sabato 10 agosto 2024
Anniversari. 8 agosto 1956: la tragedia di Marcinelle
All’anagrafe di Taurisano non sono pochi i Pasquale Stifani, tutti nipoti dell’unica vittima di Taurisano nella tragedia di Marcinelle: Stifani Pasquale, detto Ninu (1924-1956). In quell’inferno, che esplose a più di mille metri di profondità, morirono 262 minatori di 12 nazionalità diverse; gli italiani furono quelli che pagarono il prezzo più alto: 136 vittime.
Perché tanti italiani in Belgio in quel periodo, ben 44mila? Già in precedenza, durante il fascismo, il governo belga aveva richiesto al governo italiano manodopera per le miniere di carbone. Mussolini, provocatoriamente, chiese se nelle miniere c’erano finestre e alla risposta scontata disse che gli italiani non lavorano dove non entra la luce del sole. Una mussolinata, perché gli italiani lavoravano, e come!, nelle miniere in Sardegna. Ma, evidentemente, per il Duce, lavorare in miniera per la patria è un conto, per capitalisti stranieri, un altro; la cosa gli provocava rigurgiti socialisti.
L’Italia, all’indomani della sconfitta militare nella seconda guerra mondiale, aveva un’altra classe dirigente, più realista e più consapevole dei bisogni del Paese; e soprattutto aveva le ali più abbassate. Di quanto era accaduto nel mondo aveva la sua parte di responsabilità, di cui ora doveva farsi carico la nuova dirigenza.
Così, il 23 giugno 1946, l’allora presidente del consiglio italiano Alcide De Gasperi rispose positivamente e firmò un accordo col governo belga. Il che andava incontro sia alle esigenze belghe sia all’Italia, che, in questo modo allentava la crisi occupazionale e nello stesso tempo aveva il carbone, di cui aveva necessità per riavviare l’industria italiana. L’accordo prevedeva che per ogni minatore italiano c’era un corrispettivo da 2,50 a 5,00 tonnellate di carbone.
Posto così, il discorso sembra oltremodo immorale. Non si scambia la vita umana né con soldi né con altro. Perché, se è vero che non tutti i minatori sono morti giù in miniera in incidenti come quello di Marcinelle, è anche vero che tutti i minatori, dopo anni di miniera, hanno contratto malattie tipiche, come la silicosi, la pneucomoniosi, l’artride reumatoide, che hanno reso più penosa e più corta l’esistenza in vita. Si può dire che dopo una guerra ce ne fu un’altra, che colpiva però solo una parte della popolazione, mentre neppure essa si accorgeva delle ferite che quotidianamente subiva. Da questo punto di vista si può dire che le vittime di quella “guerra” non si contano.
I paesi che hanno avuto vittime a Marcinelle hanno avuto modo di riflettere ancora di più su quella tragedia. Taurisano è uno di questi. Eravamo ragazzini nel 1956 e Antonio Stifani, figlio di Pasquale era nostro amico. Rimase orfano insieme alla sorella. I due ragazzi furono assistiti dalle istituzioni per l’interessamento di alcune personalità influenti di Taurisano, fra cui il dr. Luigi Lopez y Royo dei Duchi di Taurisano, all’epoca consigliere provinciale. Quei ragazzi furono tolti dal loro ambiente famigliare e paesano per tutto il periodo della scuola elementare e media. Noi, amici, fummo deprivati della loro compagnia.
Grazie anche al fatto che Antonio è divenuto poi docente di materie letterarie, sindaco di Taurisano e più volte consigliere provinciale, di quella tragedia non ci siamo mai dimenticati, ben oltre quello che fa l’informazione pubblica ogni anno. Si consideri che all’epoca non erano molti i televisori a Taurisano. La Rai aveva iniziato le trasmissioni due anni prima, nel 1954. La tragedia, perciò, fu vissuta porta a porta.
Alcuni anni fa, il Comune di Taurisano ha fatto gemellaggio col comune di Manoppello, in Abruzzo, che ebbe a Marcinelle ben 23 vittime, un paesino di qualche migliaio di abitanti. Perché tanti? Perché, come accade nel mondo degli emigranti, basta uno per aprire la strada agli altri, per lo più parenti e vicini di casa. Si formano così piccole colonie.
A Taurisano rimase vittima solo lo Stifani, perché i tantissimi altri minatori taurisanesi o erano in altri bacini carboniferi o osservavano altri turni di lavoro. Quando la salma arrivò a Taurisano fu un evento, con larghissima partecipazione di gente comune e di autorità civili e militari.
