sabato 22 giugno 2024
Fascisterie
L’ultima sarebbe esilarante se non avesse evocato tragedie. Il consigliere comunale di Manfredonia Giuseppe Marasco di Fratelli d’Italia, in presenza di un caldo che toccava i 45 gradi, ha commentato sdrammatizzando: ma sì, noi siamo abituati ai forni crematoi. Il senso è chiaro, non c’è da equivocare. Ma qui in giro c’è più di un nervo scoperto. Di infelice nella frase c’era solo “crematoi”, che conducono direttamente a situazioni storiche di assoluta condanna. Ciò detto, qui nel Sud Italia, la frase è ricorrente, è un modo di dire: oggi è un forno!, quando fa troppo caldo. L’espressione del Marasco, tuttavia, è stata infelice, un lapsus, una parola che ha rimorchiato l’altra senza neppure pensarci, uno scivolamento come la parola lapsus significa letteralmente. Ma la persona in questione è di Fratelli d’Italia e allora la cosa è diversa, hanno trovato la corda in casa dell’impiccato…per impiccare.
Sono insorti politici e giornali di sinistra per avvalorare la tesi che questi, mi riferisco ai Fratelli d’Italia, sono fascisti, irrimediabilmente legati alla loro storia. Esamine e disamine televisive coi migliori campioni dell’antifascismo militante a discutere per ore sull’infelice aggiunta lessicale, scappata come un rutto o giù di lì.
Ogni giorno ce n’è una di simili fascisterie e qualcuno lo fa apposta a creare il caso, che rimbalza subito sui media e diventa, appunto, un caso. Ma il fenomeno è poi così grave? Aldo Cazzullo del “Corriere della Sera” riconosce che “Oggi al Duce molti vogliono proprio bene, gli sono affezionati, lo ammirano, lo difendono” (18.06.24). Se pure così fosse, comunque questa non sarebbe musica di Orfeo che scende agli inferi per liberare Euridice. Nessuno può riportare in Italia il fascismo dall’oggi al domani. Lodare Mussolini non significa affatto sperare che qualcuno si incarni in lui. Il fascismo è figlio della storia non di quattro ragazzi che mezzoubriachi inneggiano al duce o di qualche buontempone a cui piace esibire parole e atteggiamenti che sa essere offensivi ai benpensanti.
Lo storico-giornalista Paolo Mieli sostiene che i Fratelli d’Italia dovrebbero una buona volta per tutte rompere col passato, con la loro storia, ma aggiunge che se non lo fanno vuol dire che non possono, non ci riescono, non gli conviene. Cita il caso suo di ex comunista estremista ed extraparlamentare che ad un certo punto ha deciso di rompere con la sua storia, con non pochi sacrifici. So io che cosa mi è costato, ha detto ancora oggi contrito. Il discorso di Mieli convince fino ad un certo punto. Molti Fratelli d’Italia non hanno avuto un passato fascista o missino per ragioni di età. Sono passati trent’anni da quando il MSI è stato sdoganato con l’entrata nel governo di alcuni suoi rappresentanti, quelli sì fascisti, tipo Tatarella e Tremaglia. Già per la Meloni il discorso è diverso, essendosi trovata lei alla fine della lunga stagione missina. Per sua ammissione decise di darsi alla politica quando fu ucciso il giudice Paolo Borsellino, notoriamente vicino al Msi, avvenuta nel 1992 quando lei aveva quindici anni. Gli altri che stanno tra i cinquanta e i sessant’anni sono tutti fuori dalle stagioni per così dire eroiche. I più anziani, come Ignazio La Russa, Presidente del Senato, hanno da tempo dimostrato di aver tagliato perfino col MSI anche se formalmente non diranno mai, ma per una questione caratteriale, a destra ha sempre avuto un valore altissimo il binomio onore e fedeltà, di essere antifascisti. Maurizio Gasparri optò anni fa per Forza Italia e la stessa Alessandra Mussolini ha preso la stessa strada.
