domenica 25 settembre 2011

Vendola e il Papa sull'etica e sulla tecnica

Paradossalmente Nichi Vendola, quando sostiene che l’etica deve prevalere sulla tecnica, parla come il Papa, che da sempre dice la stessa medesima cosa. La differenza tra i due, presi a paradigmi di due diversi poli di riferimento esistenziale, politico l’uno, spirituale l’altro, è che Vendola è più sbilanciato sul fronte della tecnica, mentre il Papa lo è sul fronte dell’etica. Entrambi attaccano la tecnica, quando questa sembra vanificare i principi dell’etica.
E’ di tutta evidenza che la tecnica è opera dell’uomo, che in essa è la sua storia di progresso, è il senso dato alla sua esistenza fisica. Della tecnica l’uomo non può fare a meno; significherebbe, se vi rinunciasse, contraddire il senso della sua ricerca di vivere meglio di quanto la natura gli ha messo a disposizione fin dalla sua comparsa sulla terra. Ma è altrettanto evidente che l’etica è anch’essa opera dell’uomo, che in essa è la sua storia di civiltà, è il senso dato alla sua esistenza spirituale. Non si potrebbe vivere ignorando l’etica perché significherebbe contraddire la ricerca umana di dare all’esistenza una superiore finalità di vita. Per farla breve, l’uomo non può fare a meno della tecnica come non può fare a meno dell’etica; né vale la pena perdersi nella vana ricerca per stabilire se storicamente l’una abbia preceduto l’altra.
Vendola non si stanca di sostenere che la natura, intesa come ambiente fisico, habitat, paesaggio, va salvaguardata dalle manipolazioni, dallo sfruttamento, dagli inquinamenti della tecnica. Ma si ferma qui, escludendo la dimensione etica dell’uomo, che, a suo dire, può e deve tener conto per il suo benessere, dei ritrovati della tecnica, se questi gli consentono di vivere meglio, a prescindere dai limiti che l’etica gli impone. Egli riconosce alla terra, al mare, al cielo ciò che poi non riconosce all’uomo. Qualche esempio. La natura vuole che l’accoppiamento abbia il fine precipuo della riproduzione? Vendola non esclude altre forme di accoppiamento, anche per altre finalità, che estende anche alla più sociale della condizione naturale: la famiglia. La natura impedisce a talune donne di ingravidarsi e partorire secondo natura? C’è la tecnica che può intervenire per forzare la natura con la procreazione addirittura eterologa. Una gravidanza è indesiderata? La tecnica può risolvere il problema con un aborto procurato. Si potrebbe perfino lambire la sfera sessuale, ma qui il discorso scadrebbe inevitabilmente nella volgarità. Per Vendola ci sono sfere umane dove la tecnica non ha diritto d’ingresso ed altre dove invece il diritto d’accesso non ce l’ha l’etica. Per esemplificare, per l’ambiente non c’è tecnica che tenga; per l’uomo non c’è etica che tenga. Per Vendola varrebbe quasi la dottrina della regina Semiramide “quodcumque libitum licitum est” (ciò che piace è lecito). Per cui se l’uomo vuole sposare un uomo e una donna una donna, deve essere loro consentito; se un individuo vuole mettere fine alla sua sofferenza prima che lo faccia la natura, gli deve essere consentito; e via di seguito. Per Vendola, che è e resta fondamentalmente un politico, varrebbe addirittura una tecnica dell’etica, l’uso sapiente della stessa per conseguire risultati più utili e convenienti.
Il Papa, nel suo messaggio al Bundestag tedesco di giovedì, 22 settembre, ha concesso le ragioni al partito ecologico, riconoscendone l’etica, sapendo anche che fuori la gente manifestava contro di lui. Anche in Italia c’è un forte movimento ecologista, di cui Vendola è uno dei più autorevoli leader, che denuncia la tecnica dello sfruttamento della natura. Ma Benedetto XVI ha ribadito il primato dell’etica della natura con maggiore forza e coerenza. “Esiste anche un’ecologia dell’uomo – ha detto il Papa – Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”.
Anche il Papa, tuttavia, pone qualche volta dei limiti all’etica in favore della tecnica. Perché non riconoscere all’uomo la morte naturale e insistere nell’accanimento terapeutico, fino all’estremo uso della tecnica per tenerlo in vita, vita si fa per dire?
Sarebbe perciò necessario, in ultima analisi, che l’uomo trovasse un giusto equilibrio, una sorta di etica della tecnica, l’opportunità cioè di servirsi della tecnica quando ciò non contraddicesse i principi etici. Sarebbe assurdo oltre che immorale il contrario, e cioè una tecnica dell’etica, per servirsene o non servirsene, come si diceva, a seconda della convenienza.

domenica 18 settembre 2011

L'Italia tra lo stallo e l'eversione en attendant Godot!

