genitori. Si vedono gli effetti: calo delle nascite per un verso, fuga dei giovani per un altro. La conseguenza è lo spopolamento. Questo lo registrano anche fonti istituzionali come l’Istat. Il fenomeno è fondamentalmente del Sud, categoria geo-antropologica “dannata”. Ma se è vero che non è facile realizzarsi nel Sud, ci sono anche casi comodi e scontati, che vengono rifiutati. Ci sono famiglie che hanno raggiunto un grado di benessere importante, con attività commerciali e industriali ben avviate, create e condotte con spirito weberiano, che, data la strada diversa intrapresa dai figli, sono costrette a chiudere o a vendere. Molti posti di lavoro si perdono così. Molti antichi mestieri spariscono così. Si dice che è normale che uno cerchi condizioni di vita migliori. La migrazione lo dimostra, ad ogni livello. Ma spesso i tanti giovani che se ne vanno e lasciano la famiglia non raggiungono che risultati modesti, inferiori che se fossero rimasti a casa. L’agognato stipendio mensile, facendo l’impiegato, è niente rispetto a quello che l’azienda di famiglia avrebbe potuto garantire loro. Questo sta a dimostrare che non è neppure questione di convenienza, ma di rifiuto culturale. I giovani che se ne vanno lo fanno perché non vogliono fastidi dai genitori che invecchiano. I genitori che non vogliono figli in realtà non vogliono fastidi per crescerli e portarli fino all’età dell’indipendenza dalla famiglia per poi vederseli sparire sul più bello. Il problema che si sta delineando è ben più grave dei soliti banali conflitti generazionali di sempre. Qui, alla base, da una parte e dall’altra, c’è un rifiuto radicale. Di fronte a quanto mostrano oggi i figli, insensibili e irriconoscenti nei confronti della famiglia, i giovani sposi si guardano bene dal mettere al mondo figli ingrati, che proprio quando c’è più bisogno di loro non ci sono, sono altrove, a condurre una vita magari peggiore che se fossero rimasti “a casa”. Sono le conseguenze della frantumazione famigliare. La famiglia non c’è più, sparita e con essa l’etica famigliare, le consuetudini, le tradizioni, i ruoli, la casa. L’ambita casa! La sacra casa! A tanto si è giunti per il progressivo smantellamento di una cultura millenaria follemente aggredita dal modernismo degli anni Sessanta e Settanta. L’ultimo bombardamento la famiglia l’ha ricevuto con l’attacco al patriarcato. Improvvisamente è stato tirato fuori quest’altro pilastro per colpirlo furiosamente in quanto base del tradizionale impianto famigliare. S’incominciò con le coppie di fatto: giovani che hanno preferito mettersi insieme piuttosto che sposarsi regolarmente. Il marito di una volta è diventato il compagno. Lo Stato ha fatto la sua parte legalizzando i mutamenti provenienti dalla società. Un dato costante di queste unioni è la mancanza di figli. Un altro fenomeno che ha intaccato la famiglia è stato la facilitazione del divorzio, che ha interessato un numero sempre crescente di giovani, i cui matrimoni durano a volte pochissimo. Non sembra esserci rimedio. Un’alternativa alla famiglia tradizionale che garantiva una continuità senza soluzione è la cosiddetta famiglia “queer” (la parola significa diverso ma anche ridicolo), così come delineata dalla scrittrice sarda Michela Murgia, una famiglia basata non sui ruoli derivanti dal matrimonio ma sulla spontanea cura. Non più ruoli ma assistenza reciproca. Va da sé che di figli, in un disordine simile, nessuno si sogna di farne; è una “famiglia” dove nessuno ha un ruolo specifico, ma ognuno è “tutto” per l’altro. Per trovare qualcosa di simile nella storia bisogna andare al medioevo, quando singole persone si riunivano in comunità e chiedevano al papa la concessione della regola. Erano i frati, dai quali sono nati gli ordini religiosi. Un nuovo monachesimo ci attende, per di più senza “regola”.