A Manoppello c’è un monumento che ricorda quelle vittime. Anche in altri comuni ve ne sono. A Casarano c’è il monumento al minatore, di cui si occupò l’ex minatore Lucio Parrotto. A Taurisano ancora niente. Ma non è detto che non si faccia. La miniera di Marcinelle è stata chiusa ed è diventata Patrimonio dell’Umanità Unesco, luogo dell’intelligenza universale. Un monumento al minatore o alla tragedia di Marcinelle ci consentirebbe di avere un contatto perenne.
sabato 3 agosto 2024
I dolori di Frau Ursula e le licenze della sora Giorgia
C’è un modo di dire da noi salentini che pressappoco suona così: «ogni mucchiu è nnu turchiu», cioè ogni mucchio di cose che ben non si distinguono è un turco. Ciò sottolinea la paura atavica di noi salentini per i turchi, per cui qualsiasi cosa che non si veda bene è scambiata per un turco.
Dopo la devastante esperienza dei fascismi nel mondo, nel corso del XX secolo, i turchi sono stati sostituiti dai fascisti, ed ecco che ogni politico che parla di Dio, patria, famiglia, ordine, produttività, efficienza, onore, tradizione, non si capisce di che cosa parli e si grida “mamma, i fascisti!”.
Ho avuto personalmente la fortuna o la sfortuna, a seconda dei punti di vista, di vivere a Berna per due dei miei anni più formativi, dai quindici ai diciassette; e colà ho avuto modo di apprezzare il “fascismo”. Sissignori, tutto ciò che specialmente in Italia passa per fascismo ed è aborrito, da quelle parti è normale ordinamento di vita. Colà la democrazia, il liberalismo, il socialismo, il rispetto della persona e dello Stato, delle leggi e delle costumanze, sono un consolidato modo di vivere, accettato senza tanti arzigogolii filosofici ed ideologici.
Arrivo al dunque, sperando che l’aperitivo non sia andato di traverso a qualcuno. Sarà stato un caso ma appena si è profilata all’orizzonte la nave con le vele nere della Meloni, con lei stessa sulla prora e i capelli biondi sparsi al vento, che sembrava l’eroina del Titanic, c’è stato dalla Rai un fuggi fuggi, come i topi che appena sentono il primo giro di serratura la mattina presto in un vecchio negozio scappano da tutte le parti. Non sto qui ad elencarli tutti i sorci scappati dalla Rai. Alcuni erano bravi, altri di meno.
Le opposizioni hanno subito colto la palla al balzo e hanno gridato a Tele Meloni, non sapendo che dire, ponendo un problema che non esiste. Che però è esistito quando la Rai era tripartita: Uno-Dc, Due-Psi, Tre-Pci. E gli altri? Non avevano diritto, erano fuori dall’unione matrimoniale, pardon, costituzionale. Ma di quelli, chi se ne frega? Ringrazino Iddio che non sono stati reclusi a vita.
Comprensibile che Frau Ursula von der Layen si sia allarmata e nelle sue note sullo stato di diritto nell’Unione Europea abbia attenzionato l’Italia. Ahi, ahi, ahi, liebe Ghiorghia, che mi combini? Nota: il suono della g in tedesco è sempre gutturale.
La Ghiorghia le ha inviato una lettera in cui si fa le sue ragioni, semplicemente dimostrando che in Italia non c’è nessuna limitazione all’informazione pubblica. Chi se n’è andato dalla Rai lo ha fatto per motivi suoi, comprensibilissimi, che con la politica hanno a che fare ma non nel senso che si vorrebbe accreditare. E, poi, diciamo la verità: alcuni erano ormai dei vecchi ottoni.
Il problema della libertà di stampa in Italia ancora esiste, nel senso che, laddove i direttori di giornale o di rete, privati, possono, operano da autentici dittatori e fanno le discriminazioni che vogliono. Giornali in cui si danno il cambio cinque o sei esponenti di sinistra, sistematicamente, nella totale assenza di esponenti di destra. I motivi dell’esclusione sono tanti e possono essere variamente giustificati. Solo in un modo non possono essere giustificati ed è quello della discriminazione politica quando così la si chiama perché così è. Chi si riempie la bocca, ed ovviamente la pancia, di democrazia e di libertà di parola e di pensiero, neppure si accorge del gesto che compie con la mano sconnessa dal cervello quando clicca su un file e lo porta nel cestino.
