sabato 5 ottobre 2024

La Sinistra non sa che pesci pigliare

Le ultime «onde bige» della gran palude limacciosa in cui si trova ora la sinistra non fanno rimpiangere il campo largo, e questo francamente dimostra come l’euforia di trovarsi alla vigilia di una grosse koalition era più che altro per mascherare la delusione incombente. La sparpagliata è giunta in modi diversi. In Azione, la creatura politica di Carlo Calenda, si sono ribellati alcuni e se ne sono usciti senza ipocrisie. Di stare a sinistra nel campo largo, fianco a fianco coi comunisti di Fratoianni, noi non vogliamo saperne. Hanno detto la Gelmini, la Carfagna, la Versace e Costa. Ma a fare più rumore è stata l’ira funesta di Giuseppe Conte, leader del Movimento pentastellato. Io con quello lì neppure morto, ha detto, riferendosi a Matteo Renzi. E dire che era quasi fatta! Ora sul campo largo restano i resti, mi scuso per l’allitterazione. Sembra che sia passato uno di quei nubifragi estivi che fanno volare tavolini e sedie dei caffè dehors. Poveracci! I giornalisti embedded della sinistra dei vari canali televisivi si arrabbattono come possono. Non sanno che dire. Girano e girano e non escono dalla stessa solfa, appigliandosi perfino all’ovvio della proibizione di una manifestazione pro Palestina, organizzata per il primo anniversario della strage del 7 ottobre. Che loro, ovviamente, negano: un caso! Solo un caso, dicono. In una democrazia sana, ma per la sinistra la nostra non lo è quando al governo c’è la destra, è normalissimo che in previsione di disordini gravi, il questore, che è il massimo responsabile operativo dell’ordine pubblico, la vieti. Alcuni, illuminati a intermittenza, riconoscono che la manifestazione comporta dei rischi, però… però… però… impedirla! Come se un questore possa mettersi a sfogliare la margherita: la proibisco o non la proibisco. Scrivo quando ancora mancano dieci ore alla manifestazione e dico, senza ombra di dubbio, che gli incidenti saranno gravi; che è, poi, alla fin fine, quello che vogliono a sinistra per accusare il governo di autoritarismo e di repressione. Sperano di poter ritrovare l’intesa larga perduta e continuare a illudersi un’altra volta. Chi manifesta per la Palestina è due volte malvagio. Una perché parteggia per un’azione terroristica che ha fatto 1.200 vittime e che ha dato inizio alla guerra; due, perché non vuole che esista lo stato ebraico, il cui valore è sotto gli occhi di tutti. Un piccolo Stato tiene fronte ad un’infinità di nemici, compreso il fu impero di Ciro e Dario. Ma, per tornare al dibattito interno, occorre rilevare che in questo momento in Italia non c’è che questo bi-coalizionismo. Altro non è possibile, fino a quando non si arriverà al premierato e ad una legge elettorale nuova, fatta ad hoc. Le coalizioni non possono durare a lungo perché è nella loro natura essere piene di contrapposizioni, a volte represse altre volte più resistenti e gravi. Tanto a destra quanto a sinistra. Esse trovano il collante non tanto sulle cose da fare quanto sulla lotta all’avversario. Tant’è vero che appena la morsa dell’opposizione si allenta emergono le contrapposizioni interne. Lo vediamo tutti giorni con le frizioni Tajani-Salvini e quelle più soft Salvini-Meloni. A sinistra, come è già stato detto, le posizioni sono ancora più accentuate per avere i protagonisti risentimenti personali. Ma fino a quando Conte resisterà sulle sue posizioni impedendo il formarsi di una coalizione competitiva, capace di battere le destre? La posizione di Conte, come tutte quelle dei cavalieri solitari, ha una punta di nobiltà, che però non serve alla causa comune. Prima o poi Conte dovrà scegliere se consumarsi come una candela, non potendo costituire alleanze né a destra né a sinistra, a destra perché non può, a sinistra perché non vuole, o trasformarsi in un candelotto di dinamite da esplodere insieme ad altri e sfondare la resistenza dei nemici. La beata solitudo dei pentastellati ha un precedente nel rifiuto che essi opposero nel 2013 al Pd di Bersani, per poi mettersi a disposizione di qualsiasi alleanza cinque anni dopo, nel 2018, passando da soli contro tutti a con chiunque pur di governare. Ricordiamo i governi di Conte: giallo-verde il primo, giallo-rosso il secondo. I due governi dello scasso al tesoro dello Stato, col reddito di cittadinanza prima e col bonus edilizio 110 per cento dopo. Le difficoltà e le contraddizioni della sinistra sono già nell’elezione di Schlein a segretaria di un Pd indefinito, quello del voto allargato a chicchessia. Il voto del Pd definito aveva eletto Boccaccini. Il partito della Schlein, quello ipotizzato, ancora non esiste. E si vede che non esiste!