sabato 19 luglio 2025

I mille giorni di Giorgia

In questa metà di luglio, giorno più giorno meno, Giorgia Meloni “celebra” i suoi mille giorni di governo. Spesso noi uomini ci inventiamo le datazioni un po’ per comodità di storici e un po’ per vanità di politici. All’evento la Presidente del Consiglio ha dedicato un’intervista su RaiUno il 17 luglio. Ha detto delle cose ovvie ma non inutili, ha ricordato i punti salienti della sua opera di governo. Fra tutti ha sottolineato il calo di sbarchi di migranti sulle nostre coste, la creazione di un milione di posti di lavoro e l’avvio di numerose riforme, fra cui il premierato e la giustizia. Altri della sua area hanno voluto ricordare un aspetto importante del suo ormai quasi triennio di governo: l’assoluta normalità. Chi temeva derive autoritarie o colpi si stato, manifestazioni di intolleranza e approcci duceschi ha dovuto una volta tanto tacere. Si spera che il silenzio diventi esso stesso normalità, mi riferisco al silenzio su immaginati e temuti slittamenti autoritari. Sarebbe un bel traguardo in questo paese in cui in occasione, l’anno scorso, del ricordo di Matteotti, c’era chi si avventurava in paragoni con la realtà odierna assolutamente capotici per non dire altro. Certo, c’è da capire. Quello della paura del fascismo è una bella carta da giocare nell’eterna partita della propaganda elettorale. Perderla, quella carta, s’impoverisce il mazzo e si è costretti a trovare nell’abilità del gioco le risorse per vincere le partite. Se si finisse di barare, sarebbe una crescita per tutti. Non sono mancati, tuttavia, nel corso di questi mille giorni, tentativi di curvare verso interventi autoritari taluni scontri di manifestanti delle sinistre con le forze dell’ordine. Sono venuti fuori casi di scoperte di eventi privati in cui qualcuno si esibiva in saluti fascisti per sostenere che “questi”, i fu missini, non cambiano mai, sono sempre gli stessi maledetti fascisti che dicono di non avere niente a che fare col fascismo politico. Perfino per il Decreto sicurezza, di recente approvato, si è cercato di scomodare prospettive liberticide, cui non sono stati estranei taluni magistrati. Quel che è stato dirimente nella messa da parte di ogni seria insistenza sul fascismo è stato il grande successo della Meloni in tutto il mondo. Già all’inizio del suo governo si capì che era sbagliato insistere su questo tipo di critica perché era come dire al mondo che l’Italia era un paese fascista. Man mano che la Meloni veniva accolta in tutto il mondo da capi di stato e di governo con simpatia e rispetto sarebbe stato suicidario insistere su dei tasti assolutamenti sconnessi dalla realtà. In un mondo dilaniato da una guerra mondiale, a pezzi la chiamava Francesco, con efferatezze indicibili in Ucraina e in Israele, chi potrebbe dar credito che in Italia al governo ci sono i fascisti? Forse siamo stati noi, in Italia, gli ultimi nel mondo a renderci conto che era infantile gridare all’orco della favola. L’unico motivo di una qualche preoccupazione è stato il caso del Generale Vannacci, il quale peraltro è l’unico nel centrodestra che non si preoccupa di ostentare parole e modi richiamanti il Ventennio. Ma proprio per l’ex Generale della Folgore è più lo sfottò per le sue uscite da parte delle opposizioni che un autentico sdegno, come a rendersi conto che su certe cose insistere è ridicolo. Tutte rose e fiori, allora, i mille giorni di Giorgia? Sarebbe sciocco pensarlo, anche se il dato che rende il governo Meloni saldo in sella non è nel governo è fuori ed è nelle opposizioni che sono ben lontane dal costituire una alternativa possibile e credibile. Si potrebbe dire che la vera forza di Meloni sia la mancanza di un avversario. La temuta deriva meloniana di Calenda, peraltro, e il passaggio di una consigliera comunale romana dal Pd a FdI fanno pensare a quel fenomeno tipicamente italiano dell’andare in soccorso del vincitore, che incomincia a manifestarsi. Certo, non è il caso per nessuno di mettersi a dormire sugli allori. Anche il centrodestra subisce la forza internazionale della Meloni e tacita fin dal nascere ogni polemica ed ogni dissenso. Conosciamo la situazione politica italiana e sappiamo che non ci vuole molto perché cambi. I risultati delle prossime elezioni regionali potrebbero dare uno scossone importante alla maggioranza specialmente se si dovesse perdere il Veneto, come accadde qualche anno fa a Verona, dove con una maggioranza elettorale di centrodestra, spaccato, si finì per regalare al centrosinistra il Comune. Le rogne quotidiane, inoltre, non mancano mai. Nei decorsi mille giorni sono state contenute e nascoste. I giorni che verranno saranno sicuramente più impegnativi, come in genere sono le code.