Se fossi il fascista che molti dicono che io sia, direi bravo, hai compiuto un bel gesto, amico; ti capisco. E poco importa che l’hai fatto contro di me! Chi non la pensa come te non ha diritto di parola. Ma io sono io, starei per continuare alla Sordi…ma mi accorgo che sono gli altri a poter usare quel linguaggio nei miei confronti. Perché a non essere un cazzo sono io.
Ora, per non pagare le quattro grane, come si diceva al tempo dei Borbone, dico che sono il fascista di Berna e che qui, in Italia, non so più chi sono. Mi guarderei bene dal dirmi fascista e non perché un Giuli al Maxxi mi porrebbe in una pozzanghera, mentre lui siede su poltrone dal fondo soffice e dai fregi dorati, o per non dover subire i rigori della legge, ma per non offendere i miei tanti amici bernesi, i quali di essere fascisti non passa loro neppure dalla mente, sono solo dei cittadini, che non si sognerebbero mai di affibbiare epiteti al prossimo allo scopo di escluderlo. Du, ja, lieber Ghighi – mi direbbero – du bist ein richtige Italiener.
sabato 27 luglio 2024
Costituzione, nuovi amori
Qualche giorno fa, alla cerimonia del ventaglio, a Palazzo Madama, il Presidente del Senato Ignazio La Russa, ex missino, ex aennino, ex…stavo per dire casino delle libertà, e finalmente fratello d’Italia, ha detto fra le tante cose che hanno fatto sollazzare i giornalisti, che lui darebbe la vita per difendere tutti i diritti inseriti nella Costituzione. Corsera immortala in data 23 luglio 2024, pag. 14. Non poteva dirlo il 25 luglio? Sarebbe stato più in tema.
Un po’ di tempo prima, in un suo libretto, Gramsci è vivo, il ben più giovane Alessandro Giuli, attuale Presidente del Maxxi, anche lui stessa provenienza, si è profuso d’amore per la Costituzione tanto da nominarla più di quanto non abbia fatto Dante per Beatrice in tutta la Divina Commedia, la Vita Nova e le Rime. Trovo davvero strana questa infatuazione, troppo ostentata per non essere sospetta. Non che i due fratelli d’Italia, il vecchio e il giovane, non siano sinceri, ma perché dirlo e ripeterlo? Poi, dare la vita? Sembrerebbe quasi che più che convincere gli altri di questo amore, senile per uno e giovanile per l’altro, vogliano convincere se stessi.
Sarà perché io amo rispettare la legge mea sponte, della Costituzione non me ne sono mai accorto. Chiedo civica comprensione. Ovvio, non che non sapessi che esiste, lo so bene, perché da docente immesso in ruolo ho fatto il giuramento – e poi, sono o non sono un professore di storia? – ma poche volte ho sentito l’esigenza o il desiderio di vedere che dice la Costituzione a proposito di… Mi è bastata l’educazione ricevuta, la formazione culturale, la convinzione che la legge sia sufficiente per vivere correttamente.
Sembra, invece, che qualunque cosa, benché non specificamente detta, divorzio e aborto compresi, ma anche unioni a gogò o altra fantasia, sia prevista dalla Costituzione. E prima che venissero introdotti si viveva in difetto costituzionale? Così per le Regioni, che partirono nel 1970. E prima? Si ha l’impressione con tutto quello che è stato introdotto dal 1948 ad oggi che in Italia si viva per certi aspetti nella Costituzione e per altri fuori, in attesa. La Costituzione sarà compiutamente concretizzata chissà quando! Un amore ravvivato continuamente da ciò che ancora manca.
La mia idea guida, da cittadino qualunque, è di non fare mai agli altri quello che non vorrei che altri facessero a me, naturalmente di male, e fare agli altri quel bene che vorrei che altri facessero a me. Poi, tutto il resto è chiacchiera da bar o materia per professionisti del diritto.
