martedì 15 ottobre 2013

Italia nostra: Identità salentina 2013


Invitato ad un piccolo convegno per ricordare la figura dello studioso Aldo de Bernart di recente scomparso, nell’ambito della manifestazione “Identità salentina”, organizzata da “Italia Nostra – Sezione Sud Salento”, a Parabita, la sera di venerdì 27 settembre, mi è capitato, come spesso accade, di dovermi sorbire una caterva di interventi, relativi all’agricoltura e all’ambiente, che facevano parte dei preliminari della serata. Per fortuna tutti molto interessanti e direi qualificati, da quello d’apertura di Marcello Seclì, Presidente di “Italia Nostra – Sud Salento”, a tutti gli altri, del Sindaco di Parabita Alfredo Cacciapaglia, del Direttore generale dell’Anbi Puglia Anna Chiumeo, dell’Assessore provinciale all’Agricoltura Francesco Pacella, del Prefetto di Lecce Giuliana Perrotta, di Mario Capasso dell’Università del Salento delegato ai musei dell’ateneo leccese. Preciso che Anbi vuol dire Associazione nazionale bonifiche irrigazioni. Giusto per far capire la competenza e l’autorevolezza dell’ospite invitata a relazionare.
La costante dei vari interventi è stata l’educazione del cittadino al rispetto dell’ambiente. Se il cittadino non capisce che danneggiare l’ambiente significa danneggiare se stesso e gli altri diventa problematico che glielo faccia capire il poliziotto o l’autorità in generale. L’esempio da tutti citato, non senza preoccupazione e allarme, è stata la malattia che incomincia a falcidiare gli ulivi, che – mi è parso di capire – è attribuita alle discariche nelle campagne di rifiuti nocivi per l’ambiente e le colture, in particolare gli pneumatici, spesso scaricati lungo i muretti a secco dei fondi agricoli, a volte all’esterno, altre volte all’interno. Nessuno ha spiegato come facciano gli pneumatici a far seccare gli alberi di ulivo. Forse non si vuole ammettere che è l’inquinamento dell’aria ad essere nocivo alla salute di tutto ciò che vive sulla superficie di questo nostro Salento, dalle palme agli agrumi, dai fichi ai fichidindia, agli ulivi, per citare le colture più tipiche. 
Ora, il problema è serio, molto serio, specialmente se dalle colture passiamo agli uomini e constatiamo che il tasso di mortalità per tumori qui nell’area jonico-salentina è tra i  più alti d’Italia. Se non bastasse il disturbo di vedere il paesaggio offeso dai rifiuti sversati o scaricati nelle campagne e nelle periferie, dovrebbe perciò farci riflettere la nostra salute.
Forse, a come son giunte le cose, bisognerebbe che al buon senso dei cittadini più sensibili subentrasse la determinazione dello Stato a difendere con tutti i suoi mezzi ciò che il cittadino non sa, non vuole o non può difendere da sé.
E’ ancora tempo di auspicare che il cittadino si ravveda? Non lo so. Noi dobbiamo sperare di avere quanto prima la coscienza civica che in Europa altri popoli già avevano cinquant’anni fa? E’ disperante.
Ho avuto la fortuna di passare due anni della mia vita a Berna, in Svizzera, e di frequentare la scuola pubblica; anni di particolare importanza formativa, tra i quindici e i diciassette anni. Bene, agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, i cittadini svizzeri erano quello che noi auspichiamo che diventino i nostri fra qualche anno. Da non credere!
Diceva il Prefetto che ogni cittadino deve essere vigile di se stesso e non aspettare che lo Stato, l’autorità in generale faccia quello che egli è in grado di fare da sé. Giusto! Io ricordo che a Berna ogni cittadino era il poliziotto di se stesso; e ogni poliziotto era il cittadino di se stesso. Cosa voglio dire? Che il cittadino non faceva nulla che il poliziotto che era in lui gli proibiva; ma era altrettanto vero che ogni poliziotto chiamato per intervenire anche da una telefonata di un privato cittadino lo faceva immediatamente. Qui non accade né che il cittadino vigili da sé né che lo faccia il poliziotto, benché chiamato a intervenire.
E’ una questione di educazione? Probabilmente sì. Ma allora dobbiamo ammettere che la nostra scuola non ha fatto nulla per educare il cittadino al rispetto dell’ambiente. Se prendo il mio manualetto di educazione civica dell’a. s. 1958-59, “Cittadini di domani”, Guida di Educazione civica ad uso del primo biennio dei corsi superiori (Ginnasio e classi di collegamento), di F. Montanari e G. Nosengo, dell’editore Le Monnier di Firenze, scopro che non c’è il minimo riferimento all’ambiente. Si parla di tutto e di più, ma in astratto; nulla che possa far pensare che c’è un ambiente da salvaguardare.
In quegli stessi anni in Svizzera, a scuola, il rispetto dell’ambiente non lo si insegnava, non ce n’era bisogno, lo si esercitava in concreto, con la raccolta differenziata della carta, col non buttare nulla per terra, né l’involucro di un cioccolatino né la buccia di banana o di arancia; il patrimonio pubblico, monumenti, aiuole, piante non andavano danneggiati; per strada non si doveva giocare né a pallone né ad altri giochi; i segnali stradali andavano rispettati qualunque fosse il mezzo di trasporto con cui ci si muoveva, anche il monopattino – ce n’erano di bellissimi, con le ruote gonfiabili – perfino a piedi. Per strada si doveva camminare come si deve, in maniera ordinata, negli spazi prescritti; non si doveva né cantare né tanto meno urlare; non si poteva correre né tanto meno rincorrersi.
Quel tipo di educazione faceva parte del modo di essere, di stare, di agire del cittadino fin dall’età scolare. Diciamo la verità: un simile comportamento è oggi osservato in Italia? Nemmeno per sogno. Il disordine regna sovrano. Non solo i ragazzi si comportano come animali allo stato brado, in bicicletta vanno contromano e spesso controsenso, sui marciapiedi, scartano il gelato e la carta la buttano senz’altro, urlano e si rincorrono per strada, fanno quello che l’istinto suggerisce loro in un dato momento. Questi cittadini, oggi bambini, da grandi si comporteranno diversamente? No, faranno esattamente quello che riterranno più opportuno per il loro piacere o interesse, poco curandosi di rispetto dell’ambiente, del paesaggio, del bene comune. Lo si vede da come conducono i cani a fare i loro bisogni per strada, nonostante un fottìo di leggi che dovrebbe sanzionarlo.
Nel mio citato manualetto di educazione civica c’è un paragrafo intitolato “Il bene comune”. Si legge: «Fondamento dell’interesse generale è il bene comune; il bene comune è quell’insieme di cose, o meglio, quell’ordine di cose che mi permette di vivere con il massimo di libertà e di sicurezza possibile. Ma che non ci potrebbe essere per me, se non ci fosse per tutti». Come definizione potrebbe pure andar bene, ma è e resta decisamente astratta, priva di qualsiasi – dico qualsiasi – riferimento a cose e fatti concreti. E le conseguenze si vedono.

