giovedì 20 novembre 2025
Caso Garofani. A pensar male...
Il consigliere alla difesa della Presidenza della Repubblica Francesco Saverio Garofani, già parlamentare Pd per diverse legislature, si è abbandonato, nel corso di una conversazione conviviale in un locale pubblico, ad esprimere giudizi negativi sul governo Meloni e a sperare in uno scossone che la facesse cadere alle Politiche del 2027, circostanziandolo pure. Una grande lista civica nazionale, un listone, guidata dall’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini.
A svelarlo è stato un articolo apparso il 18 novembre su “La Verità” di Maurizio Belpietro, il quale pubblicava le parole del consigliere Garofani e ipotizzava che dietro quelle parole ci fosse il Presidente della Repubblica. Di fronte al gravissimo episodio, il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, ha chiesto al Quirinale che smentisse le parole del suo incauto consigliere. Ma, come nella battaglia di Maclodio, “s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”, così da sinistra sospettano che dietro le parole di Bignami ci sia la Meloni. Questi i fatti in successione.
In un mondo politico normale, in seguito al su citato articolo, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto chiamare il suo Consigliere e chiedergli ragione delle sue gravi esternazioni ed eventualmente “licenziarlo” su due piedi ove quello avesse ammesso di aver detto le frasi attribuitegli, come poi ha fatto. Invece il Presidente Mattarella ha rassicurato il suo Consigliere – lo ha detto questi – e sull’articolo de “La Verità”, ha espresso in un comunicato: «stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica, costruito sconfinando nel ridicolo».
Ora in Italia siamo cani scottati e perciò temiamo l’acqua calda, come dice un noto proverbio. Abbiamo avuto i precedenti di Scalfaro e di Napolitano contro Berlusconi. Non c’è due senza tre. A pensarla male – diceva Andreotti – si fa peccato ma il più delle volte si indovina.
Ora, per cercare di evitare uno scontro istituzionale, che sarebbe gravissimo, tutti gli attori dell’ennesima commedia all’italiana si sono messi a minimizzare e a giustificarsi col “volevo dire”. Ognuno voleva dire quello che non ha detto, dicendo altro. Ma sono tutti così scarsi in Italia nella comunicazione? Gli sprovveduti non erano solo quelli di destra? Così ha fatto lo sprovveduto Garofani: «Le mie erano soltanto chiacchiere tra amici». Così il puntiglioso Bignardi: «non mi riferivo al Presidente della Repubblica ma al suo consigliere». Non così, però, Maurizio Belpietro, il quale ha ribadito la giustezza della sua posizione e ha concluso che «è ridicolo chi silenzia». Gli altri, tutti ad avere massima fiducia nel Capo dello Stato.
L’incontro tra il Presidente della Repubblica Mattarella e il Presidente del Consiglio Meloni, tenuto il 19 novembre al Quirinale, sembra aver chiarito, al di là di ciò che ognuno voleva dire, che tra le due massime istituzioni c’è intesa. Se è pace o soltanto tregua lo vedremo nei prossimi mesi. Certo è che un consigliere del Presidente della Repubblica non può chiacchierare con gli amici su questioni così delicate e importanti. Garofani deve rispondere di quanto ha detto. Si può discutere sull’entità della giusta punizione, ma la questione non può finire con un nulla di fatto.
Torniamo all’incidente. Delle due l’una: o le parole indiziate sono scappate involontariamente o sono state dette di proposito. Per trarre quale “utile” nel secondo caso? Complotti a parte, fatto sta che oggi gli italiani sanno da che parte sta il Quirinale, se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore conferma. Non è cosa da niente. È un incoraggiamento a tutte le opposizioni e all’elettorato antimeloniano a confidare nella prossima battaglia elettorale.
