sabato 19 ottobre 2024

Affare migranti: giudici dalla mentalità comunista

Io credo che prima o poi in Italia ci dobbiamo porre il dilemma se stare in una dittatura di giudici o in una dittatura di politici. Non sembri l’esagerazione di un catastrofista, dovuta all’ultima recentissima presa di posizione di alcuni giudici contro l’iniziativa politica del governo di trasferire i migranti in Albania in attesa di chiarirne la posizione, ovvero di accoglierli o di respingerli. Alla magistratura bisogna mettere un limite, un off-limits, che è la sfera di operatività che spetta alla politica e solo alla politica. Il che non significa che un politico può fare quel che vuole, nella sfera del suo privato resta un cittadino come tutti gli altri. Nell’esercizio politico risponde solo al popolo italiano. Non è possibile che qualche azzeccagarbugli con qualche cavillo giuridico mortifichi e danneggi l’azione del governo, che si svolge nell’interesse della nazione e con ciò partecipi alla lotta politica, favorendo una parte in favore di un’altra. Parliamo, come sempre, senza peli sulla lingua, come una volta si diceva prima che si introducesse il politicamente scorretto. Ancora non è né reato né peccato. In materia di immigrazione ai giudici non va bene il metodo Salvini, che rischia sei anni di carcere per aver fatto esattamente quel che il suo dovere gli imponeva di fare da ministro dell’interno nella forbice delle opportunità che aveva. Ai giudici non va bene neppure il metodo Meloni, che ha fatto spendere al Paese circa un miliardo di euro per portare temporaneamente i migranti in Albania. Una soluzione, questa, al vaglio di altri paesi europei, nell’ipotesi di adottarla, ultimo l’Olanda. Per i giudici non ci sono paesi sicuri e neppure l’Albania lo è. Dunque per questi giudici, autori di un provvedimento che farebbe ridere se non irritasse dal più profondo, l’unico paese al mondo sicuro è l’Italia. E lo credo bene, coi giudici che abbiamo! Per loro, per i giudici dico, in opposizione al governo e a gran parte del popolo italiano, che si è espresso chiaramente due anni fa – se ha un senso votare in democrazia! – i migranti che arrivano in Italia devono essere accolti tutti, tutti da spesare e inserire nel tessuto sociale della Nazione. Quanti sono, sono! Quanto costano, costano! Sono esseri umani come noi! Così, oltre a questi giudici, parla solo il Papa. Che però non è responsabile di niente, non si impegna col popolo, non viene eletto se non da Dominedio tramite il suo emissario lo Spirito Santo. I giudici, perciò, in dispregio di chi si è affidato col voto ad una classe politica, vogliono ribaltare la volontà popolare. Se il popolo avesse votato in maggioranza la coalizione del centrosinistra avrebbe dato un mandato sicuro: accogliamo i migranti. Invece ha voluto dare un messaggio diverso, opposto, e ha votato in maggioranza il centrodestra. È un ragionamento così semplice quanto il problema della mamma che va al mercato con cento euro in tasce, ne spende cinquanta, e si chiede: quanto mi resta in tasca? Un affare pericoloso frustrare il popolo che ha a sua disposizione due elementi: la Costituzione di diritto e quella di fatto. Quando tra l’una e l’altra si crea il vuoto, allora possono succedere cose gravi. Il popolo, lo sappiamo, ha tanta pazienza, ma poi improvvisamente la perde. Maestà, disse il maggiordomo a Luigi XVI che dormiva tranquillamente, il popolo sta per entrare nella reggia. Che cosa è, gli rispose il re, una protesta? No, ribattè il maggiordomo, la rivoluzione! Fino a questo punto uno può obiettare: ma si tratta di pochi giudici e tutti notoriamente di sinistra, per non dire comunisti della peggiore specie, di quelli che si mimetizzano per combattere e colpire meglio. La gente deve sapere che non ci sono giudici comunisti, ma comunisti giudici. La posposizione dei termini non è senza senso, significa che i comunisti antepongono sempre il loro essere comunisti a qualsiasi attività svolgano. I comunisti sono quelli che per il partito, ne sono prova i tanti processi staliniani e non solo, si accusano da soli pur di non tradire il loro credo. I comunisti sono quelli che in qualsiasi posto di lavoro si trovino, pensano prima di tutto di essere al servizio del partito. Neppure i politici del centrosinistra si azzardano in campagna elettorale di dire senza equivoci, giochi di parole, riferimenti umanitari e pietistici, che se vincono loro aprono a tutti indistintamente, perché sanno che rischierebbero non di non di vincere le elezioni ma di subire un annientamento. I giudici dall’alto o dal basso della loro situazione lo danno ad intendere non perché ci credano ma perché da anni in Italia la magistratura di sinistra è una portaerei in grado di colpire chiunque non la pensi in un certo modo. In lizza non c’è più il partito comunista. Ma ci sono le mentalità, che non tanto facilmente spariscono.