sabato 5 luglio 2025

Lo storico segue la verità, il politico l'interesse

Se mi si chiedesse di professare pubblicamente l’antifascismo come è stato chiesto più volte e inutilmente a tanti esponenti di Fratelli d’Italia, mi rifiuterei, non già perché io mi consideri fascista, ossia perseguitore di una dittatura, cosa ben lontana dai miei pensieri, ma perché lo ritengo un non senso. Non si può essere contro una cosa che non c’è o che tu non puoi evitare se dovesse concretizzarsi. Come il Filosofo disse: non temo la morte perché quando c’è la morte non ci sono io e quando ci sono io non c’è la morte così per il fascismo: quando c’è il fascismo non c’è libertà e quando c’è libertà non c’è fascismo. Avevo un amico molti anni fa, che era fascista a Taurisano, suo e mio paese natale; liberale a Firenze, dove studiava; comunista a Trento ai tempi di Sociologia. Sì, mi confessò, mi adeguo, non sopporto diversificarmi in qualsiasi ambiente capiti. Pensa, aggiunse, che nel palazzo dove abito sono quasi tutti interisti ed io che da sempre sono juventino mi dico interista per non dispiacere ai più. Questa tendenza oggi si chiama mainstream, una parola inglese che sostituisce banderuola, più modesta ma assai più convincente. Gli risposi che il suo comportamento era tipico del politico, che ovunque si trovi cerca di non dispiacere a nessuno, il suo scopo essendo il consenso degli altri. Non volli scomodare moti caratteriali per non fare il moralista della circostanza. Ma è cosa che può essere giustificata? Dal punto di vista politico sì, dal punto di vista storico no. Chi ha una mentalità di storico sa che qualunque idea, condivisa o meno, può avere avuto nel tempo un periodo di consenso, di condivisione diffusa, può aver costituito la morale comune, indiscussa. Chi non era fascista durante il fascismo era un reprobo e si guardava dal dirsi antifascista; l’esatto opposto oggi. Prendiamo il patriarcato. Questo ha costituito per millenni la base su cui si reggeva la famiglia e ad altra dimensione la società, comunque una qualsiasi aggregazione sociale organizzata. Oggi il patriarcato è una “parolaccia”, da respingere, da condannare, di cui vergognarsi. Così per tantissime altre certezze considerate assolute per lunghi, lunghissimi o brevi periodi. Si pensi all’omosessualità, non moltissimi anni fa condizione da nascondere, da biasimare, oggi si ostenta in festa e il gay-pride si festeggia ogni anno in oceaniche partecipazioni in tutte le grandi città del mondo come, considerando le dovute differenze, una volta le processioni per le feste patronali, a cui partecipava tutto il paese, con le confraternite dietro labari e simboli. Lo storico, che resta freddo e impassibile di fronte a certezze rovesciate, nuovi e vecchi idola, sa che tutto passa e qualche volta ripassa (corsi e ricorsi) e che non indignarsi per un’affermazione o una negazione da gran parte degli altri condivise, non è cinismo, è consapevolezza che così vanno le cose del mondo. Ciò che oggi è condannato, ieri era osannato; ciò che oggi è respinto potrà avere domani un ritorno. Con la sua visione ampia e articolata lo storico, privo di interessi nell’immediato, sembra giustificare tutto, perché tutto non è che il prodotto della storia. Lo storico non condanna, non approva, non respinge; cerca di capire e di spiegare. Per questa sua condizione spesso è biasimato, tacciato di insensibilità quando non addirittura di nascondere dietro lo storicismo sue convinzioni personali che non avrebbe il coraggio di professare apertamente. La condizione dello storico o del politico è un modo di porsi diffuso di fronte alle cose, per cui non si deve essere necessariamente storici o politici di professione per assumere determinate posizioni. In un qualsiasi individuo può essere prevalente la visione storica, in un altro quella politica. Nei confronti del fascismo l’approccio diventa radicale e non si fanno sconti. Politico o storico che uno sia, deve condannarlo senza se e senza ma, come si dice. Chi non lo fa va incontro ad incomprensioni ambientali. Sono di destra e ho nei confronti del fascismo un interesse puramente storicistico, convinto che politicamente esso potrebbe pure ritornare in forme diverse per quei fenomeni tipici della storia, la domanda che mi pongo e che pongo agli altri è: si può parlare di fatti accaduti senza il precipuo interesse di fare propaganda politica in un senso o nell’altro? La mia risposta è decisamente sì, non solo si può, ma si deve. Lo storico, nel cercare la verità storica, può incorrere in un errore involontario; il politico, invece, sa di affermare il falso, consapevolmente, per il proprio interesse.