La storia si ripete, altro che! C’è un’opposizione in Italia che pur di eliminare Berlusconi è capace di distruggere la nazione. Se pure non si vuole scomodare l’Italia delle Signorie, l’una contro l’altra armate, come drammaticamente ci ricorda il Petrarca nella sua canzone “All’Italia”, c’è fresco-fresco ancora il caso fascismo. Pur di annientare Mussolini e il regime fascista, si sacrificò l’Italia nella II Guerra Mondiale. Nel mezzo un’infinità di vicende che hanno fatto dell’Italia nella storia il paese dove pur di vedere il nemico interno nella polvere non si esita a favorire il nemico esterno. L’Italia del Quattro-Cinquecento, così ben descritta da Machiavelli e Guicciardini, ben s’intreccia con quella del Franza o Spagna pur che se magna. Un’Italia che rimane divisa e in guerra fino all’unificazione nazionale, di cui quest’anno ricorre “indegnamente” il 150° anniversario dell’Unità.
Ora, diciamo le cose come stanno. Il governo Berlusconi ha mancato non poche delle sue prospettive, anche a causa di congiunture internazionali, a partire dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, da cui le guerre in Afghanistan e in Iraq. E’ caduto nelle sabbie mobili degli scandali giudiziari, alcuni meno nobili degli affari privati, che hanno pur sempre una loro giustificazione, scandali di porcherie, come in genere si indicano tutte le faccende di puttane o comunque le si voglia chiamare. Procure acefale costituiscono il nuovo esercito di liberazione mentre un gruppo di partiti forma un nuovo improbabile ci-elle-enne. Il gioco delle parti è chiaro: la magistratura scredita con le sue inchieste giudiziarie, mette sotto pressione il governo impedendogli di dedicarsi interamente all’azione governativa, l’opposizione ipso facto chiede le sue dimissioni. L’azione, concertata nei fatti se pure non lo è nelle intenzioni, ha tutti i caratteri del golpe. Si vuole abbattere un governo votato democraticamente dal popolo e che riceve sistematicamente la fiducia in Parlamento. Siamo all’eversione autentica. Questa è la realtà.
E’ un fatto, perciò, che Berlusconi è un cavaliere dimezzato, diviso tra gravi problemi economici nazionali e altrettanto gravi problemi giudiziari personali. La sua posizione gli impedisce di far fronte agli impegni politici, mentre si accaniscono contro di lui magistrati, televisioni e giornali. Gli uni, forti di uno dei più illiberali e antidemocratici strumenti di investigazione, le intercettazioni telefoniche, gli altri sputtanando tutti col pubblicarle sui giornali.
Il prete don Andrea Gallo, nel corso della trasmissione “In onda” su “La Sette”, sabato sera, 17 settembre, ha invitato Berlusconi, irridendolo, a chiedere il ricovero a qualche comunità per farsi curare. Siamo arrivati al grottesco. In questo paese ognuno può dire quello che vuole, nella irresponsabilità più assoluta. Compresa quella di chi, nelle decisioni della citata emittente televisiva, ha messo di fronte ad una persona di alto profilo, seria e competente, peraltro critica nei confronti del governo, come il prof. Antonio Martino, una barzelletta di prete, abbondantemente ormai fuori dalla normale fisiologia arteriosa, come don Andrea Gallo. Se si dovessero pubblicare le intercettazioni di cardinali, vescovi e preti, non sappiamo quante chiese resterebbero aperte il giorno dopo. Perciò la smettano questi preti d’avanspettacolo!
Ma se pure il governo Berlusconi cadesse, quale la prospettiva? Quattro soggetti, Pd-IdV-UdC-FL, sono talmente diversi e incapaci di elaborare un’azione comune che pensare ad un loro governo sarebbe come davvero credere al grande sogno alchemico di produrre l’oro. No, lo scopo di questi irresponsabili è di gettare il Paese nel caos e di dare poi la colpa al governo Berlusconi; e dallo scempio nazionale sperare di trarre un qualche profitto elettorale. Niente di nuovo. Sono riconoscibilissimi i democratici italiani. Sempre gli stessi e sempre con le stesse strategie, politicamente criminose.
Ma il Paese può andare avanti tra lo stallo politico della maggioranza e il golpe bianco dell’opposizione? E’ di tutta evidenza che così non può durare, anche per la gravissima crisi che sta attraversando l’Europa. L’azione politica di alcuni paesi europei, come Francia e Inghilterra, sta cambiando la geografia politica dei rapporti coi paesi dell’Africa petrolifera, mentre il governo italiano è come annichilito tra un’azione subita, non pienamente condivisa, la guerra alla Libia, e la necessità di riposizionarsi nel nuovo scenario.
Pur senza espliciti richiami, il nome di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, aleggia come di chi potrebbe con la sua autorevolezza richiamare tutti al senso di responsabilità. Lo ha fatto e lo fa, ma dovrebbe farlo con maggiore decisione. Quando dice che lui può fare ben poco fino a quando il governo ha la maggioranza del Parlamento, le opposizioni dovrebbero quanto meno essere rispettose. Inutile ripetere pappagallescamente che Berlusconi si deve dimettere. Sanno perfettamente che non lo farà, perché oltretutto le sue dimissioni peggiorerebbero le condizioni del Paese. Insistere significa soltanto contravvenire ai moniti del Presidente Napolitano e danneggiare l’Italia in un momento particolarmente difficile.
L’altro nome che aleggia, per un tentativo di giungere ad un governo di pacificazione, per cercare di uscire dall’impasse, è quello di Casini e dell’UdC. Ma purtroppo Casini, che pur si dice serio in un sintagma sì e nell’altro pure, non è poi capace di dimostrarlo dando una prova anche di indipendenza e di coraggio. E’ sufficiente che uno sgangherato Di Pietro gli dica che se entra nel governo fa la figura di una escort di Berlusconi per frenarsi e rientrare nei ranghi degli attendisti. Ma, a questo punto, è come nel teatro dell’assurdo, appunto en attendant Godot!