sabato 28 settembre 2024

Sicurezza vera e minacce vuote

Il decreto sicurezza approvato dalla Camera è un contenitore di minacce, come del resto tutte le leggi. Il governo pensa che spaventando i delinquenti essi non delinquano. Molte pene, già previste, sono state appesantite, altre sono introdotte ex novo. Tutto per mettere un freno al dilagare nelle città della delinquenza in gran parte dovuta agli stranieri giunti nel nostro Paese per le vie più diverse. Le opposizioni, che quando non fanno battute ridicole fanno strepito chiassoso, hanno parlato subito di misure autoritarie, fasciste e sono scese in piazza. Quattro dirigenti di partito e di sindacato si sono autopromossi a opinione pubblica. Ciò fa pensare che esse, le opposizioni dico, non difendono i cittadini dai delinquenti, ma, al contrario, i delinquenti dagli apparati di sicurezza. E poi vogliono vincere le elezioni! E poi parlano di programmi condivisi e di campi larghi! Esse promettono agli italiani l’abolizione delle pene e la soluzione dei problemi che portano la gente a delinquere, ad occupare abusivamente case altrui, a scippare per strada, a violentare le donne. Tu sei senza casa? eccotene una! Tu non hai da comprarti da mangiare o da drogarti? toh i soldi, va a saziarti! Tu soffri di astinenza sessuale? eccoti la puttana di Stato! E così via. Salvo che quando queste forze politiche sono state al governo, e per un numero considerevole di anni, i miracoli di soddisfare i bisogni più vari della gente non solo non li hanno compiuti ma non li hanno neppure pensati. Perché chi sta al governo, tempo per le minchiate non ne ha. Esse si sono limitate a far finta di niente, anzi a cercare di convincere che in Italia si vive in sicurezza e che è solo una percezione quella dell’insicurezza. Ma quando la gente vive sulla propria pelle il pericolo di essere aggredita per strada, allora che fa? Si affida ai “fascisti”. Anzi, finisce per invocarli, magari quelli veri, senza virgolette. Il punto importante di queste misure “repressive”, che il governo si accinge ad approvare, è che finiranno a niente. Il problema non è la leggerezza o la pesantezza delle pene; sono le pene, che dovrebbero essere scontate. Ma per questo occorre personale adeguato nel numero e nel protocollo di intervento, che purtroppo non c’è. Mancano uomini da tenere sotto controllo il territorio, mentre le carceri scoppiano di reclusi. Chi va a catturare i delinquenti? E dove vengono reclusi per scontare la pena? Qualcuno ha pensato ai soldati, in aggiunta ai poliziotti e ai carabinieri. Ma se non si cambia il protocollo d’intervento è come mandarli allo sbaraglio. Per mettere le mani sui delinquenti gli uomini delle forze dell’ordine non devono aspettare di essere aggrediti. Devono intervenire in un rapporto numerico con le persone da catturare sufficiente a compiere l’azione con successo. Il governo Meloni, con questo decreto, ha dimostrato di avere a cuore l’ordine e la legge, non fa finta di niente, come hanno fatto e fanno i governi di centrosinistra, ma la risposta che sta cercando di dare è inadeguata, finisce per risolversi in una bolla di sapone. Essa è troppo ottimistica. Sperare che i delinquenti si spaventino per il rincrudelirsi delle pene è sbagliato se poi le pene non ci saranno. Le leggi già esistenti bastavano a risolvere il problema, non c’era bisogno che se ne approvassero altre. Certo, che per certe problematiche sociali, come quella della casa, è necessario che il governo s’impegni in un piano edilizio da realizzarsi nel più breve tempo possibile e nel formulare le graduatorie degli aventi diritto escludere quelli che in precedenza ne hanno occupata una abusivamente. Si guarderebbero così di continuare ad occupare case di altri. Ormai è tempo di dare inizio ad un piano di edilizia carceraria. Non possono stare in un carcere quantità di reclusi il doppio se non di più di quanto quel carcere ne dovrebbe ospitare. Sono trascorsi due anni dall’inizio del governo di centrodestra e di simili provvedimenti neppure l’ombra. Solo di recente si sta cercando di affrontare il problema delle carceri. Si può comprendere la preoccupazione di non passare per un governo che ha costruito carceri. Sarebbe più bello passare per un governo che ha costruito strutture per fare stare meglio i cittadini, i bambini, i giovani e perciò ospedali, parchi pubblici, istituti culturali, scuole, campi sportivi, palestre, piscine. Ma se l’urgenza è di costruire carceri, allora si proceda. Ogni cosa va fatta a tempo debito. Non si fa quel che si vuole, ma quel che si deve. Tanto vale ancor più per lo Stato.

