domenica 29 aprile 2018

Cinquestelle-Pd: politica è parlare, ma non per nulla




Tanto tuonò che piovve? Hanno tanto sollecitato il Pd a sedersi a parlare coi Cinquestelle che presto lo faranno? Sì, ma se piove e nessuno si bagna; se Pd e Cinquestelle s’incontrano e non succede nulla, che piove a fare, che s’incontrano a fare?
Ora si fa strada una nuova strategia. Parliamo! Parliamo! Perché nessuno ci possa dire che non volevamo parlare. Tanto, parlare non costa nulla. E intanto il tempo passa. E – chissà ! – può essere che la base dei vari partiti incominci a stancarsi. Soprattutto che si stanchi la base dei Cinquestelle, che aspetta redditi di cittadinanza e profende varie, che vuole vedere i vecchi privilegiati dei vitalizi all’angolo di strada col cappello rovesciato a chiedere l’elemosina.
Ma intanto aumentano i soliti scettici, che hanno sempre ragione. Te lo dicevo io, che questi non sono diversi da tutti gli altri! Finora si sono lasciati guidare da un comico e da un neobottegaio. Ora non sanno dove andare. Figurarsi se sanno cosa andranno a fare!
Il presidente del Pd, Matteo Orfini, ospite della Gruber, venerdì sera, 27 aprile, ha escluso nella maniera più assoluta qualsiasi ipotesi di accordo coi Cinquestelle. Invano Travaglio lo incalzava con sorriso beffardo e parola tagliente. Aho – ha sbottato ad un certo punto Orfini – ci siamo incontrati tante volte, che ce dobbiamo di’ ancora noi due?
Semmai stupisce l’insistenza con cui Cinquestelle e seguitanti cercano di trovare il modo per portare Di Maio a Palazzo Chigi, come non ha importanza, dovesse addirittura arrivare a pezzi per un improbabile rimontaggio in loco.
E’ l’ennesima farsa italiana. I Cinquestelle dovevano rivoluzionare la politica, non dovevano fare maggioranze con nessuno, dovevano governare da soli. Duri e puri. Dovevano! Oggi sono disposti a mettersi con chiunque accetti di far loro da seguito, come se si trattasse di una processione. Oggi non riescono neppure a correggere l’interlocutore che continua a chiamarli onorevoli, quando per statuto devono farsi chiamare cittadini. I cachielli dello struscio!
Ora tutti se la prendono con la legge che ha favorito il proporzionale. E perché? Non potevano i Cinquestelle raggiungere il 40 % come sostenevano? A quel punto avrebbero fatto da soli o quasi il governo, senza piatire compagnie, che una volta consideravano lebbrose. Se l’elettorato, che pure li ha premiati, li ha inchiodati ad un inutile 32 % vuol dire che perfino un popolo, che in quanto soggetto plurale è irresponsabile, mette un limite alla fessagginità.
Di Maio ora è nervoso. Minaccia Berlusconi dopo averlo insultato e ingiuriato per anni. Continua a preoccupare i probabili partner, non per paura ma per incapacità di stare in politica da cristiano. Per quello che questa parola significa nella comunicazione popolare, di persona seria e assennata! 
La settimana prossima ci sarà la Direzione Nazionale del Pd. Per decidere cosa? Vedere le carte dei Cinquestelle? Andiamo, qui si prende per il culo la gente e sé stessi.
La politica non dovrebbe mai rinunciare alla sua funzione pedagogica. I Cinquestelle vanno puniti per quello che stanno dicendo e facendo da dieci anni a questa parte. Bisogna finirla di considerarli come dei ragazzi discoli. Hanno sbagliato e quel che è peggio i loro sbagli gli hanno fruttato caterve di consensi. E’ giunto il momento di far perdere loro il mal credito che in questi anni si sono procurato.
Se i Cinquestelle non sono disposti a fare un governo col centrodestra, come risultato elettorale comanda, non c’è altra soluzione. Allora è giusto che si vada in direzione di un governo d’emergenza nazionale, che onori le scadenze italiane in Europa e nel mondo e intanto approvi una legge elettorale maggioritaria, in modo che la notte stessa dello spoglio si sappia chi ha vinto e chi ha responsabilità di fare il governo.
Il Paese, a questo punto, deve sapere di chi è la colpa. Deve provvedere ad emendarsi da ogni fumisia e torni a votare per processi politici fattibili, per camminare coi piedi per terra, magari tra mille difficoltà. Ormai è chiaro a tutti che i Cinquestelle hanno fallito. Non perché non siano riusciti a fare quanto hanno promesso; ma perché non sono riusciti neppure ad essere quello che dicevano di essere. Sono impreparati, ben al di là dell’essere senza arte né parte. Non sanno come stare in politica, come comportarsi. A questo punto insistere con loro significa mettere a repentaglio il Paese, significa creare un clima di scontro che non porta nulla di buono. 

sabato 21 aprile 2018

Il Movimento 5 Stelle? Come nasci, sei!