sabato 12 ottobre 2024

A margine di un convegno su Matteotti

Ci sono persone a cui non manca l’erudizione, a volte ne hanno pure troppa, mancano di cultura; a cui non manca neppure la perspicacia, mancano di galateo. Sanno perfettamente che cos’è un convegno di studi, ma si comportano come se fossero in piazza e fanno comizi, sguaiati e scomposti, mancanti di rispetto per se stessi e per gli altri, vivi e morti. È capitato la sera di venerdì, 11 ottobre, nella Biblioteca Bernardini di Lecce, dove era in svolgimento un convegno sul delitto Matteotti, in ricorrenza del suo centenario, organizzato dalla sezione leccese della Società di Storia Patria per la Puglia. Ad un certo punto ha preso la parola la prof.ssa Anna Stomeo, che con garbo, ma con qualche acrobazia metodologica ha stabilito un rapporto di prefigurazione tra la situazione in cui avvenne il delitto Matteotti e la situazione odierna. Discutibile il suo punto di vista ma proposto con argomentazioni interessanti e dotte, tra Auerbach ed Eco. Saltiamo il mio intervento, ne parlo dopo. Poi è stato il turno di Maurizio Nocera, il quale da locandina doveva svolgere un intervento dal titolo che incuriosiva, Matteotti, un antifascista antelitteram, diventato poi Matteotti e basta, come era normale che fosse in mancanza di un’idea. Nocera, noto antifascista, già presidente dell’Anpi leccese, si è prodotto in una urlata professione di antifascismo, ribadendo di essere un compagno e che Matteotti fu ucciso su mandato di Mussolini e che la situazione odierna presenta aspetti molto simili a quelli di cento anni fa. Ma è stato Ettore Bambi, storico del giornalismo, autore un po’ di anni fa di un testo diventato cult per chi segue questo settore, Stampa e società nel Salento fascista, a passare il segno della compostezza e del rigore. Bambi ha detto papale papale che la situazione di oggi, col governo di centrodestra, richiama quella in cui fu ucciso Matteotti e che la Meloni coi suoi decreti sicurezza richiama le leggi liberticide. Il tutto in un urlato tono da comizio rionale. Ora, nei convegni della Società di Storia Patria non c’è mai dibattito. Così, chi parla prima deve sorbirsi tutto quello che gli altri dicono dopo, a volte con riferimento esplicito, altre tacendo il destinatario. Cosa ho detto io prima di leggere la relazione preparata per stare nei termini di tempo stabiliti? Ho fatto un cappelletto, in cui dicevo che forse sarebbe il caso prima o poi di parlare di Matteotti, sapere chi era, da dove veniva la sua famiglia, il carattere scostante e superbo, la sua irriducibilità, non per giustificare la sua condanna a morte, ma per capire meglio il personaggio, la sua figura. Probabilmente è stato questo che ha provocato il tilt di alcuni, ché per il resto ho detto esattamente quello che la gran parte degli storici più accreditati dicono, citandoli regolarmente, eccedendo in ovvietà. L’accaduto, che a me sembra di non dover trascurare, dimostra come in questo Paese si vive all’insegna dell’intolleranza, benchè si parli di democrazia come si beve l’acqua d’estate per dissetarsi. Oggi c’è una situazione imparagonabile a quella di cento anni fa. Se così non fosse il capo o la capa dell’opposizione, Eddy Schlein, rischierebbe di fare la fine di Matteotti e noi non potremmo fare convegni e comizi per dire tutto quello che ci passa per la mente. Ora vediamo che simili scenari sono da visionari mattoidi. Insistere nel fare paragoni improponibili si manca di rispetto per tutte quelle persone che vissero quegli anni, difficili e drammatici, in cui ci furono migliaia di vittime, da una parte e dall’altra, come perfino Antonio Scurati, nel suo libro Mussolini il figlio del secolo, ammette. Tutti gli storici seri sono d’accordo nel dire che ad incominciare a dare mazzate nel dopoguerra furono i socialisti (biennio rosso) e che solo dopo, nel ‘21-’22 (biennio nero), si diffuse lo squadrismo fascista, al servizio, riconosciamolo pure, in certe zone del Paese, degli agrari, stanchi di subire violenze ed angherie dai “rossi”. L’impressione che oggi si ha, di fronte a certe manifestazioni di opposizione preconcetta, è che si vorrebbe ricreare quelle situazioni allo scopo folle, questa volta, di far piazza pulita dei nemici. Il ritorno alla ragione e alla compostezza aiuta a risolvere i gravi problemi dell’Italia, dell’Europa e del mondo, in un momento in cui la violenza, questa sì e non solo politica, sembra farla da padrone. Il governo di centrodestra è stato voluto dagli italiani, i quali non hanno votato con la legge Acerbo, tra brogli e violenze, ma con una legge democratica e nella serenità degli elettori.

