sabato 15 febbraio 2025
Quel che ho visto di Sanremo
Hai visto Sanremo? È la domanda che ti senti fare da più parti fin dal primo mattino. Dal bar all’edicola non si parla d’altro. Come se si trattasse di un evento da non perdere, di quelli che, per usare un’espressione abusata, ti fa dire, tutto contento, c’ero anch’io; e magari speri che accada qualcosa, non so, un disperato che si vuole buttare giù dalla loggia, un cavallo pazzo che s’imbizzarrisce in diretta, un bacio socratico, un decoltè traditore, qualcosa del genere.
Io, Sanremo! rispondono i più. Ma che sei scemo? È la risposta più ricorrente. E invece Sanremo se lo vedono proprio tutti, perché poi incominciano a tradirsi di averlo seguito quando parlano di questo o di quello. Hanno ragione quelli che dicono che è il primo ponte vacanziero italiano. È un ponte su tutti gli “stretti” d’Italia, lunghi e corti; un ponte che si fa e si disfa una volta all’anno; non come certi ponti che sono promessi dall’indomani di Porta Pia e non hanno ancora i piloni sui quali poggiarli. C’è un prima e un dopo Sanremo.
Ah, se il festival mi sta piacendo? Me ne stavo dimenticando. Finora l’ho seguito a metà, ovvero ho seguito solo la prima parte, quella per dovere di democratica spartizione televisiva, dovendo condividere il televisore in casa. Poi, per quel che mi tocca, corro subito a RaiStoria, dove mi pasco di cose note e meno note ma sempre interessanti a ricordarle e ad approfondirle.
No, Sanremo di quest’anno non mi è piaciuto, non mi sta piacendo. Stasera, la quarta puntata spero di godermela tutta con le sue cover, canzoni d’altri tempi, che, se pur reinterpretate, conservano fascino e bellezza. Quel Conti mi sembra poco sul pezzo, come si dice oggi. Delle sue collaboratrici e dei suoi collaboratori – ma perché tanti? – finora mi è piaciuta la modella Bianca Balti e i suoi incantevoli vestiti. A dire il vero anche le altre hanno indossato vestiti dei migliori sarti italiani, da Miriam Leone ad Elettra Lamborghini. Benigni, per noi italiani, è come il parmigiano reggiano, piace a tutti, è una garanzia di divertimento. Non altrettanto Frassica e Malgioglio, banalotti e scontati. Malgioglio è meglio come critico e commentatore. Frassica è meglio e…basta.
Le canzoni sono decisamente fuori dalla portata di una persona “normale”, non solo per gusto ma anche per udito. Molto suono, le parole non si capiscono, a carpire l’interesse i vestiti maschili, brutti, stravaganti, eccessivi. Ad eccezione di Achille Lauro che forse si ricorda di avere un nome importante. Ma dove vanno a vestirsi gli altri, da qualche rigattiere? La gestualità di alcuni, dei rapper – si dice così? –, monotona come la loro musica, stizzisce, dà l’impressione di persone arrabbiate, risentite, minacciose. Pensi che da un momento all’altro tirino fuori un mitra per fare una strage. Pur senza calarmi nella realtà di Vola colomba e dei Papaveri, precedente alla mia stagione, dico che una canzone è bella o brutta prima di tutto dopo averla ascoltata e poi capita. E se non riesci ad ascoltarla e a non capirla? Pazienza, l’audience è assicurata.
Dicono che vada per la maggiore Giorgia. Quella che replicò alla Meloni dicendo: anch’io mi chiamo Giorgia e sono una donna ma non rompo le scatole alla gente. Chissà, che non si voglia contrapporre Giorgia a Giorgia? Benigni lo ha fatto a modo suo. A me è piaciuta la canzone di Cristicchi, l’unica sulla quale posso esprimere un giudizio di merito. Fatto salvo il principio che l’arte ha poco o nulla a che fare col messaggio politico, etico o sociale, il pezzo ha una sua dignità e soprattutto connotazione. Se vince, ha vinto l’Italia del buon cuore, dei buoni sentimenti, che è poi la solita Italia, che quando pensi che è peccaminosa esce fuori con la sua purezza. Gli do il secondo posto.