Certo, occorre ammettere che c’è una componente di destra che ha in odio la democrazia per come essa si rappresenta, nel male evidentemente. Chi ne fa parte o non vota o, se vota, vota Fratelli d’Italia. Non bisogna credere che si tratti sempre di giovinastri sguaiati, ci sono anche persone di una certa età e di una certa educazione, a cui non piace il disordine, l’inefficienza, l’impunibilità, il degrado, la crisi dell’autorità, lo sfascio delle famiglie e la cultura diffusa del carpe diem, del piacere innanzitutto. In simili persone l’idea di avere un Paese diverso si declina spesso con l’unico esempio avuto in Italia, il mito del Duce. I Fratelli d’Italia sanno che sono loro potenziali elettori e non hanno alcun interesse a tagliare il cordone ombelicale che li unisce a loro. Quel che conta non è quello che queste persone dicono, a volte sbagliando, a volte volendo solo provocare, ma quello che il governo che in qualche modo le rappresenta fa. Un innocuo mito in cambio di un utile voto.
sabato 15 giugno 2024
G 7 e dintorni, un bilancio
Il G 7 si è chiuso dopo tre giorni intensi di incontri e di documenti. Qualche delucidazione. G non significa grandi, come si potrebbe equivocare, ma Gruppo e comprende i sette paesi più industrializzati del mondo, in ordine alfabetico: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Vi hanno partecipato come ospiti tantissimi altri rappresentanti di paesi del mondo.
Non sono stati presenti né Putin, su cui pende un mandato di cattura internazionale per l’invasione dell’Ucraina, né Nethanyau altro ricercato internazionale per i crimini contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, né la Cina. Putin, che evidentemente aveva il suo pensiero al G 7, con una punta di berlusconiana nostalgia, ha fatto la sua proposta per la pace: lui terrebbe gran parte dei territori conquistati, in cambio l’Ucraina dovrebbe rinunciare a diventare membro della Nato. Pazzesco! Se fosse una proposta negoziabile si potrebbe pure dire: va bene, l’Ucraina rinuncia alla Nato e tu lasci tutti i territori invasi. Ma non credo che Putin sarebbe d’accordo.
Possiamo dire che, Giappone a parte, nessun altro paese dell’Oriente, pur importante, ha preso parte al G 7. E di importanti ve ne sono, come le due Coree, Taiwan, l’Australia. A voler essere proprio pignoli, diciamo che il G 7 rappresenta solo una parte del mondo. Ci sono tantissimi altri paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa, che hanno altri organismi rappresentativi.
La sede del G 7, la location, è stata la Puglia, Borgo Egnazia, che ha dato anche il suo simbolo, un ulivo che somigliava vagamente a quello disegnato da Ferruccio Ferrazzi per la copertina della rivista “L’Albero” di Girolamo Comi e dell’Accademia Salentina di Lucugnano negli anni del dopoguerra. Da quanto abbiamo visto e sentito, Giorgia Meloni ha fatto un figurone, la madrina nel senso più ampio. E l’ha avuta vinta perfino con Macron per l’affare “aborto”, depennato dal documento ufficiale, mentre era presente nel documento del precedente G 7 di Hiroshima in Giappone. Macron ci teneva perché lo ha inserito di recente nella Costituzione francese come un diritto inalienabile. La Meloni ha ritenuto di toglierlo per non fare un affronto al Papa, che per la prima volta nella storia di questi eventi internazionali è stato presente ed è intervenuto con un suo messaggio, e a Biden che è alle prese con la campagna presidenziale nel suo paese e il tema dell’aborto in America è tra i più sensibili.
La bellezza dei luoghi, ruffiano anche il bel tempo, non è riuscita a togliere da alcuni volti una certa patina di imbronciatura. I volti di Macron, del tedesco Scholz e dell’americano Biden hanno tradito il loro stato personale e politico di sofferenza. Macron e Scholz sono stati bastonati nelle Europee dell’8-9 giugno e Biden sembra uno zombi, chiaramente in difficoltà di salute. I problemi di Macron e di Scholz sono molto seri. Il partito di destra di Le Pen, in Francia, ha doppiato quello di Macron; e in Germania il partito dell’estrema destra è il secondo partito della Germania. In America il competitor di Biden, il repubblicano Trump, è in vantaggio nei sondaggi. Non sono tempi promettenti questi per le sinistre democratiche del mondo che conta. Nel volgere di pochi mesi si potrebbero verificare nel mondo del G 7 non pochi rivolgimenti politici.