sabato 21 settembre 2024

L'Italia, paese incomprensibile

Nella settimana 9-15 settembre sono accaduti due fatti, che dire incredibili è davvero poco; semplicemente assurdi. Il primo è per così dire privato. Una signora viene scippata nottetempo della sua borsetta, in cui ha le chiavi di casa e i documenti. Deve assolutamente recuperarla, ma non può essere così incosciente da affrontare lo scippatore fisicamente. Le viene l’idea come un lampo di investirlo con la macchina, una-due volte fino a renderlo inoffensivo, e recupera la borsetta. Lo scippatore muore. Gli viene dedicata una manifestazione di solidarietà, in nome di un nuovo principio di legittimità di ladri, borseggiatori e scippatori riuniti. La corte dei miracoli inalbera bandiera. La signora è detenuta in casa ed accusata di pesantissimi reati, che possono comprometterle l’esistenza. Il secondo fatto è pubblico perché riguarda il ministro, vice-presidente del Consiglio, Matteo Salvini. Il pubblico ministero della Procura di Palermo ha chiesto sei anni di reclusione per avere egli impedito, quando era ministro degli interni del primo governo Conte, ad una nave di migranti di sbarcare in Italia, trattenendola sei giorni prima di darle il permesso. La stessa aveva rifiutato altri porti sicuri in Tunisia, a Malta e in Spagna. Il caso è senza precedenti. Nessun politico mai, che io sappia – ed ho un anno più della Repubblica – è stato messo sotto accusa dalla magistratura per una scelta politica. Il caso è una commistione di forze politiche di sinistra in affinità elettiva con una magistratura della stessa parte politica. È l’establishmente, che è così consolidato in Italia che non lo sconfigge nessuna elezione o nessun plebiscito. La denuncia era partita da Lega Ambiente. L’autorizzazione a processare Salvini da parte del Senato era stata possibile per il comportamento “rivoltato” dei 5 Stelle, già con lui nello stesso governo, che in commissione avevano votato contro. Non è il caso di andare al dettaglio. Di materia per fare qualche riflessione ce n’è abbastanza nei due casi. Uno più grave dell’altro. Primo caso. La signora omicida poteva non uccidere lo scippatore? Sì, ma doveva rinunciare alla sua borsetta, alle chiavi di casa e ai documenti e ringraziare il Signore che non le era andata anche peggio. C’è un particolare: la signora non era in grado di fare il ragionamento che io, seduto al computer, posso fare, tranquillo e nella possibilità di togliere, aggiungere e correggere il mio scritto. La signora di certo aveva altre urgenze ed era assalita da altri impulsi incontrollabili compreso quello di maledire lo Stato che lascia in giro delinquenti, ladri e scippatori. La cristiana, come noi popolarmente chiamiamo una donna, non ha avuto la possibilità di fare alcun ragionamento. Doveva recuperare la borsetta. Volerla processare mediaticamente, come è già accaduto, è altro assurdo all’assurdo. Invece di solidarizzare con lei e pregare il Signore di non doversi mai trovare nella sua situazione, si sono tutti, donne soprattutto, trasformati in pedagoghi, psicologi e francescani di primo, secondo e terzo grado e l’hanno condannata senza se e senza ma. Si va formando in Italia una sorta di sindacato – il partito c’è già – per difendere ladri, vagabondi e sfaccendati vari e garantire loro i “sacrosanti” diritti di rubare, di scippare e di occupare abusivamente case altrui, in nome del diritto naturale che viene prima di quello positivo. Il secondo caso è estremamente grave perché un politico, nell’esercizio dei suoi interventi istituzionali, non può essere messo sotto accusa da magistrati pretestuosi. Tanto meno lo possono fare se sono dichiaratamente di parte, ne rivendicano il diritto ed interpretano e manipolano le leggi come conviene loro in quel momento. Se dovesse passare quella linea, allora faremmo un salto all’indietro di diversi secoli, a quando vigeva l’assolutismo e la magistratura, asservita al re, con un cavillo qualsiasi, arrestava, processava e condannava i politici sgraditi. Essere favorevoli o contrari all’immigrazione è un diritto di ogni cittadino, è un dovere di ogni politico che ha chiesto al popolo il voto per fare una certa politica. La democrazia è questa. Non ci si può appigliare ad essa quando conviene e rigettarla negli altri casi. Anche il dovere di aiutare in mare i naufraghi va precisato. Un conto è aiutare chi si trova in difficoltà in mare mentre sta svolgendo un’attività lecita un altro è quando si tratta di rendersi complici di un piano affaristico per un verso, di autentica invasione per un altro. Un’invasione, peraltro, sconsiderata se poi questa gente è lasciata sciamare per le strade e le piazze a procurarsi da bere, da mangiare e tutto il resto, trasformando l’urbanità in una giungla, dove per difendersi occorre trasformarsi in un delinquente o in un criminale del pari. Le politiche di accoglienza, quando non sono supportate da adeguati progetti, sono esse stesse complici di tutte le nefandezze che ne derivano. Fare gli ipocriti e i francescani non serve a niente. Occorrono interventi realistici, coraggiosi, quelli che fanno male al momento ma bene in prospettiva. Il medico pietoso ha sempre danneggiato il paziente.