domenica 11 settembre 2011

Il Salento estremo di Rocco Normanno

Per Vittorio Sgarbi è l’ultimo dei caravaggeschi. Rocco Normanno per esprimersi è come se avesse scelto un contesto protettivo. Nel suo caso, Caravaggio, il pittore dei contrasti di luce violenti; maledetto per la sua vita disordinata e criminale. Ma la scelta, quale che sia, è rivelatrice, confacente.
Rocco è un mite. Lo è sempre stato. Ho un ricordo personale. Se mi sbaglio, spero che mi corregga. Mi recavo a scuola, una mattina di novembre del 1981. Insegnavo a Ruffano e sulla via che da Taurisano porta verso quel paese, col sole accecante di fronte – qui, nel Salento il sole basso è un laser – quasi investivo un bambino, di sei o sette anni non di più. Lo urtai con la fiancata della mia 126. Scappò via. Una persona mi disse che era figlio di Guerrino Normanno, che abitava nei paraggi. Conoscevo bene compare Guerrino, spesso ero stato a casa sua per chiamarlo a giornata nel mio giardino. Mi preoccupai di sincerarmi se gli avevo fatto male. Lo trovai a casa con la mamma. No, non è niente, professore; va tutto bene. Rimasi colpito dalla sua serenità e mitezza. Qui, nel basso Salento, a Taurisano, i bambini in genere sono come la luce del sole, vivaci, sfrontati, dispettosi. Il rione “Matonna”, dove i Normanno avevano le loro case, è come un paese nel paese. Abitato tradizionalmente da famiglie di contadini, giornalieri di campagna, una volta con dieci-dodici figli a testa e a volte anche di più. Fino all’età di undici-dodici anni i maschi vivevano per strada, dediti ai giochi più vari, capaci di ogni sorta di acrobazia, di scalare muri alti anche tre metri per entrare nei giardini privati, salire su alberi di sette-otto metri per raggiungere le primizie e andare per lamie da un capo all’altro dei caseggiati.
Fu per me come una meravigliosa scoperta, quando, alcuni anni dopo, nel 2006, ebbi il catalogo di una personale di pittura, tenuta a Piacenza, con la presentazione di Vittorio Sgarbi. Il pittore era Rocco Normanno, da Sgarbi considerato “l’ultimo dei caravaggeschi moderno”. Che è come dire che egli guarda e rappresenta la realtà di oggi come Caravaggio vedeva e rappresentava la realtà del suo tempo. La stessa realtà in abiti diversi.
Nato nel 1974, poteva essere quel bambino di trent’anni prima, che, per poco, non avevo messo sotto. Le immagini erano stupefacenti. Sembrava che il Merisi si fosse reincarnato in Normanno, Caravaggio in Taurisano, e si fosse espresso con volti nuovi, diversi, del luogo, quasi tutti famigliari. Sconvolgenti certe scene bibliche per la crudezza delle immagini e nello stesso tempo disarmanti per la normalità dei volti. In “Giuditta e Oloferne” sembra proprio che le due donne stiano svolgendo una pratica domestica, abituale, invece stanno scannando un uomo; una lo tiene per i polsi, l’altra con una mano gli tiene ferma la testa e con l’altra sta per tagliargli la gola. Raccapricciante. Anche nel “Davide e Golia” colpisce il contrasto tra la serenità dei volti dei protagonisti con l’enormità del gesto anche qui ripetuto del taglio della gola. Quello del contrasto tra il volto, quasi disteso e rassicurante, e il gesto enorme e brutale è una costante, con qualche eccezione, come in “Caino e Abele” e “Medea”, dove al gesto si accompagnano la violenza facciale e la drammaticità della scena. Altra costante è il mancinismo prevalente dei personaggi: il gesto risolutivo lo compiono quasi sempre con la sinistra.
Ovvio che le più celebri tele del Caravaggio sono ri-create da Normanno. Gli elementi specifici della re-invenzione sono essenzialmente riconducibili al realismo. Gli ambienti, i vestiti, gli oggetti, le armi appartengono al tempo presente, come del resto nelle opere del Caravaggio, dove, a parte il tema, tutto il resto si consuma nella realtà del tempo.
L’ho rivisto di recente a Taurisano nella manifestazione “Arte in Terra”. Ancora tre tele di carattere caravaggesco, con cui ha vinto il Premio dell’Edizione 2011. Mi ha fatto graditissimo omaggio di una sua elegante brochure che raccoglie i suoi “Dipinti dal 2003 al 2009” (Gipsoteca Libero Andreotti, Pescia, 2009).
E’ probabile che la scelta caravaggesca risponda a criteri estetici, che Normanno in Caravaggio abbia trovato la sua miniera di temi e di modi; e può essere solo una fase del suo percorso pittorico. Negli ultimi soggetti, infatti, appaiono temi e personaggi, forse non del tutto nuovi, ma di sicuro riconducibili alla ricerca. Il contrasto si riaffaccia ancora, ma è meno dissonante e trova equilibrio nell’analisi psicologica. Ne “Il Suicidio”, quadro con cui Normanno è presente nel “Padiglione Italia” della 54. Biennale di Venezia nell’ex Convento leccese dei Teatini, la “Biennale diffusa” di Sgarbi, la donna appare serena, eppure ha nella destra il pugnale di morte. Nella “Vecchia con la bambola” il contrasto diventa addirittura icona di una condizione, demenza senile in recupero di un’infanzia tradita.
Il Normanno, che mostra la sua più genuina appartenenza sotto le suggestioni forti, bibliche o mitologiche, è quello delle donne, riprese in una femminilità positiva “Madonna col bambino”. Ma anche quando sono delle peccatrici: “Maddalena penitente, “Salomè”, hanno una dignità che rivela consapevolezza del vissuto e compostezza interiore. Perfino nell’avvertito pericolo esistenziale, “Tossica”, la femmina è rispettata nel portato naturale della seduzione.
Produzione meno impegnata sotto il profilo culturale e più rispondente ad esigenze forse anche di committenza, sono “Ragazzo con casco e tulipani”, “Marte a riposo”, “Eva” (Fiona May,) e le tele d’ambientazione borghese: “”Il Collezionista”, “Gli Antiquari”, “Nicolo e Giulio”, “Collezionista di ventagli” e le “Nature morte”.
Qua e là si affacciano richiami diversi, tentazioni, che accennano ad una sorta di ricerca di exit strategy da una fase che potrebbe considerarsi conclusa. “Mercurio a riposo” propone motivi surrealisti che ricordano un certo Dalì, mentre in “Narciso” affiora, anche se contenuto, qualche motivo barocco, che nel Caravaggio è di stagione.
E’ sempre difficile e rischioso individuare le vie dell’arte, seguire il percorso artistico di qualcuno o addirittura prevederne gli esiti. Tanto più quando si ha a che fare con uno come Normanno, la cui tecnica è talmente raffinata e virtuosa che potrebbe egli percorrere la strada che volontà ed esigenza gli indicano volta per volta. Oltre tutto viene da una terra estrema, per oggettiva fisica collocazione, dove nella staticità di fondo si agitano contraddizioni enormi e da mattina a sera cambiano i venti e rendono inutili le previsioni; dove nella stanca da controra meridiana possono agitarsi violenze incredibili e contrasti estremi. Normanno è stato scelto, per un arcano dono di natura, ad avere in sé tutto della sua terra ed una straordinaria capacità di rappresentarlo.