Parole chiave:  Italia nostra   Identità salentina   Cittadino   Ambiente  Aldo de Bernart

Argomento: Educazione ambientale

domenica 13 ottobre 2013

Vendola lasci la Regione e pensi al partito


Un sondaggio di TeleRama chiede ai pugliesi se sono o meno d’accordo per un terzo mandato di Vendola alla presidenza della Regione Puglia. E’ probabile che i pugliesi siano favorevoli. Le domande poste nei sondaggi non lasciano spazio a ragionamenti critici: o si dice sì o si dice no. Il che falsa il problema, perché dire no ad un terzo mandato alla regione equivarrebbe ad una bocciatura, anche quando quel no sarebbe una promozione a qualcosa di più importante, che però nel quesito non compare.  Chi vuole bene a Vendola è tentato di dire sì ad un terzo e magari ad un quarto mandato. Se poi quel bene emotivo è precone di un bene concreto è da dimostrare.
Personalmente ritengo che le due cose, presidenza alla regione e impegno nazionale, non vadano bene, perché, checché dicano i politofobi che denigrano la politica dalla mattina alla sera – qualche volta mi ci metto pure io – essa resta la più importante e la meno sostituibile delle attività pubbliche della persona; e se esercitata come si deve non consente distrazioni o sovrapposizioni. Dunque, la penso così: Vendola o presidente della regione o leader nazionale di partito.
Questo secondo mandato di Vendola, che scadrà di qui a due anni, non ha fatto registrare grandi cose. Soprattutto l’impegno profuso nella politica nazionale lo ha distolto dai problemi amministrativi regionali, relegandoli ad attività secondaria. Se pure non fosse stato così, così è apparso, così è stato recepito; e in politica conta molto quello che appare. E’ mancato l’entusiasmo del primo mandato; le realizzazioni, l’ottimismo, il coraggio di fare delle cose diverse, nuove. E’ mancata la sfida. La vicenda della sanità, dalla quale Vendola è stato più che sfiorato sul piano giudiziario; la questione gravissima dell’Ilva di Taranto, che non può non riguardare anche il suo ruolo di vigilanza e di garanzia del rispetto delle norme in fatto di ambiente e di salute, ne hanno appannato l’immagine. Non è stato senza significato quel suo temporeggiare e tentennare sulla via da scegliere dopo le Politiche del 24-25 febbraio se optare per la Camera e impegnarsi per la Nazione o rimanere alla Regione per altri due anni e continuare l’opera amministrativa iniziata. La soluzione delle “larghe intese”, anche se precaria, ha di fatto messo fuori gioco il partito di Vendola e in qualche modo ha congelato la dialettica  politica nazionale, concedendo al leader di Sel un po’ di tempo.
Nella prospettiva di nuove elezioni, un terzo mandato alla regione sarebbe per Vendola francamente un après saison inutile e forse anche dannoso, perché peraltro lo sottrarrebbe ad un impegno pieno al dibattito politico nazionale. Come dire? Vendola a Bari ha fatto il suo tempo.
Sarebbe importante, invece, il suo ruolo nella politica nazionale. Il contributo che lui può dare allo schieramento di centrosinistra può essere importante per il ripristino del bipartitismo, che sarebbe un chiarimento importante per il paese sotto il profilo politico.
Egli ha più di chiunque altro a sinistra la possibilità di contendere a Grillo e al Movimento 5 Stelle quell’elettorato che nelle ultime elezioni ha trasmigrato in maniera massiccia e se vogliamo sconsiderata sia dal Pd e sinistra in generale che dal Pdl. Così come a destra lo stesso ruolo potrebbe averlo il partito che si sta strutturando con la Meloni e Alemanno.
Quanto stanno dimostrando Grillo e grillini non va oltre un dilettantismo, che per la consistenza che ha, è davvero nocivo al paese, mortificante a tratti per le persone che lo esprimono. Se una parte di quei milioni di elettori si fosse espressa con maggiore serenità, senza abbandonarsi alla nevrosi dell’antipolitica, oggi avremmo un governo diverso, una situazione politica meno precaria e meno confusa.
Vendola rappresenta oggi il leader, forse l’unico rimasto, delle tante sinistre che fino all’era Prodi hanno avuto un ruolo anche decisivo, il più attendibile sulla piazza. Oggi non si tratta più neppure di cespugli, come una volta erano detti i tanti partitini sotto la quercia di Occhetto o l’ulivo di Prodi, ma di persone singole in cerca di una casa politica e di un ruolo. La casa e il ruolo glieli può dare Vendola, che ha saputo col suo partito “Sinistra Ecologia e Libertà” ridare fiato a tutto un universo che dai Verdi andava ai Comunisti Italiani. Vendola, insomma, è l’unico che col suo carisma può recuperare i voti allontanatisi dal loro sito naturale e finiti in gran parte nel movimento di Grillo, per restituire al centrosinistra una componente più robusta a lato del Pd. Una sorta di valenzino, che era quel secondo cavallo che si attaccava a lato del cavallo centrale per fargli mantenere meglio la strada e aiutarlo a tirare. Metafora per dire che il centrosinistra ha bisogno di un riequilibratore a sinistra, senza cui varrebbe meno di un qualsiasi grigio centrodestra. Così come nel centrodestra, senza un valenzino riequilibratore, qualsiasi governo varrebbe meno di un governo balneare come si chiamavano certi governi in era democristiana.
Oggi a sinistra non ci sono più i partiti che c’erano una volta; ma è rimasto l’elettorato, che si esprime e si propone in forme ribellistiche e anarcoidi di protesta episodica, stabilendo spontanee e improbabili colleganze tra di loro, come accade coi No Tav a Nord e i No Tap a Sud. Tra i compiti della politica  c’è stato e resta ancora oggi  quello di organizzare le proteste dei cittadini elettori e incanalarle in un progetto organico. Ciò che solo i partiti possono fare. Questo compito Vendola lo può svolgere a sinistra. Così come a destra potrebbe svolgerlo Fratelli d’Italia o Nuova Italia.