sabato 14 settembre 2024

Sinner, l'assennato

Jannik Sinner è il numero uno del tennis mondiale. In quanto tale ha aperto un fronte di discussione sulla germanicità del suo nome e soprattutto del suo carattere, che almeno in apparenza si mostra freddo, calmo, ma non proprio glaciale. È nato e vissuto in alto Adige, una zona che gli austriaci chiamano Süd Tirol. La sua italianità recentemente è stata messa in discussione dal celebre fotografo degli scandali pubblicitari Oliviero Toscani. Il quale ha detto che Sinner non ha niente dell’italiano, semmai è Fabrizio Corona il simbolo dell’italianità, facendo ricordare quanto disse il prof. Miglio un po’ di anni fa sull’italianità dei meridionali, che identificò in Ulisse, l’eroe che dove non arriva con la forza arriva con l’astuzia. Lasciamo stare Toscani, che è un gran provocatore e nello stesso tempo un uomo di genio e lasciamo riposare in pace il prof. Miglio. Ci sono tanti italiani, anche meridionali, che hanno saputo vivere e morire in difesa di valori universali, penso all’avv. Ambrosoli e ai tanti magistrati, settentrionali e meridionali, caduti per aver compiuto il proprio dovere. Noi italiani, peraltro, abbiamo avuto fior di personalità di origine non interamente italiana o interamente straniera, grandi e grandissimi. L’attore Vittorio Gassman e lo scrittore Curzio Malaparte erano figli di padre tedesco e di mamma italiana. Lo stesso Dante Alighieri, a cui i tedeschi vogliono un gran bene, si “sospetta” fosse di origine tedesca. E Leonardo da Vinci era di madre araba, una schiava, di quelle che servivano in tutto e per tutto i loro signori. Perché, secondo Toscani, saremmo tutti dei Fabrizio Corona? Certo, non siamo nemmeno tutti Jannik Sinner. Ma un popolo, come il nostro, ha saputo sempre arricchirsi del contributo di chi è venuto a vivere tra di noi. Sorprende come in certi democratici emerga, tra il lusco e il brusco, un po’ di razzismo. Sinner in tedesco significa assennato. Sinn, la parola base, significa senso, giudizio. La parola italiana senno deriva dal francone (antico germanico) sin. Scherzando si può dire che il senno a noi italiani ce l’han dato i tedeschi. Ben più importante è il caso Sinner per i suoi risvolti sociologici. Grazie alle sue vittorie oggi gli italiani guardano il tennis con quasi uguale attenzione del calcio. Si sono appassionati al gioco ma anche a lui, che continua ad avere un comportamento ineccepibile. Ha dedicato la sua recente vittoria all’Us open alla zia che sta poco bene. Più italiano di così? Un po’ più tedesco si è dimostrato licenziando il suo massaggiatore che involontariamente l’ha messo nei guai col doping. Con certe eccellenze umane non è il caso di italianità o di germanicità. In tutti i paesi del mondo, specialmente nelle zone di frontiera, da noi regolate con intelligenza dai nostri governi e da quelli dei paesi limitrofi, ci sono popolazioni che risentono di una nazionalità plurale. Né gli abitanti si pongono più il problema: si è austriaci in Austria, si è italiani in Italia; come gli italiani che vivono in Slovenia o in Croazia sono sloveni e croati. C’è una specie di uomini, che dallo sport alla scienza, dall’arte all’ingegno, spuntano in ogni parte del mondo e si affermano ai più alti livelli. Sono costoro cittadini del mondo, che sentono di appartenere all’umanità prima ancora che ad una nazione. Sono europei, americani, cinesi, indiani, giapponesi, africani, australiani. Volerli legare per forza ad una nazionalità è come metter loro una maschera di ferro. Nella sua celebre ode «In morte di Carlo Imbonati» Manzoni fa l’esempio di Omero, la cui nascita se la contendevano tanti luoghi della Grecia ma «patria ei non conosce[a] altra che il cielo». Con questo non si vuole svilire il senso di patria e di nazione, che resiste e resisterà. Ma si vuole anche accettare i cambiamenti che fatalmente arrivano trasportati dalla corrente della storia, a volte tumultuosa e torrentizia, a volte placida e serena. Sinner nel campo dello sport ha raggiunto il cielo, manzonianamente inteso, con ciò dando a italiani ed austriaci senso di orgoglio. Un’operazione di risulta ma importante, che non può che giovare alla nostra gioventù più spesso orientata a seguire musiche e canzonette, cantanti e rapper, tra il divertimento e la devianza. Senza essere fissati in certi giudizi, ma la professione dalla quale si esce a volte tradisce, occorre sempre fare una distinzione tra valori e disvalori, che non possono stare sullo stesso piano e indistinti. I casi come quello di Sinner e dei tanti atleti che si sono distinti recentemente ai giochi olimpici e paralimpici sono altamente significativi.