Nella seconda serata mi è piaciuto papa Francesco col suo messaggio sulla musica. Ma dicono che era roba vecchia, non fatta per Sanremo. Speriamo che non finisca pure lui al Copasir. Vero senza ombra di dubbio, invece, è stato il messaggio delle due cantanti, l’ebrea e la palestinese, che hanno fatto capire che per i loro due popoli è meglio suonare che suonarsele.
Come ogni anno la Rai ha tenuto a dire che gli ascolti sono aumentati facendo riferimento alle corrispettive serate dell’anno scorso. Sta di fatto che dalla prima puntata in poi è stato un calo continuo. Carlo Conti, poi, il direttore artistico e il conduttore del festival, si è molto speso personalmente per la Suzuki, uno degli sponsor. Mi chiedo: era nel contratto? era cosa che poteva fare? Mah! Buon Sanremo a tutti e…all’anno prossimo!
sabato 8 febbraio 2025
C'è giornalismo e giornalismo
I giornalisti, che vediamo e sentiamo in televisione, che leggiamo nei giornali, affermano che appartiene all’etica del giornalista pubblicare tutte le notizie di cui viene in possesso; qualcosa che somiglia all’obbligatorietà dell’azione penale. Come un magistrato è obbligato ad intervenire nel momento in cui è a conoscenza di un reato così il giornalista quando viene a sapere qualcosa che ritiene possa interessare il pubblico. Questo è senz’altro vero nel giornalismo generalista. Non vale per il giornalismo politico; è un altro mondo. Quando un giornalista riesce a procurarsi una notizia non si chiede se può interessare il pubblico ma se conviene alla parte politica nella quale si riconosce. Una distorsione del principio che in taluni casi è decisiva, perché la notizia è parola e nel mentre infuria una guerra di parole, la politica è guerra di parole, dire o non dire qualcosa conta moltissimo.
In verità i giornalisti non osservano con professionalità quello che dicono. Oggi la maggior parte dei giornalisti sono schierati e difendono le parti, maggioranza e opposizione politiche, con tal vigore che neppure i diretti interessati fanno nei luoghi della politica. Ci sono trasmissioni che sembrano corazzate in guerra contro la maggioranza di governo ed altre contro le opposizioni. I “combattenti” non si curano minimamente di rispettare un minimo di decoro personale, si abbandonano a sproloqui aggressivi del “nemico” incuranti che dall’altra parte dello schermo ci sono sì persone di parte ma anche altre che vogliono solo essere informate correttamente; che purtroppo vengono passate per “nemiche”.
Sarà perché io sono un docente che fa pure il giornalista se ritengo che le notizie prima di pubblicarle vanno valutate non già se sono a favore o contro la propria parte politica, ma se è importante e onesto pubblicarle. Le notizie devono essere utili non ad una parte ma all’opinione pubblica, che per natura è complessità e sintesi. Se non sono utili e anzi dannose non si pubblicano, lo stesso se non sono chiare e complete. Buttar così una notizia non documentata, un rumor, è come voler creare un effetto di danno per una parte, di favore per un’altra. Una notizia rubata o comprata non è pubblicabile, non è decente pubblicarla.
Nella guerra dell’informazione che si sta combattendo oggi in Italia sono in campo giornalistico veri e propri servizi segreti, spie, infiltrati, agenti sotto copertura; à la guerre comme à la guerre. Spesso le notizie non vengono sapute per vie normali, spontanee, ma vengono procacciate, richieste, “rubate”, forse anche pagate. E qui non siamo più nel campo del lecito. Uno che si infiltra in un evento per vedere e riferire commette un illecito, se non proprio penale, di sicuro morale. Le leggi che ci sono non proteggono più la privacy, e non la proteggono perché non c’è più, se ne è volatilizzato il concetto stesso. I telefoni sono sempre più sotto controllo. Perfino le chat chiuse e riservate a ben precise persone vengono bucate per mettere in pubblico quello che gli interessati dicono pensando di dirlo in privato. L’effetto è di gettare nel pubblico “notizie” che tali non sono allo scopo di danneggiare una parte politica a tutto vantaggio di un’altra. In una simile situazione che senso ha parlare di opportunità o meno di pubblicare una notizia, di parlare di libertà di stampa. I talebani della notizia ignorano che nella società non esiste solo la propaganda. Ci vuole molto a capire che anche i preti bestemmiano colti in particolari frangenti di vita? Ci vuole molto a capire che uno prima di fare i bisogni nel suo bagno si spoglia? Ci vuol tanto a capire che quello che vale per una parte politica vale anche per l’altra?