sabato 5 ottobre 2024

La Sinistra non sa che pesci pigliare

Le ultime «onde bige» della gran palude limacciosa in cui si trova ora la sinistra non fanno rimpiangere il campo largo, e questo francamente dimostra come l’euforia di trovarsi alla vigilia di una grosse koalition era più che altro per mascherare la delusione incombente. La sparpagliata è giunta in modi diversi. In Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, si sono ribellati alcuni e se ne sono usciti senza ipocrisie. Di stare a sinistra nel campo largo, fianco a fianco coi comunisti di Fratoianni, noi non vogliamo saperne. Hanno detto la Gelmini, la Carfagna, la Versace e Costa. Ma a fare più rumore è stata l’ira funesta di Giuseppe Conte, leader del Movimento pentastellato. Io con quello lì neppure morto, ha detto, riferendosi a Matteo Renzi. E dire che era quasi fatta! Ora sul campo largo restano i resti, mi scuso per l’allitterazione. Sembra che sia passato uno di quei nubifragi estivi che fanno volare tavolini e sedie dei caffè dehors. Poveracci! I giornalisti embedded della sinistra dei vari canali televisivi si arrabbattono come possono. Non sanno che dire. Girano e girano e non escono dalla stessa solfa, appigliandosi perfino all’ovvio della proibizione di una manifestazione pro Palestina, organizzata per il primo anniversario della strage del 7 ottobre. Che loro, ovviamente, negano: un caso! Solo un caso, dicono. In una democrazia sana, ma per la sinistra la nostra non lo è quando al governo c’è la destra, è normalissimo che in previsione di disordini gravi, il questore, che è il massimo responsabile operativo dell’ordine pubblico, la vieti. Alcuni, illuminati a intermittenza, riconoscono che la manifestazione comporta dei rischi, però… però… però… impedirla! Come se un questore possa mettersi a sfogliare la margherita: la proibisco o non la proibisco. Scrivo quando ancora mancano dieci ore alla manifestazione e dico, senza ombra di dubbio, che gli incidenti saranno gravi; che è, poi, alla fin fine, quello che vogliono a sinistra per accusare il governo di autoritarismo e di repressione. Sperano di poter ritrovare l’intesa larga perduta e continuare a illudersi un’altra volta. Chi manifesta per la Palestina è due volte malvagio. Una perché parteggia per un’azione terroristica che ha fatto 1.200 vittime e che ha dato inizio alla guerra; due, perché non vuole che esista lo stato ebraico, il cui valore è sotto gli occhi di tutti. Un piccolo Stato tiene fronte ad un’infinità di nemici, compreso il fu impero di Ciro e Dario. Ma, per tornare al dibattito interno, occorre rilevare che in questo momento in Italia non c’è che questo bi-coalizionismo. Altro non è possibile, fino a quando non si arriverà al premierato e ad una legge elettorale nuova, fatta ad hoc. Le coalizioni non possono durare a lungo perché è nella loro natura essere piene di contrapposizioni, a volte represse altre volte più resistenti e gravi. Tanto a destra quanto a sinistra. Esse trovano il collante non tanto sulle cose da fare quanto sulla lotta all’avversario. Tant’è vero che appena la morsa dell’opposizione si allenta emergono le contrapposizioni interne. Lo vediamo tutti giorni con le frizioni Tajani-Salvini e quelle più soft Salvini-Meloni. A sinistra, come è già stato detto, le posizioni sono ancora più accentuate per avere i protagonisti risentimenti personali. Ma fino a quando Conte resisterà sulle sue posizioni impedendo il formarsi di una coalizione competitiva, capace di battere le destre? La posizione di Conte, come tutte quelle dei cavalieri solitari, ha una punta di nobiltà, che però non serve alla causa comune. Prima o poi Conte dovrà scegliere se consumarsi come una candela, non potendo costituire alleanze né a destra né a sinistra, a destra perché non può, a sinistra perché non vuole, o trasformarsi in un candelotto di dinamite da esplodere insieme ad altri e sfondare la resistenza dei nemici. La beata solitudo dei pentastellati ha un precedente nel rifiuto che essi opposero nel 2013 al Pd di Bersani, per poi mettersi a disposizione di qualsiasi alleanza cinque anni dopo, nel 2018, passando da soli contro tutti a con chiunque pur di governare. Ricordiamo i governi di Conte: giallo-verde il primo, giallo-rosso il secondo. I due governi dello scasso al tesoro dello Stato, col reddito di cittadinanza prima e col bonus edilizio 110 per cento dopo. Le difficoltà e le contraddizioni della sinistra sono già nell’elezione di Schlein a segretaria di un Pd indefinito, quello del voto allargato a chicchessia. Il voto del Pd definito aveva eletto Boccaccini. Il partito della Schlein, quello ipotizzato, ancora non esiste. E si vede che non esiste!