sabato 7 settembre 2024

Telese, un caso di libertà

Martedì sera, 3 settembre, seguivo la trasmissione «In onda» su «La 7». Il mio televisore non è più abilitato a prendere Rai Storia sul 54, così mi devo purgare ogni sera. Si susseguivano diversi ospiti, a seconda dell’argomento da trattare, ma con un continuo ritorno al caso Sangiuliano, ministro della cultura, incappato in una leggerezza, che gli è costato un solenne sputtanamento e la carica di ministro. Il caso è davvero curioso, ma più che altro da gossip. Varie volte, nei mesi di luglio e agosto, il ministro ha partecipato a diversi eventi in compagnia di una donna, una sorta di Barbie, che si spacciava per consulente del ministro per i grandi eventi. Sono circolate diverse foto con Sangiuliano che le sta così d’appresso, guancia a guancia, come in “una rotonda sul mare”. Solo un fesso non capiva che tra i due c’era “cosa”. In altre foto le cinge la vita col braccio a tenerla stretta a sé. Un flirt estivo, camuffato dalla politica per non destare le legittime ire della moglie. Ma la Barbie si è rivelata una birba. Pare che avesse occhiali a telecamera per riprendere e registrare quel che le pareva senza farsi scoprire. In effetti il ministro – ha poi detto – di averla tenuta in prova e che al termine invece di nominarla le ha detto che non era il caso; in verità, per evitare, ove fosse stata assunta, il conflitto d’interessi. Di qui il gran casino che si è scatenato sui social e sui giornali. Le opposizioni, che pure rimproverano al governo di passare il tempo a indagare sui comportamenti galanti di un suo ministro invece di pensare ai problemi del Paese, perdono il loro tempo allo stesso modo, gonfiando il caso e chiedendo le dimissioni del ministro Sangiuliano, mentre i media di opposizione hanno continuato a tenere vivo il falò stando sul pezzo come in una trincea. Al conduttore Luca Telese della “Sette”, ad un certo punto, è scappato di dire «noi giornalisti liberi», coinvolgendo la compiaciuta co-conduttrice Marianna Aprile. Ero di malumore, un po’ per la fessagginità di Sangiuliano e un po’ per l’esagerazione di un caso strumentalizzato per far dimettere il ministro improvvido e creare difficoltà al governo; e soprattutto perché Sangiuliano non si è virilmente dimesso piuttosto che piagnucolare e implorare comprensione. Le parole di Telese mi fecero cambiare umore, d’improvviso, «noi giornalisti liberi». Mi venne così da ridere che dovetti scappare in bagno, io che soffro di stitichezza. Ma come? Liberi, e da chi?, da che cosa? E poi perché dirlo? Excusatio non petita con quel che segue. Lui e la sua collega sono giornalisti che lavorano alla “Sette”, che, padrone Urbano Cairo, è legittimamente su decise posizioni antigovernative, insieme ad altre trasmissioni come “Di martedì”, “Piazza pulita”, “Propaganda live”, autentiche corazzate dello schieramento antigovernativo. Telese sarà stato libero di entrare o non entrare nella “Sette”, ma dopo la scelta non ha …più scelta, salvo andarsene. Ha l’obbligo di attaccare il governo e i suoi ministri. Telese è libero come un calciatore che dopo aver scelto la squadra in cui giocare è obbligato a fare di tutto per farla vincere. Sarebbe come se a un Lautaro ad un certo punto venisse l’uzzolo di essere libero e invece di infilare la porta avversaria infilasse la sua, in nome della libertà. Ecco perché mi venne un’esplosione di riso. Telese crede davvero di essere una persona libera. È buffo quanto Sangiuliano che si crede irresistibile. Una persona libera non deve appartenere a nessuno e a niente. Lui, invece, è un giornalista pagato, come la sua collega Marianna Aprile e gli altri delle altre trasmissioni della “Sette” e non solo, per difendere una parte. L’accanimento con cui Telese e collega seguono il caso Sangiuliano sarebbe degno di miglior causa. È di tutta evidenza che Sangiuliano si è messo nei guai, sia con la famiglia, sia col governo, per un prurito cupideo. Il modo come era attaccato alla Boccia, come si vede nelle foto, se non fosse un comportamento sentimentale sarebbe un caso di molestia sessuale. Dove mai s’è visto che un ministro tiene avvinghiata a sé una sua collaboratrice? Oggi come oggi, poi, che basta sfiorarla una donna per beccarsi una querela per molestia, salvo che a lei la cosa non piaccia! Ora Sangiuliano si è dimesso, ma il casino dei "giornalisti liberi" non cessa, anzi continua più accanimento. Quanto a Sangiuliano, è il caso di dire che è stato…bocciato. La sua leggerezza ha arrecato inoltre un danno al governo ben più importante delle sue dimissioni.