C’era un modo di dire nel Salento rurale e arcaico di una volta: come nasci, sei! A voler rimarcare il fatto che se uno nasce da una certa genitura e cresce in una certa famiglia, ché si spera possa mai essere? Associando alla filosofia popolare salentina l’acutezza toscana del Guicciardini, il quale diceva nei suoi Ricordi che da cosa nasce cosa, il prodotto non cambia: dal culo può venir fuori solo merda o qualche scorreggia. Il riferimento è spontaneo. Ognuno lo faccia.
L’insistenza del premier pentastellato, nobilitazione eccessiva di grillino, Luigi Di Maio a non voler neppure vedere Berlusconi e la Meloni e neppure altri dei loro partiti, o ha ragioni politiche, specificamente di incompatibilità coi suoi programmi, o è del tutto inaccettabile.
Di Maio spieghi perché ritiene che con Forza Italia e Fratelli d’Italia non si può fare un discorso nuovo e poi ritiene di poterlo fare col Pd. Partito, questo, che, dopo un’infinità di nomi cambiati, riconduce a due dei più gloriosi e vecchi partiti italiani: la Democrazia cristiana e il Partito comunista. Delle sue attribuzioni, passi la nobiltà della sua storia, non la novità della sua proposta politica! Il Pd è composto da due soggetti, che, pur con tutti i loro vizi, erano il lusso della politica italiana, cose che né Di Maio né altri dell’accozzaglia grillina possono mai capire. Fortunati loro che non sanno!
Proviamo a spiegare a questi citrulli della nuova scuola politica dell’obbligo che la coalizione del centrodestra non è un espediente elettorale, come asseriscono senza sapere quello che dicono. Esiste dalla prima metà degli anni Novanta, è passata attraverso tantissime prove elettorali, governa regioni, città grandi e piccole, comuni grandi e piccoli, isole e isolette e scogli. Forza Italia fa parte del Ppe (Partito popolare europeo). E’ una realtà innegabile. Chi la nega ha la fortuna di essere uno che pubblicamente dice di non aver votato Mattarella alla Presidenza della Repubblica solo perché non lo conosceva. Meglio l’Aretino, che qualcosa del genere disse a proposito di Dio nel suo epitaffio: “Qui giace l’Aretin poeta tosco, / che di tutti disse mal, fuorché di Dio, / scusandosi col dir: non lo conosco”. Fosse stato un altro, invece di essere lo zerbinotto pentastellato, viscido e lucente come una limaccia ai primi raggi del sole, la condutttrice della trasmissione, l’austro-ungarica Gruber, che farebbe bene a rivendicare l’Umlaut sulla u, toltole dal fascismo, lo avrebbe stoppato di brutto.
Siamo alle solite. Quest’ondata di grilli e cavallette, come si è ampiamente previsto, sta dimostrando che senza esperienze e conoscenze non si va da nessuna parte. In politica non si può iniziare il lavoro ogni giorno, ma continuare da dove si è lasciato interrotto il giorno precedente. Sapere è essenziale. Si sa che è sbagliato per un politico incartarsi nei veti: io con quello mai! Ma in politica mai dire mai. Se Di Maio per un verso e Salvini per un altro non si fossero autoammanettati coi loro “mai” oggi avremmo già il governo.
Si obietta: ma i programmi del centrodestra non sono compatibili con quelli del Pd e sull’altra ipotesi di alleanza i programmi dei Cinquestelle non sono compatibili con quelli del centrodestra. Compatibili sono invece Forza Italia-Pd e Cinquestelle-Lega. E, allora, come la mettiamo?
E’ di tutta evidenza che delle due l’una: o i Cinquestelle si alleano con tutto il centrodestra o tutto il centrodestra si allea col Pd; o cede Di Maio o cede Salvini. Berlusconi non è candidato a cedere, ma al suicidio, che è cosa ben diversa. Sempre che i conti non vengano poi ribaltati dall’oste Pd, che potrebbe pure dire: non ne voglio sapere, ho perso e mi faccio una terapia all’opposizione. 
Ora si spera che Mattarella si attivi per un governo istituzionale, che assicuri al Paese un minimo di governabilità e nel frattempo faccia fare una legge elettorale, che non abbia desinenze in emme, perché qui non si scherza più, ma una legge che porti ad un risultato chiaro e netto. Essa, probabilmente, favorirà nell’immediato una delle forze politiche in campo; ma poi, entrata a regime, potrà ribaltare il risultato come avviene in tutti i paesi dell’Occidente democratico. Ormai è una costante che chi è al governo va incontro all’ostilità del Paese, che, alle successive elezioni, vota a favore di chi ha fatto opposizione. Di che hanno paura, allora, i vari soggetti politici: oggi a me, domani a te. Più democrazia e alternanza di così!
E’ bensì vero che non è una legge elettorale a realizzare il sogno dell’alchimista politico, di trasformare ogni stronzo in tartufo pregiato.