È una squilla, una mobilitazione generale. Essa non cade a sproposito, stante la vigilia delle elezioni in tre importanti regioni italiane, il Veneto, la Puglia e la Campania. Proprio dai risultati che usciranno da quelle urne si possono trarre gli auspici per il non lontanissimo referendum sulla riforma della magistratura, che può determinare a sua volta e nell’immediato un principio di sconquasso in vista delle Politiche del 2027. Ecco perché l’uscita apparentemente sconsiderata di Garofani, l’attacco al Presidente della Repubblica di Belpietro e l’intervento di Bignami sono da intendersi giocate di una partita già iniziata. Il tressette italiano è arrivato alle ultime carte, quando tutti sanno che cosa ha ciascuno in mano.
sabato 15 novembre 2025
Ricchi, poveri e il mantello di San Martino
La Legge di Bilancio 2026, di cui si dibatte in questi giorni, ha creato un confronto di idee e proposte non solo tra governo e opposizioni ma anche all’interno del governo stesso. Le esigue risorse disponibili, che rendono estremamente povera la Finanziaria di quest’anno, manovra di 18 mld di Euro, hanno fatto gridare ad un certo punto le opposizioni, le quali hanno invocato una patrimoniale per i redditi più alti e altissimi e hanno accusato il governo di aver favorito i ceti più abbienti. Infelice la risposta di vari esponenti della maggioranza governativa, che hanno ammesso di aver favorito i ceti medi, ma che non può considerarsi ricco uno che ha un reddito di due-tre mila euro al mese. Come si saranno sentiti i circa sei milioni di poveri assoluti che stanno in Italia, lascio immaginare. Io credo che perfino per un terzo di quel reddito sarebbero disposti a farsi a piedi per intero la via francigena, andata e ritorno.
Obiettivamente la situazione finanziaria italiana è preoccupante. Gli extraprofitti delle banche e una patrimoniale avrebbero potuto rimpinguare le casse dello Stato e consentire una più equa spartizione delle risorse. Ma il governo non solo non ha fatto ricorso a simili strumenti, lo ha fatto solo in parte per gli extraprofitti bancari, ma si è perfino vantato di non aver fatto ricorso alla patrimoniale. Tajani, capo della componente moderata della coalizione governativa, se n’è perfino gloriato: mai patrimoniale finché ci siamo noi al governo. In sostanza anche i partner governativi, FdI e Lega, si sono detti d’accordo, contravvenendo a loro precedenti posizioni.
Soprattutto FdI, erede del Msi, la cosiddetta destra sociale, avrebbe dovuto pensarla diversamente. Non è stato detto sempre da quelle parti che la proprietà deve avere una funzione sociale? Che essa deve andare in soccorso dei ceti in difficoltà? Che la destra economica deve concedere qualcosa ai ceti meno abbienti? Non era mai successo prima che importanti esponenti del governo dichiarassero apertamente di aver favorito una classe piuttosto che un’altra, ma sempre si era cercato di avvalorare una politica di equa distribuzione della ricchezza, se non altro a parole.
Si ha il sospetto che in Italia ci si stia convincendo che a votare vadano solo i benestanti, le categorie che possono considerarsi abbienti al punto da ricevere al momento giusto la “riconoscenza” dal governo. E che, viceversa, i poveri e i bisognosi si sono talmente scoraggiati da preferire di starsene a casa anziché andare a votare, mettendosi da soli fuorigioco. Una finanziaria insomma pensata per il cinquanta per cento della popolazione, quella che vota.
Anche la Lega ha perso, strada facendo, la sua vocazione popolare, finendo per essere né carne né pesce. Il ministro leghista Giorgetti ha dimostrato di essere un buon ministro, ma solo tecnicamente, bravo a far quadrare i conti, che altri avrebbero fatto.
Se così stanno le cose, basterebbe che gli attuali diseredati, che da qualche tempo non votano, riconoscessero in una parte politica chi li può veramente rappresentare e li votassero e alle prossime elezioni se ne vedrebbero delle belle. Io credo che l’astensione dal voto sia stata finora sottovalutata. Divaricare il Paese tra quelli che votano e quelli che non votano, per giungere a considerare i primi in maggioranza di centrodestra e i secondi in maggioranza di centrosinistra, e perciò i primi da privilegiare e i secondi da trascurare, è un errore, che può avere in futuro ricadute elettorali importanti. Non a caso da anni si denuncia l’astensione crescente dal voto degli elettori italiani, senza tuttavia studiare il caso per prendere gli adeguati provvedimenti. Vedremo alle prossime regionali, il 23-24 novembre, quale sarà la risposta dell’elettorato. Si voterà in tre regioni importanti anche dal punto di vista demografico, Veneto, Campania e Puglia. Gli esiti potrebbero dare elementi di valutazione significativi.