domenica 4 settembre 2011

Eva o della cancellazione di Dio

E’ in corso in Italia una vera trasmutazione sociale, che vede ormai il sempre più forte affermarsi della donna. I più convinti sostenitori sono, manco a dirlo, gli uomini anziani, i quali danno il livello esatto dello sfaldamento ideologico della società storica, quella nata dalla cacciata dall’Eden. I giovani si possono capire. E comunque il pericolo non viene da loro. Sono gli anziani la spia dello sfascio spirituale. Essi non solo non riescono a difendere i loro tempi, i loro costumi e i loro valori, ma confondendo il progresso materiale con lo stato spirituale, non perdono occasione per esibirsi in sciagurati modernismi e avvenirismi. Si è rotto l’equilibrio storico: giovani e anziani, uomini e donne. Lasciamo pur da parte il vestire, le frequentazioni, gli svaghi, che una volta facevano la differenza e che ora non fanno distinzione alcuna, gli anziani dimostrano di aver perso la tramontana proprio sul Carso della specificità di genere. Non si equivochi sulla consonanza! Sul Carso era la linea inviolabile della resistenza nella Prima guerra mondiale; dunque, solo una metafora.
Le donne, per i nuovi vegliardi, sono sempre più intelligenti e capaci degli uomini. Dovrebbero essere loro a comandare il mondo, dicono. Benissimo che siano dappertutto, che facciano tutto quello che una volta era appannaggio degli uomini! Le donne hanno sempre ragione; e se pure qualche volta non ce l’hanno – può capitare – ne hanno subite tante nella storia che oggi non guasta qualche piccola rivincita. Mai visto gente che è contenta di perdere o di gioire per la rivincita dell’altro, in questo caso dell’altra.
A confermare il trend ci sono cinema e televisione; di meno la letteratura, perché non ha l’ampiezza divulgativa dei media visivi. Sempre più nei film si vedono donne picchiare a sangue gli uomini. In televisione, quando ci sono un conduttore e una conduttrice a coppia, lei è sempre più alta di lui, quasi a volerlo sovrastare, a rendere plastica una superiorità di natura, che in realtà non esiste. Non sono più i tempi di un Totò, che, pur, notevolmente più basso, con Mina o le Kessler, le equilibrava col suo gallismo bonario, comico, gustoso; né i tempi di un Sordi o di un Gassman, i quali riuscivano sempre a stabilire l’equilibrio. Oggi il conduttore sembra quasi ossequioso, secondario, subordinato all’avvenenza femminile, straripante di tutto. Non c’è più parità di sessi. C’è un’arroganza volgare del femminismo col compiaciuto godimento dei maschi.
Sono stati inventati reati assurdi. Se la moglie non vuole avere rapporti col marito, questi non la può obbligare; se lo fa è stupro. Se è lui che si rifiuta, lei esce o aspetta che esca il marito e riceve il ganzo per soddisfare un suo diritto. Non c’è giudice che non glielo riconosca. Potenzialmente ogni donna può trasformare un rapporto condiviso in una violenza al solo scopo di vendicarsi. Parola contro parola, quella di lei è pericolosamente più pesante di quella di lui. Intanto dico che mi hai molestata o violentata, poi si vedrà! Il caso dell’ex Presidente del Fondo Monetario Internazionale Strauss-Kahn è uno dei tanti, altri passano inosservati.
A dispetto della Costituzione italiana, che all’articolo 3 dei principi fondamentali recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, sono state istituite le “quote rosa” per garantire una tot presenza femminile nei consigli comunali, nelle giunte ecc. ecc.. E ci sono giudici, il più delle volte anziani, che sciolgono consigli e giunte per difetto di presenza femminile. Se non che si arriva all’assurda decisione di discriminare in ragione del sesso. Tu femmina sì, tu maschio no; non per opportunità politica, per competenze, per professionalità, ma unicamente per una questione di genere.
Le scuole sono piene di insegnanti donne; così le redazioni dei giornali, gli ospedali, gli uffici. Per mistificare la situazione le statistiche fanno conteggi complessivi, su tutto il personale, comprendendo anche quello di quaranta-cinquant’anni fa. Ma se le statistiche venissero fatte sugli ultimi vent’anni, ecco che le parti si rovescerebbero.
E’ stata cancellata una millenaria cultura che ha sempre spiegato i caratteri della donna, confermata in migliaia e migliaia di anni, convalidata da storici, filosofi, scrittori, artisti e scienziati, quasi fossero stati costoro degli idioti prepotenti e arroganti. Quella cultura oggi non conta niente, quando non è addirittura ignorata. E tutto questo per elevare la donna a regina incontrastata della società in ogni sua espressione. Si vuole addirittura lasciare per i nuovi nati libertà di cognome o di associare al cognome del padre anche quello della madre; libertà di cambiare il cognome per ogni cittadino.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Le famiglie si distruggono? Bene, se tanto accade per la libertà della donna, che non può essere schiava della famiglia! Ci sono poche nascite? Benissimo, se tanto accade per la liberazione della donna, che non può essere schiava della società! Nella società va tutto a ramengo, tre volte benissimo, se tanto accade per garantire alla donna la massima libertà! Sembra che l’umanità viva unicamente per la libertà della donna, come se non ci fossero superiori finalità.
Ci stiamo avviando verso un mulierato ottuso e pericoloso, perché fondamentalmente basato sulla negazione della realtà e dei valori sui quali da sempre si è basata l’organizzazione umana. E’ una moda, per qualche aspetto – o si spera che lo sia, perché se così fosse prima o poi passerebbe – ma intanto i guasti alla società e agli individui lasciano ferite gravi, difficilmente rimarginabili nel breve tempo. Intanto si vedono crescere quelli che per convenzione mediatica vengono fatti passare come drammi della follia: giovani che uccidono moglie e figli e poi si suicidano. Crescono gli assassini di giovani donne, punite dai loro ex fidanzati o mariti per aver esse deciso di interrompere il rapporto d’amore o coniugale. Aumentano i bambini che vengono tolti ai loro genitori, perché indegni o non in grado di provvedere alla loro educazione ed affidati a strutture di assistenza. La società, sotto il mulierato, si avvia a diventare sempre più atomizzata.
E dire che quando la donna stava al suo posto una vecchia strofetta popolare diceva “orfina orfinaja / meju te sire cca dde mamma / a mamma te riccoje / u sire te sparpaja” (preferibile essere orfano di padre che di madre, perché la madre tiene unita la famiglia mentre il padre la disperde). E in ogni piccola o grande comunità la gente ricorda mamme di grande coraggio e di grandi capacità, che, rimaste vedove, erano riuscite a mantenere la famiglia e a dare un avvenire decoroso o addirittura importante ai figli. Altri tempi! Oggi si sta tornando all’Eva edenica e pre-storica, non più soltanto tentatrice, ma padrona, come se quel Dio a cui doveva dare conto non ci fosse più o avesse rinunciato ad esercitare la sua potestà.