Ovvio che furti e rapine di notizie, mischiando il privato col pubblico, producono effetti negativi, non fanno amare i giornali alla gente, gettano discredito su una categoria che è importantissima per il ruolo che ha nella società. Un buon giornalista è quello che sa giungere ad una notizia per vie lecite; è quello che la sa dare, la sa raccontare; non chi pensa di aver fatto il colpo, di aver arrecato un danno ad una parte politica e di essersi guadagnati i galloni dell’altra parte.
La realtà in cui viviamo purtroppo ci dice che i principi in cui crediamo, anche fermamente, spesso vengono oltraggiati nella pratica di vita. È da tempo che diciamo che i costumi si stanno imbarbarendo. Non so se è il caso di usare ancora il gerundio; il segno della decenza l’abbiamo passato da un pezzo. Almeno, prendiamone atto.
sabato 1 febbraio 2025
A sinistra aspettando Godot
Da sempre si può dire che a sinistra hanno l’abitudine di parlare della loro condizione, di elaborare tattiche e strategie, di ipotizzare alleanze, senza farlo però in una sede importante, tipo congresso. Lo fanno sui giornali, nei talkshow, spesso più che delle proprie ragioni compiacendosi dei torti degli avversari.
Prendiamo l’ultimo caso eclatante che ha fatto insorgere tutta la sinistra in maniera anche smodata contro il governo: il caso del generale libico arrestato in Italia e poi dal nostro governo riportato in Libia. Cosa che ha poi innescato l’ennesimo scontro tra il governo e la magistratura, che ha messo sotto indagine giudiziaria la Presidente Meloni, due ministri, Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano. Da tutto il bailamme, secondo i sondaggi, è sortita una crescita di consenso della Meloni. La gente ha capito che la Meloni ha liberato il “torturatore” libico per evitare che di lì a qualche giorno i libici sequestrassero qualche italiano in Libia e ricattassero il nostro Paese: io ti do il tuo e tu mi dai il mio, come è successo con la giornalista Sala e l’ingegnere iraniano. La gente ha capito inoltre che il “torturatore” libico in qualche modo trattiene in Libia un po’ di migranti, cosa per la quale i governi di mezza Europa spendono milioni e milioni di euro, che elargiscono ad hoc ai vari dittatori nostri dirimpettai. Che i migranti vengano trattenuti piace all’opinione pubblica, che non gradisce che il nostro Paese venga invaso da tanta gente, pur bisognosa e in miserevoli condizioni. L’accoglienza è una gran bella cosa, da sempre. L’ospite si è sempre detto, è sacro. In nessun tempo e in nessun paese lo straniero è stato maltrattato. Omero, uno dei pilastri della nostra civiltà, ci dice che ad Ulisse, tornato ad Itaca come uno sconosciuto straniero, furono lavati i piedi, in segno di accoglienza e di ospitalità. Ma qui siamo in presenza di un fenomeno epocale. La gente lo ha capito perché qualcuno glielo ha spiegato. Non siamo ancora al mors tua vita mea ma lo capiscono tutti che un’accoglienza senza limiti è un’invasione che rende più precaria la vita di oggi e tragica quella di domani. La storia ha registrato tanti casi di rigetto degli stranieri a diversi anni di distanza. Non si creda che il male non ritorni. Il mai più è una pia illusione.
Io credo che la sinistra farebbe meglio se in talune questioni assumesse un atteggiamento di non contrapposizione alla destra, trattandosi di problemi che riguardano la nazione. È vero, diverse sensibilità motivano destra e sinistra, che impediscono di venir meno alla propria cultura; ma allora perché essa non cerca di convincere l’opinione pubblica delle sue ragioni, dicendo chiaro e tondo: dobbiamo accogliere i migranti quanti ne vengono vengono e fino a quando vengono? Non lo fanno perché sanno che non è sostenibile. Ma se invece trovassero l’intelligenza e la forza di guardare in faccia la realtà e cercassero di avere con la destra un diverso rapporto non lascerebbero agli avversari il consenso dell’opinione pubblica su un problema così importante, passando peraltro per degli irresponsabili o ubriachi di ideologia.