Per intanto sarebbe bastato pensare ad una ricorrenza di questi giorni, che in Italia, pur senza essere festività nazionale, ha la sua importanza popolare, la festa di San Martino, per trarre auspici. Martino di Tours, cavaliere imperiale, incontrò sulla sua strada un mendicante e non avendo altro da dargli si tolse il mantello dalle spalle e con la spada lo divise in due dandogliene metà. Si può obiettare dicendo che per l’eccezionalità del gesto fu fatto santo. Oggi, invece, viviamo in un mondo in cui i cavalieri imperiali potrebbero pure fermarsi davanti al mendicante ma solo per vedere meglio se fosse in possesso di qualcos’altro da sottrargli.
sabato 8 novembre 2025
Inneggiare al fascismo è solo un dispetto da ragazzi
L’on. Guido Crosetto, Ministro della Difesa nel governo Meloni, è tra le personalità più stimabili e rispettabili. Conferisce alla formazione governativa non solo competenza tecnica, ma anche credibilità politica e compostezza formale. Sicché, quando alcuni giorni fa è esploso in un anatema contro alcuni ragazzi di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di FdI, rei di aver cantato inni fascisti in ricorrenza della Marcia su Roma, mi sono meravigliato per l’esagerazione. Vanno presi a calci – ha detto arrabbiatissimo – vanno cioè espulsi, allontanati dal partito perché certe manifestazioni di nostalgia fascista non sono più tollerabili.
A mio avviso il Ministro è stato ingeneroso nei confronti di quei giovani. Se per una ragazzata tiri fuori i calci, non rendi un buon servigio al tuo partito, che di linfa giovanile ha bisogno. Non mi sembra che le sezioni politiche pullulino di giovani che vogliono interessarsi di politica. Laddove ci sono, sono preziosi, anche quando esagerano, che è tipico della loro età. Un proverbio salentino dice “carne ca crisce ci no ùjica bberminisce” (la gioventù se non ribolle imputridisce). Semmai, allora, i giovani vanno educati alla moderazione e alla cultura, non presi a calci, nella consapevolezza che i giovani non possono comportarsi come gli anziani e che i giovani di FdI sono diversi da quelli dell’ex Democrazia cristiana, partito a cui apparteneva Crosetto. I giovani, pur con le loro stravaganze, sono il futuro di ogni partito, di ogni impresa, della Nazione. Senza di loro, il conteggio si può fare solo alla rovescia.
Ha dimostrato Crosetto di essere prono agli avversari di sinistra, autentici campioni nella guerra delle parole. Essi, infatti, hanno criminalizzato ogni riferimento al fascismo, che si tratti di studio approfondito o di innocente ragazzata poco conta; e fanno dell’ironia persino sulle “cose buone” che fece il fascismo. Cose che, ad ottant’anni dalla sua fine, tutti possono vedere ancora ad occhio nudo andando a spasso nelle città italiane. Per dei ragazzi che danno sfogo alla propria giovinezza, tra il piacere della trasgressione e l’euforia dell’età, le sinistre, sempre incazzatissime, se la prendono con Giorgia Meloni e con Fratelli d’Italia e chiedono subito soddisfazione come persone offese nei sentimenti democratici, spaventate per l’imminente perdita della libertà.
L’on. Crosetto sa bene che non è in pericolo un bel niente, caso mai l’intelligenza di questi fascistofobi, ma si presta al gioco degli avversari, i quali lo sanno meglio di lui che altri sono i problemi dell’Italia. Tanti che oggi sono al governo, ai loro dì, hanno cantato a squarciagola chissà quante volte inni fascisti. Lo si chieda a Ignazio La Russa, attuale Presidente del Senato, e alla stessa Giorgia Meloni. Questi non si sono mai sognati di realizzare i propositi del “pugnal tra i denti e bombe a mano” e gridando “Duce Duce” non pensavano affatto ad un ritorno alla dittatura. In Italia ci saranno sempre nostalgici di Mussolini e del fascismo come in Francia di Napoleone Bonaparte e dell’impero.