sabato 28 settembre 2024

Sicurezza vera e minacce vuote

Il decreto sicurezza approvato dalla Camera è un contenitore di minacce, come del resto tutte le leggi. Il governo pensa che spaventando i delinquenti essi non delinquano. Molte pene, già previste, sono state appesantite, altre sono introdotte ex novo. Tutto per mettere un freno al dilagare nelle città della delinquenza in gran parte dovuta agli stranieri giunti nel nostro Paese per le vie più diverse. Le opposizioni, che quando non fanno battute ridicole fanno strepito chiassoso, hanno parlato subito di misure autoritarie, fasciste e sono scese in piazza. Quattro dirigenti di partito e di sindacato si sono autopromossi a opinione pubblica. Ciò fa pensare che esse, le opposizioni dico, non difendono i cittadini dai delinquenti, ma, al contrario, i delinquenti dagli apparati di sicurezza. E poi vogliono vincere le elezioni! E poi parlano di programmi condivisi e di campi larghi! Esse promettono agli italiani l’abolizione delle pene e la soluzione dei problemi che portano la gente a delinquere, ad occupare abusivamente case altrui, a scippare per strada, a violentare le donne. Tu sei senza casa? eccotene una! Tu non hai da comprarti da mangiare o da drogarti? toh i soldi, va a saziarti! Tu soffri di astinenza sessuale? eccoti la puttana di Stato! E così via. Salvo che quando queste forze politiche sono state al governo, e per un numero considerevole di anni, i miracoli di soddisfare i bisogni più vari della gente non solo non li hanno compiuti ma non li hanno neppure pensati. Perché chi sta al governo, tempo per le minchiate non ne ha. Esse si sono limitate a far finta di niente, anzi a cercare di convincere che in Italia si vive in sicurezza e che è solo una percezione quella dell’insicurezza. Ma quando la gente vive sulla propria pelle il pericolo di essere aggredita per strada, allora che fa? Si affida ai “fascisti”. Anzi, finisce per invocarli, magari quelli veri, senza virgolette. Il punto importante di queste misure “repressive”, che il governo si accinge ad approvare, è che finiranno a niente. Il problema non è la leggerezza o la pesantezza delle pene; sono le pene, che dovrebbero essere scontate. Ma per questo occorre personale adeguato nel numero e nel protocollo di intervento, che purtroppo non c’è. Mancano uomini da tenere sotto controllo il territorio, mentre le carceri scoppiano di reclusi. Chi va a catturare i delinquenti? E dove vengono reclusi per scontare la pena? Qualcuno ha pensato ai soldati, in aggiunta ai poliziotti e ai carabinieri. Ma se non si cambia il protocollo d’intervento è come mandarli allo sbaraglio. Per mettere le mani sui delinquenti gli uomini delle forze dell’ordine non devono aspettare di essere aggrediti. Devono intervenire in un rapporto numerico con le persone da catturare sufficiente a compiere l’azione con successo. Il governo Meloni, con questo decreto, ha dimostrato di avere a cuore l’ordine e la legge, non fa finta di niente, come hanno fatto e fanno i governi di centrosinistra, ma la risposta che sta cercando di dare è inadeguata, finisce per risolversi in una bolla di sapone. Essa è troppo ottimistica. Sperare che i delinquenti si spaventino per il rincrudelirsi delle pene è sbagliato se poi le pene non ci saranno. Le leggi già esistenti bastavano a risolvere il problema, non c’era bisogno che se ne approvassero altre. Certo, che per certe problematiche sociali, come quella della casa, è necessario che il governo s’impegni in un piano edilizio da realizzarsi nel più breve tempo possibile e nel formulare le graduatorie degli aventi diritto escludere quelli che in precedenza ne hanno occupata una abusivamente. Si guarderebbero così di continuare ad occupare case di altri. Ormai è tempo di dare inizio ad un piano di edilizia carceraria. Non possono stare in un carcere quantità di reclusi il doppio se non di più di quanto quel carcere ne dovrebbe ospitare. Sono trascorsi due anni dall’inizio del governo di centrodestra e di simili provvedimenti neppure l’ombra. Solo di recente si sta cercando di affrontare il problema delle carceri. Si può comprendere la preoccupazione di non passare per un governo che ha costruito carceri. Sarebbe più bello passare per un governo che ha costruito strutture per fare stare meglio i cittadini, i bambini, i giovani e perciò ospedali, parchi pubblici, istituti culturali, scuole, campi sportivi, palestre, piscine. Ma se l’urgenza è di costruire carceri, allora si proceda. Ogni cosa va fatta a tempo debito. Non si fa quel che si vuole, ma quel che si deve. Tanto vale ancor più per lo Stato.