sabato 14 aprile 2018

Centrodestra, è tempo di Berlusconexit




Il secondo giro di consultazioni da parte del Presidente Mattarella, per dare inizio ad un governo dopo il voto del 4 marzo, ha fatto registrare l’ennesima berlusconata. Che ha spiegato anche perché al primo giro le tre componenti del centrodestra si erano presentate separatamente. Meglio primo in casa sua, avrà pensato Berlusconi, che comprimario in casa d’altri.
Come ha spiegato bene Bruno Vespa su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di sabato, 14 aprile, Berlusconi non è assolutamente capace di adattarsi al ruolo di spalla. Ed ora, costretto dagli eventi ad esserlo, avendo preso alle elezioni del 4 marzo meno voti di Matteo Salvini, leader della Lega, si abbandona a comportamenti tanto infantili quanto patetici. Spesso non si rende conto che a voler dimostrare di essere ancora protagonista mette maggiormente in evidenza il suo essere comparsa.
Usciti dal colloquio con Mattarella, i tre rappresentanti del centrodestra, Salvini Berlusconi Meloni, dovevano fermarsi per il breve comunicato alla stampa. Prima che Salvini prendesse la parola, Berlusconi, rivolto ai giornalisti, ha detto che a leggere il comunicato sarebbe stato Salvini e raccomandava l’alleato di essere preciso sulle parole. Rimarcando l’evidenza. Non contento faceva teatro, con smorfie e gesti, mentre Salvini leggeva; e al termine, spostando fisicamente Salvini e la Meloni, tornava indietro, riprendeva il microfono per invitare i giornalisti a saper distinguere tra chi è veramente democratico e chi non conosce neppure l’abc della democrazia, alludendo ai Cinquestelle. Insomma Berlusconi, che non doveva parlare, ha finito per essere il protagonista assoluto. Gli è andata male, non solo perché la Meloni uscendo lo ha atteso dietro una tenda per dirgliene quattro, ma anche perché la Lega ha fatto sapere al M5S di aver preso le distanze da quella che Di Maio avrebbe poi definito una “battutaccia”.
Francamente Berlusconi, al netto di tutte le cose subite, a torto o a ragione, non è qui la sede per parlarne, ora, a ottantuno anni suonati, è tempo non che si metta da parte ma che faccia la persona seria. Accetti di essere quello che realmente è o, se non gli aggrada la cosa, allora sì, si metta da parte. Se già il Berlusconi verde era discutibile, il Berlusconi grigio lo è ancora di più. Se il primo faceva arrabbiare, il secondo fa ridere gli avversari e fa diventare rossi di vergogna gli amici e i sostenitori.  
La percezione che ora ha di lui il Paese è di essere non solo un ostacolo al formarsi di un governo ma un impedimento a che gli stessi uomini e donne del suo e dei partiti alleati siano liberi di esprimersi e di comportarsi come più opportuno. La sceneggiata del Quirinale ha fatto arrabbiare anche gli elettori del centrodestra. Coi suoi comportamenti la coalizione non è una cosa seria.
Detto questo, nulla cambia nel considerare Forza Italia, il partito del quale ancora è incontrastato leader, una componente centrale dello schieramento. Condivisibile o meno, è certo rispettabilissima, con voce in capitolo nelle scelte politiche e nella rappresentanza in un probabile governo che la comprenda. Senza Berlusconi leader invadente, protagonista di sceneggiate mortificanti, il partito avrebbe più credibilità e rispetto. Cose delle quali oggi Forza Italia ha più bisogno, trovandosi ad uno snodo importante e decisivo della sua storia.
La sua personalità, egocentrica e straripante, rischia di danneggiare il partito. Di questo dovrebbe preoccuparsi, non della sua posizione all’interno dello schieramento. Il suo braccio di ferro con Di Maio lo vede purtroppo soccombere non per sua debolezza ma per le condizioni ambientali in cui si verifica. Ogni cosa ha il suo tempo. Il tempo di oggi non lo favorisce. La fuga degli elettori verso la Lega, già avvenuta il 4 marzo, potrebbe diventare esodo di massa se dovesse continuare a proporsi come un vecchio don poponico, versione maschile della pirandelliana donna poponica. E sarebbe veramente una perdita importante per la coalizione, perché Forza Italia rappresenta la componente moderata, sicura difesa degli interessi europei e occidentali; bilancia degli spostamenti antieuropeisti e filorussi della Lega.
Ormai appare assai probabile che, dopo le elezioni regionali nel Friuli-Venezia Giulia di domenica, 29 aprile, quando probabilmente la spunterà il candidato della Lega, Massimiliano Fedriga, coi voti della coalizione, Salvini si sentirà libero di fare il governo con Di Maio, con o senza Forza Italia.
Allora inizierà un’altra storia, nella quale Berlusconi potrebbe avere solo l’opportunità di chiudere in maniera seria e dignitosa la sua esaltante carriera politica. 