Ricordo che nel corso delle campagne elettorali degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta i grammofani delle sezioni missine, con gli altoparlanti rivolti verso l’esterno, suonavano Giovinezza, Faccetta nera, Battaglioni del Duce, l’Inno dei giovani fascisti. Nessun carabiniere o vigile urbano interveniva per farli spegnere. A quei tempi il Msi raggiungeva percentuali bassissime, non impensieriva nessuno. “Ragliate, ragliate” dicevano i suoi avversari, con evidente disprezzo. Ora che gli eredi di quel partito sono democraticamente al governo si grida al pericolo. Ma non è soltanto ipocrisia dei partiti cosiddetti antifascisti. Nell’Occidente tutto si è succubi del politicamente corretto per cui al posto dei vecchi tabu, dei quali la civiltà occidentale si è liberata, ci sono i nuovi, che – guai! – a tentare di nominare. Così del fascismo, della Nazione, della Patria, del patriarcato, della famiglia conviene non dire niente, chinare il capo e tacere. Sta accadendo ciò che accadde a Roma, quando conquistò la Grecia con le armi ma da quella si fece conquistare con la cultura. Le destre hanno sconfitto le sinistre con le loro stesse armi, ovvero in libere votazioni, ma si stanno facendo conquistare dalle loro parole di rancore e di odio. Per cui inneggiare, anche per scherzo goliardico, al fascismo, diventa un fatto così grave che un ex democristiano diventato ministro anche coi voti degli eredi del Msi, vuole prendere a calci ed espellere dei ragazzi che per fare i dispettosi si sono messi a cantare degli inni sapendo, appunto, di fare solo un dispetto.
sabato 1 novembre 2025
La sinistra vuole la guerra civile
Quando Elly Schlein, leader del Pd e della coalizione di centrosinistra detta “Campo largo”, dice che la democrazia è a rischio se a governare il Paese è una formazione della destra estrema “sa” quello che dice. Altro che! Ovviamente eccede in iperboli per rendere più impressionante il concetto. La “poveretta” è stata massacrata perfino dai suoi per l’esagerazione della sua affermazione, considerando che oggettivamente al governo in Italia non c’è l’estrema destra e la democrazia non è affatto in pericolo. Ma gridare “Al lupo! Al lupo! giova e lo si vede.
In tutto il Paese ormai c’è una guerriglia quotidiana con estremisti di sinistra all’attacco, i quali ormai dicono apertamente che sono “in armi” non solo per la Palestina ma anche e soprattutto per far cadere il governo Meloni. Landini, segretario generale della Cgil, incalza, minaccia scioperi generali, parla di rivolta sociale e si auspica pure lui il peggioramento di quanto sta accadendo. Gli studenti di sinistra occupano le università e le scuole, impedendo agli altri qualsiasi iniziativa, perfino di entrare, come è accaduto all’ex deputato Emanuele Fiano, espulso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia perché ebreo e sionista. Episodi di violenza si susseguono ogni giorno. Piazza e sindacato di sinistra sembrano in servizio permanente effettivo per “provocare” il governo, sperando che prima o poi perda la pazienza e intervenga come sperano i “difensori della democrazia”. Se poi nel frattempo in uno dei tanti scontri con le Forze dell’Ordine si fa male qualcuno, ben venga, sarà accolto come una manna dal cielo. Grideranno Schlein e compagni: avete visto? Il governo reprime, la democrazia è in pericolo. Schlein “sa” quel che dice!
Stiamo assistendo da più di un mese ad un film già visto. Era il ’68, studenti e operai in rivolta in tutte le scuole e le piazze; poi gli stessi divennero terroristi, “Brigate Rosse”, “Potere operaio” e tante altre sigle, che diedero l’assalto allo Stato, alle sue istituzioni, ai suoi uomini. Fino al culmine, nel 1978, col rapimento di Aldo Moro, Presidente della Dc. Dieci anni di guerra civile, una guerra a bassa intensità, ha detto Giovanni Pellegrino, Presidente della Commissione Stragi. Non furono i governi di quegli anni a mettere in moto la reazione, almeno non gli uomini più rappresentativi, ma soggetti che si servirono di pezzi dello Stato per mettere in atto una strategia di lotta, provocata dall’attacco della sinistra extraparlamentare, rivoluzionaria e combattente. Dall’altra parte, infatti, si reagì come in genere accade quando lo squilibrio fra le parti in lotta è vistosamente a favore di una delle due: con la violenza fantasma, con lo stragismo. Questa è storia: bombe nelle banche, sui treni, nelle stazioni, nelle piazze, esecuzioni individuali. Ancora oggi non tutto è chiaro di quegli anni; ma da quel che si vede c’è una parte politica, il centrosinistra, che da incosciente fa di tutto per ricreare nel Paese le condizioni per uno scontro di quel livello. È questo che la Schlein vuole dire quando afferma che con la destra estrema al governo la democrazia è in pericolo.