Ma torniamo a La Russa, che ogni tanto ne combina una delle sue. Dice di aver liquidato il busto di Mussolini, affidatogli dal padre, consegnandolo alla sorella. Non mi pare che la Costituzione dica che è proibito avere reperti in casa, beni culturali come libri, stampe e oggetti d’altre epoche. Sì, è vero che ci sono le disposizioni transitorie della Costituzione che vietano la ricostituzione del già disciolto e via di seguito, la legge Scelba e quant’altro, ma non si può distruggere sistematicamente tutto ciò che ricorda il disgraziato Ventennio. Bisognerebbe abbattere tre quarti dell’Italia e ognuno in casa dovrebbe buttar via libri e documenti che ha ricercato e pagato non solo per il piacere di averli ma anche e soprattutto per acculturarsi quel tanto che basta per sapere che non siamo figli di nessuno. E che dire di scrittori, editori, storici che producono all’anno centinaia di pubblicazioni cicliche per parlare sempre del fascismo, sempre di Lui? Per favore, fateci sapere anche che ci sono stati i Mazzini, i Garibaldi, i Cavour, i Crispi, i Giolitti, i De Gasperi, i Craxi, i Moro! Questi non dant panem?
Per tornare al duo La Russa-Giuli, c’è qualcos’altro che rende poco credibile il loro eccessivo costituzionalismo. È in corso d’opera in Italia la tanto vituperata riforma della Costituzione per introdurre nel nostro ordinamento il premierato. E a proporla è proprio il partito di La Russa e Giuli, scilicet Meloni, Presidente del Consiglio. Una riforma che nasce con un grave complesso, quello di dimostrare a tutti che i Fratelli d’Italia hanno rotto con tutti, perfino con Almirante, che ai suoi dì si fece promotore di una riforma in senso presidenziale. Ma che si sarebbe lasciato dire agli avversari, che Fratelli d’Italia non si tolgono nulla coi camerati di Almirante? Che ne sono la continuità storica? E tutto lo sciame antifascista d’Italia che avrebbe fatto, la rivoluzione delle cavallette? Perciò, abbasso il presidenzialismo, evviva il premierato, nonostante il difficile e forse impossibile compito di renderlo plausibile e razionale, come purtroppo le opposizioni sostengono.
sabato 20 luglio 2024
Gratta gratta...
Confesso di aver ricevuto in tutta la mia precedente vita – prima che la destra giungesse al potere – molta simpatia da parte di chi apparteneva ad altro partito. Pur riconoscendone l’appartenenza, già chiara su “Voce del Sud” di Ernesto Alvino, dove scrivevo assiduamente di politica e di cultura, si vedeva in me la persona onesta che quando c’era da dire le cose le diceva a prescindere, vuoi in favore della destra vuoi contro, vuoi a favore del regime – come noi del Msi chiamavamo il sistema democristiano o arcocostituzionale – vuoi contro. Personalmente ho ricevuto più stima e affetto dagli altri, perfino dai comunisti, che dagli stessi missini. Agli inizi degli anni Novanta fui invitato da Alessandro Barbano e da Teo Pepe a scrivere per il “Quotidiano” mentre scrivevo per “Voce del Sud”, con la sola raccomandazione di evitare il codice penale. Non è che su un giornale propagassi la Bibbia e sull’altro il Corano, ero sempre io con la mia religione laica della ricerca della verità, della posizione giusta. Certo, in “Voce del Sud” mi sentivo più a casa mia, nel “Quotidiano” mi sentivo un ospite e dunque mi comportavo con rispetto. Gli amici e i lettori me ne hanno dato sempre atto.
Le cose con la destra al potere sono precipitate. I missini di una volta non passano più il loro tempo a piangersi addosso per le ingiustizie subite e per le esclusioni, oggi camminano a testa alta e orgogliosamente rivendicano la loro condivisione delle cose che il governo Meloni dice e fa. Che non sono cose fasciste e a volte neppure di destra: democristianerie, gratta gratta. I FdI si riconoscono nella Costituzione e hanno in Liliana Segre un riferimento importante. Pensate: da Julius Evola a Liliana Segre! La storia non finisce mai di stupire. Dall’altra parte, invece, c’è un misto di odio e di disprezzo nei confronti di chi è di destra, ridefinito col termine antifascismo, che spaventa, soprattutto per la sua irrazionalità. Chi non si dice antifascista è un barbaro nella patria democratica. Chi non spegne la Fiamma nel simbolo di FdI è un fascista, che nulla si toglie da quelli che fondarono il Msi nel dicembre del 1946. Recentemente Cirino Pomicino, più di là che di qua per sua stessa ammissione, in un’intervista sul “Corriere della Sera” del 13 luglio, ha detto testualmente: “Una volta si diceva «gratta il cosacco e troverai il russo». Qua gratti i Fratelli d’Italia e trovi i post-fascisti”. Insomma i cosiddetti post-fascisti possono anche fare un giuramento di sangue di essere antifascisti, non saranno mai creduti. Forse se andranno a sputare sulla tomba del Duce! Di fascisti, finalmente democratici, gli avversari non hanno bisogno. Vogliono fascisti, altrimenti la loro propaganda e azione politica non sanno su che cosa fondarla.