P.S. Alessandro Di Battista ha dato del dudù a Salvini per il suo rapporto con Berlusconi. Da quale pulpito! Lui e tutti gli altri del M5S sono ancora cagnolini al guinzaglio di Grillo. Buon per loro che, non rendendosene conto, sono dispensati dal vergognarsene.   

sabato 7 aprile 2018

Si torni alla Costituzione!




E’ venuta la tentazione anche a illustri politologi di paragonare le elezioni del 4 marzo 2018 a quelle del 18 aprile del 1948. Fra gli altri Angelo Panebianco, che alla vigilia del voto sul “Corriere della Sera” del 28 febbraio (La posta in gioco per il Paese) scrisse: “Oggi come allora la posta in gioco è la democrazia. Non nel senso che ci sia oggi (a differenza dell’altra volta) una immediata minaccia alla sua sopravvivenza ma nel senso che queste elezioni potrebbero spingere il Paese lungo un piano inclinato, percorso il quale (magari solo fra qualche anno) diventerebbe pressoché inevitabile qualche aggiustamento autoritario”.
Quando Panebianco parla di “sopravvivenza” e di “aggiustamenti” pensa ad aspetti giuridici, di ordinamento; non già agli aspetti più squisitamente politici quali possono essere colti nel costume politico reale. Di qui il senso di una minaccia spostata a “fra qualche anno”. Se consideriamo la realtà delle cose invece ci accorgiamo che, aspetti legali a parte, la democrazia italiana, per come è sentita e praticata oggi, è già diversa dalla democrazia delineata nella Costituzione della Repubblica. Ci sono evidenti cambiamenti di costume e forzature che potrebbero diventare guasti. Ernesto Galli Della Loggia e Giuseppe De Rita sul “Corriere della Sera” di sabato, 3 marzo, puntarono l’attenzione su due grandi differenze, l’uno per denunciare la mancanza di impegno degli intellettuali, l’altro la mediocrità politica che genera indifferenza.
Nelle elezioni del 1948 si fronteggiarono due idee di democrazia e direi due idee di paese, di nazione, di società. Dove sta oggi il confronto? E soprattutto, dove stanno gli uomini a rappresentare i due modelli in contrapposizione? Li vogliamo ricordare, tanto per farci un’idea, quelli di settant’anni fa? De Gasperi, Nenni, Togliatti, Saragat, La Malfa. Ed oggi? Renzi, Di Maio, Berlusconi, Salvini, Grasso! Dove, i cittadini mobilitati a difendere il partito di appartenenza con una spinta civile quale mai c’era stata prima e mai ci sarebbe stata dopo? 
C’era nel 1948 la consapevolezza che il proprio voto e il proprio impegno erano determinanti per portare l’Italia in una direzione anziché in un’altra, dall’intellettuale allo spazzino. Nella scorsa campagna elettorale c’è stata, invece, l’indifferenza assoluta, la convinzione dell’inutilità del voto, il disgusto per dei politici in gran parte screditati (i vecchi), e in gran parte inattendibili (i nuovi). Maschere grottesche gli uni, autentici sbandati gli altri. I grillini, che pure rappresentano il nuovo, hanno l’aria così stranita e spaesata da sembrare immigrati giunti su questa immensa Lampedusa che è l’Italia.
E dove stanno i grandi commentatori, i giornalisti che si ponevano nei confronti dei politici dalla parte della Costituzione appena varata? Oggi sono uomini spettacolo, leggeri e frivoli, mischiano politica e comicità, come se, dopotutto, divertirsi viene prima di qualunque altro interesse. I Crozza e i Gene Gnocchi sono più credibili dei Travaglio e dei Floris; fanno più opinione di loro.