Ecco perché al sondaggio di TeleRama conviene dire no al terzo mandato regionale per Vendola e augurarsi che egli possa dare un contributo di chiarezza e di organizzazione al quadro politico nazionale.

Parole chiave: Vendola  Regione  Sel  Bipartitismo

Argomento: Candidatura Puglia 2015 

giovedì 10 ottobre 2013

Il Pdl è una brocca rotta. Alfano deve lasciare


La cancellazione del reato di immigrazione clandestina è un fatto molto grave, tanto più che tale reato esiste in molti paesi d’Europa, del nostro non meno civili; anzi. L’Italia diventa terra di tutti. Si può immaginare cosa sarà il nostro Paese di qui a qualche anno.
Così vuole Allah-Napolitano, così vuole il suo profeta Maometto-Letta. In buona sostanza quello che era un governo di larghe intese tra centrodestra e centrosinistra è diventato il governo del prefisso “centro”, una sorta di regime assembleare dove basta un emendamento proposto da un grillino perché si formi in aula una variabile di maggioranza; dove la Presidente della Camera è una Vispa Teresa, che enuncia ciò che è reato e ciò che non lo è. Vigente la legge del reato di immigrazione clandestina, chi aiuta immigrati clandestini ad entrare in Italia commette un reato di favoreggiamento. In un paese serio la terza carica dello Stato non si permette di fare apologia di reato o addirittura istiga a compierlo. In un paese serio il Presidente del Consiglio non grida vergogna contro i magistrati che inquisiscono chi commette dei reati, come ha fatto Letta contro i magistrati che hanno inquisito i superstiti del barcone affondato, che sempre immigrati clandestini erano. A chi si appella alla Costituzione per giustificarsi occorre ricordare che essa è della Repubblica Italiana e non dell’orbe terracqueo. Sarebbe inutile avere una Costituzione nazionale se bastasse la Dichiarazione Universale dei Diritti.  
I cittadini che hanno votato centrodestra chiedono: era nelle intese del governo abolire il reato di immigrazione clandestina?
Ora il Parlamento si appresta a tradurre in legge l’indulto e l’amnistia, secondo voluntate del Presidente Napolitano, per svuotare le carceri italiane, che restano una vergogna secondo il radicale Pannella come una vergogna erano quelle borboniche di centosessanta anni fa, secondo la denuncia dell’inglese Gladstone. Il provvedimento rientra in una campagna di buonismo diffuso allo scopo di far recuperare alla classe politica, sputtanata fino all’inverosimile, un minimo di reputazione. Il provvedimento non serve a niente, come non sono serviti a niente i precedenti similari provvedimenti. Dopo qualche mese la maggior parte dei detenuti scarcerati tornano dentro perché fuori altro non possono fare che delinquere.
Ma i cittadini che hanno votato centrodestra chiedono: indulto e amnistia erano nelle intese del governo?
Già, ma a chi lo chiedono? Il Pdl è una brocca rotta, i cui cocci sono tenuti insieme dalla saliva ministeriale, mentre continua a perdere contenuti. Il più importante è la sicurezza dei cittadini, esposti ai rischi di una ora legalissima invasione di stranieri e da un’altrettanto legale evasione carceraria di migliaia di detenuti.
Questo governo pensa ed opera secondo una cultura estranea alla destra: legge sull’omofobia, sul femminicidio, sull’immigrazione, sull’amnistia e Dio sa su quanto altro. Non che la destra sia contraria ad intervenire su simili criticità sociali, ma ha da sempre punti di vista diversi, per così dire meno calibrati sull’individuo e più sul sociale, meno sul singolo e più sull’insieme, meno di superficie e più di profondità.
Ci sono ottime probabilità che a conclusione di questo governo i cittadini di centrodestra non abbiano più nulla di cui preoccuparsi, nulla che li possa indurre a votare centrodestra. Ah, ci sarebbero le tasse. Alfano alza la voce per non far sentire il sottofondo del rumore fatto dall’immigrazione clandestina e dalla scarcerazione dei detenuti e dice: noi siamo i guardiani che impediscono l’aumento delle tasse. Questa è una presa in giro dei cittadini. A nessuno è lecito mancare di rispetto alla gente con fandonie simili come quella delle tasse. Le tasse sono aumentate ed aumenteranno perché il paese è come un malato che ha bisogno di dosi sempre più massicce di cortisone, che notoriamente ha effetti collaterali gravissimi.
Si possono anche capire certe cose, ma vanno dette e spiegate, non taciute, non nascoste, non mistificate.
I cittadini che hanno votato centrodestra non sono più rappresentati. Questo è il punto. E di questo si dovrebbero preoccupare i responsabili del partito. Se ce ne sono ancora o se c’è ancora il partito.
Mettiamo pure che il partito, malconcio malconcio, ci sia ancora. Allora in previsione che Berlusconi, costretto ai servizi sociali, non sarà più in grado di dirigerne la politica, lo dovrà fare qualcuno in sua vece. Questo qualcuno non potrà essere Alfano, sia perché è dimostrato che non è più lui, dopo lo strappo, l’interprete della maggioranza del partito, sia perché ha fatto una scelta, che è quella di rimanere al governo come vice premier e ministro dell’interno. Non è possibile che lui continui ad essere segretario di un partito, che nello stesso tempo faccia politica e stia nel governo, stia cioè nel legislativo e nell’esecutivo. Sono due poteri che devono stare separati e non confusi nella stessa persona. A prescindere dalla crisi contingente, è un principio basilare dello Stato di diritto, dello Stato di democrazia. Fitto ha ragione nel chiedere l’azzeramento delle cariche e il Congresso. Ma forse basterebbe che Berlusconi si facesse restituire da Alfano la carica di segretario del Pdl, visto che questi non ha avuto finora la sensibilità o il dovere di farlo spontaneamente.