Diciamo che la meglio messa è la Meloni. Di qui il successo che ha ottenuto, nonostante qualche tentativo di guastarle la festa. Una certa stampa americana ha ricordato che la Puglia è terra di mafia, mandando in bestia non poche persone. Non è che avesse del tutto torto, ma era proprio il caso di ricordarlo in occasione del G 7? Poi si sono messi, miseramente, i nemici italiani della Meloni, creando la rissa a Montecitorio e trasmettendo un’insulsa notizia su La 7 secondo cui i giovani di Fratelli d’Italia, tanto lodati dalla Meloni, si radunano per dare sfogo ai loro sentimenti di fascismo e di razzismo. Le due cose si sono verificate nel corso del G 7. Certo, i leader mondiali non stavano lì a pensare alle avventure di chi si accapigliava nel Parlamento italiano, ma la stampa era ben attenta e poteva trarre la facile conclusione che anche la Meloni non se la passi bene nel suo paese. Di questo, purtroppo, siamo convinti tutti. In Italia l’opposizione svolge un ruolo di impedimento a che la maggioranza realizzi il programma per il quale ha ottenuto il mandato popolare. Dopo le provocazioni in Parlamento si passa alla piazza e poi chissà a quale altra cosa. Lo dicono: non passeranno! Ma, posto che non passeranno davvero, quale sarebbe l’alternativa alle destre di Meloni, Tajani e Salvini? Quale alla riforme del premierato, della giustizia e dell’autonomia differenziata? Il nulla, il ritorno al nulla, all’imbellettamento del nulla. Come sempre!
sabato 8 giugno 2024
Con la test'alta e con rabbiosa fame
Sabato, 8 giugno, a poche ore dal voto. Per la prima volta si vota di sabato. Per la prima volta dopo le elezioni del 2022 si torna al voto. Si vota per il Parlamento Europeo, ma in ogni parte d’Europa il voto ha un peso diretto sulla politica nazionale. Non fingiamo di non capirlo: in Italia si vota per dire sì o no alla Meloni. Se pure fosse diversamente i suoi avversari a questo puntano e questo direbbero se le cose per la Meloni dovessero andar male. Facciamo scongiuri!
Personalmente – i lettori di questo blog, che sono meno dei gatti che ho in casa, sanno come la penso – non ho condiviso e non condivido tante cose di questo governo e in particolare alcuni atti e comportamenti di elementi della destra postmissina. Alessandro Giuli, che, grazie alla vittoria del centrodestra, si ritrova direttore del Maxxi, uno dei più importanti musei romani, ha scritto un libro, Gramsci è vivo, in cui sostiene che noi destra postmissina dobbiamo chiudere con la nostra storia, accettare che eravamo nel torto e diventare fedelissimi della Costituzione. E spiega perché: l’esercizio del potere democratico crea l’uomo democratico. Quindi lui e i tanti altri come lui sono diventati democratici per il fatto di aver svolto un lavoro democratico. Ognuno può farsi un’idea di che tempra sia un uomo che muta la sua storia solo per un’opportunità. Ma non è solo questo che personalmente non condivido. Ho molte riserve sul premierato e sulla suddivisione delle carriere dei magistrati. Essere di un partito o stare con un partito comunque non significa dover condividere tutto. L’importante è non smarrire la stella polare che guida verso mete condivisibili.
Questa stella polare ci ha portati a diventare cittadini in tutto e per tutto degni di accedere a qualsiasi ruolo politico nelle istituzioni, fuori da ogni schema esclusorio che ci aveva tenuti per mezzo secolo nelle “fogne”. Ci ha fatto alzare la testa, ci ha legittimati a dire con orgoglio e forza: abbiamo fame. Il veleno dei nostri storici persecutori riempie le piazze televisive e reali per questo; non vogliono accettare un confronto privo di pregiudiziali. Hanno lucrato per anni con l’antifascismo. Nuove ondate di comunisti ammantati di cause che nulla hanno a che fare coi nostri destini di uomini e di italiani stanno lanciando urli di guerra. Vogliono ricacciarci nelle fogne. Lo hanno detto persino personalità del mondo della cultura di sinistra. Non si tratta più di accontentarsi di essere tollerati e compatiti, qui urge rendersi conto che una nuova battaglia s’inizia, se non proprio ad armi pari, a pari dignità di combattenti.