La verità è che oggi, in Italia, sono quelli di sinistra i veri “reazionari”. Sono contrari a tutto, alle riforme come alla costruzione di importanti opere strategiche come il ponte sullo Stretto. Essi si stanno rendendo conto che il governo in carica sta realizzando le promesse che la maggioranza di centrodestra aveva fatto agli italiani. Essi assistono da tre anni ad un susseguirsi di successi del governo Meloni, che senza essere straordinario non si può dire neppure che sia uno scatafascio. I sondaggi, nonostante gli scompigli della sinistra, che denuncia un fallimento che non c’è, danno ragione al governo Meloni. E, allora, che fare? Il ragionamento è semplice: abbatterlo con la violenza, dopo aver creato nel Paese un clima di scontro continuo e sperare che prima o poi la situazione precipiti. Ma se per disgrazia degli italiani un governo liberamente eletto dagli elettori dovesse cadere per il clima di ingestibilità del Paese, provocato dalle sinistre, le conseguenze sarebbero estremamente gravi, in questo caso sì per la democrazia. Perché vorrebbe dire che il sistema democratico non è più in grado di garantire il rispetto del voto; sarebbe una sorta di golpe, mascherato da eccessi democratici, come la guerriglia urbana e le sceneggiate parlamentari, che la sinistra si ostina a chiamare normale protesta democratica.
La parola d’ordine pertanto per la maggioranza di governo è mantenere i nervi saldi, non prestarsi alle provocazioni, sperando che la situazione non vada oltre il sopportabile, come sperano le sinistre, guidate dalla stretega Elly Schlein. Che quando parla, sa quel che dice e perché lo dice!
sabato 25 ottobre 2025
Meloni bene, a parte Trump
Alla domanda su Meloni e Schlein il giurista Sabino Cassese, intervistato da Roberto Gressi del “Corriere della Sera”, ha dato questa risposta: «Non c’è possibilità di paragone. Meloni studia, è la migliore allieva di Togliatti, come lui è realista. E ha capito, come prima di lei De Gasperi, che il modo migliore di fare la politica interna è fare la politica estera. Sull’altro fronte vedo il vuoto politico, solo slogan che inseguono l’ultima notizia dei giornali. Quando Schlein ha detto che la democrazia è a rischio mi sono cadute le braccia» (CdS, 21.10.2025). Giudizio di un uomo di assoluta insospettabilità e di profonda dottrina.
Basterebbero i due nomi citati da Cassese per tenere la Meloni a livelli altissimi, essendo stati Togliatti e De Gasperi due protagonisti in assoluto dell’Italia repubblicana ai suoi inizi, due leader insuperati. Avvertiamo, tuttavia, la necessità di evidenziare ciò che della Meloni in questo momento appare preoccupante e che più in là potrebbe essere causa di una sua crisi. In questa sede nessun paragone con la Schlein o con altri. Riteniamo, però, che le critiche, quando esse hanno un fondamento, vadano fatte non quando tutto va male, quando è facile farle, ma prima, quando tutto sembra arridere.