sabato 28 giugno 2025

Il governo ha il favore degli italiani

Secondo gli ultimi sondaggi Ipsos di Nando Pagnoncelli le forze di governo hanno il favore degli italiani. Aumentano significativamente Fratelli d’Italia, Forza Italia e perfino la Lega, mentre calano quelle di opposizione, il Pd e il M5S (Corriere della Sera del 28 giugno 2025). Sembra quasi un rincorrersi a smentire. Ci sono reti televisive e giornali specializzati a dir male del governo e dei suoi rappresentanti. A sentirli, si pensa al disastro. Si distinguono «La 7», «la Repubblica», «Domani», veri organi del partito di opposizione. E, invece, appena possono dire la loro ecco che i cittadini danno risposte diverse. Intendiamoci, è tutto normale. L’opposizione fa il suo mestiere ed è giusto pure che abbia i suoi amplificatori. Ma, vivaddio, non si può a dispetto dei santi continuare a dir male non solo del paradiso ma perfino di un dignitoso purgatorio. Il governo, senza fare mirabilia, tira dignitosamente a campare, d’amore e d’accordo coi tradizionali alleati. A che serve rendersi in-credibili, ovvero non credibili dall’elettorato? Lo dico agli oppositori. È vero che l’astensionismo continua a destare preoccupazione, ma questo non dipende né esclusivamente dal governo né dall’opposizione. È un fenomeno che ha molteplici cause. È ingenuo attribuirsi i voti degli astensionisti. Esistono e contano i voti espressi, gli altri sono fumo peraltro immaginato. Prendiamo l’ultimo tema di dibattito: il riarmo dei paesi Nato. Nel loro vertice di alcuni giorni fa tutti i componenti ad eccezione della Spagna hanno convenuto che entro il 2035, fra dieci anni, dovranno raggiungere il 5% del Pil per le spese militari. Tradotto in soldoni l’Italia avrà da spendere per il cosiddetto riarmo 400mld. Una cifra enorme, che spaventa solo a sentirla. Sicuramente alla scadenza saranno in pochi i paesi che avranno raggiunto il traguardo del 5%. Ciò nonostante hanno detto tutti sì, più che fiduciosi, certi che di qui a dieci anni molta acqua sarà passata sotto i ponti europei e la situazione sarà completamente diversa. Ci sarà una ridefinizione dei termini. L’Italia, come gran parte degli altri paesi, ha detto sì al traguardo per necessità politica. Lo hanno fatto capire tutti che il sì era solo un dire: bene, in questo momento non possiamo che dire