sabato 31 agosto 2024

L'estate sta finendo...anzi no

L’estate sta finendo…, così cantavano i Righeira, un gruppo musicale che spopolò negli anni Ottanta. Manca meno di un mese al burocratico finale di stagione, ma il caldo continua, come se non esistesse il calendario. La natura non obbedisce ai decreti degli umani. L’estate ha sparato i suoi fuochi, roventi, che ci ha fatto dire «mai come quest’anno!». Ora è alle ultime saette; e ci prepariamo ad un lungo autunno-primavera. Ormai le stagioni sono ridotte a due: estate e pre-estate. Il cambiamento climatico è sulla nostra pelle. L’inverno non c’è più coi suoi rigori di gennaio e di febbraio, coi giorni della merla, col freddo ostinato di febbraio, minaccioso: se i giorni miei li avessi tutti farei cagliare il vino nelle botti. Nessuno può dire che tutto ciò è normale, solo i ragazzi che non hanno conosciuto il prima. Negli occhi e sulla pelle di tutti c’è qualcosa che prima non c’era. Cinquant’anni, per riferirci agli ultimi, di aggressione al verde delle campagne, dei giardini, dei parchi, del verde pubblico e privato, hanno creato il deserto. «Là dove c’era l’erba ora c’è una città» cantava Celentano nel 1966. Ettari ed ettari di verde sono stati sostituiti dal cemento. Il Salento è una landa piatta, caratterizzata dalla mancanza di corsi d’acqua e di rilievi per il gioco naturale degli elementi. Il Salento ubertoso, ricco di arboree ombre, di squarci di sole e di freschi ripari è un ricordo. La distruzione di milioni di palme e di milioni di ulivi, annientati dal punteruolo rosso e dalla xylella, ha alterato l’equilibrio naturale, ha privato il territorio delle sue resistenze e lo ha esposto alla “vendetta” della natura. Che, perciò, ha chiuso l’ombrello. Prima le campagne erano separate da viuzze e lungo i muretti a secco erano piantati alberi in filari come andava lo sterrato: lecci, ulivi, peri, giuggioli, prunastri, viscioli sì che l’ombra da qualunque parte fosse il sole copriva sempre. Ora ne prendiamo atto tutti, dubbiosi e ideologicamente prevenuti, che anche l’uomo ha avuto la sua parte nel processo del cambiamento. Anche quest’anno centinaia di migliaia di ettari di bosco sono andati in fumo, in gran parte per opera di criminali, ma anche per la mancanza di prevenzione e di adeguata repressione. A Roma ci sono stati due incendi che hanno lambito addirittura le strutture della Rai. Il fuoco è alle porte di Roma, anzi le ha varcate. I nuovi