L’occasione di questo voto europeo è di dare una convinta spallata a tutti i pretesi ritorni delle sinistre. Non hanno una sola idea da contrapporre ad una visione della vita che non sia l’attestarsi pigramente sul degrado dei valori della tradizione. S’indignano per quanto accade quotidianamente nel nostro paese e in tutti i paesi dell’Occidente ma non sanno o non vogliono stabilire il giusto rapporto tra cause ed effetti. Se lo facessero scoprirebbero quanto sia stato fallimentare scambiare la sciatteria civile per democrazia, il libertinaggio per libertà, le comodità materiali per valori spirituali.
Il successo della destra postmissina ha cambiato una deriva e punta a salvare il salvabile. È importante perciò che dal voto europeo esca un risultato convincente delle ragioni della destra non solo in Italia ma in tutta Europa. Ci sono due guerre nel mondo che rischiano di coinvolgere tutti i popoli della Terra. Noi siamo per la difesa dell’Occidente in entrambi i casi. Siamo per difendere il popolo ucraino attaccato dalla Russia. Siamo per difendere il popolo israeliano dagli attacchi del mondo arabo. Difendendo senza ombra di dubbio questi due popoli difendiamo noi stessi, la nostra civiltà, i nostri interessi.
In queste votazioni non si vota per uno schieramento ma per un partito. Nello schieramento di centrodestra sono quattro le componenti, ognuna con le sue liste. È importante che ogni elettore scelga per la sua appartenenza, per la condivisione dei programmi e delle vedute.
La lista della destra postmissina è quella di Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni alla guida. Lei è capolista in tutta Italia. Gli elettori la possono votare indicando il suo nome accanto al simbolo, che è ancora la Fiamma Tricolore. Ha voluto scendere in campo per sottolineare l’importanza della competizione e per assumersi le responsabilità del capo. FdI rappresenta quella destra europeista che spesso negli anni passati tutti in Italia invocavano. Oggi esiste e va rafforzata.
sabato 1 giugno 2024
Meloni ha denti per ogni pane
Credo che pochi altri capi di governo in Italia abbiano ricevuto tanti insulti e ingiurie quanti ne ha ricevuti finora Giorgia Meloni. A memoria, è stata chiamata pesciarola, borgatara, mentecatta, nazista nell’animo, ducetta, stronza. Altre perle a questa collana non ne aggiungo, ma ce ne sono che ce ne sono. Non faccio il collezionista di simili “delicatezze”, le leggo, le sento en passant. Provvedono i giornali, stampati e tele, a diffonderle. In questo esercizio turpiloquiante non si sono cimentati vignettisti e barzellettieri di mestiere, ma scrittori e studiosi del calibro di Luciano Canfora, di Roberto Saviano, di Massimo Giannini. Gente che si vanta di conoscere i modi della buona educazione. Altri, come Marco Travaglio e Andrea Scanzi, hanno parlato di lei in termini irridenti e catastrofici. “La sciagura” è un testo di Scanzi dedicato all’attività di governo della Meloni, della quale peraltro si dice vecchio amico. È evidente che la sciagura di cui parla Scanzi non sta nelle cose, la vedremmo tutti; sta nella sua testa di fottuto frustrato, politicamente s’intende.