Per buttare qualcosa di serio sul tavolo politico i cosiddetti leader non hanno avuto di meglio che tirar fuori il fascismo e l’antifascismo, armando la mano dei soliti fanatici e sconsiderati che hanno teso agguati a normali cittadini colpevoli solo di avere idee politiche diverse.    
Gli spazi elettorali, i galoppini di una volta, se li contendevano con le unghie e coi denti e notte tempo si affiggevano manifesti su manifesti per far sì di essere gli ultimi a farlo prima che si chiudesse il tempo della propaganda elettorale e dare maggiore visibilità al proprio partito. In questa campagna elettorale i pannelli predisposti dai comuni per la propaganda elettorale sono rimasti vuoti o quasi, con qua e là qualche manifesto, soprattutto di candidati al collegio uninominale. E del resto perché scomodarsi per dei partiti che non sono neppure lontanamente riconducibili ad uno straccio di connotazione politica? Perché i candidati si sarebbero dovuti sforzare dal momento che i loro nomi erano nei listini bloccati e si sapeva già chi sarebbe stato eletto?
Questa campagna elettorale ha certificato veramente lo stato confusionale – staremmo per dire comatoso – della democrazia. Abbiamo assistito alla farsa dei grillini che prima ancora che si votasse hanno proposto al Presidente della Repubblica i loro ministri, ignorando che c’è l’articolo 92 della Costituzione che attribuisce al Presidente della Repubblica la nomina degli stessi su proposta del Presidente incaricato, il quale a sua volta riceve l’incarico dal Presidente della Repubblica. Non è stata una cosa da niente, sulla quale glissare. Hanno precorso il voto e l’incarico, quasi riconoscendo al voto popolare l’esclusiva legittimità a conferire l’incarico di governo. Se il gesto non fosse stato compiuto da un povero avventato, furbetto anzichenò, sarebbe stato un grave vulnus istituzionale. Ma so’ regazzi, dicono a Roma; goliardi a tempo indeterminato! In fondo sono figli dei vaffanculo di un comico, non vengono mica da una scuola di politica, non sanno neppure bene le cose di Dio. Questi, men che capire il dettato costituzionale, non sanno neppure che esista la Costituzione. E non sono i soli, a dire il vero. Quanti sono stati gli intellettuali e gli opinionisti a indignarsi in un paese in cui tutti si indignano per cose da niente?
Lo spettacolo dei tanti candidati premier che hanno sgomitato per tutta la campagna elettorale lo prova. Come già nella Firenze di Dante una turba di gente sanza chiamare, ha gridato i’ mi sobbarco. Nel Pd Renzi e Gentiloni, in Liberi e Uguali Grasso e Bersani o D’Alema, nel centrodestra Salvini, Meloni e in ultimo Tajani. Mai visti tanti candidati premier in un paese in cui la Costituzione dice che è il Presidente della Repubblica a dare l’incarico. Si dirà: ma è puramente formale, perché in sostanza è il popolo che lo indica.
No! No! E ancora No! La forma è sostanza. Guai a pensare che la forma non conti niente! Anche questo è segno dei tempi. La Costituzione, che è quanto di più laicamente sacro possa esprimere un popolo in fondazione o rifondazione dello Stato, oggi è carta straccia. 
Non so se fra qualche anno, in considerazione di quanto già c’è oggi, si farà, come dice Panebianco, “qualche aggiustamento autoritario”. Quel che mi auguro è che l’intervento autoritario, se sarà necessario, lo sia non per qualche aggiustamento, ma per il ritorno alla Costituzione.  