barbari, che nessun Leone Magno potrà mai fermare! Papa Francesco non ha scelto un nome, ha scelto un programma, che evoca il cantico delle creature: il sole, la luna, le stelle, l’acqua, la terra: il creato; ma è troppo misericordioso per essere convincente. Ha abolito i peccati e la seconda parte del cantico, laddove il «guai!» suonava come un’inevitabile minaccia a chi si trova, morendo, nel peccato. Gli uomini, non solo gli italiani e i salentini, stanno dimostrando a tutti i livelli di essere sordi e ciechi di fronte alla realtà. Facciamo i nostri comodi e stupidamente non pensiamo ad altro. In alcuni paesi del Salento sono stati espiantati meravigliosi filari di pini italici perché rendevano impraticabile il fondo stradale con le loro radici e minacciavano le case che nel frattempo erano state costruite abusivamente. Rimondatori improvvisati hanno fatto seccare splendidi esemplari di casuarina e di pini d’Aleppo; boschi di querce, di roverelle e di carrubi hanno lasciato il posto all’urbanizzazione selvaggia. Le piazzole di sosta delle nostre strade sono piene di rifiuti, quasi fossero state fatte apposta per i vacanzieri che lì scaricano i loro “cessi” prima di arrivare in Svizzera, in Germania, in Olanda, in Belgio, dove gli stessi diventano modelli di disciplina e di pulizia. Quasi tutti gli incendi sono provocati dall’uomo non solo per insania mentis ma anche, a volte, solo per fare pulizia sommaria. Montagne di rifiuti, carta plastica legno gomma, insieme, creano un ambiente insopportabile per chi ci abita vicino, ricettacolo anche di topi, volpi, faine, lupi e cinghiali; e allora, via, tutto al fuoco purificatore. Solo che questo non sa cosa sia la distinzione e dallo sporco dei rifiuti passa agli alberi, alla vegetazione, fino ad aggredire tutto ciò che è suo. La polemica se la colpa è solo della natura e non anche dell’uomo è pretestuosa. Se vogliamo, anche l’uomo rientra nella natura e quello che fa è un’aggiunta a quello che la natura fa da sé. Dunque non possiamo continuare a chiamarci fuori. Tenere puliti i luoghi non è solo questione di civiltà è diventato un bisogno. Le pubbliche autorità devono provvedere a vigilare e a stroncare qualsiasi principio di inciviltà e di strafottenza. Non so se è vero che da qualche parte è scritto che il secondo giudizio universale sarà un lento e progressivo suicidio dell’umanità. Ma già è chiaro che quanto sta accadendo sembra dar ragione alla triste profezia.