Qualche evidenza. In occasione delle manifestazioni in tutta Italia in favore della Palestina, che hanno caratterizzato il mese di ottobre, Meloni ha dimostrato di non essere in sintonia col Paese ed ha assunto atteggiamenti di incomprensione se non di conflittualità con esso. A manifestare, infatti, c’era un arco di rappresentanze che andava dagli antagonisti a cittadini moderati e perfino elettori di destra. Recentemente Landini, segretario generale della Cgil, ha tirato le somme definendola “cortigiana di Trump”. Espressione, questa, di una gravità enorme, tanto più che Landini non ha inteso neppure chiederle scusa, confermando di aver voluto dire proprio quello che aveva detto, cioè la Meloni persona che fa parte della corte di Trump. Bando a qualsiasi altra interpretazione, sbagliata oltre che volgare, l’accusa è precisa: la Meloni è troppo appiattita sulle posizioni di Trump. Così appare, anche se così non è. Lei è ferma su posizioni filooccidentali mentre Trump è piuttosto ondivago e per certi aspetti irricevibile. La politica della Meloni è chiara e coerente nei limiti della realtà che cambia e si evolve: europeista e filoamericana, favorevole al riconoscimento di una Palestina moderata e rispettosa di Israele nell’ambito della formula “due popoli due stati”, in favore di una pace giusta in Ucraina. Questi sono i punti fondamentali della sua politica estera, al di là di ogni intento delle opposizioni di denigrarla o di irriderla. Gli elogi pubblici di Trump, di un uomo noto ormai per le sue stravaganze verbali e comportamentali, le fanno più danno che utile. All’infelice sortita di Landini si è aggiunta più recentemente quella della grillina Alessandra Maiorino, che l’ha definita cheerleader (ragazza pon pon).
Il termine cortigiana, femminile di cortigiano, uomo di corte, rimanda al nostro Rinascimento quando nelle corti italiane tutti pendevano dalle labbra del signore e tutti cercavano di non contraddirlo: «Pazzo chi al suo signor contradir vole, / se ben dicesse c’ha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole» (Ariosto, Satire, I). Ora Trump non perde tempo a punire tutti i suoi avversari e a prodursi in trovate vomitevoli come quella prodotta dall’Intelligenza Artificiale, che lo vede in aereo che bombarda col suo sterco i manifestanti che lo contestano per i suoi atteggiamenti da sovrano. Una scena che nessun sovrano vero si sognerebbe mai di immaginare: prendere a merdate i propri sudditi perché dissentono. Ma lo può fare Trump in democrazia, e questo è davvero un problema per gli americani. Sicché quando vediamo la Meloni essere associata a Trump non crediamo che le venga fatta una cortesia. Per questo i leader dei più importanti paesi europei hanno assunto un atteggiamento di prudenza nei confronti del Presidente americano, preferendo molto spesso il silenzio, che non è condanna ma nemmeno consenso. La Meloni perciò dovrebbe stare attenta a non farsi legare troppo ad un politico di tal fatta e a ritagliarsi una sua autonomia, che è poi l’autonomia dell’Italia, dato che lei è a capo del governo italiano; che è l’autonomia dell’Europa. Trump cambia molto spesso parere, ha comportamenti autoritari, da principe capriccioso o da sovrano dispotico. Nessuno può dire quello che lui effettivamente pensa su un determinato problema. A seguirlo nelle sue scorribande, si rischia di fare la fine che prima o poi farà lui.
sabato 18 ottobre 2025
C'era una volta il voto
C’era una volta il voto. Valeva quanto una pepita d’oro. Quando si contavano nello spoglio delle schede era un processo infinito ogni volta che per una incertezza grafica il voto veniva contestato. C’erano i rappresentanti di lista con occhi aperti e lingua pronta a rivendicarlo al proprio partito o ad annullarlo a seconda della convenienza.
Erano così preziosi i voti? Certo. Era preziosa la politica. Erano preziosi i partiti. Erano preziosi i comizi, a cui partecipavano moltitudini di cittadini. Essi, a quei tempi, erano protagonisti; tali si sentivano. Le percentuali dei votanti erano altissime. Fino al conteggio dell’ultima scheda non si conoscevano gli esiti dei vari candidati. Oggi con le proiezioni si sanno dopo appena cento schede scrutinate. Il resto si potrebbe pure zavorrare.
I recenti risultati elettorali delle Regionali di Marche, Calabria e Toscana hanno fatto registrare un ulteriore calo dei votanti. Più della metà degli elettori non è andata a votare. Nelle Marche e in Calabria ha vinto il candidato di centrodestra con largo margine sull’omologo del centrosinistra; in Toscana è accaduto il contrario: ha vinto il candidato del centrosinistra con largo margine sull’avversario di centrodestra.