Anche sulle alleanze non riescono ad avere le idee chiare. Allearsi per battere le destre non significa niente se non chiarisci che cosa vuoi evitare che accada con le destre al governo e che cosa vorresti che accadesse con le sinistre al governo. È su questo piano che occorre elebarare un percorso. Invece si passa il tempo per vedere se il rapporto tra il Pd e il M5S regge, che fa registrare avvicinamenti e allontanamenti quasi fossero capricci tra innamorati. Il Pd, partito guida di un’ipotetica coalizione antidestra, non ha risolto mai la questione interna, sperando che provvedesse il tempo a sistemare diversità e contrasti. I postdemocristiani, per esempio, dove sono e che cosa fanno? Continuano a puntare su una Schlein ormai sempre più spenta e logora? Non sono passati molti giorni da quando è venuto fuori il problema, con l’ipotesi Gentiloni in una probabile guida della coalizione. Ma quelli non dimenticano da dove vengono.
Tutte queste problematiche sono ampiamente avvertite dalla base anche se si insiste a metterla su un piano di tifo calcistico: dobbiamo battere le destre puntando sull’emotività delle persone. Quel che oggi appassiona l’elettore di centrosinistra è quanto accade a destra, alle stravaganze di certi esponenti, ai modi popolareschi della Meloni, agli spropositi di Salvini, insomma al contorno della politica. Ma quel che ci vuole è un congresso, come una volta si faceva.
Col Salento nel cuore...e non solo
Angela Campanile, salentina di Taurisano, vive ormai da anni a Paderno Dugnano, in provincia di Milano, con marito, Emilio Spedicato, già docente di matematica all’Università di Bergamo, e figli. Ha viaggiato e viaggia moltissimo, ma ovunque vada porta con sé il suo Salento, del Salento tutto. Ecco perché non si può dire che le stia solo nel cuore. Parlata, cucina, costumi, atmosfere, immagini, personaggi tipici: è il suo centro esistenziale e il suo alone. Giunta ormai ad una bella età, che di una signora non si indica, ha voluto raccogliere ogni espressione viva della sua terra e l’ha messa in un volume, Pensieri da Milano per il Salento (Lecce, Youcanprint, 2024, pp. 250). È fatto per lo più di immagini, quattro per ogni facciata, per un totale di circa mille, didascalizzate con brevi pensieri. Suddiviso in nove capitoli, tematicamente intitolati, il volume racchiude uno scrigno di emozioni. Non nostalgia, ché l’autrice scende nel Salento almeno due tre volte l’anno e lo vive ancora, ma qualcosa come una pianta dalle molte foglie e dai molti fiori, che la Campanile cura con amore e dedizione.
sabato 25 gennaio 2025
Di questo solo oggi possiamo essere contenti
È curioso come in questo paese i leader politici a confronto recitino interscambiandosele le stesse parti, come dei copioni che si passano passandosi i ruoli, come la campanella da un presidente all’altro. Chi è all’opposizione è sempre sul piede di guerra, chiede le dimissioni dei ministri o sottoministri in carica anche per un nonnulla, cerca di smascherare le iniziative della maggioranza, i suoi casi, le sue vicende. Al governo si danno tutte le responsabilità di quel che accade, anche delle bombe d’acqua o degli straripamenti di fiumi e fiumiciattoli. Chi è al governo ricorre a tutti i sistemi pur di non cedere di un millimetro alle ragioni degli avversari; minimizza, temporeggia.
Abbiamo visto decine di volte in televisione quando la Meloni spiegava agli italiani la questione delle accise sulla benzina promettendo di toglierle se avesse vinto le elezioni e fosse andata al governo. Dalla Meloni, ora che è al governo, silenzio sulle accise. La ministra Santanchè, del suo stesso partito, è rinviata a giudizio. Dovrebbe dimettersi? Se la Meloni fosse all’opposizione e il ministro rinviato a giudizio fosse in maggioranza, non ci sarebbero dubbi sulle richieste di dimissioni, con tanto di indignazione a corredo. Si dimetta! Repubblica delle banane! Chieda scusa agli italiani! Ma, siccome è capo del governo, tace e lascia agli oppositori di indignarsi, mentre lei spera che tutto si sgonfi nel giro di qualche giorno. Insomma, le solite parti nella solita commedia.