sabato 21 settembre 2024

L'Italia, paese incomprensibile

Nella settimana 9-15 settembre sono accaduti due fatti, che dire incredibili è davvero poco; semplicemente assurdi. Il primo è per così dire privato. Una signora viene scippata nottetempo della sua borsetta, in cui ha le chiavi di casa e i documenti. Deve assolutamente recuperarla, ma non può essere così incosciente da affrontare lo scippatore fisicamente. Le viene l’idea come un lampo di investirlo con la macchina, una-due volte fino a renderlo inoffensivo, e recupera la borsetta. Lo scippatore muore. Gli viene dedicata una manifestazione di solidarietà, in nome di un nuovo principio di legittimità di ladri, borseggiatori e scippatori riuniti. La corte dei miracoli inalbera bandiera. La signora è detenuta in casa ed accusata di pesantissimi reati, che possono comprometterle l’esistenza. Il secondo fatto è pubblico perché riguarda il ministro, vice-presidente del Consiglio, Matteo Salvini. Il pubblico ministero della Procura di Palermo ha chiesto sei anni di reclusione per avere egli impedito, quando era ministro degli interni del primo governo Conte, ad una nave di migranti di sbarcare in Italia, trattenendola sei giorni prima di darle il permesso. La stessa aveva rifiutato altri porti sicuri in Tunisia, a Malta e in Spagna. Il caso è senza precedenti. Nessun politico mai, che io sappia – ed ho un anno più della Repubblica – è stato messo sotto accusa dalla magistratura per una scelta politica. Il caso è una commistione di forze politiche di sinistra in affinità elettiva con una magistratura della stessa parte politica. È l’establishmente, che è così consolidato in Italia che non lo sconfigge nessuna elezione o nessun plebiscito. La denuncia era partita da Lega Ambiente. L’autorizzazione a processare Salvini da parte del Senato era stata possibile per il comportamento “rivoltato” dei 5 Stelle, già con lui nello stesso governo, che in commissione avevano votato contro. Non è il caso di andare al dettaglio. Di materia per fare qualche riflessione ce n’è abbastanza nei due casi. Uno più grave dell’altro. Primo caso. La signora omicida poteva non uccidere lo scippatore? Sì, ma doveva rinunciare alla sua borsetta, alle chiavi di casa e ai documenti e ringraziare il Signore che non le era andata anche peggio. C’è un particolare: la signora non era in grado di fare il ragionamento che io, seduto al computer, posso fare, tranquillo e nella possibilità di togliere, aggiungere e correggere il mio scritto. La signora di certo aveva altre urgenze ed era assalita da altri impulsi incontrollabili compreso quello