sabato 24 agosto 2024

Politici, giornalisti e giudici

A volte lo si chiama “don Donato” prima che questi sia nato. Non c’è notizia, allora: inventiamola. In onda, la trasmissione di «La 7», una delle corazzate mediatiche anti destra, da qualche sera non fa che parlare del nulla, che tradotto sarebbe un’indagine della magistratura su Arianna Meloni per traffico di influenze in relazione ad alcune nomine del governo. La notizia l’ha sparata il direttore del «Giornale» qualche giorno fa. Sallusti è credibile? Tutto fa pensare di sì. Può essere che, grazie ai rapporti che ha con il mondo della giustizia, sia venuto a conoscenza di qualcosa. Sarebbe venuto a sapere, il condizionale è d’obbligo, che qualche procura stia indagando sui comportamenti della sorella del Presidente del Consiglio, ipotizzando il reato di cui sopra. Che Sallusti non riveli la fonte è normale, ci mancherebbe altro. Il traffico di influenze è un reato ancor più aleatorio dell’abuso d’ufficio, che è stato eliminato di recente, ed entra nella riforma Nordio. Si tratta di un reato che alcuni anni fa trovò Alberto Sordi a rappresentarlo nel comico di un film. Consiste nel vantare rapporti importanti con un pubblico ufficiale allo scopo di ottenere beni o favori ed è regolato dall’art. 346 bis del c.p.. Il buon Sordi del film lo faceva per “professione”, entrando e uscendo dai vari uffici, come se fosse di casa. Si vorrebbe dimostrare che Arianna Meloni, che è uno dei massimi dirigenti di FdI, nonché sorella di Giorgia e moglie del ministro Lollobrigida, abbia influenzato il governo nella scelta di alcune nomine, fra cui quelle della Rai. Se lo ha fatto era lecito che lo facesse. Che fa un dirigente di partito se non collaborare a ogni livello coi suoi colleghi? Oggettivamente Arianna Meloni è un soggetto che potrebbe influenzare. E ci sarebbe da meravigliarsi che non lo fosse nelle funzioni che svolge nel partito. Come si fa a non pensare che Giorgia e Arianna non si sentano, non si scambino reciproci consigli su cose pubbliche e private? E dove sta il reato, se la questione è tutta qui? Reato sarebbe se si dimostrasse che Arianna Meloni ha ricevuto una qualche ricompensa per aver influenzato la sorella a nominare Tizio piuttosto che Caio. Insomma, il reato lo fa il tornaconto personale, non la parentela, non l’azione, lecita fino a prova contraria, di una consulenza, di un consiglio. Invece niente. L’accusa sarebbe che lei, in quanto non facente parte del governo e non essendo neppure parlamentare, avrebbe fatto da ninfa Egeria per la sorella. La cosa potrebbe finire in una bolla di sapone. Ma, intanto, le televisioni portano in casa degli italiani il sospetto che Arianna Meloni sfrutti la sua condizione per chissà quali vantaggi personali. L’espressione poi di traffico di influenze, non facilmente comprensibile dal comune cittadino, crea atmosfere torbide di familismo. Altro è sostenere che il triangolo Giorgia-Arianna-Lollobrigida è di per sé discutibile. Non c’è una legge che vieti la parentela tra soggetti di un partito o di un governo, ma sarebbe opportuno non crearle certe situazioni per non esasperare le opposizioni, per non scandalizzare i cittadini, per non esporsi al sospetto. Il fatto è che nel nostro Paese tutto fa brodo. Non è importante la verità, ma il dubbio e il sospetto. Basta questo per alimentare lo scontro politico, i conflitti tra i vari poteri dello Stato. E, infatti, subito si è acceso ancora una volta il fuoco dello scontro coi giudici, i quali dicono di sentirsi minacciati da un esecutivo esuberante. In questo “dalli e dalli”, tutti contro tutti, non si sottraggono i giornalisti televisivi, che sono autentici “agenti”, solo apparentemente in incognito. Le loro prestazioni sono suasorie, recitazioni tra il comico e il farsesco, tese a persuadere la gente di tutto il negativo di cui possa essere portatore il governo. C’è da fare un’ultima considerazione, che non pare tanto peregrina. A pensar male…diceva Andreotti! Non è che stiano incominciando a battere sul traffico di influenze per fargli fare la fine che ha fatto l’abuso d’ufficio? Se così dovesse essere sarebbe grave, perché un reato in politica non danneggia mai una sola persona, ma inquina l’ambiente e colpisce l’intera società. Un reato non dovrebbe mai essere abolito, semmai perfezionato nei suoi aspetti procedurali in tutti i suoi passaggi. Abolito l’abuso d’ufficio il cittadino è più esposto alle angherie del potere; abolire il traffico di influenze significherebbe legittimare un vizio già ampiamente diffuso in questo paese, quello della raccomandazione.