Ora post-fascisti non significa fascisti, come post-vivi non significa vivi, ma morti. Essi non possono essere i Fratelli d’Italia, semmai questi sono i post-missini. Fascisti non ce ne possono essere né nostalgici né propositivi. I Fratelli d’Italia vengono accusati spesso di nutrire risentimento in quello che dicono e in quello che fanno. E che cosa dovrebbero nutrire riconoscenza dopo cinquant’anni di esclusione sistematica? Ma anche in questo occorre fare una distinzione tra l’essere dei FdI e la percezione che ne hanno i loro avversari. Non pochi dei quali non sono così disonesti da non ammettere che, a ragione o a torto, i missini, in quanto post-fascisti, hanno vissuto come “esuli in patria”. Questo il titolo di un libro di Marco Tarchi del 1995. Tutto il livore che gli antifascisti hanno nei loro confronti nasce dal fatto che essi pensavano archiviata qualsiasi questione della destra e che comunque in Italia si sarebbe continuato tra un centro e una sinistra, tertium non datur.
Nelle opposizioni in Italia si vede chiaramente che c’è nei confronti della destra una sorta di delegittimazione a prescindere, cieca. Su tutto quello che fa il governo c’è un immediato fuoco di sbarramento, anche contro iniziative partite e volute proprio dalle forze di opposizione quando erano al governo. Vedi l’autonomia differenziata. Su quello che fa il governo, qualunque cosa faccia, non si ragiona, si “spara” a palle incatenate. Chi sostiene il governo o assume un atteggiamento critico va condannato lo stesso, meglio se gli viene impedito di parlare, di far conoscere il suo libero pensiero. Non c’è più quella simpatia per chi in nome dell’obiettività finiva per andare anche contro la propria parte politica; anzi, costui è considerato un infiltrato pericoloso, irritante, perché pravale il “sotto sotto c’è il fascista” e perché nell’infuriare della guerra non c’è posto per chi ragiona. Si combatte, chi da una parte e chi dall’altra. Chi si mette in mezzo con buoni propositi, gratta gratta, è un nemico da eliminare.
sabato 13 luglio 2024
Quel che resta della destra
Giorgia Meloni non è solo la prima donna a diventare Presidente del Consiglio in Italia ma è anche il primo Presidente del Consiglio a subire continui attacchi di delegittimazione, fin dall’indomani del varo del suo governo. Non può reggere, dicevano i suoi avversari, durerà al massimo cinque mesi, è a capo di un partito neofascista, la classe dirigente schierata nel governo è inadeguata, l’Europa la isolerà per un passato al quale non intende rinunciare. La Fiamma va tolta dal simbolo di Fratelli d’Italia. Lei deve formalmente dichiararsi antifascista. Fino a quando non lo fa legittima ogni attacco. E gli attacchi si sono susseguiti, come grandine, da ogni parte, in tutte le forme, per giungere ad accreditare che il suo governo è autoritario: picchia i ragazzi che manifestano, ha trasformato la televisione in Telemeloni, i suoi deputati picchiano in aula i colleghi di altri partiti, ogni pulce è stata traformata in tigre. Scontenti e allarmati gli avversari.
Intanto i centri sociali hanno continuato ad assaltare auto e negozi, a manifestare per la Palestina occupando le università e impedendo a chi non era dei loro di parlare, a scontrarsi con le forze dell’ordine, mentre non si è vista neppure l’ombra di una manifestazione di destra pro Israele o pro Nato, esattamente come ai tempi del ’68. Intanto per le strade delle città sia del Nord che del Sud è proibito andare in giro oltre una certa ora, i maschi hanno continuato ad uccidere le femmine, gli operai a morire nei cantieri, gli immigrati nelle campagne, i senzatetto occupare abusivamente le case della gente, l’Italia di sempre ha continuato imperterrita. Scontenti e allarmati, questa volta, sono i suoi elettori.