Viene di pensare che oggi una buona percentuale di votanti, sia di destra che di sinistra, non si rechi a votare perché lo ritiene inutile, a volte deluso dal proprio partito, altre volte nauseato dalla politica. Penserà: con me o senza di me non cambia nulla. Perché gli elettori di sinistra dovevano votare nelle Marche e in Calabria dal momento che era scontato che vincesse il candidato di destra? Così in Toscana, perché l’elettore di destra doveva andare a votare stante la certezza del successo del candidato di sinistra? In altri termini, nelle Marche e in Calabria gli elettori di sinistra hanno ritenuto che era inutile votare; altrettanto hanno pensato gli elettori di destra in Toscana. La pigrizia e un malinteso senso del voto hanno caratterizzato le elezioni. C’è evidentemente una questione psicologica dell’elettore che si sbaglia a non voler considerare in tutta la sua importanza.
Un po’ è accaduto anche per la polarizzazione della politica. All’interno dei due poli gli elettori si sentono meno motivati e determinanti che se si votasse con la proporzionale per il proprio partito, come accadeva al tempo del proporzionalismo, quando i partiti si impegnavano coi loro elettori per raggiungere il miglior risultato possibile da spendere poi nelle formazioni governative che seguivano. Allora, non a caso, si parlava di patriottismo di partito, di orgoglio di appartenenza; di distintivi all’occhiello. Oggi i vari partiti che compongono il cartello, sia a destra che a sinistra, non si sentono motivati. Così ci sono partiti, la Lega a destra e il M5S a sinistra, che battono la fiacca. A destra la Lega spesso non si riconosce nelle posizioni dei Fratelli d’Italia e di Forza Italia e non si sente motivata a portare voti leghisti ad una coalizione nella quale occupa una posizione piuttosto defilata. Così accade nel Campo del centrosinistra. I cattivi risultati del M5S parlano chiaro, il partito non si riconosce appieno in una coalizione in cui a tenere il vertice è un altro partito, in questo caso il Pd. Perché portare acqua ad un mulino che non è il proprio?
Il vero problema della nostra democrazia è la scarsa considerazione che i cittadini hanno del voto, non più pepita d’oro, ma pagliuzza. Ciò è accaduto per la loro crescente marginalità politica. Quando le campagne elettorali si facevano sulle piazze e i politici si rivolgevano direttamente ai cittadini, nel corso dei comizi, gli elettori si sentivano parte importante della politica fin dalla partecipazione al raduno. Oggi è come se tutto si svolgesse in un altrove non credibile, lontano, estraneo, come sono ormai i dibattiti disordinati nelle varie televisioni. I vari talk show di politici e giornalisti hanno tolto la scena ai cittadini, i quali si sentono esclusi dalla competizione politica. Quando si arriva al voto essi si sentono inutili, come se tutto dipendesse da altri fattori e non già dal voto espresso da ciascuno nella cabina elettorale. I sondaggi, peraltro, concorrono a convincere gli elettori che i giochi ormai sono fatti e che è del tutto inutile votare.
Occorrerebbe, a questo punto, un sistema di consultazione elettorale che restituisse centralità ai partiti e concreto protagonismo agli elettori. Fino a quando non si trova bisogna accontentarsi di quel che passa il convento, sperando che prima o poi l’elettorato recuperi entusiasmo e motivazioni per votare.
domenica 12 ottobre 2025
Israele-Palestina...alla prossima!
Storica è storica, la data del 9 ottobre 2025. Segna la pace tra Israele e Palestina dopo due anni e due giorni di guerra. Donald Trump è riuscito a domare Netanyahu e a farlo desistere da propositi che ormai perfino l’opinione pubblica mondiale riteneva inaccettabili. Le manifestazioni di questi ultimi tempi di protesta pro Palestina e contro Israele hanno risvegliato nel mondo un preoccupante spirito antisemita.