sì, e dentro di sé ognuno, poi sa solo Dio a chi dare i guai. Le opposizioni, in Italia, incalzano la premier Meloni a dire dove trova i soldi per simile riarmo. Le chiedono cioè di elencare per filo e per segno da dove prenderà i soldi, dal momento che essa ha promesso che non sottrarrà un solo euro alla spesa sociale. Intanto quelle che passano per spese militari contengono una varietà di spese per la sicurezza. Non solo armi, dunque; ma vari sistemi di difesa, che con pistole e fucili non c’entrano nulla. Sicché sbagliano le opposizioni quando esemplificano la spesa nell’acquisto di armi, contrapponendo queste al miglioramento della sanità pubblica e di altre opere di pace. Vanno avanti per slogan, per facili esemplificazioni. Ipotizzano derive autoritarie senza nessuna giustificazione, così. Siccome in Ungheria Orban è contro le sfilate dei gay-pride e siccome Orban è amico della Meloni, la stessa cosa potrebbe accadere in Italia. Mentre tutti sanno ormai che in Italia i gay-pride sono diventati una consuetudine che non stupisce più nessuno, che possono piacere o non piacere ma nessuno si sogna di vietarli. L’ex saggio Bersani diventa rosso come un peperone quando paventa disastri incostituzionali o anticostituzionali, solo sulla base di un qualche politicamente scorretto. Mai, però, che dica su qualcosa di preciso c’è stata una difformità costituzionale. Tutte le paure si basano sul fatto che Fratelli d’Italia vengono da una cultura politica che non è la consueta dal 1945 in poi. Quel che non piace alla gente di questa opposizione è il modo sommario di porsi contro il governo in ogni cosa, piccola o grande che sia. La gente ha una capacità intuitiva formidabile, arriva subito al cuore delle cose. Si è accorta e non da ora che le opposizioni non solo non riescono a fare unione e a porsi come un’alternativa possibile ma non riescono neppure a trovare delle problematiche credibili, facili e chiare. La gente coglie al volo le difficoltà in cui esse si aggirano, non sanno dire sì o no a problemi come i migranti e l’ordine pubblico. Agitano continuamente le difficoltà della sanità pubblica ma non riescono mai a suggerire qualcosa di concreto, non riescono ad avere un minimo di onestà intellettuale riconoscendo che essa viene da lontano e che non può essere ascritta al governo di Giorgia Meloni.