Le manifestazioni “rubate” da giornalisti spioni in cui dei giovani di destra si abbandonano a spettacoli tanto indecorosi quanto dannosi sono la reazione irrazionale figlia dell’impotenza e della frustrazione, del non c’è più niente da salvare, niente da conservare, niente da fare. Invocare il Duce significa proporre l’impossibile, è pura esternazione di sofferenza politica e ideologica per la condizione in cui si trova l’Italia; azioni fine a sé stesse.
La destra perbenista, come vuole essere quella della Meloni, insiste per creare un partito conservatore liberale, moderno. Ma Dio Patria Famiglia, lo slogan che ha fatto vincere la Meloni, sono ancora da conservare? Evidentemente no. Bisogna trovare altri riferimenti identitari. Dio è una faccenda personale, la religione è in crisi, la Patria come si poteva ipotizzare nel corso del Risorgimento non esiste più, meno ancora la famiglia, che viene totalmente disconosciuta in favore di una convivenza senza limiti e confini, animalesca.
Il successo della Meloni in Italia e della Le Pen in Francia è ascrivibile alla condizione di disagio in cui vive la Nazione nel suo insieme. A molti o a pochi non piacciono non i gay ma le loro manifestazioni, è un fatto; non piacciono le persone che vanno in giro a predicare libertà di occupare la proprietà altrui, è un fatto; non piacciono le situazioni in cui un candidato agli esami di Stato fa scena muta davanti alla commissione, non perché impreparato ma per protesta contro la valutazione dello scritto, e viene promosso lo stesso, è un fatto; non piacciono tutte queste diffuse anarchicherie, che uomini e donne dello spettacolo fanno passare per progresso e civiltà. Gli stadi stracolmi di persone che inneggiano al superdrogato cantante di turno sono la rappresentazione di una società senza rimedio alcuno. Un Vasco Rossi che riceve un riconoscimento dal Vittoriale di D’Annunzio è un chiaro segno di confusione mentale. D’Annunzio volò su Vienna per inondarla di volantini inneggianti all’Italia, conquistò Fiume all’Italia, elaborò una costituzione modernissima la Carta del Carnaro. Vasco Rossi, al di là di un mare di soldi per le sue tasche e l’avviamento dei giovani alla droga, che conquiste porta all’Italia?
C’è una guerra in corso che i combattenti non vogliono riconoscere. Il rischio finora emerso è che la destra si stia arrendendo alle ragioni della sinistra. I continui omaggi alla senatrice Segre ne sono la spia. Le obbligate genuflessioni alle date di regime nel corso dell’anno ne sono la spia. Le condanne nei confronti dei giovani di destra che si abbandonano a gesti sconsiderati ma del tutto immocui ne sono la spia. Gutta cavat lapidem dicevano i latini. Dalli oggi e dalli domani la destra di governo dimostra di cedere ai suoi avversari senza nulla proporre di nuovo al suo mondo. Quando la destra resterà un guscio vuoto sarà solo un problema di nettezza urbana.
sabato 6 luglio 2024
Siam pronti alla morte? Ma va là...
Dopo aver visto le ultime imprese della Nazionale italiana di calcio agli Europei 2024 viene di dire che l’Inno di Mameli, quello che i cronisti sportivi Rai chiamano pomposamente il “Canto degli Italiani”, è più che mai inattuale. Si dovrebbe cercare qualcos’altro per sostituirlo. Qualcos’altro di meno impegnativo. “Dov’è la vittoria…”. Già, dov’è? “Siam pronti alla morte…”. Se è una constatazione va benissimo, nel senso che siamo moribondi. E vorrei vedere con quella flemma! “Italia chiamò”, con un sì urlato e poco convinto. Mameli andrebbe protetto dalle ingiurie degli italiani. La beffa dovrebbe finire. Oggi gli italiani non ne sono degni.
Non è stato tanto il risultato di quattro partite giocate all’insegna di una sorta di movida, senza senso e senza scopo – nello sport si vince e si perde – quanto il modo irritante di porsi da parte di professionisti confusi e sbandati. Incapaci i protagonisti del miserevole spettacolo di dare una spiegazione qualsiasi, tutti autoassoltisi. Dal ministro dello sport Abodi al presidente della Figc Gravina, al commissario tecnico Spalletti, ad ogni singolo giocatore, non uno che si sia assunto la responsabilità di quello che è successo, che abbia avuto la faccia di spiegare agli italiani perché si è voluto umiliare una maglia adornata di fregi stellari in più di un secolo di storia.