I comici, a partire da Totò e del suo Antonio La Trippa, lo hanno spiegato molto bene agli italiani. I quali non tutti reagiscono alla stessa maniera. Alcuni sono stanchi di vedere politici di opposizione arrabbiarsi e politici di maggioranza far finta di niente. Altri si sono convinti che così funziona la democrazia in Italia, che è pur sempre meglio di dove non c’è democrazia e bisogna ridere o piangere se ride o piange il dittatore, come accade ancora in tanti paesi del mondo. Conveniamo tutti che è meglio tenerci stretta la nostra democrazia, che ci consente perfino di non votare quando non ne sentiamo la voglia. Del resto fu Churchill, uno che ne sapeva, a dire che la democrazia è il più brutto sistema di governo eccetto tutti gli altri.
L’elettorato che ancora va a votare si sta riducendo di volta in volta. Oggi c’è circa il cinquanta per cento che non vota perché ritiene che sia inutile, che questo o quello pari sono. Il mantra è: promettere per non mantenere. Prova ne sia che a seconda della collocazione, il leader, a prescindere da quel che ha detto in campagna elettorale o ancora prima, si dispone a recitare la sua brava parte. Tutto si riduce alla bravura con cui la recita. La Meloni riesce a farsi credere di più della Schlein, non perché sia più brava ma perché per un dato naturale è più in sintonia con la gente, la quale, anche se sa che in fondo promette ma non mantiene, pensa all’alternativa e la preferisce.
Allora, non c’è niente da fare? È tutto scontato? Non è proprio così. Diciamo che c’è una misura e che questa prima o poi si colma. Questo accade quando si verificano casi particolari in successione. Come in questi giorni in Italia. C’è stato prima il caso dell’ingegnere iraniano liberato in cambio della liberazione della nostra giornalista, poi il caso della Santanchè rinviata a giudizio, poi il caso del generale libico famigerato torturatore di migranti prima arrestato e poi riportato in Libia con un aereo dell’Aeronautica militare italiana, poi i trasporti che non funzionano, poi lo sciopero dei magistrati, poi la delinquenza diffusa nelle nostre piazze e strade che di notte, e non solo di notte, diventano territorio “nemico” con orde di giovani migranti e non che si affrontano per prevalere in attività criminali. Il quadro si completa con qualche femminicidio, con un medico picchiato in Pronto soccorso e con qualche altra follia.
Questi sono i casi che ogni giorno i giornali sciorinano e sui quali si sviluppano dibattiti televisivi con le parti preschierate. Non politici a confronto, quello avviene in Parlamento, ma schierani della maggioranza e schierani dell’opposizione, che rendono con le loro velenosità, anche personali, meno credibili le argomentazioni pro o contro. Questa è la democrazia, non perdiamola di vista. I cittadini liberi parlino liberamente, votino altrettanto liberamente, si facciano carico di qualche verità. Noi, ostinati elettori, facciamo come diceva una vecchia canzone di Achille Togliani. Una volta nei viottoli di campagna, nel buio della notte, fra le erbacce che delimitavano da una parte e dall’altra brillavano le lucciole; esse non facevano luce sufficiente a vedere, ma consentivano di seguire la via. Di questo solo oggi possiamo accontentarci. Da qualche parte ne usciremo.
sabato 18 gennaio 2025
Meloni e il caso Sala
Il Ministro di Giustizia Carlo Nordio, dopo la liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala, disse che il caso niente aveva a che fare con quello dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini-Najafabani arrestato a Milano dalla nostra Digos. Aggiunse, sotto l’incalzare di un giornalista, che i casi erano differenti anche se paralleli. Ora, si sa, che due rette parallele non s’incontrano mai. Benedetta italianità! Invece qui si sono “incontrate”. Vuol dire che proprio rette non erano. O per lo meno non era retto il discorso. Come si può continuare a non ammetterlo? Gli iraniani arrestarono la nostra giornalista tre giorni dopo che noi avevamo arrestato il loro ingegnere. E perché la arrestarono? per dire: cari amici italiani, voi liberate il nostro ingegnere e noi liberiamo la vostra giornalista. Ed è quanto è avvenuto, con la sola variante che ad essere liberata per prima è stata la nostra giornalista, ma era un dettaglio dell’affaire.