sabato 21 giugno 2025

Terzo mandato, la legge è legge

Come per tante altre questioni dell’umano pensare e agire anche il cosiddetto terzo mandato per i presidenti delle regioni o per i sindaci in scadenza presenta aspetti controversi. Come dire, ci sono i pro e i contro, a seconda della concezione che si ha della politica. Qui sono chiamati in causa il diritto naturale e il diritto positivo. Chi ha una concezione naturalistica della politica non mette limiti allo scorrere spontaneo di un processo che nasce, cresce e muore (Machiavelli). Chi, invece, ha una concezione contrattualistica ritiene che la politica vada sottoposta a regole limitatrici (Rousseau). Gli statuti e le costituzioni sono gli esempi più vistosi e importanti della normalizzazione della vita politica. La civiltà dei rapporti umani ne ha beneficiato. Dallo Stato assoluto allo Stato di diritto, allo Stato di giustizia è stato un procedere verso la positività del diritto politico; ad ogni fase ha corrisposto una progressione verso forme sempre più importanti ed evolute. Arrivo al dunque. Da un po’ di tempo in Italia, nell’imminenza delle elezioni regionali, si discetta sul terzo mandato per i presidenti di regione, che si ritiene abbiano ben governato e meritino la conferma. Ma c’è la regola che impedisce il terzo mandato, di cui si fanno forti i partiti per avocare a sé ogni decisione e quei politici scalpitanti che legittimamente ambiscono alla candidatura. È l’eterno aspetto della politica: chi ha il potere cerca di conservarlo e chi non lo ha cerca di conquistarlo. Qui, però, non è solo questione di uomini, ma di partiti e soprattutto di regole. Il caso veneto è un esempio. Il presidente Zaia, ottimo presidente della regione, del partito della Lega, dopo il secondo mandato deve cedere ad altro candidato di un partito della coalizione. I rapporti di forza elettorale di questi partiti nel frattempo si sono rovesciati in base ai sondaggi. Fratelli d’Italia e Forza Italia rivendicano la candidatura. La partitocrazia torna a fare capolino. In questo caso non sono i cittadini elettori a decidere, ma i partiti che hanno voluto la regola limitatrice. Le ragioni della limitazione delle candidature sono tante. La democrazia, quando non è in spontaneo e diretto rapporto col popolo, deve avere delle regole. Le quali sono dirimenti. Ma in politica tutto è discutibile. Quello che conta è vincere le elezioni osservando le leggi. Se queste pongono dei problemi, non potendo essere disattese, potrebbero essere cambiate; ma cambiarle, per rendere possibile quello che prima era impossibile, sarebbe come disattenderle. Non si cambiano le regole nell’urgenza di una congiuntura. Bisognava provvedervi prima, senza l’interesse politico incalzante di una prova elettorale. Regola a parte, ci sono ragioni di opportunità. Ciò che non vieta la legge – diceva una massima latina – lo vieta il pudore. I presidenti uscenti al termine del secondo mandato dovrebbero comportarsi secondo la massima latina “ciò che non vieta la legge lo vieta il pudore”. A Roma chi veniva nominato dittatore in casi di emergenza, scampato il pericolo, restituiva la carica al Senato che gliela aveva conferita. Cincinnato è rimasto l’icona di questo modo di essere e di operare. Lo stesso Augusto, dopo la guerra civile con Antonio, rimise tutti i poteri al Senato, che da parte sua glieli restituì ad abundantiam. Riconoscersi utile ma non indispensabile dovrebbe essere la regola non scritta di ogni politico, un “comandamento”. Un’altra ragione a favore della necessità del ricambio politico è il rischio che la troppa confidenza col potere sfoci in fenomeni corruttivi o in una sorta di assuefazione al potere da non vedere con occhio vigile i cambiamenti della società. Il rinnovamento è importante quanto il buongoverno, in un mondo che cambia in maniera così vertiginosa da mettere tra una generazione e l’altra cambiamenti che una volta si verificavano in un secolo intero. La soluzione di lasciare tutto come sta, ossia col divieto del terzo mandato, è la più giusta, a rischio di andare incontro in alcune regioni a veri e propri sottosopra elettorali. Una soluzione da preferire alle monarcheggianti di Zaia nel Veneto e di De Luca in Campania. Il limite è importante. Averlo fissato al secondo mandato può essere opinabile, ma era necessario rendersene conto prima e non nell’urgenza della prova elettorale. L’osservanza della legge, quali che siano le conseguenze politiche, non può portare che una ventata di aria pulita in un ambiente spesso considerato poco respirabile.

sabato 14 giugno 2025

Fatti e non interpretazioni. Ecco il quotidiano originale!