Parole chiave:  Letta Alfano  Berlusconi  Immigrazione  Amnistia Governo


Argomento:  Crisi del Pdl

mercoledì 9 ottobre 2013

Dramma di Lampedusa: dolore sì vergogna no


A volte si ha l’impressione di non riuscire a comprendere il mondo che ci circonda, anche nelle sue manifestazioni più banali.  
Da alcuni anni le coste italiane sono la meta agognata di migliaia e migliaia di profughi africani e asiatici. L’isola di Lampedusa è diventata un simbolo planetario. Si vorrebbe che le fosse assegnato il Nobel della Pace. Migliaia di profughi riescono a raggiungere le nostre coste, altre migliaia  finiscono inghiottiti dalle acque del Mediterraneo, autentico cimitero per tanti poveri disgraziati. Secondo le stime di Fortress Europe sarebbero circa 6.200 le vittime di naufragi nel Canale di Sicilia dal 1994.
L’ultima tragedia, con centinaia di morti, verificatasi il 3 ottobre, ha riproposto il problema in una dimensione diversa, corrispondente alla portata del disastro; una tragedia che per i tempi in cui si è svolta ha dato da pensare di più delle precedenti. Ma nulla ha aggiunto alla gravità di un fenomeno che dura ormai da vent’anni.
Siamo di fronte ad un esodo senza precedenti in epoca contemporanea. Che fare? Il Presidente del Consiglio Letta e il suo vice Alfano hanno ribadito che le nostre coste sono sì italiane ma anche, in quanto tali, europee, dato che facciamo parte dell’Europa; dunque è l’Europa che si deve fare carico del problema. Lasciamo stare le parole di circostanza, “vergogna”, “orrore” e chi più e meglio ha potuto dire, più e meglio ha detto. Le parole nascondono l’incapacità di affrontare il problema nei modi e nei termini più concreti. Le parole “vergogna” e “orrore” valgono né più né meno di “non vogliamo o non possiamo fare nulla”. E tuttavia queste sono preferite ad una onesta dichiarazione di impotenza.
Mi sono chiesto in questi giorni, più volte, ascoltando il Papa, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, ma se non riesco a vergognarmi, sono proprio un caso disperato di insensibilità? Devo perciò preoccuparmi? Poi, ho ragionato. Mi son detto: lasciamo stare, questa gente recita a soggetto. Lo fa per mestiere. In greco antico gli ipocriti erano gli attori.
L’Europa ha semplicemente calcolato il fenomeno e ha stabilito senza nemmeno farlo con convegni e atti approvati di gestire il fenomeno in maniera spontaneistica, con un pizzico di cinico laissez faire, nella migliore tradizione del vecchio continente. Ogni paese alle prese con gli sbarchi se la veda da solo. Se è capace di fronteggiarlo con successo, ben gli sta; e se no, mal gli sta. Ognuno pensi da sé e per sé. Del resto in Europa arrivano dall’Asia migliaia e migliaia di profughi o di clandestini dai paesi dell’Est attraverso le frontiere di Germania, Polonia e regioni balcaniche.
Per quel che ci riguarda nessuno in Europa si preoccupa quanto meno di contenere o di ridurre il fenomeno con una più attenta e opportuna informazione. Nessuno ha il coraggio, per esempio, di attivare mezzi e modi di informazione per scoraggiare tanta gente ad avventurarsi in mare e raggiungere paesi che non sono quelli della loro immaginazione. Al contrario, accade che un malinteso senso della globalizzazione o di solidarietà, saputo propagandare, incoraggia questa gente a venire. In questo modo si alimenta la criminalità degli organizzatori dei viaggi e si espone questa povera gente ad ogni rischio, compreso quello di morte.
Se la politica dell’Europa non fosse alla me ne fotto, allora dovrebbe procedere in un’altra maniera. Chiedersi preliminarmente se è giusto che tanti abitanti dell’Africa e dell’Asia vengano in Europa, senza che rischino la vita, senza che noi per questo ci dobbiamo vergognare. Se sì, allora mandiamo in alcuni scali africani o del Medio Oriente le nostre navi e stabiliamo un servizio di linea per svuotare il continente africano dei suoi abitanti e riempire con gli stessi quello europeo; costruiamo centri di accoglienza moderni e confortevoli; assicuriamo loro un posto di lavoro, servizi ed ogni altro bene. Se non possiamo far questo – ed è di tutta evidenza che coi problemi che abbiamo, non possiamo farlo – è inutile parlare di vergogna e di orrore.
Ancora, se si vuole impedire lo svuotamento dell’Africa e il sovraffollamento dell’Europa, fenomeni che comporterebbero disastri inimmaginabili,  chiediamoci perché questa gente lascia o fugge dalla sua terra. Se alla domanda rispondiamo: per fame, per guerre, in cerca di un mondo migliore – come effettivamente è - allora dobbiamo procedere di conseguenza, affrontare il problema alla radice. Così come noi europei nei secoli scorsi abbiamo colonizzato i loro paesi per sfruttarli, allo stesso modo torniamo oggi per neocolonizzarli, questa volta per restituire loro quel che abbiamo preso. Si sensibilizzino inglesi, francesi, belgi, spagnoli, portoghesi, che si sono arricchiti sfruttando le colonie, invece di rimanere indifferenti ed estranei al fenomeno, come se non li riguardasse, perché sono più lontani. Tornare noi europei nei loro paesi significa dover mettere fine alle loro stupide e ferocissime guerre, tribali e selvagge; e poi costruire le premesse per avere in loco condizioni di vita basate sull’ordine e sul benessere, magari sotto la guida dei nostri esperti e sotto la protezione delle nostre forze armate. Dico nostre per dire sempre europee. Se neppure questo è nelle possibilità o volontà dell’Europa, allora smettiamola di esibire la nostra millenaria capacità di piangere con un occhio e di strizzare con l’altro.
Noi italiani non abbiamo nulla di  cui vergognarci. Da anni accogliamo quanti si presentano sulle nostre coste. Lo facciamo alla meglio, perché diversamente non siamo in grado di fare. Se la vergogna è un sentimento personale, intimo, allora è un altro discorso. Ad ognuno capita, mangiando o stando al caldo, di provare un senso di dispiacere per chi in quel momento sta soffrendo la fame e il freddo. E’ umano che ognuno di noi di fronte a qualsiasi sofferenza altrui si senta stringere il cuore. Vorrebbe fare qualcosa. Ma se può fare poco o nulla, non si vergogna, semplicemente si dispiace.