di maledire lo Stato che lascia in giro delinquenti, ladri e scippatori. La cristiana, come noi popolarmente chiamiamo una donna, non ha avuto la possibilità di fare alcun ragionamento. Doveva recuperare la borsetta. Volerla processare mediaticamente, come è già accaduto, è altro assurdo all’assurdo. Invece di solidarizzare con lei e pregare il Signore di non doversi mai trovare nella sua situazione, si sono tutti, donne soprattutto, trasformati in pedagoghi, psicologi e francescani di primo, secondo e terzo grado e l’hanno condannata senza se e senza ma. Si va formando in Italia una sorta di sindacato – il partito c’è già – per difendere ladri, vagabondi e sfaccendati vari e garantire loro i “sacrosanti” diritti di rubare, di scippare e di occupare abusivamente case altrui, in nome del diritto naturale che viene prima di quello positivo. Il secondo caso è estremamente grave perché un politico, nell’esercizio dei suoi interventi istituzionali, non può essere messo sotto accusa da magistrati pretestuosi. Tanto meno lo possono fare se sono dichiaratamente di parte, ne rivendicano il diritto ed interpretano e manipolano le leggi come conviene loro in quel momento. Se dovesse passare quella linea, allora faremmo un salto all’indietro di diversi secoli, a quando vigeva l’assolutismo e la magistratura, asservita al re, con un cavillo qualsiasi, arrestava, processava e condannava i politici sgraditi. Essere favorevoli o contrari all’immigrazione è un diritto di ogni cittadino, è un dovere di ogni politico che ha chiesto al popolo il voto per fare una certa politica. La democrazia è questa. Non ci si può appigliare ad essa quando conviene e rigettarla negli altri casi. Anche il dovere di aiutare in mare i naufraghi va precisato. Un conto è aiutare chi si trova in difficoltà in mare mentre sta svolgendo un’attività lecita un altro è quando si tratta di rendersi complici di un piano affaristico per un verso, di autentica invasione per un altro. Un’invasione, peraltro, sconsiderata se poi questa gente è lasciata sciamare per le strade e le piazze a procurarsi da bere, da mangiare e tutto il resto, trasformando l’urbanità in una giungla, dove per difendersi occorre trasformarsi in un delinquente o in un criminale del pari. Le politiche di accoglienza, quando non sono supportate da adeguati progetti, sono esse stesse complici di tutte le nefandezze che ne derivano. Fare gli ipocriti e i francescani non serve a niente. Occorrono interventi realistici, coraggiosi, quelli che fanno male al momento ma bene in prospettiva. Il medico pietoso ha sempre danneggiato il paziente.