sabato 31 marzo 2018

5 stelle. fatti per volare non per camminare




Qualche settimana prima delle elezioni del 4 marzo non c’era benpensante del nostro gotha intellettual-politico disposto a dare un minimo di credito a Luigi Di Maio. Perfino Eugenio Scalfari disse in una puntata di Floris che gli avrebbe preferito Berlusconi. Oggi tutti corrono in “soccorso” di Di Maio. Due pezzi da novanta della politologia di sinistra, ospiti della Gruber su “La 7”, Cacciari e Pasquino, smaniano dal vedere il Pd mettersi d’accordo coi Cinquestelle. Non lo fanno per amore nei confronti dei Cinquestelle ma per odio alla destra.
I politologi hanno uno strano privilegio, quello di non dover mai rispondere delle loro geniali intuizioni, che a volte si risolvono in colossali minchiate. Gli crescesse almeno il naso come a Pinocchio per le bugie o le orecchie d’asino come al re Mida! Al contrario dei politici, i quali se sbagliano pagano di persona.
La situazione postelettorale è oggettivamente difficile. I Cinquestelle, che hanno vinto le elezioni ben oltre il dato quantitativo dei voti, perché interpretano un’aspirazione, si trovano in un momento cruciale della loro brevissima storia. Avendo predicato al mondo di essere i soli puri e bravi del panorama politico italiano e che loro non si sarebbero mai messi con gli altri, in quanto, questi, responsabili del disastro nazionale, oggi, non avendo i numeri per governare da soli, sono obbligati a “sporcarsi” con gli altri; in alternativa tornare al voto, magari con una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza.
Obiezioni. Prima, come prenderebbe l’elettorato la loro incapacità politica di risolvere una situazione financo da una posizione di forza? Seconda, veramente i Cinquestelle vogliono governare da soli? E se dovessero fallire, non potendo soddisfare le attese dell’elettorato per ragioni anche importanti e oggettive? Non sarebbe forse il caso di avere un alleato sul quale scaricare i temuti fallimenti? I Cinquestelle si travagliano con questi interrogativi.
Mettiamo che decidano di “sporcarsi”. Con chi? Coi meno sporchi verrebbe di dire. Allora, niente Forza Italia e Berlusconi, neppure da incontrare per una stretta di mano. Sì alla Lega di Salvini, che però, in quanto tale, ossia fuori dall’alleanza di centrodestra, sarebbe indebolita e costretta a subire le scelte dell’alleato più forte. Sarebbe disposta? È improbabile.
L’ipotesi di un accordo dei Cinquestelle col Pd, ritenuto ormai sulla china della sparizione, non è voluto da una larga parte di questo partito. E si capisce perché. Sarebbe una resa incondizionata; una punizione troppo forte per chi pure se la fosse meritata. Lo stesso Renzi dovrebbe rinunciare a qualsiasi ipotesi di ritorno a Palazzo Chigi. E poi, con quali prospettive per i Cinquestelle e con quali per il Pd? No, è un progetto, questo, che non trova fattibilità. Un partito che ha ancora il 18 % dei voti ha ancora il dovere quanto meno della dignità.
Viene di considerare quanto si è sempre detto sul Movimento di Grillo, per quanto oggi cerchi disperatamente di trasformarsi in un partito normale. Disperatamente perché il suo elettorato non è d’accordo. Lo ha dimostrato coi mugugni e con le critiche per quanto accaduto con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Niente accordi con Berlusconi, ma intanto hanno votato per eleggere alla seconda carica dello Stato una, l’Alberti Casellati, che è considerata una sua pasdaran, da lui imposta.
I nodi stanno venendo al pettine. Si è sempre detto ed oggi trova conferma che il Movimento 5 Stelle difficilmente può governare perché le stesse ragioni per le quali ha vinto gli impediscono di farlo. Ricorda l’Albatros ferito di Baudelaire, meraviglioso in cielo mentre vola per conto suo, come natura gli consente, ridicolo e impacciato sulla tolda della nave dove quelle stesse imponenti ali ora gli impediscono perfino di camminare.
Di qui la ragione principale di chi spinge il Pd ad appoggiare dall’esterno un monocolore Cinquestelle: è l’assoluta necessità di vedere di che sono capaci questi “marziani”. Il Pd dovrebbe, a questo punto, sacrificarsi e consentire ai Cinquestelle o di dimostrare che sanno fare le cose che gli altri non sono riusciti a fare o bruciarsi fallendo. Molti pensano – se addirittura non sperano – la seconda.