Dell’inopportunità da parte di cotanto senno di scendere a livello di avvinazzati frequentatori di bettole nessuno dice niente. Come se fosse normale offendere con la Meloni l’istituzione che rappresenta. Anzi, dicono che in fondo chi governa si espone a tutto, e dunque: zitta e mosca! Del resto non fu Gaetano Salvemini a dare del “ministro della mala vita” a Giovanni Giolitti quando era capo del governo? Ma, a parte che Salvemini spiegava perché riteneva Giolitti un “malavitoso” ed era perfino convincente, questi sparano ingiurie senza ragione alcuna, senza dimostrare nulla. Così, per il gusto di offendere, di svilire la persona e ovviamente chi l’ha votata. E non si fermano neppure dinanzi ai giudizi lusinghieri che la Meloni riceve da uomini politici internazionali e dalla stampa di tre quarti di mondo. Anzi, conquistano alla loro causa altri forestieri. Recentemente lo scrittore inglese Salman Rushdie, l’autore dei “Versetti satanici”, per difendere il suo amico Saviano, querelato dalla Meloni per diffamazione, ha detto che la Meloni fa male a denunciare gli scrittori e gli intellettuali, i quali non fanno che esercitare un’azione benefica, anche ingiuriando e diffamando chi ha il potere. Un politico che ricorre ai tribunali dimostra di essere infantile. Così lo scrittore inglese, subito applaudito da tutti gli antimeloniani. Si dice che in fondo in Italia vige da sempre la moda di colpire chi è al potere. Il giornalista e scrittore dell’800 Ferdinando Petruccelli della Gattina, deputato, inaugurò un nuovo genere di romanzo, quello parlamentare, col suo libro “I moribondi del Palazzo Carignano” (1862). Appena un anno dopo l’unificazione italiana e il Parlamento aveva sede nel Palazzo Carignano a Torino. Voleva denunciare – e si era appena agli inizi! – il malcostume della classe politica neoitaliana.
La Meloni non si lascia passare una mosca per il naso. Fa bene? Fa malissimo, dicono i suoi derisori e offensori, lei deve tacere. Perché lei, è il capo del governo e qualunque cosa dica coinvolge la sua carica. Ma c’è una gran parte del popolo italiano che si riconosce in lei e sostiene che fa bene a difendersi e a contrattaccare. Che cosa doveva dire la Meloni, trovandosi di fronte al Presidente della Regione Campania De Luca, che l’aveva definita stronza, “ma che piacere, Presidente De Luca”? Gli ha detto: presidente, io sono quella stronza di Giorgia Meloni, come sta?
Il fatto è che la Meloni, piaccia o meno, porta dentro un vissuto di ingiustizie e discriminazioni, non solo quelle ricevute da lei personalmente, ma anche quelle di tante generazioni missine. Non è una cosa voluta o non voluta, è una condizione inevitabile. Viene da esperienze politiche di piazza, di sezione, non esce da un collegio di miliardari, si pone come diversamente non potrebbe. Del resto non è stata votata per i suoi modi british, ma romaneschi e popolari. Finora non ha sfigurato in nessuna situazione nazionale e internazionale, anzi è stata accolta con simpatia e rispetto per lei e per il Paese che rappresentava.
Forse è proprio questo successo internazionale che la Meloni ha ottenuto che infastidisce i suoi detrattori. L’inglese prestigioso “Economist”, nell’ultimo numero uscito, l’ha messa in copertina tra la Von der Layen e la Le Pen. Non ricordo di aver visto nostri Presidenti del Consiglio così di frequente conquistare le copertine di importanti periodici stranieri. Sarà anche perché ha dimostrato in appena un anno e mezzo di governo di avere denti per qualsiasi tipo di pane. Si tratti di Luciano Canfora o di Vincenzo De Luca, la Meloni morde.
sabato 25 maggio 2024
Brescia 1974: terroristi, fascisti e missini
Lunedì, 20 maggio, al Liceo Giulietta Banzi Bazoli di Lecce c’è stata una cerimonia di ricordo della strage di Brescia del 28 maggio 1974, a cinquant’anni dall’accaduto. Ero lì, invitato, ad ascoltare i vari interventi in un’Aula Magna, dove mancavano solo bandiere e sciarpe rosse, per connotarla politicamente. C’era il figlio dell’intitolataria Alfredo Bazoli, Senatore del Pd, il Sen. Giovanni Pellegrino del Pd, Benedetta Tobagi figlia di Walter vittima del terrorismo rosso, il direttore di “Quotidiano” Rosario Tornesello. Di questi ultimi due non so il colore politico, ma non credo di sbagliarmi se lo riconduco a qualche varietà di rosso, acceso o spento. Comunque sia, andiamo avanti. Giulietta Banzi Bazoli era un’insegnante di francese, morta nell’esplosione della bomba. Era chiamata “la rossa” perché salutava col pugno chiuso entrando in classe. Meriti pubblici? Nessuno di rilievo, all’infuori dell’essere morta in un attentato terroristico fatto da fascisti. “Giusta di glorie dispensiera è morte” diceva il Foscolo. Fate voi.