Parole chiave:  Lampedusa   naufragi   Europa   vergogna

Argomento: immigrazione clandestina

domenica 6 ottobre 2013

Berlusconi tradito e traditore


Quando Berlusconi mercoledì, 2 ottobre, dal suo scanno di Palazzo Madama ha dichiarato la fiducia al governo Letta, che lui stesso solo qualche giorno prima aveva messo in crisi, mi è balzata plasticamente agli occhi l’immagine del povero Friedrich Nietzsche, che, affetto da una gravissima forma di schizofrenia, si prendeva la cacca che gli usciva dalle viscere e se la spalmava addosso. Che altro pensare  di uno che si unisce a quanti lo hanno tradito e fa con essi un tutt’uno?    
Da osservatore politico dovrei plaudire ai tanti, Alfano e Cicchitto in testa, che finalmente hanno preso le distanze da un uomo che ormai era un cadavere politico e non voleva rendersene conto; e plaudo senz’altro. Ma da elettore del centrodestra, assai critico in verità, avrei voluto che la vicenda finisse diversamente. Per esempio, con una soluzione che salvasse le cose reali del paese e la dignità di tutti, compresi i milioni di elettori che in questi anni hanno votato il centrodestra e che avrebbero meritato ben altro rispetto.
E’ finita, per un verso, con delle persone che hanno tradito non solo e non tanto il loro capo, senza il quale difficilmente si sarebbero trovate nei posti di prestigio e di potere in cui si trovavano e si trovano, ma anche il popolo che li ha votati. Il fine nobile o utile del tradimento non riabilita mai il gesto compiuto, in sé abominevole. Chi dice che in politica non ha senso parlare di tradimento è in genere il traditore che si autoassolve.
E’ finita, per un altro verso, con il tradito che si è fatto traditore di se stesso e degli altri, dei tanti altri che hanno avuto, comunque sia, fiducia in lui. Due volte tradito, a questo punto, è solo il popolo del centrodestra.
“Il Fatto quotidiano”, il giornale delle lingue di spada, ha titolato a tutta pagina l’edizione di giovedì 3 ottobre, “Buffonata”. La stessa parola che mi è venuto di sbottare appena ho visto e sentito Berlusconi passarsi la cacca del tradimento addosso come se si passasse il dopobarba sulla faccia. Buffonata! Se nonché Berlusconi, come Nietzsche, ha compiuto il gesto che ha compiuto senza averne consapevolezza critica; in altri termini, come dicono gli avvocati, non era compos sui.
Berlusconi ha molti meriti e molte colpe, ha avuto molti premi ma anche molte batoste. Ora è annientato. Non sa più quel che fa e quel che dice, dovrebbe essere difeso da se stesso. Capacissimo a difendersi dagli altri, non riesce a difendersi da se stesso. Le batoste lo hanno rimbambito. Capita!
Troppe cose si possono dire di Berlusconi, cose brutte e oscene; qualcuna anche commendevole.
Mi piace soffermarmi sul Berlusconi che è tra i massimi contribuenti in Italia. Ce ne fossero stati altri Berlusconi! Ce ne fossero! Forse staremmo meglio dei tedeschi senza avere bisogno di una Merkel. Il messaggio, però, che è passato in questi vent’anni ed è giunto finalmente a destinazione è per un verso che un produttore di ricchezza può permettersi di vivere al di fuori e al di sopra delle leggi (pro-Berlusconi), per un altro che son guai seri per chi cercando di arricchire se stesso arricchisce anche il Paese, per chi arricchendo se stesso fa lavorare e vivere dignitosamente migliaia e migliaia di persone e di famiglie, che un soggetto simile deve essere annientato (anti-Berlusconi). L’odio che si è scatenato contro di lui – forse meritava il disprezzo per i suoi comportamenti, ma l’odio no, è un’altra cosa – dimostra come in questo paese c’è posto per mafiosi e camorristi – uno ne catturi e sette ne escono, come le teste dell’idra di Lerna – ma non c’è posto se non a rischio perfino dell’incolumità fisica per chi costruisce qualcosa, per chi produce per sé e per il proprio Paese. I due messaggi sono esiziali per la persona e per la società.