Si può anche perdere, intendiamoci. Abbiamo visto altre nazionali perdere, ma solo dopo essersi impegnate allo spasimo, dando l’impressione di non poter dare più od altro del loro corpo e del loro spirito. Abbiamo visto giocatori di altre nazioni che in Italia addirittura militano in squadre di serie B correre e dare l’anima per onorare la maglia e la propria Nazione. I loro tifosi hanno continuato ad applaudirli e ad incitarli anche dopo. Noi, invece, con la testa abbassata, siamo usciti dal campo, suonati dagli svizzeri, neppure consapevoli del gran danno fatto all’immagine della Nazione.
Abbiamo dimostrato di essere un popolo di festivalieri e di scanzonati, più affini a Vasco che a Paolo Rossi. Nel corso degli Europei abbiamo visto riproporsi alla televisione spot pubblicitari con il commissario tecnico e alcuni giocatori come se stessero in vacanza. Giustamente Aldo Grasso sul Corsera del 2 luglio ha stigmatizzato la leggerezza, l’inopportunità dell’esibizione pubblicitaria. Invece di studiare tattiche e formazioni, come evitare di prendere gol e di farne, si sono distratti a fare pubblicità televisiva. Altri soldi sono entrati nelle loro “povere” tasche.
Ora non è il caso di dar ragione a Churchill, il quale diceva che gli italiani considerano una partita di calcio come la guerra e la guerra come una partita di calcio, ma non si può neppure far finta di niente. Oggi una parola fuori posto di un politico o di una personalità fa discutere per giorni e giorni, magari anche esagerando, può far nascere un incidente diplomatico. Una debacle come quella subita dalla Nazionale di calcio deve avere una risposta appropriata da parte di chi all’immagine del Paese dice di tenere come tiene allo stesso bilancio dello Stato.
Alla specifica domanda che Paolo Del Debbio su Rete 4 ha fatto alla premier Meloni se aveva visto le partite e che cosa pensava della figuraccia ha risposto in politichese, andando a dire che la colpa degli assonnati giocatori italiani andrebbe cercata nel fatto che nel campionato italiano ci sono troppi giocatori stranieri. E questo giustifica il loro comportamento in campo? In campo militare quella sarebbe chiamata con un nome soltanto: diserzione.
Ora, come se nulla fosse successo, ci avviamo a tentare la qualificazione per i prossimi Mondiali, a cui non partecipiamo da due edizioni, saltate per non essere riusciti a qualificarci. Che intendono fare le autorità? Anzitutto dovrebbero prendere atto della crisi che attraversa il settore, mettere da parte i responsabili delle ultime figuracce e cercare di riorganizzarci con spirito nuovo. Per fortuna in Italia non mancano i settori sportivi in cui abbiamo autentiche eccellenze, da porsi come riferimenti da emulare: atletica, tennis, nuoto, sci, scherma, volley, pallanuoto, automobilismo, motociclismo con uomini e donne imporsi ai massimi livelli. Sta prevalendo lo sport a prestazione individuale. E questo significa che non siamo un popolo di brocchi, che quando siamo chiamati individualmente diamo il meglio di noi non potendo scaricare le colpe di cattive prestazioni sugli altri. Dobbiamo recuperare lo spirito di corpo, saperci fare responsabili anche delle colpe degli altri. Le autorità del nostro calcio dicono che fallire per la terza volta la qualificazione ai mondiali sarebbe devastante anche dal punto di vista economico. E, allora, lasciamo stare la “coorte” di Mameli e facciamo squadra per vincere.
sabato 29 giugno 2024
Fascista con rimedio
Se il caso è grave dovrebbe dirlo uno specialista, magari un’équipe di psicanalisti. Ecco il caso: spesso, stando in macchina, mi viene spontaneamente di canticchiare inni fascisti, come le donne non ci vogliono più bene… o ce ne fregammo un dì della galera…, dei tempi della Repubblica Sociale, ossia del fascismo sconfitto e disperato. Mai che mi venga di accennare a Giovinezza o a Sole che sorgi, al fascismo triumphans. Mi viene anche di canticchiare la colonna sonora del film di Pietro Germi, Quel maledetto imbroglio, tratto dal romanzo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, la Gabriella Ferri che canta «in braccio a te me scordo ogni dolore». Me ne vengono altri, ma questi sono proprio insistenti. Mi fanno assumere una condizione di guida più serena, meno ansiosa. Tutto sommato un bene!