sabato 14 settembre 2024

Sinner, l'assennato

Jannik Sinner è il numero uno del tennis mondiale. In quanto tale ha aperto un fronte di discussione sulla germanicità del suo nome e soprattutto del suo carattere, che almeno in apparenza si mostra freddo, calmo, ma non proprio glaciale. È nato e vissuto in alto Adige, una zona che gli austriaci chiamano Süd Tirol. La sua italianità recentemente è stata messa in discussione dal celebre fotografo degli scandali pubblicitari Oliviero Toscani. Il quale ha detto che Sinner non ha niente dell’italiano, semmai è Fabrizio Corona il simbolo dell’italianità, facendo ricordare quanto disse il prof. Miglio un po’ di anni fa sull’italianità dei meridionali, che identificò in Ulisse, l’eroe che dove non arriva con la forza arriva con l’astuzia. Lasciamo stare Toscani, che è un gran provocatore e nello stesso tempo un uomo di genio e lasciamo riposare in pace il prof. Miglio. Ci sono tanti italiani, anche meridionali, che hanno saputo vivere e morire in difesa di valori universali, penso all’avv. Ambrosoli e ai tanti magistrati, settentrionali e meridionali, caduti per aver compiuto il proprio dovere. Noi italiani, peraltro, abbiamo avuto fior di personalità di origine non interamente italiana o interamente straniera, grandi e grandissimi. L’attore Vittorio Gassman e lo scrittore Curzio Malaparte erano figli di padre tedesco e di mamma italiana. Lo stesso Dante Alighieri, a cui i tedeschi vogliono un gran bene, si “sospetta” fosse di origine tedesca. E Leonardo da Vinci era di madre araba, una schiava, di quelle che servivano in tutto e per tutto i loro signori. Perché, secondo Toscani, saremmo tutti dei Fabrizio Corona? Certo, non siamo nemmeno tutti Jannik Sinner. Ma un popolo, come il nostro, ha saputo sempre arricchirsi del contributo di chi è venuto a vivere tra di noi. Sorprende come in certi democratici emerga, tra il lusco e il brusco, un po’ di razzismo. Sinner in tedesco significa assennato. Sinn, la parola base, significa senso, giudizio. La parola italiana senno deriva dal francone (antico germanico) sin. Scherzando si può dire che il senno a noi italiani ce l’han dato i tedeschi. Ben più importante è il caso Sinner per i suoi risvolti sociologici. Grazie alle sue vittorie oggi gli italiani guardano il tennis con quasi uguale attenzione del calcio. Si sono appassionati al gioco ma anche a lui, che continua ad avere un comportamento ineccepibile. Ha dedicato la sua recente vittoria all’Us open alla zia che sta poco bene. Più italiano di così? Un po’ più tedesco si è dimostrato licenziando il suo massaggiatore che involontariamente l’ha messo nei guai col doping. Con certe eccellenze umane non è il caso di italianità o di germanicità. In tutti i paesi del mondo, specialmente nelle zone di frontiera, da noi regolate con intelligenza dai nostri governi e da quelli dei paesi limitrofi, ci sono popolazioni che risentono di una nazionalità plurale. Né gli abitanti si pongono più il problema: si è austriaci in Austria, si è italiani in Italia; come gli italiani che vivono in Slovenia o in Croazia sono sloveni e croati. C’è una specie di uomini, che dallo sport alla scienza, dall’arte all’ingegno, spuntano in ogni parte del mondo e si affermano ai più alti livelli. Sono costoro cittadini del mondo, che sentono di appartenere all’umanità prima ancora che ad una nazione. Sono europei, americani, cinesi, indiani, giapponesi, africani, australiani. Volerli legare per forza ad una nazionalità è come metter loro una maschera di ferro. Nella sua celebre ode «In morte di Carlo Imbonati» Manzoni fa l’esempio di Omero, la cui nascita se la contendevano tanti luoghi della Grecia ma «patria ei non conosce[a] altra che il cielo». Con questo non si vuole svilire il senso di patria e di nazione, che resiste e resisterà. Ma si vuole anche accettare i cambiamenti che fatalmente arrivano trasportati dalla corrente della storia, a volte tumultuosa e torrentizia, a volte placida e serena. Sinner nel campo dello sport ha raggiunto il cielo, manzonianamente inteso, con ciò dando a italiani ed austriaci senso di orgoglio. Un’operazione di risulta ma importante, che non può che giovare alla nostra gioventù più spesso orientata a seguire musiche e canzonette, cantanti e rapper, tra il divertimento e la devianza. Senza essere fissati in certi giudizi, ma la professione dalla quale si esce a volte tradisce, occorre sempre fare una distinzione tra valori e disvalori, che non possono stare sullo stesso piano e indistinti. I casi come quello di Sinner e dei tanti atleti che si sono distinti recentemente ai giochi olimpici e paralimpici sono altamente significativi.