domenica 28 agosto 2011

Libia: una storiaccia vergognosa


L’ultimo nostro capitolo sulla Libia è sconcertante. A cento anni dalla guerra di conquista, in atmosfere colonialiste ed imperialiste, abbiamo scritto pagine di infamia e di vergogna. La democrazia ha mostrato la sua vera faccia: flaccida, grottesca, cinica, oscena, mostruosa; la solita, quella disegnata dal tedesco George Grosz nella prima metà del Novecento.
Ci aveva quasi convinti la democrazia che per mantenere la pace era necessario anche subire qualche onta; che per avere le risorse di cui abbiamo bisogno dovevamo piegare il capo; che per poter esportare i nostri prodotti e vincere la concorrenza dovevamo andare a braccetto anche con tiranni e tirannelli. Dopo tutto in casa sua ciascuno è re; ogni stato va rispettato nella sua sovranità. Ci aveva quasi convinti che solo i dittatori fanno le guerre, che violano i diritti degli altri, che spengono nel sangue la luce dei popoli, che distruggono ciò che altri hanno costruito.
Ora tutto questo è svanito, in un silenzio incredibile, in un vuoto di ragioni imbarazzante. E quel che è più grave che a tutto questo noi italiani siamo stati indotti da altri, che fanno, in maniera anche provocatoria, una politica ai nostri danni.
Piange il cuore assistere ogni sera all’immenso disastro libico. Vedere quelle belle piazze, quelle strade larghe e lunghe, quei palazzi moderni, quegli ospedali in tutto simili alle più moderne strutture occidentali ridotti a cumuli di macerie. Vedere un popolo precipitato di colpo allo stadio ferino, prepolitico, ridotto a branco; è la giungla di ritorno. Vedere tanti aerei bombardare per mesi, in migliaia di raid, i palazzi di Tripoli non può che suscitare sdegno: la Nato, ossia l’alleanza delle più ricche ed armate potenze del mondo contro uno stato di poco più di sei milioni di abitanti. Vedere tutti quei cadaveri, tanti corpi straziati per le strade, nelle case, è tanto più crudele e insensato quanto ancora nessuno ha dato una spiegazione di quanto è avvenuto. Dicono: per la libertà e la democrazia!
Ma non si rendono conto che voler attribuire ai necessari costi della libertà e della democrazia, dopo che per quarantadue anni quel regime non solo era stato tollerato ma anche rispettato e riverito, è una intollerabile menzogna; è come voler chiudere una falla allo scafo di una portaerei con un cerotto da pronto soccorso.
Il ministro degli esteri Frattini non sa che inventarsi per convincere gli italiani che Gheddafi andava eliminato. “Voleva far diventare nera d’africani l’isola di Lampedusa – dice – abbiamo le prove”. Le prove di che, ministro dell’ipocrisia? L’altro ministro, quello della difesa, La Russa, ex fascista, difensore della repubblica sociale di Mussolini, per certi aspetti edizione datata ed italiana della Libia di Gheddafi, si è preso forse per il culo per cinquant’anni? O l’onore e la lealtà li ha persi sulla via degli affari e del conformismo più becero e cialtrone?
A chi vogliono raccontarla questa storiaccia senza capo né coda? Forse avranno anche qualche ragione gli americani, che si sono affidati ad un predicatore di quart’ordine. Affari loro! Stanno fallendo ed altro non sanno fare che fomentare guerre in casa d’altri. Qualche ragione possono averla i francesi, gli eterni velleitari, che vogliono così imporre un’improbabile egemonia nel Mediterraneo e soppiantare l’Italia nei rapporti commerciali con la Libia. Qualche ragione possono averla gli inglesi, che amano tenersi in esercizio con la guerra. Li conosciamo. Ma noi, che interesse avevamo noi a fare la guerra alla Libia? Che cosa ci aveva fatto Gheddafi per andare a bombardargli la casa e la famiglia? A distruggergli ciò che con le sue risorse aveva costruito? Solo qualche settimana prima aveva sfilato con accanto Berlusconi, l’uno più tronfio dell’altro, per le ex strade dell’Impero a Roma.
Oh, sì, avevamo noi italiani ragione di sotterrarlo vivo nel 1969 quel Gheddafi, da poco padrone della Libia, per aver cacciato i nostri connazionali come cani ed insultati i nostri morti. Ma allora non avemmo il coraggio di rispondergli con un minimo di dignità nazionale. Certo, ci saremmo potuti pure arrabbiare quando nel 1986 lanciò un missile su Lampedusa, non per il danno subito, che non ci fu, ma per l’atto di guerra compiuto. Ma neppure allora avemmo un sussulto di dignità nazionale. L’abbiamo avuto ora, forti delle ragioni degli altri, ad aggredire quello che ormai da più di quarant’anni era il capo di stato straniero più corteggiato dai nostri governi.
La guerra alla Libia ha tutti i caratteri della prepotenza delle democrazie occidentali, quelle che Mussolini chiamava plutocrazie, arroganti come il lupo di Fedro, anzi peggio, perché almeno quello prima di sbranare l’agnello un motivo cercava di averlo. Non che Gheddafi sia paragonabile ad un agnello, ma il modo come è stato provocato con la rivolta interna prima, sapientemente orchestrata dall’esterno, poi attaccato e infine distrutto, fa capire quel che da sempre è la morale della favola. I più forti eliminano i più deboli. Le solite democrazie, che quando decidono di farla finita con un paese che non fa parte della confraternita lo fanno, che quando sono in difficoltà cercano di risolvere i loro problemi aggredendo gli altri.
In questa campagna di destabilizzazione di tutta la fascia mediterranea dell’Africa c’è un piano tanto appariscente quanto inconfessabile. Esso è fondato su due motivi ben precisi: uno ideologico e l’altro economico. Quello ideologico è che deve essere chiaro a tutti che non ci sono stati sovrani, c’è un solo mostro imperialistico a più teste, e tutti gli altri o sono servi obbedienti o ribelli distrutti. Quello economico è ancora più chiaro nella sua oscenità. Le democrazie occidentali, tutte in grave crisi economico-finanziaria, hanno bisogno di alimentare le proprie economie ricostruendo ciò che oggi hanno distrutto. S’illudono i cosiddetti ribelli libici, che hanno annientato Gheddafi con le armi straniere di essere liberi e padroni del proprio paese e di poter veramente disporre delle loro risorse. Chissà per quanti anni dovranno dare il loro petrolio ad americani, francesi, inglesi ed italiani (speriamo, anche agli italiani!) perché questi ricostruiscano ciò che i loro bombardieri hanno distrutto. La Libia, più della Tunisia, dell’Egitto e forse anche della Siria, deve pagare la crisi dei suoi aggressori.
Ma i libici non sono solo quelli che oggi s’illudono di essere i vincitori. Un nuovo terrorismo incombe sul mondo occidentale. E questo, come gli altri e più degli altri, ce lo siamo confezionato con le nostre mani!