Le cose che si son viste e sentite sulla guerra iniziata il 7 ottobre 2023 con la strage di 1200 israeliani e 251 ostaggi presi da parte palestinese ai danni degli israeliani e sulla reazione di questi con 67mila palestinesi morti e la distruzione di un’intera regione sono degne del proverbiale aggettivo biblico. In quella terra, santa o promessa come la si vuol chiamare, tutto quello che accade è biblico, enorme, ad un certo punto insopportabile. È accaduto anche questa volta che torto e ragione tra le due parti si sono intrecciati al punto che la ragione dell’uno si è trasformata in torto e viceversa. La tragedia di questi due popoli sta proprio nel fatto che hanno ragione e torto insieme. Di qui l’impossibilità di concludere con una pace convintamente accettata dai due contendenti. Tutto sarebbe più semplice se una delle due parti avesse ragione e l’altra torto. E invece si è svolto tutto secondo copione: alla fine a giganteggiare col suo colossale torto è stato Israele, che all’inizio era partito con la ragione a gonfiare le vele della sua giusta vendetta.
Ma è veramente pace quella raggiunta negli accordi di Sharm El Sheikh? Se non fosse enorme pensarlo sembrerebbe una messa in scena per convincere la commissione del Premio Nobel riunita a Oslo per conferire il Premio a Donald Trump per i suoi meriti nel far cessare il fuoco a Gaza e nella restituzione degli ostaggi israeliani, morti e vivi. Quanto meno è legittimo nutrire qualche dubbio. Si fa fatica a pensare che sarà cancellata Hamas e ancor più la possibilità che si dia concretezza allo Stato di Palestina, che a questo punto non si sa più dove collocarlo. Si sa che Israele è contrario alla sua esistenza e che il territorio, la Cisgiordania, storicamente della Palestina, è di fatto occupato dai coloni israeliani, che difendono contro le loro stesse autorità. Al di là delle parole e degli intenti, a cui si può credere o meno, c’è la realtà che rende tutto più complicato.
Ad un certo punto è apparso chiaro l’obiettivo di Netanyahu, cancellare ogni possibilità per i palestinesi di avere uno Stato. L’occasione per farla finita una volta per tutte era proprio questa guerra, nata per un indiscutibile torto subito col bliz palestinese del 7 ottobre 2023. Se non ora, quando? Deve aver pensato Netanyahu. Un obiettivo folle, perché un popolo non sparisce mai e quando i suoi rappresentanti altro non possono per farsi le proprie ragioni ricorrono al terrorismo, alla guerriglia urbana. Di esempi ne abbiamo visti tanti. Proprio i palestinesi si sono resi tristemente noti per i vari attentati compiuti sia in Israele sia in Europa, Italia compresa. Lo Stato di Palestina è perciò la condizione più importante per la sicurezza dello stesso Stato di Israele. Si tratta di trovare i confini precisi di questo Stato, anzi di questi due Stati, di giungere al reciproco riconoscimento, di accettare un modus vivendi che se non è proprio idilliaco quanto meno privo di pretese rivendicazionistiche.
Ma il fatto stesso che si insista sul “due popoli due stati” dopo oltre ottanta anni di guerre dà il senso di quanto sia difficile sbrogliare la matassa. Il negato reciproco riconoscimento rende unico questo conflitto. Prima ancora di spartirsi qualche cosa, in questo caso il territorio, c’è che i due contendenti non si riconoscono, si escludono a vicenda. Prima era la Palestina a non voler riconoscere lo Stato di Israele, ora è anche lo Stato di Israele a non voler riconoscere uno Stato della Palestina, mentre la carta geografica politica interna del Paese è stravolta. La Cisgiordania, territorio palestinese, è oggi occupata da insediamenti di coloni israeliani; mentre l’altra parte di territorio palestinese, la Striscia di Gaza, è stata letteralmente svuotata dei suoi legittimi abitanti. Questo dà l’idea di quanto sia difficile ipotizzare una vera pace tra i due popoli e i due Stati. Se alla fine Netanyahu ha ceduto alla soluzione di Trump lo ha fatto per mettere provvisoria fine ad un processo di massacro, quasi di genocidio, che ha prodotto nel mondo un’ondata di sdegno e di antisemitismo pericoloso. Obiettivi ebrei da colpire sono in tutto il mondo e un popolo di disperati, come quello dei palestinesi, non ha bisogno d’altro per riprendere la sua guerra.
Iscriviti a:
Post (Atom)