Leggo sul “Messaggero” di Roma (5 giugno 2025) il cambio di direzione, a distanza di un anno, dal direttore Guido Boffo, il quale aveva sostituito Massimo Martinelli, a quest’ultimo. Un cambio di guardia, che se fosse avvenuto in un’altra qualsiasi azienda pubblica o privata avrebbe quanto meno provocato un dibattito. Nulla! In un giornale importante il cambio di direzione non interessa a nessuno. A parte i convenevoli di circostanza, Martinelli riprende la direzione lasciata un anno fa come se nulla di particolare fosse successo. Ma non è di questo che intendo parlare. Probabilmente le ragioni saranno anche banali, comunque poco significative. La cosa che mi ha colpito nell’editoriale del nuovo-vecchio direttore è l’affermazione: “Riporteremo i fatti, senza la pretesa di darne una interpretazione”. Ho trasalito. Ma come, non si è sempre detto che un buon giornalista separa i fatti dall’interpretazione? Ed ora si mena come vanto il riporto dei fatti e basta? Ma andando avanti nell’articolo si scoprono altre curiosità. Ad un certo punto Martinelli dice: “Faremo un giornale originale, perché inseguire il mainstream, ricalcare la stessa formula di informazione utilizzata dagli altri quotidiani, può diventare un alibi davanti a chi deve valutare il nostro lavoro, cioè il lettore. E disabitua le menti a fare quel lavoro nobile del giornalista che è la ricerca della notizia inedita e la capacità di ideare un servizio di cronaca in grado di scuotere le coscienze per raggiungere un obiettivo più alto rispetto al notiziario dei fatti del giorno”. Bene, anzi benissimo per la “notizia inedita”, ma come è possibile “scuotere le coscienze” limitandosi a raccontare i fatti bandendo ogni interpretazione? Martinelli poi ammette senza dirlo che “per raggiungere un obiettivo più alto rispetto al notiziario dei fatti del giorno” è necessario andare oltre i fatti, dai quali bisogna pur partire. Appunto, “un obiettivo più alto”, che non può essere che oltre il fatto! La lettura dell’editoriale di Martinelli ha avuto un effetto personale. Sono un docente di Italiano, Latino e Storia nei Licei e negli Istituti Superiori. Parlo, dunque, con deformazione professionale. Per me un fatto è come un testo, va sottoposto ad analisi critica, a commento, a interpretazione, altrimenti serve a ben poco, si tratti di un fatto storico o di un fatto letterario. Tanto più oggi in cui i fatti riportati da un quotidiano il lettore li conosce dalla sera prima. Come si può proporre il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” del Leopardi senza analisi, commento e interpretazione? Come proporre ai lettori il referendum senza analisi, commento e interpretazione? Domande retoriche, perché la risposta è scontata: non si può! Del resto è così ovvio che le interpretazioni non stanno in piedi senza il fatto che viene di pensare ad un vestito senza il corpo dell’indossatore dentro. Per come sono evoluti mezzi e tecniche dell’informazione i quotidiani dovrebbero somigliare sempre più ai settimanali o ai mensili; e difatti in un certo senso lo sono. Al fatto si accenna nella sua essenzialità, il resto è commento e interpretazione. Certo gli approcci devono essere onesti, non possono diventare aggressioni, nascondere per non far sapere, esagerare per colpire gli avversari, come capita di vedere in alcuni quotidiani che si propongono sempre più di parte. A questi evidentemente Martinelli faceva riferimento. In Italia i quotidiani sono variamente rispettosi del lettore e della persona in generale. I lettori del “Fatto Quotidiano” non sono i lettori del “Messaggero”. Non si tratta di cercare l’originalità, come dice Martinelli, ma di associarsi ad un modello anziché ad un altro. Posso dire da incallito lettore di quotidiani che non trovo mai in essi una notizia che già non l’abbia appresa almeno il giorno prima dalla televisione e da internet. Poi ci sono giornalisti onesti e giornalisti disonesti che hanno coi fatti e con la verità dei fatti un approccio diverso, in cui la qualità la fa la distinzione chiara tra fatto e interpretazione. Ma un quotidiano esclusivamente notiziario, tutto fatti e niente commenti non esiste, non si capisce perché dovrebbe esistere. Viene il sospetto, che non è una parolaccia, che dietro tante belle parole sulla notizia, la verità, l’originalità, lo scuotimento delle coscienze, si nasconda l’eterno vizio del pavone: nessuno ha i colori delle mie penne! Non che non sia normale, ma per questo basta esibirle le penne e il resto va da sé.

sabato 7 giugno 2025

Col decreto sicurezza stiamo più sicuri o no?