sabato 24 marzo 2018

Cinquestelle, benvenuti nel paese normale




La politica è così, à la guerre comme à la guerre. Ma se il modo di dire famoso per significare spregiudicatezza di comportamenti, colpi bassi, scorrettezze e tradimenti, viene applicato al Movimento 5 Stelle che da quasi dieci anni si propone come diverso dalla vecchia politica, allora un commentino bisogna farlo. S’incomincia col prendere atto di ciò che tutti sapevano, tranne loro; o facevano finta di non saperlo. E cioè, che in politica certi passaggi sono obbligati, saranno pure sporchi e puzzolenti, ma sono obbligati.
Il passaggio del “peccato”, in questo caso, quale è? Nel mettersi insieme con un’altra forza politica all’indomani del voto se si vuole copulare qualcosa, ovvero esercitare un minimo di potere e poter realizzare in tutto o in parte il proprio programma. Siamo alla solita rottura delle uova per poter fare la frittata. Le poltrone tanto vituperate dai Cinquestellati – ma a dire il vero essi non hanno mai detto di voler governare in piedi! – sono state anche per loro oggetto di spartizione e trattative varie.
I due presidenti di Camera e Senato sono stati eletti, uno del M5S, Roberto Fico, alla Camera; l’altro di Fi, Maria Elisabetta Alberti Casellati, al Senato. Post nubila Phoebus, verrebbe di dire. Salvini ha ragione di ostentare contentezza, perché è riuscito a far eleggere un parlamentare dello schieramento di centrodestra e per di più prima donna a diventare presidente del Senato. Della serie che non sempre chi sbandiera femminismo dalla mattina alla sera – ah, Boldrini Boldrini! – in concreto poi riesce a produrre qualcosa di femminista. Il centrodestra, bollato molto spesso come antifemminista, zitto zitto e piano piano ha realizzato un colpo storico. Per merito suo la seconda carica dello Stato è donna, che, in circostanze d’emergenza, potrebbe anche ricoprire la carica di Presidente della Repubblica. Del resto era stato il centrodestra, con Berlusconi, a portare in politica il maggior numero di donne. E, a dire il vero, oggi esse lo ripagano con una lealtà non sempre osservata dai suoi collaboratori maschi. La rinuncia alla candidatura alla presidenza del Senato di Anna Maria Bernini, proposta da Salvini, va portata ad esempio di lealtà e di correttezza. Il che non è poco in un mondo in cui mors tua vita mea.  
Ora incomincia la corsa a Palazzo Chigi. Chi del Dimmi e Dammi sarà il nuovo premier? Alla vigilia del voto due erano le ipotesi più gettonate. Premesso che i Cinquestelle sarebbero stati il partito più votato, le due ipotesi erano una l’intesa Forza Italia-Pd, l’altra M5S-Lega.  La prima presupponeva la vittoria di Forza Italia all’interno della coalizione di Centrodestra e una sconfitta meno catastrofica del Pd; la seconda, la vittoria della Lega nel Centrodestra. Si è verificata la seconda, anche per il tonfo del Pd. Salvini ha superato Berlusconi ed è diventato, secondo accordi presi, capo della coalizione; il Pd, non si capisce su quale altro colle romano vuole riparare, se esclude l’Aventino.
Il postelezioni ha confermato la leadership di Salvini, che si è dimostrato tanto spregiudicato quanto conciliante. Come ha saputo giungere alla elezione dei due presidenti del Parlamento lo dimostra. Nel gioco stretto di quei giorni spazio e tempo per concordare mosse e contromosse non ce n’erano. Di qui il suo colpo di mano, che, a fronte del rifiuto del forzista Paolo Romani alla Presidenza del Senato da parte del M5S e addirittura del rifiuto di Di Maio di incontrarsi con Berlusconi, ha sbloccato lo stallo, proponendo motu proprio la Bernini, mandando su tutte le furie Berlusconi che, a caldo, ha detto: basta, la coalizione non esiste più. Poi la ricomposizione di tutto, come di sopra riportato.
Come si svolgerà il corso della storia da lunedì in poi non è dato saperlo né prevederlo. Ma quel che possiamo dire, con un pizzico di soddisfazione, è che il M5S è di fatto arrivato nel paese reale, che è anche quello normale. Non più, almeno per ora, minchiate alla Beppe Grillo o alla Alessandro Di Battista, ma comportamenti ragionati. Sperando, lo diciamo per interesse civico, che poi riserveranno tutto il loro rigore alle scelte operative che sapranno fare se riusciranno ad andare al governo, con Di Maio protagonista o co-protagonista. Il Paese non è stato mai così ansioso di vedere se l’ennesima sfida dei buoni e capaci, degli onesti e dei preparati, sortirà gli esiti sperati.    