Mentre ascoltavo i vari interventi mi veniva di pensare all’egemonia culturale, di cui per anni si sono vantati i comunisti e di cui oggi i postmissini al governo vorrebbero vantarsi se mai giungessero a conseguirla. Con tutto il rispetto e il dispiacere personale non credo che ci riescano. Non sono i calepini di Giubilei e Giuli, che insieme non fanno un libro, a cambiare il vento della cultura. Intitolare un istituto così grande come il liceo scientifico di Lecce ad un personaggio che riporta immediatamente ad una parte è un investimento politico di eccezionale valore, che solamente chi dominava il mondo della cultura politica poteva ottenere. Tanto per capirci: c’era il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini del Pd, candidato alla riconferma alle imminenti elezioni, non c’era la sua antagonista Adriana Poli Bortone che raccoglie tutte le destre leccesi. Era una festa del Pd organizzata da un liceo pubblico, una struttura dello Stato. Tutto questo per loro, i di sinistra, è normale; l’anormalità per loro inizia dopo di loro. Chiedo scusa per l’abuso di loro, di lorsignori.
La mente mi riportò a quegli anni, terribili. Noi giovani missini eravamo sconcertati, arrabbiati. Lo sconcerto nasceva dal fatto che alcuni accusati di strage erano di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, che con noi missini legalitari non c’entravano per nulla. Ci sentivamo accusati ingiustamente, anche perché delle bombe e di chi veramente le ideava e le faceva scoppiare nulla si sapeva, nulla di quel che poi si sarebbe saputo. Che cosa? Che a pianificarle erano personaggi dei poteri occulti, che ad eseguirle erano pezzi dello Stato che si servivano di giovani di destra fanatici che poi gli stessi proteggevano depistando. Nulla si sapeva della “guerra” che una parte della nazione faceva contro un’altra per far sì che l’Italia non scivolasse nell’orbita comunista, come Moro e compagni perseguivano. Certi attentati, come quello di Peteano, dove morirono tre carabinieri, fu opera dei terroristi di destra. Ma come? Ci chiedevamo. Com’era possibile che dei giovani di destra se la prendessero coi carabinieri e perché? Ci erano del tutto inimmagginabili i rapporti che c’erano tra alcuni terroristi di destra e rappresentanti dei servizi segreti e dei carabinieri, ora di collaborazione ora di scontro.
Le stragi che si susseguirono dal 1969 (Banca dell’Agricoltura a Milano) al 1980 (Stazione di Bologna) venivano attribuite senza dubbio alcuno ai fascisti, senza meglio specificarli. Ma gli unici fascisti che si potevano riconoscere pubblicamente erano i missini, che con le stragi non c’entravano. I dirigenti del partito proibivano perfino di usare il linguaggio della violenza, di pronunziare le parole bombe e stragi. Una sera a Lecce l’On. Sponziello si arrabbiò come lui non era abituato, per il suo noto aplomb, perché si discuteva sulla Federazione tra noi giovani di questi episodi. Si è andati avanti così finché non è venuta fuori, poco per volta, la verità. E cioè che a compiere le stragi allo scopo di destabilizzare il paese e creare le condizioni di un governo autoritario per frenare la deriva di sinistra era lo stesso Stato, almeno una parte di esso, quella più legata all’Occidente e alla Nato.