Ma, ahimè, da qualche tempo in qua è nel mirino dell’antifascismo perbenista e dogmatico ogni motivo, parola, oggetto, mossa che richiami il fascismo. La cosa, allora, mi preoccupa assai. Per fortuna in macchina non mi sente nessuno, salvo che qualche spione non mi attacchi una cimice e mi registri nelle mie involontarie evasioni canore volte al fascismo, di cui non ho consapevolezza. È chiaro che non mi permetterei mai in pubblico di dire parola o compiere gesto incriminabili come prove inequivocabili di fascismo.
Ma c’è un altro mio modo di fare spontaneo e incontrollato che purtroppo mi preoccupa. Saluto sempre, da tempo immemorabile, col braccio e la mano levati sì da formare un angolo retto tra braccio e avanbraccio, come se giurassi. Non è proprio il saluto fascista, ma qualcosa che si somiglia. Molti, durante il fascismo, salutavano proprio così. Poi c’erano quelli che la facevano più plateale irrigidendo il braccio all’altezza della testa come se fosse una lancia volta a colpire, come facevano i gladiatori nelle arene o i gerarchi nazisti.
Non so proprio perché abbia questa abitudine e da dove mi derivi. Forse dagli indiani, pellerossa, i quali salutavano così il loro dio Manitù danzando intorno al totem o quando s’incontravano pacificamente coi visipallidi ed esprimevano la loro soddisfazione per trovare un accordo: Augh!. Reminiscenza forse dei tanti fumetti che ho letto da ragazzo, Tex, Il piccolo sceriffo, Capitan Miki, Kinowa. Quel gesto mi deve essere piaciuto tanto da somatizzarlo, ovviamente a prescindere dal fascismo. Ora che qualcuno potrebbe accusarmi di un gestaccio fascista ho pensato addirittura di legarmelo il braccio come quando si rompe e deve stare ad angolo retto ma rovesciato. Di privarmene addirittura, alla Muzio Scevola, beh…non esageriamo. Poi ho desistito pure a legarmelo e quando qualcuno mi sorprende nell’atto di quel saluto faccio finta di grattarmi la testa. Certo è che quel saluto è inevitabile quando devi salutare qualcuno che passa in macchina e più che la voce può il gesto del braccio levato.
Ma il problema è ancora più serio di quanto non abbia espresso finora. In casa ho centinaia e centinaia di libri, di riviste, di giornali, tanti che nemmeno un locale costruito apposta li contiene tutti. Ci sono tanti autori fascisti e tanti autori antifascisti che se per un sortilegio dovessero trasformarsi in persone viventi trasformerebbero la biblioteca in un campo di battaglia. E non so proprio, a questo punto, chi potrebbe spuntarla. Forse spererei i fascisti, per una sorta di empatia. Ma lasciamo stare i desiderata, che sono più compromettenti delle pur gravi prove documentali.
C’è poco da scherzare. Un’accusa di fascismo ti compromette la carriera; se è provata le conseguenze sono assai più gravi. Di recente c’è stato un amministratore comunale del Sud che per aver detto, a commento della giornata caldissima, che noi meridionali siamo abituati ai forni crematoi, per poco non finiva in galera spogliato di ogni carica pubblica. Aveva detto “crematoi”, che lo fulminasse Iddio!
Il grande scalpore che ogni quisquilia fascista provoca ha costretto la Meloni ad una sortita durissima contro quei giovani che si abbandonano a parole e a gesti rubricabili come nostalgici, razzisti e antisemiti. Questi – ha detto la Meloni – hanno sbagliato casa, non hanno niente a che fare con Gioventù Nazionale e Fratelli d’Italia. Naturalmente, come volevasi dimostrare, gli antifascisti professionisti non sono per niente soddisfatti e chiedono alla Meloni il giuramento antifascista, l’eliminazione della Fiamma dal simbolo e il taglio netto delle radici.
Io, invece, che non ho tessera di partito alcuna, ho pensato diverse volte in questi giorni di prendere una decisione drastica. Non rinuncio a niente delle mie abitudini, continuerò a cantare i miei inni fascisti malinconici in macchina, conserverò tutti i miei libri fascisti e non, continuerò a salutare a braccio levato e mi iscriverò al partito di Calenda, di Renzi o di Conte. Ecco, l’unico problema è questo: a quale dei tre? A questo punto credo proprio di dovermi rivolgere allo psicanalista.
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