Non è stata una bella pagina politica, diciamo la verità. Lo è stata per un prossimo libro Cuore, che sicuramente scriverà deamicisianamente qualcuno, magari la Meloni nel suo prossimo libro. Intendiamoci, davanti ad una vita umana salvata hanno dovuto star zitti e fingere di essere contenti perfino quelli delle opposizioni, che di solito saltano e cantano come grilli d’estate ad ogni calar della sera. Ma le cose, raccontate per come sono, portano a considerazioni un po’ diverse. Che sia o meno opportuno di dirle è un altro discorso. Per fortuna non tutti in Italia fanno politica, qualcuno che si mette in un angolo e le cose le dice come stanno ancora c’è.
L’arresto della nostra giornalista è stato un sopruso da parte di uno Stato, quello iraniano, che nella circostanza si è comportato come un boss mafioso. Ha arrestato una giornalista straniera senza un motivo, dato che l’accusa di aver violato le leggi islamiche non significa nulla se non vengono specificati i reati. Era chiara l’intenzione fin dal primo momento. O lasciate libero il nostro ingegnere o noi teniamo all’addiaccio, senza cuscino e senza occhiali, la vostra giornalista. Era evidente che la Sala era solo un ostaggio, che serviva per il ricatto. L’ingegnere, invece, è accusato dalle autorità americane di terrorismo. La situazione era asimmetrica. Lo scambio che c’è stato, la giornalista per un terrorista, non è accettabile. Nessuno Stato si piega a simili ricatti. E noi abbiamo assai illustri esempi. Per Moro non ci fu niente da fare e ancora oggi chi ha il senso dello Stato plaude al comportamento dell’allora classe politica e governativa italiana, che non intese cedere.
Probabile che se invece di una donna, Giorgia Meloni, in Italia ci fosse stato un Capo del Governo uomo le cose sarebbero andate diversamente, come sono andate in passato. Anche qui è appena il caso di ricordare il capo dei terroristi palestinesi Abu Abbas liberato da Craxi e il più recente imprenditore russo, Artem Uss, sempre richiesto dagli Americani, messo nelle condizioni di scappare. Forse avremmo fatto lo stesso con l’ingegnere iraniano. L’avremmo lasciato andare.
Di diverso c’è la Meloni, che secondo papa Francesco non è né popolare né populista, è popolana; e si sa che i popolani la pensano e agiscono alla sans façon. Non volendo guastare i buoni rapporti che ha con gli Americani è volata da Trump e gli ha detto: senti, dobbiamo liberare la nostra ragazza e c’è un solo modo per farlo, liberando l’ingegnere che voi volete che noi vi estradiamo. Il buon Trump, che non mette molto a sintonizzarsi con la Meloni, ha acconsentito senz’altro, ed ecco che il caso è stato risolto alla fai e faccio.
Questione finita? Magari! Il caso costituisce un precedente pericoloso. Se ogni volta che le autorità di altri paesi ci chiedono di arrestare qualcuno e di consegnarglielo secondo le leggi internazionali, noi rischiamo arresti di nostri connazionali a scopo di ricatto, andiamo bene! Di nuovo la Meloni o chi per lei prende il volo e va a contrattare scambi e rilasci? E chi si trovasse al posto della Meloni sarebbe dello stesso avviso, di andare a mortificare la dignità dello Stato sia pure per salvare una vita umana? Si consideri che il gesto della Meloni non è ascrivibile ad un capo di governo nell’esercizio delle sue funzioni. Se così fosse dovrebbe fare la stessa cosa in altri similari casi. La Meloni invece si è comportata da mamma e ad una mamma neppure Trump ha saputo dire di no. Si comporterà allo stesso modo se dovesse proporsi un altro caso del genere? Dubito, potrebbero non esserci le condizioni. A questo punto è la filiera che conviene spezzare. Non si arresta più nessuno in nome e per conto di altri e ognuno si gratti la tigna con le sue mani.