sabato 7 settembre 2024

Telese, un caso di libertà

Martedì sera, 3 settembre, seguivo la trasmissione «In onda» su «La 7». Il mio televisore non è più abilitato a prendere Rai Storia sul 54, così mi devo purgare ogni sera. Si susseguivano diversi ospiti, a seconda dell’argomento da trattare, ma con un continuo ritorno al caso Sangiuliano, ministro della cultura, incappato in una leggerezza, che gli è costato un solenne sputtanamento e la carica di ministro. Il caso è davvero curioso, ma più che altro da gossip. Varie volte, nei mesi di luglio e agosto, il ministro ha partecipato a diversi eventi in compagnia di una donna, una sorta di Barbie, che si spacciava per consulente del ministro per i grandi eventi. Sono circolate diverse foto con Sangiuliano che le sta così d’appresso, guancia a guancia, come in “una rotonda sul mare”. Solo un fesso non capiva che tra i due c’era “cosa”. In altre foto le cinge la vita col braccio a tenerla stretta a sé. Un flirt estivo, camuffato dalla politica per non destare le legittime ire della moglie. Ma la Barbie si è rivelata una birba. Pare che avesse occhiali a telecamera per riprendere e registrare quel che le pareva senza farsi scoprire. In effetti il ministro – ha poi detto – di averla tenuta in prova e che al termine invece di nominarla le ha detto che non era il caso; in verità, per evitare, ove fosse stata assunta, il conflitto d’interessi. Di qui il gran casino che si è scatenato sui social e sui giornali. Le opposizioni, che pure rimproverano al governo di passare il tempo a indagare sui comportamenti galanti di un suo ministro invece di pensare ai problemi del Paese, perdono il loro tempo allo stesso modo, gonfiando il caso e chiedendo le dimissioni del ministro Sangiuliano, mentre i media di opposizione hanno continuato a tenere vivo il falò stando sul pezzo come in una trincea. Al conduttore Luca Telese della “Sette”, ad un certo punto, è scappato di dire «noi giornalisti liberi», coinvolgendo la compiaciuta co-conduttrice Marianna Aprile. Ero di malumore, un po’ per la fessagginità di Sangiuliano e un po’ per l’esagerazione di un caso strumentalizzato per far dimettere il ministro improvvido e creare difficoltà al governo; e soprattutto perché Sangiuliano non si è virilmente dimesso piuttosto che piagnucolare e implorare comprensione. Le parole di Telese mi fecero cambiare umore, d’improvviso, «noi giornalisti liberi». Mi venne così da ridere che dovetti scappare in bagno, io che soffro di stitichezza. Ma come? Liberi, e da chi?, da che cosa? E poi perché dirlo? Excusatio non petita con quel che segue. Lui e la sua collega sono giornalisti che lavorano alla “Sette”, che, padrone Urbano Cairo, è legittimamente su decise posizioni antigovernative, insieme ad altre trasmissioni come “Di martedì”, “Piazza pulita”, “Propaganda live”, autentiche corazzate dello schieramento antigovernativo. Telese sarà stato libero di entrare o non entrare nella “Sette”, ma dopo la scelta non ha …più scelta, salvo andarsene. Ha l’obbligo di attaccare il governo e i suoi ministri. Telese è libero come un calciatore che dopo aver scelto la squadra in cui giocare è obbligato a fare di tutto per farla vincere. Sarebbe come se a un Lautaro ad un certo punto venisse l’uzzolo di essere libero e invece di infilare la porta avversaria infilasse la sua, in nome della libertà. Ecco perché mi venne un’esplosione di riso. Telese crede davvero di essere una persona libera. È buffo quanto Sangiuliano che si crede irresistibile. Una persona libera non deve appartenere a nessuno e a niente. Lui, invece, è un giornalista pagato, come la sua collega Marianna Aprile e gli altri delle altre trasmissioni della “Sette” e non solo, per difendere una parte. L’accanimento con cui Telese e collega seguono il caso Sangiuliano sarebbe degno di miglior causa. È di tutta evidenza che Sangiuliano si è messo nei guai, sia con la famiglia, sia col governo, per un prurito cupideo. Il modo come era attaccato alla Boccia, come si vede nelle foto, se non fosse un comportamento sentimentale sarebbe un caso di molestia sessuale. Dove mai s’è visto che un ministro tiene avvinghiata a sé una sua collaboratrice? Oggi come oggi, poi, che basta sfiorarla una donna per beccarsi una querela per molestia, salvo che a lei la cosa non piaccia! Ora Sangiuliano si è dimesso, ma il casino dei "giornalisti liberi" non cessa, anzi continua più accanimento. Quanto a Sangiuliano, è il caso di dire che è stato…bocciato. La sua leggerezza ha arrecato inoltre un danno al governo ben più importante delle sue dimissioni.