Ora resta la questione politica. I sostenitori di Enrico Letta, giunti ad osannarlo come tifosi di una squadra di calcio, danno per scontato che il suo governo marcerà in maniera più spedita, senza condizionamenti, senza il rischio di mettere il piede in qualche buca, e durerà fino al 2015. Non sono così entusiasta e così tifoso. Penso che non avrà vita facile e che potrebbe pure non arrivare al panettone del prossimo Natale. I problemi che ha di fronte fanno tremare le vene e i polsi.
Da dove nasce tanta fiducia nei commentatori politici del “Corriere della Sera”, che ha tifato e tifa per i moderati in maniera assai più efficace di quanto non facciano gli ultras delle curve? Non si capisce o per lo meno, con un piccolo sforzo – non sono poi così complicati! – li si può capire. Sono espressione delle banche e dell’alta finanza, che, ancor peggio di prima, ora sono collegate con le lobby europee.
All’occorrenza dicono che non ci sono i poteri forti, che sono un’invenzione dei frustrati. Plaudono a Letta; ma plaudono soprattutto a Napolitano, che – almeno su questo siamo tutti d’accordo – è il puparo della situazione. Per tornare alla metafora calcistica, i tifosi di Letta non credono nelle sue doti, credono nell’arbitro: un rigore qua, un gol subito negato, un altro concesso in fuorigioco; insomma sappiamo come funzionano le cose dei già forti.
Letta, nel suo discorso con cui chiedeva il voto di fiducia, ha elencato un sacco di cose di cui nessuno in questi cinque mesi si è accorto. Ha partecipato a quattro o cinque vertici internazionali. E beh, quali sarebbero i suoi meriti, l’avervi partecipato? Davvero dobbiamo fare salti di gioia perché è passata una legge che parifica tutti i figli abolendo le diverse categorie di legittimi, naturali e adottivi? Via, qualora ne facessero una per omologarci tutti figli di puttana o tutti figli dello spirito santo, aumenterebbero forse i posti di lavoro? Crescerebbe il prodotto interno lordo? Diminuirebbe il debito pubblico? Scenderebbe lo spread? Aumenterebbe la pensione? Non scherziamo. Soprattutto non si faccia passare per cibi altamente proteici cose, che, pur con la loro importanza morale, restano marginali; spille di lusso sul petto di poveri cristi.
Da cittadini bisognosi – ormai siamo prossimi in milioni alle soglie della povertà – ci auguriamo che Letta con la sua nuova maggioranza riesca a non farci sentire più freddo di prima, a non farci sentire più fame e più sete di prima, a non farci pagare più tasse di prima, a non farci bestemmiare e imprecare contro il governo se, avendo bisogno di una visita specialistica, dobbiamo aspettare qualche anno, e avendo bisogno del ricovero in ospedale, ci sentiamo dire che non c’è posto neppure in corsia. Purtroppo paventiamo che le cose si metteranno peggio di come sono andate finora. Con buona pace dei corrieristi della sera e dei carrieristi del giorno. 