Mi ha colpito tra i tanti l’intervento di Benedetta Tobagi, la quale a momenti dava l’impressione che avrebbe preferito che ad ucciderle il padre fossero stati i neri e non i rossi, il cui ruolo nel terrorismo globale sembrava voler ridimensionare, affermando che il terrorismo rosso fu secondo a quello nero, dimenticando o non sapendo che quello rosso non era mai finito dalla Resistenza in poi.
sabato 18 maggio 2024
La destra postmissina tra vittimismo e rancore
I tasti sui quali insistono gli avversari politici della destra postmissina sono tanti da superare quelli di un pianoforte. Soffermiamoci su due in particolare, sui quali battono i vari Travaglio, Scanzi, Giannini, Montinari, Formigli, Gruber, Floris, Saviano, Scurati, Bersani, Padellaro, quando non anche gli Augias e i Canfora.
Ammettiamo in limine che se queste accuse sono fatte vuol dire che hanno un fondamento di verità. Ogni “si dice” un minimo di verità ce l’ha sempre. Esse sono l’una dipendente dall’altra. Immitis quia toleravi dicevano i latini.
Vittimismo. Come si fa a negare che i missini sono stati sistematicamente esclusi per cinquant’anni, sdoganati solo agli inizi degli anni Novanta da Silvio Berlusconi, secondo la vulgata corrente? È una verità che brucia in chi si è reso responsabile, direttamente o indirettamente dell’apartheid in cui sono stati tenuti i missini per cinquant’anni.
Quando gli esponenti del mondo antifascista e arcocostituzionale sono stati messi con le spalle al muro hanno dovuto ammettere che sì i missini, in quanto ritenuti fascisti, sono stati sempre esclusi. Non sono chiacchiere da bar. Marco Tarchi, da giovane missino della corrente rautiana e poi della Nuova Destra, da adulto scienziato della politica, ha scritto molto sull’argomento. E il politologo Piero Ignazi sull’argomento ha scritto “Il polo escluso” (1989). Analisi scientifiche, che si possono discutere ma non inficiare. Così molti altri politologi italiani e stranieri. La risposta del “regime” è sempre stata, quando non ha potuto negare, che la parte da dove venivano i missini era quella sbagliata. In tutto il cinquantennio di esclusione i missini sono stati derubati di ogni possibilità di carriera politica e professionale. Quando un giovane democristiano, comunista, socialista, liberale faceva il suo esordio in politica davanti a lui si aprivano ipotesi di carriere importanti, che andavano da consigliere comunale, a sindaco, a presidente della provincia o della regione e via in crescendo sempre più in alto. Al missino non si prospettava, nel migliore dei casi, che il seggio di consigliere, per non contare niente. Così gli intellettuali. Un conto era essere dell’arco costituzionale, un altro essere un missino, sopravvissuto in territorio nemico. I primi avevano a disposizione televisioni, giornali, case editrici, cattedre universitarie; i missini si dovevano accontentare delle briciole, quando cadevano dalla tavola dei ricchi epuloni partitocratici. Così in tutte le articolazioni del pubblico potere. In quegli anni gli esclusi si sono nutriti di rancore. Certe cose intender non le può chi non le prova, diceva il Poeta.
Insperabilmente essi sono giunti al potere portati dal popolo e hanno potuto ricordare il centenario della Marcia su Roma (ottobre 1922) con la conquista di Palazzo Chigi (ottobre 2022). Chi se l’aspettava? Un adagio popolare dice che il diavolo non ha latte e vende siero. Il diavolo è la storia nelle sue espressioni umane. Quando meno te l’aspetti, ecco che arriva!
Come hanno reagito e reagiscono gli sconfitti, che credevano di avere nella formula dell’antifascismo il loro abracadabra? Malissimo. Basta vedere la bile che trasuda dai loro volti quando vomitano improperi contro i considerati schiavi per nascita diventati padroni per elezione. E che cosa si aspettavano gli sconfitti, genuflessioni dai vincitori? Politicamente parlando è sbagliato conservare rancore in politica come in ogni altra circostanza della vita, ma umanamente è comprensibile, inevitabile. Semmai i postmissini non devono avere nessun rispetto reverenziale nei confronti di nessuno, non devono avvertire complessi di sorta nel dirsi eredi dei fascisti e dei missini, devono percorrere la loro strada cercando di dimostrare che in fondo erano persone normali costrette a stare per cinquant’anni nella fogna, dove oggi qualcuno vorrebbe riportarli.