venerdì 16 marzo 2018

16 marzo, quarant'anni dopo




Ci sono fatti nella vita che ti segnano profondamente al punto che ti bloccano l’orologio dell’esistenza come accade ad un contachilometri quando lo schianto dell’auto contro un ostacolo lo inchioda all’ultima velocità. Il rapimento di Aldo Moro del 16 marzo 1978 è uno di quei fatti.
Quella mattina, ero appena uscito dal Caffè Italia a Taurisano, avevo messo in moto la mia 126 e mi accingevo a fare marcia indietro per uscire dal parcheggio quando un amico di lontano mi fece segni come a volermi parlare. Abbassai il finestrino.
“Il giornale radio ha appena detto che a Roma è stato rapito Aldo Moro e uccisi gli uomini della sua scorta”. Rimasi incredulo e istintivamente accesi l’autoradio: tutto vero! Erano le 10 ed io dovevo andare a scuola, prendevo servizio alla terza ora.
A scuola, Professionale Femminile di Taurisano, in via Roma, già sapevano tutto. Si sospesero le lezioni. Le ragazze furono riunite in una stanza grande che fungeva da palestra coperta e lì, secondo quanto aveva disposto il Preside della sede centrale di Nardò, si parlò del tragico evento.
Per quanto scioccante, la notizia era nelle atmosfere tragiche di quegli anni. La sorpresa fu tanta solo perché riguardava un personaggio così alto e importante. Da almeno dieci anni l’Italia viveva una situazione incandescente. Dopo il Sessantotto studentesco con tutto il disordine provocato, ci furono gli scioperi degli operai e poi le stragi, da quella del 12 dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura a Milano, alle successive, e poi ai rapimenti e ai ferimenti di giudici, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, funzionari, in un crescendo di angoscia e di paura.
Le Brigate Rosse avevano dichiarato guerra allo Stato borghese e imperialista, servo degli americani. Come sempre accade in situazioni del genere, l’una parte genera quella opposta. Le sigle di associazioni terroristiche di sinistra e di destra si moltiplicarono, mentre si percepiva, sia pure confusamente, il ruolo che avevano i servizi segreti in molte imprese criminali che venivano attribuite agli anarchici e ai fascisti. Insomma si aveva il sospetto che ci fosse in Italia il tentativo di impedire una svolta a sinistra, che avrebbe potuto avere conseguenze internazionali, cambiando i rapporti di forza nell’ambito della “guerra fredda” fra i due blocchi americano e sovietico, attraverso la destabilizzazione del potere, apparentemente fatta dalle forze eversive di sinistra e di destra, in sostanza dal potere politico attraverso i servizi di sicurezza, che, quando non fu più possibile negare, furono detti “deviati”.
Il rapimento di Moro non fu un evento-chiodo, nel senso che accadde e finì lì, ma continuò per 55 giorni, fino al 9 maggio con la restituzione del suo cadavere, chiuso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma, tra la sede del Pci e quella della Dc, simbolicamente in mezzo. Furono 55 giorni di stillicidio, con le lettere che Moro scrisse ai più importanti dirigenti del partito per convincerli a cedere alle Brigate Rosse, usando argomentazioni in forme che dall’altra parte si ostinavano a considerare come estorte o come frutto di una mente che ormai non era più compos sui. Fino al tragico epilogo.  
Quella mattina il governo Andreotti doveva ricevere la fiducia alla Camera e per la prima volta i comunisti l’avrebbero votata, un altro passo, dopo quello della non sfiducia, verso la loro entrata nel governo. L’incontro Dc-Pci era considerato una sorta di mostro politico, ideato proprio da Moro, il quale, come già aveva fatto nel 1964, quando convinse i suoi che era giusto e importante fare il centrosinistra coi socialisti, ora li aveva convinti che era giusto e importante allargare ai comunisti. Perplessità e paura da una parte e dall’altra. I democristiani si erano lasciati convincere ancora una volta dal loro profeta. Ad essere maligni, che in politica, è del tutto normale, la gran parte dei democristiani cedeva volentieri alle lusinghe del potere, specialmente quando si paventava una imminente perdita dello stesso. Moro li convinse che era, questa, una eventualità non proprio remota, come dimostravano i risultati nelle ultime elezioni, che avevano ridotto il distacco a soli quattro punti di percentuale. I comunisti, da parte loro, non si fidavano e già avevano minacciato di non votare la fiducia in presenza nel governo di ministri dei quali non avevano stima alcuna.  
Ma più di tutti contrari all’apertura al Pci erano gli Stati Uniti d’America, che già in precedenza, col loro segretario di stato Henry Kissinger, avevano avuto modo di manifestare la loro contrarietà. Agli americani Moro non piaceva. Ma anche la Russia sovietica guardava con sospetto questo avvicinarsi del partito comunista all’area di governo e lo valutavano come una sorta di tradimento, dal quale sarebbe derivato loro un danno politico nel confronto con lo storico avversario americano.
La fine tragica che avrebbe fatto Moro ha rimosso nei politici e negli osservatori, per una sorta di pietas nei suoi confronti, quello che egli ha rappresentato realmente nella Dc e nel Paese. Si è molto discusso se annoverarlo fra gli statisti o considerarlo un politico molto abile nel condurre la sua parte politica al potere e farla restare il più a lungo possibile. Distinzioni oziose, probabilmente, visto che gli statisti sono dei politici; meno oziose, se considerando lo specifico, ci accorgiamo che in lui il senso dell’individuo e della società ha prevalso sul senso dello Stato.
Va detto tuttavia che quando il proprio Stato è inserito in un’alleanza all’interno della quale occupa un posto secondario e la sua politica estera è per la massima parte dettata dalla potenza leader, nel nostro caso quella americana, si può anche spendere la propria abilità di politico in contesti più interni. La situazione italiana presentava delle anomalie, una di queste era proprio Moro, con la sua politica verso l’inclusione dei comunisti nel governo. I quali da qualche tempo, con Enrico Berlinguer, l’omologo rosso di Moro, rivendicavano libertà da Mosca. In Italia si cercava un incontro politico malvisto da entrambe le potenze antagoniste. Era necessario interrompere il processo.
Una delle affermazioni morotee più famose era che a succedere alla Dc sarebbe stata la Dc stessa. E questo, a ben vedere, era possibile solo se si fosse evitato un confronto diretto ad excludendum – o noi o voi – e si fosse riusciti ad attrarre nell’area del potere l’avversario più forte del momento: noi e voi. In questa maniera la Dc poteva succedere a se stessa.
A quarant’anni da quel tragico giorno-evento la situazione dell’Italia, in rapporto con l’esterno, non è cambiata di molto; è molto cambiata all’interno. Del mondo partitocratico, di cui Moro era protagonista indiscusso, non c’è più niente. A far parlare ancora di quel mondo sono proprio i misteri della sua tragica fine.