domenica 29 settembre 2013

Berlusconi è un macigno che rotola giù


Stupisce – ma forse è improprio il verbo – che tanti senatori e deputati, per quanto siano stati nominati e non eletti, si siano messi agli ordini di un uomo, Silvio Berlusconi, che ormai è un macigno che rotola giù a valle e travolge tutto ciò che incontra. Forse si capisce perché lo facciano: pensano che mettendosi davanti come rincalzo riescano a non farlo precipitare. Ma è follia pura, perché ormai ha percorso gran parte del pendio, Berlusconi, e aspetta solo di toccare il piano e fermarsi definitivamente.
Le dimissioni in massa da parlamentari, ad eccezione di Giovanardi, che da buon democristiano ha capito che per Berlusconi è finita, e le dimissioni dei ministri, criticate da Cicchitto, che da buon socialista, è pratico di vie d’uscita, stanno mettendo in crisi mezza Italia, l’Italia del centrodestra, un’Italia che lavora o vorrebbe lavorare, che produce o vorrebbe produrre, che tiene alla libertà o vorrebbe tanto essere libera. Quest’Italia rischia di non avere più, per i prossimi dieci anni, un’adeguata rappresentanza politica.
D’altra parte è superficiale e riduttivo dire che tutta la buriana dipende da un uomo solo, come si vuol far credere. D’accordo, Berlusconi avrebbe potuto compiere un gesto forte e virile – lui che tiene tanto alla virilità! – e dimettersi subito dopo la condanna confermata dalla Cassazione e gestire la sua uscita con dignità. Nella vita accade anche di essere sconfitti. Tutti i grandi della storia, sconfitti, hanno compiuto gesti nobili, pur nella certezza di aver combattuto per una causa giusta. Lui non l’ha fatto perché è espressione di una società malata, la società delle apparenze, dell’immagine, del sembrare a tutti costi anche ciò che non si è più o non si è mai stati; una società non di cittadini ma di guappi. L’Italia è stata guappizzata non solo dalle mafie ma anche dal berlusconismo per un verso e dall’antiberlusconismo per un altro
Non solo Berlusconi, perciò, nell’ostinatezza di una classe politica che facendo cadere il governo dà battaglia a rischio di un disastro politico generale. C’è un’Italia che non vuole essere governata dalla sinistre, che vuole riprendere la sua strada, quella di tanti imprenditori che negli anni hanno fatto l’Italia grande nel mondo coi loro marchi, oggi tutti venduti o svenduti perché non protetti da una chiara politica nazionale e travolti dalla globalizzazione selvaggia. E’ l’Italia che vorrebbe conservarsi in tutta la sua dimensione politica, sociale, culturale e produttiva. Quella che potrebbe definirsi dei conservatori, dei moderati, che nella sua storia ha trovato forme diverse di organizzazione del potere ma ancorata agli stessi valori di fondo: l’Italia liberale, l’Italia fascista, l’Italia democratica. L’Italia che non vuole avere nella magistratura il braccio armato di una parte politica, ma un importante ramo dello Stato di diritto, forte e separato dagli altri, a garanzia di tutti.
Berlusconi a parte, il problema della magistratura è di una dimensione enorme. Questo terzo potere dello Stato ormai si è arrogato il diritto di interferire nella politica e nell’economia senza avere né al di sopra né al lato altro potere che lo bilanci o lo controlli. In questa fase la magistratura si è posta al servizio di una parte politica, di cui è espressione e filiazione. Verrebbe di paragonare i parlamentari al servizio di Berlusconi ai magistrati al servizio delle Sinistre. E’ inoppugnabile – solo armati della più legnosa malafede si potrebbe negarlo – che essa si è avventata, come un cane aizzato dal padrone, contro l’ospite indesiderato per ridurlo a brandelli. Non si è lasciata sfuggire occasione di dimostrarlo nei cinquanta e passa processi contro Berlusconi, fino alle eclatanti sentenze risarcitorie nei confronti del comunista miliardario ed evasore fiscale De Benedetti e della moglie divorziata Veronica Lario, subissati di danaro berlusconiano.
La differenza che passa tra un magistrato corretto ed un magistrato deviato è che il primo assolve l’imputato, anche quando è convinto della sua colpevolezza ma non ha le prove; il secondo lo condanna a prescindere e in difetto dei reati da contestargli e delle prove s’inventa gli uni e le altre. E’ quanto accaduto con Berlusconi: alle leggi ad personam si è risposto con sentenze contra personam.
Questa magistratura fa paura al cittadino. Nessuno in Italia nega il conflitto di interessi di Berlusconi, i suoi eccessi di vita, il suo ostentare ricchezze e potere, le sue indecenze e stravaganze, che a volte lo hanno reso odioso a tanta gente; ma gli italiani convinti della bontà dello Stato di diritto avrebbero voluto che Berlusconi venisse condannato per reati veri e non inventati, con prove vere e non immaginate. Berlusconi doveva rimanere una questione politica, come più volte a parole hanno dato ad intendere che volessero i suoi avversari dello schieramento opposto.
Nei confronti di Berlusconi si è creato un fronte non tutto visibile. Come sa chi frequenta la storia, sempre e in tutte le società il potere politico ha avuto due livelli: uno è quello delle regole, degli ordinamenti, dei fatti che si sentono e che si vedono; l’altro è quello della cosiddetta ragion politica, è il livello in cui si fa non quello che la costituzione e le leggi dicono ma quello che in quel momento è più importante per gli interessi concreti del Paese. Per fare un esempio: l’accordo Stato mafia per porre fine agli attentati terroristici dei primi anni Novanta, per il quale oggi la Procura di Palermo vuole ascoltare come testimone il Presidente Napolitano. Cosa è accaduto in questo secondo livello: si è ordito anche lì contro Berlusconi o improvvisamente, in questo strano “Eldorado” che è l’Italia di oggi, il secondo livello non c’è più?
Chi della politica ha una conoscenza scientifica sa che il secondo livello, quello della ragion politica, c’è e non potrebbe non esserci. Si arguisce pertanto che la ragion politica non è andata in direzione di quello che si dice e si ostenta: il bene dell’Italia, ma in direzione dell’annientamento di quello che da vent’anni è considerato il male assoluto dell’Italia.
La ragion politica avrebbe potuto salvare Berlusconi e il Paese; la ragion politica lo ha annientato. Che sia questo il bene superiore per l’Italia è da dimostrare. Il resto è solo un vociare confuso come il frinire delle cicale che si scatena in un assolato meriggio d’estate.

domenica 22 settembre 2013

Situazione politica: Pronti, via al nulla!