domenica 21 agosto 2011

Salento: quarto regno dell'aldilà

Se uno volesse farsi un’idea di come potrebbe essere un quarto regno ultraterreno – un regno che neppure Dante con la sua fervida fantasia seppe immaginarsi – potrebbe venir giù nel Salento e avrebbe modo addirittura di viverci dentro.
Visto sulla carta geografica, attaccato all’Italia, il Salento appare nella sua inequivocabile peninsularità; Messapia era detto, ossia “Terra di mezzo, tra due mari”. Più da vicino, sempre sulla carta geografica, appare nella sua mesta pendularità.
Sta sulla terra, ma vive al di là, come fosse in una dimensione ultraterrena, in una sorta di pre-inferno o di post-paradiso. Sta oltre le colonne d’Ercole della fatica, del lavoro, della produttività. La sua vita è insieme vera e virtuale. Il Salento non ha latte e vende ricotta.
Canti e suoni, danze e spettacoli, sagre e mostre, notti bianche e rosse, della pizzica o della taranta, caratterizzano le lunghissime estati salentine, una volta grondanti sudori agricoli. Il grano, l’orzo, il tabacco, i pomodori, i legumi, i fichi, che impegnavano le famiglie e le tenevano inchiodate ai campi, sono diventati folklore, attrazione turistica. Cultura la chiamano. Il Salento laborioso non c’è più. Al suo posto una sorta di Las Vegas dilatata. Trionfano le godurie più varie, i gozzovigli, le sfrenatezze, con la complicità delle classi politiche locali, che offrono sostegni, spazi, strutture. Panem et circenses, esattamente come una volta. L’importante è che la gente s’illuda di stare bene. La benzina corre verso i due euro al litro più veloce delle auto che alimenta. Ma chi se ne frega! Ai distributori devi fare la coda.
Da più di tre anni la società occidentale è depressa, vuoi per testa vuoi per croce. In questi ultimi tempi, poi, è un martellamento continuo del calo delle borse. Ma l’importante è che quella della gente sia ben piena o tale appaia, per fare gioco e festa.
Il ciclo è continuo, con un altipiano estivo. Seguono le altre feste comandate, a partire da San Martino e via continuando per le feste natalizie, carnacialesche, pasquali e di nuovo estive. Lo spirito del giovane Lorenzo de’ Medici aleggia su tutto il Salento – siamo o non siamo la Firenze del Sud? – con qualche aggiustatina: quanto è bella l’allegrezza, che già dura tuttavia; chi vuol esser lieto, sia, del doman c’è la certezza. Le risorse del Salento sono il cielo, il mare, il vento. Chi potrà mai portarcele via? I turisti vengono in massa. E se non dovessero aver più la possibilità di venire?
In verità, del domani non v’è certezza alcuna. Il Salento non produce più materialità, produce immaterialità, inconservabilità, volatilità, effimero. E carta, tanta, tantissima carta. Un profluvio di giornali di ogni formato invade i bar, i locali pubblici, le strade. Li scaricano a pacchi e li abbandonano sulle soglie degli esercizi pubblici, tutti gratis. Li pagano i contributi dello Stato e la pubblicità tanto sfavillante quanto pidocchiosa di imprenditori e commercianti stitici. Si perde il conto di quanti sono e di quanti ne escono a getto continuo, come se uno si alzasse la mattina e sentisse il bisogno di un nuovo foglio. Li leggo, per curiosità. Faccio il… giornalista. Riprendono notizie da altri giornali, dai quotidiani locali soprattutto. Non hanno una linea politica o culturale. Incapaci di uno sbadiglio critico. Non hanno cognizione alcuna di partiti o di classi, di poteri o di dinamiche sociali. Non hanno uno spazio proprio. La cultura che esprimono è superficiale, copiata, orecchiata, piena di immarcescibili luoghi comuni. Prevale una vaga cultura del territorio, ma senza militanza alcuna. Il giornale come il campanile: ce l’hai tu, lo devo avere anch’io. Lo Stato finanzia le cooperative; e, allora, c’è la possibilità di farsi qualche centinaio di euro, giusto per le spese o per qualche maglietta, su cui si legge qualche breve modo di dire popolare, rigorosamente in dialetto. Pochi giovani, ma meglio di nessuno, sbarcano il lunario così; non sono del tutto disoccupati.
Chi non se la spassa da una sagra all’altra, si chiude nelle discrete cabine di certi locali, dove si gioca a tutto, ad accanirsi soprattutto ai videogiochi, fino a giocarsi come si dice il culo; mentre le donne, notoriamente più sfacciate, trascorrono interi quarti d’ora a grattare per vincere, poi perdono grattando, tra la spesa delle patate e quella della carne. Per mezzogiorno c’è sempre tempo! E i mariti? Ma sì, chi se ne fotte dei mariti. Se fanno i fessi, c’è lo stalking, il reato di chi in casa chiede giusta ragione del loro comportamento.
Se pure non ci fossero altri indicatori della gravissima crisi che la società attuale sta vivendo basterebbero i divertimenti e i giochi a farla apparire in tutta la sua vastità e profondità. Come la nostra solo la società del Seicento, sissignori, quella del barocco, che, nel Salento sta come il pesce nel mare. Anche nel Seicento dominavano lo sfarzo, le stravaganze, i divertimenti, le lotterie. Non si credeva nel lavoro e nel progresso, ma nella fortuna.
E chi lavora, nel senso che produce o rende servizi? Pochissimi, autentiche mosche bianche. Se hai bisogno di un contadino non lo trovi neppure a pagarlo a peso d’oro. I pochi artigiani, idraulici, falegnami, fabbri, pavimentisti, intonacatori, elettricisti, tinteggiatori o altrimenti detti pittori, guadagnano dai duecento ai trecento euro al giorno, esentasse, nel senso che non rilasciano fattura alcuna. Del resto la stragrande maggioranza della gente non sa che farsene della fattura; e non pretenderla fa risparmiare. Oggi questi unici “laboratores” hanno redditi da medici specialisti, da luminari della scienza. Nei soldi che ti chiedono c’è una sorta di tassa del prestigio: paga, professore o medico della minchia, io guadagno dieci volte più di te. Se chiedi loro la fattura o la ricevuta fiscale, li irriti, ti fanno pagare l’iva, e poi scordati che li puoi più chiamare nel caso di bisogno. Col passaparola son tutti informati. Quello lì? E’ un rompicoglioni, ne va trovando tante; meglio lasciarlo perdere!
Non so quanto possa durare una simile condizione “ultraterrena”, di non produzione, di virtualità economica, di sbafo, di pezzenteria allegra. Il Papa lo denuncia ad ogni latitudine, ma si guarda bene dall’assumere toni da Gerolamo Savonarola, sa come andò a finire per il frate ferrarese.
Ad ogni buon conto io dalla buonanima di mia madre appresi di distinguere le erbacce dalla verdura commestibile. Non si sa mai. E – Dio mi perdoni i cattivi pensieri – vorrei tanto verificare le mie competenze con cicorine e zanguni.