I postmissini al potere stanno dimostrando di saper fare quello che forse avevano incominciato a disperare di poter o di saper fare. Gli avversari li attaccano, li ingiuriano, cercano di ridicolizzarli, ma se ne devono fare una ragione. I postmissini devono andare diritti per la loro strada. Quel che devono evitare è di farsi accusare di malversazione, di corruzione, di attività nefaste per lo Stato e la Nazione. I mal-destri, cioè gli uomini di destra che dovessero intrallazzare, devono essere buttati fuori dai loro stessi, dai ben-destri, prima ancora che se ne occupi la magistratura. Solo chi non ha freni è portato a lasciar correre!
mercoledì 15 maggio 2024
Taurisano, l'avventura dei poveri cristiani
Taurisano, 15 maggio 2024. Qui il riferimento a Celestino V e a Ignazio Silone è puramente casuale. I poveri cristiani siamo noi, uomini, donne, vecchi, bambini, quando andiamo a piedi e cerchiamo di raggiungere Piazza Castello da Corso Vanini o da Corso Umberto I o di risalire verso Piazza Fontana. Vie strette e trafficate, con fondo stradale sconnesso, con auto parcheggiate che lasciano a quelle in transito appena appena lo spazio per passare. E i poveri cristiani? Cioè i pedoni? Rischiano di ricevere in faccia o sulla nuca un colpo di specchietto retrovisore dai giganteschi suv di passaggio o di lasciare qualche piede o qualche gamba sotto le loro ruote.
Non c’è verso che si possa risolvere il problema. Si potrebbe impedire alle auto di parcheggiare e lasciare l’intera strada alle auto e ai pedoni in transito. Vorrebbe dire creare un centro, un’isola pedonale. Ma il problema non è affatto risolto. Nella stessa condizione di Corso Vanini e di Corso Umberto sono tutte le vie del paese, quale più quale meno. Ci sono punti critici, nelle vicinanze di esercizi commerciali, dove si formano ingorghi che per districarli passano decine e decine di minuti. Per i poveri cristiani non c’è pietà, non c’è soluzione. Qualche anno fa un’anziana signora, nei pressi di un supermercato, fu investita da un camion in retromarcia e uccisa.
La soluzione, sia pure parziale, potrebbe essere l’abbandono delle auto per i piccoli tragitti urbani e fare ricorso alla bicicletta o a qualche mezzo meno ingombrante. È incredibile che in un paese di dodicimila abitanti nessuno usi più la bicicletta per muoversi, neppure una motorella, uno scooter tipo Ciao di una volta, un Vespino. Per strada ci sono automobilisti e pedoni, basta. Poi i soliti ragazzi, che coi loro rumorosissimi scooter sfrecciano senza rispetto di niente e di nessuno.
È una questione di costume e di educazione. Siamo un paese di parvenus. Andare in bicicletta ci sembra una retrocessione a cinquanta-sessanta anni fa, quando non c’era altro mezzo per muoversi da un luogo ad un altro. Nei paesi più evoluti d’Europa ci sono masse di persone che usano la bicicletta, noi no; noi pensiamo di tornare poveri se usiamo un mezzo che si usava nel passato. Che fessi che siamo!
La liberazione delle strade dalle auto renderebbe più sicuro il traffico, più pulita l’aria che respiriamo, offrirebbe opportunità di movimento fisico che è salute per il corpo. La ripresa di biciclette e motorette creerebbe posti di lavoro, per biciclettai e meccanici, che una volta riuscivano a vivere da cristiani ed oggi perfino meglio. Se poi le amministrazioni comunali dotassero le vie di marciapiedi sarebbe veramente il massimo. Si moltiplicherebbero i pedoni, che in sicurezza potrebbero andare in farmacia o al fornaio, al fruttivendolo o all’edicola, alla posta o in banca.
Mi capita spesso di vedere per strada, anche lontano da dove abita, la figura minuta di un’anziana signora novantenne con la sua borsetta al braccio, che, parite-parite, raggiunge i suoi punti spesa, fa le sue compere e fa ritorno a casa. Il Signore volesse che nessuno mai la importunasse e che vivesse il tempo che merita chi è di buon esempio agli altri.
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