Nei giorni scorsi abbiamo visto e ascoltato quattro illustri personaggi della nostra quotidianità politica esprimere il proprio punto di vista su un medesimo argomento con incredibile difformità di valutazione e di giudizio. Argomento: rapporto tra politica e giustizia.
Abbiamo sentito Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, difendersi dalle condanne penali, aventi ricadute politiche, attaccare la magistratura che, a suo dire, da vent’anni lo perseguita (50 processi). Abbiamo sentito Guglielmo Epifani, segretario del Pd, difendere lo Stato di diritto dagli attacchi di Berlusconi, che, a suo dire, non è più nella condizione di doversi difendere ma semplicemente di doversene andare. Abbiamo visto e sentito Enrico Letta, presidente del consiglio, difendere la magistratura, che fa il suo dovere e non perseguita nessuno. Abbiamo visto e sentito Giorgio Napolitano, presidente della repubblica, che dice basta contrapposizione tra magistratura e politica: vogliatevi tutti bene.
Tra i quattro, Berlusconi è isolato: gli altri tre gli danno torto, la magistratura ha ben operato, dunque nessuna persecuzione nei suoi confronti, si metta l’animo in pace e non se ne parli più.
Ma possono i tre illustri interlocutori fare questo ragionamento? Se lo hanno fatto e lo fanno significa che possono. Che domande! Ma la politica non è il regno della ragione e i collegamenti con l’intelligenza universale, di cui parlava Aristotele, si sono interrotti da tempo.
E, allora, no; non possono fare ragionamenti così drasticamente antiberlusconiani. Se non altro perché Berlusconi  sta saldamente nel gruppo dei quattro personaggi, tutti protagonisti e sostenitori, a vario titolo, del governo attuale, e dicono di essere d’accordo su un punto: il Paese prima di tutto. Se Berlusconi è organico al bene del Paese, come par di capire, nel momento in cui si sfilasse dal gruppo di “benefattori”, il governo cadrebbe. Se ciò accadesse, stando a quanto dicono tre volte al giorno ognuno di essi, sarebbe la rovina. Un rompicapo: tutti dicono che bisogna stare insieme per il bene del Paese e tutti, poi, fanno di tutto per dividersi.
Si dà il caso che in questo perseguire prioritariamente il “bene del Paese” il più pesto di tutti è Berlusconi; gli altri, Napolitano non rimette niente, è super partes, Letta ci guadagna, Epifani spera di guadagnarci.
Berlusconi, benché indicato e trattato dai suoi “sodali” come il nemico di sempre, non si sfila, non se ne va, anzi proclama il suo impegno per il suo partito, per il governo e per l’Italia. Forse Berlusconi sotto sotto sa di aver torto? Forse pensa che alla fine chi la dura la vince, come dice un proverbio, non estraneo al suo modo pensare? Questi forse e molti altri forse non aiutano a capire. Ci sono elementi di relativa oggettività per fortuna che illuminano la scena. Uno in particolare: Berlusconi si sente il meglio piantato di tutti.
Paradossalmente e a dispetto delle condanne giunte e di altre in arrivo, il più saldo sulla scena è il Cavaliere, tant’è che lui non si preoccupa dei suoi tre compagni di strada, che potrebbero perdersi a breve, ma di uno che al momento è fuori ed è in concorso di entrare nell’agone politico; pensa a Matteo Renzi. Il quale all’Assemblea del Pd di sabato, 21 settembre, ha detto ai suoi che è meglio governare da soli. Ma guarda, anche l’acqua calda gli è seconda!
Napolitano – che il Signore gli dia cento anni altri di vita! – non promette longevità politica, che è altra cosa dalla longevità biologica. Dunque, rispetto a Berlusconi, è più provvisorio. Epifani è geneticamente provvisorio, infatti è nato segretario politico del Pd per preparare il Congresso, cosa che non dovrebbe andare oltre gli inizi dell’anno prossimo. Letta è il più provvisorio di tutti, potrebbe non arrivare a mangiarsi il panettone, come quegli allenatori di squadre di calcio esonerati anzitempo. Lui dice che vuole giocare all’attacco; ma all’attacco di chi? Nel Pd, parole di circostanza a parte, è malvisto. E’ considerato un raccomandato, uno che per una serie di circostanze favorevoli si è ritrovato da grigio vice di Bersani a presidente del consiglio, così senza sapere né leggere né scrivere. Prendiamo le parole nel loro significato gergale, perché poi Letta il fatto suo lo sa, e lo sa bene.
Quel che si vede nelle immediate vicinanze – l’orizzonte è nascosto dalla nebbia – è un centrodestra e un centrosinistra in crisi. Il Pdl di fatto è regredito in Forza Italia. Di quelli che una volta venivano chiamati forse anche con una forzatura, ma senz’altro con immediata comprensione, neofascisti nemmeno l’ombra. La destra moderna ed europea di Fini è archeologia partitica. Gli altri sono gruppuscoli, che messi assieme non raggiungono la percentuale per superare lo sbarramento. Per fortuna c’è il transatlantico berlusconiano che rimorchia tutti; per lo meno è speranza di naufraghi.
Nel centrosinistra le cose non stanno meglio. Dopo il fallimento di Bersani, non si intravede una leadership attendibile. Si sarebbe dovuti andare ad elezioni anticipate alla fine del 2011, ma il partito evidentemente non era pronto. Manca una leadership, nonostante non manchino gli uomini. Per vincere il Pd aveva ed ha bisogno ancora oggi del Sel di Nichi Vendola, che, però, non concede nulla gratia et amore Dei. E, allora, il percorso diventa complicato, come già è accaduto in passato. Forse Renzi, quando dice che è meglio governare da soli non si riferisce soltanto ai nemici-amici del Pdl, ma anche agli amici-nemici vendoliani e sinistri in genere.

A fronte di questa frammentazione politica c’è la minaccia delle elezioni politiche anticipate, che potrebbero essere più vicine di quanto non sembri. Ma neppure per questa eventualità si è attrezzati. Manca un sistema elettorale adeguato alla circostanza, che dia indicazioni sicure di vittoria, che consenta stabilità governativa e che alla fine, come accade in questo straordinario Paese, non diventi il capro espiatorio di anonime responsabilità politiche. Come accade da un po’ di anni a questa parte col povero porcellum.