domenica 14 agosto 2011

Casta per casta: i giornali

Nell’infuriare della bufera finanziaria – leggi crisi – c’è stato uno tsunami di accuse alla casta dei politici, rei di essere un rubinetto a getto continuo di soldi. In verità l’accusa non era e non è campata in aria. Ci sono aspetti dei costi della politica veramente assurdi, a prescindere dalla crisi. Sull’argomento si sono esercitati giornalisti e saggisti, i quali hanno dimostrato l’esosità e la stravaganza della politica. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno creato il caso col volume pubblicato nel 2007 e intitolato “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Più di recente Mario Giordano, ex direttore del “Giornale” berlusconiano, ha pubblicato “Sanguisughe. Le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasche” (2011).
Gli stessi Rizzo & Stella sul “Corriere della Sera”, di cui sono editorialisti, sono intervenuti nei giorni della bufera suggerendo come la classe politica poteva e doveva dare il buon esempio tagliando i costi che la riguardavano. E suggerivano come, “Costi della politica? Ecco sei (facili) modi per ridurli da subito”: “dimezzare il numero dei parlamentari, equilibrare le pensioni ai contributi versati, rendere trasparenti i costi della politica, non esercitare altre attività durante il mandato, affidare alle Camere la gestione dei portaborse, abolire le province più piccole” (8 agosto). E due giorni dopo (10 agosto) tornavano sull’argomento con un editoriale dal titolo perentorio “Sì ai sacrifici. Cominci la casta”. Se mai qualcuno non l’avesse capito, i due giornalisti si riferivano alla casta dei politici.
Ma in Italia è la sola casta esistente? O la casta va declinata in ogni suo caso, leggi settore della vita pubblica e privata? Sempre nel 2007 il giornalista Beppe Lopez, già direttore del “Quotidiano di Lecce”, pubblicò un saggio, intitolato “La casta”, ma questa volta si riferiva a quella “dei giornali”, in cui trattava del finanziamento pubblico della stampa, non solo politica, ma perfino di costume, di gossip, di sport e di religione. Assurdo per assurdo, certi finanziamenti alla casta dei giornali sono davvero così vergognosi che al loro confronto impallidiscono perfino le stravaganze politiche.
L’ammontare complessivo dei finanziamenti giunge ad un miliardo di Euro all'anno. Chi sono i beneficiari? I giornali, divisi per categorie. I dati si riferiscono al 2007, oggi probabilmente i finanziamenti sono lievitati. I maggiori riceventi sono quelli del gruppo rcs (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport), con 23 milioni e mezzo di Euro; Sole 24 ore, con circa 20 milioni; gruppo Espresso-Repubblica, con oltre 16 milioni; La Stampa, con 7 milioni; Conquiste del Lavoro, con 6 milioni e mezzo; il gruppo Giorno-Resto del Carlino-Nazione, con quasi 3 milioni; il gruppo Messaggero-Mattino-Gazzettino, con 3 milioni; Corriere dello Sport, con quasi 2 milioni.
Seguono i giornali di partito. E qui, prima di passare alle profende, facciamoci quattro risate, si fa per dire; ché ci sarebbe da farli inseguire da una muta di cani. Anzitutto, perché i giornali di partito non sono pagati dal partito, che a sua volta beneficia del finanziamento pubblico? Ma, faccia Dio. Perché un giornale potesse avere la qualifica di partito e ricevere il finanziamento, in un primo momento era sufficiente che due parlamentari lo sponsorizzassero, poi si richiese che si costituisse in cooperativa. Oggi un giornale di partito deve essere sostenuto da un gruppo parlamentare, formato da dieci deputati. Per fare qualche esempio. “Libero”, prima di diventare una cooperativa risultava essere l’organo del Movimento Monarchico Italiano. I contributi vengono erogati dal dipartimento editoria che dipende dalla Presidenza del Consiglio. Quale il criterio del quantum? Il contributo si basa sui costi e sulla tiratura. Ma anche qui trionfano i soliti furbi, perché si stampano copie che si sa di non vendere; e allora il giornale viene svenduto o addirittura distribuito gratis, tanto paga lo Stato. Più hai da svendere o regalare e più lo Stato ti paga.