Il Parlamento ha approvato il decreto sicurezza che prevede nuovi tipi di reato e inasprito le pene. Le opposizioni hanno dato battaglia e…spettacolo, coi parlamentari sdraiati per terra sotto i banchi del governo. Da una parte le promesse del governo che d’ora in poi gli italiani saranno più protetti, dall’altra le opposizioni che hanno denunciato provvedimenti da Stato autoritario. Evidentemente c’è un esagerato ottimismo da una parte e un esagerato pessimismo dall’altra. Partiamo da quest’ultima. È veramente uno Stato autoritario quello che si provvede di strumenti giuridici per far vivere più al sicuro i suoi cittadini più esposti? Tutto è relativo. Le leggi possono essere applicate cum grano salis, in maniera equilibrata, e possono essere, in determinati momenti, applicate con severità. Dipende anche dalle situazioni. Ci sono malattie che si possono curare con la medicina, altre con la chirurgia; alcune con dei palliativi, altre con dosi massicce di farmaci. Non dimentichiamo inoltre che ad applicarle le leggi sono i giudici, i quali, nella loro libertà, possono anche svuotare una legge della sua forza. Recentemente i giudici romani hanno assolto i responsabili di aver sporcato con vernice nera la famosa Barcaccia perché in fondo non l’avevano poi tanto sporcata, non l’avevano resa tanto scura. E di queste sentenze ne sentiamo che ne sentiamo! In questi ultimi tempi nelle città si sono aggravati certi fenomeni di malavita: occupazioni abusive di case, borseggiatrici nei luoghi pubblici, aggressioni personali di cittadini, raggiri di indifese anziane signore, a cui i malviventi sottraggono soldi e oggetti preziosi con l’inganno e la paura, diffusa manovalanza di delinquenti e spacciatori, risse, accoltellamenti, invivibilità delle città specialmente dal calar della sera al giorno successivo, interi rioni invivibili. Questo lo si vede nei dibattiti televisivi, che sono le uniche possibilità per far conoscere queste realtà altrimenti rimarrebbero sconosciute ai più. Il governo ha risposto, come è suo compito, con un provvedimento ad hoc. Le opposizioni hanno sostenuto che già le leggi c’erano e che non c’era alcun bisogno di farne altre. Altre, che stando alla loro denuncia, potrebbero essere pericolose ove ci fosse un governo che quelle leggi applicasse con rigore, anche persecutorio. Insomma, per le opposizioni il decreto sicurezza non serve per rendere più sicura la vita ai cittadini, ma è uno strumento nelle mani del governo che potrebbe usarlo, senza violare la legge, contro normali forme ed espressioni di democrazia. Il decreto prevede anche pene severe per quei reati che attengono manifestazioni non autorizzate, occupazione di locali pubblici, interruzione di pubblici servizi. Fenomeni questi che in genere hanno per protagonisti giovani e giovanissimi. Si pensi all’occupazione delle scuole o ad alcune marce per protesta o per solidarietà, che spesso finiscono col degenerare. La risposta alle opposizioni che ancora una volta hanno gridato “al lupo! al lupo!” è che un governo deve regolarsi a seconda delle esigenze dei cittadini. Il ragionamento dei partiti di maggioranza è che la gente li ha votati perché vuole da loro mantenere le promesse fatte. Fra queste promesse c’erano sicuramente ordine e sicurezza. Il governo non ha fatto altro che rispondere alle aspettative della gente che lo ha votato. E veniamo all’eccessivo ottimismo del governo. Davvero queste leggi risolveranno il problema sicurezza? Non bastavano quelle che c’erano? In Italia spesso invece di applicare una legge esistente si sceglie di farne una nuova, come se il problema fosse della legge che non c’era. In un certo senso le opposizioni non hanno torto quando sostengono che con questo decreto non cambierà niente sul piano pratico. In realtà in Italia da sempre non sono mai mancate le leggi, sono mancati quelli che le applicano con scienza e coscienza. Le leggi son – diceva Dante Alighieri ai suoi tempi – ma chi pon mano ad esse? L’aspetto curioso è che su questo convengono sia la maggioranza che l’opposizione, nel senso che sono tutti convinti che i giudici che dovrebbero applicarle le leggi, le leggono prima di tutto a modo loro e poi le applicano secondo criteri politici, di opportunità, sicché alla fine tutto resta come era. Le manzoniane grida poco o nulla servono, specialmente in un paese come l’Italia, dove tutto si stempera nel nulla. Vedremo quanto prima se hanno avuto torto gli ottimisti del governo o i pessimisti dell’opposizione. Forse, più che ottimisti o pessimisti, occorre essere semplicemente scettici.