sabato 11 gennaio 2025
Vanini, un chiarimento con Raimondi
Il professor Francesco Paolo Raimondi ha postato recentemente nel sito «Archivio Giulio Cesare Vanini. Iliesi - Cnr», di cui è responsabile, una noticina che, riguardandomi, mi obbliga a qualche chiarimento. In «Bacheca» ha scritto:
«Ha conosciuto una infelice riedizione uno dei più beceri pamphlet antivaniniani, violentemente polemico, scritto da Salvatore Casto contro la celebre epigrafe dettata da Giovanni Bovio in memoria del filosofo taurisanese, "arso, non confutato" e "consacrato al secolo vendicatore". Il libello fu pubblicato in Lecce nel 1908 con lo pseudonimo Nescius e con il pomposo titolo L'iscrizione lapidaria per Vanini Una lucciola tra splendidi pianeti ossia Dialogo tra un Clericaletto ed un Vaniniano in una riunione di altri Vaniniani (in Lecce). Esso è riprodotto "in trascrizione critica e in riproduzione fotografica", come se si trattasse di opera di alto livello letterario, da G. MONTONATO, Cronache vaniniane, Taurisano, 2016 (in concomitanza e in contrapposizione ideologica con l'erezione del monumento a Vanini). Di non diversa ispirazione è l'altro volumetto dello stesso autore Di Vanini... ultimo dialogo a Tolosa, Taurisano 2019 (in concomitanza con il Convegno vaniniano), il quale manca di qualsivoglia valore letterario o storiografico. Tali sono peraltro altri occasionali contributi che, dettati da pregiudiziale ostilità, compaiono sulle pagine di un giornale locale "Presenza Taurisanese", pur essendo privi di consistenza storica e filosofica».
Incominciamo col dire che nel primo caso, Dialogo tra un Clericaletto e un Vaniniano, si tratta di un documento storico, degno del massimo rispetto, a prescindere dai suoi contenuti di merito. Uno storico, quale è il professore Raimondi, sa che un documento o è autentico o è falso, tertium non datur. Stabilito che è autentico, lo storico che lo disprezza perché non ne condivide i contenuti è come quel medico che si rifiuta di curare un malato perché non gli piace la faccia. Che sia stato pubblicato in concomitanza di un evento importante è prassi editoriale e giornalistica, che vale per tutti i personaggi e i fatti della storia e della letteratura. Quanto alla «contrapposizione ideologica con l’erezione del monumento a Vanini» attribuitami è pura invenzione. Lo sanno tutti, dal Sindaco all’Assessore alla Cultura del tempo, ai lettori di «Presenza Taurisanese», che sono sempre stato favorevolissimo al monumento e che la mia contrarietà a far parte della relativa commissione è da attribuire alla presenza nella stessa del professor Raimondi. In molte circostanze, anche scritte, ho sempre plaudito alla realizzazione di quel monumento, al suo autore e al Comune che lo ha voluto. Avrebbe forse preteso che gli chiedessi l’autorizzazione per pubblicare il documento?
Quanto al volumetto Di Vanini…ultimo dialogo a Tolosa, si tratta di un testo di pura fantasia, scritto in assoluta libertà. Credo che se il professor Raimondi lo avesse letto se ne sarebbe facilmente avveduto. Concomitanza? Sì, e allora? Forse il professor Raimondi, ancora una volta, avrebbe preteso il suo imprimatur? Via, scenda a terra! Parla di una mia «pregiudiziale ostilità». Ma quando mai? Posso dimostrare in qualsiasi momento che ho sempre parlato bene di tutto ciò che è stato fatto a Taurisano per Vanini e per altri personaggi locali. Non essendo il caso di elencare tutti gli eventi di cui sono stato ideatore e realizzatore, spesso in collaborazione del professor Raimondi, taccio per buon gusto.
Prima di parlare – gli disse un po’ di anni fa un prete ortodosso – bisogna documentarsi. Non occorre che glielo ripeta io, adesso. Purtroppo è così preso a leggere le cose sue che le altre cerca di divinarle. Ma soprattutto la finisca con la sua idea padronale ed esclusivista della cultura, che fra tutti i vizi che possa avere un intellettuale è il più ridicolo.
Prof. Luigi Montonato
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