Ebbene, di fronte a tanto ingiustificato spreco, nessun giornalista, dico nessuno, ha sollevato il problema. Come al solito, il marcio sta sempre nella Danimarca degli altri.
Ma vediamo quanto prendono i giornali di partito. L’Unità (circa 7 milioni), La Padania (4 milioni), Liberazione (quasi 4 milioni), Europa (oltre 3 milioni), Secolo d’Italia (oltre 3 milioni), La Discussione (oltre 2 milioni e mezzo), Zukunft in Sudtirol (oltre 1 milione), Il Sole che ride (oltre 1 milione), Rinascita della Sinistra (circa 1 milione), Avanti! (600 mila), Liberal (circa 600 mila), Le Peuple Valdôtain (circa 300 mila), Democrazia Cristiana (circa 160 mila).
Poi c’è la seconda categoria, formata da giornali costituitisi in cooperative, con giornali come Libero (circa 5 milioni e mezzo), Foglio (oltre 3 milioni e mezzo), Il Giornale d’Italia, Linea, Torino Cronaca, Il Borghese e Roma (con oltre 2 milioni e mezzo per testata), Il Denaro (oltre 2 milioni), Il Riformista (oltre 2 milioni), Opinione delle libertà (oltre 2 milioni), La Cronaca (circa 2 milioni), Campanile Nuovo (oltre 1 milione), Gazzetta Politica (oltre 500 mila), Metropoli Day (oltre 500 mila) Avvenimenti (circa 500 mila), Area (circa 500 mila), Voce Repubblicana (oltre 200 mila), Aprile, Patto, Angeli, Cristiano-Sociali News, La Nuova Provincia e Milano Metropoli (tra i 169 mila e i 10 mila).
Alla terza categoria appartengono sessantotto quotidiani e periodici, tra cui – citiamo i più noti – l’Avvenire (6 milioni), Italia Oggi (più di 5 milioni), Il Manifesto (circa 4 milioni e mezzo) ecc. ecc..
Alla quarta categoria appartengono testate che fanno riferimento direttamente o indirettamente alla chiesa cattolica, fra cui, per limitarci alle più note, Famiglia Cristiana (più di 200 mila), Jesus (49 mila).
Poi ci sono giornali italiani pubblicati all’estero e la caterva di pubblicazioni locali, pieni di pubblicità da elemosina, che nessuno legge, distribuiti gratuitamente, che infestano di carta bar, locali pubblici, piazze e strade; ma regolarmente finanziati dallo Stato.
Questa è l’estrema sommaria sintesi della situazione della stampa in Italia. Alcuni giornali hanno evidentemente bisogno del finanziamento, senza il quale non potrebbero esistere; ma altri assolutamente no, perché appartengono a gruppi industriali che dovrebbero essere in grado di mantenersi da sé. Il riferimento è netto: Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Repubblica, Stampa, Messaggero ecc. non hanno nessun diritto. I soldi che prendono dallo Stato non hanno giustificazione alcuna; o, per lo meno, ce l’hanno in virtù di una legge che andrebbe cambiata se non addirittura abrogata. E’ inaccettabile l’assistenzialismo della stampa quando questa appartiene a gruppi industriali che fatturano miliardi in altre attività. Quanto agli altri, i signori liberali, che tanto insistono sul mercato e sulla libertà d’impresa, non possono chiedere l’assistenza ad imprese che da sé non si reggono. I giornali che non si reggono da sé semplicemente devono chiudere, altrimenti si altera il rapporto tra domanda e offerta, in questo caso non solo economico ma anche e soprattutto politico.
Ora, si potrebbe dire che coi soldi risparmiati dal non giustificato finanziamento dei giornali, come è stato detto per tanti altri sprechi, non si risolverebbe il problema. Sbagliato! Al paese mio si dice ancora che ogni pietra serve a far crescere il muro. E il paese mio non sta sulla luna!